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martedì 7 marzo 2017

Jackie (Pablo Larraìn, Cile/Francia/USA/Hong Kong, 2016, 100')




Fin dalla prima volta in cui mi capitò di guardare il filmato originale di uno dei momenti più importanti del Novecento, l'assassinio a Dallas di John Fitzgerald Kennedy, la cosa che colpì direttamente al cuore, a prescindere dagli accadimenti, fu il gesto istintivo, repentino, terribilmente naturale di sua moglie Jackeline, che saltò oltre i sedili, sulla carrozzeria della macchina sulla quale viaggiava accanto al marito, per raccogliere i pezzi del cranio di quest'ultimo, quasi ci fosse una possibilità di poterli rimettere al proprio posto.
Un gesto disperato, quasi folle, vicino all'istinto e lontano quanto più si possa immaginare dalla ragione.
Il gesto di qualcuno che vorrebbe poter fare l'impossibile.
Un gesto che, in una certa misura, si potrebbe identificare con l'amore.
Sinceramente, non mi sono mai chiesto in quali termini Jackie potesse amare JFK, che, come la cronaca ha mostrato, aveva i suoi punti deboli, o come possa aver tradotto il concetto - assolutamente vero - che dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna.
Quello che è certo, è che Pablo Larraìn è riuscito a tradurre in immagini non solo l'amore e la disperazione, il racconto di un'epoca leggendaria che giunge al termine, la forza di quella grande donna dietro quel grande uomo, ma anche e soprattutto quel gesto folle, disperato, assurdo.
Lo aveva già fatto, quando con Post Mortem aveva raccontato la fine di un altro grande leader, Salvador Allende, con quel suo stile solo apparentemente freddo, che mette all'angolo lo spettatore per poi uscire alla distanza come uno tsunami emotivo, un'onda che travolge e lascia segni profondi, dalle immagini del funerale di JFK al dialogo conclusivo con il prete: ma con Jackie, il cineasta cileno compie un passo addirittura oltre.
Perchè la realtà di quelle figure quasi divine, per il mondo e per la cronaca, è qualcosa che il buon Pablo non conosce, abituato alla sofferenza ed alla dittatura, a tutto quello che l'America Latina ha dovuto patire nel corso dei decenni di quello stesso Novecento che ha in Kennedy uno dei simboli più importanti dell'Occidente creato ad immagine del modello a stelle e strisce: quella di JFK e Jackie, per uno come Larraìn, potrebbe essere paragonabile alla caduta degli dei, al crollo di una Camelot che non potrà esistere mai più, a prescindere da quanto grandi potranno essere i Presidenti e le First Lady da quel momento all'eternità.
E' una presa di coscienza che avviene senza fretta, nel corso di un film assolutamente non facile, ma di quelli in grado di acquistare spessore ed importanza mano a mano che il tempo passa dalla visione, le immagini si sedimentano, la tempesta finisce lasciando cicatrici che non si rimargineranno mai, ma che ci permetteranno di avere la forza di fare domande che possano permetterci di muovere un passo oltre.
Jackie, nonostante i corridoi del potere, la tecnica ricercata, la ricostruzione minuziosa, il rimbalzare dei differenti piani di narrazione, il ricordo di un fatto che ancora segna gli USA ed il mondo, a distanza di oltre cinquant'anni, è inesorabilmente un film sull'amore: quel sentimento irrazionale, scomodo e devastante che ci induce a compiere i gesti più disperati e fuori da ogni contesto che si possano immaginare.
Quel sentimento che ti fa saltare su una macchina, incurante del rumore di spari, a raccogliere pezzi di cranio di tuo marito, sperando di poterli rimettere al loro posto come cocci di un vaso che si potrà incollare.
Ma neppure la più grande e più innamorata delle donne, potrà fare più nulla.
Non esisterà un'altra Camelot.
Ma questo non significa che non possa esistere un motivo per continuare a sognarla.




