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giovedì 12 marzo 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): archiviata una settimana decisamente moscia rispetto alle uscite in sala, torniamo ad agitare le acque con un weekend che, al contrario, si prospetta decisamente interessante, non fosse altro che per far litigare una volta ancora il sottoscritto e quel pusillanime del co-conduttore di questa rubrica, Cannibal Kid.
E se Michael Mann può quantomeno regalare la speranza ai lettori di un qualche conflitto tra i due bloggers cinefili più nemici per antonomasia che si possano immaginare, Bennett Miller costituirà praticamente una certezza.
Preparatevi, dunque, ad una nuova settimana ricca di botta e risposta, tradotti come botte in testa al Cucciolo Eroico a seguito delle inconsulte sue risposte al Cinema stesso.

"Vai tranquillo: con quel Peppa Kid potresti combattere anche con un braccio legato dietro la schiena."

Cenerentola
 
Katniss Kid è pronta per la sua consueta uscita del sabato sera.

Cannibal dice: Dopo avervi raccontato la fiaba di Forderentolo nella intro del post, passiamo a occuparci della nuova Cenerentola firmata Kenneth Branagh. Le premesse per una pellicola da detestare ci sono tutte: non mi piace Kenneth Branagh, ritengo parecchio sopravvalutata Cate Blanchett che qui interpreta la regina cattivona di turno e la tipa che fa Cenerentola, tale Lily James, non mi pare troppo entusiasmante. Inoltre tutto questo revival fiabesco che scopiazza Once Upon a Time ha stufato. Quasi quanto Ford e i filmacci di Clint Eastwood.
Ford dice: quel damerino di Branagh azzecca un film su cinque da regista, e sinceramente sono stufo delle favolette da pusillanimi in pieno stile Once upon a time che probabilmente Cannibal adora gli siano lette prima di dormire.
Salto a piè pari, e senza patemi.



Blackhat
 
"Merda, sono finito in mezzo al raduno dei cannibalisti!"

Cannibal dice: Michael Mann è un regista apprezzato sia da me che da Ford e ciò non va bene. Il suo nuovo film potrebbe riaggiustare le cose e tornare a dividerci. Blackhat negli USA si è rivelato un floppone clamoroso a livello di pubblico ed è stato fatto a pezzi pure dalla critica. Ma, si sa, mai fidarsi troppo dei critici, soprattutto quelli che prendono sempre tutto troppo sul serio come Mr. Ford. Nonostante la scelta di Chris Hemsworth come protagonista non mi convinca troppo, questo Blackhat a me ispira parecchio. Magari non sarà il nuovo Collateral, però potrebbe rivelarsi un buon cyber-thrillerone.
Ford dice: Michael Mann è uno dei quasi intoccabili del Saloon, e stranamente, di norma, riesce a piacere addirittura a Peppa Kid. Questo Blackhat, sulla carta, non mi entusiasma particolarmente, ma non sia mai che neghi la fiducia ad uno dei registi statunitensi più tosti ed importanti per un qualche pregiudizio neanche fossi l'ultimo dei cannibali. Dunque, film da vedere a mani basse.


Foxcatcher
 
"Che depressione! Il mio stato di forma è peggiore perfino di quello di Marco Goi!"
Cannibal dice: Fordcatcher, una pellicola che parla di... wrestling. Naturalmente.
Nonostante sentissi puzza di fordianata da lontano mille miglia, l'ho guardato e...
A breve la mia recensione.
Ford dice: sono proprio felice.
Per prima cosa, perchè Bennett Miller è un regista con i controcazzi, e firmato da lui avevo già adorato Moneyball.
Per seconda, perchè gli argomenti principali di Foxcatcher sono il wrestling e il disagio sociale, una sorta di cocktail tra Win win e The wrestler.
Terza, e più importante, perchè probabilmente sarà fonte di litigio sicuro tra il sottoscritto ed il suo antagonista, senza dubbio su due fronti opposti rispetto alla valutazione del film.
Praticamente imperdibile.



Ma che bella sorpresa

"Hey Claudio, dobbiamo girare un film insieme!" "Questa non è affatto una bella sorpresa!"
Cannibal dice: Una bella sorpresa sarebbe vedere questa rubrica commentata unicamente dal saggio Cannibal Kid. Invece vi tocca sciropparvi pure Mr. Ford. Così come vi tocca sciropparvi un altro film con Claudio Bisio, un non-attore che qui fa coppia con un altro non-attore, Frank Matano lanciato dall'orripilante compagnia di Paolo Ruffini e della sua gang di non-comici di Colorado.
Ford dice: il Cinema italiano sta male. Molto male. Quasi peggio di Cannibal Kid. E probabilmente, non sta benissimo neppure chi sceglie di vedere un film come questo.



