Visualizzazione post con etichetta Fratelli Coen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fratelli Coen. Mostra tutti i post

venerdì 28 dicembre 2018

Ford Awards 2018: quello che non avete visto nelle sale italiane (o qualcosa del genere)


Il secondo dei Ford Awards a fare la sua comparsa al Saloon è storicamente quello dedicato alle pellicole recuperate dalla rete e rimbalzate da una parte all'altra della blogosfera senza essere giunte alla grande distribuzione italiana.
Negli ultimi dodici mesi, complici la mia latitanza e l'arrivo in casa Ford di Netflix - una realtà sempre più importante che, a mio parere, nei prossimi anni guiderà una rivoluzione che ridurrà sempre più la distribuzione in sala -, questo particolare premio potrebbe essere ribattezzato, per l'appunto, Netflix Award, considerato che la maggior parte dei titoli che troverete di seguito vengono proprio da quel bacino: ad ogni modo, come spesso accade, una buona parte di questi avrebbero meritato posizioni di rilievo nella classifica dedicata ai film in sala.


MrFord


N°10: CALIBRE

Calibre Poster

Ad aprire la decina un thriller made in UK interessante e cupo, che ha riportato alla memoria di questo vecchio cowboy le atmosfere angoscianti di Eden Lake pur non raggiungendone i livelli. Una storia terribile che porta sullo schermo l'horror peggiore, quello che vive attraverso la casualità e i lati oscuri che, in quanto umani, ci portiamo dentro.


N°9: BRIGHT

Bright Poster

Al contrario di quanto visto ieri per la classifica dedicata al peggio, con Bright mi sono trovato a schierarmi contro la critica che l'aveva stroncato, demolito, sputazzato e spernacchiato, considerando invece il lavoro di Ayer come un gran bel videogiocone metropolitano dai sottotesti tutt'altro che banali, nonchè il primo, grande esperimento "cinematografico" di Netflix, che in un modo o nell'altro ha svolto il ruolo di "prima pietra".


N°8: MUDBOUND

Mudbound Poster

Temi importanti, grande passione, una storia forse già sentita ma profonda e raccontata con esigenza per un film di quelli che, pur non arrivando a diventare cult o titoli imprescindibili, si ha sempre piacere - o bisogno - di guardare.
Film che fanno sentire la vita, incazzare, provare sentimenti: quelle cose per le quali vale la pena vivere.


N°7: VERONICA

Verónica Poster

E mentre tutti o quasi erano intenti ad incensare il deludente Hereditary, ho riscoperto grazie al tam tam della blogosfera - e della mitica Bolla - questo gioiellino spagnolo davvero inquietante e ben realizzato, testimonianza del fatto che l'horror, quando è ben gestito e raccontato, ed è legato a paure ed angosce che partono da dentro di noi, ha un potere davvero enorme.


N°6: THE OUTLAW KING

Outlaw King - Il re fuorilegge Poster

Ispirato dalle vicende di Robert Bruce, che sfruttò l'onda lunga delle gesta di William Wallace nella Scozia medievale, The outlaw king rappresenta il ritorno in patria e sullo schermo di David MacKenzie, che mi colpì al cuore non troppo tempo fa con Hell or high water.
I territori di The outlaw king sono più vicini ai percorsi hollywoodiani di Ridley Scott, e manca la potenza della pellicola precedente, ma tutto funziona, tutto è sporco e cattivo come doveva essere e la tecnica è strepitosa - si veda il piano sequenza iniziale -.


N°5: BRAWL IN CELL BLOCK 99

Cell Block 99: Nessuno può fermarmi Poster

Anche in questo caso un graditissimo ritorno sugli schermi del Saloon: Zahler, che firmò il cultissimo Bone tomahawk, racconta una storia cruda e nerissima di padri e figli, peccati e redenzione, violenza e prigionia - in tutti i sensi -. Vince Vaughn pazzesco, sequenze ad alto tasso di bollino rosso ed una poetica che mescola l'action, il noir, il pulp e tutto quello che può colpire dritti in faccia per fare male.


N°4: SPRINGSTEEN ON BROADWAY

Springsteen on Broadway Poster

A dire la verità, questo non è neppure un film, ma la riproposizione di uno spettacolo con protagonista il Boss in persona, Bruce Springsteen. Eppure, dopo essermi gustato l'autore di Born to run sul palco, da solo - o quasi -, mentre si mette a nudo parlando del ruolo dell'artista, della sua vita, dell'amore, della morte, di come scampò al Vietnam - stupenda la versione blues di Born in the USA -, del rapporto con i genitori - alle lacrime agli occhi sul confronto con il padre stavo per cedere anch'io - alternando i suoi pezzi ad una sorta di recital, non ho avuto dubbi. 
Questo è uno di quei "diari" che tutti dovrebbero leggere. E vedere. E ascoltare.


