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lunedì 12 giugno 2017

Alien - Covenant (Ridley Scott, USA/UK/Australia/Nuova Zelanda/Canada, 2017, 122')




In termini di esperienze d'impatto nella mia vita di spettatore, poche cose riescono a superare il primo, angoscioso, terrificante Alien firmato da Ridley Scott sul finire degli anni settanta: in particolare, ricordo benissimo - oltre alla cura dei dettagli, all'ambientazione, alla Nostromo ed alle sequenze divenute cult - il momento in cui a tentare di fermare il predatore cinematografico per eccellenza è il Capitano della nave, armato di lanciafiamme ed all'inseguimento della bestia nei condotti d'areazione: un passaggio al cardiopalma, degno di un film che resta uno dei vertici della fantascienza contaminata dall'horror di tutti i tempi.
Proprio quell'indimenticabile pellicola diede origine ad un brand che, negli anni, pur conservando il suo fascino, ha regalato pochi alti - l'Aliens di Cameron, sopra le righe e goduriosissimo - e molti bassi - per quanto mi riguarda, il massacrato dalla produzione Alien3 di Fincher -: quando, qualche anno fa, Scott decise di riprendere in mano la sua "creatura" con Prometheus, il livello di hype nei fan della prima guardia ebbe un picco da Guinness dei primati, complici le aspettative che il cult originale aveva contribuito a creare.
Aspettative che, almeno in parte, furono deluse, dando origine ad un ibrido che pareva mescolare gli effetti e la confezione con un tentativo di rendere filosofico il concetto della creatura creata dal geniale Giger: dunque, a conti fatti, un prodotto senza un'identità definita con alcuni momenti dal grande potenziale ed altri decisamente dimenticabili.
Proprio a causa di tutti questi precedenti, approcciare al post dedicato a Covenant è piuttosto difficile: questo perchè non si tratta, come fu anche per Prometheus, di un brutto film - Scott sa il fatto suo con la macchina da presa, e tutti i suoi collaboratori sono professionisti di altissimo livello -, o di qualcosa di poco interessante o coraggioso - la parte finale dedicata al personaggio di David, grazie anche ad un ottimo Fassbender, è notevole -, quanto privo non solo di un'anima vera e propria - nonostante i tentativi dell'autore -, ma anche di quella scintilla che rendeva il primo Alien qualcosa di unico e selvaggio come la creatura che ne era protagonista.
In questo senso, vedere Scott sforzarsi nel creare una mitologia quasi divina attorno al mostro, ed alla ricerca di David nell'indagine legata ai creati ed ai creatori, mi ha fatto tornare alla mente un passaggio da brividi del meraviglioso Grizzly Man di Werner Herzog, documentario che se non avete mai avuto modo di vedere dovreste recuperare al volo che racconta la triste vicenda di un uomo abituato a passare le estati a stretto contatto con i grizzly finito divorato da uno degli orsi davanti agli occhi della sua fidanzata: Herzog, a fronte delle immagini - splendide - di queste creature maestose, afferma di ammirare i tentativi del suo protagonista di mettersi in contatto con loro, ma anche di "non vedere nulla in quei vuoti occhi neri, se non la spietata predatorietà della Natura".
Alien è il predatore perfetto, una creatura che pare rappresentare gli istinti più selvaggi e pericolosi dei più selvaggi e pericolosi animali con i quali l'Uomo ha avuto a che fare nel corso dei secoli - Uomo escluso, ovviamente, ma questa è un'altra storia -: dunque perchè mai si dovrebbe andare alla ricerca di una spiegazione filosofica del suo essere com'è?
Uno degli aspetti che, a mio parere, rese così grande il primo film di questa serie fu senza dubbio quello del confronto tra gli umani disposti a tutto per lottare per la loro vita e sopravvivenza e questa creatura dispensatrice di morte che non guardava in faccia a niente e nessuno, perchè come la morte sarebbe giunta, inevitabile e senza troppi giri di parole.
Forse anche questa è filosofia.
O forse, certe cose non hanno bisogno di troppi castelli costruiti attorno a loro.
Perchè il castello sono loro stesse.




MrFord





 

lunedì 30 gennaio 2017

Arrival (Denis Villeneuve, USA, 2016, 116')




Con ogni probabilità, in barba a denaro, fama, potere e tutte le altre cose con le quali a molti su questa Terra piace trastullarsi, il bene più prezioso che abbiamo e continueremo ad avere è e resta il Tempo.
Un Tempo che cambia forma e percezione che possiamo avere di Lui, in grado di cristallizzarsi quasi potesse essere messo in pausa o correre più veloce di quanto si possa immaginare anche nel più intenso e potente film di fantascienza.
Ricordo bene, per quanto "basso" possa risultare il riferimento, il verso di una canzone di Max Pezzali - non ricordo quale, onestamente - che dice "a sedici anni un anno dura una vita, poi a trenta sei già lì", ho impressi nella memoria come fossero accaduti oggi il giorno in cui morì mia nonna - la prima perdita che vissi sulla pelle - e quello in scoprimmo che Julez aveva perso la bambina - perchè per noi era ed è così - che aspettava.
Altri ricordi sono sensazioni, immagini, odori, canzoni, quasi parti di sogni.
Sorrido anche al pensiero di quella frase di Rocky V che cito di continuo quando parlo dell'essere padre, quando il buon vecchio Sly dice al proprio figlio sulla scena e nella vita - che, come sappiamo, è morto qualche anno fa - "averti avuto è stato come nascere un'altra volta".
Il Tempo, per l'appunto.
Quello che pensiamo come una linea retta che tende all'infinito, e invece è un grande cerchio, o forse qualcosa che non potremo mai davvero comprendere a fondo.
Un pò come la matematica, o la scienza, che in molti - me compreso, ai tempi in cui la studiai - considerano semplicemente come qualcosa di meccanico e privo di vita e che, al contrario, andrebbe approcciato come una nuova lingua in grado di riprogrammare il nostro cervello e la realtà che abbiamo attorno.
Ecco cos'è, Arrival.
Una nuova lingua da imparare, una parabola che racconta della vita e del Tempo, e di noi: non è un caso che sia tratta da un'opera intitolata proprio "Story of your life".
E proprio in questo senso viene giocata la domanda più importante della pellicola, a prescindere dalla tecnica, dalla narrazione, dalle interpretazioni - in particolare quella dell'ingiustamente ignorata dall'Academy Amy Adams -, dal genere: se tu avessi la possibilità di conoscere tutta la tua vita, cosa faresti?
Personalmente, penso che farei quello che cerco di fare ogni giorno: viverla.
In fondo, se dovessi guardare alla vita in termini di quotidianità, tornerei al concetto di Tempo espresso in linea retta, con un inizio ed una fine certi e tutto quello che è in mezzo da costruire.
Poi, di fronte ai Fordini, mi rendo conto che le regole vengono sovvertite, che tutti i pezzi che la mia memoria si perde vengono colmati dalle loro esperienze, e che soprattutto ora, che sono così piccoli - ma immagino non cambierà anche con gli anni - mi ritrovo ad essere l'alieno che osserva il loro mondo e che dona qualcosa che potranno usare in un Tempo che ancora non si è costruito.
L'arrivo del titolo potrebbe essere proprio questo.
E potrebbe essere anche il fatto che gli eventi traumatici restano impressi a fuoco nella memoria mentre quelli più intensi e felici sfumano per diventare onirici in più di un senso: il dolore prosegue la sua marcia come un treno lanciato a tutta velocità, un attacco militare o una bomba che esplode, mentre il piacere, la gioia, la meraviglia si dilatano uscendo dai confini che quello che conosciamo e viviamo ci impongono.
Anche quando si trovano di fronte il dolore.
In fondo, da genitori doniamo ai nostri figli tutto quello che sappiamo o che possiamo donare, finendo per essere aiutati a nostra volta ad affrontare qualcosa di più grande di tutti, un giorno che speriamo sempre possa essere linearmente molto lontano, ma che, inesorabilmente, arriverà.
Quando è il contrario, allora il Tempo si sconvolge e confonde, crea un apparente conflitto, una frattura che rischia di compromettere tutto.
Ed è allora, che occorre prendersi il tempo per comprendere il Tempo.
E capire che, pur conoscendo quello che sarà della nostra vita, non possiamo fare altro che viverla.
In fondo, è semplice.
Un giorno nasciamo, un giorno moriremo.
Sappiamo già cosa accadrà.
Eppure viviamo.
Perchè solo così il Tempo cambia le sue prospettive, e le nostre.
Come un arrivo.
Come una nascita.



