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martedì 17 aprile 2018

La verità, vi spiego, sull'amore (Max Croci, Italia, 2017, 92')





L'amore è una delle cose più complicate del mondo.
O quantomeno, i sentimenti che lo guidano rendono ogni rapporto che gestiamo, viviamo, instauriamo o tronchiamo nella vita incredibilmente più complicato di quanto non sarebbe se non ci fossero. E che, in quel caso, sarebbe incredibilmente meno interessante.
Da quando sono nati i Fordini, spesso mi capita di pensare ed affermare che l'amore più puro ed intenso che potremo mai provare è legato proprio ai figli, perchè depositari di tutto quel cumulo di sentimenti che, rispetto ad una compagna o un compagno, viene inesorabilmente viziato e reso più complesso dal sesso e da tutto quello che ne consegue, e anche se nessuno potrà mai avere la risposta definitiva a questo interrogativo, continuerò a pensare sia proprio così.
Tratto da un libro a sua volta tratto da un blog molto amato da Julez, La verità, vi spiego, sull'amore, è entrato al Saloon spinto dalla curiosità della signora Ford ed ha finito per aggiungersi all'elenco di quelle proposte made in Terra dei cachi senza dubbio non destinate a fare la Storia del Cinema o rilanciare la nostrana settima arte ma in grado di proporre qualcosa di fresco e piacevole al pubblico, legato ad un racconto di vita e proprio per questo genuino e, seppur romanzato, pane e salame.
Le vicende incrociate dei protagonisti, tra genitori, figli, nonni - momento magico il siparietto delle due nonne andate a prendere il nipote - con rapporti che si consolidano, altri che finiscono, altri ancora che nascono, ricordano senza dubbio il mosaico caotico eppure clamorosamente semplice che compone la quotidianità di ognuno di noi, che nel corso della vita si è trovato almeno una volta lasciato, a lasciare, a sperare che potesse durare per sempre e provare a ricostruire quando è finita.
Mantenendo un ritmo veloce e toni leggeri, il lavoro di Max Croci - passato da queste parti qualche mese fa con Al posto suo - scivola via piacevolmente, entrando nel novero di quelle proposte italiane che digerisco senza fatica e risultano perfette per il weekend o le serate non troppo impegnate ed impegnative: la cornice di Torino, poi, città molto amata dai Ford per ovvie ragioni di origini - e parlo di Julez - e di un amore sbocciato ai tempi in cui con la stessa Julez eravamo solo amici per il sottoscritto, aiuta molto e permette di godersi le disavventure della protagonista e della sua famiglia per quest'ora e mezza neanche si fosse già all'inizio dell'estate ed il clima conciliasse un relax da aperitivo con qualche spunto buono da portarsi dentro nel corso della serata.
Certo, per quanto ispirato alle reali esperienze della blogger Enrica Tesio, il film pare a tratti un pò troppo facile, o quantomeno semplificato ad uso e consumo di un certo tipo di produzione, ma poco importa: l'operazione è simpatica e per nulla pretenziosa, il messaggio - o i messaggi - sono chiari, la volontà di mostrare anche quelle che di norma sono considerate "sconfitte" come la fine di un matrimonio dalla prospettiva di potenziali momenti di rivoluzione che potrebbero anche ridefinire in positivo le nostre vite è apprezzabile ed interessante, e poco importa se il tutto risulta a suo modo artigianale.
A parità di qualità, se il lavoro di Max Croci arrivasse dalla Francia, saremmo tutti qui ad esaltarlo.
Dunque, per una volta, ben venga la leggerezza di una commedia italiana che non sarà "per sempre", ma che comunque resterà un bel ricordo.



MrFord



lunedì 9 aprile 2018

Il cliente (Asghar Farhadi, Iran/Francia, 2016, 124')





Il mio rapporto con il Cinema iraniano, sin dai tempi dei primi contatti con l'opera del Maestro Kiarostami, è sempre stato intenso, quasi come avessi riscoperto, grazie a lui, Panahi e Farhadi le atmosfere che, quando esplose la passione per la settima arte, provai rispetto al neorealismo italiano: storie vere, di pancia, di strada ma non per questo trascurate o poco incisive in termini evocativi e visivi, destinate a rimanere nel cuore di chi, come me, viene ed appartiene al popolo.
Farhadi, che avevo conosciuto grazie allo splendido Una separazione, torna dunque sugli schermi del Saloon - con colpevole ritardo - con Il cliente, che nel duemilasedici a Cannes gli valse la Palma per la miglior sceneggiatura e permise al suo protagonista maschile di aggiudicarsi il premio come migliore attore: un ritorno notevole sotto tutti gli aspetti, che si parli di intensità, tensione - la sequenza che precede la violenza subita dalla moglie del main charachter è una delle più inquietanti che abbia visto di recente, interamente basata sulle suggestioni senza che nulla di esplicito sia mostrato -, profondità, regia - bellissimo il piano sequenza in apertura di pellicola -.
L'autore, che si rivela un profondo conoscitore ed indagatore dell'animo umano e delle sue miserie, porta in scena un altro dramma da focolare domestico all'interno del quale il torto innesca una spirale di ricerca di vendetta ed orgoglio che, neanche fossimo tornati all'Antica Grecia, non può che portare ad altro Male, a quell'hybris che fu la grande piaga di tutte le tragedie dei tempi antichi, una storia dalla quale nessuno esce vittorioso, o a testa alta, vera in tutte le sue sfumature, una parabola sulla colpa e sul perdono che sarebbe piaciuta parecchio a gente come De Andrè, e che pone interrogativi e domande in grado di toccare e smuovere sentimenti radicati e profondi.
In un periodo in cui la primavera comincia ad affacciarsi prepotentemente a livello climatico e mentale - almeno ai tempi in cui passò questa pellicola sugli schermi di casa Ford -, e la voglia di confrontarsi con materia eccessivamente impegnativa comincia a calare, Farhadi è riuscito a tenermi inchiodato allo schermo dall'inizio alla fine con la consueta mano invisibile ereditata dal retaggio cinematografico del suo Paese, e perfino a convincere Julez, che di norma quando decido di avventurarmi in visioni di questo tipo preferisce dedicarsi alla scrittura o ad un sonno ristoratore piuttosto che affrontare qualche potenziale mattonazzo fordiano - come direbbe il mio rivale Cannibal Kid -: segno della maturità e della capacità di raccontare di uno dei più interessanti registi attualmente presenti nel panorama orientale e non solo, che nel tempo e con il successo in Europa e ai grandi Festival non ha perso un briciolo della sua forza, e che continua ad indagare con ferma delicatezza su tutto quello che portiamo nel cuore e ben nascosto agli occhi degli altri.
Curioso, inoltre, che un film estremamente realistico e realista ed incentrato sulle miserie umane come questo riesca a risultare non solo etico, ma anche in qualche modo legato a concetti decisamente spirituali ed associabili alla Fede - e non alla religione, sia chiaro - senza per questo apparire pesante, verboso o forzato: la vicenda di Emad e Rana, innamorati e felici separati - come spesso accade - da un evento terribile, che prendono due strade opposte per cercare di affrontare il dolore, è una delle più toccanti che siano passate da queste parti di recente, ed oltre a fornire l'ennesima conferma del talento di questo scrittore e regista e dello stato di salute ottimo del Cinema iraniano ravviva il desiderio e la voglia di cercare, trovare, affrontare e vivere opere così impegnative ma così incredibilmente forti.
Se dopo tanti anni amo ancora follemente sognare attraverso la pellicola, ed immaginare di specchiare il mondo e me stesso in essa, è grazie soprattutto a titoli come questo.