N°3: REVENGE

Revenge Poster

Anche in questo caso occorre fare una precisazione: per poco - presumo - e chissà dove, con il consueto ritardo, anche Revenge è arrivato nelle sale italiane, quando ormai molti anche qui nella blogosfera l'avevano già scoperto ed amato.
Un altro esempio, come Brawl in cell block 99, di come la mescolanza di generi "bassi" possa portare in scena qualcosa di inspiegabilmente ed insospettabilmente "alto", che colpisce lo spettatore e non si fa e non si può dimenticare.


N°2: LA BALLATA DI BUSTER SCRUGGS

La ballata di Buster Scruggs Poster

I Fratelli Coen, altri fordiani ad honorem, regalano a Netflix ed al loro pubblico una perla che definire da Saloon sarebbe riduttivo: a partire dai miti, dalle credenze, dalla dura realtà e chi più ne ha, più ne metta, i due registi americani confezionano un'antologia di storie ambientate lungo la Frontiera in grado, tra una risata ed una lacrima, di dare dimensione, senso e magia ad uno dei settings più amati e rivisitati del Cinema.


N°1: ROMA

Roma Poster 

Vincitore a Venezia e distribuito su Netflix dopo una brevissima apparizione in sala, l'ultima opera di Alfonso Cuaron - che avevo già imparato ad amare, seppur discontinuamente, negli anni - è un amarcord personale mescolato al grande Cinema classico degli Ozu e dei Fellini, fotografia splendida di una parte di vita di una famiglia di un quartiere di Città del Messico all'inizio degli anni settanta.
Girato divinamente, dal ritmo dilatato, è ipnotico con le sue carrellate laterali ed i suoi spazi che paiono infiniti. Se devo pensare ad un titolo che mi ha fatto tornare a battere il cuore per il Cinema dopo gli ultimi mesi di quasi apatia, penso immediatamente a questo.



I PREMI

 
Miglior regia: Alfonso Cuaron per ROMA
Miglior attore: Vince Vaughn per Brawl in cell block 99
Miglior attrice: Yalitza Aparicio per ROMA
Scena cult: il salvataggio dei bambini tra le onde, ROMA
Fotografia: ROMA
Miglior protagonista: Jen, Revenge
Premio "lo famo strano": gli sposi mancati della carovana, La ballata di Buster Scruggs
Premio "ammazza la vecchia (e non solo)": Jen, Revenge
Migliori effetti: Bright
Premio "profezia del futuro": Revenge

mercoledì 28 dicembre 2016

Ford Awards 2016: i film (dal 40 al 31)




Inizia oggi la cavalcata per quello che è il Ford Award più importante dell'anno, che determina il miglior film uscito in sala: questo duemilasedici, a differenza di quanto accaduto per le serie tv, non è stato particolarmente memorabile per quanto riguarda i film, ma nei quaranta titoli selezionati dal sottoscritto troverete comunque visioni meritevoli non solo di attenzione, ma anche e soprattutto di coinvolgimento ed amore per la settima arte.
Che la carrellata cominci, dunque.





N°40: THE VVITCH - A NEW ENGLAND'S FOLKTALE di ROBERT EGGERS

 

Raramente è capitato che gli horror facessero capolino in questa classifica: a rompere uno schema quasi consolidato ci pensa questo vero e proprio trip firmato da Robert Eggers, forse troppo osannato dalla critica e dagli appassionati ma ugualmente affascinante, d'atmosfera ed a suo modo "mistico".
Da appassionato, questi sono i film di paura che vorrei molto più spesso in sala.

N°39: KUBO E LA SPADA MAGICA di TRAVIS KNIGHT


Uscito in sordina sul finire dell'anno ed intriso delle atmosfere che hanno reso grandi i film di formazione anni ottanta carichi di fascino orientale, ironia ed un approccio che mi ha ricordato l'epopea di Po, protagonista del franchise di Kung Fu Panda, Kubo e la spada magica è stata un'altra bellissima sorpresa nell'ambito dell'animazione, fin troppo snobbata in Italia in termini distributivi.