MrFord



 

mercoledì 2 novembre 2016

Independence Day - Resurgence (Roland Emmerich, USA, 2016, 120')




Ricordo bene il periodo in cui uscì Independence Day.
Attraversavo l'adolescenza, non c'erano smartphones o internet, affittavo ancora vhs dal mitico Paolo - era da un pò che non lo citavo, mea culpa - e rimanevo colpito grazie alle prime pellicole pronte a stupire con effetti speciali che ai tempi risultavano mitici.
Una di queste fu senza dubbio, per l'appunto, Independence Day: le immagini del trailer con le astronavi aliene che distruggevano i principali monumenti sulla Terra lasciarono a bocca aperta tutti, e condussero ad una visione di gruppo in sala di quelle tipiche del sabato pomeriggio di allora, con giro in centro annesso e patatine che ci attendevano a visione ultimata, sperando magari di conoscere in giro qualche ragazza.
Non sapevo che, qualche anno dopo, la passione per il Cinema sarebbe letteralmente esplosa, e guardavo film principalmente per il piacere di avere a che fare con storie sempre nuove, non avevo pretese o alcuno strumento "tecnico": eppure Independence Day, fatta eccezione per le sequenze già mostrate dal trailer e la scena cult con Will Smith che prende a pugni in faccia l'alieno, non mi convinse granchè.
Intratteneva, certo, ma già allora sapevo non sarebbe certo diventato un mio cult - pur se trash - personale.
Alla notizia, pochi mesi fa, dell'uscita di un sequel, rimasi sconcertato: che bisogno c'era di riesumare gli stessi personaggi nonchè una nuova invasione a vent'anni dalla realizzazione del primo film?
Probabilmente nessuno, se non per il portafoglio di produttori ed autori.
Ed infatti questo Resurgence è stato puntualmente massacrato un pò dappertutto - e premiato anche da un discreto flop al botteghino -, quasi fosse un nuovo sport fare tiro al bersaglio con il lavoro di Emmerich, ormai specializzato in pellicoloni di grana grossa spesso e volentieri catastrofici: io stesso, nel recuperarlo, ho pensato che una bella bocciatura come si deve sarebbe stata praticamente ovvia e goduriosa, ed ho approcciato la visione proprio con questo spirito.
Eppure, lo confesso, proprio non ce la faccio, a voler male ad un film così.
Trash, retorico, già visto, fuori tempo massimo, a tratti involontariamente comico, a tratti volontariamente, Resurgence mi è parso solo un innocuo giocattolone senza alcuna pretesa, in grado di essere visto in qualsiasi condizione - la visione è trascorsa mentre intagliavamo le zucche per Halloween con il Fordino - e che è scivolato via in gran scioltezza, talmente sopra le righe da solleticare perfino la voglia nel sottoscritto e in Julez, anche considerato il finale aperto, di affrontare con un discreto hype - sempre in termini di schifezzone cosmiche - anche un eventuale terzo capitolo.
Dunque, tra un Hemsworth spaccone ed un vecchio Presidente che passa dallo status di quasi barbone reso pazzo dal ricordo degli alieni a perfetta versione sessantenne di un Top Gun, non sono mancate le care, vecchie risate pane e salame in casa Ford, pronte a far scattare un moto d'affetto per un film che è certo una porcheria grande e grossa ma che risulta proprio per il suo essere sincera in quello che è migliore di tanti altri blockbuster privi di anima usciti nel corso delle ultime stagioni: per quanto inutile, questo Resurgence rispolvera quantomeno lo spirito degli anni ottanta e di parte dei novanta, quando smartphones e internet non esistevano e si andava in sala pensando e sperando di assistere ad uno spettacolo da bocca spalancata.
Certo, in questo caso si deve mettere in conto che non sarà per gli effetti o la meraviglia, quanto più per il livello di trash, ma è comunque già qualcosa.
E poi, ammettetelo: anche il più radical dei radical, sotto sotto, avrà sognato almeno una volta nella vita di fare il culo quadro ad un alieno venuto per fare il bello ed il cattivo tempo sulla Terra.
Non sarà a pugni in faccia come fece Will Smith, ma è comunque già qualcosa, specie se si tratta di un "topo da laboratorio" vecchio e gay pronto a sfoderare il suo lato cazzuto all'uccisione del compagno - forse il passaggio più bello e socialmente significativo della pellicola -.
I tempi cambiano, ma certe cose regalano sempre un brivido.
Anche quando sono legate a filmacci di infima serie.




MrFord



 

sabato 25 giugno 2016

Predator - Dark ages

Regia: James Bushe
Origine: UK
Anno: 2015
Durata:
25'







La trama (con parole mie): Thomas, un templare a comando di un manipolo di guerrieri d'elite, è richiamato dagli esponenti della Chiesa che lo costringono a collaborare con un saraceno affinchè la sua squadra si metta sulle tracce di una bestia che pare aver preso di mira i soldati.
Thomas, che vede decisamente male la collaborazione con lo straniero, apprende dallo stesso che, in realtà, la cosiddetta bestia che vanno cercando potrebbe essere un cacciatore venuto da chissà dove pronto a sterminare qualsiasi uomo per guadagnare nuovi trofei: i due uomini dovranno, nel corso della missione, mettere da parte le divergenze e lottare fino allo stremo delle forze per cercare di completare la loro missione.