MrFord




 

lunedì 10 ottobre 2016

I magnifici sette (Antoine Fuqua, USA, 2016, 133')




Quando al Saloon si pronuncia la parola magica - Western, per inciso -, è ovvio e doveroso che scatti l'immediato giro di bevute a carico della casa.
Nel caso particolare, inoltre, de I magnifici sette, all'ambientazione si unisce l'ispirazione data da uno dei più grandi registi di tutti i tempi e favoriti del sottoscritto, Akira Kurosawa: il supercult con Yul Brinner, Steve McQueen e Charles Bronson, infatti, altro non fu se non un remake in salsa USA dell'immortale Capolavoro I sette samurai, uno dei film più importanti della Storia del Cinema.
Quando, mesi fa, scoprii che era in cantiere un ulteriore remake, lo ammetto, ebbi il timore di andare incontro ad una delle scelleratezze più terrificanti che si potessero immaginare rispetto alla settima arte tutta: fortunatamente per me e per gli appassionati, Fuqua - regista tamarro e sempre apprezzato da queste parti, dai tempi di Training Day al recente e spassosissimo The Equalizer, uno degli action più centrati degli ultimi anni e, forse, dalla fine degli anni ottanta in avanti - non solo riesce a non svilire i cult che l'hanno ispirato, ma anche e soprattutto a confezionare un solido intrattenimento d'autore supportato da splendide riprese, un ottimo cast ed un ritmo niente male, che perde inevitabilmente qualcosa rispetto all'originale ma che consegna alle nuove generazioni un gran bell'esempio di solidità e spettacolo in salsa Western, in barba a tutti quelli che ancora credono che la buona e vecchia Frontiera sia un argomento che potrebbe catturare l'attenzione solo dei nostri nonni.
Del resto, quando hai il Denzellone a fare la parte del leone che fu di Yul Brinner vai senza dubbio sul sicuro, e vedere il suddetto far fuori cattivoni a mazzi senza quasi sudare o farsi davvero, davvero minaccioso in quell'ultimo faccia a faccia con il numero uno dei sacchi di merda Peter Sarsgaard - poveraccio, io con il signor Washington in giro non farei cambio con lui per niente al mondo - è una soddisfazione grossa almeno quanto le riprese della battaglia tra i sette ed il villaggio e l'esercito personale del suddetto Sarsgaard, senza contare - SPOILER - il finale in gloria di Chris Pratt - una delle morti più belle del passato recente per quanto riguarda il Cinema d'avventura -, la coppia quasi da cartone animato formata da Ethan Hawke e Byung Hun Lee, il personaggio sopra le righe di D'Onofrio e l'elemento nativo americano pittato come il lottatore WWE Finn Balor nel corso della resa dei conti che esaltano e non poco lo spettatore, specie se si tratta del sottoscritto.
Peccato per il bandito Vasquez, dei sette forse il meno affascinante e - SPOILER - nonostante questo destinato a sopravvivere allo scontro che vede i nostri protagonisti, ed il fatto che, inevitabilmente, un'operazione di questo tipo avrà sempre il sapore dell'operazione nostalgia - anche se Fuqua aveva manifestato indirettamente il suo apprezzamento per la pellicola originale in King Arthur, che aveva una struttura in qualche modo simile -, ma sono peccati veniali a fronte di un prodotto che, a mio parere, funziona alla perfezione per quello che è il suo scopo, intrattenere ed esaltare il pubblico come se si fosse tornati ai tempi in cui entrare in una sala significava solleticare i sogni, quelli che da bambini, soprattutto se appena usciti da certe visioni, paiono anche realizzabili.
Quelli dei buoni contro i cattivi, in cui è davvero figo essere dalla parte dei buoni.
Anche quando si rischia grosso.
Anche quando si muore.
Perchè, in fondo, non capita tutti i giorni di poter essere magnifici.




MrFord




mercoledì 21 ottobre 2015

Black mass - L'ultimo gangster

Regia: Scott Cooper
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 122'





La trama (con parole mie): a partire dalla seconda metà degli anni settanta James "Whitey" Bulger, piccolo boss di Boston, grazie ad un accordo con l'agente FBI nonchè suo amico d'infanzia John Connolly, conquista un potere sempre maggiore che finisce per andare ben oltre i confini della città.
Nonostante l'ascesa in politica del fratello Billy e le tragedie che colpiscono la sua famiglia, Bulger prosegue nella sua carriera alternando strategia e violenza efferata, costruendo un impero che l'FBI stessa impiegherà anni a smantellare e che avrà una parola fine soltanto quando, con gli Anni Zero ormai suonati, dopo oltre un decennio di latitanza, il vecchio Whitey verrà finalmente arrestato.
Ma la sua storia ha sfumature che ognuno dei suoi vecchi compagni e collaboratori finisce per rendere più ricche e terribili.









