Visualizzazione post con etichetta Jeremy Renner. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jeremy Renner. Mostra tutti i post

lunedì 29 aprile 2019

White Russian's Bulletin



Il viaggio a New York ed il rimbalzare tra i ponti divisi tra Pasqua, Liberazione e Primo Maggio, nonchè l'approdo sugli schermi del Saloon delle nuove stagioni di Gomorra, Shameless e Game of thrones ha rallentato non poco il ritmo delle visioni da grande schermo, ma il piatto principale di questa settimana è speciale, non fosse altro perchè ha rappresentato un'uscita in sala di tutti i Ford e la prima "epopea" di tre ore affrontata dai Fordini, che tutto sommato hanno retto molto bene e partecipato parecchio - soprattutto, c'è da ammetterlo, quando volavano gran mazzate -.
Del resto, anche io ho iniziato come loro, e pensare che possano ancora scoprire praticamente da zero un mondo fantastico come quello della settima arte mi emoziona più che se dovessi farlo io.


MrFord



AVENGERS - ENDGAME (Anthony e Joe Russo, USA, 2019, 181')

Avengers: Endgame Poster


La fine - almeno per un annetto - della saga del Marvel Cinematic Universe era piuttosto attesa, qui in casa Ford: da qualche mese, infatti, i Fordini sono preda del fascino dei supereroi, e dalle domande su chi sia più forte di chi alle discussioni su chi fa chi - ricordo le stesse scenette con mio fratello da bambini, solo che noi ci contendevamo Wolverine e Spider Man, loro Groot e Hulk - fino al recupero di alcuni dei film targati Marvel - ancora non tutti, ma si rimedierà -, siamo giunti in sala sperando che tutto potesse andare per il meglio, sia rispetto alla tenuta dei bimbi che alla qualità del lavoro, considerate le recensioni controverse.
A mio parere il risultato è stato un clamoroso successo: Endgame è la degna conclusione della cavalcata come è stata fino ad ora degli Avengers, e riesce a far coesistere comicità, dramma, fan service, epicità, tantissimi personaggi ed una storia che non era semplice comprimere in tre ore di pellicola - che sono comunque parecchie -: in qualche modo, la Marvel ha realizzato il suo Ritorno del re in termini di struttura e gestione, e alla facciazza di chi inevitabilmente andrà contro questo tipo di produzioni mainstream e classiche, trovo possa essere impossibile a meno di non avere seri problemi in termini di emotività non farsi coinvolgere come si fosse bambini da momenti come il confronto - o meglio, i confronti - tra Cap. America e Thanos durante la battaglia finale o sul funerale che apre - come fu per il lavoro più noto di Peter Jackson - la serie di finali che congedano, per ora, l'MCU dal pubblico.
Per il resto, ottimi gli effetti, giusto lo "spezzettamento" - troppi charachters in campo per gestirli diversamente -, interessanti i cambiamenti operati su Hulk, Occhio di falco, Falcon e Thor - bellissima la battuta di Tony Stark su Lebowski -, curioso scoprire quello che accadrà con la Fase Quattro del progetto - che dovrebbe iniziare nel duemilaventi -: quando si parla di Cinema mainstream e d'intrattenimento, produzioni come questa dovrebbero essere prese da esempio.
Avengers, uniti!





HIGHWAYMEN - L'ULTIMA IMBOSCATA (John Lee Hancock, USA, 2019, 132')

Highwaymen - L'ultima imboscata Poster


Avevo ricordi velati delle vicende di Bonnie e Clyde, filtrati attraverso le immagini del mitico Gangster Story di Arthur Penn, e a rinfrescarmi la memoria con una produzione classica e dallo spirito decisamente Western e fordiano ci ha pensato Netflix, che ripercorre molto fedelmente la caccia ai leggendari banditi dalla parte dei due Rangers che si occuparono di seguirli e braccarli fino all'agguato che segnò la fine delle loro imprese.
Come di consueto intensi e funzionali Harrelson e Costner, ottime fotografia e ricostruzione dei tempi, profonda la riflessione ed il confronto tra il compito dell'uomo di Legge ed il ruolo sociale di due ragazzini divenuti a suon di omicidi simbolo del malcontento dei poveri e degli emarginati sociali - incredibile che, nel pieno degli anni trenta della crisi economica e in un'epoca molto meno "social" della nostra, ai funerali di Bonnie parteciparono ventimila persone e a quelli di Clyde quindicimila -, ben descritto il rapporto di amicizia virile dei due protagonisti.
Non brillerà per originalità o capacità di conquistare quella maggioranza di pubblico smart che allo stato attuale ha dimenticato un certo Cinema, ma per quanto mi riguarda, avercene.


lunedì 23 ottobre 2017

Wind River (Taylor Sheridan, UK/Canada/USA, 2017, 107')





Tutti voi vecchi pirati che passate da queste parti dovreste ormai ben conoscere il concetto di Western che mi affascina, che tocca corde che passano dalla Leggenda alla Realtà, per dirla al solito come John Ford, tra i ricordi di mio nonno e John Wayne ed i nuovi confini posti da Eastwood, da Winter's bone, da Hell or high water.
Il Western non è qualcosa che riguarda solo ed esclusivamente cowboys e indiani, sparatorie e canyons, quanto l'idea tutta umana di arrivare a fronteggiare qualcosa di ignoto, sia esso l'amore, la violenza, un'avventura, una sfida, un dolore, la vita stessa.
Una cosa che riporta alla memoria le atmosfere delle canzoni di De Andrè, tanto per citare un autore assolutamente associabile al genere.
Quando Cannibal, e niente meno che lui, pochi giorni fa ha parlato di questo film con lo stesso entusiasmo del già citato Hell or high water, non ho saputo resistere alla sfida, e sono corso immediatamente a confrontarmi con il confine che aveva messo alla prova il mio rivale numero uno: e devo ammettere che quella linea immaginaria era davvero pane per i miei denti.
Wind River, uno di quei titoli che passano in sordina rispetto alle grandi produzioni o alle uscite da sala piena, è un Western nel senso più profondo e puro del termine, una storia di pancia ed umana, dolorosa e potente, pronta a colpire e lasciare segni importanti nel cuore.
E' una storia di padri e figli, di ferite impossibili da rimarginare, di riscatto, di prede e predatori, di guerrieri e di sciacalli: il lavoro di Taylor Sheridan si prende il suo tempo, proprio come un cacciatore appostato, in attesa che la bestia porti la testa allo scoperto, che il branco mostri le zanne, che il momento della resa dei conti prenda forma di lacrime e sangue.
Ed è un tempo da respiri a pieni polmoni, che riempie d'aria in preparazione alla tensione dell'apnea - e credetemi, la sequenza in cui viene mostrata l'aggressione è così forte da aver riportato alla mente del sottoscritto cose gigantesche come Mystic River -, che riesce a caratterizzare i personaggi in pochi e semplici passaggi - la visita dell'agente dell'FBI accompagnata dal capo della polizia tribale e dal main charachter a casa del padre della giovane vittima vive nello sguardo che cambia proprio di quest'ultimo, e nel gesto di protezione del poliziotto che si mette a protezione della porta nel momento in cui l'uomo distrutto si ritrova a dover sfogare il suo dolore -, ed anche quando i nodi vengono al pettine porta in scena un vero e proprio scontro a fuoco che per realismo, rapidità e thrilling merita senza dubbio un posto tra le sequenze più forti di quest'ultimo anno cinematografico.
Wind River è un film che racconta di confini oltrepassati, di prede e predatori, di padri e figli, e che, come giustamente ha scritto sempre il mio rivale Cannibale - che si becca addirittura una doppia citazione, cosa credo mai successa -, in alcuni momenti fa desiderare di avere dei figli, ed in altri spaventa per tutto quello che il mondo possa riservare loro.
Commuove, Wind River. E fa provare rabbia.
Una rabbia che mostra la Natura dell'Uomo, a prescindere dal fatto che possa stare oppure no dalla parte giusta.
Anche in questo caso, il confine, da Western, è labile.
Perchè un predatore di predatori resta pur sempre un predatore.
Perchè l'Uomo non cambierà mai.
Perchè il branco continuerà, in diverse forme, a cercare nuove prede.
Ma è dannatamente vero che quel confine rivela anche legami che non possono essere spezzati, e mostra prove di coraggio che superano - e devono superare - la Paura.
Perchè è in quel coraggio che si trova la forza di andare avanti.
E la forza di combattere.
E l'amore.




