Visualizzazione post con etichetta bambini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bambini. Mostra tutti i post

mercoledì 9 settembre 2015

Minions

Regia: Kyle Balda, Pierre Coffin
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 91'






La trama (con parole mie): fin dalle origini della vita sulla Terra, la razza dei Minions si è sempre mostrata interessata ed in cerca di un capo ed una guida che fossero, di fatto, il più forte e temibile possibili.
Dai dinosauri ai faraoni, passando per vampiri e condottieri, però, i piccoli esserini gialli hanno finito per causare sempre ed inevitabilmente la caduta dei loro idoli, finendo per ritrovarsi in pieno Artico senza avere, di fatto, nulla da fare se non passare il tempo cercando di non morire di noia.
Quando Kevin, uno dei più intelligenti tra i Minions, decide di partire alla scoperta del mondo esterno dopo tanto tempo in modo da trovare un nuovo capo per lui ed i suoi compagni, si aggregano a lui i volontari Stuart e Bob, decisamente meno abili di Kevin ma non per questo meno volenterosi.
Riusciranno i tre piccoletti a scovare un cattivo abbastanza cattivo per i loro sogni?








Avete presente quel fenomeno da "non fanno più le cose come una volta" che nel pieno dell'adolescenza ci fa detestare professori e genitori e, qualche anno dopo, probabilmente ci fa detestare allo stesso modo dagli adolescenti?
Di norma, quando guardo un film, so bene che, se si tratta di action e horror, mi ritroverò quasi sicuramente a borbottare frasi di quel genere, memore dei fasti che regalarono gli anni ottanta ad una generazione di spettatori cresciuti a pane e cult: negli ultimi anni, fatta eccezione per alcuni prodotti che paiono casi isolati, un fenomeno simile si sta verificando anche rispetto al Cinema d'animazione, che ha sviluppato una frattura clamorosa tra proposte di livello altissimo - come quelle del Ghibli o della Pixar, almeno per la maggior parte - ed altre consacrate solo ed esclusivamente all'altare del botteghino, pronte a far aprire i portafogli a mamme e papà per la felicità dei pargoli al centro commerciale il sabato o la domenica.
Minions appartiene senza ombra di dubbio a questa seconda categoria, forte di protagonisti già rodati e di successo - i loro pupazzi e gadgets imperversano da anni, ormai - e di un risultato al botteghino che, probabilmente, lascia già presagire quantomeno un sequel - appena uscito, è arrivato già a quintuplicare i costi di produzione con gli incassi -, di qualche gag divertente - come di consueto già anticipata dal trailer - e poco altro: la storia, infatti, risulta esilina e per nulla interessante, e per quanto il minutaggio non renda la visione particolarmente ostica ed i tre protagonisti siano effettivamente spassosi e simpatici anche più di molti altri visti in questi anni nelle pellicole d'animazione di questo tipo, si finisce per archiviare nello spazio "dimenticabili" il titolo praticamente una volta scorsi i titoli di coda, che si riallacciano come l'epilogo ai due film che hanno originato il fenomeno Minions, Cattivissimo me e Cattivissimo me 2, entrambi più interessanti di questa nuova uscita dedicata ai buffi esserini gialli.
I momenti più memorabili - per così dire - risultano dunque essere quelli legati alle citazioni - ho apprezzato moltissimo quello che rimanda alla copertina dello storico Capolavoro dei Beatles Abbey Road - ed il linguaggio ibrido dei Minions, che mi ha ricordato quello del monaco gobbo Salvatore de Il nome della rosa: troppo poco, però, per poter davvero considerare il lavoro di Balda e Coffin come qualcosa che vada oltre il popcorn movie tipico dell'estate.
Nonostante il successo in termini di incassi - o forse proprio per lo stesso successo -, infatti,  un'evoluzione quantomeno della trama nell'ottica di un'eventuale nuova pellicola che abbia protagonisti Kevin e soci non pare un'alternativa reale.
E dunque mi ritrovo qui, a fare la parte del vecchio che rimpiange i suoi tempi e tutto quello che di meglio c'era rispetto a quelli attuali, già sapendo che i giovani - veri o wannabe come il Cannibale - già rideranno dietro a quel serioso cowboy che non riesce neanche a snocciolare un post alla moda e cool e divertente per un film talmente leggero da volare via come un palloncino gonfiato a elio che scappa dalla mano dei bambini costringendo i genitori a mettere di nuovo mano al portafoglio per evitare una tragedia di proporzioni molto più che "cattivissime".
Nonostante tutto questo, però, proprio non resisto a chiudere il post in altro modo se non questo: banana!