MrFord



mercoledì 25 ottobre 2017

Il gioco di Gerald (Mike Flanagan, USA, 2017, 103')





Senza dubbio Stephen King, anche grazie all'immenso bacino fornito dalla sua opera, può essere considerato uno degli autori più "saccheggiati" della Storia del Cinema, battuto forse soltanto dal Bardo Bill in persona: da Shining a The Mist, passando per It, Le ali della libertà, Il miglio verde, sono molti gli esempi di questa fruttuosa - anche se non sempre qualitativamente all'altezza - "collaborazione".
Il gioco di Gerald, legato a tematiche simili ad un altro supercult cinematografico tratto da un lavoro del Re del brivido, Misery, è giunto sugli schermi di molti di noi grazie alle ottime recensioni raccolte ed al lavoro come di consueto straordinario di Netflix, che sempre più pare essersi consolidata nel ruolo di nuova frontiera del Cinema e delle serie televisive: a rendere il tutto potenzialmente più interessante la presenza dietro la macchina da presa di Mike Flanagan, molto amato da diversi appassionati di horror, autore di titoli decisamente sopravvalutati come Oculus ed altri più convincenti, come Hush o Ouija - L'origine del male.
Considerate le premesse e le già citate recensioni, quello che speravo di trovarmi di fronte era un titolo che sancisse il salto di qualità definitivo del regista nativo di Salem, ma purtroppo, come spesso accade quando le aspettative sono alte, si finisce per essere quantomeno parzialmente delusi.
Il gioco di Gerald, thriller di sopravvivenza che racconta il dramma interiore e non solo di una donna che vede il compagno morire d'infarto nel corso di un tentativo di gioco erotico lasciandola sola ammanettata al letto ed impossibilitata a liberarsi, si poggia principalmente sulle suggestioni, l'atmosfera ed il lavoro svolto dai due protagonisti, Carla Gugino e Bruce Greenwood, chiamati a lavorare su più fronti proprio per amplificare l'effetto delle immagini che prendono vita nella mente di Jessie, costretta a lottare con i propri demoni prima ancora che con la stessa prigionia per riuscire a sopravvivere - tema molto caro al buon King -.
Eppure, forse per la difficoltà oggettiva di portare in scena un lavoro da stanza chiusa, ho avuto l'impressione che l'operato di Flanagan fosse più che altro espressione di un "vorrei ma non posso" cinematografico, il tentativo di costruire un cult senza di fatto riuscirci nonostante alcune buonissime intuizioni - l'idea di far lavorare le due metà della coppia come fossero la coscienza di Jessie muovendosi nella stanza di fronte a lei come sul palco di un teatro rende molto bene -, una confezione molto curata ed una tensione che gioca bene le sue carte: il risultato, infatti, appare a tratti troppo sbrigativo - la parte iniziale che precede il gioco erotico, piuttosto piatta, i ricordi del trauma subito dalla protagonista per colpa del padre, il finale rivelatorio a proposito del "mostro" finiscono per far perdere fascino ad un titolo che avrebbe potuto fare il paio con il già citato Misery ma che colpisce poco e scivola via abbastanza in fretta, proprio quello che un horror - o un thriller - non dovrebbe fare.
Discreti i due protagonisti - eccessivo, a mio parere, l'entusiasmo creatosi attorno alla performance della Gugino -, buona la tenuta - anche se non saprei che effetto potrebbe fare a chi ha letto il romanzo -, un paio di momenti coinvolgenti ma nel complesso troppo poco per essere considerato non solo un potenziale cult, ma anche, banalmente, un bel film.
Flanagan ha fatto di peggio, ma considerate le sue potenzialità, occorre ammettere che ha portato sullo schermo anche di molto meglio.
Un pò come, probabilmente, è stato per King e Il gioco di Gerald.




MrFord




domenica 19 luglio 2015

Take this waltz

Regia: Sarah Polley
Origine: Canada, Spagna, Giappone
Anno:
2011
Durata: 116'






La trama (con parole mie): Margot è una ventottenne scrittrice freelance felicemente sposata con l'autore di libri di cucina Lou che vive nel cuore di uno dei quartieri più pittoreschi di Monteal. Al ritorno da un viaggio, in aereo conosce Daniel, che scopre essere praticamente un suo vicino di casa, di un anno più grande di lei, dedito alla passione per l'arte quando non impegnato nella sua professione effettiva di conducente di risciò.
Tra i due l'attrazione è immediata, e per quanto Margot cerchi di difendersi, le dinamiche e la quotidianità da coppia ormai rodata con Lou finiscono per essere sconfitte alla distanza dall'attrazione e l'eccitazione di qualcosa di nuovo da costruire con Daniel: ma il nuovo sarà davvero la rivoluzione che promette di essere, o semplicemente qualcosa che appare così interessante proprio perchè lontano dalla vita di tutti i giorni?










