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sabato 5 aprile 2014

Lovelace

Regia: Rob Epstein, Jeffrey Friedman
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 93'




La trama (con parole mie): la storia del tormentato rapporto tra Linda Lovelace, che all'inizio degli anni settanta divenne la prima, vera, indiscussa regina del porno ed il suo primo marito Chuck, che la lanciò nell'industria per poi sfruttarla ed abusare di lei fino a sfociare nella violenza domestica fisica e psicologica. Dalla ribalta della cronaca ed il rapporto con i grandi nomi del settore come Hugh Hefner fino ai drammi vissuti tra le mura di casa di una ragazza cresciuta troppo in fretta e gettata in pasto ad un sogno trasformatosi giorno dopo giorno in un incubo che finirà per combattere per tutta la sua vita.






Penso che quasi tutti i maschi sopra i trenta conoscano, almeno per sentito dire, Linda Lovelace.
La prima grande superstar femminile del porno - seppur d'autore -, che precorse i tempi delle Jenna Jameson degli anni a venire, infatti, è indissolubilmente legata alla fama di Gola profonda, titolo che nella prima metà degli anni settanta riscosse un successo clamoroso diventando un cult non solo del porno stesso, ma anche del Cinema d'essai, e che con il tempo ha finito per essere spesso e volentieri ripescato ed omaggiato, fino a giungere alla distribuzione nella sua versione integrale non troppe stagioni or sono in occasione dell'uscita del documentario realizzato proprio attorno alla costruzione, per l'appunto, di Deep throat - decisamente più evocativo rispetto alla traduzione italiana -.
Personalmente, ricordando le visioni di quest'ultimo e dell'originale, ero piuttosto curioso in merito al biopic dedicato all'attrice, interpretata per l'occasione da Amanda Seyfried, per la quale ho avuto un debole dai tempi del confronto - per il sottoscritto vinto a mani basse - con Megan Fox in Jennyfer's body - e nonostante il paragone con la Linda Lovelace nel periodo della sua notorietà attoriale non sia neppure da immaginare -.
Purtroppo, però, nonostante ottimi spunti di partenza, un'ambientazione seventies di quelle che piacciono tanto da queste parti e tematiche decisamente importanti - la violenza sulle donne soprattutto tra le mura della propria casa ed il loro sfruttamento all'interno dell'industria del porno, contro cui si battè fino alla morte proprio la fu protagonista di Gola profonda -, Lovelace non riesce ad incidere e fare breccia nel pubblico, complici una sceneggiatura decisamente troppo sbrigativa ed un carattere non pervenuto, che danno il sapore della produzione televisiva - seppure di lusso - più che della grande epopea biografica cinematografica: in questo senso siamo più dalle parti del poco riuscito Jobs piuttosto che dello splendido Behind the candelabra, nonostante le premesse per rendere Lovelace una piccola chicca per appassionati e non solo ci fossero tutte, dal cast - la già citata Seyfried, Peter Sarsgaard, James Franco, il caratterista esperto Robert Patrick ed una quasi irriconoscibile Sharon Stone - al fascino di un'epoca tra le più celebrate dalla settima arte.
Perfino negli States, dove la Lovelace gode di una fama certo maggiore rispetto alla Terra dei cachi, il lavoro firmato da Epstein e Friedman si è rivelato un pesante flop al botteghino, ennesima conferma di una mancanza di spessore incapace di ascriverlo non solo alla lista degli eventuali cult, ma anche a quella dei blockbuster di grana grossa buoni per il grande pubblico, che nel caso dei biopic finiscono per godere di una buona tradizione di successi giocata sulle vicende reali narrate e sul passaparola del pubblico stesso.
Pensando, dunque, al genere di Gola profonda e al mondo che inghiottì e risputò la protagonista, l'associazione più immediata che si possa avere rispetto a questo Lovelace è di un porno da "una sega e via" con l'avanti veloce oppure di un prodotto soft con una storia interessante ma poco coraggioso quando si tratta di "andare al sodo": non un brutto film, o qualcosa che possa davvero far gridare allo scandalo, ma neppure una pellicola in grado di rimanere impressa nella memoria dell'audience, o rendere giustizia alla memoria di Linda Lovelace, sia come simbolo di un genere, sia - e soprattutto - come donna che fu una vittima e che, con grande fatica, finì per lottare in modo che la dignità di altre non subisse lo stesso trattamento della sua, in amore e sullo stage, fino alla morte.



MrFord



"La chiamavano bocca di rosa 
metteva l'amore, metteva l'amore, 
la chiamavano bocca di rosa 
metteva l'amore sopra ogni cosa."