MrFord




"He roller-coaster, he got early warning
he got muddy water, he one mojo filter
he say, "One and one, and one is three."
Got to be good-looking 'cause he's so hard to see
come together right now over me."
The Beatles - "Come together" - 





venerdì 8 maggio 2015

Arizona Junior

Regia: Joel Coen
Origine: USA
Anno: 1987
Durata: 94'





La trama (con parole mie): H.I. McDunnough è un rapinatore di basso livello, un ragazzotto senza direzione dedito a svuotare le casse dei grandi magazzini con armi scariche per evitare violenza ed imputazioni gravi. Ed è la poliziotta che, di norma, si occupa delle pratiche della sua incarcerazione.
Quando tra i due scoppia l'amore, H decide di chiudere con il crimine, ed entrambi si dedicano anima e corpo alla ricerca di un figlio: la notizia che Ed non avrà possibilità di averne mette in crisi la coppia, e spinge Ed ad abbandonare la polizia e a decidere con il marito di prendere con loro uno dei cinque gemelli Arizona, figli del magnate dei mobili locale.
Il rapimento riesce, ma quando una coppia di rapinatori che H ha conosciuto dietro le sbarre tornano a bussare alla porta dei McDunnough e lo stesso Arizona scatena un cacciatore di taglie alla ricerca dei responsabili del sequestro, la faccenda si complicherà: l'amore tra Ed ed H, dunque, diventerà l'ultima speranza cui aggrapparsi.







A prescindere dalle influenze lebowskiane sulla mia vita di tutti i giorni e non solo come spettatore e cinefilo, non è certo un mistero che i fratelli Coen, qui al Saloon, abbiano da sempre un posto di tutto rispetto loro riservato: tolti, infatti, un paio di passi falsi - neppure così clamorosi, oltretutto - i loro lavori sono sempre riusciti a fare breccia nel cuore del sottoscritto, grazie ad un mix unico di risate e malinconia.
Da anni non mi capitava di portare sui miei schermi Arizona Junior, figlio di quegli anni ottanta che li accolsero come i nuovi fenomeni del Cinema grottesco made in USA - e che portarono fior di premi e riconoscimenti nelle loro bacheche culminando con la Palma d'oro a Cannes giunta nel novantuno per Barton Fink -, recuperato di recente con la stessa curiosità che si prova di fronte ad una prima visione: il risultato è stato una sorta di amore a prima vista rinnovato per una pellicola che, pur divertendomi, è arrivata dritta al cuore giungendo quasi a commuovermi sul finale, che, chissà, considerato quel "Disneyland" pronunciato dall'H di Nicholas Cage potrebbe benissimo suonare come una beffa rispetto ai sogni del protagonista e della sua compagna - una spettacolare Holly Hunter, bravissima nel rendere il disagio di un charachter sicuramente più sfaccettato di quello del marito -.
Senza dubbio, a prescindere dallo sviluppo della trama, dallo stile e dalla confezione ancora grezzi, dal personaggio decisamente sopra le righe del cacciatore di taglie interpretato da Randall Tex Cobb, uno dei caratteristi più presenti eppure sempre ai margini degli eighties, Arizona Junior è un prodotto che mostrava già l'assoluto talento dei due fratelli, sia in fase di scrittura - l'utilizzo dei reiterati arresti di H in apertura sfruttato in modo da presentare lui e la sua compagna, ma anche riflettere sul concetto di privazione della libertà - che di regia - bellissima la sequenza del tentativo di ritorno alla rapina di H, grazie al quale pare uscire prepotentemente dallo schermo anche una critica agli anni di Reagan ed al legame degli americani con le armi da fuoco, con tanto di inseguimento neanche fossimo in un poliziesco decisamente di genere -, e che è riuscito a colpirmi una volta ancora soprattutto per un aspetto che, in tutta onestà, non ricordavo neppure fosse stato analizzato dalla pellicola.
Il dramma di H e di Ed di non poter avere figli, e la minaccia che il peso per il dolore di dover sopportare una perdita di questo tipo inevitabilmente riflette sull'amore di una coppia è trattato con profondità disarmante senza per questo appesantire la pellicola stessa, facendo di Arizona Junior un passo fondamentale in termini di visioni per tutte le coppie che con fatica stanno cercando, hanno cercato e cercheranno di avere figli anche quando avranno scoperto che la Natura ha giocato ogni sua carta contro di loro.
La decisione dei due protagonisti di rapire uno dei cinque gemelli Arizona come fosse una rivalsa contro il Destino divenuta il motore di tutti i guai che li perseguiteranno da quel momento in avanti ed il potere straordinario che ha il piccolo Junior di scatenare istinti genitoriali in chiunque si trovi a portarlo con se - con le dovute proporzioni e mossi da desideri ed istinti sicuramente differenti, perfino rispetto ai due galeotti evasi - portano a galla riflessioni certamente non da poco che soltanto chi ha vissuto un dramma - perchè lo è - di questo tipo può conoscere così a fondo: del resto, è umano porsi domande quando pare di scoprire che qualcuno ha perfino più di quanto non abbia chiesto e qualcun'altro che chiede disperatamente non ottiene nulla, così come commettere degli errori, siano essi di giudizio o d'azione.
E non sempre - quasi mai, a dire il vero - ci sono spiegazioni.
Quello che resta da fare è aggrapparsi uno all'altra, e guardare avanti.
Non è detto che, alla fine, ci si ritrovi vecchi e felici, alle spalle una vita certo non facile, ma piena, pronti a ricevere nella propria casa figli e nipoti, per mangiare tutti insieme e godere della compagnia gli uni degli altri.
Potrebbe essere Disneyland, ma che importa.
Sognare non costa mai.
E non mette in pericolo la nostra Libertà.