Credo che le regole dei rapporti di coppia, per quanto si possa pensare - ed in parte sia senz'altro così - che il proprio sia unico ed irripetibile, in qualche modo abbiano punti di contatto decisamente simili per tutti, quantomeno se si parla di quelli davvero importanti: un inizio folgorante, grazie al quale la persona con la quale ci si appresta a condividere una parte più o meno consistente del viaggio pare quasi ultraterrena, priva di difetti, o perlomeno capace di rendere qualsiasi cosa, giorno o situazione unici, e stupire con effetti speciali dentro e fuori dal letto; una seconda fase di assestamento, all'interno della quale, di norma, si decide di vivere insieme, fatta di entusiasmo e voglia di costruire, sentimenti che esplodono e progetti futuri; una terza che porta ad un'inevitabile routine, sia essa quotidiana, familiare o di tempistiche, e trasforma la persona che amiamo in un essere fallibile, con tutti i difetti - ed i pregi, sia chiaro - del caso, con il o la quale condividiamo il letto perchè è giusto che sia così, anche se i sentimenti hanno finito per offuscare l'istintività selvaggia degli inizi.
A questo punto, di norma, le coppie finiscono per imparare a navigare insieme affrontando tempeste o ammutinamenti, o scoppiano.
Take this waltz, ottima prova molto indie e molto pane e salame di Sarah Polley - attrice e regista già nota per Away from her -, è un ritratto di questo concetto tracciato attraverso occhi e sensazioni di una protagonista fragile ed incostante quanto forte, la Margot di una convincente Michelle Williams, rapportate ai due uomini della sua vita - o almeno, della parte di vita che possiamo osservare sullo schermo - Lou e Daniel.
Lou rappresenta, di fatto, tutto quello che si è scritto poco sopra della coppia rodata: un uomo presente, pronto a scherzare prima che eccitare, che gioca con la compagna grazie ad una complicità probabilmente costruita in ogni giorno del rapporto - bellissimi gli scambi legati alle manifestazioni d'affetto "al contrario" come quel "Ti caverei gli occhi con lo scavino del melone" ed affini - e che è concentrato sul resto della sua vita abbastanza da non accorgersi di quello che gli accade accanto.
Daniel, di contro, ha dalla sua il fervore e l'eccitazione della novità, l'ebbrezza di qualcosa che pare mai vissuto, la sensazione che la vita possa sempre e comunque ricominciare, ancora più eccitante e coinvolgente di quanto non sia mai stata prima: sguardi, intese, sottointesi, riferimenti sessuali espliciti, sfide a distanza e la sensazione di appartenere a qualcuno anche quando non lo si ha.
Margot, combattuta tra la certezza di un sentiero che conosce a menadito ed un altro completamente inesplorato si dibatte tra una canzone - forse il miglior utilizzo cinematografico di sempre di Video killed the radio star - e le lacrime, un tocco immaginato ed uno cercato, le proprie mura ed i desideri: in questo senso, la Polley riesce, pur mostrando una grande sensibilità femminile - si guardino le sequenze della ginnastica in piscina così come dell'aperitivo anticipato con tensione sessuale in agguato -, a coinvolgere anche l'altra metà del suo cielo grazie ad un racconto semplice e senza fronzoli, sincero e diretto come ci si aspetterebbe da una pellicola in pieno "stile Sundance", che conquista proprio per il suo approccio, prima ancora che per originalità o tecnica.
Da tempo sentivo parlare di questo Take this waltz, e devo ammettere di avergli voluto proprio bene, come a quei titoli cui si sente, in un modo o nell'altro, di dovere qualcosa, e che ho associato al ben più triste Blue Valentine, che vide protagonista sempre la Williams: non esistono storie perfette, per quanto si possa pensare all'inizio di ognuna di esse, quanto più il desiderio -  o la mancanza dello stesso - di preservarle.
In fondo, come dichiara candidamente - e a ragione - la vecchia allieva del corso di ginnastica acquatica sotto la doccia, "anche il nuovo prima o poi diventa vecchio": è così per noi così come per le nostre storie. Principalmente, il bello sarà viverle, destinate a finire o a durare una vita che siano.
Perchè da ognuna impareremo qualcosa di noi e dell'altro, dagli inizi con i fuochi d'artificio alle fini seduti di fronte al caminetto, dalla giovinezza esplosiva alla vecchiaia che spegne lentamente.
L'importante sarà aver ballato tutti i nostri valzer.
Senza aver rinunciato neppure ad un giro.




MrFord




"Take this waltz, take this waltz
take this waltz with the clamp on its jaws
oh I want you, I want you, I want you
on a chair with a dead magazine
in the cave at the tip of the lily
in some hallways where love's never been
on a bed where the moon has been sweating
in a cry filled with footsteps and sand."
Leonard Cohen - "Take this waltz" - 




lunedì 20 aprile 2015

Beetlejuice - Spiritello porcello

Regia: Tim Burton
Origine: USA
Anno: 1988
Durata: 92'





La trama (con parole mie): Adam e Barbara Maitland, giovani sposi ancora senza figli che vivono in campagna in una grande casa, a seguito di un curioso incidente stradale, tornano nella loro dimora solo per scoprire di essere morti. La natura di fantasmi, però, mette in crisi la coppia, alle prese con lo studio di un Manuale dedicato proprio ai novelli deceduti, i nuovi inquilini della loro casa e le regole di un Aldilà che appare molto più scombinato e complesso di quanto non credessero: quando, disposti a tutto per cacciare i così diversi da loro Deetz, si rivolgono all'esorcista di esseri umani Betelgeuse, le cose si complicano oltre misura.
I Maitland, dunque, dovranno affidarsi all'amicizia della giovane Lydia ed alla loro consulente tombale Juno per risolvere i guai che li vedranno in bilico tra la curiosità da ricchi in fuga dalla città dei Deetz ed il caos senza controllo di Betelgeuse.








