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lunedì 22 luglio 2019

White Russian's Bulletin



La battuta d'arresto nelle pubblicazioni del Saloon delle ultime due settimane - legata, in verità, al fatto che ultimamente Fordini, lavoro e palestra prendono davvero tutto il mio tempo - mi ha messo di fronte anche ad un'altra triste realtà: non riesco più a ricordare come un tempo quante e quali visioni si sono avvicendate nel tempo, a meno che non si tratti davvero di cose degne di nota o legate a serate speciali. Dunque, in questa nuova puntata del Bulletin, troverete semplicemente gli unici titoli che ricordi degli ultimi quindici giorni, senza sapere se siano stati davvero solo questi, oppure no. In un certo senso, è magico anche questo oblio, in compagnia del Cinema.


MrFord



FUGA DA ALCATRAZ (Don Siegel, USA, 1979, 112')

Fuga da Alcatraz Poster

A distanza di anni dall'ultimo passaggio al Saloon, ho ritrovato il mitico Fuga da Alcatraz grazie ad un passaggio televisivo la sera in cui, dopo aver fatto tappa dai miei in montagna per lasciare i Fordini al fresco una settimana, ho riassaporato - come sempre quando vado da loro - l'ebbrezza delle non connessioni e di lettori dvd e vhs risalenti all'epoca in cui io e mio fratello eravamo adolescenti che reagivano malvolentieri all'idea di passare un weekend lontani dalla città. 
Il lavoro di Siegel reso noto soprattutto dall'interpretazione come sempre senza fronzoli di Clint, ispiratore di una marea di film carcerari successivi - su tutti Le ali della libertà - è ancora oggi tosto e potente, teso dal primo all'ultimo minuto e in grado di raccontare nel modo più diretto e semplice possibile una storia che è la più vecchia del mondo, quella della ricerca della libertà.
Certo, ad inseguirla sono uomini non proprio immacolati, ma è anche questo a rendere affascinante, spesso e volentieri, un'impresa: senza dubbio, e non solo nel suo genere, un Classico come si pensa sia un Classico. 




GREY'S ANATOMY - STAGIONE 15 (ABC, USA, 2018/2019)

Grey's Anatomy Poster

Passano gli anni, e nonostante da tempo la qualità dei bei tempi sia ormai dimenticata, casa Ford non riesce a non voler bene ai medici del Grey Sloane Memorial, sarà che le prime due stagioni erano state traghettatrici delle cene nella casa in cui ci eravamo appena trasferiti con Julez a fine duemilasette. Di quelle annate, così come di altre - quella del duemiladieci, incredibile -, è rimasto davvero ben poco, protagonisti compresi - ormai del nucleo originale del cast sono presenti soltanto quattro charachters -, ma l'appuntamento estivo con le vicissitudini dei "dottori" - così ribattezzati dai Fordini - è imprescindibile. 
Certo, vedere Karev, un tempo lo stronzo numero uno della serie, imbolsito e diventato capo, fa un pò strano considerato che è sempre stato il mio favorito, o storie d'amore e momenti da strizzata d'occhio al paraculismo quasi imbarazzanti, ma il Grey Sloane è ormai una fetta di famiglia, così ci si aggrappa ai sentimenti, ai ricordi, ad innesti particolarmente riusciti - il dottor Lincoln è balzato ai primi posti della mia classifica di gradimento - e ci si fa coccolare come da un divano che, ormai, ha ben impressa la forma del nostro culo.