I crime movies, con le loro storie epiche, dolenti e terribili di ascese vertiginose ed inevitabili cadute sono stati una parte fondamentale della formazione del sottoscritto da cinefilo, dalle grandi epopee scorsesiane di Quei bravi ragazzi e Casinò ai cult Scarface e Carlito's Way, passando attraverso la saga de Il padrino, Melville e la produzione orientali: il fatto, forse, di aver sempre pensato che, se fossi nato in un contesto sociale differente, forse questa sarebbe stata la mia strada, ha sempre contribuito ad aumentare il fascino di figure controverse, oscure e senza dubbio ben oltre i confini della socialità per come la viviamo ogni giorno.
L'ultimo lavoro di Scott Cooper - da queste parti apprezzato sia per Crazy heart che per il successivo Out of the furnace - rientra perfettamente nel filone, è molto scorrevole e godibile, confezionato più che discretamente e vanta un cast importante ed il grande merito di aver riportato Johnny Depp a livelli quantomeno interessanti dopo i recenti, disastrosi exloit commerciali - Mortdecai su tutti -: racconta, inoltre, la vicenda di uno dei boss più tosti e terrificanti di South Boston, James "Whitey" Bulger, che per quasi un ventennio dominò la scena irlandese della città e fino a pochi anni fa risultava ancora latitante ed inserito nella lista dei criminali più pericolosi ricercati dall'FBI.
Peccato che, nonostante la confezione artigianalmente ben realizzata ed una vicenda che qui al Saloon, di fatto, gioca in casa, il risultato sia solo di medio livello, e Black Mass non manifesti la scintilla in grado di elevare un film allo status di cult o quantomeno di visione imperdibile per una stagione cinematografica: in particolare, ho trovato la sceneggiatura piuttosto elementare, lineare nel cercare di focalizzarsi sugli eventi principali della carriera di Bulger senza però, di fatto, approfondire nulla, rimanendo in superficie piuttosto che regalare al prodotto lo spessore necessario perchè lo stesso possa avere possibilità di rimanere davvero impresso nella memoria del pubblico: dall'appena accennata differenza tra il Bulger padre ed il Bulger boss al dramma della perdita dell'unico figlio, fino alle sfumature praticamente azzerate dei comprimari e co-protagonisti, molto spesso tagliati con l'accetta, si ha di fatto l'impressione di aver assistito ad un compitino molto ben svolto privo, però, del carattere e della grinta necessari per guadagnarsi un posto al sole.
Un passo indietro, dunque, per Cooper, che si conferma onesto artigiano ma poco più, e per il sempre celebratissimo Benedict Cumberbatch, appiattito come la pellicola, mentre oltre a Depp si difendono molto bene il giovane Jesse Plemons, la conferma Peter Sarsgaard e l'insospettabile Joel Edgerton, che ho sempre considerato un vero cane mentre in questo caso regala fisicità e spessore al personaggio forse più oscuro e viscido della pellicola, il bieco John Connolly, paradossalmente più detestabile del violento e pericolosissimo Bulger, che quantomeno resta fedele al suo ruolo ed a se stesso.
Solo qualche spunto, comunque, rispetto ad una potenzialità che, probabilmente, nelle mani di un regista e di uno sceneggiatore più consistenti avrebbe potuto trasformare Black Mass in una di quelle chicche destinate a formare una generazione di spettatori: visione alle spalle, invece, si ha soltanto l'impressione di aver assistito ad uno spettacolo buono come riempitivo da rispolverare di tanto in tanto per passare un pò di tempo con la sicurezza di cadere in piedi.
Troppo poco, però, per rendere davvero il concetto di "Black mass".
E secondo me, troppo poco anche per un personaggio come quello di James Bulger.
Che, dovesse mai assistere a questo spettacolo, potrebbe non essere così soddisfatto.
E non è mai un buon affare, scontentare il vecchio Whitey.




MrFord




"But in the end, baby
long towards the end of your road
don't reach out for me, babe
'cause I'm not gonna carry your load
but I'll live on and I'll be strong
'cause it just ain't my cross to bear."
The Allman Brothers Band - "It's not my cross to bear" - 





sabato 17 ottobre 2015

The killing - Stagione 3

Produzione: AMC
Origine: USA
Anno:
2013
Episodi:
12






La trama (con parole mie): sono passati mesi dalla risoluzione del caso di Rosie Larsen, e mentre l'ormai ex detective Linden si gode una ritrovata tranquillità con un nuovo impiego, un nuovo e più giovane compagno ed un lavoro a bassissimo rischio su un'isola al largo di Seattle, il suo ex partner Holder, in coppia con il veterano Reddick, si è completamente ripulito e si dedica ad una nuova relazione e a risolvere casi uno dopo l'altro.
Quando, a seguito dell'omicidio di una giovane senzatetto, si apre il vaso di Pandora di un serial killer di ragazzine tossiche dedite alla prostituzione occasionale che non si sa quante vittime possa aver mietuto e che ricorda nel modus operandi il killer già condannato Ray Seward, in attesa dell'esecuzione capitale, le carte si rimescolano: scossa dall'idea di non aver scoperto la verità, Linden si rimette in gioco tornando in servizio per affrontare il caso coordinato da quello che era il suo partner ai tempi, Skinner, con il quale ebbe anche una relazione.
Tornati uno accanto all'altra, cosa scopriranno Holder e Linden?