Nel corso della Storia del Cinema è capitato più spesso di quanto non si possa pensare che film assolutamente perfetti dal punto di vista tecnico e stilistico venissero, di fatto, dimenticati, mentre altri solo discreti, per merito dei loro autori o attori, del tempismo o del caso, divenissero non solo dei fulmini a ciel sereno, ma anche degli assoluti cult.
Appartenente a questa seconda categoria è senza dubbio Beetlejuice, forse uno dei titoli più amati dai fan tra quelli firmati da Tim Burton, che regalò uno dei Michael Keaton più incredibili di sempre e divenne immediatamente un guilty pleasure per un'intera generazione di appassionati: personalmente, e per quanto questa introduzione o il voto possano suggerire il contrario, ho sempre adorato il racconto delle gesta dello spirito più irriverente della settima arte, e ancora oggi lo ritengo uno dei miei favoriti del regista di Edward mani di forbice e Big fish.
Dalla splendida coppia di protagonisti Geena Davis - che, ai tempi, è stata uno dei miei primi sogni erotici, anche se più grazie a Thelma e Louise - e Alec Baldwin alla colonna sonora ritmata dai classici di Harry Belafonte, passando attraverso un'interpretazione assolutamente unica ed originale dell'Aldilà, Beetlejuice ha rappresentato per anni nell'allora casa Ford una delle visioni più gettonate da me e mio fratello, sempre in trepidante attesa dell'arrivo del mitico charachter interpretato da Michael Keaton, tra i cattivi più affascinanti, rozzi, sboccati e clamorosamente divertenti di sempre: quel suo motivetto "Io scopo, vomito, sputo e rutto, faccio porcate chiedetemi tutto!" è ancora oggi impresso indelebilmente nella memoria di questo vecchio cowboy, così come il completo a righe che segretamente ho sempre sognato di possedere, e che avrei rubato volentieri all'attore che interpretava Beetlejuice nello spettacolo mancato all'interno del parco Island of adventure di Orlando, quando con Julez finimmo per fare una capatina da quelle parti qualche anno fa, e perdemmo la rappresentazione e l'omaggio a questa pietra miliare - programmato in un teatro all'aperto - a causa di una sorta di tempesta tropicale che generò una vera e propria chicca nel tentativo di muoversi sotto il diluvio in due coperti dallo stesso poncho di plastica.
Ma questa è un'altra storia.
Quello che conta, ora, è ricordare con affetto un vecchio amico e riproporre un vero e proprio festival del grottesco, ironico e graffiante eppure a suo modo anche malinconico, pronto a rileggere la concezione di vita oltre la morte per come le religioni classiche l'hanno sempre intesa, povero nella realizzazione eppure clamorosamente ricco di riferimenti, influenze ed effetti tanto artigianali quanto gustosi da godersi ancora oggi: l'idea, poi, di contrapporre la solare compattezza del legame tra i Maitland all'oscurità cercata da adolescente di Lydia, all'approccio da radical-ricchi dei Deetz e alla sboccata irruenza di Betelgeuse appare vincente fin dal principio, e regala un equilibrio perfetto ad una commedia nera tra le più riuscite degli anni ottanta.
L'amarcord cinematografico è uno dei piaceri che negli ultimi anni ho finito per apprezzare maggiormente, partendo dalle prime meraviglie dell'infanzia per ripercorrere la mia crescita come spettatore, parallela a quella di uomo: e devo ringraziare Tim Burton, il suo "Beetle-coso" e tutte le trovate di questo film, perchè nonostante gli anni passino, continuano a rinverdire i fasti di un'epoca davvero indimenticabile.
Come questo film e i suoi protagonisti.
Da una parte e dall'altra della vita e della morte.



MrFord



"Lift six foot, seven foot, eight foot bunch
naylight come and me wan' go home
six foot, seven foot, eight foot bunch
daylight come and me wan' go home."
Harry Belafonte - "Day-O (The Banana Song)" -







mercoledì 28 gennaio 2015

Big Eyes

Regia: Tim Burton
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 106'





La trama (con parole mie): siamo sul finire degli anni cinquanta quando Margaret, insieme alla figlia Jane, lascia una vita che le stava stretta per un futuro da costruire da zero a San Francisco. Qui conosce Walter, un uomo dalla parlantina svelta e dalle grandi abilità di venditore, come lei pittore, che si offre di sposarla e garantirle un futuro quando il suo ex minaccia di portarle via la bambina: dalla loro unione e dal sodalizio artistico che ne seguirà nascerà una delle truffe più colossali dell'arte contemporanea, giocata attorno allo scambio d'identità avvenuto tra marito e moglie a proposito della paternità dei quadri dedicati ai bambini dai grandi occhi, dipinti da Margaret ma spacciati come opere di Walter.
Superato un inizio difficile, giungeranno fama e denaro, ma quando il rapporto tra i due coniugi si incrinerà, avrà inizio una vera e propria battaglia giudiziaria atta a dimostrare chi davvero fu l'autore di alcuni dei quadri più famosi, riprodotti e venduti del mondo.








Una delle magie più spettacolari che l'Arte - ed il Cinema con essa - è in grado di regalare è quella dell'illusione, dell'evasione dalla realtà, della reinterpretazione di una vita che, spesso, a chi sta dall'altra parte sta stretta, o troppo larga, ed in quello che guarda cerca un'esistenza che non sia la sua, o quantomeno che sia quella che vorrebbe fosse.
Personalmente, amo molto questa parte dell'esperienza di spettatore, e mi piace, quando non cerco una realtà più vera nella quale specchiarmi, farmi ingannare dal "prestigio" - per dirla come Nolan - legato a quello che non c'è: in un certo senso, i film di Tim Burton sono un cocktail di entrambe le cose. Al buon, vecchio Tim è sempre piaciuto parlare di vicende estremamente quotidiane sfruttando spesso e volentieri cornici inusuali: proprio per questo, forse, uno dei motivi di discussione che maggiormente hanno riguardato questa sua ultima fatica - un biopic con licenze poetiche ispirato dalla vita di Margaret Keane e dal suo rapporto con il marito e complice Walter - è stato quello legato alla sua poca associabilità stilistica a quello che, di norma, si finisce per aspettarsi da un prodotto per l'appunto burtoniano.
Onestamente, trovo che la questione di quanto possa essere associato al suo padre artistico Big Eyes sia assolutamente superflua: il regista di Burbank, di fatto, racconta con perizia - soprattutto rispetto alla ricostruzione d'epoca ed alla fotografia - una vicenda che tocca temi a lui cari - il rapporto tra genitori e figli, le storie d'amore, l'evasione attraverso un'arte a suo modo dark - ispirandosi alla battaglia che vide opporsi Margaret e Walter Keane rispetto alla firma delle "loro" opere.
Il problema di Big Eyes, piuttosto, pare essere la sua assoluta mancanza di carattere: in un certo senso, per essere una pellicola completamente schierata dalla parte di Margaret, il lavoro di Burton appare più simile a Walter, con tutte le sue chiacchiere - insopportabilmente gigione Christoph Waltz, nel ruolo forse peggiore che io ricordi - e fumo negli occhi pronti a distogliere il pubblico dalla questione ben più grave legata alla carenza di ispirazione ed idee dell'uomo dietro la macchina da presa, che si affida ad una sceneggiatura tutto fuorchè impeccabile allontanandosi ancora una volta dai fasti del suo ultimo - e vero - Capolavoro, Big Fish: negli ultimi anni, infatti, il buon Tim si è barcamenato tra blockbuster sopravvalutati - La fabbrica di cioccolato -, sbiadite copie di se stesso - Sweeney Todd, Dark Shadows - ed abomini veri e propri - Alice in Wonderland - illudendo i suoi vecchi fan soltanto con Frankenweenie, del resto rielaborazione di un lavoro giovanile, senza più mostrare freschezza e soprattutto voglia di raccontare.
Di fatto, da narratore, pare essere passato ad essere un mero esecutore, e neppure così strabiliante come ad una certa parte della critica piace dipingerlo, soprattutto in virtù del suo appeal sul grande pubblico.
Più che, dunque, un nuovo capitolo della carriera di Tim Burton o un titolo che si discosta dal suo universalmente noto stile, Big Eyes mi pare rappresentare la già nutritissima - almeno quest'anno - categoria dei biopic da Oscar targati Hollywood senza nulla che possa davvero rimanere impresso nell'audience, che si parli di cuore o di testa.
In un certo senso, la visione di questo film potrebbe essere paragonabile all'acqua della pasta senza sale, o ad una di quelle visite ai musei organizzate ai tempi della scuola, quando di scoprire cosa ci sta attorno è importante solo in relazione al fatto che si potrebbe finire per saltare un giorno intero in classe: e questo sia che sulle pareti si trovino i quadri di Margaret Keane o di qualsiasi altro.
Se gli occhi sono lo specchio dell'anima, quelli di quest'opera e del suo regista appaiono ormai vuoti e privi di qualsiasi scintilla di luce.
E poco importa, a quel punto, quanto saranno grandi.




