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mercoledì 10 febbraio 2016

Furyo

Regia: Nagisa Oshima
Origine: Giappone, UK, Nuova Zelanda
Anno: 1983
Durata: 123'






La trama (con parole mie): siamo nel quarantadue a Java, in un campo di prigionia giapponese all'interno del quale si trovano prigionieri britannici. John Lawrence, che ha vissuto nel Paese del Sol Levante e conosce la lingua dei carcerieri, è il tramite tra i suoi compatrioti ed i due leader del campo, il Capitano Yonoi ed il sergente Hara, il primo austero e quasi algido, il secondo passionale e brutale spesso e volentieri con i prigionieri.
Con l'arrivo del maggiore Jack Calliers, ufficiale ribelle sempre pronto a sfidare l'autorità anche a rischio della vita, la situazione nel campo pare complicarsi: i due mondi a confronto e le diversità culturali e sociali dei leader dei due lati della barricata condurranno al punto di rottura Yonoi, combattutto tra l'attrazione per Calliers e gli impegni del suo ruolo.
Nel frattempo tra Lawrence e Hara il rapporto si evolverà diventando quasi un'amicizia.








Questo post partecipa alle celebrazioni per il David Bowie Day.






"A volte vincere è davvero doloroso", sentenzia, a conflitto mondiale ormai concluso, John Lawrence, protagonista delle vicende avvenute quattro anni prima in un campo di prigionia giapponese sull'isola di Java insieme al compagno d'armi Jack Calliers, contrapposti più per cultura che in battaglia al Capitano Yonoi ed il suo braccio destro, il Sergente Hara - rispettivamente interpretati da Tom Conti, l'oggi celebrato David Bowie, Ryuichi Sakamoto, autore anche della splendida colonna sonora ed ai tempi superstar del pop quasi al livello del Duca Bianco, e Takeshi Kitano, alle prime grandi esperienze che separarono i suoi esordi di comico e l'affermazione come regista -.
Pare proprio questa, la morale di Furyo - terribile adattamento dello splendido originale Merry Christmas, Mr. Lawrence -, elegante film di guerra in bilico tra l'haiku giapponese ed il gusto occidentale in stile L'impero del Sole firmato da Nagisa Oshima, poco conosciuto forse al grande pubblico ma in realtà autore di alcuni tra i cult del Cinema nipponico più significativi dagli anni settanta ai novanta - come L'impero dei sensi o Tabù Gohatto, sua ultima pellicola -: da tempo non mi capitava di rimettere occhio e cuore in gioco seguendo le imprese di Lawrence e Calliers, che paiono raccogliere il testimone di Classici indimenticabili come Il ponte sul fiume Kwai ingaggiando una sfida più ideologica e morale contro i loro carcerieri, che non di rivolta e combattimento veri e propri come ci si aspetterebbe da un film di guerra, e devo ammettere che l'effetto resta potente nonostante gli anni che passano, di fatto assumendo la connotazione di denuncia alla follia della guerra come concetto ed alla rigidità di chi la segue applicandone i dogmi quasi fossero regole d'onore.
In questo senso, appare straordinaria - ancor più di quella di Calliers, protagonista di un flashback elegante pronto a spezzare la narrazione senza per questo renderla meno coesa o efficace che mi ha riportato alla mente il primo Weir, spirito ribelle e tormentato, al centro di uno dei passaggi più emozionanti della pellicola e non solo - la figura del sergente Hara, selvaggio e brutale nell'applicare le regole del comportamento tipiche del suo paese ed allo stesso tempo pronto ad ignorare anche gli ordini più importanti pur di seguire, di fatto, il suo cuore: quel "Merry Christmas, Mr. Lawrence" che da il titolo al film è infatti destinato, insieme ad un Kitano mai più così bravo, a rimanere nel cuore dell'audience come un monito, chiudendo il cerchio di una riflessione fondamentale non solo rispetto all'antimilitarismo ed alla pace, ma anche all'amore nel senso più ampio del termine, ben rappresentato dai sentimenti - seppur combattuti dallo stesso charachter - provati da Yonoi rispetto a Calliers, celebrato con un altro passaggio da brividi legato al canto dei suoi compagni di prigionia una volta esploso il caso dell'insubordinazione dello stesso Calliers e Lawrence rispetto alle decisioni dei loro carcerieri.
Il tempo, dalla Seconda Guerra Mondiale e da quell'ottantatre dell'uscita del film, è trascorso, e le differenze culturali tra Occidente anglofono e Sol Levante si sono sicuramente livellate - anche se il mondo nipponico continua ad essere diverso da qualsiasi altro -, eppure Oshima riesce a rompere gli schemi anche in questo senso, talvolta riuscendo ad apparire perfino più simile a Lawrence e Calliers che non a Yonoi e Hara: merito, probabilmente, di una mente aperta e decisa a fare tesoro dell'esperienza in modo da poter costruire un futuro migliore, all'interno del quale non ci si debba rammaricare di una vittoria.
Perchè in guerra, di fatto, un vincitore non c'è.
Ed essere dalla parte "giusta" una volta che la cenere si è posata non significa, di fatto, non aver perso qualcuno cui si teneva.
O perderlo anche quando si vorrebbe rendere il suo Natale il migliore che si possa immaginare: quello che in regalo porta il resto della propria vita.