N°38: THE CONJURING - IL CASO ENFIELD di JAMES WAN


Secondo capitolo della saga dedicata ai coniugi Warren e secondo successo per James Wan, che sposta l'atmosfera dall'horror del primo capitolo al thriller di fede di questo secondo. Per chi ha amato Poltergeist - l'originale - e L'esorcista, una pellicola intensa e molto interessante, probabilmente uno degli horror mainstream più riusciti delle ultime stagioni.


N°37: FREE STATE OF JONES di GARY ROSS



Giunto al Saloon senza troppe aspettative ad attenderlo, il lavoro di Gary Ross legato alla Guerra di Secessione ed alle prime lotte per i diritti civili all'interno degli States rappresenta in tutto e per tutto il pane e salame: imperfetto, troppo dilatato nella prima parte e troppo serrato nella seconda, emoziona e coinvolge come tutti i film che hanno più pancia che testa. E da queste parti, va benissimo così.


N°36: CODICE 999 di JOHN HILLCOAT

 
John Hillcoat torna da queste parti dopo l'ottimo Lawless, confezionando un solido crime movie che parte a mille e perde qualche colpo in corso d'opera, ma resta in tutto e per tutto perfetto per il sottoscritto, in termini di approccio, tematiche e narrazione.
Anche in questo caso non si parla di una pellicola perfetta, ma assolutamente viva e sentita.
Ben vengano colpi di questo genere.


N°35: THE NICE GUYS di SHANE BLACK


Lo specialista di buddy movies nonchè fordiano ad honorem Shane Black confeziona una piccola chicca anni settanta all'interno della quale tutto funziona, dalla ricostruzione ai due protagonisti.
Niente di nuovo sotto al sole, ma un film che intrattiene, diverte, tiene svegli, coinvolge e riesce a rimbalzare tra la commedia ed il dramma senza perdere colpi è merce rara, oggigiorno.
Soprattutto se si tratta di un film con le palle.


N°34: AVE, CESARE! di JOEL e ETHAN COEN

 
I Fratelli Coen, da sempre sostenuti dal sottoscritto, tornano sul grande schermo con una commedia grottesca e surreale legata a doppio filo al mondo del Cinema, psichedelica e citazionista, forse poco comprensibile dalla maggior parte del pubblico ma ipnotica e davvero bella da vedere per chi, almeno in parte, ha amato l'epoca d'oro dei grandi Studios di Hollywood.
Per ogni genere un set, per ogni film una meraviglia.
Il succo della settima arte.


N°33: AGNUS DEI - LES INNOCENTES di ANNE FONTAINE


Si prosegue nella classifica dei Ford Awards 2016 con una pellicola intensa e dilatata, figlia del grande Cinema europeo e della tradizione di Wajda, legata alla Seconda Guerra Mondiale seppur pronta a raccontare gli strascichi della stessa da una prospettiva unica: non per tutti e non perfetto, ancoa una volta, ma senza dubbio un'ottima esperienza di visione.
Un film "fordiano d'autore" di quelli che farebbero incazzare il Cannibale.
E questo è un valore aggiunto.




Dalton Trumbo è uno degli indiscutibili idoli fordiani di tutti i tempi, scrittore e sceneggiatore idealista e mitico che non smetterò mai di amare per E Johnny prese il fucile, precursore dell'obiezione di coscienza e più "comunista così"di una decina di Ken Loach.
Il film di Roach e soprattutto l'interpretazione di Cranston gli rendono giustizia in modo molto classico ma assolutamente perfetto.


N°31: JULIETA di PEDRO ALMODOVAR


Chiude questa prima decina del classificone dei Ford Awards duemilasedici dedicati ai film usciti in sala quel vecchio drittone di Pedrito Almodovar, che confeziona un film sulla scia di quella che è stata la poetica che l'ha portato dov'è ora dimenticando gli scivoloni degli ultimi anni.
Passione, riscatto, ricostruzione nella migliore tradizione del regista iberico più legato ai sentimenti ed alle donne che il Cinema possa offrire.


TO BE CONTINUED...

martedì 17 maggio 2016

Ave, Cesare!

Regia: Joel Coen, Ethan Coen
Origine: USA, UK, Giappone
Anno:
2016
Durata:
106'








La trama (con parole mie): Eddie Mannix è il problem solver ed il coordinatore dei Capitol Studios, una delle realtà più importanti del Cinema all'inizio degli anni cinquanta.
Il suo compito, a qualsiasi ora del giorno e della notte, è fare in modo che le cose girino sempre per il verso giusto, che registi ed attori svolgano il loro lavoro al meglio cercando di mettersi nei guai il meno possibile e tirarli fuori dagli stessi guai all'occorrenza: quando Baird Whitlock, star principale del kolossal in corso di ripresa Ave, Cesare! scompare misteriosamente dagli studios, per Mannix inizia una ricerca che potrebbe condurlo a scoperte decisamente scomode, nonchè ad utilizzare tutto il suo talento nel rimettere sui binari quello che rischia di deragliare ad ogni sequenza.
Perchè se nella settima arte esistono tante stelle, e storie, ed il senso di meraviglia conquista, alle spalle di tutto resta sempre un demiurgo che ha ben chiaro il senso del suo compito, e lo svolge con diligente solerzia.