MrFord




"I saw you creeping around the garden
what are you hiding?
I beg your pardon don't tell me "nothing"
I used to think that I could trust you
I was your woman
you were my knight and shining companion
to my surprise my loves demise was his own greed and lullaby."
Lana Del Rey - "Big eyes" - 




sabato 20 dicembre 2014

Cujo

Autore: Stephen King
Origine: USA
Anno: 1981
Editore:
Sperling Paperback




La trama (con parole mie): siamo nella torrida estate dell'ottanta quando a Castle Rock, una piccola comunità del Maine nota per una serie di efferati delitti commessi qualche anno prima da un poliziotto impazzito di nome Frank Dodd una serie di coincidenze conducono ad un nuovo dramma. Cujo, gigantesco San Bernardo di proprietà dei Camber, viene morso da un pipistrello affetto da rabbia e contrae il terribile morbo, divenendo progressivamente idrofobo; i Trenton, famiglia apparentemente tranquilla, sono scossi fin nelle fondamenta della loro quotidianità quando Vic, il marito, scopre il tradimento della moglie Donna e cerca di venire a capo della possibile rovina del loro rapporto alla vigilia di un importante viaggio d'affari con l'amico e collega Roger; Charity Camber, moglie di Joe e madre di Brett, proprietario di Cujo, sfrutta una vincita alla lotteria per convincere il ruvido consorte a permettere a lei e al figlio di fare visita a sua sorella.
Sarà nei giorni di lontananza tra Vic ed i suoi cari così come tra Charity e Brett rispetto a Joe che Cujo libererà l'orrore della sua nuova condizione seminando il panico ed i morti sulla sua nuova strada.







Nonostante la sua fama ed il successo internazionale, non sono mai stato un fan accanito di Stephen King, che ho conosciuto più attraverso le trasposizioni cinematografiche delle sue opere - da Shining a It, passando per La zona morta -: anni fa, però, rimasi folgorato da uno dei suoi primi romanzi, un lavoro che lo stesso Re del terrore pubblicò ancora sotto pseudonimo, La lunga marcia, un thriller dalla tensione altissima che ancora oggi resta una delle mie letture "distopiche" favorite.
Quell'esperienza, unita ai primi passi che muovevo come sceneggiatore di fumetti mi spinsero ad approcciare On writing, saggio/biografia che King sfruttò per raccontare la sua ascesa, il suo rapporto con la pagina scritta ed alcune esperienze di vita come quella del terrificante incidente che quasi gli costò la vita sul finire degli anni novanta: in quel "diario" scoprii che uno dei romanzi favoriti dell'autore rispetto alle proprie opere era proprio Cujo, che, stando a quanto lo scrittore del Maine dichiarò, prese forma nei suoi anni di peggiore dipendenza da alcool e droghe, finendo per dispiacerlo considerato che, di fatto, fondamentalmente non ricordava il processo creativo che aveva portato al suo compimento.
Queste dichiarazioni alimentarono nel sottoscritto una sorta di malsana curiosità per Cujo, che finì nella lista dei "da leggere" e vi rimase per parecchi anni, prima di approdare finalmente al Saloon, peraltro con un effetto devastante: da tempo, infatti, non mi trovavo immerso in una lettura dalla tensione così alta e palpabile e dalle atmosfere torride e rarefatte dei grandi romanzi ambientati nel Sud degli States, benchè la location resti quella del caro, vecchio Maine arso dal sole nella torrida estate dell'ottanta.
Quello, però, che rende Cujo un romanzo così travolgente, non è il genere che ha reso grande il suo autore, bensì la complessa rete di coincidenze ed il crescendo finale da cardiopalma che trasforma questa sanguinosa storia non tanto in una fiaba oscura legata a possessioni e visioni demoniache, quanto in un amarissima tragedia orchestrata dal Destino, pronta a colpire i Trenton e la comunità di Castle Rock senza fare distinzioni tra vecchi e bambini, uomini retti e tutti d'un pezzo ed outsider senza più una direzione.
Del resto, come riflette amaramente Vic nello straziante epilogo, in questo nostro pazzo mondo i mostri esistono, ben più reali, pericolosi e terrificanti di quanto i sogni e le inquietudini e le fantasie possano costruire, e non abbiamo possibilità, neppure al meglio delle nostre forze, di preservare chi amiamo da quegli stessi mostri. 
Così come il Destino, giungono per calare le loro mani su di noi in maniera totalmente casuale, quasi ci fosse andato storto un tiro ai dadi: e se l'autore, in un passaggio che ricorda il finale di Grizzly Man di Herzog, giustifica Cujo divenuto una creatura feroce e selvaggia a causa della rabbia, non può che constatare, per bocca del già citato Vic, l'ineluttabilità di alcuni terribili eventi che finiscono per scioccare da una parte e dall'altra della pagina, e piovono addosso come una doccia gelata come nel momento di quella domanda che lo stesso capofamiglia dei Trenton rivolge a sua moglie Donna: da quanto tempo è successo?
Già, da quanto tempo?
Era il Destino a conoscere già quello che sarebbe accaduto, o sono state azioni apparentemente innocue di uomini, donne, bambini e cani, a portare gli abitanti di Castle Rock ad imboccare quella strada?
Da quanto tempo?
Come quando si diagnostica una malattia, che forse, chissà, con un paio di giorni di differenza avrebbe portato ad un altro finale, in un altro posto.
Come quando un rapporto di coppia non funziona più, o quando ci si rende conto che si ha di fronte il momento giusto per salvarlo. A qualsiasi costo.
Perchè Cujo è senza dubbio un romanzo sui mostri e sul Destino, ma anche su mariti e mogli, famiglie, genitori e figli, futuro e speranze, ferite e voglia di riscatto.
E sulla lotta quotidiana che conduciamo affinchè tutto "vada proprio bene", come recita la chiusa di uno spot di successo elaborato da Vic.
E anche quando tutto bene non va, neppure per sbaglio, occorre raccogliere le forze e trovare il tempo che ci permetterà di poter guardare ancora al futuro.
Senza paura degli armadi e dei mostri.
Perchè quelli ci saranno sempre.