SPIDER MAN - FAR FROM HOME (Jon Watts, USA, 2019, 129')

Spider-Man: Far from Home Poster

Avevo una discreta paura, di questo sequel di Homecoming, primo titolo ad inaugurare, di fatto, il passaggio tra la fase tre e quattro del Cinematic Universe. Molta paura.
Endgame ha chiuso un circolo, e riprenderlo senza rischi era un'impresa non da poco.
E devo ammettere che Watts ci è riuscito, e anche discretamente bene.
Far from home è un lavoro scanzonato e dal ritmo veloce, molto teen, con poche pretese, avvincente - anche grazie alla valorizzazione di un villain come Mysterio, più sfaccettato di quanto si possa pensare - e pronto a seminare in vista del futuro di quello che ormai è diventato una sorta di grande e sempre più grande affresco cinematografico, dal ruolo di Spider Man - bellissimo il recupero di J. Jonah Jameson sul finale - a quello che avrà la componente "cosmica" nella stessa fase quattro dell'MCU. 
Ma al centro di tutto, ed è questa la carta vincente, l'adolescenza di Peter Parker, sballottato dai tumulti del cuore nel corso di un viaggio in Europa con amici e compagni di scuola: divertenti i siparietti, geniale "Scimmia notturna", interessante il rapporto con Mysterio che ricorda, a tratti, quello con Octopus del secondo capitolo dello Spidey firmato Raimi.
E da antologia la sequenza con gli incubi creati dallo stesso Mysterio, davvero un momento notevole.
Non sarà epico o destinato a cambiare le regole come altri titoli dell'affresco marvelliano in sala, ma è un gran bel divertimento.


lunedì 21 agosto 2017

007 - Missione Goldfinger (Guy Hamilton, UK, 1964, 110')





E' curioso come e quanto, a volte, i vecchi classici vengano in nostro aiuto quando le nuove frontiere non offrono alternative valide: non troppo tempo fa, in vista di un pomeriggio di fuoco da passare con i Fordini sul tappeto a giocare, tra animali, libri, pennarelli e le richieste di attenzione del Fordino da contrapporre alle prime volontà d'indipendenza della Fordina - che sta sviluppando un caratterino davvero niente male -, mi sono ritrovato a combattere con formati di file non compatibili con qualsiasi riproduttore avessimo in casa che non fosse uno dei computer, ripiegando, prima che il caldo potesse suscitare reazioni inconsulte, su un ripescaggio che avevo in serbo da tempo, uno dei dvd della collezione dedicata a James Bond omaggiati ai tempi della pubblicità fatta qui al Saloon alla collana uscita in allegato a non ricordo quale quotidiano.
Goldfinger, da sempre uno dei titoli più amati dell'epoca di Sean Connery nei panni dell'agente segreto più noto della Storia del Cinema, è un solidissimo film d'avventura dal ritmo invidiabile e dalle grandi trovate che ora potranno apparire naif ma che funzionano alla grande in barba ai decenni ed alla malizia che tutti noi abbiamo guadagnato con l'avvento del "futuro": non raggiunge, forse, i livelli di Licenza di uccidere, ma resta un saggio di quanto possa essere godurioso e perfetto per qualsiasi età e tempo il film d'intrattenimento ben costruito, con i suoi buoni ed i suoi cattivi - il Fordino attraversa quella fase in cui necessita di un'identificazione delle figure che vede sullo schermo -, il suo stile inimitabile - tra macchine e località turistiche da "fascia alta", dalla Svizzera a Miami - ed alcune sequenze davvero indimenticabili per i tempi come quelle dell'assalto a Ford Knox nella parte finale, l'agguato ai boss della malavita nella proprietà di Goldfinger e la lotta con il guardaspalle coreano di quest'ultimo, una vera e propria macchina da guerra su gambe.
Perfetto, ovviamente, il già citato Connery, forse meno fisico di altri Bond - come l'ultimo Craig - ma carismatico come nessun'altro, pronto a fare da centro di gravità permanente a battute mitiche che mi sono ritrovato ad approvare in pieno - "Sull'aereo ho fatto caricare da bere per tre", comunica uno dei suoi superiori all'agente, "Chi viaggia con me?" la risposta di Bond, "Nessuno, ma sapevo che avrebbe apprezzato": praticamente un sogno per il sottoscritto - ed al solito giro di belle signore che ai tempi erano una regola per ogni film di questa serie che si rispettasse.
Come se la cornice, l'atmosfera, il ritmo non bastassero, lo stesso Goldfinger finisce per rappresentare uno dei villains più interessanti dell'intera saga di Bond, dalla bellissima partita a golf giocata sui sottintesi al confronto finale a bordo dell'aereo pilotato dall'altrettanto indimenticabile Pussy Galore: e l'omicidio a Miami da "Re Mida" è una chicca che soltanto l'innocenza dei tempi poteva permettere, come l'interrogatorio subito da Bond in Svizzera: momenti magici che non solo non invecchiano un film che pare la definizione di Classico, ma che fanno rimpiangere tutto quello che, anno dopo anno, abbiamo finito per perdere.
Nel mio piccolo, spero di poter continuare fino a quando mi sarà possibile e me lo permetteranno, a condividere visioni come questa - anche se distratte, ovviamente, da parte loro - con i Fordini, e che possano germogliare sbocciando in una futura passione per questo straordinario mezzo che è il Cinema.