Suite francese
 
"Mi dispiace, ma per la merendina con il the di oggi ho già promesso la mia presenza a Cannibal."
Cannibal dice: Ennesima pellicola ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale. Un genere inflazionato quasi quanto quello delle pellicole favolistiche. Però c'è quell'attrice da favola di Michelle Williams e quindi non mi sento di escludere una visione a priori. Al contrario di un film consigliato da Ford.
Ford dice: quest'anno, oltre ai biopic, anche i film legati alla Seconda Guerra Mondiale paiono farla da padroni. Sinceramente, Suite francese non è quello che metterei in cima alla lista in una settimana in cui escono Michael Mann e Bennett Miller.



Io sono Mateusz
 
"Quel Peppa si è nascosto bene pur di non battersi con Ford: non riesco a vederlo neppure con il telescopio puntato su Casale!"
Cannibal dice: Pellicola polacca impegnata e melodrammatica. Una fordianata? Forse. O forse no. Il tema della disabilità potrebbe essere raccontato in maniera originale come in Quasi amici e quindi una quasi visione ci potrebbe stare. Sottolineo il quasi.

Ford dice: quando si parla di disabilità, sono sempre scettico. I Quasi amici non capitano tutti i giorni. Un po' come i commenti sensati del mio rivale.
Potrebbe essere interessante, questo Io sono Mateusz, ma con molte, molte riserve.



Cloro
 
"Finalmente un posto senza internet: così non dovrò sentire le fregnacce di quei due bloggers!"
Cannibal dice: Cloro al clero. Cloro a Ford. E, già che ci siamo, pure a questo film?
No dai, questo film italiano passato persino dalle parti del Sundance non sembra affatto male. Cosa che però non significa nemmeno che correrò a vederlo.
Ford dice: come scrivevo poco sopra, il Cinema italiano sta male. Ma proprio male. E neppure una proposta da Sundance mi convincerà del contrario. O a correre in sala.
Un po' come neppure una rivalutazione di American Sniper potrebbe far rivalutare, ai miei occhi, l'operato critico di Peppa.


lunedì 29 dicembre 2014

Ford Awards 2014: i film (N°15-11)

La trama (con parole mie): continua la carrellata dedicata al meglio del duemilaquattordici, con una seconda cinquina che passa direttamente dal mondo colorato e divertente - almeno nella maggior parte dei casi - della precedente a quello più autoriale ed alternativo, per quanto si tratti sempre di titoli non propriamente di nicchia. Quattro nomi decisamente importanti troveranno dunque spazio assieme ad una delle sorprese più gradite degli ultimi dodici mesi per questa seconda parte del momento più importante dei Ford Awards.



N°15: GRAND BUDAPEST HOTEL di WES ANDERSON


Il più radical chic tra i registi texani - e forse statunitensi - sfodera l'ennesima chicca confezionando in colori pastello un film dal gusto europeo e romantico, un divertissement d'alta scuola che non fa rimpiangere i suoi lavori migliori: forse i meno avvezzi non ne coglieranno tutte le sfumature, eppure si tratta di una delle cose più originali ed interessanti che riguardi l'interpretazione cinematografica dell'amore attuale.

N°14: JERSEY BOYS di CLINT EASTWOOD


Erroneamente giudicato un Eastwood minore da molti, dietro la maschera da musical incentrato sulla carriera di Frankie Valli e dei Four Seasons, Jersey Boys è un ritratto dolceamaro del sogno americano e della geografia delle periferie delle grandi città, dominata da regole ben precise che rispecchiavano, negli anni cinquanta e sessanta, i valori dell'amicizia e della Famiglia nel pieno stile dei film di gangsters. Classe pura e grande emozione.

N°13: 12 ANNI SCHIAVO di STEVE MCQUEEN 



E tanto Wes Anderson è riuscito a mostrare il lato europeo degli USA, tanto Steve McQueen ha compiuto l'impresa nel portare sullo schermo un'opera profondamente americana firmata da un figlio del vecchio continente.
La struggente vicenda - ispirata a fatti realmente accaduti - di Solomon Northup, interpretata con intensità spaventosa dai suoi protagonisti ed in grado di narrare senza eccedere in retorica il dramma dello schiavismo è uno dei capitoli più importanti del Cinema mainstream impegnato, nonchè una delle esperienze più forti dell'anno.