L'oscurità che si annida nel cuore e nell'animo umani è da sempre uno degli elementi che più attrae gli occupanti di casa Ford, che si parli di film, romanzi, fumetti o serie televisive: in questo senso serial killer e produzioni che accompagnano il pubblico "dall'altra parte", fin dai tempi di Twin Peaks si sono ritagliati un ruolo fondamentale nella formazione del sottoscritto - e di Julez - da molto tempo prima che esistesse il Saloon.
The Killing, scoperto lo scorso anno in colpevole ritardo - del resto, ormai, con i prodotti seriali mi sono rassegnato a muovermi con un gap consistente rispetto a chi ha più tempo da dedicare alle visioni "in tempo reale" - è riuscito a centrare il bersaglio fin dai primissimi episodi dedicati alla scomparsa ed all'omicidio di Rosie Larsen, presentando due protagonisti caratterizzati alla grande, profondamente reali ed imperfetti, ed un'indagine con molti lati oscuri che, nel corso delle prime due stagioni, non solo ha chiuso il cerchio a proposito della storyline principale, ma portato a galla effetti collaterali generati dalla stessa, proprio come fu per il già citato Twin Peaks.
Con questa terza stagione gli autori - complici anche le vicissitudini di natura produttiva del titolo - voltano pagina presentando non solo un nuovo caso legato a doppio filo ad uno dei più importanti affrontati in passato da Sarah Linden, ma anche costruendo una cornice di comprimari destinata non solo a lasciare il segno nell'immediato - Bullet, Seward e Skinner su tutti - ma anche nella cavalcata che porterà l'audience ad affrontare la quarta ed ultima stagione, a seguito di un passaggio di produzione - da AMC a Netflix - volto a scrivere un finale non aperto per le avventure di Linden e Holder.
Nonostante, dunque, gli alti e bassi di natura non artistica, The Killing si mantiene su alti livelli anche con questa terza annata, forse la più oscura e disperata tra quelle presentate fino ad ora: basta osservare l'epopea di Seward, condannato a morte per un reato che potrebbe non aver commesso, e la sua rabbia scomposta, o i sentimenti traballanti di Linden e Holder - due outsiders da manuale - per rendersi conto della profonda oscurità che è stata impressa alla proposta ispirata dall'omonima e di qualche anno precedente serie danese: in questa Seattle piovosa e dolente non c'è spazio per chi vive ai margini, e l'escalation di scoperte a proposito del destino delle ragazzine vittime del killer soprannominato "Il pifferaio magico" è lo specchio di tutto questo dolore, figlio di seconde occasioni che non sono mai giunte neppure nella patria per eccellenza delle stesse, ed hanno finito per affogare nella droga, nella prostituzione, nel dolore e nel sangue.
Come all'interno della più spietata delle giungle, solo pochi - pochissimi, a dire il vero - usciranno a riveder le stelle - per dirla, più che con Dante, con il Rust Cohle di True detective -, e non è detto che i segni che si porteranno sulla pelle e nel cuore non siano più terribili di chi ha finito per perdersi, abbandonarsi, arrendersi ad una selezione naturale spietata e profondamente malvagia.




MrFord




"Until you had enough then you took that ring off
you took that ring off
so tired of the lies and trying, fighting, crying
took that ring off
oh, now the fun begins
dust yourself off and you love again
you found a new man now you shine and you're fine
like it's my time, you took that ring off."
Beyonce - "Ring off" - 




sabato 5 aprile 2014

Lovelace

Regia: Rob Epstein, Jeffrey Friedman
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 93'




La trama (con parole mie): la storia del tormentato rapporto tra Linda Lovelace, che all'inizio degli anni settanta divenne la prima, vera, indiscussa regina del porno ed il suo primo marito Chuck, che la lanciò nell'industria per poi sfruttarla ed abusare di lei fino a sfociare nella violenza domestica fisica e psicologica. Dalla ribalta della cronaca ed il rapporto con i grandi nomi del settore come Hugh Hefner fino ai drammi vissuti tra le mura di casa di una ragazza cresciuta troppo in fretta e gettata in pasto ad un sogno trasformatosi giorno dopo giorno in un incubo che finirà per combattere per tutta la sua vita.






