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lunedì 2 maggio 2016

Zona d'ombra - Una scomoda verità

Regia: Peter Landesman
Origine: USA, UK, Australia
Anno: 2015
Durata: 123'







La trama (con parole mie): a seguito della tragica fine dell'ex leggenda dell'NFL Mike Webster, il patologo di origini nigeriane Bennet Omalu, lontano dal football e dal giro d'affari che alimenta, viene assalito dal dubbio che l'uomo possa aver incontrato la morte a causa dei danni cerebrali causati dai colpi subiti sul campo da gioco.
Convinto dai rilevamenti clinici effettuati e spinto da accadimenti simili che hanno colpito altri giocatori ed ex giocatori, Omalu, affiancato dal suo responsabile Cyril Wecht e dall'ex medico dei Pittsburgh Stealers Julian Bailes, pubblica un saggio di neurologia che è l'inizio di una vera e propria battaglia tra i suoi studi e la sua coscienza di medico e l'opposizione di una sorta di "lobby" costituita da tifosi, medici compiacenti, dirigenti e chiunque tragga un profitto dal football professionistico: Omalu sarà costretto a subire pressioni, ricatti, minacce ed umiliazioni, ma non abbandonerà la sua posizione rispetto alla pericolosità ed alle conseguenze di una carriera da giocatore sui campi NFL.











Per quanto non l'abbia mai seguito da vero appassionato, ho sempre adorato il football americano.
Come bene lo definisce nel corso del film il Julian Bailes di Alec Baldwin, "è uno sport terribile e violento, ma è anche poesia": ed è assolutamente così.
Dalle magie dei quarterback e dei ricevitori alle battaglie delle difese, l'esaltazione che riesce a creare lo spettacolo a stelle e strisce per eccellenza è senza ombra di dubbio qualcosa di unico, che il Cinema ha omaggiato in diverse occasioni: per la prima volta, con questo Concussion - assurdo, come sempre, l'adattamento italiano, considerato il riferimento alle commozioni cerebrali dell'originale - viene mostrato il lato oscuro del palcoscenico più seguito dagli sportivi statunitensi, ovvero le terribili conseguenze fisiche per gli atleti con una carriera ad alti livelli sui campi dell'NFL alle spalle.
Così come per il wrestling - altra grande passione made in USA del sottoscritto -, infatti, nel corso degli anni si è avuta testimonianza eclatante di quanto devastante sia stato l'impatto delle carriere sui loro protagonisti, con una lunga lista di morti purtroppo divorati dallo show business anche una volta spenti tutti i riflettori: ma se per i miei vecchi amici lottatori dello sport entertainment i problemi principali vengono dall'abuso di sostanze dopanti ed antidolorifici, per i protagonisti dello show NFL si tratta, principalmente, di conseguenze devastanti legate ai ripetuti colpi alla testa che, nonostante bardature e caschi, finiscono per logorare il cervello dell'atleta, sballottato nella scatola cranica neanche fosse il contenuto di uno shaker per un cocktail migliaia di volte nel corso di una carriera.
Bennet Omalu, patologo di origini nigeriane trapiantato a Pittsburgh, nei primi anni zero ingaggiò una vera e propria lotta - pur se ideologica - con il colosso NFL a seguito di una serie di studi che, di fatto, confermavano i rischi per i giocatori di football, quasi calcare i campi fosse l'equivalente di essere accaniti fumatori, considerate le probabilità di ritrovarsi ad affrontare la ribattezzata CTE una volta appeso il casco al chiodo - e, in alcuni casi, anche prima -.
Concussion racconta, con il piglio tipico della pellicola anni novanta che capita spesso di rivedere volentieri in televisione, una battaglia civile atipica condotta da un uomo che più di ogni altra cosa sogna di essere americano e di viverne il sogno e che, al contrario, finisce per trovarsi a minare le certezze di uno dei capisaldi di quello stesso sogno, il football professionistico: guidati da un Will Smith insolitamente bravo - in lingua originale, la sua resa del nigeriano trapiantato negli States è ottima -, assistiamo ad una pellicola a metà tra lo sportivo ed il sociale solida e ben costruita, forse non particolarmente originale o ricca di colpi di genio in termini registici o di sceneggiatura, eppure ben calibrata e piacevole da seguire, pronta a raccontare una storia che, considerato come sono andate - e stanno andando - le cose rispetto al grande carrozzone NFL, finisce per porre lo spettatore di fronte ad un dilemma che potremmo definire senza troppi problemi morale: è giusto che tutto prosegua nonostante le ovvie conseguenze - stando alle stime che scorrono prima dei titoli di coda, pare che il ventotto per cento dei giocatori sia concretamente esposto al rischio di CTE - una volta che le stesse sono state rese note - di nuovo, una cosa come quella che accade ai fumatori con le sigarette - o andrebbero attuate delle contromisure per salvaguardare la salute degli atleti?
Il lavoro di Landesman non suggerisce una risposta o prende una posizione, piuttosto segue da vicino la vicenda di un uomo che, come molti in tutto il mondo, vorrebbe essere americano più di ogni altra cosa e si trova a fronteggiare il lato oscuro di un sogno che, comunque, non è e probabilmente non sarà mai disposto ad abbandonare: una cosa senza dubbio già sentita, a tratti retorica, eppure in grado di colpire, e a fondo.
Del resto, gli Stati Uniti sono proprio come il football: sopra le righe, sguaiati e spesso terribili.
Eppure il brivido che danno è qualcosa di unico al mondo.





