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lunedì 13 marzo 2017

Autopsy (Andrè Ovredal, UK/USA, 2016, 86')




Da vecchio fan del genere, per me è sempre una vittoria incrociare il cammino di un film horror che funziona, anche perchè purtroppo per quelli come me si tratta di merce molto rara.
Il nome di Andrè Ovredal, del resto, dalle parti del Saloon si era già fatto notare qualche anno fa, quando con Troll Hunter irruppe settando un nuovo standard nel mondo del mockumentary - prima che Lake Mungo alzasse ulteriormente l'asticella -, regalando al sottoscritto una delle esperienze più sorprendenti del passato recente rispetto, in quel caso, più al fantasy che non all'horror.
Ma poco importa.
Il regista, a questo giro di giostra, era chiamato ad una prova ardua: quella del confronto con una produzione anglosassone, seppur piccola, impreziosita da due protagonisti di lusso - Emile Hirsch e Brian Cox - e da richiami a quello che è uno dei capisaldi della cultura a stelle e strisce quando si tratta di horror ed affini: il mondo della stregoneria.
In questo senso, basterebbe una frase cult di Julez per dare una dimensione ben definita al successo di Ovredal: "Zombie, impara a fare un film sulle streghe!", in riferimento all'orrido Salem, e la portata di questo non privo di difetti ma assolutamente efficace ed affascinante The autopsy of Jane Doe sarebbe di colpo chiara.
Ma non è finita qui.
Perchè oltre a temi importanti e cari al sottoscritto come quello del rapporto tra padre e figlio, assistiamo ad una prima parte assolutamente ad effetto - da tempo non mi capitava di provare almeno alla lontana un certo disagio, di fronte ad una produzione horror - resa tale anche da una location chiusa e gestita benissimo e ad un ottimo e sapiente uso dell'atmosfera, del sonoro e del visto/non visto - e ad una seconda forse meno incisiva ma comunque di buona suggestione, pronta a raccontare la storia di una vendetta senza quartiere o tregua, che quasi fosse un'espressione della Natura più che della Natura umana colpisce indiscriminatamente e senza sconti, che si tratti di essere buoni, oppure no.
I volti di questo doppio volto sono quelli della casa dei Tilden - una dimora dal gusto gotico che farebbe invidia a qualsiasi ghost story - e della giovane Olwen Katherine Kelly, che prestando corpo e mimica facciale alla Jane Doe del titolo - quantomeno originale - finisce per risultare più efficace ed inquietante di molte maschere passate sul grande e piccolo schermo nel corso degli anni: come fu per la maggior parte del già citato Troll Hunter, l'atmosfera si conferma una delle armi migliori di Ovredal, che gioca con il suo pubblico come dovrebbe fare ogni autore di genere, evitando almeno in parte le trappole della distribuzione su larga scala e scendendo a compromessi con le stesse senza per questo snaturare il suo lavoro.
Una cosa davvero non da poco, specialmente se riferita ad un film piccolo piccolo costruito attorno ad una vecchia casa e tre attori chiusi all'interno di un incubo che non sarebbe dispiaciuto, considerati i suoi trascorsi, ad un Maestro della vendetta come Park Chan Wook.




MrFord




 

giovedì 9 marzo 2017

Thursday's child


Nuova puntata della rubrica delle uscite in sala condotta, come sempre, dal qui presente leggendario vecchio cowboy e dal decisamente meno leggendario Cannibal Kid: riusciranno, questa settimana, i due bloggers un tempo acerrimi rivali, a ritrovare l'acredine degna della loro lotta che pare perduta fin dall'inizio di questo duemiladiciassette?

Ford dopo aver letto un vecchio post di Cannibal.

La luce sugli oceani

"No, cara, non sei anche tu figlia dei Ford! Almeno spero!"

Cannibal dice: Sono la coppia più bella del mondo. Mr. James Ford e Cannibal Kid?
Fuochino. Mi riferisco invece a Michael Fassbender e Alicia Vikander, i protagonisti di questo melodrammone di cui a breve vi riferirò. Certo che se i protagonisti fossero stati Ford e Cannibal la situazione sarebbe stata ancora più melodrammatica. Molto più melodrammatica...
Ford dice: Fassbender e la Vikander tentano, attraverso questo film, di insidiare il trono di miglior coppia del gossip mondiale occupato attualmente da Ford e Cannibal. Ci riusciranno?
La risposta a breve qui al Saloon.