MrFord




 

mercoledì 20 aprile 2016

Il libro della giungla

Regia: Jon Favreau
Origine: USA
Anno: 2016
Durata:
105'







La trama (con parole mie): il cucciolo d'uomo Mowgli, trovato solo nella giungla ed affidato ai lupi guidati da Akela dalla pantera Bagheera, è costretto ad abbandonare la sua famiglia adottiva a causa della minaccia rappresentata dalla tigre Shere Khan, predatore conscio della natura umana del bambino e deciso ad ucciderlo prima che possa crescere e diventare quello che lo stesso felino si aspetta.
Scortato proprio da Bagheera, Mowgli scoprirà, nel corso del suo viaggio attraverso la giungla, quanto le sue radici umane saranno fondamentali non solo per affrontare la nemesi felina, ma per guadagnare un posto unico all'interno del mondo animale una volta superate le difficoltà rappresentate dall'infido Kaa e del dispotico ed ambizioso re delle scimmie.
Le Legge della giungla, dunque, varrà anche per chi alla giungla, per natura, non appartiene?













Ai tempi delle scuole elementari e della mitica videoteca dell'altrettanto mitico Paolo, due Classici Disney si contendevano il primato delle visioni nell'allora casa Ford e la preferenza assoluta del sottoscritto: Robin Hood ed Il libro della giungla.
Alla notizia di una trasposizione cinematografica tutta effetti ed "umanizzazione" di quest'ultimo, ammetto di avere storto il naso - e non poco -, all'idea che i ricordi e l'affetto per quello stesso Classico potessero essere in qualche misura intaccati da questo esperimento, tra l'altro targato Jon Favreau, un mestierante di Hollywood che personalmente ho sempre particolarmente apprezzato, con le dovute proporzioni.
Devo ammettere, in questo senso, di aver recuperato il titolo in prima istanza solo ed esclusivamente in favore del Fordino, che con la sua fervente passione per gli animali sta di fatto definendo la direzione delle visioni pomeridiane di casa Ford quando sono lontano dal lavoro, tra documentari, cartoni animati o pellicole che richiamino in qualche modo la fauna terrestre, senza troppi pensieri a proposito di quello che potrebbe apparire ai miei occhi: il risultato, invece, occorre ammetterlo, è stato decisamente meno peggio del previsto, con una trasposizione dell'opera di Rudyard Kipling più adulta e meno effervescente del cult animato - che, musicalmente, continua a fare la differenza -, quasi "dark" - per quanto il termine possa passare, in questo contesto -, un buon ritmo ed una caratterizzazione da film di formazione quasi pre adolescenziale in grado quantomeno di tentare un difficile aggancio tra l'epoca in cui si è ancora bambini e quella in cui si pensa di essere già adulti.
Del resto, Il libro della giungla è, di fatto, un lavoro di costruzione, la descrizione del percorso di emancipazione di Mowgli che può essere considerato una rappresentazione di quello che ognuno di noi vive proprio a cavallo dell'adolescenza, e che ha ispirato altri cult di tempi recenti come Vita di Pi, a prescindere dalla questione "felina" del racconto.
