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lunedì 13 marzo 2017

Autopsy (Andrè Ovredal, UK/USA, 2016, 86')




Da vecchio fan del genere, per me è sempre una vittoria incrociare il cammino di un film horror che funziona, anche perchè purtroppo per quelli come me si tratta di merce molto rara.
Il nome di Andrè Ovredal, del resto, dalle parti del Saloon si era già fatto notare qualche anno fa, quando con Troll Hunter irruppe settando un nuovo standard nel mondo del mockumentary - prima che Lake Mungo alzasse ulteriormente l'asticella -, regalando al sottoscritto una delle esperienze più sorprendenti del passato recente rispetto, in quel caso, più al fantasy che non all'horror.
Ma poco importa.
Il regista, a questo giro di giostra, era chiamato ad una prova ardua: quella del confronto con una produzione anglosassone, seppur piccola, impreziosita da due protagonisti di lusso - Emile Hirsch e Brian Cox - e da richiami a quello che è uno dei capisaldi della cultura a stelle e strisce quando si tratta di horror ed affini: il mondo della stregoneria.
In questo senso, basterebbe una frase cult di Julez per dare una dimensione ben definita al successo di Ovredal: "Zombie, impara a fare un film sulle streghe!", in riferimento all'orrido Salem, e la portata di questo non privo di difetti ma assolutamente efficace ed affascinante The autopsy of Jane Doe sarebbe di colpo chiara.
Ma non è finita qui.
Perchè oltre a temi importanti e cari al sottoscritto come quello del rapporto tra padre e figlio, assistiamo ad una prima parte assolutamente ad effetto - da tempo non mi capitava di provare almeno alla lontana un certo disagio, di fronte ad una produzione horror - resa tale anche da una location chiusa e gestita benissimo e ad un ottimo e sapiente uso dell'atmosfera, del sonoro e del visto/non visto - e ad una seconda forse meno incisiva ma comunque di buona suggestione, pronta a raccontare la storia di una vendetta senza quartiere o tregua, che quasi fosse un'espressione della Natura più che della Natura umana colpisce indiscriminatamente e senza sconti, che si tratti di essere buoni, oppure no.
I volti di questo doppio volto sono quelli della casa dei Tilden - una dimora dal gusto gotico che farebbe invidia a qualsiasi ghost story - e della giovane Olwen Katherine Kelly, che prestando corpo e mimica facciale alla Jane Doe del titolo - quantomeno originale - finisce per risultare più efficace ed inquietante di molte maschere passate sul grande e piccolo schermo nel corso degli anni: come fu per la maggior parte del già citato Troll Hunter, l'atmosfera si conferma una delle armi migliori di Ovredal, che gioca con il suo pubblico come dovrebbe fare ogni autore di genere, evitando almeno in parte le trappole della distribuzione su larga scala e scendendo a compromessi con le stesse senza per questo snaturare il suo lavoro.
Una cosa davvero non da poco, specialmente se riferita ad un film piccolo piccolo costruito attorno ad una vecchia casa e tre attori chiusi all'interno di un incubo che non sarebbe dispiaciuto, considerati i suoi trascorsi, ad un Maestro della vendetta come Park Chan Wook.




MrFord




 

mercoledì 6 gennaio 2016

The last witch hunter

Regia: Breck Eisner
Origine: USA, Cina, Canada
Anno:
2015
Durata:
106'






La trama (con parole mie): Kaulder, un guerriero che prese parte alla prima, grande spedizione degli umani volta ad annientare la minaccia della regina delle streghe ottocento anni fa, riuscì proprio in quell'occasione a colpire mortalmente la stessa, guadagnando una maledizione che l'avrebbe reso solo ed immortale, condannato per l'eternità a ricordare la moglie e la figlia, morte proprio a causa della peste scatenata dalla sua nemica.
Affiancato nei secoli da una misteriosa organizzazione legata a doppio filo alla Chiesa e da un assistente personale, Kaulder è stato l'arma dell'umanità ed il collante tra due mondi dopo l'accordo di non belligeranza stipulato dal Consiglio delle streghe e l'Uomo.
Quando, però, una misteriosa forza oscura torna a farsi sentire a New York proprio mentre sta avvenendo l'avvicendamento tra il vecchio ed il nuovo braccio destro di Kaulder, il cacciatore si troverà a dover affrontare un nemico che credeva sepolto, e a capire di chi si potrà fidare per affrontarlo.