 

Kong: Skull Island

Ford dopo aver letto un altro vecchio pezzo di Cannibal, ai tempi della loro accesa rivalità.
Cannibal dice: Il gorillone è tornato e no, non mi riferisco a James Ford o allo scimmione che ha co-vinto l'ultimo Festival di Sanremo insieme a Francesco Gabbani. King Kong è di nuovo tra noi e sinceramente io non è che ne sentissi un gran bisogno. Complice la presenza della mia favorita Brie Larson e un trailer che preannuncia una pellicolona “ignorante” ma potenzialmente divertente, questo film comunque non mi spaventa troppo. Non quanto Ford: Skull Island.
Ford dice: gorilla giganti, esplosioni, atmosfera da filmaccio trash ignorante.
Non posso che esserne già esaltato.
Senza contare che il Fordino non vede l'ora e che ho visto il trailer con Dembo dalla prima fila della Sala Energia di Melzo. Una roba da vomitare le budella.


Il diritto di contare

"Complimenti: secondo i suoi calcoli Ford e Cannibal riprenderanno ad essere in disaccordo molto presto. Attendevamo tutti questa notizia."

Cannibal dice: Una gran bella storia non sempre basta per fare un gran bel film. In questo caso, una gran bella storia ha portato a un film caruccio, la cui visione è assolutamente consigliata e che presenta un cast in gran forma, soprattutto Taraji P. Henson e la cantantattrice Janelle Monáe. Certo però che la nomination all'Oscar di miglior film dell'anno è stata esagerata. Ma mai quanto quella di un Ford-favorite come La battaglia di Hacksaw Ridge.
Ford dice: film che era candidato agli Oscar e che con Julez ci siamo gustati come quelle pellicole che non saranno Capolavori ma che ci si ferma sempre a guardare quando si trovano in tv, una specie di The Help versione duemiladiciassette.
Ad ogni modo, a breve avrete la recensione fordiana, sperando che, per una volta in questo stranissimo periodo, si discosti da quella cannibalesca.

 

Il padre d'Italia

"Ford e Cannibal ormai amici? La barzelletta del secolo!"

Cannibal dice: Luca Marinelli e Isabella Ragonese, ovvero due tra i migliori giovani interpreti del nostro cinema in gran forma, insieme?
Mi rifiuto di credere che possa esserne uscito un film meno che delizioso. Poi certo, nella vita ci si può sempre sbagliare. Come quando io ho accettato di realizzare questa rubrica in co-conduzione con Mr. Ford, anche noto come l'uomo che si crede Il padre migliore d'Italia.
Ford dice: ma come, un film italiano intitolato Il padre d'Italia che non mi abbia come protagonista? Sarà sicuramente una cannibalata da bottigliare!

 

Questione di karma

"La questione è semplice: se Ford e Cannibal non tornano a scannarsi, l'equilibrio del mondo viene sconvolto!"

Cannibal dice: Commedia con l'inedita accoppiata formata da Fabio De Luigi, comico un tempo divertente in tv ma che al cinema risulta parecchio meno simpatico, e da un Elio Germano per una volta alle prese con la commedia. Coppia tutta da verificare, al contrario di quella ormai rodata composta da Ford and me, e inoltre a prima vista mi pare un po' una versione cinematografica di Occidentali's Karma. E non lo dico come complimento.
Ford dice: di questo film ho già visto il trailer. E mi pare abbastanza.
Penso che io e Cannibal potremmo portare sugli schermi una commedia decisamente più divertente.

 

Bleed – Più forte del destino

"Io ci provo, a dare cazzotti: ma Stallone è un osso troppo duro!"

Cannibal dice: Raramente le pellicole pugilistiche mi entusiasmano. Sono troppo fordiane per me. Questo nuovo Bleed sembra inserirsi all'interno del genere senza avere il fisico per assestare un colpo da KO, un po' come Ford contro di me, però non sembra nemmeno così terribile da essere lasciato steso al tappeto.
Ford dice: film tratto dalla storia vera di Vinnie Pazienza, un pugile dato per spacciato dopo un incidente mortale tornato sul ring da miracolato, che pare essere fordiano al mille per mille.
Non sarà un nuovo Rocky, ma una visione la varrà senza dubbio.

 

Autopsy

"Causa della morte?" "Ha scoperto che Ford e Cannibal ormai vanno d'accordo."

Cannibal dice: Horror con Brian Cox ed Emile Hirsch dal discreto potenziale, ma che non mi ispira particolarmente. Sarà che mi pare ancora più inquietante e claustrofobico di una nuova recensione fordiana.
Ford dice: horror dell'autore dell'ottimo Troll Hunter che ho già visto e che farà capolino la settimana prossima qui su White Russian. E spero possa far cagare sotto quella mammoletta di Peppa Kid.

 

Phantom Boy

Il Cucciolo Eroico al lavoro nel centro di Casale.

Cannibal dice: Pellicola d'animazione co-prodotta da Belgio e Francia che appare piuttosto “adulta”. Che non sia la solita bambinata fordianata animata?
Ford dice: pellicola d'animazione alternativa di matrice supereroica che non mi ispira particolarmente. Sarà che in settimana escono diversi film potenzialmente, per me, più interessanti.