MrFord




 

lunedì 30 gennaio 2017

Arrival (Denis Villeneuve, USA, 2016, 116')




Con ogni probabilità, in barba a denaro, fama, potere e tutte le altre cose con le quali a molti su questa Terra piace trastullarsi, il bene più prezioso che abbiamo e continueremo ad avere è e resta il Tempo.
Un Tempo che cambia forma e percezione che possiamo avere di Lui, in grado di cristallizzarsi quasi potesse essere messo in pausa o correre più veloce di quanto si possa immaginare anche nel più intenso e potente film di fantascienza.
Ricordo bene, per quanto "basso" possa risultare il riferimento, il verso di una canzone di Max Pezzali - non ricordo quale, onestamente - che dice "a sedici anni un anno dura una vita, poi a trenta sei già lì", ho impressi nella memoria come fossero accaduti oggi il giorno in cui morì mia nonna - la prima perdita che vissi sulla pelle - e quello in scoprimmo che Julez aveva perso la bambina - perchè per noi era ed è così - che aspettava.
Altri ricordi sono sensazioni, immagini, odori, canzoni, quasi parti di sogni.
Sorrido anche al pensiero di quella frase di Rocky V che cito di continuo quando parlo dell'essere padre, quando il buon vecchio Sly dice al proprio figlio sulla scena e nella vita - che, come sappiamo, è morto qualche anno fa - "averti avuto è stato come nascere un'altra volta".
Il Tempo, per l'appunto.
Quello che pensiamo come una linea retta che tende all'infinito, e invece è un grande cerchio, o forse qualcosa che non potremo mai davvero comprendere a fondo.
Un pò come la matematica, o la scienza, che in molti - me compreso, ai tempi in cui la studiai - considerano semplicemente come qualcosa di meccanico e privo di vita e che, al contrario, andrebbe approcciato come una nuova lingua in grado di riprogrammare il nostro cervello e la realtà che abbiamo attorno.
Ecco cos'è, Arrival.
Una nuova lingua da imparare, una parabola che racconta della vita e del Tempo, e di noi: non è un caso che sia tratta da un'opera intitolata proprio "Story of your life".
E proprio in questo senso viene giocata la domanda più importante della pellicola, a prescindere dalla tecnica, dalla narrazione, dalle interpretazioni - in particolare quella dell'ingiustamente ignorata dall'Academy Amy Adams -, dal genere: se tu avessi la possibilità di conoscere tutta la tua vita, cosa faresti?
Personalmente, penso che farei quello che cerco di fare ogni giorno: viverla.
In fondo, se dovessi guardare alla vita in termini di quotidianità, tornerei al concetto di Tempo espresso in linea retta, con un inizio ed una fine certi e tutto quello che è in mezzo da costruire.
Poi, di fronte ai Fordini, mi rendo conto che le regole vengono sovvertite, che tutti i pezzi che la mia memoria si perde vengono colmati dalle loro esperienze, e che soprattutto ora, che sono così piccoli - ma immagino non cambierà anche con gli anni - mi ritrovo ad essere l'alieno che osserva il loro mondo e che dona qualcosa che potranno usare in un Tempo che ancora non si è costruito.
L'arrivo del titolo potrebbe essere proprio questo.
E potrebbe essere anche il fatto che gli eventi traumatici restano impressi a fuoco nella memoria mentre quelli più intensi e felici sfumano per diventare onirici in più di un senso: il dolore prosegue la sua marcia come un treno lanciato a tutta velocità, un attacco militare o una bomba che esplode, mentre il piacere, la gioia, la meraviglia si dilatano uscendo dai confini che quello che conosciamo e viviamo ci impongono.
Anche quando si trovano di fronte il dolore.
In fondo, da genitori doniamo ai nostri figli tutto quello che sappiamo o che possiamo donare, finendo per essere aiutati a nostra volta ad affrontare qualcosa di più grande di tutti, un giorno che speriamo sempre possa essere linearmente molto lontano, ma che, inesorabilmente, arriverà.
Quando è il contrario, allora il Tempo si sconvolge e confonde, crea un apparente conflitto, una frattura che rischia di compromettere tutto.
Ed è allora, che occorre prendersi il tempo per comprendere il Tempo.
E capire che, pur conoscendo quello che sarà della nostra vita, non possiamo fare altro che viverla.
In fondo, è semplice.
Un giorno nasciamo, un giorno moriremo.
Sappiamo già cosa accadrà.
Eppure viviamo.
Perchè solo così il Tempo cambia le sue prospettive, e le nostre.
Come un arrivo.
Come una nascita.