Favreau, dal canto suo, conosce bene il mestiere ed i segreti grazie ai quali unire l'approccio mainsteam a quello più ricercato, di fatto limitando quello che l'egida Disney pone rispetto al pubblico più esigente - ed inutilmente pretenzioso, occorre dirlo - senza dimenticare l'impatto empatico sul pubblico che, al contrario, una pellicola finisce per volersela vivere, più giovani in primis - la lotta con Shere Khan in chiusura di pellicola richiama a gran voce l'ottima parte finale di Kung Fu Panda 3, amatissimo da queste parti -: per il resto, è una caccia alla citazione del film d'ispirazione ed alle differenze dallo stesso - ottima l'idea di sostituire il Kaa maschile alla versione femminile doppiata in originale da Scarlett Johansson - così come una cavalcata accanto ad un Mowgli irriverente ed istintivo ma non bambinesco, sostenuto da un mondo animale molto più umano di quanto potremo mai essere noi custodi e fruitori del rosso arbitro del destino della fauna del pianeta.
L'ideale approccio per questo Il libro della giungla è quello di un prodotto d'intrattenimento in grado di smuovere istinti primordiali in ciascuno di noi grazie ad una galleria di personaggi indimenticabili - e non parlo di influenze hollywoodiane, quando di Letteratura - sfruttati ottimamente, ed in grado di reggere il confronto con un precedente che ha fatto la Storia di almeno un paio di generazioni: forse non si tratterà della visione del periodo, o tantomeno dell'anno, ma di una più che discreta lezione su quello che può diventare il Cinema mainstream se poggiato su basi solide e portato in scena con grande professionalità ed empatia.
Onestamente, non saprei se la parte autoriale a tutti i costi della settima arte saprebbe fare altrettanto.





MrFord




"What am I supposed to do after we done everything that we've done?
Who is your replacement?
Are we still good? Are we still good?
Are we still good? Are we still good?"
Drake - "Jungle"- 





venerdì 31 ottobre 2014

Gli invasati

 Regia: Robert Wise
Origine:
USA, UK
Anno: 1963
Durata:
112'




La trama (con parole mie): il Dottor Markway, studioso di fenomeni paranormali, costruisce una squadra di esperti del settore da affiancare a persone che abbiano avuto esperienze dirette o indirette con l'occulto in modo da esplorare un'antica dimora del New England fin dalla sua costruzione teatro di eventi nefasti ed apparentemente inspiegabili.
Rimasto, a causa di defezioni nate dal timore, in compagnia di due sole donne, Eleanor e Theodora, alla prima esperienza di questo tipo, e raggiunto dalla moglie, Markway si troverà a far luce sul misterioso luogo spalla a spalla con il giovane che l'ha ereditato, diffidente rispetto a tutto quello che allo studioso pare ovvio.
La verità sulla magione cambierà le vite dei protagonisti dell'indagine, e porterà in dote una serie di circostanze terrificanti almeno quanto quelle delle quali la dimora è stata negli anni testimone indiretta.





Questo post partecipa, brividi di terrore ed urla pronte a squarciare il silenzio, all'Halloween Special della blogosfera cinefila.


 