 

Gomorroide

"Ragazzi, non credo che vestirsi come Ford significhi necessariamente che a lui piacerà il nostro film!"

Cannibal dice: Una parodia di Gomorra che pare simpatica quanto un'emorroide. O un fordoide.
Ford dice: una parodia di Gomorra che pare simpatica quanto una recensione di Cannibal. O peggio, di un suo parere cinematografico.
Che, e qui mi devo preoccupare, ultimamente potrebbe essere fin troppo simile ad uno mio.

 

mercoledì 23 settembre 2015

Pixels

Regia: Chris Columbus
Origine: USA, Cina, Canada
Anno: 2015
Durata: 106'





La trama (con parole mie): Brenner, Eddie e Ludlow sono tre bambini prodigio dei videogames protagonisti del primo campionato mondiale dedicato agli stessi svoltosi nell'estate dell'ottantadue. Più di trent'anni dopo, l'inseparabile amico di Brenner, finito nel frattempo a fare l'installatore di sistemi audio video, Cooper, divenuto Presidente degli Stati Uniti, è costretto a fronteggiare una crisi senza precedenti: una razza aliena, infatti, venuta a contatto con la videocassetta del campionato di cui furono protagonisti gli allora ragazzini, lanciata ai tempi nello spazio dalla NASA e ritenuta una dichiarazione di guerra, sfida la Terra ad una vera e propria lotta ispirata ai titoli più importanti che le sale giochi offrivano agli utenti, da Pac-Man a Donkey Kong.
Messi all'angolo dagli invasori, Cooper e gli alti papaveri dell'esercito dovranno tornare a rivolgersi a quegli ex bambini prodigio finiti tra i losers della società: riusciranno dunque i nerd a sconfiggere gli agguerritissimi alieni?








Gli anni ottanta, senza alcuna ombra di dubbio, devono avere lo spirito dei maratoneti, nonostante un'apparenza da centometristi da una botta e via: di fatto, hanno vissuto alla grande il loro momento, come una partenza a razzo, prima di scomparire - apparentemente - inghiottiti dal buco nero della Grande Depressione dei novanta, riguadagnandosi poi, passo dopo passo, un posto in primo piano con il Nuovo Millennio.
Per chi, come il sottoscritto, di fatto si è formato in quel decennio - o ci è cresciuto -, ora che i nostri novanta e zero sono alle spalle e ci ritroviamo in prossimità o appena oltre la quarantina, spesso e volentieri con figli al seguito, finiamo per guardare a quel periodo con la nostalgia che si prova rispetto all'infanzia, simile a quella che ci prende gli ultimi giorni delle vacanze estive, togliendoci almeno un pò il respiro: Pixels, in un certo senso e seppur ben lontano dalla perfezione, incarna benissimo quella sensazione, lo spirito e la meraviglia che in quella che può tranquillamente essere definita un'altra vita ci contraddistinse nel corso degli eighties.
Personalmente ricordo bene la sensazione magica dell'ingresso in una sala giochi in tempi in cui nessuno o quasi aveva un computer a casa e non esisteva internet, gli smartphone con i loro giochini virali non abitavano i vagoni delle metropolitane e per i bambini l'unico modo per assaporare l'ebbrezza delle partite con i videogiochi era quello: ricordo il Commodore 64 con le cassette che impiegavano ore a caricarsi, l'Amiga, i primi Sega Master System e dunque Mega Drive, i giochi da Donkey Kong a Tetris, passando per titoli dei quali ho impresse in mente le immagini ma non i nomi, le prime partite con mio fratello accanto che doveva mettersi in piedi su una sedia chiesta in prestito ai gestori della sala giochi a quella volta ad Ascea, dove i gettoni costavano un quinto rispetto a Milano o alla Romagna, e dunque sessioni a Rampage da fantascienza rispetto a quelle cui ero abituato, o il gioco del calcio al bar in montagna, dove una volta presa la mano si cercava di vincere il Mondiale con qualsiasi squadra.
Pixels mi ha riportato alla mente con un eccezionale effetto amarcord queste sensazioni, che unite ad un'idea - quella di proporre un'invasione aliena originata da una videocassetta tratta da un torneo di videogames dell'ottantadue - decisamente originale ed a suo modo geniale ha reso la visione piacevole e simpatica, come quando si incontra un vecchio amico e si scopre che le cose ancora funzionano, e si finisce a ridere come pazzi in nome dei vecchi tempi e forse anche dei nuovi.
Certo, non tutto funziona, di fatto ci si trova di fronte al tipico giocattolone che si spera sempre possa sfondare al botteghino - e non è stato questo il caso - dal finale buonista e telefonato, il cast è tutto pesantemente sopra le righe, eppure la resa è piacevole, a suo modo genuina e senza pretese, pronta a fare breccia nei sentimenti e nei ricordi di chi ha potuto giocare Pac-Man o il già citato Donkey Kong almeno una volta dal vivo, ai tempi dei tempi.
Spassoso anche l'inserimento di icone anni ottanta sfruttate come mezzo di comunicazione con i terrestri da parte degli alieni - mitici Hall&Oates -, giustamente sfruttato il vecchio adagio dell'outsider che, a scapito delle difficoltà, finisce per dimostrarsi più efficace degli apparentemente invincibili - molto bella, e tendenzialmente vera, la battuta sul bacio: chi non ha mai dovuto farsi un pò di culo per rimorchiare difficilmente vi darà grandi soddisfazioni tra le lenzuola - e divertente trovarsi davanti ad uno schermo cercando di individuare e riconoscere vecchi eroi da sala giochi che credevamo sepolti nei meandri più oscuri della memoria.
Un'operazione nostalgia, dunque, che senza dubbio il pubblico più stagionato apprezzerà in misura maggiore rispetto a quello supergiovane, che pur non brillando per tecnica o resa complessiva rafforza la posizione di idolo degli anni ottanta di Chris Columbus e, a conti fatti, finisce per risultare come una sorta di fratellino minore - e non di poco - dell'ottimo The Lego Movie.
Se, dunque, almeno una volta vi è capitato di dover prendere fiato pensando a quelle apparentemente interminabili partite in sala giochi, ai sapori, agli odori, alle sensazioni di quell'epoca, lasciate da parte le velleità da Grande Cinema e godetevi questo divertissement per quello che è: un omaggio ad un periodo cui non saremo mai abbastanza grati.




