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lunedì 15 settembre 2014

Under the skin

Regia: Jonathan Glazer
Origine: USA, UK, Svizzera
Anno:
2013
Durata:
108'





La trama (con parole mie): un misterioso motociclista, recuperato il cadavere di una donna, rende possibile la "vestizione" di un'aliena dello stesso. L'entità extraterrestre, una volta assunte le fattezze umane, decide di vagare attraverso la Scozia seducendo uomini che finisce per destinare all'oscurità psichedelica delle sue "stanze". Quando l'incontro con un ragazzo sfigurato cambia le sue prospettive, per la misteriosa viaggiatrice i sentimenti umani cominceranno a fare sempre più breccia nel suo modo di rapportarsi alla realtà.
Ma non è detto che a questo cambiamento corrisponda, di fatto, qualcosa di positivo: e circondata dalla cornice di una Natura splendida, selvaggia ed incontaminata, l'ospite extraterrestre potrebbe finire per incontrare un destino ben più amaro di quello delle sue prede.








Complice una delle stagioni cinematografiche meno esaltanti degli ultimi dieci anni, quest'anno ho finito per rimanere a corto anche di pellicole da massacrare come si conviene a suon di bottigliate, considerato che addirittura - almeno in parte - Lars Von Trier con il suo Nymphomaniac ha finito per deludermi da questo punto di vista: fortunatamente, non più tardi di una settimana fa, Colpa delle stelle è giunto in soccorso risvegliando dal torpore il sottoscritto e dando una bella spolverata alle sue armi predilette, conscio probabilmente di scaldarle per un'altra clamorosa merda d'autore che qualcuno è riuscito addirittura a definire un filmone come Under the skin.
Ma partiamo dal principio: come se non fosse bastata la lezione di The tree of life, continua ad apparirmi assurdo e ben oltre i confini di tutte le realtà conosciute che un regista sano di mente si prospetti di scimmiottare - verbo scelto ovviamente non a caso - 2001, Capolavoro assoluto di Kubrick, pensando di poter stupire con qualche immagine da trip d'acido buttata a caso sullo schermo.
Nel passato recente, soltanto Enter the void e Holy motors sono riusciti nell'intento di ricreare atmosfere ben oltre il lecito traendone, di fatto, qualcosa di unico e destinato ad essere ricordato: Jonathan Glazer, probabilmente traboccante d'ego quanto il già citato Von Trier, decide di prendere di petto l'inarrivabile lezione dello Stanley di noi tutti confezionando un polpettone indigesto, lento, inutile, privo di capo e coda, giocato tutto sulle scene di nudo che coinvolgono la protagonista Scarlett Johansson, che se rapportata agli standard della vita di tutti i giorni potrà apparire una bella donna ma che, di fatto, se presentata come la figa stellare che non è finisce per deludere, una volta svestita, anche chi si aspettava un corpo da fantascienza - e non è il mio caso, considerato che già pensavo che non avrebbe retto il confronto con la Rosario Dawson dell'altrettanto deludente In trance di qualche mese fa -.
Certo, la cornice è splendida, e le location scelte dall'autore assolutamente perfette, tanto da riportare alla memoria il sapore del whisky di malto e le visioni del - quello sì - meraviglioso Valhalla rising, il finale interessante, la tesi legata alla dipendenza dei maschi umani adulti dal triangolo più importante del mondo - e forse dell'universo - assolutamente veritiera, ma non bastano poche - e scontate - verità per rendere interessante una pellicola assolutamente priva di attrattive e senso di esistere, buona giusto per i radical chic pronti a darsi un bel tono da spocchiosi decandando i sottotesti che Under the skin dovrebbe comunicare al suo pubblico.
Raramente, pure finendo per sforzare i pochi neuroni rimasti con gli occhi aperti a fatica cercando di ricordare una situazione analoga, ho finito per annoiarmi così mortalmente durante la visione di un film, mantenendo l'interesse sveglio - e non solo quello - grazie ad abbondanti rifornimenti di cibo ed agli scorci offerti dalle Highlands, finendo prigioniero di una sceneggiatura sconclusionata e solo apparentemente "geniale" in grado di saltare da dialoghi al limite del ridicolo involontario alle inquadrature su una Johansson - che non è mai stata chissà quale attrice, intendiamoci - alla sua di gran lunga peggiore interpretazione di sempre.
Come se tutto questo non bastasse, finisco anche per fare finta di niente e soprassedere rispetto ai riferimenti ad Elephant man e all'approccio in stile Cronenberg per evitare di infierire ulteriormente su quello che potrebbe essere uno dei candidati più autorevoli a film peggiore dell'anno, in barba a tutti gli snob che sono corsi a gridare al miracolo rispetto ad uno dei simboli più efficaci della definizione di "merda d'autore".
Se questi sono gli alieni che dovrebbero aprirmi gli occhi, preferisco tenere gli stessi decisamente "wide shut", per non essere da meno e citare un Maestro che certa gente come Glazer non dovrebbe neppure permettersi di immaginare.
Figuriamoci intraprendere una presunta carriera nello stesso campo.