Penso che quasi tutti i maschi sopra i trenta conoscano, almeno per sentito dire, Linda Lovelace.
La prima grande superstar femminile del porno - seppur d'autore -, che precorse i tempi delle Jenna Jameson degli anni a venire, infatti, è indissolubilmente legata alla fama di Gola profonda, titolo che nella prima metà degli anni settanta riscosse un successo clamoroso diventando un cult non solo del porno stesso, ma anche del Cinema d'essai, e che con il tempo ha finito per essere spesso e volentieri ripescato ed omaggiato, fino a giungere alla distribuzione nella sua versione integrale non troppe stagioni or sono in occasione dell'uscita del documentario realizzato proprio attorno alla costruzione, per l'appunto, di Deep throat - decisamente più evocativo rispetto alla traduzione italiana -.
Personalmente, ricordando le visioni di quest'ultimo e dell'originale, ero piuttosto curioso in merito al biopic dedicato all'attrice, interpretata per l'occasione da Amanda Seyfried, per la quale ho avuto un debole dai tempi del confronto - per il sottoscritto vinto a mani basse - con Megan Fox in Jennyfer's body - e nonostante il paragone con la Linda Lovelace nel periodo della sua notorietà attoriale non sia neppure da immaginare -.
Purtroppo, però, nonostante ottimi spunti di partenza, un'ambientazione seventies di quelle che piacciono tanto da queste parti e tematiche decisamente importanti - la violenza sulle donne soprattutto tra le mura della propria casa ed il loro sfruttamento all'interno dell'industria del porno, contro cui si battè fino alla morte proprio la fu protagonista di Gola profonda -, Lovelace non riesce ad incidere e fare breccia nel pubblico, complici una sceneggiatura decisamente troppo sbrigativa ed un carattere non pervenuto, che danno il sapore della produzione televisiva - seppure di lusso - più che della grande epopea biografica cinematografica: in questo senso siamo più dalle parti del poco riuscito Jobs piuttosto che dello splendido Behind the candelabra, nonostante le premesse per rendere Lovelace una piccola chicca per appassionati e non solo ci fossero tutte, dal cast - la già citata Seyfried, Peter Sarsgaard, James Franco, il caratterista esperto Robert Patrick ed una quasi irriconoscibile Sharon Stone - al fascino di un'epoca tra le più celebrate dalla settima arte.
Perfino negli States, dove la Lovelace gode di una fama certo maggiore rispetto alla Terra dei cachi, il lavoro firmato da Epstein e Friedman si è rivelato un pesante flop al botteghino, ennesima conferma di una mancanza di spessore incapace di ascriverlo non solo alla lista degli eventuali cult, ma anche a quella dei blockbuster di grana grossa buoni per il grande pubblico, che nel caso dei biopic finiscono per godere di una buona tradizione di successi giocata sulle vicende reali narrate e sul passaparola del pubblico stesso.
Pensando, dunque, al genere di Gola profonda e al mondo che inghiottì e risputò la protagonista, l'associazione più immediata che si possa avere rispetto a questo Lovelace è di un porno da "una sega e via" con l'avanti veloce oppure di un prodotto soft con una storia interessante ma poco coraggioso quando si tratta di "andare al sodo": non un brutto film, o qualcosa che possa davvero far gridare allo scandalo, ma neppure una pellicola in grado di rimanere impressa nella memoria dell'audience, o rendere giustizia alla memoria di Linda Lovelace, sia come simbolo di un genere, sia - e soprattutto - come donna che fu una vittima e che, con grande fatica, finì per lottare in modo che la dignità di altre non subisse lo stesso trattamento della sua, in amore e sullo stage, fino alla morte.



MrFord



"La chiamavano bocca di rosa 
metteva l'amore, metteva l'amore, 
la chiamavano bocca di rosa 
metteva l'amore sopra ogni cosa."