MrFord




"With a thrill in my head and a pill on my tongue
dissolve the nerves that have just begun
listening to Marvin (All night long)
this is the sound of my soul
this is the sound."
Spandau Ballet - "True" - 





venerdì 18 settembre 2015

Red Eye

Regia: Wes Craven
Origine: USA
Anno: 2005
Durata: 85"





La trama (con parole mie): Lisa Reisert è una direttrice d'albergo di Miami pronta a tornare a casa dal Texas dopo aver dato l'ultimo saluto alla nonna, la donna che più ha significato nella sua vita.
Quello che Lisa non sa, però, è che è diventata un bersaglio: un politico di spicco, infatti, è cliente abituale dell'hotel che gestisce, ed un uomo misterioso di nome Jackson Rippner è stato incaricato di minacciarla durante il volo in modo che dia disposizioni affinchè la suite occupata da Keefe - questo il nome dell'obiettivo - e dal suo entourage possa cambiare, e divenire un bersaglio più facile per chi lo vuole eliminare.
Costretta a giocare una tesissima partita con il suo vicino di posto in volo, preoccupata per le sorti del padre minacciato da un sicario e per la famiglia di Keefe, Lisa dovrà dare fondo a tutta la sua freddezza per affrontare la sfida che le si pone di fronte.








Questo post partecipa alle commemorazioni per il Maestro Wes Craven.