MrFord




"Mi piace la bicicletta, ci faccio dei giri, 
incontro la fidanzata e poi le mostro il cambio. 
E tutto era partito da un mio caro amico, 
per questo dico fidati quando ti dico 
la visione della figa da vicino, la visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, la visione della figa."
Elio e le Storie Tese - "La visione" - 




 

venerdì 18 maggio 2012

Last friday night

La trama (con parole mie): udite, udite, gente! Avvenimento più unico che raro, ci troviamo di fronte un fine settimana insolitamente ricco di proposte interessante e per i palati più disparati, tanto da non farmi sembrare troppo insopportabile neppure la presenza del mio acerrimo rivale Katniss Kid, con il quale mi trovo a condividere, per una volta, la maggior parte dei pareri.
La maggior parte, sia chiaro. Non la totalità. 
Quello sarebbe un evento più epocale dell'Apocalisse Maya che ci attende.
A questo punto non vi resta che scegliere una delle per una volte numerose proposte e ringraziare che, ogni tanto, anche la distribuzione italiana si svegli dal torpore, pur se in ritardo abissale!


"Bravo, Ford. Meno male che ci sei tu, a compensare gli squilibri del Cannibale."

Another Earth di Mike Cahill


Il consiglio di Cannibal: another cinema is possible, another Ford maybe not
Film raccomandato fortemente da Cannibal numero 1 della settimana, già tra i miei top movies del 2011, arriva con colpevole ritardo anche da noi. Un ritardo, quello italiano, che non sorprende più. Proprio come quello di Ford nei miei confronti.
si va a inserire nel filone della fantascienza “umanista” che ci sta regalando un sacco di perle notevoli negli ultimi tempi, quella in cui si prediligono le idee e i personaggi, piuttosto che gli effettoni speciali tanto amati dai bambinoni come Ford Disney. Se volete una pellicola sci-fi davvero originale, non perdetevelo. Se invece vi piacciono le americanate boiate, fate un giro dalle parti di WhiteRussian, oppure aspettate la settimana prossima che tornano gli insopportabili ford in black.
Il consiglio di Ford: another Earth, without Cannibals!
Questo film, consigliatissimo ovunque, ancora mi manca, ma direi che le premesse sono molto buone e che, a questo punto, approfitterò di una settimana per una volta non scialba nelle nostre sale per
recuperarlo. Da un lato vorrei davvero fosse una cosa interessante come District 9 o Monsters, dall'altro non mi dispiacerebbe trovare qualcosa da bottigliare giusto per irritare la piccola Katniss durante i suoi
giochini per bambini.
In un caso o nell'altro, si tratta di un titolo da non perdere.

"Ho provato a leggere nella mente del Cannibale, ma nulla: non ho trovato assolutamente nulla."
Margin Call di J.C. Chandor


Il consiglio di Cannibal: Margin Ford
Film raccomandato fortemente da Cannibal numero 2 della settimana, pure questo tra i miei preferiti del 2011 e pure questo importato a distanza di mesi pure in Italia.
Margin Call (http://pensiericannibali.blogspot.it/2011/12/crisi-economica-ora-saprete-chi.html) è il film perfetto per capire la merdosa situazione economica in cui ci troviamo ora e sapere di chi è la colpa. Di Ford? Almeno in questo caso no…
Al di là del discorso economico, che rende questa pellicola attuale come poche altre, Margin Call è un viaggio tutto in una notte cinematograficamente densissimo.
Da non perdere. Fidatevi.
Ford? Quello è meglio perderlo che trovarlo. Fidatevi pure in questo caso.
Il consiglio di Ford: Cannibal calls? Io non rispondo di certo!
Film numero uno della settimana per il vecchio Ford - trovate qui il post dedicatogli:
http://whiterussiancinema.blogspot.it/2012/01/margin-call.html -, che nonostante le sue scarse affinità con il mondo della finanza trovò ai tempi il lavoro di Chandor strepitoso sia in fase di scrittura che di tensione, un bell'incontro tra Wall Street, Americani e un thriller quasi psicologico.
Purtroppo questo notevole esordio non è uscito vincitore dalla notte degli Oscar, e arriva come al solito in ritardo qui da noi, ma non lamentiamoci troppo: avercene, di uscite così. E come se fosse necessario, quando un film mette d'accordo anche i due antagonisti per antonomasia della blogosfera, significa che dovete correre a vederlo!