Fin dai tempi dei primi passi nel mondo del Cinema autoriale, ho sempre adorato il modo di raccontare storie dei fratelli Coen: scombinati eppure perfettamente lucidi, assurdi ma calcolatori, pronti a regalare perle da pisciarsi addosso dalle risate come Il grande Lebowski o Arizona Junior e ritratti quasi oscuri come Fargo e L'uomo che non c'era, così come a lanciarsi in esperimenti pronti a toccare i più disparati generi cinematografici, da Crocevia della morte a Il grinta.
Neppure di fronte ai loro lavori meno ispirati e riusciti - si pensi a Prima ti sposo poi ti rovino o Ladykillers - sono riuscito a volere male ai due fratellini, anzi, ho finito per godermi anche i punti più bassi della loro carriera: eppure, ai tempi dell'uscita del trailer, non ero affatto convinto di quest'ultimo Ave, Cesare!, che dava al sottoscritto l'impressione della minestra riscaldata che funziona sempre poco, soprattutto al Cinema.
E invece, al contrario di tutte le aspettative, i Coen hanno finito per stupirmi in positivo un'altra volta.
Ave, Cesare!, infatti, è un film complesso nonostante l'apparenza giocosa e citazionista - senza dubbio è un lavoro costruito da amanti del Cinema soprattutto classico per amanti del Cinema soprattutto classico -, di quelli che, probabilmente, finiscono per acquistare valore visione dopo visione, all'interno del quale, come in un gioco di scatole cinesi, si fondono il noir, la commedia, il grottesco, il musical, l'epoca fantastica dei grandi studios ed il kitsch dei kolossal che fecero la Storia negli anni cinquanta, da I dieci comandamenti a Ben Hur, una specie di strano mix tra il già citato Il grande Lebowski e Vizio di forma, con qualche spruzzata di metacinema e la consueta riflessione legata alla Fede tipica dei Coen già presente nel sottovalutato e bellissimo A serious man.
Non un film per tutti, dunque, ed ancor meno per i detrattori dei due registi e sceneggiatori, che in Ave, Cesare! ritroveranno tutti i tratti distintivi che fanno andare in visibilio i loro fan hardcore tanto quanto irritano chi non si specchia nel loro modo di approcciare la settima arte: a prescindere, comunque, da questo, e dal cast davvero all star, la realizzazione tecnica risulta impeccabile nella ricostruzione della cornice d'epoca così come nella messa in scena.
Dal canto mio, a parte i molteplici riferimenti ad un'era che adoro del Cinema americano, ho trovato in questo film tutto l'amore che i Coen nutrono per la settima arte in tutte le sue incarnazioni, ed una riflessione davvero profonda nata sfruttando la figura da Mr. Wolf di Eddie Mannix, una sorta di divinità scesa in terra per aggiustare tutti i guai originati dalle star scombinate, caotiche e spesso e volentieri neppure in grado di comprendere la vita oltre il set ed espiarli e confessarli come se fossero propri, neanche fosse il Gesù del kolossal che si incarica di salvare riportando sulla retta via il perduto - in tutti i sensi - Baird Whitlock.
O forse quella stessa riflessione è in realtà una grande presa in giro della seriosità ed importanza che alcuni dogmi - che si parli di Fede o di Cinema poco importa - finiscono per avere anche quando si vivrebbe meglio con leggerezza e strafottenza, con la capacità di dimenticarsi della Fede stessa come Baird o con la semplicità del cowboy ritrovatosi attore Hobie Doyle, incapace di recitare quando occorre rapportarsi agli umani - strepitoso il siparietto con Ralph Fiennes - così come di togliersi la dentiera nel pieno di un appuntamento per raccontare di quando un incidente di rodeo gli è costato tutti i denti neanche parlasse delle scarpe che si è messo quella stessa mattina per uscire.
Ma in fondo, che si tratti di una cosa o dell'altra, non è dato conoscere la risposta, ma se senza dubbio caldeggiato provare a trovarne una, fosse anche sbagliata: il bello del Cinema - e di Ave, Cesare! - è proprio questo.
Un intrigo passionale.
Una storia d'amore.
Un atto di fede.
Un tentativo di rivolta.
Ad ognuno il suo.
L'importante è avere il set giusto per brillare.