E' sempre un piacere, per il sottoscritto, ospitare al Saloon cortometraggi e prodotti di nicchia di autori semisconosciuti pronti a cercare la loro strada ed il loro spazio nello sconfinato oceano delle produzioni cinematografiche.
Lo stesso piacere è ancora più grande se a sponsorizzare un'opera è il mio fratellino Dembo, e come protagonista della stessa ritroviamo un esponente della razza dei Predator, divenuta famosa nel Cinema come nei Fumetti e Videogiochi e dal sottoscritto amata nei secoli dei secoli grazie alla strepitosa pellicola firmata nel cuore degli anni ottanta da John McTiernan con protagonista l'inossidabile Arnold Schwarzenegger.
Il lavoro dell'anglosassone James Bushe è infatti, nonostante l'ambientazione medievaleggiante, un omaggio sentito e profondo alla pellicola originale dedicata alla razza di alieni cacciatori, un giocattolo di venticinque minuti che volano in un vero e proprio festival di effetti artigianali ma ottimamente studiati ed una trama che rispecchia abbastanza - per quello che i mezzi e la durata potevano concedere - quell'epico primo capitolo delle avventure del Predator.
La sensazione, osservando la squadra di guerrieri capeggiata da Thomas avventurarsi nelle foreste dei Secoli Bui alla ricerca di una belva assetata di sangue in compagnia del malvisto saraceno che è stato testimone delle imprese dell'alieno, è senza dubbio quella che, con i mezzi e la produzione adatti, Bushe potrebbe senza ombra di dubbio consegnare al pubblico un prodotto forse non all'altezza dell'originale ma superiore - e di gran lunga - allo spento numero due ed ai vari Alien VS Predator usciti più di recente: in questo senso, resta il rammarico legato a combattimenti risolti molto velocemente - del resto, i mezzi ed il minutaggio non potevano offrire niente più di quanto non sia stato portato sullo schermo - accanto alla speranza che, in qualche modo, possa essere affidato proprio a questo regista un eventuale nuovo titolo con protagonista uno dei mostri più affascinanti ed esteticamente efficaci della Storia del Cinema di genere.
Senza ombra di dubbio resta una visione adatta solo agli amanti di questo tipo di titoli ed ai cultori del già citato Predator, che esulteranno come hooligans memori dell'esaltazione che, fin da bambini, la visione di quel supercult provoca in tutti loro - e mi inserisco fieramente nel novero -, dalla quale schizzinosi, radical e presunti alternativi vari faranno bene a tenersi lontani per evitare i consueti, inutili e poco interessanti commenti negativi scritti con l'altezzosità dei critici di nicchia.
Dunque, se siete dei nostri, armatevi di birra e rutto libero e concedetevi una mezzora di puro, sanguinoso, predatorio divertimento.
Il successo, in quel caso, è garantito.




MrFord




"Dark Ages
shaking the dead
closed pages
better not read
cold rages
burn in your head."
Jethrotull - "Dark Ages" - 






martedì 29 marzo 2016

Batman vs Superman - Dawn of justice

Regia: Zack Snyder
Origine: USA
Anno: 2016
Durata: 151'






La trama (con parole mie): a seguito della battaglia di Metropolis, che ha consacrato come un eroe planetario Superman e causato numerose vittime, tra le quali dipendenti di una delle proprietà del multimilionario Bruce Wayne, alias Batman, paladino oscuro di Gotham, quest'ultimo ed una parte dell'opinione pubblica guardano con sospetto il kryptoniano, inconsapevolmente guidato verso una rivalità non voluta dalle azioni del giovane e poco equilibrato Lex Luthor.
Quando, grazie alle macchinazioni del magnate, Superman e Batman si trovano in rotta di collisione e la battaglia tra i due pare favorire la Lex Corp, l'intervento di Lois Lane unito alle ricerche di Wayne cambiano le carte in tavola: stabilita una pur fragile alleanza, i due eroi affiancati da Wonder Woman si troveranno ad affrontare un ibrido chiamato Doomsday, scatenato proprio da Luthor.











Non avrei mai pensato, considerati i "nostri" trascorsi, di poter affermare che un film firmato da Zack Snyder potesse lasciarmi, di fatto, quasi completamente indifferente, o annoiato: in passato, dal riconoscimento di lavori come L'alba dei morti viventi o Watchmen fino alla completa bocciatura di porcatone come 300 o Sucker Punch, il tamarrissimo regista aveva quasi sempre suscitato una certa reazione, nel sottoscritto, tanto da alimentare, in un modo o nell'altro, la voglia di scrivere a proposito del suo lavoro.
Della serata che ha visto i Ford in "libera uscita" con il Fordino dai nonni, invece, mi resterà probabilmente soltanto il ricordo della monumentale cena al jappo all you can eat prima del film e dello spassoso gioco dell'Alfred e Bruce Wayne sfruttato nel parcheggio del Cinema a causa della recente installazione del seggiolino per la prossima nuova arrivata di casa Ford sul sedile del navigatore che pone di fatto il sottoscritto dietro accanto, per l'appunto, al Fordino, con tanto di portiera aperta e chiusa e gente a bocca aperta ad osservare la donna incinta che faceva scendere e salire un tamarro poco raccomandabile dalla macchina come se fosse la sua autista.
Del film, al contrario, se non due ore e mezza di pesantezza e grigiore abominevoli, resta davvero poco che possa rendere il titolo diverso da molti che l'hanno preceduto o far pensare che possa essere una base di partenza da urlo per l'imminente Justice League, risposta di casa DC agli Avengers targati Marvel: proprio rispetto al supergruppo della Casa delle Idee, le colonne Batman e Superman paiono privi dell'ironia necessaria per catturare anche il pubblico meno nerd o dei più piccoli - ho visto padri e figli giunti in sala giungere con grande fatica e molto sonno alla conclusione - ed allo stesso tempo anche della drammaticità autoriale della trilogia legata all'Uomo pipistrello firmata da Christopher Nolan - nonostante, occorre dirlo, Affleck non se la cavi affatto male nei panni di Wayne, e sia spalleggiato da un ottimo Alfred interpretato da Jeremy Irons -.
Usciti dalla sala, il pensiero - oltre al sollievo - era rivolto alla freschezza di una proposta pur diversa come Deadpool - che fa letteralmente polpette del lavoro di Snyder - ed ai paragoni impietosi di sequenze pur ben realizzate come quella della scazzottata tra Superman ed il Batman in versione "armatura pesante" - forse la migliore del film - e l'equivalente tra l'Iron Man "Hulkbuster" e, per l'appunto, Hulk del pur spento secondo Avengers, senza contare l'interpretazione fastidiosa e sempre priva di novità di Jesse Eisenberg, che pare aver esportato il suo Zuckerberg in qualsiasi altro film interpretato, oltre a tentare - fallendo miseramente - di ricordare l'indimenticabile Joker di Heath Ledger.
Poco importa, poi, della scarsa fedeltà a quelle che sono le vicende narrate sugli albi a fumetti - soprattutto riguardo al personaggio di Doomsday - o degli effettoni mirabolanti: Batman vs Superman resterà un videogiocone che avrebbe potuto regalare al suo pubblico tre quarti d'ora in meno - la storia ormai arcinota dell'infanzia di Bruce Wayne, gli inutili inserti onirici sempre legati all'Uomo Pipistrello - ed un tentativo di rendere, almeno in parte ed almeno in sala, cool anche eroi certamente meno interessanti di quelli Marvel i paladini della DC, che paiono divinità scese in terra incuranti della popolazione e degli effetti e conseguenze della loro presenza: in questo senso, il tentativo di sfida di Luthor ha quasi senso, così come la scelta del grande pubblico, che in sala come per le letture, ha sempre nettamente favorito i charachters creati da Stan Lee e soci, meno "divini" e pronti a portare in primo piano i loro problemi, e non i favolosi poteri.
Ma chissà, forse tutto nasce, per quanto mi riguarda, dal senso di appartenenza che provo rispetto all'essere Umani - in tutti i sensi, positivi e negativi, del termine - a fronte dell'algida distanza e spropositato ego dell'essere divini.