MrFord




"See these eyes so red
red like jungle burning bright
those who feel me near
pull the blinds and change their minds
it's been so long."
David Bowie - "Cat people (Putting out the fire)" -




Cantano con il Duca Bianco insieme al sottoscritto anche: 
L’uomo che cadde sulla terra (1976) su In Central Perk
The Elephant Man (1980) su The Obsidian Mirror
ChristianeF. (1981) su Mari’s Red Room
Miriam si sveglia a mezzanotte (1983) su Combinazione Casuale
Tutto in una notte (1985) su Non c’è paragone
Labyrinth (1986) su Director’s Cult
C.R.A.Z.Y (2005) su Pensieri cannibali
The Prestige (2006) sul Bollalmanacco di cinema





venerdì 29 maggio 2015

A girl walks home alone at night

Regia: Ana Lily Amirpour
Origine: USA, Iran
Anno:
2014
Durata:
101'






La trama (con parole mie): per le strade desolate e certo non sicure di Bad City, in Iran, una comunità di disadattati, criminali, senzatetto, dipendenti dalle droghe e vagabondi cerca, giorno dopo giorno, di trovare la propria dimensione e sfidare la sopravvivenza.
Quando una ragazza decide di scoprire quali saranno i suoi passi proprio in quei luoghi, si troverà ad affrontare ed incrociare le vicende degli abitanti, senza che gli stessi sappiano, se non troppo tardi, della sua natura vampirica: ed in bilico tra la morte, il castigo, la libertà, l'amore e la scoperta - di se stessi e degli altri - tutto finirà per cambiare ad ogni incontro.
Dove porterà, dunque, il suo peregrinare?
Cosa nascondono le ombre della ricerca, del desiderio di trovare la persona in grado di cambiare il percorso del viaggio?
Neppure il sangue e la notte pare possano conoscere la verità.










Dai tempi in cui il Saloon ha aperto i battenti, spesso e volentieri è capitato che alcuni titoli, purtroppo non distribuiti in Italia, assurgessero a cult a seguito del tam tam che proprio la rete garantiva, un blog dopo l'altro, ed una recensione dopo l'altra: da Enter the void a Dogtooth, passando per Mud, spesso e volentieri mi sono trovato a sperimentare sulla pelle il fascino di titoli che, se non avessi avuto un blog o una finestra sul mondo del Cinema filtrato dalla realtà che qui costruiamo ogni giorno, non avrei mai potuto apprezzare e vivere.
Uno degli ultimi in ordine di tempo è stato questo interessante A girl walks home alone at night, prodotto dal sapore molto americano - pur se alternativo - per quanto realizzato da una regista espressione della nuova gioventù mediorientale in fermento, che con il suo carattere forte e le influenze mostra i lati positivi e negativi che una volontà ed un desiderio come questi portano in dote.
Perchè questo affascinante film, che mostra pregi come inventiva, una fotografia mozzafiato, una colonna sonora da urlo, il farsi sfruttato non come una lingua antica, bensì come una parte del mosaico moderno della condivisione culturale, risulta anche estremamente derivativo - fin troppo -: da Tarantino a Sergio Leone e lo Spaghetti Western - bellissimi i titoli di testa, a tal proposito -, passando per riferimenti a The Addiction di Abel Ferrara, Point Break, il Cinema espressionista, tutto pare frutto del lavoro di una studentessa brillante ancora incapace, però, di trovare una propria personalità all'interno dell'oceano di ispirazioni ed informazioni che rappresenta la settima arte.
Come se non bastasse, e nonostante gli spunti notevoli, le sequenze memorabili ed il setting senza dubbio ipnotico, A girl walks home alone at night mi è parso difettare notevolmente in termini di ritmo, portando a tratti sullo schermo quella pesantezza tipica dei prodotti autoriali privi di spessore che finiscono per risultare indigesti e decisamente sopravvalutati - un esempio su tutti, il terribile Under the skin -, finendo, in termini di pellicole ad ispirazione vampirica, per essere associato più al mediocre Solo gli amanti sopravvivono che non al già citato - e notevole - The addiction.
Eppure, a differenza di molti lavori che nel corso degli anni mi è capitato di bottigliare in questa sede, quello di Ana Lily Amirpour risulta animato dallo spirito e dalla passione di una regista che dimostra di avere gusto, carattere ed idee, oltre ad una visione ben precisa ed assolutamente critica di quello che accade nella sua terra d'origine, sfruttando l'insieme di questi fattori per confezionare un racconto profondamente di genere in grado, comunque, di portare a galla critiche sociali importanti ed attuali.
Senza dubbio non si tratta di un prodotto in grado di giungere ad ogni tipo di pubblico, o di superare la barriera a volte limitante del Cinema d'essai, eppure ho avuto l'impressione - o forse, più l'idea di una scommessa - che sentiremo ancora parlare di questa ragazzaccia che, con ogni probabilità, si vede come una nomade per le strade del mondo e della settima arte almeno quanto la sua vampira, e che, potrebbe essere, una volta o l'altra potrà davvero trovare quello che cerca.
Sempre come la protagonista.
Quello che possiamo sperare, come spettatori e "critici", o meglio ancora come viaggiatori che ogni giorno possono incrociare il cammino di un gatto o di una succhiasangue, di vite invisibili o buttate ed altre profondamente godute, è sperare che tutto vada per il meglio, e che Ana Lily non si perda per le strade di un mondo che ha appena iniziato ad esplorare oltre una realtà che, senza dubbio, le stava troppo stretta.