MrFord





"Who are these christians?
What is this strange religion?
I' ve heard it said they turn the other cheek
ha ha ha ha
throw them to the lions
throw them to the lions
throw them to the lions
thumbs down
10 pieces of gold for every man
hail caesar hail caesar."
Iggy Pop - "Caesar" - 





giovedì 10 marzo 2016

Thursday's child

La trama (con parole mie): Notte degli Oscar e strascichi di quest'ultima alle spalle, torniamo su binari decisamente più convenzionali con una settimana dall'hype minore rispetto alle ultime, difesa quasi esclusivamente dal ritorno in sala dei Fratelli Coen. Riusciranno i due pestiferi registi e produttori a rendere il prossimo weekend degno di essere vissuto, cinematograficamente parlando? O dovremo rassegnarci alle solite cannibalate senza ritegno e dal discutibile valore, un pò come le opinioni del mio antagonista e co-conduttore Cannibal Kid?
Tra qualche giorno la risposta. Intanto, ecco quanto i due rivali per antonomasia della blogosfera hanno avuto da (ri)dire in proposito.



"Quante volte te lo devo dire!? Tu e Cannibal potete anche provarci, ma invecchierete anche voi come tutti gli altri!"

Ave, Cesare!

"Agli ordini, Cannibal! Ho pronto un bello spogliarello solo per te!"

Cannibal dice: Non sono mai stato un coeniano. Certo non quanto uno che ha preso il suo nome dal cocktail preferito dal protagonista di uno dei film più sopravvalutati nella storia del cinema. Negli ultimi tempi se non altro però riesco a tollerarli di più, grazie all'ultimo discreto A proposito di Davis e alla serie tv Fargo, in cui comunque mettono il becco giusto come produttori. Questo nuovo Ave, Cesare! si preannuncia come la loro classica commedia nonsense che difficilmente mi farà ridere manco fosse una battuta fordiana, ma un tentativo, visto il super cast, direi che posso farlo.
Ford dice: non è un mistero che io abbia sempre amato i Coen, ed attenda ogni loro nuovo lavoro con una certa trepidazione.
Onestamente, però, occorre ammettere che di tanto in tanto i due fratellini si siano concessi lavori di "svago" non particolarmente clamorosi in termini di qualità cinematografica. Questo Ave, Cesare!, purtroppo, mi pare uno di questi.
Ma lieto di essere smentito, ovviamente.


Forever Young

"Mi sa tanto che dovrai allenarti di più, se vuoi sfidare Ford ad un match di wrestling!"

Cannibal dice: Con un titolo del genere, volete che me lo perda?
Ford invece può tenersi pronto per il sequel: Fordever Old.
Ford dice: con un titolo del genere, volete che me lo guardi?
Lascio la visione al finto giovane coautore di questa rubrica.



The Divergent Series: Allegiant

"Mi dispiace, Shailene, ma sono già promesso a Katniss Kid!"

Cannibal dice: Oh, finalmente una bella (?) cannibalata come si deve!
Il terzo e penultimo capitolo di una young adult saga non fenomenale ma caruccia, con protagonista l'ottima Shailene Woodley, arriva alla faccia dei vecchi Fordacci cattivi, che tanto possono consolarsi pensando all'Oscar vinto da Stallone...
Hey, un momento, quale Oscar???
Ford dice: terzo e penultimo - meno male - capitolo dell'ennesima saga teen di questi ultimi anni, che ho snobbato felicemente assegnando visioni e recensioni a Julez, che ha dedicato il giusto spazio ai primi due capitoli nel corso delle sue sessioni da stirata selvaggia.
E mentre io prendo la macchina per dirigermi a Casale per stirare il Cannibale, ho già prenotato per la visione - e la recensione - la signora Ford.



Weekend

"In questa immagine siamo più romantici di Ford e Cannibal!"




Cannibal dice: Pellicola romantica gay del... 2011. E in Italia esce solo adesso?
Per caso ci voleva il passaggio in Senato del disegno di legge sulle unioni civili per permettere che fosse distribuita?
Ford dice: sempre curiose le tempistiche della distribuzione italiana.
Non sarà che la politica ha finito per "suggerire" il recupero di questa pellicola?