La scomparsa di Wes Craven è stata, per questo duemilaquindici, l'equivalente di quello che fu, lo scorso anno, quella di Robin Williams: un pezzo d'infanzia che abbandona un'intera generazione, lasciando un segno che ognuno di noi si porterà dietro per tutta la vita da cinefilo, e forse non solo.
Approfittando della giornata dedicata alla memoria del regista prontamente organizzata qui nella blogosfera, ho fatto in modo, più che di celebrare uno dei numerosi cult regalati al pubblico nel corso della sua carriera, di ripescare qualcosa che non avevo mai avuto modo di vedere prima, complice il fatto che, nel duemilacinque che vide giungere in sala Red Eye, ero nel pieno del mio periodo radical da soli film d'autore e non mi sarei mai e poi mai sognato di imbarcarmi in una proposta thriller di grana grossa come questa.
In tutta onestà, devo ammettere che, nonostante le pretese certo non alte ed una fama che precedeva questo titolo e che non lo vedeva posto tra i cavalli di battaglia del vecchio Maestro, il risultato finale non è stato affatto malvagio: un'ora e venti di intrattenimento televisivo puro e semplice, molto straight e basic ma non per questo poco dignitoso, qualche zampata in grado di far riconoscere l'ironia nerissima del vecchio Wes - l'anziana passeggera cui la protagonista regala il libro che pare morta al suo posto in aereo ed invece è solo addormentata, per citarne uno su tutti - ed un ritmo decisamente sostenuto ben sorretto dai due protagonisti, la di recente in grandissimo spolvero qui al Saloon Rachel McAdams ed un inquietante ed assolutamente fallibile villain interpretato da Cillian Murphy, che probabilmente senza un taglio di capelli improbabile come quello sfoggiato in quest'occasione avrebbe potuto rendere decisamente di più.
Certo, non tutto funziona - soprattutto in termini di sceneggiatura -, e nella seconda parte Lisa/Rachel McAdams ha un'impennata da action woman non da poco, eppure nel complesso il prodotto risulta assolutamente godibile, una sorta di opera artigianale che strizza l'occhio allo spettatore occasionale di un regista che nel corso della sua carriera ha saputo sorprendere ben più di una volta, divenendo uno dei nomi di riferimento del genere horror e non solo.
Interessante, invece, tutta la parte all'interno dell'aereo, con un faccia a faccia tra i due main charachters che pare una sorta di partita a scacchi ritmata dai tentativi di fuga improvvisati da Lisa e bilanciata dalla fermezza e freddezza glaciali di Jack, in grado di regalare in più di un'occasione anche battute degne dei migliori prodotti di Craven - "I tuoi genitori avrebbero dovuto pensarci", riflette la protagonista rispetto all'assonanza del nome dell'uomo che diverrà la sua nemesi e quello di Jack The Ripper, ottenendo in risposta "E' stata l'ultima cosa che ho detto loro prima di ucciderli" -, senza contare confronti molto fisici pronti a sfruttare gli spazi limitati dei posti a sedere o della toilette dell'aeromobile.
Non sarà dunque un titolo destinato a fare la Storia del Cinema o del suo Autore, ma è stato un modo onesto di salutare un nome che tutti noi cresciuti con il terrore di Freddy Krueger continueremo a rispettare anche quando ci troveremo, da vecchi, a tramandare il suo ricordo ed i suoi film a figli e nipoti, convinti che la sua ironia tagliente ed il suo gusto unico per l'orrore e la tensione riusciranno, a dispetto del Tempo, a segnare anche generazioni così lontane da lui.




MrFord




"Come on, meet me in the morning, 
meet me in the middle of the night 
the morning light is comin', 
don't it make you wanna go and feel alright."
Led Zeppelin - "Night flight" -



Sfoderano gli artigli per l'occasione:

Il Bollalmanacco - Il serpente e l'arcobaleno 

Non c'è paragone - La casa nera

Mari's Red Room - L'ultima casa a sinistra

Scrivenny - Scream

Combinazione casuale - Nightmare - Dal profondo della notte

Cinquecento Film Insieme - Scream 3 e 4

Pensieri Cannibali - Nightmare - Nuovo incubo

In Central Perk - Nightmare - Dal profondo della notte

Il Zinefilo - Dovevi essere morta

Montecristo - L'ultima casa a sinistra



lunedì 6 aprile 2015

Braveheart - Cuore impavido

Regia: Mel Gibson
Origine: USA
Anno: 1995
Durata:
177'





La trama (con parole mie): siamo in Scozia, sul finire del milleduecento. Il regno di Edoardo il Plantageneto, Re d'Inghilterra, soggioga le popolazioni locali come mai prima era stato sotto l'egemonia inglese da sempre patita: il giovane William Wallace, persi il padre ed il fratello maggiore proprio per mano degli uomini di Edoardo, lascia le terre d'origine con lo zio per tornarvi adulto ed istruito, pronto a ripartire da zero nella speranza di trovare una donna e costruirsi una famiglia.
Quando, sposatosi in segreto con Murron per evitare lo Ius primae noctis ripristinato proprio dal Plantageneto, vede sua moglie morire, Wallace da inizio ad una vera e propria rivolta che porterà sconvolgimenti da una parte e dall'altra del confine conteso con l'Inghilterra.
Le prime, soprendenti vittorie dell'improvvisato leader militare porteranno i nobili scozzesi a dover valutare se appoggiarlo nella lotta alla Corona o se tradirlo per consolidare i propri domini.
Sarà la Libertà, a trionfare, o il desiderio di proteggersi?