MrFord



 

lunedì 16 maggio 2016

Captain America - Civil War

Regia: Anthony Russo, Joe Russo
Origine: USA, Germania
Anno:
2016
Durata:
147'








La trama (con parole mie): a seguito degli incidenti in Sokovia e di uno scontro in Nigeria che provoca la morte accidentale di alcuni volontari del Wakanda innescando un incidente diplomatico proprio con i regnanti del piccolo Stato fornitore del prezioso vibranio, il Segretario americano Ross intima a Tony Stark e Steve Rogers di firmare un patto con le Nazioni Unite che prevede un controllo molto stretto delle attività superumane, che il primo abbraccia in modo da poter tutelare il numero più alto possibile di innocenti ed evitare le morti collaterali ed il secondo rifiuta per evitare di rinunciare al valore che ha difeso per tutta la vita, prima e dopo il suo ritorno, la libertà.
La frattura all'interno degli Avengers vede dunque nascere due schieramenti definiti, il primo a favore del nuovo status quo, guidato da Iron Man e comprendente War Machine, Visione, il principe di Wakanda Pantera Nera, la Vedova Nera ed il giovanissimo Spider Man, ed il secondo che, al contrario, non intende rinunciare al proprio libero arbitrio, legato a Captain America e composto da Falcon, Hawkeye, Scarlet, Ant Man ed il Soldato d'inverno, pietra angolare della disputa.
Cosa accadrà quando i più grandi eroi del pianeta finiranno a combattere gli uni contro gli altri?
E quale si rivelerà essere la verità dietro questo stesso scontro?











Ai tempi della versione cartacea di Civil War avevo già abbandonato la lettura dei fumetti Marvel, eppure, per quello che venni a sapere, l'idea mi parve davvero interessante: proporre i principali eroi divisi in due fazioni, una a favore di un maggiore controllo dei superumani ed una contraria, guidate rispettivamente da Iron Man e Captain America, aveva diversi assi nella manica.
Primo fra tutti, il fatto che un bad guy come Tony Stark diventasse il paladino dell'Ordine mentre, dall'altra parte, il boy scout per eccellenza, Steve Rogers, si ergesse come baluardo per la rivolta: una cosa intrigante, anche perchè fan di uno o dell'altro avrebbero finito per "tifare contro" il proprio beniamino, in caso di disaccordo ideologico.
Personalmente, non ho mai amato Iron Man o il vecchio Cap - i miei favoriti sono e resteranno sempre gli eroi urbani come Daredevil e Spider Man -, e agli Avengers ho sempre preferito gli X-Men, considerate le mie simpatie per gli outsiders, ma tra i due leader degli Eroi più potenti della Terra senza dubbio è Stark a somigliare più al sottoscritto: imperfetto, casinista, pronto a sfruttare i propri difetti e a trasformarli in punti di forza.
Eppure, in Civil War come al Cinema - considerati i tre film dedicati ad ognuno -, mi sono trovato nettamente dalla parte del buon Capitano: a prescindere, comunque, dalle riflessioni che mi porterebbero, nella situazione dei protagonisti, a schierarmi senza alcun dubbio dalla parte del vecchio Steve, posso solo essere felice del fatto che Anthony e Joe Russo, dopo l'ottimo lavoro svolto sul precedente Winter Soldier, abbiano confezionato uno dei migliori prodotti del Cinematic Universe targato Marvel insieme al primo Avengers, al secondo Thor e a Guardiani della Galassia, una pellicola ritmata, divertente, ironica ed esaltante di quelle perfette per ogni amante del Fumetto così come del pubblico occasionale, che in un prodotto di questo genere può ritrovare l'intrattenimento fracassone ma intelligente che tanto ha fatto per noi ragazzi cresciuti negli anni ottanta.
A prescindere, infatti, dalla costruzione forse a tratti un pò macchinosa e ad un villain probabilmente non all'altezza - un riadattato Arnim Zola -, Civil War è tutto quello che avrebbe dovuto essere Age of Ultron e che, a questo punto, considerata la regia affidata proprio ai Russo, spero sarà la doppia uscita Infinity War, che dovrebbe rappresentare il culmine delle proposte Marvel in sala degli ultimi anni: introduzione di nuovi ed interessanti charachters - Pantera Nera è reso davvero molto bene, nonostante i pochi minuti on screen, ed il rinnovato Spider Man aumenta già l'hype per la pellicola a lui dedicata -, giusto spazio costruito per i personaggi secondari - Ant Man, già protagonista di una pellicola più che discreta, regala uno dei passaggi di maggior esaltazione dello scontro tra i due Team rivali, Falcon acquista uno spessore che non ha mai avuto neppure sulla pagina, Visione, se trattato nel modo giusto, potrebbe finire per risultare una delle scommesse vincenti dei Vendicatori on screen -, un crescendo che unisce ironia, parti epiche - il duello tra Cap e Iron Man - e sequenze di puro godimento come lo scontro con tanto di esibizione dei poteri di ogni partecipante allo stesso dei due schieramenti.
L'unica, forse, a patire nonostante il ruolo per certi versi determinante nella lotta è la Scarlet di Elizabeth Olsen, che soffre della stessa sindrome che pesò sul personaggio anche negli albi per anni: la figlia di Magneto, infatti, in termini di poteri, è uno dei charachters più temibili e potenti dell'Universo Marvel, eppure pochi autori hanno saputo renderla al meglio.
Diciamo che al Cinema manca ancora questo salto, ma non è detto che in futuro non possa avvenire.
Nel frattempo, che si scelga di stare dalla parte di Stark o da quella di Rogers, Civil War rappresenta un intrattenimento come raramente se ne vedono, che personalmente mi sono goduto dal primo all'ultimo minuto fino ai due brevi filmati nel corso dei titoli di coda che mettono ulteriore carne al fuoco rispetto al Cinematic Universe, uno dei progetti più ambiziosi e goduriosi - se si è abbastanza pane e salame - che il Cinema abbia regalato al pubblico negli ultimi vent'anni.






MrFord





"Guerra civile famigliare
guerra civile intima
guerra civile famigliare
guerra civile famigliare
guerra civile intima
guerra civile famigliare
guerra civile intima."
Tre Allegri Ragazzi Morti - "Guerra civile" - 






martedì 25 agosto 2015

Mission Impossible - Rogue nation

Regia: Christopher McQuarrie
Origine: USA, Hong Kong, Cina
Anno: 2015
Durata: 131'





La trama (con parole mie): la squadra di Ethan Hunt di specialisti in "missioni impossibili" affronta quella che potrebbe essere la sua sfida più difficile, gettandosi a capofitto nel faccia a faccia con il misterioso Sindacato, un'organizzazione criminale infiltrata a più livelli nello spionaggio internazionale che pare essere l'unica con i mezzi, le risorse e le capacità per mettere in ginocchio Hunt e soci.
Messi alle strette da un'inchiesta interna della CIA guidata dal determinato Hunley e costretti a viaggiare in segreto in tutto il mondo per contrastare i piani del leader del Sindacato Solomon Lane, i membri del team saranno costretti a portare ben oltre il limite i loro talenti, nel tentativo di scoprire i veri piani del Sindacato, le sue origini ed il ruolo della misteriosa Ilsa Faust, pronta a legarsi a doppio filo ad Ethan Hunt.