Un nuovo giorno

"Se sapevo che questa festa l'aveva organizzata Ford, venivo in canotta."

Cannibal dice: Altra pellicola a tematica gay. Cos'è successo? L'Italia, con un ritardo oserei dire fordiano, ha scoperto solo ora l'esistenza degli “uomini sessuali”? È davvero un nuovo giorno!
Ford dice: in Italia abbiamo dovuto attendere il duemilasedici per scoprire l'esistenza cinematografica dei film a tematica gay.
Tra una cinquantina d'anni, forse, qualcuno scoprirà anche le Blog Wars. E chissà, potrebbe anche scegliere di girarci una trilogia, quantomeno.



lunedì 25 maggio 2015

Cannes 2015

La trama (con parole mie): si è concluso ieri sera il sessantottesimo Festival di Cannes, forse l'appuntamento più prestigioso tra i grandi rendez vous di ogni stagione cinematografica.
La Giuria presieduta dai Fratelli Coen si è trovata di fronte una selezione di autori e titoli sulla carta decisamente interessante, che vedeva tra le sue fila ben tre cineasti italiani, i celebrati Nanni Moretti, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone.
Come si sarà dunque conclusa la kermesse? Sarà riuscita la compagine italiota a portare a casa almeno uno dei premi?
Senza dubbio, e qualunque sia stata la decisione finale della Giuria, ci sarà, come sempre, da discutere.







E così, i giochi sono fatti anche quest'anno, per quel che riguarda la Palma d'oro.
I quotidiani italiani, online e non, portano già in prima pagina lo "scandalo" di una sconfitta del nostrano trio delle meraviglie composto da Moretti, Sorrentino e Garrone, lasciati completamente a secco di riconoscimenti - a meno che non si sfrutti come salvagente il premio della giuria ecumenica a Moretti -, come se la loro presenza bastasse a giustificare una vittoria, o quasi.
Non essendo ancora riuscito a confrontarmi con nessuno dei lavori portati dai nostri in concorso - personalmente, in ordine di preferenza, spero di confrontarmi al più presto con Youth, Mia madre e dunque Il racconto dei racconti - o tantomeno con gli altri - vincitori e non - scrivo sull'onda dell'impressione e dell'emozione, e non posso che essere soddisfatto - nonostante il campanilismo che in questi casi desta sempre qualche sospetto, quasi l'organizzazione faccia comunque pressioni sulla Giuria - della vittoria di Audiard, un regista con grandi palle che nel corso della sua carriera è andato in crescendo, che ricordo ai tempi in cui scoprii grazie a Sulle sue labbra così come allo strepitoso Il profeta ed al passionale Un sapore di ruggine e ossa.


Un brindisi se lo guadagna anche il premio in ex aequo per l'interpretazione femminile, giunto a valorizzare il nuovo lavoro della regista Maiwenn, che non vedo l'ora di affrontare considerato l'ottimo Polisse di qualche anno fa, e nonostante la mia antipatia anche a Lanthimos, che pare essere riuscito a colpire con il suo The Lobster così come fece con Kynodontas.


Il premio alla regia di Hou Hsiao Hsien può essere una strizzata d'occhio agli spettatori più radical - anche se il mio ricordo di Millennium Mambo è ancora oggi ottimo -, mentre il riconoscimento a Vincent Lindon - che onestamente conosco poco e niente -, quello a Franco per la sceneggiatura ed il Gran Premio a Nemes mi lasciano tutto sommato indifferente.


Un Festival che accontenterà alcuni e lascerà l'amaro in bocca a molti, come del resto accade sempre in queste occasioni: per quanto mi riguarda, sono più che felice di avere, almeno sulla carta, ottimo materiale di visione per il resto di un'annata che, fino ad ora, ha riservato più delusioni che altro.




Ed ecco la lista dei vincitori:

Palma d’oro Dheepan, Jacques Audiard
Grand prix Saul fia (Il figlio di Saul), László Nemes
Premio della giuria The lobster, Yorgos Lanthimos
Miglior regia Nie Yinniang, Hou Hsiao-Hsien
Miglior attore Vincent Lindon, La loi du marché
Miglior attrice (premio ex aequo) Rooney Mara, Carol, e Emanuelle Bercot, Mon roi
Miglior sceneggiatura Chronic, Michel Franco
Miglior cortometraggio Wave 98, Ely Dagher



MrFord



 

venerdì 8 maggio 2015

Arizona Junior

Regia: Joel Coen
Origine: USA
Anno: 1987
Durata: 94'