In tutta onestà, ero quasi sicuro che la visione di The last witch hunter, action di matrice fantasy con protagonista Vin Diesel - che al di fuori dei panni di Dom Toretto e di Riddick e della convincente prova di Find me guilty di qualche anno fa, non mi ha mai detto qualcosa di più dello zero, come attore - si sarebbe rivelata un disastro delle proporzioni di quella di Hansel e Gretel, con tanto di incazzatura e post votato al massacro.
Al contrario di qualsiasi previsione, invece, ammetto di essermi discretamente goduto questa tamarrata firmata da Breck Eisner, una proposta senza particolari pretese, confezionata ad uso e consumo dello spettatore occasionale ed alla ricerca di un potenziale sequel, dal cast tutto sommato interessante per un prodotto di questo tipo - arma a doppio taglio che, nello specifico, è riuscita sia a valorizzare gente come lo stesso Diesel, la Igritte di Game of thrones Rose Leslie o Elijah Wood, che continuo a detestare, sia a non far apparire troppo assetato di soldi extra il vecchio leone Michael Caine, che personalmente è sempre un piacere vedere sullo schermo - e divertente abbastanza da non risultare troppo tronfia o appesantita - sia ringraziato un minutaggio normale, e non le sbrodolate da due ore e mezza che negli ultimi tempi paiono aver contagiato anche il Cinema di grana grossa -.
Senza dubbio non si potrà mai affermare che si tratti di qualcosa di memorabile o in grado di andare oltre la visione da popcorn e cervello spento, o di un film scritto dignitosamente - la sceneggiatura risulta quantomeno elementare -, eppure mi è parso di avvertire una leggerezza di fondo che ha permesso all'ingranaggio di funzionare sia nell'ambito del puro intrattenimento - la cornice e gli effetti fanno il loro lavoro -, sia nella costruzione di una vicenda vecchia come il mondo - l'eroe maledetto e solitario che scopre, di colpo, non solo la propria vulnerabilità, ma anche che chi avrebbe dovuto guardargli le spalle ha sempre approfittato per piazzarglielo dritto dove non batte il sole: una cosa che non si fa mai, ad un eroe maledetto e solitario, e che di fatto accompagna prevedibilmente dove ogni film di questo tipo deve accompagnare, quasi fosse una spalla per il protagonista che, in bilico tra tamarraggine sopra le righe - l'auto di Kaulder non poteva che essere degna di Dom Toretto - e sapore da tenebroso che viene sempre buono per rimorchiare la bella strega ovviamente non malvagia di turno - che, purtroppo, non regala neanche un "You know nothing, Kaulder Snow" -.
Anche la parte prevalentemente action funziona, dall'incipit che mescola Il signore degli anelli, Vikings e Il trono di spade al presente di narrazione nella parte "oscura" di New York - che penso sia il teatro più gettonato delle catastrofi cinematografiche di Hollywood -, grazie ad un'ottima resa del personaggio della Regina delle streghe e dell'oscuro Belial, che nel suo salmodiare ha ricordato agli occupanti di casa Ford le sequenze di parole senza senso che giochiamo ad inventare insieme al Fordino: e dunque tra un incantesimo ed un paio di cazzotti, colpi di fucile e di spada, tutto scorre agevolmente fino alla conclusione ed alla speranza di Eisner e dei suoi di avere la possibilità di ripescare l'allegra brigata di Kaulder, nonostante il botteghino abbia decisamente espresso il suo parere negativo in merito.
In un certo senso, però, questa potrebbe risultare addirittura un indicazione positiva: quando si tratta di trashoni da neuroni in vacanza, infatti, spesso il pubblico da multisala nel weekend finisce per capirne anche meno dei più inossidabili tra i radical chic.
Nel caso di insuccesso, comunque, il buon Kaulder potrà pigiare sull'acceleratore e tornare ai più sicuri - in termini di incassi e fama planetaria - panni di Dom Toretto.
Non troverà streghe e demoni di fronte a lui, ma di sicuro un certo vecchio cowboy davanti allo schermo.