"Lo sapevo che non dovevo leggere Pensieri Cannibali al lavoro: licenziato con giusta causa!"
Damsel in Distress di Whit Stillman


Il consiglio di Cannibal: Ford in distress
Già presentato all’ultimo Festival di Venezia, fortemente voluto dall’ormai ex direttore yogurt Mullen, è la nuova pellicola del regista di super culto Whit Stillman, autore di quel gioiello assoluto che risponde al nome di The Last Days of Disco e ora a 13 anni di distanza di rientro con una nuova promettente pellicola. Roba per palati fini, un cinema indie prelibato che non viene servito alla tavola fordiana.
Per lui tanto sul pavimento c’è la ciotola con il suo nome inciso sopra eheheh.
Il consiglio di Ford: lo stress fordiano? Sopportare il Cannibale!
Un film che, rispetto al resto delle uscite di un weekend insolitamente molto interessante, non mi dice fondamentalmente nulla, un pò come The last days of disco culto cannibalesco e qui al saloon mai pervenuto. Staremo a vedere: se mi avanza del tempo per qualche bottigliata, una frollata allo yogurt Muller e alla nostra amichetta Katniss la do sempre volentieri.
E ai loro film anche di più.

"Cosa ne dici del Cannibale?" "No,  troppo teen! Molto meglio quel gran figo di Ford!"
Quella casa nel bosco di Drew Goddard


Il consiglio di Cannibal: entrate in quel cinema nel bosco
Film che si preannuncia tra le figate horror dell’anno, di Quella casa nel bosco si sta già parlando parecchio bene in rete. Il regista Goddard sembra promettere molto bene già a partire dal cognome, mentre a co-firmare la sceneggiatura c’è il paparino di Buffy e del film The Avengers, ma soprattutto di Buffy, Joss Whedon.
Una casa nel bosco in cui avventurarsi volentieri. A patto che sul citofono non compaia il nome di Ford. In quel caso, datevela a gambe!
Il consiglio di Ford: entrate in quella casa, ma senza il Cannibale!
Film che ho già visto e che a breve recensirò, e posso dire questo: ficata dell'horror - e non solo - dell'anno.
Intelligente, ironico, scritto benissimo da Whedon e Goddard, un omaggio e non il solito festival delle citazioni. Si potrebbe dire tantissimo, ma il bello è gustarselo lasciandolo carburare come un diesel, da un inizio che sa di già visto ad un finale strepitoso. Aspetto solo di leggere cosa ne dirà quello sciagurato del Cucciolo Eroico. Che si impegnerà, ovviamente, a darmi contro a tutti i costi anche rispetto a qualcosa che, finalmente, potrebbe metterci d'accordo in questo campo.

Ed ecco un'immagine esclusiva della stanza comunicante di Ford - a destra, maglione a righe - e Cannibale - a sinistra, vestito da gita al lago -.
La fredda luce del giorno di Mabrouk El Mechri



Il consiglio di Cannibal: Bruce, sarà ora di far uscire un bel film alla luce del giorno?
Ultimamente il buon vecchio Bruce Willis non è sempre garanzia di qualità. Tutt’altro, purtroppo. Però questo si preannuncia come un thillerino probabilmente non imprescindibile, ma almeno guardabile. Si spera. Anche se, condividendo questa rubrica con Ford, ho imparato a non essere troppo fiducioso e la speranza nella razza umana in genere l’ho ormai quasi persa del tutto, uahahaha!
Il consiglio di Ford: la fredda luce della cameretta del Coniglione. Bruce, aiutalo tu perchè ha paura del buio!
Un film che dice molto, molto poco e sa di mezza sòla, soprattutto alla luce del fatto che quest'anno Bruce Willis ha già il suo apice, ed è uno dei film più attesi in assoluto in casa Ford: Expendables 2. Il resto, dunque, è ben poco importante, un pò come i vaneggiamenti del mio antagonista ogni volta che mi tocca sopportarlo per una rubrica o una Blog War. Certo, sarebbe interessante pagare al Coniglione una bella settimana di full immersion di addestramento action con Mr. Die Hard. E molto, molto divertente.