Ricordo benissimo, la prima volta che vidi Braveheart in sala.
Ero nel pieno dell'adolescenza, un venerdì sera quando ancora il venerdì sera non si usciva, ma solo il sabato, con mia madre.
E ricordo quanto influenzò una certa parte di me, ai tempi legato ad un passato storico che non avevo vissuto ma che esercitava un fascino unico, alla volontà di uscire dal guscio della timidezza che aveva pesato come un macigno negli anni precedenti, al desiderio di scrivere proprio partendo da una cornice come quella: sono passati quasi vent'anni, da quel giorno, io sono cresciuto e cambiato profondamente, e se potessi tornare indietro, probabilmente, prenderei a schiaffi quello stronzo pieno di sè che sognava un'esistenza da poeta o da guerriero accanto ai William Wallace ed una vita da chiudersi al massimo entro i trentacinque, solo perchè confuso rispetto al fatto che i geni debbano necessariamente morire giovani.
Sono passate anche parecchie visioni di questo film, che trionfò agli Oscar - ebbe cinque statuette nonostante un solo Globe - e senza dubbio rappresenta quello che dagli Oscar ci si aspetta, in termini di presa sul pubblico, una certa retorica e confezione, nonchè l'ultimo lavoro di Gibson regista degno di nota, eppure il suo effetto continua a farsi sentire, in casa Ford.
A partire da Gibson, che sarà un pazzo integralista cattolico, ma che continua a starmi clamorosamente simpatico, passando per Brendan Gleeson, Tommy Flanagan, Brian Cox e James Cosmo - caratteristi che oggi adorano molti appassionati del grande e piccolo schermo -, senza dimenticare la romanzatissima - almeno rispetto alla reale esistenza di Wallace - sceneggiatura di Randall Wallace e la colonna sonora - che all'epoca ascoltai allo sfinimento in cassetta - firmata da James Horner, tutto in questo film pare contribuire ad alimentare un'adrenalina ed un'emozione che nulla hanno a che fare con le farsesche idee degli esponenti della Lega che, negli anni, hanno purtroppo preso a modello la figura dell'eroe nazionale scozzese per portare avanti le loro imbarazzanti idee politiche.
Dal giovane William sconvolto dalle morti di padre e fratello allo zio Argyle che promette di insegnargli ad usare prima la testa e dunque la spada fino alle sequenze mozzafiato legate alla morte di Murron ed alla conseguente vendetta, dalla battaglia di Stirling all'ormai storico finale e quella spada lanciata verso il cielo, tutto in questo blockbuster che pare confezionato per l'Academy riesce ancora oggi ad emozionarmi, a stimolare quella parte che, per quanto potranno mai dire i radical chic, è presente in ognuno di noi e che fa appello a sensazioni forse molto di pancia ma ugualmente efficaci e genuine.
Senza contare, dunque, una perizia artigianale di fondo notevole - il lavoro su costumi e fotografia è ottimo - ed un utilizzo della violenza in battaglia che non cede a troppi compromessi - al contrario della parte legata alla tortura subita da Wallace, che comunque suona meglio dell'agghiacciante delirio del successivo La passione di Cristo, sempre firmato dal vecchio Mel -, quello che resta di Braveheart è l'emozione, l'idea di un racconto portato sullo schermo ad uso e consumo del grande pubblico ma ugualmente in grado di colpire anche chi da questo tipo di prodotto prende le distanze più per partito preso che per empatia: personalmente, non vedo l'ora di poter condividere le gesta di William Wallace ed il suo "essere indomito" con il Fordino appena sarà grande abbastanza per affrontare la visione.
Del resto, sono stato adolescente anche io, guardando questo film.
E mi piacerebbe che lui potesse pensare che, dovendo combattere per la Libertà, avrebbe sempre e comunque accanto il suo vecchio.
Che per quanto tamarro, zotico e pane e salame possa essere, non trova un piacere più profondo del vivere stesso, con tutta la passione e la libertà di farlo che comporta.




MrFord




"Tolling for the aching whose wounds cannot be nursed
for the countless confused, accused, misused, strung-out ones an' worse
an' for every hung-up person in the whole wide universe
an' we gazed upon the chimes of freedom flashing."
Bob Dylan - "Chimes of freedom" - 




mercoledì 19 febbraio 2014

La 25ma ora

Regia: Spike Lee
Origine: USA
Anno: 2002
Durata: 135'



La trama (con parole mie): Monty Brogan è uno spacciatore di droga che lavora fianco a fianco con un importante boss della mala russa di stanza a New York, un ragazzo irlandese dal temperamento inquieto rimasto in giovane età orfano di madre e profondamente legato al vecchio padre - ex pompiere e gestore di un bar - e ai due amici d'infanzia Jacob - professore di letteratura composto ed introverso - e Frank - arrembante agente di borsa -.
Quando la DEA, sfruttando una soffiata, lo incastra ed ottiene per lui una condanna a sette anni, Monty si ritrova a dover tirare le fila della sua vita nelle ultime ventiquattro ore precedenti alla data dell'incarcerazione.





Questo post partecipa alla commemorazione di Philip Seymour Hoffman.