MrFord





"Justice is lost
Justice is raped
Justice is gone
pulling your strings
Justice is done
seeking no truth
winning is all
find it so grim
so true
so real."
Metallica - "And Justice for all" - 






domenica 13 marzo 2016

La quinta onda

Regia: J. Blakerson
Origine: USA
Anno: 2016
Durata: 112'







La trama (con parole mie): da un giorno all'altro, la Terra viene avvicinata e successivamente attaccata da una razza aliena che pare voler "purificare" il nostro mondo per poi occuparlo. Dunque, attraverso disastri naturali, epidemie e l'esclusione di qualsiasi forma di energia, gli invasori finiscono per ridurre la popolazione tanto da spezzarla in gruppi distinti raccoltisi per resistere e cercare di sopravvivere.
Cassie Sullivan, persi entrambi i genitori nel corso delle ondate di invasione degli alieni, lotta con le unghie e con i denti per proteggere ed accudire il fratellino Sam, che ora è sua responsabilità: quando il campo in cui vivono accoglie un gruppo di soldati che non solo paiono avere mezzi funzionanti ed energia a disposizione, ma anche armi, che propone di separare adulti e bambini prevedendo per questi ultimi il trasferimento al loro campo base, Cassie rimane separata dal fratello, ed inizia un viaggio in solitaria verso lo stesso campo che la porterà a fare un incontro che potrebbe cambiarle la vita.
Nel frattempo Sam scopre che l'esercito progetta di sfruttare i più giovani come nuova forza per contrastare gli alieni, finalmente decisi a scendere in campo.
Ma sarà davvero così?












Esistono film che nascono, di fatto, per essere compromessi validi su più fronti: con il proprio compagno o compagna, con il tempo, la stanchezza, il lavoro e gli impegni che la vita ci riserva.
In questa grande categoria si possono trovare tamarrate da divertimento sfrenato, prodotti clamorosamente brutti ed altri che, fondamentalmente, risultano inutili ed innocui: La quinta onda, tratto da una saga letteraria di stampo teen di quelle che paiono essere sbocciate un pò ovunque negli ultimi anni, appartiene senza ombra di dubbio all'ultima categoria.
Sfruttato come riempitivo durante un pomeriggio casalingo in una settimana in cui le malattie del periodo hanno colpito un pò tutti in casa Ford, si è rivelato giusto un accompagnamento un pò insipido buono da guardare senza troppa attenzione, un cocktail annacquato che mescola i ricordi di Independence Day ai più recenti Maze Runner e Hunger Games, dal sapore di già visto e rimaneggiato dal primo all'ultimo minuto, finale aperto da saga compreso.
Dai protagonisti agli antagonisti - spiccano Chloe Grace Moretz e Liev Schreiber - alla tematica dell'attacco alieno filtrata attraverso l'utilizzo dei giovani come nuova leva per poter andare verso il futuro, tutto pare tagliato con l'accetta e telefonato, eppure La quinta onda non risulta essere il tipico prodotto in grado di fare incazzare o sconvolgere per la sua bruttezza, quanto più portare ad una constatazione di inutilità di fondo del prodotto, che, tra le altre cose, pare non aver convinto neppure il grande pubblico, mettendo di fatto in dubbio anche la prosecuzione della saga di Cassie e soci.
L'unica cosa interessante da segnalare - e che nel corso delle ultime stagioni si sta facendo sentire sempre di più, parlando di settima arte - è l'influenza evidente che il mercato dei videogiochi pare avere avuto sull'intero progetto, in particolare gli sparatutto in stile Call of duty che ormai sono un vero e proprio must tra i giovanissimi, specializzati nel gioco online tanto da costruire non solo team, ma anche amicizie e rivalità proprio grazie a questi contatti virtuali.
Per il resto, tutto scorre abbastanza in fretta, entro un'oretta dalla visione avrete dimenticato tutto e l'esperienza sarà parsa tutto sommato indolore: forse sono troppo vecchio per queste stronzate, come si diceva ai miei tempi, ma l'impressione è che si sia trattato dell'ennesimo tentativo di portare in sala il pubblico occasionale dei giovanissimi, in special modo i gruppi di adolescenti o pre-adolescenti giocando su una protagonista femminile di richiamo ed una cornice di scontri tipicamente maschile, senza dimenticare la tematica della Famiglia e condendo il tutto con i più tipici alieni pronti a sostituirsi agli uomini noti fin dagli anni cinquanta.
In tutta onestà, a meno che non abbiate un paio d'ore da riempire a tutti i costi di notte o durante una sessione intensiva di pulizie, non mi sbilancerei consigliandovi la visione de La quinta onda, ma neppure di evitarlo neanche fosse la peggiore delle schifezze possibili ed immaginabili, perchè i film davvero pessimi, in fondo, sono altri.
La quinta onda è, più che altro, qualcosa che passa e va, senza aggiungere nulla ad un genere che, di suo, pare aver esaurito negli anni ottanta la sua vena migliore.







MrFord







"So close your eyes, for thats a lovely way to be
aware of things your heart alone was meant to see
the fundamental loneliness goes whenever two can dream a dream together."
Frank Sinatra - "Wave" -






lunedì 25 gennaio 2016

Fargo - Stagione 2

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2015
Episodi: 10






La trama (con parole mie): siamo nel millenovecentosettantanove, in Minnesota. La famiglia Gerhardt, da tempo dominatrice della malavita locale, alle prese con la decadenza del suo leader Otto, si trova alle strette rispetto alla Mafia di Kansas City, pronta a mettere le mani sulla loro fetta di territorio a tutti i costi.
Quando Rye, il più giovane della dinastia, decide di imporre il proprio carattere tentando il colpo uccidendo un giudice locale finendo per causare un massacro in un caffè e la propria morte, il caos ha inizio: le forze di polizia locali, rappresentate da Hank Larsson e Lou Solverson, rispettivamente suocero e genero, i coniugi Ed e Peggy Blumquist, macellaio e parrucchiera, e gli stessi Gerhardt, si troveranno a giocare tutte le loro carte al cospetto di un Destino che pare sempre e comunque più grande di quanto potranno mai pensare.