Per quanto il sottoscritto sia e resti, di fatto, un inguaribile tamarro legato profondamente alle proposte action sguaiate e sopra le righe figlie degli anni ottanta, ho sempre nutrito una particolare stima per i blockbuster intelligenti, capaci di porgere al pubblico cocktails dall'equilibrio ottimo di sequenze altamente spettacolari e trame quantomeno più elaborate e meno banali o improbabili del classico film tutto botte ed esplosioni.
Due degli esempi migliori in questo senso usciti in sala negli ultimi anni sono stati gli 007 con protagonista Daniel Craig - su tutti l'ottimo Casinò Royale - ed il franchise di Mission Impossibile, che fatta eccezione per la parziale delusione del terzo capitolo ha sempre mantenuto standard molto alti sia in termini di spettacolarità che di valore effettivo e "critico".
Quest'ultimo Rogue Nation non è da meno alla "tradizione", e si presenta, di fatto, come una sorta di versione più dark del precedente Protocollo Fantasma, sempre poggiandosi sulle spalle di un Tom Cruise come al solito scatenato ed impegnato oltremisura anche fisicamente - che continua a girare tutte le sequenze senza controfigura, allenandosi alla disperazione per poter garantire la migliore resa possibile -, che pare più che mai determinato a combattere il Tempo che, inevitabilmente, comincia a trascorrere anche per lui, affiancato da una squadra di comprimari vincente - Jeremy Renner, Simon Pegg e Ving Rhames -, un'ottima Mission Impossibile lady - Rebecca Ferguson, cui viene consegnato un charachter affascinante come pochi - ed un bad guy tosto ed inquietante quanto basta - il Solomon Lane di Sean Harris -.
Ad una trama, dunque, come di consueto abbastanza classica ed in linea con il genere scritta dallo stesso regista - il fedelissimo di Cruise Christopher McQuarrie, che lo diresse anche in Jack Reacher - e passaggi incentrati sui dialoghi in modo da poter dare un background efficace a personaggi e script stessi, è associata una serie davvero notevole di momenti action memorabili, dal recupero dell'ordigno in apertura con tanto di volo dell'agente Hunt aggrappato al portellone del cargo fino alla splendida scena subacquea volta a rendere possibile il recupero di dati del Benji di Simon Pegg - spassoso come di consueto -, passando attraverso un vertiginoso inseguimento in auto e moto ed una chiusura decisamente più fisica ed action, con tanto di epilogo smargiasso e guascone che rimbalza tra quel "Solomon Lane, ti presento l'IMF" ed il "Benvenuto nell'IMF, signore" che già alimenta l'hype per un eventuale sesto episodio della saga.
A conti fatti, dunque, il brand di Mission Impossible si conferma come il più equilibrato ed in grado di parlare a diverse latitudini di gusti cinematografici del pubblico al momento sul mercato, godendosi la botte piena e la moglie ubriaca neanche Fast and furious avesse incontrato James Bond, permettendo di fatto agli appassionati di action di avere la loro insana dose di adrenalina grazie ad un protagonista carismatico, sopra le righe e tosto ed ai meno avvezzi a pirotecniche esibizioni di acrobazie improbabili e muscoli tesi una storia credibile e coinvolgente.
Una cosa non da poco, direi, specie dopo cinque film che continuano a confermare il valore del prodotto e della squadra che lo porta in scena.




MrFord




"Enough, enough bowing down to disillusion!
Hats off and applause to Rogues and Evolution!
The ripple effect is too good not to mention
if you're not affected then you're not paying attention!
It's too good, too good, not to have an effect!
Enough,Enough,Enough,Enough,Enough!
Enough, enough bowing down to disillusion!
Hats off and applause to Rogues and Revolution!"

Incubus - "Rogues" - 





lunedì 22 giugno 2015

Kill the messenger - La regola del gioco

Regia: Michael Cuesta
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 112'






La trama (con parole mie): Gary Webb, reporter d'assalto di un piccolo giornale californiano, a seguito di una serie di casualità fortuite legate ad indagini parallele, si trova tra le mani una potenziale bomba giornalistica. La compagna di un trafficante di droga con un processo in corso, infatti, passa a Webb copie di prove che dimostrerebbero la partecipazione attiva del governo statunitense all'acquisto ed allo smercio in territorio americano di droga a partire dai tempi del grande problema del Nicaragua e dell'amministrazione Reagan, coinvolgendo di fatto gli ecosistemi sociali dei quartieri delle metropoli USA.
Deciso a fare luce sulla vicenda, Gary lotterà finendo per rischiare non soltanto la sua carriera, ma l'incolumità di se stesso e della sua famiglia, passando da fama e riconoscimenti pubblici a velate minacce ed una progressiva estromissione dal mondo della carta stampata.
Ma quale si rivelerà la verità a proposito del traffico di droga "gestito" dal Paese stesso?
Chi sono i responsabili, e pagheranno?
E riuscirà Webb a non farsi ammazzare nel tentativo di vedere pubblicato il suo lavoro?