"Cannibale, la prima prova del nostro percorso di sopravvivenza è una bella cenetta a lume di candela: solo io e te."
Il pescatore di sogni di Lasse Hallström


Il consiglio di Cannibal: sogni d’oro
Lasse Hallstrom è uno di quei registi super classici e super tradizionali, roba che uno come Ford al suo confronto appare quasi un tipo ganzo e all’avanguardia.
Bah, forse…
Questa favoletta non promette molto bene, però c’è pur sempre un Ewan McGregor che di recente è tornato a infilare una discreta serie positiva di film. Questa pellicola interromperà la catena, così come i commenti animaleschi di Ford interrompono malamente la grazia e la poesia delle leggiadre parole cannibali?
Il consiglio di Ford: questa settimana si pescano molti ottimi film, questo lo lascio negli abissi.
Nonostante Ewan McGregor sia da sempre considerato un fordiano onorario e mi abbia stupito più di una volta in passato, questo film ed il suo regista mi paiono la tipica proposta insulsa da sala da the per vecchie finte alternative dai gusti anche più discutibili rispetto a quelli del mio rivale per eccellenza.
Così prendo tutto il pacchetto, lo infiocchetto per bene con la poesia delle leggiadre parole cannibali, e lo getto nel cassonetto differenziato per il frutto del peccato senza colpo ferire.

"Il Cannibale mi ha dato buca per cenare con Bruce Willis: questo mi rende molto perplesso."
Roman Polanski: A Film Memoir di Laurent Bouzereau


Il consiglio di Cannibal: meglio di una Ford Memoir, ma comunque evitabile
Polanski è un nome di sicuro interesse, sia per i suoi film che ancor di più per la sua vita privata. Un docu-film su di lui ci può stare, però questo sembra solo un semplice faccia a faccia con il regista.
Più interessante di un’intervista a Mr. Ford, certo, però mi sa comunque di notevole palla…
Il consiglio di Ford: a quando le memorie del Cannibale?
Probabilmente mai, dato che sarebbero un lungo monologo di un teenager vestito da coniglio chiuso in camera davanti al pc dalla mattina alla sera! Ahahahahahahah!
Scherzi - ? - a parte, nonostante l'opinione altissima che ho sempre avuto per Polanski regista e quella un pò più bassa per il Polanski uomo non sono particolarmente interessato a questa docu-intervista.
Specie in una settimana in cui, per una volta, le uscite interessanti non mancano affatto.

"Bruce, non darne troppe al Cannibale, altrimenti ti denuncia e finisci in fuga come me!"
A morte! di Gianluca Sulis


Il consiglio di Cannibal: a morte chi? No, non lo dico neanche, troppo scontato!
Ford, per questa settimana pensavi di aver scampato alla pena di morte cinematografica, ovvero al puntuale film italiano?
Anch’io, ma purtroppo non è così.
Questo è un film che fin dal trailer si preannuncia mortale. A questo punto preferisco quasi quasi una maratona cinematografica proposta dal mio rivale.
Ma va là che sto scherzando!
Il consiglio di Ford: mi pareva strano di aver respirato così tanto Cinema, questa settimana!
Ed eccoci qui. Anche questa settimana il Cinema italiano di scarsa qualità non vuole saperne di lasciarci in pace, godendo delle uscite finalmente ottime, e deve metterci lo zampino con una pellicola che pare orripilante fin dai primi secondi del trailer.
Un film che pare talmente brutto che non lo augurerei neppure al Cannibale.
E questo dice tutto!

"Siamo quasi pronti per la maratona cinefila, Cannibale. Preparati!"
 

martedì 22 novembre 2011

Win win

Regia: Thomas McCarthy
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Mike Flaherty è un avvocato del New Jersey che trova la sua dimensione migliore come allenatore della squadra di wrestling scolastico locale.
Grazie ad un'involontaria dritta della sua segretaria, prende in custodia l'anziano Leo, parcheggiandolo in una casa di riposo e continuando ad intascarne l'assegno di mantenimento: quando scopre che il nipote dell'uomo è una giovane promessa della lotta in Ohio in rotta con la madre e la scuola decide di cogliere due piccioni con una fava aprendo le porte della sua casa al ragazzo in modo da far balzare in vetta alle classifiche la squadra.
Quando la madre del giovane Kyle, però, tornerà a reclamare padre e figlio - e l'assegno che accompagna il primo -, le cose per Mike si complicheranno.
Anche perchè, nel frattempo, l'uomo si scoprirà profondamente legato a questa sua nuova famiglia allargata.