MrFord



"Gonna met all muh friends
gonna have ourself a ball
gonna tell my friends
gonna tell them all
that I'm a wild one
ooh yeah I'm a wild one."
Iggy Pop - "Real wild child" -




sabato 28 marzo 2015

Missing New York

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Anno: 2014
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Frank Decker è un detective della polizia di Lincoln, in Nebraska, ha trentacinque anni, una carriera promettente ad attenderlo - si dice sia il candidato più probabile per la successione nel ruolo di Capo della Polizia locale - ed un matrimonio che, se non fosse per i figli che non arrivano, prosegue senza alcun problema apparente.
E' un uomo tutto d'un pezzo, vecchia scuola, reduce dell'Iraq, legato all'istinto ma anche ad una solida etica morale.
Quando la piccola Hayley Hansen scompare, la sua vita cambia: la promessa fatta alla madre della bambina di ritrovarla a tutti i costi, infatti, diviene la miccia pronta a far esplodere la sua intera impalcatura sociale: mollato il lavoro e lasciato naufragare il matrimonio, con i risparmi del padre da sempre messi da parte per una casetta da pesca sul lago Deck comincia un viaggio per le strade degli USA che lo porterà, in oltre un anno di ricerche, sulle tracce di chi, forse, sa dove la piccola può essere finita.
Sempre che sia ancora viva.








A prescindere dal fatto che ora sia padre, ci sono argomenti che mi sono sempre stati a cuore: uno di questi, e forse uno di quelli cui sono maggiormente sensibile, è la violenza o l'abuso rispetto ai minori.
Parallelamente, e considerando materie decisamente più leggere, trovo che il fascino del "lone rider" legato alla strada, agli errori e disequilibri tanto quanto agli slanci irrefrenabili e passionali sia uno dei più irresistibili presenti nella realtà così come nella finzione.
Don Winslow, uno degli autori che ho più amato nel corso degli ultimi dieci anni, con questa sua ultima fatica è riuscito alla perfezione ad unire i due elementi appena citati: una storia crime dal ritmo serrato del thriller d'alta scuola unita ad un main charachter destinato a rimanere nel cuore del lettore per lungo tempo, umano e vivo come piacciono da impazzire da queste parti.
Perchè Frank Decker, o Deck, come perfino sua moglie Laura ama chiamarlo, è un tipo old school, tutto d'un pezzo, abituato a battersi ma non per questo incline a farlo, deciso quanto delicato, generoso quanto profondamente egoista: del resto, salvare qualcuno - specialmente quando il qualcuno in questione è l'emblema dell'innocenza e della meraviglia -, è un pò come salvare se stessi.
Era dai tempi dell'Harry Hole di Nesbo o degli Hap e Leonard di Lansdale - e non sto certo parlando di piccoli calibri - che non mi capitava di imbattermi in un protagonista con il quale empatizzare così tanto: la scommessa di Deck nel mettersi alla ricerca della piccola Hailey Hansen, il suo viaggio attraverso un'America lontana e distaccata quanto partecipe e viva sulle note del più che proletario Springsteen trasformano Missing in un romanzo on the road tra i più appassionanti che il genere possa offrire, lontano senza dubbio dai fasti de Il potere del cane ma non per questo non in grado di tracciare solchi profondi nel cuore di chi lo affronta.
Ma non voglio trasformare il post di questo lavoro che ho sentito profondamente nelle budella in una recensione nuda e cruda: voglio sia chiaro il brivido provato nel seguire pagina dopo pagina le imprese di un uomo comune, che potrebbe essere un amico, il vicino, un fratello, o un genitore - non se la prenda male il vecchio Deck - deciso a rendere il luogo in cui viviamo un posto migliore, fosse anche solo per l'innocenza probabilmente perduta ma ugualmente e profondamente cercata di Hailey.
Tutti noi sappiamo bene che seguire il valzer dei giorni ponendosi domande ed affrontandole non è il più facile dei modi in cui vivere, tanto quanto sia più semplice scoprire come essere indifferenti - o lasciarsi catturare dal fascino di un ruolo "limitato" - che non tentare a tutti i costi di cambiare le regole, sovvertire il Destino, portare chi non l'avrebbe mai sospettato davanti ad un banco dei testimoni, a prescindere dalla posizione sociale, il conto in banca, il numero di favori che in questi casi si finisce per essere pronti a chiedere, pur se a malincuore.
C'è chi va a caccia di nuovi "talenti", senza alcun obbligo fisico o remora morale, e chi, al contrario, lotta per mantenere una parvenza di normalità ed equilibrio al cospetto degli individui di tale risma, quasi potesse sospendere il giudizio nonostante si augurerebbe per loro le più atroci sofferenze.
Probabilmente non sarò mai stupido, coriaceo o anche soltanto pronto quanto il personaggio creato da Winslow, in grado di risvegliarsi dal torpore modaiolo di Le Belve e I re del mondo finendo per confezionare la sua opera più matura dai tempi di Satori: la vicenda di Deck è quella di molti spiriti indomiti, coraggiosi o semplicemente cacciatori di gloria in attesa dell'occasione di una vita, quella fornita dallo sguardo di una madre che sarà eternamente riconoscente al salvatore della sua piccola, il suo amore, il suo sangue.
Ma comprendo il significato di ogni gesto, il senso di una ricerca anche senza speranza.
Quello della possibilità che Hailey ci sia, comunque vada.
Qualunque cosa resti.
E a conti fatti, è sempre sicuro che resti Frank Decker.
Perchè senza Deck, questo romanzo sarebbe solo un buon thriller.
E i sogni on the road non avrebbero la stessa forza.