La figura del reporter d'assalto, che sia per la scrittura o la curiosità, o la tendenza a rompere gli schemi lottando per la diffusione libera delle notizie, mi ha sempre affascinato, che si parlasse di vita vissuta o di Cinema: da Tutti gli uomini del Presidente a Salvador, passando, pur se per vie alternative, da The Agronomist, le figure dei grandi comunicatori di radio, televisione e stampa hanno trovato sempre la porta spalancata, qui al Saloon, grazie ad un approccio sempre al limite che è costato spesso e volentieri anche la vita ai suoi protagonisti.
Questo La regola del gioco - adattamento pessimo dell'originale Kill the messenger, molto più centrato ed evocativo - rientra a pieno titolo nella categoria, e pur non essendo ai livelli clamorosi della succitata pietra miliare di Pakula, finisce per proporsi come uno dei titoli più interessanti dell'inizio dell'estate: la vicenda di Gary Webb - ben portato sullo schermo da Jeremy Renner, uno che non ho mai particolarmente amato o apprezzato come protagonista -, ripresa dalla cronaca ed ovviamente rimaneggiata in modo da colpire ancora più profondamente l'immaginario dell'audience, diretta con piglio da ottimo artigiano da Michael Cuesta - una delle menti dietro Homeland, che in precedenza lavorò dietro la macchina da presa in alcuni episodi dei cult Six feet under e Dexter -, è una solida storia tesa di giornalismo d'assalto, ascese e cadute, nonchè una critica decisamente aspra agli organi di governo a stelle e strisce dagli anni ottanta in avanti, dalla guerra al narcotraffico alle vicende del Nicaragua, da Reagan alle strade delle periferie urbane invase dai prodotti messi sul mercato da potenti padrini legati a doppio filo con politici di Washington.
Il viaggio di Gary Webb, iniziato quasi per caso e pronto a condurlo dai corridoi del potere della Capitale a prigioni centroamericane corrotte - molto interessanti le piccole parti affidate a caratteristi d'eccezione come Jason Patrick e Barry Pepper, o la partecipazione di grossi nomi come Andy Garcia, passato ormai a fare la parte del vecchio leone nonostante io lo ricordi ancora come il giovane poliziotto de Gli intoccabili -, è un percorso a doppio binario che condurrà il giornalista al successo ed al riconoscimento del proprio valore ma al progressivo allontanamento dalla famiglia, gli affetti, i colleghi e tutto quello che la grande macchina del Sistema - legale e non - prevede come punizione per chi decide di allungare un pò troppo lo sguardo oltre il confine dallo stesso Sistema imposto.
Il viaggio di Webb attraverso il legame tra USA e narcotrafficanti - non è un mistero che molti dei governi del mondo stringano patti di questo genere con le più potenti organizzazioni criminali, o accordi che li vedano, in un modo o nell'altro, in sudditanza rispetto alle stesse, come è capitato di recente di osservare con il nostrano La trattativa - è di quelli che colpiscono e toccano corde che conducono all'indignazione, così come riflessioni legate al limite che ognuno di noi è disposto a superare per etica, orgoglio, voglia di dimostrare il proprio valore e legami affettivi: quanti, infatti, a fronte di chiare minacce alla propria incolumità e dimostrazioni di potere deciderebbero di tirarsi indietro, e lasciare che la propria sopravvivenza - e quella dei propri cari - venga prima dell'indagine o dello scoop che si stanno seguendo?
Quanti, al contrario, deciderebbero di andare fino in fondo, anche a costo di rimanere soli, esiliati, umiliati, sconfitti anche nel momento della vittoria?
Probabilmente una risposta definitiva a queste domande non esiste, eppure sono contento che esistano film onesti e solidi come Kill the messenger, pronti a raccontare le storie di lottatori come Gary Webb, che normalmente finiscono per scomparire tra le pagine della Storia, pur avendone fatto parte attiva.




MrFord




"Occupations overthrown, a whisper through a megaphone
it's nothing as it seems, the little that he needs, it's home
the little that he sees, is nothing he concedes, it's home
and all that he frees, a little bittersweet, it's home."
Pearl Jam - "Nothing as it seems" - 




giovedì 18 giugno 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): dopo una settimana jurassicamente fordiana, si torna purtroppo alla normalità con un weekend di uscite che alternano possibili soddisfazioni da Saloon ed altre buone giusto per il Paese dei Pusillanimi ove regna il mio rivale Cannibal Kid, seduto sul suo Trono di gomma.
In ogni caso, non mi pare ci sarà nulla per cui gridare al miracolo, ma considerato come sono andate le cose negli ultimi mesi, potrebbe quasi - e sottolineo quasi - andare discretamente.

"Prendo appunti: da Ford c'è sempre da imparare."
Fuga in tacchi a spillo

"E così quello è Peppa Kid?" "Già, è più pusillanime di quanto pensassi!"
Cannibal dice: Al contrario di Jeremy Renner, c'è sempre qualcosa in Reese Witherspoon e nei film che gira che mi convince. Per quanto quindi questo Fuga in tacchi a spillo sembri una commedia poliziesca davvero banale, oltre a un'americanata pazzesca, mi sa che finirò per vederlo. Mentre Ford, pure lui sui suoi tacchi a spillo, fuggirà via veloce.
Ford dice: ho visto il trailer di questa commediola cui normalmente non darei una chance neanche per sbaglio prima di Jurassic World, e non so se a causa dell'hype da dinosauri o dai neuroni spenti estivi, ho pensato che un tentativo si poteva pur fare. Aspetterò di vedere cosa combina sui suoi tacchi a spillo Katniss Kid, e poi deciderò.



La regola del gioco

"Pronto, Ford, potresti venire ad aiutarmi? Cannibal continua a seguirmi come una groupie!"
Cannibal dice: In Jeremy Renner c'è sempre qualcosa che non mi convince. Così come in Ford. Così come nei suoi film. Questo La regola del gioco non sembra fare eccezione, visto che pare un thriller pseudo gangsta ad alto tasso di fordianità. E non è un bene.
Ford dice: Kill the messenger - titolo originale dell'insensato La regola del gioco - giace da tempo al Saloon in attesa di ispirazione e visione, nonostante si tratti di una proposta molto fordiana e ben poco cucciolesca.
Approfittando dell'uscita, vorrà dire che darò a Renner la possibilità di uscire dal suo anonimato di attore.



Unfriended

"Abbiamo visto Marco Goi in cam: ora siamo condannati dalla maledizione del Coniglione!"
Cannibal dice: Horrorino sulle nuove tecnologie che riecheggia film recenti che non mi erano dispiaciuti come Open Windows e The Den, quindi mi sa che una visione estiva ci sta tutta. Tanto, mal che vada, peggio di un film consigliato dal mio unfriend Ford non può essere.
Ford dice: horrorino inutile di quelli estivi - nel senso peggiore del termine - che potrebbe riuscire a spaventare giusto quel pusillanime del mio rivale.
Passo.


Diamante nero

"Ogni volta che si esce con Ford, si finisce sbronzi!"
Cannibal dice: Pellicola francese che si candida prepotentemente al titolo di film della settimana. La regista Céline Sciamma con il precedente Tomboy mi sembrava promettente ma ancora acerba e questo potrebbe essere il film della sua esplosione totale.
Esplosione totale che auguro anche a Ford. La sua però in senso letterale.
Ford dice: nonostante l'aura molto d'essai, Tomboy mi sorprese in positivo qualche anno fa. L'ancora acerba Celine Scianna, allora al suo esordio, potrebbe con questo Diamante nero fare il salto di qualità. Sarà così, o il risultato sarà l'ennesima cannibalata?