Era il millenovecentoquarantasei quando il mondo del Cinema fu letteralmente scosso da quello che ancora oggi è considerato uno dei suoi Capolavori più importanti e clamorosi: Quarto potere.
Orson Welles, allora solo ventiseienne, diresse, interpretò e scrisse un'opera monumentale e tecnicamente spaventosa: eppure, alle sue spalle - e come sua spalla - si trovava un altro elemento geniale certamente meno noto del futuro ed "infernale" Quinlan, Robert Wise, che montò Citizen Kane creando, di fatto, uno standard che difficilmente ancora oggi viene eguagliato.
Proprio lui, qualche anno dopo la realizzazione di quella pietra miliare, tentò la strada della regia regalando al pubblico uno dei capostipiti - se non il capostipite assoluto - dei ghost movies: Gli invasati.
Girato in una cornice più simile ai Classici inglesi in stile hitchcockiano - Rebecca la prima moglie su tutti -, privo di effetti speciali visivi e giocato quasi esclusivamente sul mistero, la tensione, l'atmosfera e soprattutto gli effetti sonori - prodigiosi ancora oggi -, The haunting - questo il titolo originale - rappresenta anche ad oltre cinquant'anni dalla sua realizzazione un titolo che guarda al futuro, ispiratore di molti altri decisamente più noti - qualcuno ha detto The others? - e di registi evidentemente affascinati dal mondo che Marway ed i suoi improvvisati compagni di ricerca si trovano ad affrontare tra le mura di casa Crane - Guillermo Del Toro, per citarne uno non proprio poco noto -.
In particolare il lavoro ed i dettagli legati a tutti i rumori provocati dalla vecchia magione pronti a far drizzare i peli sulla nuca dei protagonisti - e non solo - costituiscono una lezione da scuola di Cinema, ed un esempio insuperato dell'utilizzo del non visto, oltre che del non detto e rivelato, per tenere lo spettatore sulla corda dai primi minuti fino alla risoluzione del mistero.
Come se non bastasse, inoltre, un'atmosfera come raramente se ne sono respirate nel genere, Gli invasati mostra anche il suo lato più razionale ponendo il pubblico di fronte al binomio suggestione/realtà che è alla base di ogni credenza sovrannaturale, e forse della nostra Natura di Uomini.
Cosa nascondono, infatti, le visioni e le suggestioni, gli incubi e le paure, se non una sorta di interpretazione della realtà? E cosa rappresenta un oggetto - o meglio dire un luogo come casa Crane - divenuto parte integrante di una storia, del percorso che il Destino pone di fronte, inesorabile, ai suoi protagonisti?
In un certo senso, la tesi di Wise e di questo suo straordinario lavoro sta nell'ammissione dell'esistenza del sovrannaturale come fatto estremamente naturale e "vero" - e non come lo starete immaginando ora, figurandovi chissà quali scene o visioni apocalittiche ed agghiaccianti -: esempi perfetti, per quanto praticamente opposti per indole e direzione presa nel corso della pellicola, il giovane Luke, destinato a prendere possesso della casa - un quasi irriconoscibile Russ Tamblyn, che molti di noi ricorderanno più per l'inquietante Dottor Jacobi di Twin Peaks più o meno trent'anni dopo - e la vulnerabile Eleanor, influenzata dalla casa fin dal suo arrivo, e forse resa ancora più sensibile dalla fuga verso la "libertà" operata ai danni della sorella.
La verità, forse, è che il sovrannaturale siamo noi, più terribili e spaventosi di quanto non appaia fino a quando non si decide di ricambiare lo sguardo dell'abisso: ce lo insegnano, prima ancora dei film d'orrore e le storie di fantasmi, la cronaca nera, i bassi istinti, le esplosioni di rabbia e necessità predatoria dei serial killer.
Difficile scappare dalla nostra Natura, o quantomeno dal suo lato più incontrollabile.
Markway e i suoi finiscono per provarlo prima come una suggestione, dalle orecchie alla mente, poi come un'effettiva messa in atto della minaccia del Fato.
Che, contrariamente a quanto non si possa essere portati a pensare, non ha il volto spettrale ed austero di casa Crane.


"Choose they croon the Ancient Ones
the time has come again
choose now, they croon
beneath the moon
beside an ancient lake
."
The Doors - "The ghost song" - 



       

domenica 6 luglio 2014

Saloon Mundial: la grande illusione parte seconda

La trama (con parole mie): seconda giornata dei quarti di finale destinati a consegnare alla Storia le ultime squadre ad entrare nel ristrettissimo circolo che porterà alla designazione del titolo mondiale.
Tre settimane or sono erano in trentadue, oggi restano in quattro.
Sarà ancora una volta stato il torneo delle sorprese o quello dichiarato dalla fama che precede i team protagonisti?
Solo ai posteri l'ardua sentenza.