N°12: FRANCES HA di NOAH BAUMBACH



Come tutti gli avventori più "datati" del Saloon sapranno, Little Miss Sunshine è uno dei film del cuore di casa Ford e dei suoi occupanti, per tutta una serie di motivi che richiederebbero ben più di un post per essere raccontati.
Una delle caratteristiche principali di quella perla era la sua capacità di rappresentare la primavera: il lavoro del sempre ottimo Noah Baumbach e sorpresa numero uno dell'anno Frances Ha è riuscito principalmente in questo. Tradurre in immagini e in una protagonista a suo modo indimenticabile quella che, con ogni probabilità, è la mia stagione preferita.

N°11: A PROPOSITO DI DAVIS di JOEL ed ETHAN COEN



I Fratelli Coen, fordiani onorari, tornano sul grande schermo con uno dei loro lavori più atipici, una parabola decisamente amara sugli outsiders con un protagonista spesso e volentieri detestabile, eppure legato strettamente a tutti noi poveri stronzi che ci battiamo con tutte le forze per un posto al sole, poco importa in quale campo, basta sia quello che stimola maggiormente la nostra passione: e mai più di questa volta ha trovato un senso il verso "uno su mille ce la fa".



TO BE CONTINUED...

lunedì 17 marzo 2014

Lei

Regia: Spike Jonze
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
126'




La trama (con parole mie): siamo nel prossimo futuro, in una Los Angeles in cui la gente vive in perfetta simbiosi con la tecnologia e per le lettere - d'amore e non - ci si affida a scrittori professionisti. Theodore Twombly è uno di questi specialisti del settore, un uomo solitario e malinconico che vive continuando a rimandare la firma sui documenti che prevedono il divorzio dalla ex compagna Catherine.
Quando viene introdotto un nuovo software che prevede lo sviluppo e la crescita di un'intelligenza artificiale che si occupi del suo riferimento umano e lo sostenga come la migliore delle amicizie Theodore si affida a Samantha, sua nuova compagna di viaggio in una vita che l'anima artificiale di quest'ultima vuole a tutti i costi conoscere ed esplorare.
Tra i due il rapporto si intensifica a tal punto da iniziare una relazione che porta Theodore ad emanciparsi dal ricordo della storia con Catherine e a guardare avanti: ma sarà davvero possibile per lui un'esistenza come quella immaginata accanto a Samantha?