MrFord




"Don't wanna wait 'til you know me better
let's just be glad for the time together
life's such a treat and it's time you taste it
there ain't a reason on earth to waste it
it ain't a crime to be good to yourself."
Kiss - "Lick it up" - 





sabato 8 febbraio 2014

Heavy metal

Regia: Gerald Potterton
Origine: Canada
Anno: 1981
Durata: 86'



La trama (con parole mie): recuperata da un astronauta ed eliminato lo stesso, una sfera smeraldo contenente Male puro cerca di avere la meglio su una ragazzina figlia dell'esploratore spaziale stesso raccontando storie che dimostrino la sua potenza e l'impatto che è in grado di avere rispetto alla civiltà, sia essa umana o proveniente da altri pianeti.
Si passa, dunque, dalla sci-fi all'erotismo, dal cyberpunk alla violenza senza risparmiare nulla, in una galleria che possa permettere all'oscurità di prevalere in qualche modo sulla luce: riuscirà la giovane e potenziale vittima a fare fronte alla potenza della sfera?
O tutta l'aggressività, la morte, il sangue che quest'ultima porta in eredità inghiottiranno quella che pare la chiave di volta per la salvezza del cosmo?





A volte capita che, a dispetto della Storia - almeno di quella universalmente nota e riconosciuta - e del grande pubblico, alcuni fenomeni resistano ed assurgano allo status di cult pur non riscontrando, di fatto, il successo che avrebbero meritato: è il caso di Heavy metal, vero e proprio gioiellino e caso cinematografico nato da un perfetto mix di comic books e settima arte nei primi anni ottanta ormai - purtroppo - caduto nel dimenticatoio e custodito gelosamente nel cuore di chi in quel periodo ha finito per formarsi pellicola dopo pellicola ed albo a fumetti dopo albo a fumetti.
Senza dubbio, a più di trent'anni dalla sua realizzazione, gli effetti del tempo e l'evidente settorialità espressa dal prodotto finito - nato da una costola di una nota rivista contenitore - finiscono per farsi sentire soffocando, di fatto, l'eco provocata dallo stesso, eppure ancora oggi risulta davvero arduo negare all'opera diretta da Gerald Potterton il merito di aver aperto la strada ai successivi Blade runner e Akira - tanto per citare due calibri non propriamente piccoli - sfruttando una struttura ad episodi in grado di esplorare i diversi aspetti della sci-fi come qui in Italia in quel periodo - ed almeno fino alla prima metà degli anni novanta - fecero pubblicazioni come Lancio Story, riferimento assoluto per gli appassionati di fumetto d'autore dediti a sperimentazioni e forme non convenzionali.
Gli episodi raccontati dalla sfera smeraldo, espressione del Male, denominata Loc-Nar, toccano tutti i grandi scenari del genere resi noti a partire proprio a cavallo tra seventies ed eighties, quando la fantascienza classica cominciò ad essere contaminata da elementi che la portarono ad essere più vicina ad una sorta di rappresentazione ad alta tecnologia dei "secoli bui" medievali: dalle vicende di Harry Canyon, tassista nella New York discarica del 2031 - ormai neppure più tanto distante a livello temporale - a quelle di Den, adolescente più che nerd catapultato in un mondo di ispirazione pre-colombiana che gli permetterà di diventare l'eroe che non è mai stato, dalle peripezie giudiziarie del Capitano Sternn alla lotta per la sopravvivenza di un gruppo di soldati alle prese con la trasformazione dei loro commilitoni in zombies, dall'improbabile storia d'amore di un robot ed una stenografa umana al confronto decisivo tra Taarna e lo stesso Loc-Nar, simboli la prima del Bene - nonchè della stessa pellicola, campeggiando fiera sulla locandina - ed il secondo del Male, in una battaglia pronta a rinnovarsi a prescindere dal luogo, il tempo e lo spazio.
Nonostante tutto questo - influenze sul genere e rivoluzionarietà del progetto, sponsorizzato tra gli altri dal futuro regista di Ghostbusters Ivan Reitman - ed una colonna sonora che è una vera e propria manna dal cielo per ogni patito di rock e metal - da Donald Fagen ai Black Sabbath, passando attraverso Stevie Nicks e i Cheap Trick, solo per citarne alcuni -, mi è parso giusto ridimensionare almeno nel voto l'impatto che allo stato attuale delle cose è in grado di garantire questo incredibile ed affascinante viaggio nel passato della sci-fi, ovvero quello di un prodotto per appassionati e nerd non abbastanza attuale da poter convincere anche il pubblico occasionale e più giovane.
Obiettivamente un peccato, data la mole di elementi toccati dai diversi episodi e dall'ispirazione che hanno saputo regalare a titoli ben più importanti e noti in tutto il mondo - anche rispetto a chi di Cinema mastica ben poco -, ma del resto l'universalità del messaggio e della sua comunicazione restano discriminanti fondamentali per superare la prova del Tempo, una delle più impietose per qualsiasi opera d'arte realizzata dall'Uomo.
E Heavy metal è e resta, indubbiamente, un'opera d'arte.