Se si dovesse pensare alla giungla più selvaggia all'interno della quale giocarsi la propria esistenza, non avrei dubbi nel rispondere che si tratti di quella umana.
Allo stesso tempo, credo non ne esista un'altra in grado di smuovere emozioni così forti, o una partecipazione tale, nel bene e nel male, da cambiare una vita intera.
Nel corso della prima stagione di Fargo, avevamo assistito ad un delinearsi progressivo del prototipo del predatore organizzato e consapevole così come di quello pronto a formarsi passo dopo passo, nel pieno rispetto della pellicola che l'aveva ispirata e delle riflessioni che portarono la stessa season one a giocarsi lo scettro di migliore del duemilaquattordici con True Detective.
Con il passo indietro temporale di questo secondo giro di giostra, di fatto, assistiamo ad un approfondimento delle stesse tematiche reso ancor più coinvolgente e di pancia dall'amplificazione che avviene, di fatto, rispetto al concetto di Famiglia da una parte e dall'altra del confine tracciato dalla Legge.
Dai charachters assolutamente perfetti di Ed e Peggy Blumquist alla convinzione distorta della propria forza dei Gerhardt, passando attraverso l'approccio tutto d'un pezzo di Lou Solverson ed Hank Larsson, assistiamo ad un progressivo precipitare tratteggiato alla grande sia in termini di sceneggiatura che di ritmo, impreziosito da episodi destinati a diventare riferimenti del genere - in particolare il settimo e l'ottavo, protagonisti di uno scambio temporale perfetto - e spalle indimenticabili - Hanzee finisce, di fatto, per essere la pietra angolare del bad guy da tutti i punti di vista - pronte a fornire assist perfetti a protagonisti che dalla prima apparizione finiscono per diventare indimenticabili - Mike Milligan, da uomo di forza a uomo di sistema, parabola inquietante e quasi orrorifica del cambiamento legato al mondo del crimine organizzato in tutto il mondo -.
Con la seconda stagione, dunque, Fargo non solo finisce per battere la concorrenza del suo rivale più agguerrito - il già citato True detective -, ma anche per superarlo, trasportando lo spettatore in una provincia da Western profondo e noir sarcastico, quasi comico ed assolutamente grottesco, in grado di raccontare storie profondamente drammatiche e di sdrammatizzarne altre senza darsi alcun tono autoriale e supponente - splendidi, in questo senso, i due dialoghi che vedono protagonista la lettrice accanita addetta alla cassa in macelleria prima e dunque baby sitter dei Solverson confrontarsi con Ed e la moglie di Lou a proposito dell'appoccio "filosofico" alla morte -.
E i sogni californiati di Peggy incarnati da una baia che non si vedrà mai davvero e quelli di un linguaggio universale auspicato da Hank, che sogna per la figlia un futuro che superi il suo, fanno da contraltare a quelli materiali e senza perdono o ritorno dei Gerhardt e di Milligan, delle occasioni pronte a complicare la vita e delle casualità, degli approcci violenti e privi di empatia di chi non sa ancora dove andare, ma sa che si muoverà grazie alla forza come unica risposta.
Ed il fantasma della guerra che popola il tutto di sensi di colpa o tentativi di redenzione finisce per rendere questa seconda stagione di Fargo ancora più intensa e travolgente della prima, tanto da stuzzicare la curiosità non solo di noi spettatori, ma anche di alieni provenienti da chissà quale altro mondo.
Del resto, la passione miete sempre vittime.
C'è da sperare soltanto che, una volta o l'altra, siano quelle giuste, a poter vedere l'alba e sognare un mondo dove non sia necessario lottare per forza per sopravvivere ai predatori.





MrFord





"Up all night long
and there's something very wrong
and I know it must be late
been gone since yesterday
I'm not like you guys
I'm not like you."

Blink 182 - "Aliens exist" - 






mercoledì 23 settembre 2015

Pixels

Regia: Chris Columbus
Origine: USA, Cina, Canada
Anno: 2015
Durata: 106'





La trama (con parole mie): Brenner, Eddie e Ludlow sono tre bambini prodigio dei videogames protagonisti del primo campionato mondiale dedicato agli stessi svoltosi nell'estate dell'ottantadue. Più di trent'anni dopo, l'inseparabile amico di Brenner, finito nel frattempo a fare l'installatore di sistemi audio video, Cooper, divenuto Presidente degli Stati Uniti, è costretto a fronteggiare una crisi senza precedenti: una razza aliena, infatti, venuta a contatto con la videocassetta del campionato di cui furono protagonisti gli allora ragazzini, lanciata ai tempi nello spazio dalla NASA e ritenuta una dichiarazione di guerra, sfida la Terra ad una vera e propria lotta ispirata ai titoli più importanti che le sale giochi offrivano agli utenti, da Pac-Man a Donkey Kong.
Messi all'angolo dagli invasori, Cooper e gli alti papaveri dell'esercito dovranno tornare a rivolgersi a quegli ex bambini prodigio finiti tra i losers della società: riusciranno dunque i nerd a sconfiggere gli agguerritissimi alieni?








Gli anni ottanta, senza alcuna ombra di dubbio, devono avere lo spirito dei maratoneti, nonostante un'apparenza da centometristi da una botta e via: di fatto, hanno vissuto alla grande il loro momento, come una partenza a razzo, prima di scomparire - apparentemente - inghiottiti dal buco nero della Grande Depressione dei novanta, riguadagnandosi poi, passo dopo passo, un posto in primo piano con il Nuovo Millennio.
Per chi, come il sottoscritto, di fatto si è formato in quel decennio - o ci è cresciuto -, ora che i nostri novanta e zero sono alle spalle e ci ritroviamo in prossimità o appena oltre la quarantina, spesso e volentieri con figli al seguito, finiamo per guardare a quel periodo con la nostalgia che si prova rispetto all'infanzia, simile a quella che ci prende gli ultimi giorni delle vacanze estive, togliendoci almeno un pò il respiro: Pixels, in un certo senso e seppur ben lontano dalla perfezione, incarna benissimo quella sensazione, lo spirito e la meraviglia che in quella che può tranquillamente essere definita un'altra vita ci contraddistinse nel corso degli eighties.
Personalmente ricordo bene la sensazione magica dell'ingresso in una sala giochi in tempi in cui nessuno o quasi aveva un computer a casa e non esisteva internet, gli smartphone con i loro giochini virali non abitavano i vagoni delle metropolitane e per i bambini l'unico modo per assaporare l'ebbrezza delle partite con i videogiochi era quello: ricordo il Commodore 64 con le cassette che impiegavano ore a caricarsi, l'Amiga, i primi Sega Master System e dunque Mega Drive, i giochi da Donkey Kong a Tetris, passando per titoli dei quali ho impresse in mente le immagini ma non i nomi, le prime partite con mio fratello accanto che doveva mettersi in piedi su una sedia chiesta in prestito ai gestori della sala giochi a quella volta ad Ascea, dove i gettoni costavano un quinto rispetto a Milano o alla Romagna, e dunque sessioni a Rampage da fantascienza rispetto a quelle cui ero abituato, o il gioco del calcio al bar in montagna, dove una volta presa la mano si cercava di vincere il Mondiale con qualsiasi squadra.
Pixels mi ha riportato alla mente con un eccezionale effetto amarcord queste sensazioni, che unite ad un'idea - quella di proporre un'invasione aliena originata da una videocassetta tratta da un torneo di videogames dell'ottantadue - decisamente originale ed a suo modo geniale ha reso la visione piacevole e simpatica, come quando si incontra un vecchio amico e si scopre che le cose ancora funzionano, e si finisce a ridere come pazzi in nome dei vecchi tempi e forse anche dei nuovi.
Certo, non tutto funziona, di fatto ci si trova di fronte al tipico giocattolone che si spera sempre possa sfondare al botteghino - e non è stato questo il caso - dal finale buonista e telefonato, il cast è tutto pesantemente sopra le righe, eppure la resa è piacevole, a suo modo genuina e senza pretese, pronta a fare breccia nei sentimenti e nei ricordi di chi ha potuto giocare Pac-Man o il già citato Donkey Kong almeno una volta dal vivo, ai tempi dei tempi.
Spassoso anche l'inserimento di icone anni ottanta sfruttate come mezzo di comunicazione con i terrestri da parte degli alieni - mitici Hall&Oates -, giustamente sfruttato il vecchio adagio dell'outsider che, a scapito delle difficoltà, finisce per dimostrarsi più efficace degli apparentemente invincibili - molto bella, e tendenzialmente vera, la battuta sul bacio: chi non ha mai dovuto farsi un pò di culo per rimorchiare difficilmente vi darà grandi soddisfazioni tra le lenzuola - e divertente trovarsi davanti ad uno schermo cercando di individuare e riconoscere vecchi eroi da sala giochi che credevamo sepolti nei meandri più oscuri della memoria.
Un'operazione nostalgia, dunque, che senza dubbio il pubblico più stagionato apprezzerà in misura maggiore rispetto a quello supergiovane, che pur non brillando per tecnica o resa complessiva rafforza la posizione di idolo degli anni ottanta di Chris Columbus e, a conti fatti, finisce per risultare come una sorta di fratellino minore - e non di poco - dell'ottimo The Lego Movie.
Se, dunque, almeno una volta vi è capitato di dover prendere fiato pensando a quelle apparentemente interminabili partite in sala giochi, ai sapori, agli odori, alle sensazioni di quell'epoca, lasciate da parte le velleità da Grande Cinema e godetevi questo divertissement per quello che è: un omaggio ad un periodo cui non saremo mai abbastanza grati.