E così, nonostante tutte le mie speranze, l'ideale coltivato di vedere Colombia e Belgio affrontarsi per il titolo più importante del mondo del calcio è tramontato miseramente.
Complice un inizio degno di quello dei Cafeteros nella sfida con il Brasile, la squadra europea si inchina ad un colpo fulminante di Higuain, che apre la strada delle best four a Messi e soci a ventiquattro anni di distanza dall'ultima volta - era il millenovecentonovanta di Maradona e della dolorosissima eliminazione dell'Italia in semifinale ai calci di rigore -: peccato, perchè i Diavoli rossi hanno mostrato carattere da vendere e freschezza, mentre il calcio continua a preferire seguire binari più classici.









A fare da specchio alla sfida tra Brasile e Germania, infatti, troveremo Argentina - Olanda.
Quasi a dire Vecchio Continente contro Nuovo.
E le due scuole calcio più importanti del mondo ancora a confronto.
La favola del Costa Rica, comunque, vende cara la pelle, e solo i tiri dal dischetto portano gli Orange per la seconda volta consecutiva in semifinale: grande protagonista è il portiere di riserva Krul, mandato in campo ad una manciata di secondi dalla fine dei supplementari proprio in vista della lotteria più nota del mondo del pallone ed in grado di parare due tiri su quattro ai giocatori avversari, sfruttando una tattica perfetta che ha unito psicologia ad agonismo sfrenato.
Il Mondiale delle sorprese, dunque, si è tramutato in qualcosa di molto, molto più scritto senza per questo rinunciare alle emozioni che uno sport a tratti esageratamente ricco e famoso è in grado di regalare al suo pubblico in barba alla forma e alle regole del mercato.
Ora ci aspettano quarantotto ore di tregua, ma martedì e mercoledì il confronto tra le due sponde dell'Atlantico si prospetta essere molto più caldo di quanto le onde vorrebbero.



MrFord




venerdì 3 gennaio 2014

Frozen - Il regno di ghiaccio

Regia: Chris Buck, Jennifer Lee
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 102'



La trama (con parole mie): Anna, una giovane principessa di un regno del Nord, è tenuta lontana dalla sorella maggiore Elsa, che a causa dei suoi poteri congelanti rischia di essere un pericolo per se stessa e per gli altri. Alla morte dei loro genitori, Elsa viene incoronata regina, ma a causa di un litigio con la sorella libera il suo potere stringendo il regno in una morsa di eterno inverno esiliandosi dunque tra le montagne. Anna, accompagnata dal rozzo tagliatore di ghiaccio Kristoff e dalla sua alce Sven, dovrà cercare di convincere Elsa a tornare sui suoi passi per riportare l'estate al loro popolo. Ma l'impresa si rivelerà più ardua del previsto, e le insidie si annideranno perfino nel cuore della giovane principessa.