MrFord


"Reach out and ta-ta-ta take it.
reach out and take it. Oh, yeah!
cough up the cash when you go over and over.
before the old one's gone, you've got a new owner.
you need assistance when your head's in the clouds.
you could live easy if life stood still.
you could be faking and breaking and taking it all.
but then you know you're gonna fall."
Cheap Trick - "Reach out" - 


venerdì 1 novembre 2013

Halloween

Regia: John Carpenter
Origine: USA
Anno: 1978
Durata: 91'




La trama (con parole mie): Michael Myers, che nella notte di Halloween del 1963 assassinò a sangue freddo la sorella, è internato in un istituto psichiatrico e sorvegliato durante tutta l'adolescenza e la crescita dallo specialista Loomis, che alla vigilia della ricorrenza nel 1978 scopre con orrore che il giovane è fuggito, facendo rotta verso la cittadina in cui è cresciuto.
Presa di mira una giovane studentessa, Laurie, Myers seminerà il panico nella notte delle streghe, nonostante l'intervento dello sceriffo locale e dello stesso Loomis, pronto a tutto - anche ad andare ben oltre i limiti imposti dal suo ruolo e dalla Legge - per fermarlo.




Basterebbero l'attacco del tema firmato dallo stesso John Carpenter ed il fantastico piano sequenza in apertura, per rendere Halloween uno dei grandi, veri supercult dello slasher e dell'horror tutto, senza neppure farci sopra troppi giri di parole.
Ma è davvero difficile non soffermarsi e dedicare un post - in una ricorrenza come il giorno di Halloween, per l'appunto - ad una delle pellicole che più ha influenzato il genere negli anni, un gioiellino girato con mezzi decisamente limitati eppure tecnicamente stupefacente, responsabile non solo di aver contribuito alla carriera straordinaria di John Carpenter, ma di aver regalato agli appassionati, alla settima arte e alla cultura popolare uno dei charachters più impressionanti del genere, Michael Myers.
Il giovane - anche se, ai tempi delle prime visioni di questo film, all'allora bambino Ford pareva praticamente un vecchio - serial killer dalla maschera bianca e gli occhi neri da predatore puro è stato, è e molto probabilmente resterà uno dei volti più terrificanti dell'horror, perfetto nell'incarnare la potenza distruttrice di un destino venuto a mietere le sue vittime tra noi comuni mortali.
Così come il suo "coetaneo" Leatherface, anche Myers porta sullo schermo una sorta di inquietante innocenza e naturalezza ad accompagnare i suoi atti - splendida e terrificante ancora oggi la sequenza che vede il protagonista inclinare leggermente di lato il viso per osservare, come incuriosito, una vittima morente -, rendendo il consueto massacro che lo slasher impone decisamente più interessante, grazie anche a quello che è il suo vero avversario, lo psichiatra Loomis interpretato da Donald Pleasance, nome di punta della pellicola ai tempi e ottimo nel rendere l'ossessione del medico rispetto alla crudeltà di Myers.
L'idea di Carpenter e della fidata produttrice Debra Hill di rendere lo psichiatra dell'inarrestabile Michael primo sostenitore della sua eliminazione fisica risulta senza dubbio innovativa rispetto ai tempi, e ancora oggi certamente d'impatto: a fare da contrappeso all'aggressività decisamente "armata" di Loomis/Pleasance l'acqua e sapone dell'allora esordiente Jamie Lee Curtis, vestita malissimo e perfetta nel ruolo della ragazza ligia alle regole costretta a reinventarsi survivor per scampare all'inesorabile avanzata dell'assassino che l'ha in qualche modo identificata nella sorella, che fu sua prima vittima quindici anni prima.
Ad una parte finale da cardiopalma Carpenter associa una prima metà giocata sull'attesa ed i tempi dilatati, i piani sequenza ed i carrelli laterali, la presenza incombente di Myers e l'utilizzo magistrale della colonna sonora, composta come già scritto dal regista e divenuta un cult imprescindibile della categoria.
Un gioiellino, dunque, capace d'intrattenere nella migliore tradizione del genere ed allo stesso tempo di attestarsi a standard tecnico elevatissimo ottimo per qualsiasi scuola di Cinema o palestra per aspiranti registi.
Rimasto ineguagliabile anche in tempi recenti per i due discutibili remake firmati da Rob Zombie, Halloween resta il titolo principe da godersi per festeggiare come si conviene la Notte delle streghe, e Michael Myers il suo straordinario alfiere.
Avercene anche oggi, di horror così.