MrFord





"I ain't got a fever got a permanent disease
it'll take more than a doctor to prescribe a remedy
I got lots of money but it isn't what I need
gonna take more than a shot to get this poison out of me
and I got all the symptoms count 'em 1, 2, 3."
Bon Jovi - "Bad medicine" - 





martedì 25 agosto 2015

Mission Impossible - Rogue nation

Regia: Christopher McQuarrie
Origine: USA, Hong Kong, Cina
Anno: 2015
Durata: 131'





La trama (con parole mie): la squadra di Ethan Hunt di specialisti in "missioni impossibili" affronta quella che potrebbe essere la sua sfida più difficile, gettandosi a capofitto nel faccia a faccia con il misterioso Sindacato, un'organizzazione criminale infiltrata a più livelli nello spionaggio internazionale che pare essere l'unica con i mezzi, le risorse e le capacità per mettere in ginocchio Hunt e soci.
Messi alle strette da un'inchiesta interna della CIA guidata dal determinato Hunley e costretti a viaggiare in segreto in tutto il mondo per contrastare i piani del leader del Sindacato Solomon Lane, i membri del team saranno costretti a portare ben oltre il limite i loro talenti, nel tentativo di scoprire i veri piani del Sindacato, le sue origini ed il ruolo della misteriosa Ilsa Faust, pronta a legarsi a doppio filo ad Ethan Hunt.