 MrFord




"Licence, registration, I ain't got none,
but I got a clear conscience
'Bout the things that I done
Mister state trooper please don't stop me..."
Bruce Springsteen - "State Trooper" -












martedì 26 agosto 2014

Fordino Unchained: sapore di mare


La trama (con parole mie): a fare da salvagente alla mia estate infernale - lavorativamente parlando - sono giunti due periodi di ferie che hanno rappresentato, di fatto, oltre all'occasione per respirare grazie anche e soprattutto a Julez, il primo, vero contatto con il mondo della spiaggia e del mare per il Fordino, che lo scorso anno, durante il mese trascorso in vacanza, ancora non camminava e non poteva gettarsi a capofitto nelle avventure sotto l'ombrellone.
E devo dire che se le premesse sono queste, le sue future estati saranno parecchio movimentate, soprattutto in termini sentimentali.


Senza dubbio il tempo trascorso da quando AleLeo ha cominciato a camminare - un mesetto prima di compiere un anno, giorno più, giorno meno - è stato la mia ribalta personale rispetto all'evoluzione del rapporto con lui, passato dalla simbiosi con la mamma dei primi mesi e alla quiete delle ore di nanna ad una sorta di dinamica scheggia sempre carica a mille - almeno da sveglio, considerato che si fa, fortuna nostra, delle signore dormite - alla scoperta del mondo e dell'universo del gioco, all'interno del quale, di fatto, sono la sua guida ed il suo pupazzone formato famiglia.
Dalla palla - suo intrattenimento preferito in assoluto, che si tratti di lanciarla, usare le mani o i piedi - all'inseguimento dei gatti con tanto di stage diving dal divano - è recente un suo volo spettacolare con tanto di bozzo formato unicorno sulla fronte rimediato cercando di mettere le mani su Diego, il peloso cagasotto di sette chili abbondanti che ci ritroviamo in casa - fino al campionario di versi di animali - il mio preferito è senza dubbio l'elefante, che lui ripropone a richiesta mettendoci tanta più enfasi quanta è la soddisfazione che riscontra nel sottoscritto -, posso dire che il Fordino è un bambino decisamente fisico - cosa che, da ex timido, apprezzo molto -, sempre pronto a manifestare i suoi sentimenti attraverso gesti ed azioni.
I due periodi trascorsi al mare, in questo senso, sono stati un'ulteriore evoluzione del concetto: in particolare, le ferie d'agosto hanno portato il piccoletto alla scoperta non solo dei giochi per bambini presenti sulla spiaggia - anche quelli a continuo rischio di base jumping -, ma anche e soprattutto del gentil sesso: l'approccio attuale del Fordino con tutte le bambine dai tre anni in giù è stato assolutamente da manuale, con una combinazione clamorosa quanto diretta e molto pane e salame.
Nello specifico, questo era quello che accadeva quando il suddetto piccolo Ford si trovava di fronte una delle sue predilette: camminata decisa con mani protese in avanti, bacio a bocca aperta con tentativo di limonata dura, e dunque un loop a ripetere l'operazione più volte.
Al minimo accenno di reazione della "vittima" di turno, il passaggio alla combo spinta più morso era dietro l'angolo.
Combo che, con i maschi, giungeva spesso e volentieri - e senza mancato bacio in precedenza - a causa di dispute sul possesso della palla, che come ovvio diventava del bimbo che l'aveva in mano in quel momento come se fosse l'oggetto più prezioso del mondo.
Manifestazioni fisiche sopra le righe a parte, comunque, è stato decisamente divertente scoprire l'altro lato del mondo della spiaggia, quello dei genitori che si conoscono tra loro soltanto come "tu sei il padre/madre di", senza ricordare o scoprire nessun nome di adulto neanche per sbaglio, così come seguire gli orari spagnoli legati al riposino pomeridiano, che spesso ci vedeva arrivare in riva al mare non prima delle cinque del pomeriggio: e dalle prime nuotate e le imitazioni dello squalo fino ai complimenti degli anziani pronti ad augurare al Fordino un futuro da calciatore - alimentando i timori e le ire di Julez, che già deve patire le mie provocazioni a proposito della partecipazione ai Mondiali del 2030 del piccolo, che allora avrà 17 anni -, è un continuo imparare, così come ogni giorno vissuto da genitore.
Si parla tanto di educazione dei figli, e degli insegnamenti che, giusti o sbagliati che siano, diamo loro, quando in realtà sono questi piccoli uomini e donne ad insegnarci ogni giorno: cresciamo più noi con loro che loro con noi.
E non vedo già l'ora della prossima estate, con tutti i suoi "baci salati".
MrFord