MrFord


"This is Halloween, everybody make a scene
trick or treat till the neighbors gonna die of fright
it's our town, everybody scream
in this town of Halloween."
Marilyn Manson - "This is Halloween" - 



mercoledì 20 giugno 2012

Ogni maledetta domenica

Regia: Oliver Stone
Origine: Usa
Anno: 1999
Durata: 150'



La trama (con parole mie):  per i Miami Sharks la stagione sta prendendo una brutta piega, dopo tre sconfitte di seguito in grado di minare la fiducia della squadra rispetto al raggiungimento dei playoff, quella dell'arrivista proprietaria del club Christina Pagniacci, dei tifosi e dei giornalisti.
Il vecchio leone Tony D'Amato, sulla stessa panchina da oltre vent'anni, vacilla, resistendo soltanto grazie alle meraviglie dei due veterani Jack Rooney e Luther "Shark" Lavay: quando, nel corso di una partita, proprio Rooney ed il quarterback di riserva Tyler Cherubini rimangono infortunati, l'unica alternativa sarà data dalla terza scelta per il ruolo, il giovane Willie Beamen.
Proprio il ragazzo sarà il motore di una vera e propria rivoluzione all'interno della squadra, portata a colpi di talento cristallino e colpi di testa da neo-superstar, che significherà per gli Sharks un nuovo, incredibile capitolo della loro storia.