Un paio di mesi fa, ormai, usciva nelle sale italiane The Wolf of Wall Street, filmone totale in grado di riportare Scorsese ai fasti del suo passato, nonchè vero e proprio ritratto di quelli che sono gli istinti più predatori dell'Uomo, le sue necessità più fisiche, i piaceri che passano dalla bocca, alla pancia, fino alla zona sotto la cintola.
Il Lupo è stato la scossa in questo inizio anno al Saloon, una botta in grado di alimentare tutte quelle pulsioni che sono alla base della passione, della voracità, della voglia di prendersi tutto il possibile da questa vita, resto compreso.
Ed ora, ecco Her - o Lei, e per una volta non deve essere stato troppo difficile l'adattamento dei titolisti italiani -, nuova fatica firmata Spike Jonze, un tipo strano e al limite del radicalchicchismo in grado al contempo di firmare sceneggiature per i pazzoidi di Jackass e passare dai videoclip al Cinema indie in un batter di ciglia: Lei è tutto quello che vive e pulsa dall'altro lato della galassia del Lupo. Una storia d'amore aerea e malinconica, sentita e profonda, ironica e dolcemente triste.
Her è l'anima romantica dell'Uomo, la sua capacità di perdersi in una storia d'amore, la volontà di viverla, di passare dai primi tempi in cui tutto pare così bello da togliere il fiato, in cui il sesso è talmente arrembante da far dubitare che esista altro, in cui ci si perde in ogni piccola molecola della persona che ci sta accanto, in cui si impara a conoscere il suo modo di parlare, vestirsi, muoversi, mangiare, ridere, e si sente di potersi innamorare ancora di più, tanto da rimanere senza fiato, alle battaglie quotidiane per ritrovarsi, comprendere quello che può capitare che sfugga, superare le piccolezze che rendono difficile sopportare anche qualcosa dal peso specifico pressochè nullo.
Her è la risata di una donna che si sa già di amare senza volerlo ammettere, sono i battibecchi provocatori, gli sguardi che si incrociano, la mimica, i gesti, i punti in cui la lingua sbatte sui denti nel momento in cui si pronuncia proprio quella parola, una canzone che pare scritta apposta per quell'istante, e chissà come avrà fatto l'autore ad immaginare proprio noi, qui, ed ora.
E come per il Lupo, poggiato sulle spalle di un Di Caprio straordinario, anche in questo caso il lavoro del regista - elegante e delicato come l'avvolgente fotografia, i colori pastello, i sussurri appena svegli  - è legato a doppio filo ad una grandiosa interpretazione, quella di un Joaquin Phoenix se possibile addirittura superiore perfino rispetto alla superlativa prova offerta con The master, superbo nel trasmettere con un semplice movimento della mano a toccare la montatura degli occhiali tutta la dolcezza e la poesia di un'opera come questa.
Perchè il legame tra Theodore e Samantha non potrebbe essere descritto in altri termini se non quelli che solo la poesia può garantire: una magia che sfiora l'apparente banalità e rende anche i suoi aspetti più ovvi qualcosa che quasi sfugge le leggi della fisica cui la Natura è sottoposta, un massaggio dell'anima che porta brividi al solo pensiero, e toglie il fiato come una nostalgia troppo profonda per essere affrontata, anche quando ci si sente abbastanza forti per farlo.
E la già citata fotografia, la perfetta performance vocale di Scarlett Johansson, la colonna sonora da urlo firmata dagli Arcade Fire, le atmosfere soffuse, quella testa appoggiata dolcemente da Amy Adams sulla spalla di Joaquin Phoenix di fronte ad una nuova alba non rendono abbastanza la delicata forza di questo film: perchè questo è uno di quei titoli in grado di commuovere e colpire anche i più duri, e provocare un desiderio di profonda primavera - fisica e di sentimenti - in chi ne affronta la visione.
Se The Wolf of Wall Street è stato L'animale, Her è senza dubbio La cura.
I due lati dell'anima umana tradotti in quelli che, ad oggi, sono senza dubbio i due film dell'anno.
Ed io, che sono un Lupo, guardo Her ed il miracolo di Spike Jonze e Joaquin Phoenix, e ringrazio davvero che possa esistere l'altra parte: quella della leggerezza, della tenerezza, della poesia, della fragilità.
Perchè non saremmo quello che siamo, senza di essa.
E' l'ossigeno che permette anche all'oscurità di sopravvivere.
E senza di Lei la vita sarebbe infinitamente più triste e più noiosa.
E quella nuova alba sarebbe soltanto una palla di fuoco uscita ad illuminare una fredda primavera senza sole.



MrFord



"This island's sun I've laid a thousand times
fortune me, fortune me, of all of my mistakes
I think I lent you late, now every sick person
seemed to come my way."
The Breeders - "Off you" - 




lunedì 20 gennaio 2014

Blue Jasmine

Regia: Woody Allen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 98'




La trama (con parole mie): Jasmine, abituata ad una vita di agio estremo, ricchezza ed opulenza nel cuore di New York, caduta in disgrazia dopo l'arresto del marito per frode fiscale ed illeciti finanziari, decide di volare dalla sorella Ginger a San Francisco per stabilirsi da lei e ricominciare a vivere.
La convivenza con la stessa e la sua famiglia, però, non sarà semplice, così come confrontarsi con il lavoro, gli uomini, l'insorgere continuo di un crollo nervoso in grado di dissociarla dalla realtà trasportandola nel passato, ai tempi del benessere e della storia d'amore con Hal: quando un incontro casuale finisce per rimettere la donna in gioco, il passato torna a galla rivelando il segreto più amaro sulla fine del suo matrimonio e della vita d'alto bordo di New York.