venerdì 25 aprile 2014

La maledizione di Chucky

Regia: Don Mancini
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 97'




La trama (con parole mie): la giovane paraplegica Nica vive con la madre Sarah in una grande casa isolata, fin troppo protetta dalla genitrice. Quando viene loro consegnato un pacco contenente la bambola "Tipo bello" che per anni è stata l'involucro dell'anima del serial killer Charles Lee Ray, ribattezzatosi Chucky, comincia per la ragazza un vero e proprio incubo. La madre, infatti, muore in un tragico ed apparentemente casuale incidente, e quando la sorella con al seguito tata, marito e figlia arriva per convincerla a mettere in vendita la casa e trasferirsi in un ricovero, per l'intera famiglia comincerà il gioco al massacro orchestrato proprio da Chucky, più spietato e cattivo che mai, nonchè legato a ricordi dei suoi tempi da umano proprio agli occupanti di quella casa.








E così, anche per Chucky e la sua saga è giunto il momento del capitolo che - almeno per ora - pone la parola fine alla retrospettiva regalata al pupazzo più malvagio del Cinema horror - e non solo - qui al Saloon: in tutta onestà, benchè a livello visivo si possano notare grandi miglioramenti rispetto alla qualità da b-movies dei precedenti, ho trovato l'ultima fatica di Don Mancini troppo seriosa ed orrorifica nel vero senso "di genere" del termine per potermi davvero sentire conquistato dalla stessa.
Per la prima volta dai tempi del suo esordio, infatti, il bambolotto psicopatico non è riuscito, nel corso della visione, a strappare al sottoscritto neppure una sonora, cattivissima risata grazie al suo rinomato turpiloquio o ai rapporti quantomeno burrascosi con le sue vittime umane: a contribuire a questo risultato un'ambientazione in pieno stile slasher fin troppo cupa, all'interno della quale regala le soddisfazioni migliori soltanto il trucco che cela dietro le fattezze di un "Tipo bello" completamente restaurato il vero ed ormai profondamente deturpato volto del nostro killer di plastica preferito.
Non che il risultato sia poco apprezzabile, o che il personaggio abbia perso il suo carisma, ma l'impressione che ho avuto nel corso della visione è stata quella di vedere le potenzialità del piccoletto sfruttate con il freno a mano tirato neanche ci fosse stato chissà quale salto a livello di produzione e distribuzione: edulcorare un personaggio di questo calibro, fosse anche solo verbalmente, significa in qualche modo tagliare le gambe alla sua dirompenza, senza contare che il resto delle sue caratteristiche distintive - su tutte la fantasiosa varietà nell'arte dell'uccisione - non sono state affatto limitate dal ritorno all'horror più canonico di questo sesto capitolo.
Interessanti l'utilizzo nel ruolo di Nica della figlia di Brad Dourif, voce ed anima di Chucky, così come l'apparizione conclusiva di Jennifer Tilly, che nel quarto e quinto film prestò voce e corpo alla compagna del protagonista Tiffany, che, occorre ammetterlo, fa sentire la sua mancanza - soprattutto quando si tratta dei battibecchi con Chucky, che pare soffrire molto il ritorno alla "solitudine", e di creatività nelle uccisioni -: in questo senso il finale risulta la parte più interessante di questo La maledizione di Chucky, di fatto uno dei capitoli meno trash della saga ma, allo stesso tempo, forse quello di maggior transizione.
Un peccato per i fan hardcore del brand, ormai abituati al grottesco più comico che spaventoso in grado di rendere mitici personaggio e serie, che dovranno attendere l'eventuale settimo capitolo e, chissà, anche un ritorno del fu Andy, prima nemesi ufficiale dell'adorata bambola assassina: nel frattempo, passare il tempo con massacri come quello della ragazza alla pari o la rivelazione della "maschera" di Chucky potrebbe essere un buon diversivo.
Ma niente di più.