MrFord




"Who's a heretic now?
Am I making sense?
How can you make it stick?
Waiting 'til the beat comes out
who's a heretic, child?
Can you make it stick, now that I'm on trial
waiting 'til the beat comes out."
Florence + The Machine - "Witch witch" - 





sabato 26 aprile 2014

American Horror Story - Coven

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2013/2014
Episodi: 13




La trama (con parole mie): Zoe, un'adolescente che scopre di avere poteri magici, viene condotta ad una speciale accademia di New Orleans che da secoli protegge e prepara le streghe al mondo e ad affrontare i loro poteri. Accanto ad una manciata di altre ragazze come lei, Zoe si troverà a dover affrontare cacciatori votati alla loro eliminazione, la minaccia della regina del voodoo locale, il ritorno alla vita di una spietata nobildonna di origini francesi che nel corso dell'ottocento commise nella sua casa atroci delitti e gli intrighi della Suprema - la strega che, di fatto, ha il comando della categoria ed i poteri più sviluppati in assoluto - Fiona, che non vorrebbe fosse giunto il momento della sua successione e della conseguente morte, e trama per eliminare tutte le possibili candidate al suo ruolo. Lei compresa.








Evidentemente American horror story funziona a stagioni alterne, qui al Saloon.
Dopo una prima annata, infatti, fin troppo incensata e decisamente sopravvalutata - che da queste parti venne bottigliata, e non poco - ed una seconda assolutamente di alto livello, al terzo giro di giostra la creatura di Falchuck e Murphy subisce la sua più clamorosa caduta in termini di qualità ed interesse suscitato, finendo addirittura per scalzare sul gradino più alto del podio al rovescio del sottoscritto, tra episodi inutili ed un cattivo gusto da fare invidia alle ultime stagioni di True blood, perfino la tanto detestata season d'esordio.
L'idea di ambientare i tredici episodi a New Orleans - una delle città più misteriose ed oscure degli States - e di incentrarli sulle streghe ed il conflitto non solo razziale, ma anche di genere da sempre in gioco tra uomini e donne risultava, sulla carta, assolutamente interessante ed azzeccata, degna di un riscatto delle congreghe dopo i fallimenti clamorosi del passato recente, dalle fin troppo numerose incarnazioni di Hansel e Gretel all'obbrobrio di Rob Zombie: purtroppo, però, il risultato è stato decisamente inferiore alle aspettative - così come alle pretese -, finendo per portare sullo schermo una sorta di dark comedy - involontaria - teen fuori tempo massimo che è riuscita a riportare alla mente del sottoscritto più l'insipido Dark shadows che non una nuova proposta horror degna di questo nome.
Senza dubbio parte delle responsabilità ricade sul cast, più adatto ad una soap per liceali che non ad un pubblico adulto, ed in grado di affossare perfino la sempre bravissima Jessica Lange - che pare cominciare a gigioneggiare un pò troppo -, Denis O'Hare - ridicolo il suo personaggio -, Angela Bassett - partita come una sorta di iradiddio e finita in men che non si dica - e Kathy Bates - clamorosamente sprecata, rispetto alle potenzialità che avrebbe potuto esprimere -, e sugli script, che seppur supportati da una regia sempre elegante non risultano decisamente all'altezza di un titolo con velleità di sconvolgimento del mondo del piccolo schermo.
Senza contare, dunque, l'assenza pressochè totale di inquietudine o di un senso di thrilling legato al genere, ed i charachters partiti in quarta e dunque clamorosamente appiattiti - Axeman, gli schiavi torturati, i vicini della congrega -, i limiti peggiori di questa stagione vengono evidenziati da episodi che definire riempitivi sarebbe quasi un complimento ed una direzione mai certa data dagli autori, che fin dall'opening sono apparsi incerti sulla piega da far prendere all'annata: un'indecisione pagata molto cara, considerata l'attenzione calata vertiginosamente in casa Ford con il susseguirsi degli episodi, nella speranza che tutto potesse concludersi in fretta ed il meno dolorosamente possibile.
Resta a confortarmi la speranza che, come fu al termine della prima stagione, l'idea di abbandonare definitivamente AHS possa portare bene per l'anno successivo, andando a rinverdire, di fatto, i fasti di Asylum cancellando quella che è parsa come una versione allucinata di un episodio troppo lungo di Desperate Housewives, lontano anni luce da quello che, almeno sulla carta, la creatura di Falchuck e Murphy vorrebbe tanto rappresentare.