Woody Allen è decisamente un tipo strano: se c'è una cosa che non ho mai davvero capito della sua carriera è l'esigenza del regista newyorkese di produrre sempre e comunque almeno una pellicola all'anno, anche a dispetto di un'ispirazione che, con il passare del tempo, ha finito per non essere più quella del grande spolvero degli esordi: così, nelle ultime quindici stagioni - più o meno - abbiamo assistito a spettacoli decisamente all'altezza dei suoi anni migliori - Match point e Midnight in Paris - ed altri talmente lontani dal vero Allen da lasciare sconvolti per la loro pochezza - Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, To Rome with love -. 
Quest'ultimo Blue Jasmine, venuto dopo il disastro "all'italiana" dello scorso anno, pareva essere dipinto come uno dei Woody che vale la pena di vedere davvero, accolto più che discretamente dalla critica e da molti colleghi qui nella blogosfera: visione sedimentata e alle spalle devo dire che, senza dubbio, le vicende della scombinata Jasmine rappresentano uno degli script più interessanti dell'ultimo periodo del loro autore, e vengono narrate con la consueta perizia ed una serie di interpretazioni davvero splendide - la Blanchett supera se stessa, ma la Hawkins non è da meno -, finendo per portare a casa un risultato più che discreto, seppure non abbastanza convincente da indurre a pensare di essersi trovati di fronte ad uno dei "must see" del vecchio Woody.
Non voglio però sminuire un film senza dubbio in grado di lasciare un segno - soprattutto emotivo - negli spettatori, che è stato un piacere - seppure amaro - seguire e che mi ha ricordato i tempi in cui Allen si dedicò all'esplorazione dell'universo femminile negli ormai lontani anni ottanta: la sua Jasmine, fragile e dirompente, bisognosa di protezione e profondamente irritante, è uno dei charachters più tridimensionali di questo inizio anno, e con la sorella Ginger finisce per formare un duo magnetico quanto di fatto spaiato, una riflessione coraggiosa, in parte cattiva ed in parte tenera sull'amore e le relazioni, oltre che una critica neppure troppo velata alla lotta di classe e alle prospettive differenti di chi vive sopra - o sotto - una certa linea.
Se, dunque, da un lato troviamo Jasmine, il marito Hal - che affianca felicemente la beneficenza alle frodi fiscali -, il nuovo amore Dwight, tutti intenti a sfoggiare interi set di valigie di lusso, o a parlare di ristrutturazioni d'interni in ville che si affacciano sulla baia, dall'altra parte abbiamo Ginger, l'ex marito Augie - finito senza un soldo per aver lasciato i suoi risparmi ad Hal per un ipotetico e sicuro investimento -, l'irruento Chili e Danny, figliastro di Jasmine schifato dalle ombre che si celano dietro i party ed il mondo dorato della ricchezza.
Ma attenzione, però: perchè la riflessione di Allen non è una critica a senso unico rispetto ai ricchi brutti e cattivi, e anche dall'altra parte della barricata assistiamo a tradimenti, drammi, cadute rovinose e faticose ripartenze: la morale - se poi ce n'è una, nel campo di battaglia che è l'amore - è che difficilmente, quando si lotta e ci sono di mezzo i sentimenti, si finisce per uscirne tutti interi.
Specie quando si costruisce attorno alla vita un castello di carte un pò troppo grande per le nostre fragilità.
E se Ginger e Chili, nella loro semplicità, riescono a riprendersi e sostenersi l'un l'altra, a Jasmine non resta che il confronto - certo non piacevole - con se stessa.


MrFord


"You're beggin' me to go, you're makin' me stay
Why do you hurt me so bad?
It would help me to know
Do I stand in your way, or am I the best thing you've had?
Believe me, believe me, I can't tell you why
But I'm trapped by your love, and I'm chained to your side."
Pat Benatar - "Love is a battlefield" - 



mercoledì 15 gennaio 2014

Frances Ha

Regia: Noah Baumbach
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 86'




La trama (con parole mie): la ventisettenne Frances, ballerina e stralunata esploratrice della vita, raccontata nelle sue peregrinazioni da un appartamento all'altro e da un'amicizia all'altra nell'arco di un paio d'anni della sua storia di formazione. Dalla quotidianità a New York ai genitori a Sacramento passando per una velocissima puntata a Parigi, osserviamo una ragazza come tutte le altre nella sua unicità di espressione, sogni e linguaggio.
Una ricerca di se stessi e del proprio futuro che passa anche - e soprattutto - dall'identità che regala avere una propria casa, un nido, un rifugio, una base che sia il punto di partenza per il domani ed un luogo al quale tornare anche nelle peggiori serate medicate da una qualche sbronza di costosa vodka recuperata a spese di qualcuno che non ci piace poi così tanto.