MrFord




"With a thrill in my head and a pill on my tongue
dissolve the nerves that have just begun
listening to Marvin (All night long)
this is the sound of my soul
this is the sound."
Spandau Ballet - "True" - 





mercoledì 25 febbraio 2015

Jupiter - Il destino dell'Universo

Regia: The Wachowskis
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
127'





La trama (con parole mie): Jupiter Jones, orfana di padre e sorta di Cenerentola dalla vita difficile, scopre da un giorno all'altro di essere l'erede al trono dell'Universo contesa dai tre rampolli di una delle famiglie più influenti, potenti e pericolose dello stesso.
Seguita come un'ombra da Caine Wise, ex soldato dai numerosi problemi, la giovane dovrà fare i conti non soltanto con la sua nuova natura e posizione "sociale", ma anche con ogni singolo membro degli Abrasax contando, di fatto, solo su se stessa ed i sentimenti che inizia a provare per il suo antieroico salvatore.
Riuscirà la ragazza a venire a capo degli intrighi di potere cosmici, salvare baracca e burattini, preservare le vite dei membri della famiglia e trovare lo spazio - in tutti i sensi - per una storia d'amore che le è mancata tutta la vita?
Il destino di Prescelta si rivelerà una maledizione o riuscirà a dare nuova linfa al suo futuro?








Forse i Wachowski dovevano semplicemente rimanere Andy e Lana.
Ed evitare sboronate galattiche come The Wachowskis.
Forse, ai tempi in cui trovai davvero bellissimo Cloud Atlas, fui troppo ottimista.
Forse avrei dovuto pensare che, perfino con il sopravvalutato Matrix, i due fratellini mi sono sempre sembrati due pipponi nerd con a disposizione budget stratosferici e poco altro.
E invece non l'ho fatto.
Ed ho approcciato Jupiter - Il destino dell'Universo come se dovesse rivelarsi una sorpresa positiva nonostante le numerose ed orrorifiche recensioni raccolte in tutta la blogosfera.
Grave, gravissimo errore.
Ho dunque scontato sulla pelle due ore piene di mortorio da sci-fi per adolescenti in crisi ormonale che pesca a piene mani dall'immaginario di Star Wars, Star Trek, Star quel cazzo che volete e lo shakera nel modo peggiore possibile: quello della soap tinta da favola che ha spesso e volentieri impazzato sul grande e piccolo schermo nel corso delle ultime stagioni.
Negli ultimi mesi neppure Taken 3 o le peggiori schifezze - fatta eccezione per l'inarrivabile Cinquanta sfumature di grigio - erano riuscite a lasciarmi con in bocca un amaro che sa di devastante dopo sbornia come questo Jupiter, infarcito di inutili effettoni e lasciato in mano ad un cast non solo per nulla in parte - Tatum imbarazzante nel ruolo di quasi Spock, Redmayne che dovrebbe ringraziare il fatto che l'Academy non abbia messo gli occhi su questo titolo, o si sarebbe giocato la statuetta pur essendo il meno peggio della brigata, Sean Bean imprigionato in quello che ormai è il suo ruolo standard, Mila Kunis con una palpebra perennemente calata rispetto all'altra alla peggiore interpretazione della carriera -, ma anche svogliato e poco convincente, ad una sceneggiatura al limite dell'elementare ed ad un ritmo che definire compassato sarebbe riduttivo.
A poco importa che il setting possa risultare affascinante agli occhi degli appassionati di astronomia o ai nerd in generale, così come assurdo risulta immaginare di poter realizzare un prodotto di fantascienza efficace e potente soltanto buttando a caso nel calderone elementi che hanno formato la giovinezza dei suoi autori: dal ruolo di Cenerentola di Jupiter/Mila Kunis e dall'inutile serie di siparietti dedicati alla sua vita sulla Terra alla sua "ascesa" - come dichiara anche il titolo originale, come al solito più azzeccato di quello nostrano - niente pare funzionare, neppure il desiderio di far passare questa robetta come fosse un nuovo piccolo cult indirizzato ai teenagers, che probabilmente considereranno, dato l'approccio, il tutto come il classico polpettone da sfigati secchioni ed appassionati di tutto quello che di norma è materiale da vessazione e presa per il culo.
Considerato quello che è il risultato - simile ad una sessione di giochi di ruolo passata in compagnia di sfigati che portano in scena personaggi fighissimi e quasi invincibili come il Caine di Tatum in modo da compensare la loro triste realtà quotidiana -, oserei dire che sbeffeggiare Jupiter - Il destino dell'Universo è quasi un dovere, se non un piacere per chi ama non solo il Cinema di fantascienza, ma la settima arte in toto.
Devo dunque a malincuore ammettere che la parentesi del già citato Cloud Atlas è stata solo una casualità - sempre che non decida di rivalutarlo, a questo punto -, e che i famigerati The Wachowskis sono tornati a fare quello che riesce loro meglio in pieno stile Aronofski: i pipponi.
E non ci sono pianeti miracolosi - come, di fatto, è Giove -, storie d'amore impossibili o ridicole dinastie reali dominatrici dell'Universo che tengano: perfino con le ali ed i pattini spaziali, questa roba apparirà sempre come il rifugio decisamente poco efficace di un paio di nerd mai usciti dal guscio.




MrFord




"Now that she's back in the atmosphere
with drops of Jupiter in her hair, hey, hey, hey
she acts like summer and walks like rain
reminds me that there's a time to change, hey, hey, hey
since the return from her stay on the moon
she listens like spring and she talks like June, hey, hey, hey
hey, hey, hey."
Train - "Drops of Jupiter" - 




lunedì 15 settembre 2014

Under the skin

Regia: Jonathan Glazer
Origine: USA, UK, Svizzera
Anno:
2013
Durata:
108'





La trama (con parole mie): un misterioso motociclista, recuperato il cadavere di una donna, rende possibile la "vestizione" di un'aliena dello stesso. L'entità extraterrestre, una volta assunte le fattezze umane, decide di vagare attraverso la Scozia seducendo uomini che finisce per destinare all'oscurità psichedelica delle sue "stanze". Quando l'incontro con un ragazzo sfigurato cambia le sue prospettive, per la misteriosa viaggiatrice i sentimenti umani cominceranno a fare sempre più breccia nel suo modo di rapportarsi alla realtà.
Ma non è detto che a questo cambiamento corrisponda, di fatto, qualcosa di positivo: e circondata dalla cornice di una Natura splendida, selvaggia ed incontaminata, l'ospite extraterrestre potrebbe finire per incontrare un destino ben più amaro di quello delle sue prede.