MrFord




"If witchcraft all the fools condemn,
it turns around and crushes them.
When good has been twisted,
when good has been killed,
then love is resisted and blood will be spilled."
Black Sabbath - "Coven" - 




sabato 29 giugno 2013

The wicked

Regia: Peter Winther
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
100'




La trama (con parole mie): nella piccola cittadina di Summerset da generazioni una storia terrorizza i bambini, ed è legata ad una vecchia casa che si dice infestata da una strega. Rompere uno qualsiasi dei vetri delle finestre della stessa pare significhi liberare lo spirito maligno e scatenare la caccia rispetto al responsabile del gesto.
Alla scomparsa della piccola Amanda, rapita dalla strega stessa, un gruppo di adolescenti mossi dal desiderio di un brivido decide di affrontare l'oscura magione trovandosi coinvolto nella lotta per la salvezza della bambina, all'interno della quale si inseriscono le forze di polizia ed un'altra coppia di ragazzi: i protagonisti dello scontro diverranno a questo punto due fratelli, che si troveranno a mettere in gioco la vita per imporsi sulla presenza malvagia.





Evidentemente questo non è l'anno migliore, per le streghe.
Dopo i fallimenti clamorosi, infatti, della merda d'autore propinataci da Rob Zombie con Le streghe di Salem e la merda e basta di Tommy Virkola Hansel&Gretel - Cacciatori di streghe, tocca a The wicked proseguire nella ben poco illustre tradizione duemilatredici dedicata al genere: il lavoro - per qualificarlo in maniera fin troppo lusinghiera - di Peter Winther, infatti, è degno dei "fasti" dell'agghiacciante Within che io e Julez affrontammo mandando avanti veloce - una cosa che non accade praticamente mai, in casa Ford - qualche anno fa nel corso di una vacanza funestata solo ed esclusivamente da quella terrificante - in termini qualitativi - visione.
Una robetta per adolescenti sprovvisti di cervello con tanto di tentativo di inserimento nel cast di una presunta sosia della gettonatissima Megan Fox cui non è stato detto che l'appena citata cagna maledetta resta inarrivabile fosse anche solo per i suoi orripilanti pollici ed una serie di imbarazzanti tentativi di spaventare l'audience ridicola almeno quanto il make up fatto in casa della strega, che finisce per apparire come la brutta copia di una comparsa da video metal di provincia della provincia.
Trama trita e ritrita figlia della tradizione slasher degli anni ottanta ma senza la minima traccia di (auto)ironia, cast preso dalla strada - e neppure quella principale -, regia a livelli meno che dilettantistici, evoluzione ovvia ed inutile finale "aperto" sono gli ingredienti di una delle visioni più basse dell'anno, che seppur salvata dal fatto di essere sostanzialmente innocua - del resto un prodotto di questo genere non può avere pretesa alcuna - resta davvero oltre ogni ragionevolezza, e se si esclude l'ormai famoso e sopranesco riciclo del denaro della malavita viene da chiedersi come sia stato possibile che qualcuno possa avere investito dei soldi in un progetto di questo genere - e parliamo comunque di ottocentomila dollari, mica bruscolini -: un titolo che, tra l'altro, stranamente pare non avere ancora trovato una distribuzione qui nel Bel Paese - che per una volta le cose possano essere andate per il verso giusto nella Terra dei cachi? - ma che mi aspetto di vedere in sala nelle settimane centrali di agosto, quando l'horror da vacanza di turno viene dato in pasto agli adolescenti alle prese con gli ultimi giorni al mare e con una scusa per limonare in santa pace da trovare come alternativa ad un'eventuale affollata spiaggia la sera di fronte ad un falò.
Difficile approfondire ulteriormente senza citare le classiche situazioni che fecero la fortuna di Notte horror negli anni della mia infanzia - il lago di Venerdì 13, lo spirito maligno in caccia dei bambini di Nightmare, la casa infestata alla base della leggenda che nessuno si è ancora preso la briga di demolire o acquistare per costruirci sopra un campo da golf o un resort con spa ed effetti simili a quelli di Pet cemetary - e continuare a sottolineare la differenza in peggio che pesa come l'età su una signora che tenta di salvarsi dall'inesorabile scorrere del tempo riempiendosi di botulino.
Il problema, nel caso di The wicked, è che anche sotto il trucco e le operazioni di ritocco, non c'è davvero nulla che possa far passare per la testa una qualsiasi associazione alla bellezza.
E non basteranno migliaia di bambini a questa imbarazzante strega, per tornare ai fasti che immagina di poter sfoggiare in condizioni ottimali: brutture di questo tipo sono davvero senza ritorno.
Roba da far cagare sotto perfino l'horror stesso.