Personalmente, non ho mai coltivato un amore particolarmente travolgente per Oliver Stone: certo, le sue pellicole spesso e volentieri sono un concentrato perfetto di quelli che sono i difetti - ed i punti di forza - degli Stati Uniti e della loro filosofia da "larger than life" a tutti i costi, ed ammetto che molte continuano ad emozionarmi incondizionatamente visione dopo visione, eppure, forse dalla ferita aperta che è ancora Platoon - per me una pallidissima imitazione di Apocalypse Now -, non sono mai riuscito a considerare il regista di New York come uno dei favoriti fordiani per eccellenza.
Nonostante questo, e con tutte le mie forze, adoro incondizionatamente Ogni maledetta domenica.
Nel Cinema moderno - parlo degli ultimi trent'anni - credo non esista un ritratto migliore del grande circo - anche e soprattutto mediatico - degli sport da incassi milionari nonchè dell'etica del gioco di squadra come in questa pellicola esagerata e sopra le righe, kitsch e clamorosamente emozionante: soltanto Friday night lights - serie ormai di culto in casa Ford, anch'essa incentrata sul football -, pur se in misura diversa, è riuscita negli ultimi mesi a rispolverare l'adrenalina ed il batticuore di una finale, o di quelle partite giocate sul filo dei secondi.
Chiunque, al campetto con gli amici o in una società, abbia praticato uno sport di squadra almeno una volta nella vita, conoscerà bene il brivido che percorre la schiena quando ci si gioca tutto fino all'ultima azione, e anche da semplici spettatori, che seguiate il calcio - l'equivalente nostrano del football per gli States -, il basket, il rugby o qualsiasi altra disciplina collettiva, penso che le emozioni regalate dai match più importanti possano essere sentite sulla pelle e dritte nell'anima pur non calcando il terreno di gioco: ricordo benissimo - almeno fino ad un certo punto della nottata - la vittoria dell'Italia ai Mondiali del 2006, che vissi praticamente senza muovermi o parlare, teso come la corda di un violino - e con Julez urlante accanto - fino all'ultimo, liberatorio rigore di Grosso.
E da quel momento furono Cuba Libre come se piovesse.
Ogni maledetta domenica è associabile ad una finale: brividi, tensione alle stelle e fiato grosso.
E poco importano la regia iperadrenalinica di Stone, la fotografia satura, la colonna sonora spettacolare che incornicia le intepretazioni - tutte ottime - di un cast a dir poco stellare, una durata che finisce per non farsi sentire neppure di striscio, un climax emotivo che continua come un'onda lunga anche al termine dell'ultima partita, addirittura fino all'inizio dei titoli di coda.
Quello che importa, in Ogni maledetta domenica, sono i centimetri.
Quelli dell'ormai supercult discorso di Tony D'Amato/Al Pacino ai suoi giocatori prima del match decisivo in casa della squadra texana - e quale stato è più associabile al football professionistico del Texas? -, ormai un passo obbligato di quasi tutti i corsi di formazione aziendali e sportivi, quelli di Jack "Cap" Rooney, che la vecchia stella deve sperare di guadagnare agli occhi di una moglie che non lo vorrebbe prossimo al ritiro, di Luther "Shark" Lavay - un gigantesco, in tutti i sensi, Lawrence Taylor, interprete di una parte che pare un omaggio alla sua incredibile carriera di giocatore professionista -, disposto a sacrificare tutto se stesso perchè quel bonus sui placcaggi possa garantire un futuro alla sua famiglia, di Willie Beamen, astro nascente che ancora deve capire quanto grande sia la fatica che si spende ogni maledetta domenica per vincere o perdere.
Perchè non importa chi vince e chi perde, l'importante sarà vincere o perdere da uomini.
Parola del coach D'Amato.
E chi non è con lui, in fondo?
Dalla parte di un nocchiero imperfetto e squilibrato, che ai calcoli del giovane erede sulla panchina degli Sharks Nick Crozier risponde con l'istinto del campo di gioco, delle dita sbiancate dei difensori che puntano il quarterback e quelle danzanti dei ricevitori ansiosi di avere tra le mani il pallone, gli occhi alla linea del touchdown, neanche fosse la donna della loro vita.
Dalla parte di un uomo che ha fatto tutti gli errori possibili, e a tavola con quello che potrebbe essere il giocatore più talentuoso che abbia mai allenato, non teme di mettere lo stesso di fronte alle sue responsabilità di futuro numero uno: una battaglia generazionale con le bighe di Ben Hur che corrono in sottofondo.
Perchè i giocatori di football professionistico sono come gladiatori, come ben sa il medico molto compiacente Harvey/James Woods, che ha sacrificato l'etica in nome degli ideali più o meno legati al successo e ai soldi degli uomini che ha visto spezzarsi osso dopo osso in tutti gli anni passati con gli Sharks.
Perchè ci sono molte cose che possono motivare un uomo - e uno sportivo - ad andare fino in fondo, sacrificando tutto il possibile - e anche di più - per quei centimetri che paiono miseri, ma che, alla fine, andranno a sommarsi per definire la vittoria o la sconfitta da Uomini: il coach D'Amato, riferendosi ad un suo vecchio pupillo, racconta di come lo stesso gli abbia confessato il fatto che non gli manchino i dollari, o il successo, o la folla, o le ragazze, quanto i suoi dieci compagni d'attacco: "Perchè quando ci muovevamo, ci muovevamo come fossimo un corpo solo."
"Ho imparato più da Cap Rooney nel primo tempo di questa partita che in cinque anni di football professionistico", dichiara Willie Beamen, pronto a prendere le redini della squadra nella speranza di superare le linee texane.
L'ispirazione del singolo e la confortevole sensazione di avere qualcuno pronto a pararti il culo quando un bestione di centocinquanta chili carica perchè è proprio te, che vuole schiantare a terra.
Non esistono doni dell'invisibilità: esistono solo i centimetri, e tutto il sangue che sputiamo accanto ai nostri compagni di lotta dall'inizio alla fine di una partita.
Quali siano il campo e lo sport che la muovono, non importa.
L'importante sarà potersi guardare attorno, e sapere che chi è dalla nostra parte della barricata sarà lì, piantato a terra o lanciato verso l'orizzonte di una linea apparentemente insignificante, a definire il nostro prossimo passo.
A quel punto, non basterà che alzare la testa e lanciare la palla.
Chissà che non sarà il centimetro decisivo, quello che andremo a sommare a tutti gli altri.