MrFord



"When there’s no more room in hell
then the dead will walk the Earth
and the living won’t have a prayer
cause it’s the dawn of the dead."
Murderdolls - "Dawn of the dead" -



lunedì 6 gennaio 2014

La bambola assassina 2 - Il ritorno di Chucky

 Regia: John Lafia
Origine: USA
Anno: 1990
Durata:
84'




La trama (con parole mie): il piccolo Andy, separato dalla madre a causa dei dubbi che le forze dell'ordine e l'opinione pubblica hanno espresso rispetto ai loro racconti a proposito di Chucky, è costretto a trovare asilo presso una famiglia affidataria che ospita la giovane Kyle, adolescente non troppo tranquilla.
I problemi del bambino, però, non sono finiti, perchè il serial killer reincarnatosi nel pupazzo "Tipo bello" è pronto a tornare alla ribalta per completare l'opera che non era riuscito a concludere ai tempi del loro primo incontro.
Inizierà dunque una battaglia che vedrà Andy e Kyle opporsi a Chucky dalla casa dei loro genitori adottivi alla fabbrica di giocattoli che ha visto nascere proprio il modello del quale Chucky è, ormai, un esemplare "definitivo".





Alle spalle il successo clamoroso del primo episodio della sua saga, era davvero difficile per il vecchio, bastardissimo Chucky non tornare alla ribalta della cronaca con un secondo capitolo delle sue avventure, realizzato con mezzi a tratti più limitati del precedente, ugualmente di successo rispetto agli appassionati del genere e costruito su un'ossatura tipica per uno pseudo slasher di quel periodo.
Poco è cambiato, nella struttura della storia e nell'idea di base legata ai personaggi di Don Mancini, ed il passaggio a questo secondo capitolo dedicato alla "vendetta" del pupazzo malefico pare assolutamente naturale ed in linea con molte saghe horror del tempo, da Venerdì 13 a Nightmare.
Più che per la brillantezza della trama, dunque, o le invenzioni di regia, questo Ritorno di Chucky risulta divertente quanto il film precedente grazie di nuovo al suo vero protagonista, sempre più cattivo e sboccato nonchè pronto a sfruttare la sua ormai quasi natura definitiva di giocattolo per ingannare gli adulti e costringere il piccolo Andy a battersi praticamente da solo contro il serial killer reincarnato in "Tipo bello".
Curiose le presenze di Christine Elise - che i meno giovani tra noi ricorderanno in Beverly Hills 90210 - e di Grace Zabriskie, musa di David Lynch e terrificante madre di Laura Palmer, nel cast prima della loro "ascesa" - anche se, soprattutto per la prima, pare obiettivamente difficile parlare di impennata di successo -, ed interessante la battaglia che vede Andy e Kyle contrapposti allo scatenato Chucky nella fabbrica dei modelli comuni di "Tipo bello", che al sottoscritto ha ricordato il mai dimenticato cult Terminator ed il confronto finale tra Kyle Reese - pare quasi un omaggio all'eroe padre di John Connor -, Sarah Connor ed il primo, leggendario T-500.
Il resto scorre via senza troppo restare impresso nella memoria, intrattenendo l'audience come solo Chucky riesce a fare mantenendo quel curioso equilibrio tra horror e film per ragazzi che troverà la sua migliore espressione - se così possiamo definirla - nel terzo capitolo della saga: il grande merito di Mancini e dei registi chiamati a portare sullo schermo le gesta del pupazzo più cattivo del Cinema è e resta quello di non prendersi mai troppo sul serio, trasformando Chucky in un simbolo di irriverenza che forse farebbe un gran bene a molti pseudo horror attuali troppo impegnati a passare per clamorose invenzioni d'autore ed in realtà decisamente più figli di una tradizione che ha nel suo essere profondamente artigianale uno dei punti di forza maggiori.
Senza dubbio questo capitolo non verrà ricordato come il più brillante della saga, o sarà destinato ad un fato diverso dall'essere uno spassoso riempitivo per amanti del genere, eppure il pubblico, allora come ora, è riuscito a cogliere l'importanza molto pop di un personaggio di questo calibro sancendone il successo e permettendogli di continuare il suo viaggio attraverso i decenni, sempre pronto a perseguitare il povero Andy - si potrebbe considerare la loro come una delle più lunghe rivalità cinematografiche di tutti i tempi, quasi quanto quella del sottoscritto e il Cannibale - e a punire chiunque "tenti di fregarlo".
A conti fatti, a me basta anche solo questo.