MrFord


"Someone stole the starlight from the backside of your hand
weak without the magic you lay passed out in the sand
with controls set for night flights when witches ruled the world
in a twinkling moment you see cockroaches and crows."
Candlemass - "Witches" -


venerdì 3 maggio 2013

Hansel e Gretel

Regia: Tommy Wirkola
Origine: Germania, USA
Anno: 2013
Durata:
88'




La trama (con parole mie): Hansel e Gretel, abbandonati dai genitori in un bosco ancora bambini e sopravvissuti alle mire alimentari di una vecchia strega, crescendo sono divenuti i due più temuti cacciatori di megere del continente, sempre intenti a riportare l'ordine dove le malefiche donne si prodigano perchè dilaghi il caos.
Ingaggiati dal sindaco di un piccolo paese, fratello e sorella si troveranno a dover fare i conti con il passato e l'eredità dei genitori, un'agguerritissima nemica ed insoliti alleati facendo al contempo fronte rispetto al bigottismo che, spesso, finisce per aiutare le serve del male.
E detto così suona quasi come se si trattasse almeno di un film d'intrattenimento decente.





Era già da parecchio tempo che circolava la voce di una versione "aggiornata" ed action di Hansel e Gretel pronta a sbarcare sul grande schermo sulla scia del successo di proposte come Once upon e time e Biancaneve e il cacciatore, pronte a sfruttare la seconda giovinezza delle fiabe classiche riadattate secondo i gusti - spesso non troppo sofisticati - di autori attuali.
Con la visione alle spalle, posso affermare senza alcun patema d'animo che, se anche Wirkola non avesse portato in sala questa roba, il mondo del Cinema non avrebbe perso proprio nulla, e al contrario forse avrebbe guadagnato qualcosa in quanto a credibilità: era dai tempi dell'agghiacciante Alice burtoniana e dell'orripilante Biancaneve - di nuovo lei - di Singh che non mi imbattevo in una baracconata di cattivo gusto di queste proporzioni, dozzinale nella realizzazione, imbarazzante nello script e neppure particolarmente interessante dal punto di vista degli effetti speciali, assolutamente dimenticabili - su tutti, l'agghiacciante resa dell'orco Edward, che pare un pupazzone da luna park mal riuscito -.
E come se non bastassero l'inconsistente regia e la vuota sceneggiatura, anche i protagonisti mettono del loro per abbassare ulteriormente il livello del prodotto: Jeremy Renner, già parodia di se stesso, tenta di ripercorrere i fasti dell'Hawkeye di The Avengers finendo per risultare quantomeno imbarazzante, Gemma Arterton, già protagonista di quell'altra schifezza monumentale di Scontro tra titani, non riesce a distrarre il pubblico con le due doti "nascoste" come fu per l'appena citata occasione, per non parlare di Peter Stormare, che dai tempi di Fargo e Il grande Lebowski sembra ormai aver preso nel peggiore dei modi il suo personale viale del tramonto.
L'unica cosa per cui posso essere contento di aver incrociato il cammino di punto e Wirkola e del suo discutibile lavoro è che senza dubbio avrò una posizione per la top ten del peggio dell'anno già virtualmente occupata dalle streghe e dai loro cacciatori, che sul campo cercano - apparendone come una davvero poco divertente parodia - di ricreare la magia delle battaglie di capisaldi del fantasy come la trilogia dedicata a Il signore degli anelli o ai primi episodi della saga di Star Wars facendone solamente rimpiangere i fasti.
Una bieca operazione commerciale, dunque, che si rivela anche un insulto alla settima arte e ad una sua componente certamente affascinante, che nel corso degli ultimi decenni - ed in particolare negli anni ottanta - aveva prodotto alcuni tra i cult assoluti del genere come Legend, Willow, La storia fantastica, La storia infinita e più di recente il bellissimo Un ponte per Terabithia.
Il timore è che un eventuale successo al botteghino possa aprire le porte ad un sequel che pare praticamente telefonato dal finale, una versione molto, molto, molto peggiore di quello che è stato il decisamente riuscito Hellboy di Guillermo Del Toro: spero onestamente che possa non essere così, e che per una volta anche il grande pubblico riconosca di essere stato palesemente preso per il culo con un prodotto che pare aver riciclato i materiali di scarto del fantasy confezionando una sorta di vomitevole collage, e rispedisca al mittente l'idea di una nuova saga che - seppur nel peggio e dunque facendo in qualche modo il gioco di noi blogger cattivi ed ipercritici - potrebbe idealmente andare a riempire in parte il vuoto "incolmabile" lasciato da Twilight e dal suo fenomeno.
Vorrei poter scrivere di più, e farmi anche quattro risate in proposito, ma siamo davvero di fronte ad uno di quei film talmente brutti da risultare ostici anche da recensire in più di una parola, e ringrazierò per sempre il Capitano Keating pronto ad accorrere in soccorso in occasioni come questa: escrementi.
Ecco cosa penso di Hansel e Gretel e della loro inedita versione di cacciatori di streghe.