MrFord



"And then you came into my life
and not everything was uptight
now you're shining a light at our path
and then you came into my life
and now everything seems just right
and you're shining a light on our path."
Super Furry Animals - "Rabid dog" - 



venerdì 19 dicembre 2014

Gone girl - L'amore bugiardo

Regia: David Fincher
Origine: USA
Anno: 2014
Durata:
149'




La trama (con parole mie):  il matrimonio di Nick e Amy Dunne sembra perfetto. Loro sono belli, giovani, innamorati. Eppure le cose non vanno affatto bene come parrebbe. E quando, nel giorno del loro quinto anniversario, Amy sparisce nel nulla, i sospetti si concentrano su Nick, che appare fin troppo distaccato rispetto alla situazione, e ben presto finisce nel mirino degli inquirenti e della stampa, che ritengono possa essere il responsabile non solo della sparizione, ma anche della morte di sua moglie.
Le prove, infatti, paiono portare le indagini nella direzione dell'omicidio: il sangue ritrovato nel salotto di casa Dunne appartiene ad Amy, viene a galla una relazione clandestina di Nick, i conti - anche economici - della famiglia non tornano, e perfino Margo, sorella gemella dell'indagato, comincia a nutrire sospetti: ma è davvero lui il colpevole che tutti cercano così affannosamente?
O la verità dietro la sparizione di Amy è un'altra, decisamente più inquietante e complessa?








Un vecchio detto afferma che il matrimonio sia inesorabilmente la tomba dell'amore.
Sinceramente nutro ben più di un dubbio in proposito, ma che non si tratti di una passeggiata, questo è sicuro: la costruzione di una storia che dura o può durare una vita, infatti, è decisamente complessa, differente dall'entusiasmo travolgente degli inizi, quando, con ogni probabilità, il legame tra due persone prende forza dalla passione e dall'incertezza del futuro come fosse una specie di "carpe diem" traboccante sesso.
Una volta che il rapporto si è solidificato comincia il lavoro vero, quello in grado - se le cose vanno bene - di trovare il bello della quotidianità, e di accogliere uno dopo l'altro i difetti del proprio compagno o compagna amandoli almeno quanto i pregi, anche quando si finisce per mandarsi affanculo almeno un pò.
Senza dubbio non è semplice, comunque, per quante soddisfazioni possa regalare, e chi pensa che l'amore sia solo una favoletta e non il frutto di una sorta di costante lavoro di muscoli e cervello, probabilmente finirà per uscire con le ossa rotte o per rompere le ossa, in un rapporto così importante, lungo e profondo come quello che si presuppone sia il matrimonio: David Fincher, che nel passato recente aveva analizzato - e alla grande - il ruolo della donna e la sua emancipazione grazie alla Lisbeth Salander di Millennium - Uomini che odiano le donne riprende in una certa misura il discorso affrontando ad un tempo quello dell'amore, il terreno più minato all'interno del quale tutti noi ci muoviamo almeno una volta nella vita.
Il risultato è una bastonata da fiato sospeso costruita sul thrilling ed il sospetto - la prima parte -, un quasi terrore - la seconda - ed una clamorosa svolta psicotica - la terza ed ultima -, quasi fossero stati shakerati rispettivamente Frantic, Misery non deve morire ed Eyes wide shut, non proprio piccoli calibri della settima arte: il lavoro svolto dal regista - forse fin troppo glaciale, in alcuni passaggi - seziona a più livelli il concetto di matrimonio, quello di amore, quello di violenza - sia essa fisica o psicologica, prodotta o solo indotta - senza per questo intaccare l'efficacia e la scorrevolezza di un intreccio profondamente crime legato ad un paio di twists davvero ben congeniati che rendono le due ore e mezza di durata incredibilmente scorrevoli, e Gone girl il degno erede di quest'anno del magnifico Prisoners dello scorso.
E' difficile scrivere di quest'ultima fatica di Fincher - che sarà indubbiamente discussa, e non raccoglierà consensi unanimi, come spesso è accaduto in passato rispetto alla sua filmografia - senza incappare in spoiler che potrebbero rendere la visione meno efficace, così come pensare di aver assistito alla migliore esibizione del regista - in fondo, Se7en traboccava di molta più passione, The social network era in grado di fotografare con ironia nerissima l'attuale epoca "smart", Il curioso caso di Benjamin Button di rendere romantica e profonda quella che, sulla carta, era una sorta di favoletta hollywoodiana -, eppure, ed in più di un passaggio della stessa - la prima conferenza stampa di Nick e i genitori di Amy, la sanguinosa sequenza nella casa al lago, il confronto nella camera da letto del finale - l'impressione di essere di fronte ad una scheggia caotica eppure decisamente controllata di grande Cinema è netta, così come clamorosa è la capacità di Fincher di raccontare i due punti di vista decisamente opposti di Nick ed Amy senza per questo parteggiare per l'una o per l'altra parte, anzi riuscendo, in qualche modo, ed anche di fronte alle rispettive colpe, a mostrare in egual misura le ragioni dei protagonisti della vicenda.
Perchè in fondo il matrimonio è anche questo: riuscire a comprendere le ragioni dell'altro, e trovare un equilibrio che, a volte, rappresenta la strada più difficile da percorrere.
In un certo senso, Gone girl finisce per essere il lato oscuro e terribile di This is 40, e la prova che anche alle battaglie più massacranti a volte sopravvive qualcosa che, chissà, potrebbe quasi rivelarsi un bene superiore.
E come William ed Alice nel finale del già citato Eyes wide shut sotterranno l'ascia di guerra ed iniziano la ricostruzione del loro rapporto a partire da uno dei verbi più semplici ed efficaci del mondo - "C'è una cosa che dobbiamo fare il più presto possibile." "Cosa?" "Scopare." -, Nick ed Amy, alla fine di questo Gone girl, avranno trovato, vita o morte che sia, la loro strada.
Quasi come se il matrimonio fosse più forte dei suoi protagonisti.
Quasi come se non fossero gli uomini ad odiare le donne, ma gli uomini e le donne ad odiare se stessi e chi amano perchè diversi da quelli che si erano immaginati fossero.
Quasi, però.
Perchè quando si è disposti a lottare - se non l'uno per l'altra, l'uno accanto all'altra - allora tutto finisce per essere davvero possibile.
Anche quello che è solo apparenza.
O quello che all'apparenza è impossibile.