Teneramente folle

"Ragazze, io questi due bloggers, Cannibal e Ford, non li carico neanche se mi pagano!"
Cannibal dice: Commedia romantica che non sembra niente di eccezionale, ma che dalla sua parte sembra avere un'ambientazione e una colonna sonora anni 70 intriganti. Potrei fare la follia di guardarlo, mentre teneramente mando a quel paese Ford.
Ford dice: teneramente, eviterò questa commediola neanche fosse teneramente sponsorizzata dal mio rivale.



Torno indietro e cambio vita

"Secondo te come se la caverebbero Cannibal e Ford se tornassero a scuola?" "Di sicuro sarebbero espulsi, credimi."
Cannibal dice: Ecco il nuovo film dei Vanzina, un vanto per il cinema italiano all'incirca quanto Ford lo è per il web italiano. A vedere il trailer, questa pellicola con Raoul Bova mi ricorda un'altra pellicola sempre con Raoul Bova: Immaturi. Ma tranquilli, potrebbe essere pure peggio.
Ford dice: neanche il tempo di nutrire una qualche flebile speranza per il Cinema italiano, quand'ecco che lo stesso abbassa il livello oltre livelli inimmaginabili.


Neanche fossimo tornati ai tempi delle varie Vacanze di Boldi e De Sica.



Soundtrack - Ti spio, ti guardo, ti ascolto

"Hey, Cannibal, smettila di spiarmi!"
Cannibal dice: Film già segnalato una manciata di settimane fa che esce ora, con un titolo leggermente differente. Non pensavo sarebbe stato possibile fare peggio di Soundtrack - Oltre ogni ragionevole desiderio, e invece con Soundtrack - Ti spio, ti guardo, ti ascolto ci sono riusciti.
Ford dice: potrebbe essere anche il film del secolo e del millennio, ma con un titolo come questo non mi ci metto neanche sotto costrizione.



Albert e il diamante magico

Una rappresentazione utopistica dell'amicizia tra Ford e Cannibal.
Cannibal dice: E se questa settimana non c'era anche la solita bambinata d'animazione, Ford non era felice. Quindi va beh, accontentiamolo ancora questa volta, ma poi basta!
Ford dice: ma con tutta l'animazione interessante che si trova in giro per il mondo, in Italia si deve distribuire solo il peggio neanche si trattasse di horror!?


lunedì 27 aprile 2015

Avengers - Age of Ultron

Regia: Joss Whedon
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 141"





La trama (con parole mie): i Vendicatori, ormai divenuti una forza con la quale fare i conti ad ogni latitudine del pianeta, nel corso di una missione che li vede debellare le ultime forze dell'Hydra rimaste attive dopo la caduta dello Shield, vengono in contatto con un manufatto che cela l'energia di una delle Gemme dell'infinito, potentissimi artefatti in grado di conferire un potere quasi illimitato, appartenuta a Loki, fratello di Thor. Scoperti, inoltre, due gemelli dalle incredibili abilità - Wanda e Pietro Maximoff - ed un programma dormiente, gli Avengers si mettono al lavoro in modo da poter trarre il meglio dalle loro ultime conquiste: peccato che, quando Tony Stark decide di mettere mano al programma stesso per applicarlo ad un progetto di intelligenza artificiale evoluta, il risultato sia Ultron, robot senziente determinato a cancellare dalla faccia della Terra non solo il gruppo di eroi, ma il genere umano.
Capitan America e soci, dunque, dovranno dare fondo a tutte le loro energie ed il coraggio che li contraddistingue per rispondere ad una nuova, letale sfida.








Spesso e volentieri si dice che le aspettative siano la prova più difficile da superare, e che tanto più alte le stesse finiscono per essere, quanto consistenti diventino i rischi di un fallimento: il primo film dedicato agli Avengers, uscito tre anni or sono proprio in questo periodo in sala, è stato una delle esperienze di godimento cinematografico in termini fracassoni più esaltanti della mia vita di spettatore, e da appassionato di fumetti ha finito per rappresentare l'ideale di prodotto che, da bambino - e non solo - avrei sognato per la trasposizione su grande schermo degli eroi di carta, inferiore, probabilmente, soltanto a quella chicca assoluta de Il cavaliere oscuro.
Peccato che, proprio come fu per il filmone di Nolan, su lavoro di Whedon e su questo sequel pesassero come macigni aspettative accumulate in tre stagioni di attesa, condite senza dubbio da ottimi prodotti targati Marvel - Il soldato d'inverno, il secondo Thor, Guardiani della galassia - ma pronte a culminare con questo Age of Ultron: cosa, dunque, è andato storto, tradendo le attese e, di fatto, trasformando un potenziale cult del Saloon in una delle più cocenti delusioni cinematografiche dell'anno?
Senza dubbio l'approccio, consacrato al comparto tecnico ed agli effettoni - belli da vedere, senza dubbio, almeno quanto le divertenti e spassose scene d'azione - piuttosto che ad un'idea o una sceneggiatura quantomeno pronta a dare spessore anche ad una proposta popcorn come questa - come fu per il primo film, per intenderci -, i protagonisti - a partire dal Tony Stark di Robert Downey Jr, mattatore nel primo capitolo, macchietta gigionesca in questo secondo, passando attraverso un Ultron sfruttato solo in parte ed una coppia Scarlet/Quicksilver sconfitta clamorosamente dalla controparte vista in X-Men: giorni di un futuro passato -, la scorrevolezza - due ore e venti che pesano come macigni, sequenze di combattimento a parte, rese stoppose da una mezzora piena tutta giocata all'interno di casa Hawkeye responsabile del mio primo, vero momento di cedimento al mondo dei sogni in una sala e passaggi tagliati con l'accetta neanche il pubblico fosse completamente disinteressato alla storia dietro lo spettacolo di esplosioni e rocambolesce evoluzioni videoludiche -, ed una direzione del progetto che pare quasi mostrare un'anima conflittuale che potrebbe aver visto protagonisti Whedon ed i suoi colleghi più talentuosi rispetto ad un "consiglio d'amministrazione" pronto a sacrificare tutto - in primis la qualità non visibile attraverso le vorticose capriole della macchina da presa - in nome dell'incasso e del guadagno.
Tutto questo senza contare il disagio di stare, di fatto, assistendo ad una gigantesca sequenza di raccordo pronta a preparare il terreno per i prossimi terzi capitoli delle saghe in singolo di Capitan America e Thor, l'imminente Ant-Man, il secondo Guardiani della galassia e, ovviamente, il doppio capitolo finale (?) delle avventure degli Avengers, che, come già si era intuito al termine del primo film, avrà come protagonista - ed antagonista - il quasi onnipotente Thanos, una sorta di stradopato Le due torri con molto meno mordente.
Probabilmente, al contrario del Batman nolaniano, gli Eroi più potenti della Terra non hanno bisogno di essere resi più profondi o appesantiti da storie sentimentali decisamente troppo zuccherose - il legame Hulk/Vedova nera, da vecchio fan della serie a fumetti, non si può proprio vedere -, o di alternare a fasi di esplosioni e botte da action di grana grossa il focolare domestico da grandi valori americani - di nuovo, la parte ambientata in casa Burton -: dovrebbero semplicemente andare dritti per dritti alla meta, senza troppe domande e con molta (auto)ironia.
Spaccare, per dirla come Hulk.
E qui, invece, si tira il freno a mano. E quando si spacca, lo si fa con la spiacevole sensazione di stare assistendo ad un divertissement soltanto per chi vi ha preso parte o ad un compitino buono giusto per scucire dei gran soldi - e con gran successo - a noi poveri stronzi pronti ad alimentare aspettative legate ad un'idea ingenua e naif di divertimento neanche fossimo tornati tutti dodicenni pronti a chiedersi chi sia più forte tra Thor e Hulk - anche se, ai miei tempi, la domanda più frequente era chi lo fosse tra Hulk e la Cosa -.
Usciti dalla sala, il problema non è stato, dunque, quello di trovare la risposta ad una domanda tanto semplice quanto affascinante, o l'idea di dover aspettare ancora almeno un paio d'anni prima di affrontare il nuovo capitolo della saga - come accadde con il film numero uno -, bensì la paura che, da ora in avanti, le cose potranno solo peggiorare.
E speriamo proprio di no.
Anche perchè un "Avengers assemble" lasciato a metà sarebbe davvero un delitto.
E non solo per gli appassionati di fumetti, o di blockbuster fracassoni.
Perchè tutti abbiamo bisogno di prodotti come questo.
Fosse anche solo per staccare il cervello.