MrFord


"I hate your voice and I hate your face
exterminate you from the human race
life’s a joke and the joke is on you
hey you, it’s true, you suck, fuck you."
Murderdolls - "Motherfucker I don't care" -



mercoledì 1 gennaio 2014

La bambola assassina

 Regia: Tom Holland
Origine: USA
Anno: 1988
Durata: 87'
 



La trama (con parole mie): il piccolo Andy Barclay vive con sua madre e sogna, come molti suoi coetanei, di possedere la bambola di "Tipo bello", il giocattolo più in voga degli ultimi anni.
Quando la stessa madre acquista da un ambulante un esemplare recuperato dopo l'esplosione di un negozio, inizia per loro un'avventura ben oltre l'incredibile: all'interno del pupazzo chiamato Chucky, infatti, ha trovato rifugio prima della morte l'anima del serial killer Charles Lee Ray, che grazie ad un rituale voodoo appreso in carcere è riuscito a scampare alla cattura e alla dannazione eterna.
Quello che Chucky non sa, però, è che il tempo passato all'interno del giocattolo potrebbe condannarlo ad un'eternità da bambola, a meno che lo stesso non riesca a completare di nuovo il rituale per entrare nel corpo della persona con la quale ha sviluppato la connessione maggiore, Andy.




Prima di iniziare il percorso che mi porterà a recuperare tutti i film dedicati alla saga de La bambola assassina, va necessariamente sottolineato un dato di fatto: fin dai tempi della prima adolescenza e della camera condivisa con mio fratello nell'allora casa Ford, ho sempre adorato alla follia il personaggio di Chucky. Ricordo quando, per un natale di qualche anno fa, regalai il modellino parlante con tanto di corredo di armi proprio a mio fratello, che ancora oggi lo custodisce gelosamente sullo scaffale dei dvd.
Chucky, al pari di Freddy Krueger e Michael Myers, Jason Voohries e Leatherface, rappresenta uno dei charachters più folli che l'horror sia mai riuscito a regalare al suo pubblico, ed in qualche modo il più irriverente e spassoso del novero, grazie al suo linguaggio sboccatissimo ed al piglio deciso.
L'esordio cinematografico del malvagio pupazzo - involucro per l'anima del serial killer Charles Lee Ray, interpretato da Brad Dourif, noto per le sue parti in Qualcuno volò sul nido del cuculo, Il signore degli anelli e L'ignoto spazio profondo -, come il resto dei titoli del franchise allo stesso dedicato, è un divertito e divertente miscuglio di trash, film per ragazzi e horror, un cocktail spesso e volentieri sopra le righe che ha il pregio di intrattenere senza alcuna pretesa grazie alla verve del suo protagonista, passato alla storia già dalla prima sequenza in cui si rivela al mondo - e nello specifico alla madre del piccolo Andy, che sarà il suo bersaglio, la sua nemesi e la sua vittima preferita negli anni e nei film a venire - insieme ad uno sproloquio degno dei migliori - o peggiori - Saloon della Frontiera.
Mescolando, dunque, elementi di norma scostanti tra loro - un serial killer bianco scampato alla morte e trasmigrato in una bambola grazie ad un rito voodoo, il linguaggio scurrile in bocca ad un giocattolo, il mondo dei bambini, lucido e sincero, opposto a quello degli adulti - il risultato, per quanto tecnicamente lontano da standard qualitativi anche soltanto decenti, riesce comunque a conquistare oggi come allora, quando riuscì nell'impresa di incassare più di dieci volte il budget iniziale, dando origine al successo del brand e del personaggio creati da Don Mancini.
Curioso come, se a volte si può parlare di film portati sulle spalle da un solo attore responsabile di una performance straordinaria, così importante da oscurare non solo i colleghi in scena, ma anche le parti tecniche e registiche, in questo caso è possibile applicare lo stesso metro di giudizio rispetto al personaggio di Chucky, doppiato senza dubbio alla grande da Dourif ma in grado di bucare lo schermo con il suo ghigno da spietato ed il suo carisma innato, in grado di renderlo - al pari di suoi compari "mostri" come quelli citati sopra - un piccolo gigante, una sorta di gremlin impazzito e rabbioso pronto a lottare con le unghie e con i denti - aggiungendoci armi a profusione ed una lingua da girone dantesco - per sperare di tornare umano - e adulto - proprio passando attraverso un bambino ed un pupazzo, simboli di infanzia e di innocenza.
In qualche modo, volendo fare gli autoriali a tutti i costi, si potrebbe quasi supporre che Mancini, nel creare questi personaggi, li abbia considerati come una sorta di metafora del candore che inevitabilmente si perde crescendo, rovinati dal mondo dei "grandi".
Ma dato che siamo al Saloon, e stiamo parlando di Chucky, preferisco optare per un commento più diretto, di pancia e lontano da qualsiasi interpretazione metafisica: non gustarsi questo film dal primo all'ultimo minuto è proprio da stronzi.