Complice una delle stagioni cinematografiche meno esaltanti degli ultimi dieci anni, quest'anno ho finito per rimanere a corto anche di pellicole da massacrare come si conviene a suon di bottigliate, considerato che addirittura - almeno in parte - Lars Von Trier con il suo Nymphomaniac ha finito per deludermi da questo punto di vista: fortunatamente, non più tardi di una settimana fa, Colpa delle stelle è giunto in soccorso risvegliando dal torpore il sottoscritto e dando una bella spolverata alle sue armi predilette, conscio probabilmente di scaldarle per un'altra clamorosa merda d'autore che qualcuno è riuscito addirittura a definire un filmone come Under the skin.
Ma partiamo dal principio: come se non fosse bastata la lezione di The tree of life, continua ad apparirmi assurdo e ben oltre i confini di tutte le realtà conosciute che un regista sano di mente si prospetti di scimmiottare - verbo scelto ovviamente non a caso - 2001, Capolavoro assoluto di Kubrick, pensando di poter stupire con qualche immagine da trip d'acido buttata a caso sullo schermo.
Nel passato recente, soltanto Enter the void e Holy motors sono riusciti nell'intento di ricreare atmosfere ben oltre il lecito traendone, di fatto, qualcosa di unico e destinato ad essere ricordato: Jonathan Glazer, probabilmente traboccante d'ego quanto il già citato Von Trier, decide di prendere di petto l'inarrivabile lezione dello Stanley di noi tutti confezionando un polpettone indigesto, lento, inutile, privo di capo e coda, giocato tutto sulle scene di nudo che coinvolgono la protagonista Scarlett Johansson, che se rapportata agli standard della vita di tutti i giorni potrà apparire una bella donna ma che, di fatto, se presentata come la figa stellare che non è finisce per deludere, una volta svestita, anche chi si aspettava un corpo da fantascienza - e non è il mio caso, considerato che già pensavo che non avrebbe retto il confronto con la Rosario Dawson dell'altrettanto deludente In trance di qualche mese fa -.
Certo, la cornice è splendida, e le location scelte dall'autore assolutamente perfette, tanto da riportare alla memoria il sapore del whisky di malto e le visioni del - quello sì - meraviglioso Valhalla rising, il finale interessante, la tesi legata alla dipendenza dei maschi umani adulti dal triangolo più importante del mondo - e forse dell'universo - assolutamente veritiera, ma non bastano poche - e scontate - verità per rendere interessante una pellicola assolutamente priva di attrattive e senso di esistere, buona giusto per i radical chic pronti a darsi un bel tono da spocchiosi decandando i sottotesti che Under the skin dovrebbe comunicare al suo pubblico.
Raramente, pure finendo per sforzare i pochi neuroni rimasti con gli occhi aperti a fatica cercando di ricordare una situazione analoga, ho finito per annoiarmi così mortalmente durante la visione di un film, mantenendo l'interesse sveglio - e non solo quello - grazie ad abbondanti rifornimenti di cibo ed agli scorci offerti dalle Highlands, finendo prigioniero di una sceneggiatura sconclusionata e solo apparentemente "geniale" in grado di saltare da dialoghi al limite del ridicolo involontario alle inquadrature su una Johansson - che non è mai stata chissà quale attrice, intendiamoci - alla sua di gran lunga peggiore interpretazione di sempre.
Come se tutto questo non bastasse, finisco anche per fare finta di niente e soprassedere rispetto ai riferimenti ad Elephant man e all'approccio in stile Cronenberg per evitare di infierire ulteriormente su quello che potrebbe essere uno dei candidati più autorevoli a film peggiore dell'anno, in barba a tutti gli snob che sono corsi a gridare al miracolo rispetto ad uno dei simboli più efficaci della definizione di "merda d'autore".
Se questi sono gli alieni che dovrebbero aprirmi gli occhi, preferisco tenere gli stessi decisamente "wide shut", per non essere da meno e citare un Maestro che certa gente come Glazer non dovrebbe neppure permettersi di immaginare.
Figuriamoci intraprendere una presunta carriera nello stesso campo.




MrFord




"Mi piace la bicicletta, ci faccio dei giri, 
incontro la fidanzata e poi le mostro il cambio. 
E tutto era partito da un mio caro amico, 
per questo dico fidati quando ti dico 
la visione della figa da vicino, la visione della figa da vicino, 
la visione della figa da vicino, la visione della figa."
Elio e le Storie Tese - "La visione" - 




 

mercoledì 11 giugno 2014

Egde of tomorrow - Senza domani

Regia: Doug Liman
Origine: USA, Australia
Anno: 2014
Durata: 113'





La trama (con parole mie): Cage, un ex esperto di pubblicità di un prossimo futuro reinventatosi motivatore dell'esercito a fronte di un'invasione aliena, viene forzatamente reclutato per quello che dovrebbe divenire una sorta di secondo sbarco in Normandia con tanto di vittoria decisiva per gli umani. A seguito della sua morte in battaglia, scopre di aver acquisito l'abilità di rivivere quello stesso giorno in un loop infinito, ereditando una parte delle capacità degli alieni stessi: venuto in contatto con il simbolo delle forze umane, la combattente Rita, Cage scoprirà non solo che la stessa ha vissuto una situazione simile alla sua, ma che potrà utilizzare esperienza e contatti in modo da prepararlo ad uno scontro decisivo con quello che dovrebbe essere il cervello pensante dei nemici dell'umanità.
Riuscirà l'uomo a sfruttare le sue nuove esperienze in modo da permettere alla popolazione della Terra di imporsi nella lotta?








Effettivamente, chi definiva Edge of tomorrow come una sorta di fantascientifico, sopra le righe e tendenzialmente tamarro Groundhog Day non sbagliava: Doug Liman, sfruttando appieno le caratteristiche - comunque le si vogliano valutare - di Tom Cruise, gli effetti speciali, la tensione di fatto mai calante - grazie anche alla formula del loop temporale ripetuto -, l'ottima spalla fornita da Emily Blunt, confeziona uno dei giocattoloni d'intrattenimento più riusciti delle ultime stagioni cinematografiche, di fatto unica alternativa, in questo senso, a supereroi ed affini.
Per chiunque abbia apprezzato Starship troopers, o voglia divertirsi con qualcosa di profondo per certi versi ma assolutamente non impegnativo, gli ingredienti per la soddisfazione ci sono tutti.

Cazzo, questo Edge of tomorrow deve proprio tanto a Ricomincio da capo: se non ci fossero state le disavventure romantiche e malinconiche di Bill Murray una ventina d'anni fa, se lo sarebbe sognato Tom Cruise un film che lo potesse esaltare da protagonista in tutto e per tutto come è sempre stato - e come, probabilmente, si crede a prescindere dal tempo che passa e dalle scelte che possono non risultare azzeccate a priori - rilanciando ed alzando la posta rispetto ai suoi recenti exloit, anche se il tocco americano nel senso dispregiativo da radical si vede, eccome.