MrFord




"Stop trying to live my life for me
I need to breathe
I'm not your robot
stop telling me I'm part of the big machine
I'm breaking free
can't you see,
I can love, I can speak
without somebody else operating me
you gave me eyes so now I see
I'm not your robot, I'm just me."
Miley Cyrus - "Robot" -





sabato 1 novembre 2014

C'era una volta a New York

Regia: James Gray
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 120'




La trama (con parole mie): siamo nel 1921 a Ellis Island, ultimo bastione del controllo dell’immigrazione dei tempi sulla costa Est statunitense. Eva e sua sorella, venute dalla Polonia, sono separate in quanto la seconda risulta essere malata, mentre la prima, abbandonata dagli zii che si erano ripromessi di venire a prendere le giovani per offrire loro un alloggio ed un lavoro, viene approcciata dal losco Bruno, che si offre di aiutarla celando i suoi secondi fini, che prevedono lo sfruttamento della ragazza come prostituta.
Il rapporto tra i due pare una continua lotta, e quando l’illusionista Orlando, cugino di Bruno, entra nell’equazione, la situazione si complica prima di precipitare: Bruno ed Eva saranno costretti a fare fronte comune e scoprire il significato di riscatto e perdono nella speranza di poter sopravvivere ad un tempo ed una città pronti ad inghiottirli.








James Gray, fin dai tempi dell’ottimo esordio Little Odessa, rappresenta non solo uno dei favoriti del Saloon, ma anche uno dei cantori più importanti dell’area di New York, allo stesso modo – con le dovute proporzioni – in cui lo furono prima di lui autori come Scorsese, soprattutto agli esordi – indimenticabili, a parte il celeberrimo cult Taxi driver, Mean streets ed il successivo Fuori orario -: con il dittico The Yards e I padroni della notte, poi, Gray dipinse un affresco durissimo e drammatico della provincia che ribolle oltre i confini della Grande Mela, prendendosi il tempo di scrivere una delle storie d’amore più devastanti del Cinema recente con Two lovers.
C’era una volta a New York – adattamento pessimo dell’originale The immigrant – muove un passo indietro nel tempo per soffermarsi su una delle epoche più affascinanti che caratterizzarono la città che non dorme mai, la stessa di Capolavori come C’era una volta in America – che temo abbia giustificato la scelta dei titolisti nostrani – e dei grandi gangster movies ambientati ai tempi del proibizionismo: in bilico, però, tra crime story e romance, James Gray pare perdersi in quello che, nonostante l’indiscutibile perizia tecnica e resa a livello di immagine – la fotografia è senza dubbio splendida, così come la scelta delle inquadrature e la cura dei costumi -, rappresenta forse il suo primo, vero passo falso, un’incompiuta decisamente troppo lunga e verbosa nella prima parte e frettolosa nella seconda, paradossalmente la più riuscita.
Considerando, infatti, un eventuale pressione dei distributori rispetto ad una versione iniziale decisamente più lunga, anche a distanza di qualche giorno dalla visione non riesco a capire e condividere la scelta del regista di proporre un introduzione inutilmente dettagliata e dilatata lasciando soltanto le briciole – ed un montaggio tagliato con l’accetta – alla conclusione, pronta a sfoderare gli acuti migliori – e gli unici – della pellicola – il tema del perdono e quello del riscatto, rappresentati dai due protagonisti, sono gestiti davvero alla grande, e lasciano senza dubbio il segno -, liberando al contempo le ottime prove di Joaquin Phoenix e Marion Cotillard, che seppur lontana dai fasti di Un sapore di ruggine ed ossa conferma il suo talento anche privata delle doti più “evidenti”.
Meno in parte e convincente Jeremy Renner, che continuo a pensare dovrà ringraziare Kathryn Bigelow vita natural durante per averlo proposto in The hurt locker aprendogli le porte della ribalta internazionale nonostante doti decisamente nella media – se non inferiori – rispetto a suoi colleghi condannati ad un’attesa perenne di riconoscimenti prestigiosi – ne sa qualcosa Leonardo Di Caprio -.
Un dramma a tinte fosche ed una storia di strada che incrociano la mitologia di Sergio Leone con quella del già citato Scorsese, senza per questo rinunciare a dettagli legati alla letteratura classica – assistiamo, di fatto, ad una versione adulta di una sorta di Oliver Twist al femminile – e alla poetica del regista – l’importanza della famiglia, le radici legate alla Fede, il peccato che lastrica la strada per la salvezza – senza però liberare il talento di Gray come altri suoi lavori, finendo per pesare sul pubblico e non avvincere nella misura in cui, probabilmente, lo stesso Gray avrebbe voluto.
Un’occasione mancata, dunque, seppur con grande stile, ed un mezzo passo falso commesso da un regista dal quale, ormai, qui al Saloon ci si aspetta non solo molto, ma anche la definitiva ed assoluta consacrazione: e non bastano un paio di sequenze da urlo – l’inseguimento nei tunnel, la confessione di Eva ed il suo confronto finale con Bruno, il faccia a faccia decisivo tra quest’ultimo e Orlando – per definire un film epocale.
C’era una volta in America è irripetibile.
Anche per un newyorkese appassionato come Gray.