Per quanto il sottoscritto sia e resti, di fatto, un inguaribile tamarro legato profondamente alle proposte action sguaiate e sopra le righe figlie degli anni ottanta, ho sempre nutrito una particolare stima per i blockbuster intelligenti, capaci di porgere al pubblico cocktails dall'equilibrio ottimo di sequenze altamente spettacolari e trame quantomeno più elaborate e meno banali o improbabili del classico film tutto botte ed esplosioni.
Due degli esempi migliori in questo senso usciti in sala negli ultimi anni sono stati gli 007 con protagonista Daniel Craig - su tutti l'ottimo Casinò Royale - ed il franchise di Mission Impossibile, che fatta eccezione per la parziale delusione del terzo capitolo ha sempre mantenuto standard molto alti sia in termini di spettacolarità che di valore effettivo e "critico".
Quest'ultimo Rogue Nation non è da meno alla "tradizione", e si presenta, di fatto, come una sorta di versione più dark del precedente Protocollo Fantasma, sempre poggiandosi sulle spalle di un Tom Cruise come al solito scatenato ed impegnato oltremisura anche fisicamente - che continua a girare tutte le sequenze senza controfigura, allenandosi alla disperazione per poter garantire la migliore resa possibile -, che pare più che mai determinato a combattere il Tempo che, inevitabilmente, comincia a trascorrere anche per lui, affiancato da una squadra di comprimari vincente - Jeremy Renner, Simon Pegg e Ving Rhames -, un'ottima Mission Impossibile lady - Rebecca Ferguson, cui viene consegnato un charachter affascinante come pochi - ed un bad guy tosto ed inquietante quanto basta - il Solomon Lane di Sean Harris -.
Ad una trama, dunque, come di consueto abbastanza classica ed in linea con il genere scritta dallo stesso regista - il fedelissimo di Cruise Christopher McQuarrie, che lo diresse anche in Jack Reacher - e passaggi incentrati sui dialoghi in modo da poter dare un background efficace a personaggi e script stessi, è associata una serie davvero notevole di momenti action memorabili, dal recupero dell'ordigno in apertura con tanto di volo dell'agente Hunt aggrappato al portellone del cargo fino alla splendida scena subacquea volta a rendere possibile il recupero di dati del Benji di Simon Pegg - spassoso come di consueto -, passando attraverso un vertiginoso inseguimento in auto e moto ed una chiusura decisamente più fisica ed action, con tanto di epilogo smargiasso e guascone che rimbalza tra quel "Solomon Lane, ti presento l'IMF" ed il "Benvenuto nell'IMF, signore" che già alimenta l'hype per un eventuale sesto episodio della saga.
A conti fatti, dunque, il brand di Mission Impossible si conferma come il più equilibrato ed in grado di parlare a diverse latitudini di gusti cinematografici del pubblico al momento sul mercato, godendosi la botte piena e la moglie ubriaca neanche Fast and furious avesse incontrato James Bond, permettendo di fatto agli appassionati di action di avere la loro insana dose di adrenalina grazie ad un protagonista carismatico, sopra le righe e tosto ed ai meno avvezzi a pirotecniche esibizioni di acrobazie improbabili e muscoli tesi una storia credibile e coinvolgente.
Una cosa non da poco, direi, specie dopo cinque film che continuano a confermare il valore del prodotto e della squadra che lo porta in scena.




MrFord




"Enough, enough bowing down to disillusion!
Hats off and applause to Rogues and Evolution!
The ripple effect is too good not to mention
if you're not affected then you're not paying attention!
It's too good, too good, not to have an effect!
Enough,Enough,Enough,Enough,Enough!
Enough, enough bowing down to disillusion!
Hats off and applause to Rogues and Revolution!"

Incubus - "Rogues" - 





lunedì 20 aprile 2015

Beetlejuice - Spiritello porcello

Regia: Tim Burton
Origine: USA
Anno: 1988
Durata: 92'





La trama (con parole mie): Adam e Barbara Maitland, giovani sposi ancora senza figli che vivono in campagna in una grande casa, a seguito di un curioso incidente stradale, tornano nella loro dimora solo per scoprire di essere morti. La natura di fantasmi, però, mette in crisi la coppia, alle prese con lo studio di un Manuale dedicato proprio ai novelli deceduti, i nuovi inquilini della loro casa e le regole di un Aldilà che appare molto più scombinato e complesso di quanto non credessero: quando, disposti a tutto per cacciare i così diversi da loro Deetz, si rivolgono all'esorcista di esseri umani Betelgeuse, le cose si complicano oltre misura.
I Maitland, dunque, dovranno affidarsi all'amicizia della giovane Lydia ed alla loro consulente tombale Juno per risolvere i guai che li vedranno in bilico tra la curiosità da ricchi in fuga dalla città dei Deetz ed il caos senza controllo di Betelgeuse.