Devo ammettere che l'atmosfera dolceamara venata di quell'autorialità non fastidiosa tipica delle migliori proposte in stile Sundance mi mancava, e non poco.
Thomas McCarthy, uno dei registi più promettenti di questa sorta di corrente che mi sia capitato di incontrare, da spettatore, negli ultimi anni, era già stato protagonista della piacevolissima sorpresa che fu The station agent: preceduto da una serie di buone recensioni online - e dai riscontri della critica statunitense - Win win sarebbe stato, in qualche modo, l'ago della bilancia rispetto all'opinione del sottoscritto in merito al lavoro dell'autore nativo del New Jersey, tendenzialmente portandolo da una parte o dall'altra della grande linea di demarcazione delle bottigliate "d'autore".
Fortunatamente, lo spirito che aveva reso la sua opera prima così interessante nel corso degli anni pare essersi sviluppato ulteriormente, tanto da farmi vacillare fino all'ultimo se appioppare a quest'ultimo lungometraggio del buon Thomas i famigerati tre whisky che l'avrebbero portato, inevitabilmente, allo status di cult fordiano a tutti gli effetti.
Nonostante alla fine abbia optato per un voto più misurato, devo ammettere che la storia di Mike e soprattutto del giovane Kyle è riuscita a fare pienamente breccia nel mio cuore, arrivando ad emozionarmi - parlando di un film in qualche modo simile, seppur di matrice decisamente borderline rispetto a questa piccola vicenda da provincia tutto sommato borghese - quanto e più di The fighter, collocandosi tra le epopee sportive più coinvolgenti che mi sia capitato di incontrare sul grande schermo negli ultimi anni.
Ma andando oltre il mero aspetto "pratico" del film, e dei suoi risvolti da commedia alternativa - tutti poggiati sulle spalle di un Bobby Cannavale che ho trovato in buona forma -, il punto di forza indubbio di questa storia sta tutto nella clamorosa figura di Kyle, giovane protagonista che, se non fosse per un piglio un pò troppo deciso anche a fronte delle difficoltà in famiglia, sarebbe stato da dio anche in una pellicola di Van Sant.
Inoltre, la grande sincerità con la quale McCarthy approccia allo script e ai personaggi risulta a tratti disarmante, tanto da scomodare paragoni importanti come quelli legati a Six feet under, ancora oggi a mio avviso uno dei migliori ritratti di famiglia mai portati su piccolo o grande schermo: l'umanità di Mike e della sua famiglia, di Kyle, di Terry, Vig e Stemler - una delle spalle più efficaci dei miei ultimi mesi di visioni - e di Leo - un sempre grande Burt Young, che nessun fan della saga di Rocky può non riconoscere come una sorta di nonno - arricchiscono una vicenda che mostra senza vergogna tutti i limiti, gli egoismi e i difetti di cui tutti siamo, in un modo o nell'altro, portatori sani - chi più, e chi meno -.
Lo stesso ruolo nella vicenda della madre di Kyle, che potrebbe apparire come quello dell'antagonista negativo, stimola in realtà molte riflessioni che vanno ben oltre i (pre)giudizi sul suo conto: i protagonisti delle pellicole di McCarthy, in fondo, sono uomini e donne comuni, come potrebbe essere il nostro vicino, un nostro amico o parente, perfino noi stessi.
Certo ci sarà chi giudicherà questo film - prossimamente in uscita nel Bel Paese con il titolo Mosse vincenti - come l'ennesimo sport movie dall'impianto classico portatore di buoni sentimenti, o lo bollerà come l'ennesima ammereganata: il mio consiglio è di evitare di cadere in questo facile pregiudizio, e gustarvi dall'inizio alla fine una storia sincera e sentita, che non sarà perfetta, ma di certo guarda lo spettatore dritto negli occhi, e come un vero amico, si farà trovare pronto a rifilare una pacca sulla spalla così come un sonoro diretto sui denti.

MrFord

"Why, you wanna tell me how to live my life?
Who, are you to tell me if it's black or white?
Mama, can you hear me? Try to understand.
Is innocence the difference between a boy and a man.
My daddy lived the lie, it's just the price that he paid.
Sacrificed his life, just slavin' away."
Bon Jovi - "Have a nice day" -

giovedì 3 novembre 2011

Strange circus

Regia: Sion Sono
Origine: Giappone
Anno: 2005
Durata: 108'



La trama (con parole mie): Taeko, una scrittrice di successo, lavora ad un nuovo romanzo legato alle vicende di Mitsuko e sua madre Sayuri, violate nel corpo e nello spirito dal padre/marito, padrone indiscusso della loro casa nonchè preside della scuola della ragazzina.
I ruoli tra le due, in bilico tra sesso e morte, si ribaltano in una sarabanda di incubi e visioni che pare non avere fine, e coinvolge la stessa Taeko ed il suo assistente, l'enigmatico Yuji.
Nel corso di un viaggio che dovrebbe favorire la conclusione dell'opera e la risoluzione della storia realtà e fantasie si mescolano sempre più a fondo, generando una serie di scontri sempre più cruenti e torbidi tra Taeko, Mitsuko, Yuji ed il padre padrone, nel pieno di un numero che pare preso dal più sconvolgente e terrificante dei circhi.