MrFord



"These vagabond shoes
are longing to stray
right through the very heart of it
New York, New York."
Frank Sinatra - "New York, New York" - 





 

venerdì 10 gennaio 2014

American hustle

Regia: David O. Russell
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 138'




La trama (con parole mie): Irving Rosenfeld di professione fa il truffatore. Ingannare le persone è il suo mestiere e la sua vocazione nella vita, fino a che lui e la sua socia in affari e in amore vengono ingannati a loro volta ed incastrati dall’agente dell’FBI Richie DiMaso. 
Quest’ultimo però, invaghito della socia di Irving, propone loro un accordo. In cambio dell’immunità, i due dovranno aiutarlo ad incastrare un gruppo di politici corrotti, in un gioco di inganni che si fa sempre più complesso e stratificato. Chi trufferà chi? 
 




La vita sa sorprenderti. A volte ti inganna e ti frega, altre volte riesce a stupirti in una maniera positiva come mai avresti immaginato. Le cose migliori, come quelle peggiori, sono quelle che non ti aspetti. Io ho vissuto i miei anni adolescenziali e post-adolescenziali come uno sbandato. 
Come un ribelle senza causa che vuole solo una vita spericolata, come quelle dei film. 
Non dovevo rendere conto a niente e a nessuno, ma poi è capitata una cosa. È capitata la vita. 
Sono arrivati una donna, una moglie, una mamma, Julez, e un figlio, il Fordino unchained
Tutto è cambiato, la routine quotidiana così come anche il mio rapporto con il Cinema. Il rituale della visione di una pellicola in santa pace senza pause adesso ad esempio può essere interrotto dal cambio di un pannolino, ma è così che vanno le cose ora. È la vita.
Anche il cinema sa sorprenderti. Ti inganna e ti frega. Proprio come questo film. American Hustle dal trailer e dalle immagini promozionali è venduto come la nuova pellicola con protagonista Jennifer Lawrence, che poi alla fine dei conti compare giusto qua e là ogni tanto. 
Lasciando il segno in alcune delle scene più memorabili. 
Un’altra grande prova d’attrice, la sua, che ci fa dimenticare la sua partecipazione a Hunger Games, la saghetta per teenager in crisi ormonale come il mio rivale Cannibale, che ormai dovrebbe essere troppo vecchio per certe stronzate.
Non è certo l’unico inganno del film. Anzi, è soltanto uno tra i tanti. La pellicola si apre con l’immagine non proprio bellissima di Christian Bale che si sistema il riporto dei capelli, con tanto di pancetta di fuori. Forse qualche allenamento insieme a me gli farebbe ritrovare la forma dei tempi della serie nolaniana di Batman. Da questa apertura sembra che ci aspetti una commedia, poi arriva una scena più da film di truffa e poi ancora si torna indietro, con un racconto di formazione esistenziale del protagonista. Non è che l’inizio. American Hustle ci offre tutta una serie di svolte repentine, di cambi di narratore, di cambi di registro stilistico e narrativo. 
Il regista David O. Russell, apprezzato qui al saloon per Three Kings, The Fighter ed il sorprendente Il lato positivo, sembra gestire il tutto in maniera molto precisa e puntuale. 
Anche quello non è però che un inganno. Russell si diverte un mondo a giocare con zoom e carrellate come fosse un novello Martin Scorsese e a ricreare ambientazioni anni Settanta che riportano alla memoria il Paul Thomas Anderson di Boogie Nights, altra pellicola amatissima da queste parti. L’apparenza però inganna. Lo dice un noto detto popolare e lo dice anche il sottotitolo italiano della pellicola, per una volta non così campato per aria. Via via che si procede con il minutaggio, il grande spettacolo d’intrattenimento imbastito nella prima ora comincia a perdere colpi. Si cambia ancora tono e generi cinematografici, passando dagli accenni di intrecci romantici alla commedia gangster, con tanto di apparizione di un ormai onnipresente ma non onnipotente come un tempo Robert De Niro.
American Hustle inserisce al suo interno di tutto e di più. Lo spettacolo in alcune parti funziona alla grande, soprattutto per merito di un cast in formissima. 
Oltre alla già citata sempre splendida Jennifer Lawrence, Christian Bale ingrassato e parrucchinato gigioneggia alla grande e non si rende per fortuna ridicolo come il Nicolas Cage degli ultimi tempi. Amy Adams convince e ammalia come non mai, mentre Bradley Cooper, dimenticato il dimenticabile Limitless, si conferma nelle mani di Russell attore sorprendentemente valido, così come un Jeremy Renner che per una volta non fa da riserva panchinara di Matt Damon in qualche action movie. 
Una serie di attori che si sfidano in una gara recitativa, una bella atmosfera da Cinema anni ’70 ed una ottima colonna sonora anch’essa naturalmente legata a quel periodo che sfoggia gli America così come Elton John, oltre ad una grande “Live and let die” dei Wings di Paul McCartney “interpretata” dalla Lawrence.
Eppure le apparenze ingannano. Nonostante gli ingredienti per creare uno dei cult dell’anno ci siano tutti, non tutto funziona alla perfezione. La trama è troppo ingarbugliata e man mano che si va avanti con la visione, l'ispirazione a fatti realmente accaduti perde di interesse. I personaggi sono tutti ben costruiti e accattivanti, ma poi non vanno da nessuna parte. Questo film intrattiene bene per una buona metà del suo percorso ma non riesce mai a diventare il grande film che in apparenza sembrava destinato ad essere, finendo per risultare solo un bell’imbroglio. 
Divertente ed accattivante fin che si vuole, ma pur sempre un imbroglio. 
David O. Russell all’inizio sembra controllare tutti i fili della narrazione come un perfetto burattinaio, poi si perde clamorosamente nella confusione generale della pellicola. E noi spettatori insieme a lui.
E voi lettori pure…
Pensavate che questo post fosse stato scritto dal grande e potente Ford?
Invece no. Sorpresa!
L’ho scritto io, Cannibal Kid, quel pusillanime del suo acerrimo blogger nemico. C’eravate cascati?
D’altra parte ve lo detto e ripetuto: le apparenze ingannano.



MrFord Cannibal Kid



“But if this ever changing world in which we live in
makes you give it a cry, say live and let die
live and let die, live and let die, live and let die”
Paul McCartney & Wings - “Live and let die”



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...