Nel corso della Storia del Cinema è capitato più spesso di quanto non si possa pensare che film assolutamente perfetti dal punto di vista tecnico e stilistico venissero, di fatto, dimenticati, mentre altri solo discreti, per merito dei loro autori o attori, del tempismo o del caso, divenissero non solo dei fulmini a ciel sereno, ma anche degli assoluti cult.
Appartenente a questa seconda categoria è senza dubbio Beetlejuice, forse uno dei titoli più amati dai fan tra quelli firmati da Tim Burton, che regalò uno dei Michael Keaton più incredibili di sempre e divenne immediatamente un guilty pleasure per un'intera generazione di appassionati: personalmente, e per quanto questa introduzione o il voto possano suggerire il contrario, ho sempre adorato il racconto delle gesta dello spirito più irriverente della settima arte, e ancora oggi lo ritengo uno dei miei favoriti del regista di Edward mani di forbice e Big fish.
Dalla splendida coppia di protagonisti Geena Davis - che, ai tempi, è stata uno dei miei primi sogni erotici, anche se più grazie a Thelma e Louise - e Alec Baldwin alla colonna sonora ritmata dai classici di Harry Belafonte, passando attraverso un'interpretazione assolutamente unica ed originale dell'Aldilà, Beetlejuice ha rappresentato per anni nell'allora casa Ford una delle visioni più gettonate da me e mio fratello, sempre in trepidante attesa dell'arrivo del mitico charachter interpretato da Michael Keaton, tra i cattivi più affascinanti, rozzi, sboccati e clamorosamente divertenti di sempre: quel suo motivetto "Io scopo, vomito, sputo e rutto, faccio porcate chiedetemi tutto!" è ancora oggi impresso indelebilmente nella memoria di questo vecchio cowboy, così come il completo a righe che segretamente ho sempre sognato di possedere, e che avrei rubato volentieri all'attore che interpretava Beetlejuice nello spettacolo mancato all'interno del parco Island of adventure di Orlando, quando con Julez finimmo per fare una capatina da quelle parti qualche anno fa, e perdemmo la rappresentazione e l'omaggio a questa pietra miliare - programmato in un teatro all'aperto - a causa di una sorta di tempesta tropicale che generò una vera e propria chicca nel tentativo di muoversi sotto il diluvio in due coperti dallo stesso poncho di plastica.
Ma questa è un'altra storia.
Quello che conta, ora, è ricordare con affetto un vecchio amico e riproporre un vero e proprio festival del grottesco, ironico e graffiante eppure a suo modo anche malinconico, pronto a rileggere la concezione di vita oltre la morte per come le religioni classiche l'hanno sempre intesa, povero nella realizzazione eppure clamorosamente ricco di riferimenti, influenze ed effetti tanto artigianali quanto gustosi da godersi ancora oggi: l'idea, poi, di contrapporre la solare compattezza del legame tra i Maitland all'oscurità cercata da adolescente di Lydia, all'approccio da radical-ricchi dei Deetz e alla sboccata irruenza di Betelgeuse appare vincente fin dal principio, e regala un equilibrio perfetto ad una commedia nera tra le più riuscite degli anni ottanta.
L'amarcord cinematografico è uno dei piaceri che negli ultimi anni ho finito per apprezzare maggiormente, partendo dalle prime meraviglie dell'infanzia per ripercorrere la mia crescita come spettatore, parallela a quella di uomo: e devo ringraziare Tim Burton, il suo "Beetle-coso" e tutte le trovate di questo film, perchè nonostante gli anni passino, continuano a rinverdire i fasti di un'epoca davvero indimenticabile.
Come questo film e i suoi protagonisti.
Da una parte e dall'altra della vita e della morte.



MrFord



"Lift six foot, seven foot, eight foot bunch
naylight come and me wan' go home
six foot, seven foot, eight foot bunch
daylight come and me wan' go home."
Harry Belafonte - "Day-O (The Banana Song)" -







mercoledì 4 febbraio 2015

Still Alice

Regia: Richard Glatzer, Wash Westmoreland
Origine: USA, Francia
Anno:
2014
Durata: 101'





La trama (con parole mie): Alice Howland, madre di tre figli ormai avviati lungo la loro strada, moglie felice e linguista e professoressa di grande successo, comincia a manifestare alcuni disturbi della memoria, inizialmente di poco conto e dunque sempre più allarmanti. 
Effettuate visite ed analisi e scoperta una realtà forse più terribile di quanto si aspettasse - una forma del morbo di Alzheimer che colpisce molto precocemente ed è geneticamente trasmissibile - si prepara, circondata dall'affetto dei suoi cari, all'inevitabile che la attende: i mesi che seguiranno l'inesorabile progredire della malattia saranno i più tristi ma, in un certo senso, anche i più intensi della sua vita, e la porteranno a contatto con le persone che più lei stessa ha amato, dal marito John alla figlia minore Lydia, che dall'essere la più distante finirà per diventare il pilastro di Alice durante la malattia.