Direi che l'ideale, in questo caso, sia di partire deciso e diretto, il più chiaramente possibile, in giusta contrapposizione con lo spirito di questa pellicola: Sion Sono e il suo Strange circus mi hanno irritato così tanto da farmi rimanere in dubbio fino all'ultimo se rifilare loro le mie più sentite, sonore, pesantissime bottigliate o valutare questo film cercando di mantenere almeno parzialmente un certo composto equilibrio.
Trovo, infatti, clamorosamente fastidioso - anzi, direi che è una cosa che mi fa proprio incazzare - che un regista dal talento visivo indubbio come questo insista e persista nel propinare una sequela di intricatissimi incubi e visioni soltanto per mostrare quanto borderline, alternativo e sconvolgente è in grado di essere il suo Cinema: da Kim Ki Duk a Kitano, da Park Chan Wook - escludendo il compiaciutissimo, pessimo Thirst - a Imamura, molti grandi autori asiatici, mostrando sensibilità ed approcci molto differenti da quelli europei, sono sempre riusciti a portare sugli schermi storie profonde ed appassionanti comunque guidate da senso logico, e senza la necessariamente sconvolgente scappatoia del "butto dentro tutto il possibile, tanto la (non) struttura della sceneggiatura mi permette di cambiare le carte in tavola a mio piacimento".
Troppo comodo, caro il mio Sion Sono, tirare il sasso e nascondere il braccio: ringrazia che il tuo talento regali passaggi come il breve ma intensissimo piano sequenza legato alla scoperta di Sayuri del rapporto tra sua figlia Mitsuko ed il suo stesso marito, che la fotografia divenga una sorta di prolungamento del senso - o non senso - del film stesso o che la protagonista Masumi Miyazaki tiri fuori dal cilindro un'interpretazione da urlo, perchè senza la meraviglia che indubbiamente riesci a produrre quando hai una macchina da presa per le mani, a quest'ora mi sarei divertito come un matto a smontare a gran colpi di bottiglia la tua esilissima sceneggiatura da finto alternativo, traboccante di quella voglia di strafare che non si sa mai quanto sia spontanea e quanto no che normalmente detesto nei presunti fenomeni che la settima arte ed i suoi più spocchiosi critici cercano di propinare spesso e volentieri al pubblico - ovviamente solo quello di nicchia, perchè loro selezionano sempre - come fossero una manna dal cielo.
Un vero peccato, dunque, che un concentrato di temi profondi e sconvolgenti come quello trattato, supportato da un'abbondanza d'immagine in grado di mescolare Videodrome, Lynch e la mancanza di limiti - legata a Chiesa e società - che difetta a noi del Vecchio Continente risulti inesorabilmente spocchioso ed incredibilmente lento: onestamente, neppure con il più statico dei Sokurov, dei Tarkovskij - che, per quanto possa ammirare, rappresentano in qualche modo il meglio della "monumentalità" cinematografica - o dei Valhalla rising - vero, Cannibale!? - sono riuscito a provare la fatica fisica che quest'opera di Sono mi è costata per portarla a termine.
Senza dubbio, una visione che incuriosisce a proposito del resto dell'opera di questo indubbio talento, ma che, di contro, non mi sentirei mai e poi mai di consigliare a qualcuno che non abbia raggiunto un certo livello di durezza nella sua scorza di spettatore incallito: Strange circus è un film da amare alla follia o odiare senza limiti, in grado di scavare nel profondo dello spettatore o apparire completamente vuoto nei suoi insistiti tentativi di mostrarsi a tutti i costi rivoluzionario.
Ammetto senza troppi patemi d'animo che l'unico brivido a percorrermi la schiena una volta terminata la visione sia stato quello del sollievo per essermela lasciata alle spalle.
E certo non per disagio o sconvolgimento.

MrFord

"I've been waiting here to be your guide
so come
reveal the secrets that you keep inside
step up!
No one leaves 'til the night is done
the amplifier starts to hum
the carnival has just begun."
Kiss - "Psycho circus" -

lunedì 3 ottobre 2011

Drive

Regia: Nicolas Winding Refn
Origine: Danimarca/Usa
Anno: 2011
Durata: 100'



La trama (con parole mie): un giovane stuntman lavora nell'officina di Shannon. 
E' silenzioso, tranquillo, capace. Efficace sul lavoro e mai una lamentela. Non importa che si tratti di usare la chiave inglese o il martello. O guidare per portare al sicuro gente che ha davvero bisogno di essere portata al sicuro.
Tutto fila liscio, fino a quando nella vita del ragazzo entrano Irene e suo figlio Benicio: potrebbe nascere l'amore, ma c'è di mezzo Standard. Che non è davvero un gran cosa, ma fino a quando non arriverà la versione deluxe non ci si potrà fare molto altro. Eccetto proteggerli tutti.
E qui cominciano i problemi seri.
Perchè una rapina andata male innesca una spirale di sangue e morte da cui difficilmente si uscirà indenni. A meno di portare uno scorpione dentro e fuori di sè.