MrFord


"Sacrifice don't give up the fight,
everything will be all right on any given Sunday
The harder they come the hard, yeah the harder they must fall
Depends on you if you win or lose,
you know you got to pay some dues so that you can live on Monday
Strive to achieve and die in for what you believe."
Jamie Foxx - "Any given Sunday" -


lunedì 3 ottobre 2011

Drive

Regia: Nicolas Winding Refn
Origine: Danimarca/Usa
Anno: 2011
Durata: 100'



La trama (con parole mie): un giovane stuntman lavora nell'officina di Shannon. 
E' silenzioso, tranquillo, capace. Efficace sul lavoro e mai una lamentela. Non importa che si tratti di usare la chiave inglese o il martello. O guidare per portare al sicuro gente che ha davvero bisogno di essere portata al sicuro.
Tutto fila liscio, fino a quando nella vita del ragazzo entrano Irene e suo figlio Benicio: potrebbe nascere l'amore, ma c'è di mezzo Standard. Che non è davvero un gran cosa, ma fino a quando non arriverà la versione deluxe non ci si potrà fare molto altro. Eccetto proteggerli tutti.
E qui cominciano i problemi seri.
Perchè una rapina andata male innesca una spirale di sangue e morte da cui difficilmente si uscirà indenni. A meno di portare uno scorpione dentro e fuori di sè.



Per arrivare alla vera essenza di Drive occorre davvero essere degli scorpioni.
E non lo dico per solidarietà zodiacale.
L'ultima fatica del sempre più sorprendente Refn è un incrocio stradale con tanto di inseguimenti e schianti che passa da Michael Mann a Lynch, dai Classici del noir ad Arancia meccanica, da Mulholland Drive a Strade violente.
E richiede lo stomaco dell'anima che solo gli scorpioni hanno.
La fame dei predatori e la presenza delle madri, la comprensione e la violenza, la dolcezza e la rabbia che esplode, perchè è una libertà che da un piacere quasi incontrollabile.
L'accelerazione dell'action in pieno stile Statham ed i tempi dilatati del Cinema autoriale estremo.
Il look e la confezione degli eighties violenti di Vivere e morire a Los Angeles e l'avanguardia di Collateral.
Conoscete la storia della rana e lo scorpione?
Per arrivare alla vera essenza di Drive occorre davvero essere degli scorpioni.
Stare in un posto, eppure non essere presenti.
Vivere profondamente, ma avere la certezza di essere soli, sempre e comunque.
Nessuno è peggio di noi.
Una colonna sonora fulminante firmata Badalamenti ed una fotografia da brividi per una sceneggiatura che lascia tutto all'istinto, pur costruita sulla razionalità pura, e la freddezza imposta del suo protagonista - ottimo Gosling, stupefacente Carey Mulligan a giocare di sponda -.
Nessuno è peggio degli scorpioni, si diceva.
Di quelli che sanno di sopravvivere a scapito di altri, e continuano a credere nell'arroganza di poter prendere il loro posto.
Generosi egoisti, si direbbe.
Di quelli che quando è il momento, sacrificio o scelta di comodo, quel posto non se lo prenderanno mai.
Conoscete la storia della rana e lo scorpione?
Drive corre, e corre veloce, dritto verso il punto.
Anche quando il punto è soltanto un'interpretazione che lo spettatore può dare ad immagini mozzafiato, tirate all'estremo eppure cristallizzate in momenti congelati nella sua memoria.
L'eredità della trilogia di Pusher è cresciuta sacrificandosi, lasciando che l'iperrealismo si mescolasse alla poesia - neanche fossimo di fronte al primo Wong Kar Wai - per essere impeccabile nel momento in cui deciderà di stendere l'audience con il veleno più terribile, e lasciarla giacere a terra, ansimando e gorgogliando nel proprio sangue.
Conoscete la storia della rana e lo scorpione?
Racconta di uno scorpione che, giunto di fronte al fiume, si ritrova costretto a chiedere un passaggio ad una rana per poter raggiungere la riva opposta.
La rana rifiuta, per paura che lo scorpione possa pungerla ed avvelenarla nel corso del tragitto.
Lo scorpione, senza battere ciglio, convince l'anfibio affermando che sarebbe stupido per lui pungerlo, perchè significherebbe la morte di entrambi.
La rana è convinta, e caricatasi sulle spalle lo scorpione, nuota decisa verso destinazione.
Ad un tratto, una fitta tremenda.
Lo scorpione ha colpito con il suo aculeo.
La rana chiede il perchè allo scorpione, poichè il destino lo porterà ad affogare.
Lo scorpione, senza battere ciglio, risponde che non potrà mai vincere la sua natura predatoria.
Drive è così.
Ci chiede un passaggio e ci lascia secchi sul ciglio della strada.

MrFord

"You got a fast car
we go cruising to entertain ourselves
you still ain’t got a job
and I work in the market as a checkout girl."
Tracy Chapman - "Fast car" -

 

giovedì 22 settembre 2011

Nord

Regia: Rune Denstad Langlo
Origine: Norvegia
Anno: 2009
Durata: 78'







La trama (con parole mie): Jomar, ex promessa dello sci crollato sotto il peso di un esaurimento nervoso, lavora svogliatamente come guardiano in un impianto quasi abbandonato, sperando sempre di poter convincere la direttrice della clinica psichiatrica locale a ricoverarlo. 
Quando il suo ex migliore amico torna a cercarlo, Jomar scopre di essere padre di una bambina di quattro anni che vive nell'estremo Nord del paese, e così, pur se riluttante, decide di mettersi in viaggio a bordo della sua motoslitta per incontrare la piccola.
Attraverso gli scenari quasi incantati dominati dalla neve il giovane incontrerà personaggi curiosi e malinconici come lui, riscoprendo l'avventura di un vero e proprio - pur se insolito - road movie.