Non immagino neppure quanto terribile possa essere una condizione che vede sbriciolarsi la memoria della vita, degli affetti, delle esperienze che abbiamo vissuto, per le quali abbiamo lottato, delle sensazioni che le stesse hanno stimolato.
E non voglio sinceramente immaginarlo.
Così come non voglio parlare di Still Alice in maniera critica, come se fosse il classico film indie in pieno stile Sundance giunto a furor di popolo alla corte degli Oscar.
O dell'interpretazione di Julianne Moore, che seppur interessante, non è a mio avviso tra le migliori della carriera della pur bravissima attrice.
Voglio essere pane e salame, come mi è parso questo film, e volergli bene senza riserve, con trasporto, come ho sentito di volergliene minuto dopo minuto, sofferenza dopo sofferenza, squarci di realtà ben precisi uno dopo l'altro portati sullo schermo da Glatzer e Westmoreland.
Anzi, volendo essere onesti, devo ammettere che questo film è riuscito nella non facile impresa di riportare alla memoria emotiva del sottoscritto uno dei titoli che più amai nel corso del duemilatredici, Questione di tempo, quasi ne fosse una versione dedicata a madri e figlie, piuttosto che a padri e figli: senza calcare troppo sui tasti del pietismo da malattia degenerativa - e l'Alzheimer è, forse, l'espressione più terribile del concetto - questo racconto intimo riesce ad accogliere il suo pubblico senza illusioni o retorica, appoggiandosi ad uno script molto sentito e ad un'onestà di fondo decisamente invidiabile - clamorosamente credibili i litigi a tavola, splendidi gli accenni alla vita dei figli di Alice all'esterno del rapporto con la stessa madre e la sua malattia, dalla ricerca di un figlio della maggiore Anna al tentativo di uscire dagli schemi di Lydia, fino al legame molto stretto di Tom con il padre - come se fossimo stati invitati ad una cena a casa Howland, pronti a gustare il cibo preparato da Alice prima che lei stessa possa dimenticarsi le ricette dei piatti cucinati per tutta una vita.
Una tavolata amara, quella che ci toccherebbe, ma non per questo meno vitale e ribollente di quanto ci si potrebbe aspettare: in fondo, Alzheimer o no, il Tempo resta il nostro avversario più terribile, e per quanto, penso, ognuno di noi si auguri di rimanere lucido e cosciente fino alla fine, il fatto è che giungerà il momento in cui occorrerà deporre le armi, e lasciare che la vita faccia il suo corso.
In questo senso, e grazie ad un finale splendido, Still Alice, più che una pellicola incentrata sulla malattia, mi è parsa un'opera ottima per raccontare il legame tra genitori e figli, dai conflitti alle complicità, fino al testimone che i primi, inevitabilmente, finiscono per passare ai secondi.
Il crescendo d'intensità che viene a crearsi tra i personaggi di Julianne Moore e Kristen Stewart - forse alla sua migliore interpretazione - ricorda - paradossalmente - quanto dei propri gesti, delle esperienze, dei tratti del corpo e dei difetti venga trasmesso ai nostri figli, e quanto importante, anche nei momenti più difficili, quello stesso rapporto si riveli.
Senza dubbio, comunque, il valore della Memoria e quello dell'Esperienza risultano ugualmente fondalmentali, nel corso della visione, ed è impossibile negare quanto ognuno sia definito dal bagaglio accumulato nel corso del proprio viaggio attraverso questa vita: ma c'è qualcosa che va oltre, in Still Alice, e che trova il suo significato più importante e profondo proprio in quello Still.
Ancora.
E ancora.
Come un bicchiere mezzo pieno, o il non volersi fermare.
Neanche quando ci si sente persi.
Perchè c'è qualcosa, in noi, che vive, e regala brividi che nessuna malattia potrà mai fermare.
E che, quando si ha la fortuna di avere dei figli, troverà una nuova strada ben oltre la fine della nostra.
Una Memoria esterna, per usare un termine tecnologico e moderno.
In grado di superare i confini di una vita, e diventare il punto di partenza di un'altra.