Fabrizio De Andrè - "Bocca di rosa" - 






lunedì 20 gennaio 2014

Blue Jasmine

Regia: Woody Allen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 98'




La trama (con parole mie): Jasmine, abituata ad una vita di agio estremo, ricchezza ed opulenza nel cuore di New York, caduta in disgrazia dopo l'arresto del marito per frode fiscale ed illeciti finanziari, decide di volare dalla sorella Ginger a San Francisco per stabilirsi da lei e ricominciare a vivere.
La convivenza con la stessa e la sua famiglia, però, non sarà semplice, così come confrontarsi con il lavoro, gli uomini, l'insorgere continuo di un crollo nervoso in grado di dissociarla dalla realtà trasportandola nel passato, ai tempi del benessere e della storia d'amore con Hal: quando un incontro casuale finisce per rimettere la donna in gioco, il passato torna a galla rivelando il segreto più amaro sulla fine del suo matrimonio e della vita d'alto bordo di New York.




Woody Allen è decisamente un tipo strano: se c'è una cosa che non ho mai davvero capito della sua carriera è l'esigenza del regista newyorkese di produrre sempre e comunque almeno una pellicola all'anno, anche a dispetto di un'ispirazione che, con il passare del tempo, ha finito per non essere più quella del grande spolvero degli esordi: così, nelle ultime quindici stagioni - più o meno - abbiamo assistito a spettacoli decisamente all'altezza dei suoi anni migliori - Match point e Midnight in Paris - ed altri talmente lontani dal vero Allen da lasciare sconvolti per la loro pochezza - Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, To Rome with love -. 
Quest'ultimo Blue Jasmine, venuto dopo il disastro "all'italiana" dello scorso anno, pareva essere dipinto come uno dei Woody che vale la pena di vedere davvero, accolto più che discretamente dalla critica e da molti colleghi qui nella blogosfera: visione sedimentata e alle spalle devo dire che, senza dubbio, le vicende della scombinata Jasmine rappresentano uno degli script più interessanti dell'ultimo periodo del loro autore, e vengono narrate con la consueta perizia ed una serie di interpretazioni davvero splendide - la Blanchett supera se stessa, ma la Hawkins non è da meno -, finendo per portare a casa un risultato più che discreto, seppure non abbastanza convincente da indurre a pensare di essersi trovati di fronte ad uno dei "must see" del vecchio Woody.
Non voglio però sminuire un film senza dubbio in grado di lasciare un segno - soprattutto emotivo - negli spettatori, che è stato un piacere - seppure amaro - seguire e che mi ha ricordato i tempi in cui Allen si dedicò all'esplorazione dell'universo femminile negli ormai lontani anni ottanta: la sua Jasmine, fragile e dirompente, bisognosa di protezione e profondamente irritante, è uno dei charachters più tridimensionali di questo inizio anno, e con la sorella Ginger finisce per formare un duo magnetico quanto di fatto spaiato, una riflessione coraggiosa, in parte cattiva ed in parte tenera sull'amore e le relazioni, oltre che una critica neppure troppo velata alla lotta di classe e alle prospettive differenti di chi vive sopra - o sotto - una certa linea.
Se, dunque, da un lato troviamo Jasmine, il marito Hal - che affianca felicemente la beneficenza alle frodi fiscali -, il nuovo amore Dwight, tutti intenti a sfoggiare interi set di valigie di lusso, o a parlare di ristrutturazioni d'interni in ville che si affacciano sulla baia, dall'altra parte abbiamo Ginger, l'ex marito Augie - finito senza un soldo per aver lasciato i suoi risparmi ad Hal per un ipotetico e sicuro investimento -, l'irruento Chili e Danny, figliastro di Jasmine schifato dalle ombre che si celano dietro i party ed il mondo dorato della ricchezza.
Ma attenzione, però: perchè la riflessione di Allen non è una critica a senso unico rispetto ai ricchi brutti e cattivi, e anche dall'altra parte della barricata assistiamo a tradimenti, drammi, cadute rovinose e faticose ripartenze: la morale - se poi ce n'è una, nel campo di battaglia che è l'amore - è che difficilmente, quando si lotta e ci sono di mezzo i sentimenti, si finisce per uscirne tutti interi.
Specie quando si costruisce attorno alla vita un castello di carte un pò troppo grande per le nostre fragilità.
E se Ginger e Chili, nella loro semplicità, riescono a riprendersi e sostenersi l'un l'altra, a Jasmine non resta che il confronto - certo non piacevole - con se stessa.


MrFord


"You're beggin' me to go, you're makin' me stay
Why do you hurt me so bad?
It would help me to know
Do I stand in your way, or am I the best thing you've had?
Believe me, believe me, I can't tell you why
But I'm trapped by your love, and I'm chained to your side."
Pat Benatar - "Love is a battlefield" - 



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