Per arrivare alla vera essenza di Drive occorre davvero essere degli scorpioni.
E non lo dico per solidarietà zodiacale.
L'ultima fatica del sempre più sorprendente Refn è un incrocio stradale con tanto di inseguimenti e schianti che passa da Michael Mann a Lynch, dai Classici del noir ad Arancia meccanica, da Mulholland Drive a Strade violente.
E richiede lo stomaco dell'anima che solo gli scorpioni hanno.
La fame dei predatori e la presenza delle madri, la comprensione e la violenza, la dolcezza e la rabbia che esplode, perchè è una libertà che da un piacere quasi incontrollabile.
L'accelerazione dell'action in pieno stile Statham ed i tempi dilatati del Cinema autoriale estremo.
Il look e la confezione degli eighties violenti di Vivere e morire a Los Angeles e l'avanguardia di Collateral.
Conoscete la storia della rana e lo scorpione?
Per arrivare alla vera essenza di Drive occorre davvero essere degli scorpioni.
Stare in un posto, eppure non essere presenti.
Vivere profondamente, ma avere la certezza di essere soli, sempre e comunque.
Nessuno è peggio di noi.
Una colonna sonora fulminante firmata Badalamenti ed una fotografia da brividi per una sceneggiatura che lascia tutto all'istinto, pur costruita sulla razionalità pura, e la freddezza imposta del suo protagonista - ottimo Gosling, stupefacente Carey Mulligan a giocare di sponda -.
Nessuno è peggio degli scorpioni, si diceva.
Di quelli che sanno di sopravvivere a scapito di altri, e continuano a credere nell'arroganza di poter prendere il loro posto.
Generosi egoisti, si direbbe.
Di quelli che quando è il momento, sacrificio o scelta di comodo, quel posto non se lo prenderanno mai.
Conoscete la storia della rana e lo scorpione?
Drive corre, e corre veloce, dritto verso il punto.
Anche quando il punto è soltanto un'interpretazione che lo spettatore può dare ad immagini mozzafiato, tirate all'estremo eppure cristallizzate in momenti congelati nella sua memoria.
L'eredità della trilogia di Pusher è cresciuta sacrificandosi, lasciando che l'iperrealismo si mescolasse alla poesia - neanche fossimo di fronte al primo Wong Kar Wai - per essere impeccabile nel momento in cui deciderà di stendere l'audience con il veleno più terribile, e lasciarla giacere a terra, ansimando e gorgogliando nel proprio sangue.
Conoscete la storia della rana e lo scorpione?
Racconta di uno scorpione che, giunto di fronte al fiume, si ritrova costretto a chiedere un passaggio ad una rana per poter raggiungere la riva opposta.
La rana rifiuta, per paura che lo scorpione possa pungerla ed avvelenarla nel corso del tragitto.
Lo scorpione, senza battere ciglio, convince l'anfibio affermando che sarebbe stupido per lui pungerlo, perchè significherebbe la morte di entrambi.
La rana è convinta, e caricatasi sulle spalle lo scorpione, nuota decisa verso destinazione.
Ad un tratto, una fitta tremenda.
Lo scorpione ha colpito con il suo aculeo.
La rana chiede il perchè allo scorpione, poichè il destino lo porterà ad affogare.
Lo scorpione, senza battere ciglio, risponde che non potrà mai vincere la sua natura predatoria.
Drive è così.
Ci chiede un passaggio e ci lascia secchi sul ciglio della strada.

MrFord

"You got a fast car
we go cruising to entertain ourselves
you still ain’t got a job
and I work in the market as a checkout girl."
Tracy Chapman - "Fast car" -

 

giovedì 22 settembre 2011

Nord

Regia: Rune Denstad Langlo
Origine: Norvegia
Anno: 2009
Durata: 78'







La trama (con parole mie): Jomar, ex promessa dello sci crollato sotto il peso di un esaurimento nervoso, lavora svogliatamente come guardiano in un impianto quasi abbandonato, sperando sempre di poter convincere la direttrice della clinica psichiatrica locale a ricoverarlo. 
Quando il suo ex migliore amico torna a cercarlo, Jomar scopre di essere padre di una bambina di quattro anni che vive nell'estremo Nord del paese, e così, pur se riluttante, decide di mettersi in viaggio a bordo della sua motoslitta per incontrare la piccola.
Attraverso gli scenari quasi incantati dominati dalla neve il giovane incontrerà personaggi curiosi e malinconici come lui, riscoprendo l'avventura di un vero e proprio - pur se insolito - road movie.