La trama (con parole mie): H.I. McDunnough è un rapinatore di basso livello, un ragazzotto senza direzione dedito a svuotare le casse dei grandi magazzini con armi scariche per evitare violenza ed imputazioni gravi. Ed è la poliziotta che, di norma, si occupa delle pratiche della sua incarcerazione.
Quando tra i due scoppia l'amore, H decide di chiudere con il crimine, ed entrambi si dedicano anima e corpo alla ricerca di un figlio: la notizia che Ed non avrà possibilità di averne mette in crisi la coppia, e spinge Ed ad abbandonare la polizia e a decidere con il marito di prendere con loro uno dei cinque gemelli Arizona, figli del magnate dei mobili locale.
Il rapimento riesce, ma quando una coppia di rapinatori che H ha conosciuto dietro le sbarre tornano a bussare alla porta dei McDunnough e lo stesso Arizona scatena un cacciatore di taglie alla ricerca dei responsabili del sequestro, la faccenda si complicherà: l'amore tra Ed ed H, dunque, diventerà l'ultima speranza cui aggrapparsi.







A prescindere dalle influenze lebowskiane sulla mia vita di tutti i giorni e non solo come spettatore e cinefilo, non è certo un mistero che i fratelli Coen, qui al Saloon, abbiano da sempre un posto di tutto rispetto loro riservato: tolti, infatti, un paio di passi falsi - neppure così clamorosi, oltretutto - i loro lavori sono sempre riusciti a fare breccia nel cuore del sottoscritto, grazie ad un mix unico di risate e malinconia.
Da anni non mi capitava di portare sui miei schermi Arizona Junior, figlio di quegli anni ottanta che li accolsero come i nuovi fenomeni del Cinema grottesco made in USA - e che portarono fior di premi e riconoscimenti nelle loro bacheche culminando con la Palma d'oro a Cannes giunta nel novantuno per Barton Fink -, recuperato di recente con la stessa curiosità che si prova di fronte ad una prima visione: il risultato è stato una sorta di amore a prima vista rinnovato per una pellicola che, pur divertendomi, è arrivata dritta al cuore giungendo quasi a commuovermi sul finale, che, chissà, considerato quel "Disneyland" pronunciato dall'H di Nicholas Cage potrebbe benissimo suonare come una beffa rispetto ai sogni del protagonista e della sua compagna - una spettacolare Holly Hunter, bravissima nel rendere il disagio di un charachter sicuramente più sfaccettato di quello del marito -.
Senza dubbio, a prescindere dallo sviluppo della trama, dallo stile e dalla confezione ancora grezzi, dal personaggio decisamente sopra le righe del cacciatore di taglie interpretato da Randall Tex Cobb, uno dei caratteristi più presenti eppure sempre ai margini degli eighties, Arizona Junior è un prodotto che mostrava già l'assoluto talento dei due fratelli, sia in fase di scrittura - l'utilizzo dei reiterati arresti di H in apertura sfruttato in modo da presentare lui e la sua compagna, ma anche riflettere sul concetto di privazione della libertà - che di regia - bellissima la sequenza del tentativo di ritorno alla rapina di H, grazie al quale pare uscire prepotentemente dallo schermo anche una critica agli anni di Reagan ed al legame degli americani con le armi da fuoco, con tanto di inseguimento neanche fossimo in un poliziesco decisamente di genere -, e che è riuscito a colpirmi una volta ancora soprattutto per un aspetto che, in tutta onestà, non ricordavo neppure fosse stato analizzato dalla pellicola.
Il dramma di H e di Ed di non poter avere figli, e la minaccia che il peso per il dolore di dover sopportare una perdita di questo tipo inevitabilmente riflette sull'amore di una coppia è trattato con profondità disarmante senza per questo appesantire la pellicola stessa, facendo di Arizona Junior un passo fondamentale in termini di visioni per tutte le coppie che con fatica stanno cercando, hanno cercato e cercheranno di avere figli anche quando avranno scoperto che la Natura ha giocato ogni sua carta contro di loro.
La decisione dei due protagonisti di rapire uno dei cinque gemelli Arizona come fosse una rivalsa contro il Destino divenuta il motore di tutti i guai che li perseguiteranno da quel momento in avanti ed il potere straordinario che ha il piccolo Junior di scatenare istinti genitoriali in chiunque si trovi a portarlo con se - con le dovute proporzioni e mossi da desideri ed istinti sicuramente differenti, perfino rispetto ai due galeotti evasi - portano a galla riflessioni certamente non da poco che soltanto chi ha vissuto un dramma - perchè lo è - di questo tipo può conoscere così a fondo: del resto, è umano porsi domande quando pare di scoprire che qualcuno ha perfino più di quanto non abbia chiesto e qualcun'altro che chiede disperatamente non ottiene nulla, così come commettere degli errori, siano essi di giudizio o d'azione.
E non sempre - quasi mai, a dire il vero - ci sono spiegazioni.
Quello che resta da fare è aggrapparsi uno all'altra, e guardare avanti.
Non è detto che, alla fine, ci si ritrovi vecchi e felici, alle spalle una vita certo non facile, ma piena, pronti a ricevere nella propria casa figli e nipoti, per mangiare tutti insieme e godere della compagnia gli uni degli altri.
Potrebbe essere Disneyland, ma che importa.
Sognare non costa mai.
E non mette in pericolo la nostra Libertà.