Pochi film hanno rappresentato l'inizio del Nuovo Millennio per gli States sconvolti e feriti dall'undici settembre come La 25ma ora.
E pochi registi ne sono stati interpreti così accorati come il newyorkese doc Spike Lee, al suo meglio come spesso accade quando i suoi prodotti non finiscono per essere "troppo black" - ho sempre considerato il qui presente titolo, insieme al precedente Summer of Sam ed al successivo Inside man come i tre vertici della carriera del buon Spike -.
Ma La 25ma ora è molto più di quanto non possa rendere una fredda analisi critica, dalla regia asciutta alla sceneggiatura da manuale - firmata da David Benioff, che gli appassionati del piccolo schermo ricorderanno come uno degli autori di Game of thrones - passando alla splendida fotografia, alla vibrante colonna sonora e ad un cast perfetto ed in grande forma - su tutti le due spalle del protagonista, Barry Pepper e Philip Seymour Hoffman, che oggi celebriamo, nei ruoli rispettivamente di Frank e Jacob, amici di una vita del main charachter Monty.
La 25ma ora è la storia di un lungo addio, un dramma carcerario che si consuma ancora prima che il condannato varchi le mura del penitenziario per trascorrervi sette lunghi anni - che in luoghi come Otisville, non devono essere proprio una passeggiata -, la cronaca di un sospeso "senza perdono", o quasi, per dirla come il Maestro Clint, che "c'è mancato poco perchè non accadesse mai".
Monty, con il suo speech del "fuck you" all'indirizzo della città che è la sua casa e le sue radici quasi e quanto l'Irlanda, è lo specchio degli States feriti, della voracità che giustifica i rischi fino quando non è troppo tardi, e non resta altro se non ammettere amaramente che "sono cazzi".
Monty che non sa di chi fidarsi, e che è costretto a chiedere al suo amico fraterno di fargli del male per potersi proteggere, per poter sopravvivere, come fece anni prima di lui ed in luoghi sicuramente peggiori il boss che non lo vorrebbe veder partire, o fuori dai suoi giochi di potere.
Monty che era una promessa del basket, uno di quelli "che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa", e che invece ha finito per essere soltanto qualcuno inghiottito dal lato oscuro di una città e dei sentimenti, incapace di distinguere tra chi gli è fedele perchè lo ama e chi gli è fedele fino a quando non converrà esserlo.
La 25ma ora è un romanzo di formazione amaro, la caduta - piuttosto rovinosa - prima della lenta, difficoltosa risalita: non è possibile venirne fuori senza cicatrici o segni, senza dover sacrificare qualcosa - o qualcuno -, andando oltre, cambiando direzione e, chissà, forse la nostra stessa esistenza. Prima che il tempo scada. Prima che sia tutto finito.
Prima che si concretizzi quel "c'è mancato poco che non accadesse mai".
Eppure, dritto in faccia come un pugno, è accaduto. 
Accaduto eccome.
Lo si legge sui volti di Jacob e Frank alla finestra dell'appartamento di quest'ultimo che si affaccia su Ground Zero, nell'istinto di Brogan Senior a rubare un sorso dalla bottiglia di birra lasciata dal figlio, nello sconforto di Naturelle, nello smarrimento spocchioso da adolescente alla scoperta di tutto ciò che è più grande di lei di Mary, nello spirito di patate di Kostia, nel ringhiare di Doyle.
Tutto è alle spalle. 
E molto di più in attesa - o in agguato - davanti agli occhi. 
E non basterà guardare oltre, sognare un futuro, scrivere il proprio nome coltivando la speranza che un bambino possa vivere senza dover sopportare certe ferite.
Perchè sono il sale della vita. E senza di esse passeremmo il tempo sdraiati a terra con le ossa rotte.
O scappando. Perduti tra il nulla e l'addio. 
Tirando un sospiro di sollievo perchè "c'è mancato poco che non accadesse mai".
Invece è accaduto. Accade tutti i giorni.
Cadiamo, veniamo feriti, rimane una cicatrice.
Come un tatuaggio, a ricordarci da dove proveniamo. O che sopravviveremo.
E che finchè avremo forza, e sentiremo quei segni sulla pelle, potremo appoggiarci alle ginocchia ed alzarci, ancora una volta.
Da un Ground Zero fino a toccare quasi il cielo.
E guadagnare quell'ora in più che cambierà il nostro giorno.



MrFord


Partecipano alla veglia i compagni di blogosfera:


Il Bollalmanacco

In Central Perk

Viaggiando Meno

Non c'è Paragone

Cinquecento Film Insieme

Pensieri Cannibali

Montecristo

Director's Cult

50/50

Scrivenny 2.0

Combinazione Casuale


"Now I forget how to think
so crack my skull
rearrange me
lover put me in your beautiful bed
and cover me
lover put me in your beautiful bed."
The National - "It never happened" -



lunedì 1 luglio 2013

Blood

Regia: Nick Murphy
Origine: UK
Anno: 2012
Durata:
92'




La trama (con parole mie): siamo nella provincia inglese, sulla costa, dove una piccola comunità è sconvolta dall'omicidio brutale di una giovanissima ragazzina, Angela. Due fratelli, i Fairburn, entrambi poliziotti, sono incaricati delle indagini: su di loro pesa l'ombra del padre, leggenda del distretto ormai in pensione a seguito dell'Alzheimer, e l'idea dello stesso di forzare la mano alla Giustizia quando le prove non possano supportarla.
Quando Jason Buleigh, un balordo della zona, viene arrestato perchè sospettato dell'omicidio, il più aggressivo dei fratelli, Joe, si convince che sia il colpevole, e con la complicità del succube Chrissie finisce per ucciderlo: purtroppo per loro, però, la verità risulta essere un'altra, ed i veri colpevoli vengono arrestati.
Parte dunque un'indagine indirizzata a scoprire la verità sul destino di Buleigh, destinata a sconvolgere il mondo di questa famiglia costruita attorno al distintivo.