Questo Edge of tomorrow è proprio una tamarrata: alieni in preda a fastforward che impazzano sul grande schermo in un tripudio di effetti speciali buoni giusto per fare da cornice ad una variante della classica storia con Tom Cruise protagonista assoluto - non gli basta neppure morire, al maledetto! - pronto perfino a viaggiare nel tempo pur di strappare anche solo una limonata veloce ad Emily Blunt. Una cosa del genere finisce per essere buona giusto per il pubblico occasionale o per qualche residuato tamarro degli anni ottanta, incapace di accettare il fatto che un'epoca sia finita, per quanto ci si possa aggrappare al concetto più grande di Tempo.

Mi pare di avere già scritto, di Edge of tomorrow.
Ma poco importa: intanto che mi trovo qui, tanto vale buttare giù le cose come stanno: Liman ha davvero centrato il bersaglio.
Divertimento, profondità - in fondo, come potrebbe essere rivivere lo stesso giorno all'infinito o quasi, neanche si trattasse di un videogioco che impariamo ad affrontare nei minimi dettagli, morte dopo morte, game over dopo game over? -, il divismo che serve, gli effetti giusti per ricordare Verhoeven così come al Nuovo Millennio quali siano le leve sulle quali puntare.

E così, sono ancora qui.
Non me lo aspettavo.
Doveva essere tutto finito, o almeno questo è quello che ero portato a credere.
Del resto, non so quante recensioni ho scritto, dalla testa alla pagina, di questo film. 
Dev'essere strana, l'emozione del foglio che di colpo, al pigiare di un tasto, diventa bianco, pronto ad affrontare un nuovo inizio. 
Un'emozione che a noi sarà sempre negata. Almeno fino a prova contraria.
Nell'attesa, il Cinema può anche questo: metterci in condizione di viaggiare nel Tempo e tornare indietro per scoprire quello che sarebbe stato, quello che è, o quello che potrebbe essere.
Edge of tomorrow è un pò così.
E in questo istante, finchè ne sono certo, mi basta.




MrFord




"I need to know now, know now
can you love me again?
I need to know now, know now
can you love me again?
I need to know now, know now
can you love me again?
I need to know now, know now
can you love me again?"
John Newman - "Love me again" - 




sabato 8 febbraio 2014

Heavy metal

Regia: Gerald Potterton
Origine: Canada
Anno: 1981
Durata: 86'



La trama (con parole mie): recuperata da un astronauta ed eliminato lo stesso, una sfera smeraldo contenente Male puro cerca di avere la meglio su una ragazzina figlia dell'esploratore spaziale stesso raccontando storie che dimostrino la sua potenza e l'impatto che è in grado di avere rispetto alla civiltà, sia essa umana o proveniente da altri pianeti.
Si passa, dunque, dalla sci-fi all'erotismo, dal cyberpunk alla violenza senza risparmiare nulla, in una galleria che possa permettere all'oscurità di prevalere in qualche modo sulla luce: riuscirà la giovane e potenziale vittima a fare fronte alla potenza della sfera?
O tutta l'aggressività, la morte, il sangue che quest'ultima porta in eredità inghiottiranno quella che pare la chiave di volta per la salvezza del cosmo?





A volte capita che, a dispetto della Storia - almeno di quella universalmente nota e riconosciuta - e del grande pubblico, alcuni fenomeni resistano ed assurgano allo status di cult pur non riscontrando, di fatto, il successo che avrebbero meritato: è il caso di Heavy metal, vero e proprio gioiellino e caso cinematografico nato da un perfetto mix di comic books e settima arte nei primi anni ottanta ormai - purtroppo - caduto nel dimenticatoio e custodito gelosamente nel cuore di chi in quel periodo ha finito per formarsi pellicola dopo pellicola ed albo a fumetti dopo albo a fumetti.
Senza dubbio, a più di trent'anni dalla sua realizzazione, gli effetti del tempo e l'evidente settorialità espressa dal prodotto finito - nato da una costola di una nota rivista contenitore - finiscono per farsi sentire soffocando, di fatto, l'eco provocata dallo stesso, eppure ancora oggi risulta davvero arduo negare all'opera diretta da Gerald Potterton il merito di aver aperto la strada ai successivi Blade runner e Akira - tanto per citare due calibri non propriamente piccoli - sfruttando una struttura ad episodi in grado di esplorare i diversi aspetti della sci-fi come qui in Italia in quel periodo - ed almeno fino alla prima metà degli anni novanta - fecero pubblicazioni come Lancio Story, riferimento assoluto per gli appassionati di fumetto d'autore dediti a sperimentazioni e forme non convenzionali.
Gli episodi raccontati dalla sfera smeraldo, espressione del Male, denominata Loc-Nar, toccano tutti i grandi scenari del genere resi noti a partire proprio a cavallo tra seventies ed eighties, quando la fantascienza classica cominciò ad essere contaminata da elementi che la portarono ad essere più vicina ad una sorta di rappresentazione ad alta tecnologia dei "secoli bui" medievali: dalle vicende di Harry Canyon, tassista nella New York discarica del 2031 - ormai neppure più tanto distante a livello temporale - a quelle di Den, adolescente più che nerd catapultato in un mondo di ispirazione pre-colombiana che gli permetterà di diventare l'eroe che non è mai stato, dalle peripezie giudiziarie del Capitano Sternn alla lotta per la sopravvivenza di un gruppo di soldati alle prese con la trasformazione dei loro commilitoni in zombies, dall'improbabile storia d'amore di un robot ed una stenografa umana al confronto decisivo tra Taarna e lo stesso Loc-Nar, simboli la prima del Bene - nonchè della stessa pellicola, campeggiando fiera sulla locandina - ed il secondo del Male, in una battaglia pronta a rinnovarsi a prescindere dal luogo, il tempo e lo spazio.
Nonostante tutto questo - influenze sul genere e rivoluzionarietà del progetto, sponsorizzato tra gli altri dal futuro regista di Ghostbusters Ivan Reitman - ed una colonna sonora che è una vera e propria manna dal cielo per ogni patito di rock e metal - da Donald Fagen ai Black Sabbath, passando attraverso Stevie Nicks e i Cheap Trick, solo per citarne alcuni -, mi è parso giusto ridimensionare almeno nel voto l'impatto che allo stato attuale delle cose è in grado di garantire questo incredibile ed affascinante viaggio nel passato della sci-fi, ovvero quello di un prodotto per appassionati e nerd non abbastanza attuale da poter convincere anche il pubblico occasionale e più giovane.
Obiettivamente un peccato, data la mole di elementi toccati dai diversi episodi e dall'ispirazione che hanno saputo regalare a titoli ben più importanti e noti in tutto il mondo - anche rispetto a chi di Cinema mastica ben poco -, ma del resto l'universalità del messaggio e della sua comunicazione restano discriminanti fondamentali per superare la prova del Tempo, una delle più impietose per qualsiasi opera d'arte realizzata dall'Uomo.
E Heavy metal è e resta, indubbiamente, un'opera d'arte.


MrFord


"Reach out and ta-ta-ta take it.
reach out and take it. Oh, yeah!
cough up the cash when you go over and over.
before the old one's gone, you've got a new owner.
you need assistance when your head's in the clouds.
you could live easy if life stood still.
you could be faking and breaking and taking it all.
but then you know you're gonna fall."
Cheap Trick - "Reach out" - 


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