MrFord


"Mm, must be the season of the witch,
must be the season of the witch, yeah,
must be the season of the witch.
When I look over my shoulder,
what do you think I see ?"
Donovan - "Season of the witch" -


martedì 22 maggio 2012

Dark shadows

Regia: Tim Burton
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 113'



La trama (con parole mie): Barnabas Collins, immigrato con la famiglia negli Stati Uniti dall'Inghilterra nel pieno del settecento, inizia un burrascoso rapporto d'amore non ricambiato con la strega Angelique, che lo maledice provocando la morte dell'amata del giovane infierendo ulteriormente trasformandolo in vampiro e rinchiudendolo in una cassa solo con il suo dolore e la sete di sangue e vendetta.
Quasi duecento anni dopo, all'inizio dei mitici seventies, Barnabas viene liberato da un gruppo di operai: tornato alla vita, e venuto a sapere che Angelique è ancora l'eminenza grigia dietro gli affari della città che i suoi genitori fondarono, il vampiro decide che è giunto il momento di prendersi cura dei suoi "futuri" parenti ed assaporare la rivincita sognata per così tanto tempo.
Ma la strada perchè tutto possa finalmente compiersi è lunga, e non priva di difficoltà.





A volte capita anche ai migliori di commettere un errore in grado di cancellare come se niente fosse anni e anni di successi: è accaduto al mio adorato Roberto Baggio nella finale dei Mondiali del 1994 con quel rigore mai dimenticato, a Terrence Malick con quella ciucciata gigante di The tree of life, a Don Winslow con l'ultimo Le belve e anche a Tim Burton, con l'agghiacciante Alice in wonderland.
Certo, tra gli scivoloni appena elencati quello del regista di magie come Edward mani di forbice o Big Fish è decisamente il più grave, tanto da rendere difficile credere che lo stesso possa essersi davvero ripreso: onestamente, e in onore del passato, ho cercato di approcciare Dark shadows con il minor numero di pregiudizi possibile - complice un trailer che mi aveva tutto sommato sorpreso in positivo, nonostante la consueta dose di timburtonite deppiana condita con la presenza da me faticosamente digerita di Helena Bonham Carter -, nella speranza di godermelo non come fosse un tentativo dell'autore di tornare alla ribalta ma come se fossimo ancora nel pieno degli anni novanta, ed il vecchio Tim potesse pensare di essere il regista di culto numero uno di quasi una generazione.
Purtroppo neanche le mie migliori disposizioni mentali sono servite per salvare Dark shadows da un destino di scialba mediocrità reso giusto leggermente più intrigante dalla presenza di Eva Green, che continua ad avere argomenti decisamente interessanti da proporre all'audience: la sequenza del sesso con Barnabas, quasi una parodia estremizzata della luna di miele vista in Twilight, resta uno degli episodi meglio riusciti di un film che passa e scivola via quasi fosse la più superflua delle visioni.
Una cosa che potrebbe suonare normale per un regista senza pretese, ma che per Burton ha il sapore amaro di una sconfitta, soprattutto se si considera che l'intera operazione pare un divertissement ad uso e consumo dei suoi protagonisti ed autori, quasi il triangolo Tim-Johnny-Helena, dopo aver visionato la serie da cui è stato tratto questo lavoro in una sera di noia alcoolica avesse deciso di trasformare il tutto in un giochino sul quale costruire il consueto circo di soldi e pubblicità come la migliore delle famiglie felici.