Fin dai tempi del mio primo post, e come ormai tutti voi avete imparato a conoscere, sono stato uno strenuo difensore del panesalamismo cinematografico e non solo in opposizione all'atteggiamento spesso spocchioso ed irritante di chi vive praticamente in simbiosi con il solo Cinema autoriale, e guarda tutti gli altri poveri stronzi sempre un pò dall'alto in basso.
Ho anche ammesso in più di un'occasione che il mio approccio attuale, frutto certo delle esperienze di vita vissuta e non solo di visioni, nasce dal fatto che qualche anno fa, ai tempi dell'esplosione vera e propria della mia passione per il Cinema, ho vissuto un paio di stagioni da "sbruffone che se ne intende di Cinema al contrario di tutti voi che andate a vedere il blockbuster da sabato sera, poveri rincoglioniti" in cui riuscivo - complici gli impegni lavorativi meno pressanti - a schiaffarmi anche tre o quattro mattonazzi sconosciuti al giorno senza battere ciglio, a volte addirittura alzandomi la mattina presto per spararmi il film russo di turno prima di andare in negozio.
Fortunatamente, sono uscito da un vortice che mi avrebbe privato di tutta una serie di visioni necessarie - fosse anche solo al divertimento e alla distensione -, senza contare il fatto che sono ormai convinto che chi ama il Cinema lo ama indiscutibilmente in toto, a prescindere dai generi e dall'autorialità in senso "alto" del termine - con alcune eccezioni, ovviamente, ma per questo esistono le bottigliate! -.
Ma perchè mai mi sto dilungando in questa sorta di manifesto programmatico?
Semplicemente perchè Nord, che è indiscutibilmente, clamorosamente, inesorabilmente autoriale dall'inizio alla fine, esponente della tipica categoria dei "film da Festival" con pochi dialoghi, atmosfere grottesche, inquadrature ricercate e certamente non costruito per piacere al grande pubblico, risulta essere un'opera cui mi pare davvero difficile non voler bene.
Certo, è evidente fin dal principio quanto lo script sia poco importante per il regista - ex documentarista concentrato principalmente sull'immagine e sull'idea del viaggio - e risulti in qualche modo estremamente convenzionale, malgrado i bizzarri personaggi che lo popolano, ed altrettanto evidente appare la sterilità di alcune situazioni, completamente al servizio dell'aspetto visivo e della colonna sonora - magnifica, ad opera degli altrettanto incredibili Motorpsycho in una delle loro identità alternative -, ma poco importa.
Sarà che da sempre sono affascinato dal viaggio - come concetto ed esperienza -, o che il protagonista Jomar conquista subito grazie alla sua involontaria piromania - impagabile la sequenza del rifugio in cui trova riparo dalla tormenta di neve -, ma questo piccolo film che da alcuni è stato esageratamente paragonato al meraviglioso Una storia vera di David Lynch è riuscito a farsi strada nel mio cuore quasi come se non fosse l'odioso prodotto da cineforum che, a ben guardare, indiscutibilmente è.
I personaggi incontrati dal protagonista lungo la strada, persi in quel candore splendido e terribile, a metà strada tra la follia e le magiche atmosfere che in passato hanno illuminato il Maestro Bergman, o "tra il nulla e l'addio", come direbbe Clint, più che apparire distanti ed "altolocati" come i radical chic cinematografici vorrebbero, si mostrano estremamente umani, e clamorosamente vicini allo spettatore proprio nella loro condizione di entità smarrite, perennemente alla ricerca di qualcosa - o qualcuno - che dia il significato che cercano alla vita.
Così, alternando l'ottimo confronto con il vecchio nella tenda alla sbronza "in fieri" a suon di capelli rasati ed assorbenti interni imbevuti d'alcool legati attorno alla testa secondo "le indicazioni di un polacco" culminata con l'esibizione dei passati talenti del protagonista come professionista dello sci - un momento quasi alla Jackass, grottesco ed esilarante -, Jomar ci conduce, non proprio per mano, attraverso un deserto algido ed accecante, all'incontro che potrebbe cambiare la sua vita: senza neppure rendersi conto che il cambiamento potrebbe già essere giunto attraverso il viaggio stesso.

MrFord

"Have you seen the North
that cold grey place
don't want its shadow anymore
on my face."
Elton John - "The North" -

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