Quella della propria identità - sia essa sociale o sentimentale - è una delle ricerche più impegnative e complicate nelle quali imbarcarsi nel corso della vita: c'è chi finisce per mollare, chi per non farci troppo caso - accontentandosi, di fatto, di quello che quotidianamente si rischia ci sia imposto -, chi per inseguire un Godot che non arriverà mai, chi per sedersi sulla riva del fiume aspettando il passaggio dell'ormai noto cadavere del proprio nemico.
Le sfumature sono infinite, in tutte le tonalità del grigio, e per quanto bianco e nero ne siano l'origine, non esiste nulla o nessuno che possa incarnare alla perfezione l'uno o l'altro: in questo senso è scritto con grande profondità e girato con leggerezza quasi primaverile Frances Ha, ultima fatica di Noah Baumbach, uno dei registi e sceneggiatori più radical chic della scena indie a stelle e strisce che, tuttavia, nonostante un piglio decisamente più vicino ai gusti del Cannibale che ai miei non sono mai riuscito a non apprezzare fin dai tempi della sua collaborazione con Wes Anderson, passando attraverso chicche come Il calamaro e la balena e Il matrimonio di mia sorella, giunti quasi sotto silenzio qui in Italia eppure entrambi gioiellini da vedere e rivedere.
Da un indirizzo all'altro assistiamo dunque al percorso di Frances, uno tra i personaggi più scombinati e disequilibrati della Storia recente del grande schermo, assillante quanto irresistibile, splendida eppure "undatable", come non esita a definirsi lei stessa, sull'onda del gioco iniziato dall'amico e coinquilino - almeno per un pò - Ben: e in bilico su questa corda molto sottile si rimane sbigottiti e divertiti, incerti tra l'idea di abbracciarla stretta o scappare a gambe levate, da lei e dai suoi più o meno importanti amici spesso e volentieri dediti ad un approccio artistoide e pseudo-intellettuale d'alto bordo - e dal portafoglio pieno -.
Frances, però, non è della stessa pasta, e passo dopo passo è costretta a costruire con le proprie forze anche su errori commessi per leggerezza - la carta di credito usata per il viaggio a Parigi - o, come la direbbe Warren Zevon, "bad karma" - le telefonate giunte fuori tempo massimo prima della sua partenza ed appena dopo il rientro negli USA dalla Francia -.
Onestamente, però, al contrario del mio antagonista, non mi sogno neppure per sbaglio di dichiarare il mio amore alla protagonista di questo film, che ha dovuto guadagnarsi almeno quanto la pellicola il mio favore dal primo all'ultimo minuto: preferirei averla come amica, farci un giro, sbronzarsi in compagnia, ridere e scherzare e, all'occorrenza o di fronte ad un'eccessiva pesantezza, mandarla dove si conviene senza temere ripercussioni che producano tra i vari effetti un'astinenza imposta.
Un plauso dunque a questo sorprendente charachter delineato con un piglio quasi da poesia da Baumbach e portata sullo schermo in modo esemplare dalla bravissima Greta Gerwig, che ha il merito di non aver mai mollato, appartamento dopo appartamento, finendo per trascinare gli occupanti di casa Ford nel suo strambo mondo fatto di coreografie e bottiglie di vodka, sorrisi stralunati e traumi superati cercando di ritrovare se stessa senza avere paura di rimanere sola, di essere "undatable": in fondo, la ricerca della propria identità passa attraverso la solitudine così come la vicinanza delle persone che amiamo o crediamo di amare, quelle che pensiamo ci saranno accanto per sempre e quelle che, fin dalla prima occhiata, sappiamo bene riprenderanno il viaggio che porterà inevitabilmente lontano da dove siamo noi.
Ed un bel giorno, non senza cicatrici celate oppure ben in vista, impacchetteremo la nostra roba, e voltando lo sguardo scopriremo di essere nella nostra casa, il rifugio, il nido, il punto di partenza per un altro viaggio: e ci saremo guadagnati ogni centimetro di quello spazio, ordinato o caotico che sia, e quel nome troppo grande per un semplice citofono.
Ma sarà facile, a quel punto, stringersi un pò per farcelo stare.



MrFord



"Ci sono io 
testa in giù 
appeso al filo del telefono 
ma suonano, chi sarà? 
Sul citofono c'è un omonimo 
che non mi assomiglierà 
Sul citofono c'è un omonimo 
ma non mi assomiglierà 
Non portarmi via il nome 
il nome no 
che qualcuno lo vuole 
non te lo do..."
Samuele Bersani - "Non portarmi via il nome" - 



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