MrFord




"And if I had a boat
I'd go out on the ocean
and if I had a pony
I'd ride him on my boat
and we could all together
go out on the ocean
me upon my pony on my boat."
Lyle Lovett - "If I had a boat" - 




lunedì 20 gennaio 2014

Blue Jasmine

Regia: Woody Allen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 98'




La trama (con parole mie): Jasmine, abituata ad una vita di agio estremo, ricchezza ed opulenza nel cuore di New York, caduta in disgrazia dopo l'arresto del marito per frode fiscale ed illeciti finanziari, decide di volare dalla sorella Ginger a San Francisco per stabilirsi da lei e ricominciare a vivere.
La convivenza con la stessa e la sua famiglia, però, non sarà semplice, così come confrontarsi con il lavoro, gli uomini, l'insorgere continuo di un crollo nervoso in grado di dissociarla dalla realtà trasportandola nel passato, ai tempi del benessere e della storia d'amore con Hal: quando un incontro casuale finisce per rimettere la donna in gioco, il passato torna a galla rivelando il segreto più amaro sulla fine del suo matrimonio e della vita d'alto bordo di New York.




Woody Allen è decisamente un tipo strano: se c'è una cosa che non ho mai davvero capito della sua carriera è l'esigenza del regista newyorkese di produrre sempre e comunque almeno una pellicola all'anno, anche a dispetto di un'ispirazione che, con il passare del tempo, ha finito per non essere più quella del grande spolvero degli esordi: così, nelle ultime quindici stagioni - più o meno - abbiamo assistito a spettacoli decisamente all'altezza dei suoi anni migliori - Match point e Midnight in Paris - ed altri talmente lontani dal vero Allen da lasciare sconvolti per la loro pochezza - Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, To Rome with love -. 
Quest'ultimo Blue Jasmine, venuto dopo il disastro "all'italiana" dello scorso anno, pareva essere dipinto come uno dei Woody che vale la pena di vedere davvero, accolto più che discretamente dalla critica e da molti colleghi qui nella blogosfera: visione sedimentata e alle spalle devo dire che, senza dubbio, le vicende della scombinata Jasmine rappresentano uno degli script più interessanti dell'ultimo periodo del loro autore, e vengono narrate con la consueta perizia ed una serie di interpretazioni davvero splendide - la Blanchett supera se stessa, ma la Hawkins non è da meno -, finendo per portare a casa un risultato più che discreto, seppure non abbastanza convincente da indurre a pensare di essersi trovati di fronte ad uno dei "must see" del vecchio Woody.
Non voglio però sminuire un film senza dubbio in grado di lasciare un segno - soprattutto emotivo - negli spettatori, che è stato un piacere - seppure amaro - seguire e che mi ha ricordato i tempi in cui Allen si dedicò all'esplorazione dell'universo femminile negli ormai lontani anni ottanta: la sua Jasmine, fragile e dirompente, bisognosa di protezione e profondamente irritante, è uno dei charachters più tridimensionali di questo inizio anno, e con la sorella Ginger finisce per formare un duo magnetico quanto di fatto spaiato, una riflessione coraggiosa, in parte cattiva ed in parte tenera sull'amore e le relazioni, oltre che una critica neppure troppo velata alla lotta di classe e alle prospettive differenti di chi vive sopra - o sotto - una certa linea.
Se, dunque, da un lato troviamo Jasmine, il marito Hal - che affianca felicemente la beneficenza alle frodi fiscali -, il nuovo amore Dwight, tutti intenti a sfoggiare interi set di valigie di lusso, o a parlare di ristrutturazioni d'interni in ville che si affacciano sulla baia, dall'altra parte abbiamo Ginger, l'ex marito Augie - finito senza un soldo per aver lasciato i suoi risparmi ad Hal per un ipotetico e sicuro investimento -, l'irruento Chili e Danny, figliastro di Jasmine schifato dalle ombre che si celano dietro i party ed il mondo dorato della ricchezza.
Ma attenzione, però: perchè la riflessione di Allen non è una critica a senso unico rispetto ai ricchi brutti e cattivi, e anche dall'altra parte della barricata assistiamo a tradimenti, drammi, cadute rovinose e faticose ripartenze: la morale - se poi ce n'è una, nel campo di battaglia che è l'amore - è che difficilmente, quando si lotta e ci sono di mezzo i sentimenti, si finisce per uscirne tutti interi.
Specie quando si costruisce attorno alla vita un castello di carte un pò troppo grande per le nostre fragilità.
E se Ginger e Chili, nella loro semplicità, riescono a riprendersi e sostenersi l'un l'altra, a Jasmine non resta che il confronto - certo non piacevole - con se stessa.