Qualche settimana fa, ai tempi dell'uscita in sala di Frozen, ricordo quanto storsi il naso neppure di colpo avessi preso una botta in testa in grado di trasformarmi in quel Grinch detesta film d'animazione del Cannibale: nonostante in casa Ford avessimo già pronti gli ingressi omaggio per vederlo, dunque, la visione fu rimandata nella speranza di capire, nel frattempo, se ne valesse davvero la pena.
Il tam tam della blogosfera nel weekend appena successivo all'uscita, però, mi sorprese non poco: da Kekkoz a Beatrix Kiddo, infatti, i pareri ben più che positivi sull'ultima fatica targata Disney - e prodotta dal pixariano John Lasseter - presero a fioccare - per usare un termine che ben si adatta alla pellicola - sul Saloon, finendo per alzare l'asticella dell'hype a livelli decisamente più alti di quanto non fossero stati in principio.
E, sorpresa ancora più grande, la visione è risultata perfino superiore alle stesse: ad un anno di distanza dal più che discreto Ralph Spaccatutto, infatti, la grande D sforna un film in grado di rivaleggiare appieno con i titoli della sua nota costola - sempre la Pixar -, nonchè un prodotto che riesce ad essere profondamente Classico - dallo svolgimento ai botta e risposta da commedia romantica anni cinquanta, senza contare la struttura molto simile a quella dei musical dei tempi dei grandi studios - eppure clamorosamente moderno, portando in scena non una, bensì due principesse memorabili, affrontando tematiche decisamente profonde come l'amore da una prospettiva finalmente nuova, legata al concetto di fratellanza prima ancora che di coppia e soprattutto - come giustamente sottolineato da Julez al termine della visione - legato ad un gesto legato ai sentimenti non ricevuto, quanto portato a compimento in prima persona.
Visivamente straordinario - la sequenza della creazione della fortezza di ghiaccio è una vera meraviglia - e bilanciato con intelligenza tra dramma - la morte dei genitori delle ragazze, il terrore del potere di Elsa e del suo progressivo aumentare - e commedia - il pupazzo di neve Olaf, i battibecchi tra Kristoff e Anna -, Frozen rappresenta senza dubbio il miglior film Disney almeno dai tempi de La principessa e il ranocchio, in grado per la prima volta di far tornare il pubblico con qualche anno in più sulle spalle ai tempi d'oro degli anni novanta, quando la Mamma di Topolino - piccola parentesi, spassoso e molto godibile il corto che ha preceduto la visione - sfornò una serie di perle indimenticabili come Il re leone, Aladdin, La bella e la bestia e La sirenetta - altro grande favorito della signora Ford -.
Interessante anche l'utilizzo dei personaggi negativi, così come quello di Elsa, antieroina preda dei demoni di un potere che i suoi genitori per primi non sono stati in grado di insegnarle a gestire senza averne paura: e così, sfruttando scenari che incrociano Ribelle - con il quale ha in comune la tematica dell'emancipazione femminile - e Game of thrones, momenti quasi slapstick - la sauna, le gag di Olaf, i fantastici troll - ed altri profondamente toccanti - il climax sul fiordo ghiacciato - Frozen fissa un nuovo standard per l'animazione in un anno che, escluso Wolf children, non ha visto brillare i buoni, vecchi cartoni animati.
Ma a prescindere dalle considerazioni tecniche, dalla musica o dallo script, la vera forza di Frozen sta nel riuscire a portare sul grande schermo una volta ancora la magia delle favole come le si vivevano da bambini - non a caso la storia è tratta da un racconto di Hans Christian Andersen -, con la loro carica in grado di travolgere a prescindere dall'età o dalla voglia: in questo senso, tolti gli occhi lucidi di Julez, per me è stato splendido vedere padre e figlia poco lontani da noi ad inizio film, lei con i pop corn e lui con lo smartphone, e alla fine, con la bambina in lacrime tra le braccia del genitore.
Il bello del Cinema è anche - e soprattutto - questo.


MrFord


"The snow blows white on the mountain tonight
not a footprint to be seen
a kingdom of isolation and it looks like I'm the Queen
the wind is howling like the swirling storm inside
couldn’t keep it in, heaven knows I tried."

Demi Lovato - "Let it go" - 




venerdì 1 novembre 2013

Halloween

Regia: John Carpenter
Origine: USA
Anno: 1978
Durata: 91'




La trama (con parole mie): Michael Myers, che nella notte di Halloween del 1963 assassinò a sangue freddo la sorella, è internato in un istituto psichiatrico e sorvegliato durante tutta l'adolescenza e la crescita dallo specialista Loomis, che alla vigilia della ricorrenza nel 1978 scopre con orrore che il giovane è fuggito, facendo rotta verso la cittadina in cui è cresciuto.
Presa di mira una giovane studentessa, Laurie, Myers seminerà il panico nella notte delle streghe, nonostante l'intervento dello sceriffo locale e dello stesso Loomis, pronto a tutto - anche ad andare ben oltre i limiti imposti dal suo ruolo e dalla Legge - per fermarlo.