A volte è davvero curioso quanto i distributori finiscano per tirarsi da soli la zappa sui piedi: hai un materiale discreto per le mani, un cast ottimo - e peraltro in gran forma -, una vicenda torbida legata alla famiglia, alla fratellanza, al senso di colpa, alla Giustizia, tutte le carte in regola per guadagnarti un posto tra le proposte di genere buone per passare senza troppi patemi d'animo la stagione estiva, ed ecco giungere la rovina sotto forma di uno spot promozionale.
"Il nuovo Mystic river", recita la locandina del lavoro - il primo di una certa rilevanza - di Nick Murphy, quasi come se fosse possibile poter insidiare il trono di uno dei vertici del Cinema di Clint Eastwood, non proprio l'ultimo degli stronzi: prima che qualcuno di voi possa farsi quest'illusione in coda per entrare in sala, lasciate che dissipi ogni dubbio in merito.
Blood non è il nuovo Mystic river. Neanche per sbaglio.
Certo, i temi sono molto simili, dalla violenza sui minori ai rapporti di amicizia e parentela pronti a divenire un fardello, l'ambiente anche - nonostante il setting sia quello della costa britannica, la pellicola trasuda irishness -, eppure il carattere e soprattutto uno script decisamente troppo rapido ed esile rendono il confronto assolutamente impietoso: probabilmente non dovrei stare qui a sindacare a proposito di cavilli di questo genere, e valutare il film nella sua unicità, non basandomi su inutili paragoni, dunque lascio da parte il vecchio Clint e tengo le mani libere per l'opera di Murphy.
Dal punto di vista attoriale ammetto di non avere troppo da recriminare: Paul Bettany, partito fortissimo sul finire degli anni novanta ed afflosciatosi miseramente, pare essere tornato ai tempi d'oro, Stephen Graham, caratterista UK d'eccezione, funziona alla grande, Mark Strong - seppure in ombra - porta a casa la pagnotta, e soprattutto giganteggia Brian Cox, una vera e propria icona troppo spesso sottovalutata rispetto ad altri suoi colleghi ben meno dotati di lui.
Lo stesso discorso è applicabile all'ambientazione, decisamente azzeccata nei suoi toni autunnali e resa ancora più affascinante dalla costa, in bilico tra le maree ed un litorale pronto a celare i più terribili ed oscuri segreti di famiglia.
Il problema vero è che tutto finisce qui.
Perchè dietro la macchina da presa il buon Nick non pare possedere il tocco necessario al guizzo vincente, e lo script risulta frettoloso, quasi l'intera vicenda fosse un pilota per una serie - del resto, è proprio da un prodotto televisivo che è stato ispirato il film - all'interno del quale gli autori si preoccupano di inserire tutti gli elementi possibili per conquistare l'attenzione degli addetti ai lavori in modo da strappare una conferma: peccato che il metodo non si applichi al meglio, ed il risultato sia un thriller che pare viaggiare a velocità doppia per evitare di annoiare il pubblico e giungere subito alla conclusione finendo per provocare l'effetto contrario, ossia rompere l'incantesimo del grande schermo ed insinuare nell'audience il dubbio di essere di fronte a qualcosa di talmente preparato a tavolino da risultare posticcio.
Probabilmente, in mano ad un regista più esperto - non necessariamente il già citato Eastwood, ma anche Mann o Scorsese -  o talentuoso - per rimanere in ambito britannico, il giovane e molto promettente Paddy Considine o il suo compare Shane Meadows - Blood avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare un piccolo cult di questi mesi estivi: così com'è, resta soltanto in bocca il sapore amaro di una storia finita troppo presto, come quelle che nascono in riva al mare e promettono chissà quale futuro, anche quando ai protagonisti cova già nel cuore il dubbio che non potrà durare un solo giorno una volta conclusa la vacanza.


MrFord


"Me and you used to be like brothers
on the nights we got drunk to each other
you know me, I used to have some wit
it ended up in a shit-filled sandpit
we come from across the border
we drink the six mile water
this mongrel needs a new home
this mongrel needs a new home."
Therapy? - "Six mile water" - 


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