MrFord


"You're beggin' me to go, you're makin' me stay
Why do you hurt me so bad?
It would help me to know
Do I stand in your way, or am I the best thing you've had?
Believe me, believe me, I can't tell you why
But I'm trapped by your love, and I'm chained to your side."
Pat Benatar - "Love is a battlefield" - 



mercoledì 11 luglio 2012

Rock of ages

Regia: Adam Shankman
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 123'




La trama (con parole mie): Sherrie, giunta a Los Angeles dalla provincia profonda carica di sogni di rock and roll incontra per caso Drew, aspirante cantante che lavora come barman al Bourbon Club, uno dei locali che ha dato origine alla leggenda degli Arsenal e di Stacee Jaxx, loro leader e frontman.
I due ragazzi si innamorano proprio alla vigilia dell'ultima esibizione del gruppo di Jaxx prima del suo esordio come solista, ma durante il concerto le loro strade si dividono: Drew viene ingaggiato dal manager di Stacee, il viscido Paul Gill, come nuova promessa della musica, mentre Sherrie finisce a lavorare nello strip club gestito da Justice Charlier.
Le cose paiono mettersi sempre peggio per il rock ed i suoi alfieri, complice il volere del sindaco Whitmore e della sua consorte, e per il Bourbon Club, ma proprio quando le speranze vacilleranno, i nostri impareranno "a non smettere di credere".