MrFord



"Watch me come undone
they're selling razor blades and mirrors in the street
I pray when I'm coming down, you'll be asleep
if I ever hurt you, your revenge will be so sweet
because I'm scum, and I'm your son
I come undone
I come undone."
Robbie Williams - "Come undone" - 



lunedì 3 novembre 2014

Boyhood

Regia: Richard Linklater
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 165'





La trama (con parole mie): Mason è un bambino figlio di genitori separati che vive con la madre e la sorella in Texas. Quando il padre fa ritorno dall'Alaska dopo più di un anno di lontananza in parallelo al suo trasferimento con il resto della famiglia sfruttato in modo da permettere alla mamma di riprendere gli studi, comincia un percorso che ci porterà a seguirlo fino ai diciotto anni, la fine delle superiori e l'inizio del college.
Attraverso le storie dei due genitori, le amicizie, i legami sentimentali, il rapporto con la sorella, assistiamo alla formazione di un piccolo uomo dalla fanciullezza al momento in cui, libero, si prepara ad affrontare il mondo.
Cercando sempre di cogliere l'attimo.






Non ricordo quale fu il primo film che vidi per intero, o quando.
E neppure saprei calcolare quante pellicole sono passate, in oltre trent'anni, davanti ai miei occhi.
Eppure, nonostante il mio amore incondizionato per la settima arte, ho sempre pensato che il film più intenso, travolgente, bello del quale sarei stato testimone sarebbe stato, di fatto, quello della mia vita.
In fondo, a pensarci bene, nulla più della vita riesce a regalarci emozioni, momenti che fotografiamo in prima persona come istantanee, canzoni che diventano una colonna sonora imprescindibile, ricordi, cicatrici, drammi e grande divertimento.
Richard Linklater, che con la sua trilogia del Before - chiusa alla grande con Before midnight lo scorso anno - ha tentato di trasporre questa stessa sensazione sul grande schermo, torna alla ribalta con quello che è stato senza dubbio il suo progetto più ambizioso, e che, visione alle spalle, si è rivelato anche il suo film migliore, ed uno dei più riusciti di questo duemilaquattordici.
Boyhood, prima di essere un incredibile traduzione della costanza, della pazienza e della passione di un gruppo di lavoro affiatato e straordinario espresso da una collaborazione durata dodici anni - e ci sono amicizie e rapporti di coppia che non ci si avvicinano neanche, a questi numeri -, è il racconto di una vita, senza troppi fronzoli o giri di parole, montato straordinariamente e concentrato sul massimo sistema per eccellenza: la quotidianità della nostra esistenza.
La crescita di Mason, dalle riflessioni di bambino sull'origine delle vespe alla speranza che i suoi genitori possano tornare insieme fino al confronto con i traslochi e le nuove scuole, i due matrimoni vissuti - e falliti - della madre, il liceo, le prime cotte, il rapporto a distanza con il padre, la presa di coscienza di una nuova direzione da prendere con la fine delle superiori e l'inizio del college, quel "cogliere l'attimo" che chiude la pellicola con la stessa leggerezza e semplicità che Linklater è riuscito a tenere dal primo all'ultimo minuto della lavorazione e della presentazione di questo film strepitoso arriva al cuore con una sincerità così disarmante da lasciare quasi commossi.
Si potrebbe addirittura affermare che, in qualche modo, l'uomo dietro la macchina da presa sia riuscito nel miracolo di cogliere l'attimo per alcuni giorni di ripresa dilatati in dodici anni, e per tutta la durata di quasi tre ore del risultato finale: il Capitano Keating sarebbe fiero, del buon Richard e del suo Mason.
Ma non c'è solo questo ragazzo alla scoperta di se stesso, della famiglia e del mondo, in Boyhood: c'è una coppia cresciuta troppo in fretta che tenta, prendendo strade diverse, di ricostruirsi singolarmente un pezzo alla volta - in questo senso, il confronto tra Mason ormai maggiorenne e suo padre nel locale in attesa del concerto è quasi poesia -, a volte attraversando momenti molto difficili - il primo matrimonio fallito, con l'abbandono di una vita che, forse, appariva come un sogno all'inizio della storia -, a volte prendendo coscienza dell'immenso lavoro che solo una madre può e potrà mai fare con i propri figli. Ma non è finita: c'è una bambina ansiosa di essere la prima della classe e la principessa che arriva ad essere una donna capace di gestire il silenzio - soprattutto il proprio - ed il carattere, una nuova famiglia accolta in seno alla "vecchia" come ne fosse parte da sempre, e nonostante le differenze - ed anche in questo caso, ironico e profondo il confronto tra Mason ed il padre prima del battesimo del nuovo arrivato in famiglia, figlio di un'altra donna legata a valori decisamente più repubblicani ed americani di quelli con i quali lui e sua sorella sono cresciuti -.
Ed è solo una parte del complesso mosaico di situazioni, grandi temi e semplicità - il piano sequenza che segue Mason e la sua compagna di scuola in bicicletta - emerso da questa visione, la più intensa e pane e salame - nel senso vivo del termine - che sia capitata davanti ai miei occhi dai tempi di Cous cous o Heimat, per citare due grandiosi esempi europei di Cinema del Tempo.
E quando il Cinema stesso, senza rifugiarsi in effetti o chissà quali illusioni ed illusionismi, si mette a nudo raccontando la Vita, ed il suo scorrere, diventa con forza impareggiabile il mezzo di comunicazione più potente che esista, lo stesso esaltato dal Lupo di Scorsese, dalla magia del commiato di Miyazaki, dalla poesia di Her, dal dramma profondo di Alabama Monroe
I quattro film migliori di quest'anno.
Cui va ad aggiungersi Boyhood, che è la storia di un ragazzo e della sua crescita.
La storia di tutti noi.
Che iniziamo bambini, guardando il cielo chiedendoci da dove veniamo, e da dove vengano le cose attorno a noi, e finiamo adulti, lottando affinchè tutti i nostri difetti non formino più dei pregi le fondamenta delle vite dei nostri figli. 
Da quando sono bambini e guardano il cielo chiedendosi da dove vengono, e dove vadano le cose attorno a loro, a quando diventano adulti, e scoprono quanto breve era la distanza che ci separava.
Miracoli del Tempo.
E del Cinema.