Fabrizio De Andrè - "Bocca di rosa" - 






martedì 3 dicembre 2013

Don Jon

Regia: Joseph Gordon Levitt
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
90'




La trama (con parole mie): Jon è un giovane italo americano del Jersey tutto palestra, amici, famiglia, chiesa e porno. Questo perchè, nonostante le conquiste, la macchina, la casa, i capelli impomatati e le partite di football non c'è niente che dia più gioia a "Don" del porno.
Neppure il sesso vero e proprio.
Quando, però, in discoteca il ragazzo conosce Barbara, una sventola appariscente e di carattere, le cose cambiano: convinto che tra loro possa nascere qualcosa, Jon inizia una relazione che lo porta progressivamente a rinunciare - o tentare di farlo - a molte delle cose che più gli piacciono, fino a quando sempre il porno non torna a mettere lo zampino nella sua vita di coppia.
Ma proprio quando tutto pare andare a rotoli, una compagna fuori tempo massimo del corso serale finirà per offrire a Don Jon un nuovo punto di vista sulla vita, il sesso e l'amore.





"Tutti gli uomini guardano i porno, e chi dice di non farlo è solo un bugiardo".
Jon è un ragazzo semplice, tutto casa, chiesa, palestra e nottate di fuoco con la prima ragazza rimorchiata in discoteca. Una specie di versione Jersey Shore di Tucker Max.
Eppure, tutto sommato, dice anche la verità.
Non che tutti i maschi adulti passino la giornata incollati allo schermo del computer alla ricerca del video giusto per regalarsi quei cinque minuti "da gentiluomini" capaci di far scivolare via anche una giornata delle peggiori, ma senza dubbio - anche e soprattutto chi afferma di no - tutti i suddetti sognano di poter vivere, almeno una volta ogni tanto, del sesso che possa diventare la rappresentazione effettiva delle fantasie offerte dalla rete - che ormai ha inghiottito qualsiasi rivista, foto e chi più ne ha, più ne metta figlie degli anni settanta e ottanta -.
Il fatto è che quegli stessi video e fantasie finiscono spesso e volentieri per rovinare quello che è il piacere di una sana e goduriosa scopata, perchè di fatto lontani non tanto dagli accadimenti reali - onestamente la stranezza e l'unicità di alcuni incontri supera di gran lunga la fiction - quanto dagli strumenti primari responsabili della vera ed incontrollata eccitazione: la pancia e la testa.
Ma non sono certo qui per sbrodolare teorie sul sesso e l'amore, sull'importanza dell'eccitazione quanto e forse più dell'orgasmo, sulla sensazione unica e quasi predatoria del momento che si avvicina, e della liberazione del lasciarsi andare durante e dopo, con quei sonni così profondi da non poter rischiare di non essere giusti.
Sono qui per una pacca sulla spalla a Joseph Gordon Levitt, giovane attore ormai noto anche al pubblico non solo indie al suo esordio come regista e sceneggiatore di questa curiosa e decisamente interessante commedia romantica: un lavoro sincero, divertente, coinvolgente e decisamente più profondo di quanto non dia ad intendere, intelligente nella sua evoluzione - che corre accanto a quella del protagonista -, sottilmente critico verso un certo tipo di made in USA - dal fare in pieno stile reality show del protagonista alla sua famiglia, dall'agghiacciante personaggio di Barbara cui si adatta perfettamente l'odiosa Scarlett Johansson alla ricerca del successo e della realizzazione da quadretto da spot pubblicitario che sfoga i suoi lati oscuri nell'aggressività repressa - eppure leggero come si conviene a questo tipo di pellicole.
Senza dubbio non ci troveremo di fronte al film dell'anno, ed i difetti e gli angoli da smussare dietro la macchina da presa del buon Joe sono parecchi - primo fra tutti un utilizzo non sempre perfetto del montaggio ed una sceneggiatura a tratti decisamente sbrigativa -, eppure il risultato appare molto incoraggiante, il Nostro finisce per mettere molto cuore in un protagonista la cui evoluzione è frutto proprio del bene che l'autore prova per lo stesso ed il personaggio di Esther, interpretato da una sempre intensa - e più affascinante della succitata Johansson - Julianne Moore risulta non soltanto azzeccato, ma al posto giusto e nel momento giusto.
Ma se i difetti, a volte, possono essere la cartina tornasole giusta per rivelare le potenzialità di un nuovo talento, nel caso di Don Jon trovo sia una sequenza in particolare a mostrare di quale pasta sia fatto anche nel ruolo di regista Gordon Levitt: Jon a tavola con la famiglia rende partecipi i genitori della fine della storia che li aveva resi, pur se in misure diverse, orgogliosi.
Ai rimproveri e agli improperi risponde la sorella minore del protagonista, fino a quel momento vista solo ed esclusivamente impegnarsi sulla tastiera dello smartphone.
Basta una frase, per capire il cuore che questo giovane volto del Cinema USA finisce per mettere nel suo lavoro.
E gli si perdonano i peccati veniali di un esordio in parte acerbo.
Il ragazzo si farà. Senza dubbio.
Non tutto il porno viene per nuocere.



MrFord



"1, 2, 3
now we come to the pay off
it's such a good vibration
it's such a sweet sensation
it's such a good vibration
it's such a sweet sensation."
Marky Mark - "Good vibrations" - 





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