Mi fa davvero molto, molto strano mettermi a scrivere un post che possa trasmettere il senso e le emozioni che il rock è in grado di regalare: potrei andare con la memoria a quel giorno in cui il mio vecchio amico Emiliano, passato dall'allora casa Ford, dimenticò Love gun, cd dei Kiss del 1977 che finì per curiosità nel mio stereo e diede inizio ad una vera e propria febbre che portò in dono, oltre ai suddetti Kiss, band come i Black Sabbath, gli Ac/Dc, i Led Zeppelin, gli Aerosmith e tante altre, per una passione che ancora, dopo tutti questi anni, è tutt'altro che spenta, tanto che basta l'inizio di un riff per scatenare un'energia inesauribile.
O degli anni passati a frequentare lo Zoe, storico locale delle profondità di Baggio ed ultimo baluardo delle discoteche rock milanesi dopo la caduta degli storici Rainbow, Transilvania e Transilvania Live, tra le mura del quale il sabato sera - oltre a sbronze colossali - si andava incontro ad un ritorno al futuro nel pieno degli anni ottanta fatto di personaggi improbabili, fan del glam e perle a profusione - almeno quelle che riesco a ricordare -.
Ma basterebbe soltanto pensare a questa mattina, o ad una qualsiasi, quando premendo il tasto play sull'Ipod avviandomi alla stazione il mondo cambia con il passo e la sensazione di poter andare avanti come uno schiacciasassi anche quando mi aspetta una giornata di lavoro tutto tranne che stimolante o entusiasmante, prendendo quello che arriva come qualcosa di magico, unico e speciale.
Questo è il rock.
Per me, ma fortunatamente non solo.
Il rock è come la carne al sangue, un bourbon che ti spacca il naso con un pugno e poi ti infila la lingua in bocca, la sensazione che sì, ci sei, ed è questo il tuo momento: una sorta di carpe diem dopato e con il volume al massimo.
Rock of ages non sarà mai la trasposizione effettiva di questa sensazione, di questa magia - troppo morbido, legato alla recente iconografia filtrata dal Cinema per famiglie e da Glee -, eppure per chi lo ama rappresenterà un palliativo piacevole e non indifferente agli anni che passano e a tutte quelle voci che vorrebbero la sacra fiamma del R&R spenta per sempre: certo, abbiamo una storia d'amore nel più canonico dei suoi percorsi, degli antagonisti soltanto caricaturali - nonostante il sempre mitico Bryan Cranston ed una Catherine Zeta-Jones in grande spolvero, soprattutto nella sua interpretazione del classico di Pat Benatar Hit me with your best shot -, passaggi non limpidi - o troppo limpidi - dello script, un non osare che finisce per limitare anche le sfumature più interessanti della storia.
Ma abbiamo anche Stacee Jaxx.
E Stacee Jaxx è il rock.
Quel rock barcollante e sfrontato che non molla mai, neanche quando il suo tempo pare inesorabilmente tramontato, o la leggenda ha superato la realtà neanche fossimo nel vecchio West di John Ford e quasi si ha la sensazione di soffocarcisi dentro: perchè Stacee è prigioniero del suo mito, volontario esiliato di una solitudine fatta di donne che cadono ai suoi piedi e palchi confusi uno con l'altro, ex ragazzo smarrito che ancora pare non avere il coraggio di crescere, quasi avesse paura che quella spinta, quella magia possa essere subordinata ad una cosa mutevole come l'età.
Ma non è così, caro Jaxx.
Il rock non è così.
Il rock è per sempre, una volta che ci sei davvero dentro.
Ed il percorso per arrivare a questa consapevolezza è lungo, arduo e pericolosamente in bilico tra il piacere estremo ed il più rischioso degli smarrimenti.
Ma chi davvero lo ama non si tirerà mai indietro.
Un pò come il vecchio Stacey, cui non poteva prestare follia, corpo e volto - e chissà, forse anche anima - quel Tom Cruise che salta sui divani e sgrana gli occhi, giunto alla soglia dei cinquanta eppure fisicamente ancora a stento un quarantenne - se non meno -.
Un Tom Cruise che si destreggia tra Guns, Def Leppard, Poison e gli alfieri di questa schiera di cui orgogliosamente mi sento parte ogni giorno, quando basta un play per sentirsi a cavallo del mondo intero come ad essere giganti su una tavola da surf lunga quanto la Via Lattea.
E poco importa che Rock of ages sia poco più di un cocktail sciapo, rispetto alle gradazioni cui posso essere abituato: il solletico che provoca è quello della fiamma che non si spegne, di quel Love gun dimenticato da Emiliano, della lingua di qualche tizia di cui non ho mai ricordato il nome di un sabato sera allo Zoe, di ogni giorno prima e dopo il lavoro, di quando sarà il momento in cui, chissà, quei riff potrebbero risvegliare sensazioni simili anche nei miei figli, che potranno anche arrivare a pensare che sarò troppo vecchio per un concerto, o per ascoltare quella musica.
Ma non si è mai troppo vecchi, per il rock.
Come non si è mai troppo vecchi per la vita.
E per la fiamma che non si spegne.


MrFord


"Rise up! Gather round
rock this place to the ground
burn it up let's go for broke
watch the night go up in smoke
rock on! (rock on!)
drive me crazier, no serenade
no fire brigade, just Pyromania, c'mon."
Def Leppard - "Rock of ages" -


 
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