Fin dai tempi del mio primo post, e come ormai tutti voi avete imparato a conoscere, sono stato uno strenuo difensore del panesalamismo cinematografico e non solo in opposizione all'atteggiamento spesso spocchioso ed irritante di chi vive praticamente in simbiosi con il solo Cinema autoriale, e guarda tutti gli altri poveri stronzi sempre un pò dall'alto in basso.
Ho anche ammesso in più di un'occasione che il mio approccio attuale, frutto certo delle esperienze di vita vissuta e non solo di visioni, nasce dal fatto che qualche anno fa, ai tempi dell'esplosione vera e propria della mia passione per il Cinema, ho vissuto un paio di stagioni da "sbruffone che se ne intende di Cinema al contrario di tutti voi che andate a vedere il blockbuster da sabato sera, poveri rincoglioniti" in cui riuscivo - complici gli impegni lavorativi meno pressanti - a schiaffarmi anche tre o quattro mattonazzi sconosciuti al giorno senza battere ciglio, a volte addirittura alzandomi la mattina presto per spararmi il film russo di turno prima di andare in negozio.
Fortunatamente, sono uscito da un vortice che mi avrebbe privato di tutta una serie di visioni necessarie - fosse anche solo al divertimento e alla distensione -, senza contare il fatto che sono ormai convinto che chi ama il Cinema lo ama indiscutibilmente in toto, a prescindere dai generi e dall'autorialità in senso "alto" del termine - con alcune eccezioni, ovviamente, ma per questo esistono le bottigliate! -.
Ma perchè mai mi sto dilungando in questa sorta di manifesto programmatico?
Semplicemente perchè Nord, che è indiscutibilmente, clamorosamente, inesorabilmente autoriale dall'inizio alla fine, esponente della tipica categoria dei "film da Festival" con pochi dialoghi, atmosfere grottesche, inquadrature ricercate e certamente non costruito per piacere al grande pubblico, risulta essere un'opera cui mi pare davvero difficile non voler bene.
Certo, è evidente fin dal principio quanto lo script sia poco importante per il regista - ex documentarista concentrato principalmente sull'immagine e sull'idea del viaggio - e risulti in qualche modo estremamente convenzionale, malgrado i bizzarri personaggi che lo popolano, ed altrettanto evidente appare la sterilità di alcune situazioni, completamente al servizio dell'aspetto visivo e della colonna sonora - magnifica, ad opera degli altrettanto incredibili Motorpsycho in una delle loro identità alternative -, ma poco importa.
Sarà che da sempre sono affascinato dal viaggio - come concetto ed esperienza -, o che il protagonista Jomar conquista subito grazie alla sua involontaria piromania - impagabile la sequenza del rifugio in cui trova riparo dalla tormenta di neve -, ma questo piccolo film che da alcuni è stato esageratamente paragonato al meraviglioso Una storia vera di David Lynch è riuscito a farsi strada nel mio cuore quasi come se non fosse l'odioso prodotto da cineforum che, a ben guardare, indiscutibilmente è.
I personaggi incontrati dal protagonista lungo la strada, persi in quel candore splendido e terribile, a metà strada tra la follia e le magiche atmosfere che in passato hanno illuminato il Maestro Bergman, o "tra il nulla e l'addio", come direbbe Clint, più che apparire distanti ed "altolocati" come i radical chic cinematografici vorrebbero, si mostrano estremamente umani, e clamorosamente vicini allo spettatore proprio nella loro condizione di entità smarrite, perennemente alla ricerca di qualcosa - o qualcuno - che dia il significato che cercano alla vita.
Così, alternando l'ottimo confronto con il vecchio nella tenda alla sbronza "in fieri" a suon di capelli rasati ed assorbenti interni imbevuti d'alcool legati attorno alla testa secondo "le indicazioni di un polacco" culminata con l'esibizione dei passati talenti del protagonista come professionista dello sci - un momento quasi alla Jackass, grottesco ed esilarante -, Jomar ci conduce, non proprio per mano, attraverso un deserto algido ed accecante, all'incontro che potrebbe cambiare la sua vita: senza neppure rendersi conto che il cambiamento potrebbe già essere giunto attraverso il viaggio stesso.

MrFord

"Have you seen the North
that cold grey place
don't want its shadow anymore
on my face."
Elton John - "The North" -

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