MrFord



"Gonna met all muh friends
gonna have ourself a ball
gonna tell my friends
gonna tell them all
that I'm a wild one
ooh yeah I'm a wild one."
Iggy Pop - "Real wild child" -




lunedì 29 dicembre 2014

Ford Awards 2014: i film (N°15-11)

La trama (con parole mie): continua la carrellata dedicata al meglio del duemilaquattordici, con una seconda cinquina che passa direttamente dal mondo colorato e divertente - almeno nella maggior parte dei casi - della precedente a quello più autoriale ed alternativo, per quanto si tratti sempre di titoli non propriamente di nicchia. Quattro nomi decisamente importanti troveranno dunque spazio assieme ad una delle sorprese più gradite degli ultimi dodici mesi per questa seconda parte del momento più importante dei Ford Awards.



N°15: GRAND BUDAPEST HOTEL di WES ANDERSON


Il più radical chic tra i registi texani - e forse statunitensi - sfodera l'ennesima chicca confezionando in colori pastello un film dal gusto europeo e romantico, un divertissement d'alta scuola che non fa rimpiangere i suoi lavori migliori: forse i meno avvezzi non ne coglieranno tutte le sfumature, eppure si tratta di una delle cose più originali ed interessanti che riguardi l'interpretazione cinematografica dell'amore attuale.

N°14: JERSEY BOYS di CLINT EASTWOOD


Erroneamente giudicato un Eastwood minore da molti, dietro la maschera da musical incentrato sulla carriera di Frankie Valli e dei Four Seasons, Jersey Boys è un ritratto dolceamaro del sogno americano e della geografia delle periferie delle grandi città, dominata da regole ben precise che rispecchiavano, negli anni cinquanta e sessanta, i valori dell'amicizia e della Famiglia nel pieno stile dei film di gangsters. Classe pura e grande emozione.

N°13: 12 ANNI SCHIAVO di STEVE MCQUEEN 



E tanto Wes Anderson è riuscito a mostrare il lato europeo degli USA, tanto Steve McQueen ha compiuto l'impresa nel portare sullo schermo un'opera profondamente americana firmata da un figlio del vecchio continente.
La struggente vicenda - ispirata a fatti realmente accaduti - di Solomon Northup, interpretata con intensità spaventosa dai suoi protagonisti ed in grado di narrare senza eccedere in retorica il dramma dello schiavismo è uno dei capitoli più importanti del Cinema mainstream impegnato, nonchè una delle esperienze più forti dell'anno.

N°12: FRANCES HA di NOAH BAUMBACH



Come tutti gli avventori più "datati" del Saloon sapranno, Little Miss Sunshine è uno dei film del cuore di casa Ford e dei suoi occupanti, per tutta una serie di motivi che richiederebbero ben più di un post per essere raccontati.
Una delle caratteristiche principali di quella perla era la sua capacità di rappresentare la primavera: il lavoro del sempre ottimo Noah Baumbach e sorpresa numero uno dell'anno Frances Ha è riuscito principalmente in questo. Tradurre in immagini e in una protagonista a suo modo indimenticabile quella che, con ogni probabilità, è la mia stagione preferita.

N°11: A PROPOSITO DI DAVIS di JOEL ed ETHAN COEN



I Fratelli Coen, fordiani onorari, tornano sul grande schermo con uno dei loro lavori più atipici, una parabola decisamente amara sugli outsiders con un protagonista spesso e volentieri detestabile, eppure legato strettamente a tutti noi poveri stronzi che ci battiamo con tutte le forze per un posto al sole, poco importa in quale campo, basta sia quello che stimola maggiormente la nostra passione: e mai più di questa volta ha trovato un senso il verso "uno su mille ce la fa".



TO BE CONTINUED...
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...