MrFord



"Look at the stars,
look how they shine for you, 

and everything you do, 
yeah, they were all yellow."
Coldplay - "Yellow" -




venerdì 31 ottobre 2014

Gli invasati

 Regia: Robert Wise
Origine:
USA, UK
Anno: 1963
Durata:
112'




La trama (con parole mie): il Dottor Markway, studioso di fenomeni paranormali, costruisce una squadra di esperti del settore da affiancare a persone che abbiano avuto esperienze dirette o indirette con l'occulto in modo da esplorare un'antica dimora del New England fin dalla sua costruzione teatro di eventi nefasti ed apparentemente inspiegabili.
Rimasto, a causa di defezioni nate dal timore, in compagnia di due sole donne, Eleanor e Theodora, alla prima esperienza di questo tipo, e raggiunto dalla moglie, Markway si troverà a far luce sul misterioso luogo spalla a spalla con il giovane che l'ha ereditato, diffidente rispetto a tutto quello che allo studioso pare ovvio.
La verità sulla magione cambierà le vite dei protagonisti dell'indagine, e porterà in dote una serie di circostanze terrificanti almeno quanto quelle delle quali la dimora è stata negli anni testimone indiretta.





Questo post partecipa, brividi di terrore ed urla pronte a squarciare il silenzio, all'Halloween Special della blogosfera cinefila.


 


Era il millenovecentoquarantasei quando il mondo del Cinema fu letteralmente scosso da quello che ancora oggi è considerato uno dei suoi Capolavori più importanti e clamorosi: Quarto potere.
Orson Welles, allora solo ventiseienne, diresse, interpretò e scrisse un'opera monumentale e tecnicamente spaventosa: eppure, alle sue spalle - e come sua spalla - si trovava un altro elemento geniale certamente meno noto del futuro ed "infernale" Quinlan, Robert Wise, che montò Citizen Kane creando, di fatto, uno standard che difficilmente ancora oggi viene eguagliato.
Proprio lui, qualche anno dopo la realizzazione di quella pietra miliare, tentò la strada della regia regalando al pubblico uno dei capostipiti - se non il capostipite assoluto - dei ghost movies: Gli invasati.
Girato in una cornice più simile ai Classici inglesi in stile hitchcockiano - Rebecca la prima moglie su tutti -, privo di effetti speciali visivi e giocato quasi esclusivamente sul mistero, la tensione, l'atmosfera e soprattutto gli effetti sonori - prodigiosi ancora oggi -, The haunting - questo il titolo originale - rappresenta anche ad oltre cinquant'anni dalla sua realizzazione un titolo che guarda al futuro, ispiratore di molti altri decisamente più noti - qualcuno ha detto The others? - e di registi evidentemente affascinati dal mondo che Marway ed i suoi improvvisati compagni di ricerca si trovano ad affrontare tra le mura di casa Crane - Guillermo Del Toro, per citarne uno non proprio poco noto -.
In particolare il lavoro ed i dettagli legati a tutti i rumori provocati dalla vecchia magione pronti a far drizzare i peli sulla nuca dei protagonisti - e non solo - costituiscono una lezione da scuola di Cinema, ed un esempio insuperato dell'utilizzo del non visto, oltre che del non detto e rivelato, per tenere lo spettatore sulla corda dai primi minuti fino alla risoluzione del mistero.
Come se non bastasse, inoltre, un'atmosfera come raramente se ne sono respirate nel genere, Gli invasati mostra anche il suo lato più razionale ponendo il pubblico di fronte al binomio suggestione/realtà che è alla base di ogni credenza sovrannaturale, e forse della nostra Natura di Uomini.
Cosa nascondono, infatti, le visioni e le suggestioni, gli incubi e le paure, se non una sorta di interpretazione della realtà? E cosa rappresenta un oggetto - o meglio dire un luogo come casa Crane - divenuto parte integrante di una storia, del percorso che il Destino pone di fronte, inesorabile, ai suoi protagonisti?
In un certo senso, la tesi di Wise e di questo suo straordinario lavoro sta nell'ammissione dell'esistenza del sovrannaturale come fatto estremamente naturale e "vero" - e non come lo starete immaginando ora, figurandovi chissà quali scene o visioni apocalittiche ed agghiaccianti -: esempi perfetti, per quanto praticamente opposti per indole e direzione presa nel corso della pellicola, il giovane Luke, destinato a prendere possesso della casa - un quasi irriconoscibile Russ Tamblyn, che molti di noi ricorderanno più per l'inquietante Dottor Jacobi di Twin Peaks più o meno trent'anni dopo - e la vulnerabile Eleanor, influenzata dalla casa fin dal suo arrivo, e forse resa ancora più sensibile dalla fuga verso la "libertà" operata ai danni della sorella.
La verità, forse, è che il sovrannaturale siamo noi, più terribili e spaventosi di quanto non appaia fino a quando non si decide di ricambiare lo sguardo dell'abisso: ce lo insegnano, prima ancora dei film d'orrore e le storie di fantasmi, la cronaca nera, i bassi istinti, le esplosioni di rabbia e necessità predatoria dei serial killer.
Difficile scappare dalla nostra Natura, o quantomeno dal suo lato più incontrollabile.
Markway e i suoi finiscono per provarlo prima come una suggestione, dalle orecchie alla mente, poi come un'effettiva messa in atto della minaccia del Fato.
Che, contrariamente a quanto non si possa essere portati a pensare, non ha il volto spettrale ed austero di casa Crane.


"Choose they croon the Ancient Ones
the time has come again
choose now, they croon
beneath the moon
beside an ancient lake
."
The Doors - "The ghost song" - 



       
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