Ed è proprio la famiglia, il perno delle avventure di Barnabas - personaggio, peraltro, anche piuttosto divertente -: quella ormai perduta, quella in qualche modo rappresentata da Angelique e quella dei parenti acquisiti, una squadra di dissociati molto male assortiti.
Peccato che la sceneggiatura sia decisamente poco approfondita, sbrigativa e slegata, alcuni personaggi si perdano per strada - la Hoffman della Bonham Carter - ed altri decisamente promettenti siano letteralmente abbandonati a se stessi - la Carolyn della bravissima Chloe Grace Moretz di Kickass e Hugo Cabret -: proprio in fase di scrittura, in effetti, il film mostra il suo lato peggiore, presentandosi di fatto come un qualsiasi film Dreamworks tutto scenette e poca sostanza, alternando idee divertenti - l'assonanza McDonald's/Mefistofele ed il linguaggio forbito di Barnabas a colloquio con il gruppo hippy - a lunghi momenti di stanca in cui finiscono tutti per apparire come macchiette prive di spessore.
Peccato davvero, perchè tornando indietro nel tempo e ripensando alle numerose perle regalate da Burton in passato - Ed Wood, Mars attacks!, Beetlejuice - suona davvero un pò triste pensare di doversi rifugiare in un paio di gag che funzionano e sul fascino di un'attrice - anche se, occorre ammetterlo, Michelle Pfeiffer ancora si difende nonostante abbia di fronte la già citata Eva Green - e su una sorta di finto alternativismo fuori dagli schemi per poter portare a casa un film che possa - e neppure troppo - funzionare, ignorando charachters che un tempo avrebbero fatto la fortuna - e la gioia - dell'autore di Frankensweenie e dei suoi sostenitori come quello di David Collins, lasciato ai margini per concedere spazio ad inutili esibizioni di effetti, atmosfere e movimenti di macchina.
Probabilmente Burton comincia a soffrire della stessa mancanza di ispirazione di Allen e Scorsese, eppure, tentato dal successo commerciale, insiste nel non riuscire a concepire che una pausa di riflessione e, perchè no, depurazione, potrebbe essere utile perchè possa tornare sul grande schermo senza essere necessariamente il Burton che il pubblico si aspetterebbe, e chissà, arrivare a sorprenderlo con qualcosa di dirompente come Big Fish, ad oggi a mio parere il suo lavoro più grande ed universale.
L'unica consolazione è data dal fatto che, da queste parti, cominciavano a mancare vittime illustri da sacrificare sul sacro bancone delle bottigliate: che, peraltro, per questo pallido tentativo di ripresa, il buon Tim neanche merita.
Ma, nel dubbio, mi tengo pronto: chissà che la prossima sia la volta buona.  


MrFord


"No more Mister Nice Guy
no more Mister Clean
no more Mister Nice Guy
they say he's sick, he's obscene
I got no friends 'cause they read the papers
they can't be seen with me
and I'm feelin' real shot down
and I'm gettin' mean."
Alice Cooper - "No more Mr. Nice Guy" -


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