Basterebbero l'attacco del tema firmato dallo stesso John Carpenter ed il fantastico piano sequenza in apertura, per rendere Halloween uno dei grandi, veri supercult dello slasher e dell'horror tutto, senza neppure farci sopra troppi giri di parole.
Ma è davvero difficile non soffermarsi e dedicare un post - in una ricorrenza come il giorno di Halloween, per l'appunto - ad una delle pellicole che più ha influenzato il genere negli anni, un gioiellino girato con mezzi decisamente limitati eppure tecnicamente stupefacente, responsabile non solo di aver contribuito alla carriera straordinaria di John Carpenter, ma di aver regalato agli appassionati, alla settima arte e alla cultura popolare uno dei charachters più impressionanti del genere, Michael Myers.
Il giovane - anche se, ai tempi delle prime visioni di questo film, all'allora bambino Ford pareva praticamente un vecchio - serial killer dalla maschera bianca e gli occhi neri da predatore puro è stato, è e molto probabilmente resterà uno dei volti più terrificanti dell'horror, perfetto nell'incarnare la potenza distruttrice di un destino venuto a mietere le sue vittime tra noi comuni mortali.
Così come il suo "coetaneo" Leatherface, anche Myers porta sullo schermo una sorta di inquietante innocenza e naturalezza ad accompagnare i suoi atti - splendida e terrificante ancora oggi la sequenza che vede il protagonista inclinare leggermente di lato il viso per osservare, come incuriosito, una vittima morente -, rendendo il consueto massacro che lo slasher impone decisamente più interessante, grazie anche a quello che è il suo vero avversario, lo psichiatra Loomis interpretato da Donald Pleasance, nome di punta della pellicola ai tempi e ottimo nel rendere l'ossessione del medico rispetto alla crudeltà di Myers.
L'idea di Carpenter e della fidata produttrice Debra Hill di rendere lo psichiatra dell'inarrestabile Michael primo sostenitore della sua eliminazione fisica risulta senza dubbio innovativa rispetto ai tempi, e ancora oggi certamente d'impatto: a fare da contrappeso all'aggressività decisamente "armata" di Loomis/Pleasance l'acqua e sapone dell'allora esordiente Jamie Lee Curtis, vestita malissimo e perfetta nel ruolo della ragazza ligia alle regole costretta a reinventarsi survivor per scampare all'inesorabile avanzata dell'assassino che l'ha in qualche modo identificata nella sorella, che fu sua prima vittima quindici anni prima.
Ad una parte finale da cardiopalma Carpenter associa una prima metà giocata sull'attesa ed i tempi dilatati, i piani sequenza ed i carrelli laterali, la presenza incombente di Myers e l'utilizzo magistrale della colonna sonora, composta come già scritto dal regista e divenuta un cult imprescindibile della categoria.
Un gioiellino, dunque, capace d'intrattenere nella migliore tradizione del genere ed allo stesso tempo di attestarsi a standard tecnico elevatissimo ottimo per qualsiasi scuola di Cinema o palestra per aspiranti registi.
Rimasto ineguagliabile anche in tempi recenti per i due discutibili remake firmati da Rob Zombie, Halloween resta il titolo principe da godersi per festeggiare come si conviene la Notte delle streghe, e Michael Myers il suo straordinario alfiere.
Avercene anche oggi, di horror così.



MrFord


"This is Halloween, everybody make a scene
trick or treat till the neighbors gonna die of fright
it's our town, everybody scream
in this town of Halloween."
Marilyn Manson - "This is Halloween" - 



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