MrFord


"Fuck you, get out of my face.
white trash straight from outer space.
Kick the shit right out of you,
leave you in the rear view.
I've told you once before, you're gonna piss me off."
Murderdolls - "Mr. Motherfucker" -



venerdì 29 novembre 2013

Planes

Regia: Klay Hall
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
91'




La trama (con parole mie): Dusty Crophopper è un aereo da irrigazione stanco ed annoiato del suo lavoro nei campi. Il giovane velivolo, infatti, sogna da tempo di partecipare ad una gara che ogni anno porta i più veloci tra gli aeroplani a confrontarsi in una corsa a tappe da un capo all'altro del mondo: peccato che, se non con un paio di fidati amici del paese, Dusty non si sia mai davvero confrontato con l'esterno e la sua realtà. Quando, però, con l'aiuto dell'ex militare Skipper ed un pò di fortuna riesce a qualificarsi per la gara, il sogno pare essere a portata di un colpo d'ala.
Dusty inizia dunque la più grande avventura della sua vita, cercando, più che di vincere, di non sfigurare accanto a quelle che sono vere e proprie leggende dell'aria: ovviamente, il suo destino sarà decisamente più da protagonista di quanto non possa aspettarsi.





I frequentatori storici del Saloon ben sanno - anche grazie alle schermaglie del sottoscritto con il Cannibale in merito - della grande stima di cui godono da queste parti i geniacci della Pixar, casa di produzione nata come costola di Mamma Disney ormai una ventina d'anni fa e divenuta una realtà più che consolidata della settima arte, soltanto nel corso delle ultime stagioni in leggera flessione in merito a qualità, soprattutto per quanto riguarda idee e script.
Il suddetto calo, avvenuto quando alla passione e alla fantasia sono stati preferiti incassi e profitto, ha avuto la sua più - o meno, a seconda dei punti di vista - riuscita incarnazione in Cars 2, spentissimo sequel del bellissimo primo episodio del brand che ha ispirato proprio la grande D per la produzione di Planes, versione aerea delle vicende di Saetta McQueen curato nel dettaglio - anche se certo non ai livelli degli standard pixariani - per quanto riguarda l'animazione ma decisamente lontano da quello che ci si aspetterebbe da una proposta interessante non solo per i più piccoli.
Nato come titolo pronto ad essere distribuito direttamente in home video e dunque dirottato in sala, Planes condensa tutto il peggio della retorica cartoonesca da rincoglionimento precoce inforcando una serie di evoluzioni una più prevedibile dell'altra, dal buono sempre buono e sempre salvato - come nelle peggiori serie animate che già da bambino cominciarono a farmi prediligere il "bad guy" della situazione rispetto al protagonista a tutti i costi - al classico sviluppo che porta ad un'esaltazione iniziale un problema apparentemente insormontabile superato con agilità dal nostro eroe per chiudersi nel finale standard disneyano nella peggiore accezione del caso.
A questo si aggiunga un adattamento italiano da incubo - su tutti il passaggio da Rochelle, aereo dalle fattezze femminili canadese nell'originale tramutato in Aurora, seducente bellezza italiana: peccato che la bandiera canadese, per l'appunto, spicchi sulle fiancate della sua carena, neanche si avesse a che fare con una schiera di imbecilli più o meno cresciuti - e il danno è fatto: probabilmente il ritorno economico sarà comunque notevole, diviso tra incassi, giocattoli, videogames, modellini e chi più ne ha più ne metta ispirati a Dusty Crophopper e agli altri protagonisti, ma senza dubbio la credibilità Disney rispetto all'animazione, cresciuta negli ultimi anni grazie a proposte decisamente interessanti come Bolt e Ralph Spaccatutto, risulta minata - e non solo agli appassionati di Cinema o agli addetti ai lavori - tanto da far addensare nubi di tempesta sul già evitabile sequel annunciato, e molte riserve rispetto ai titoli che, con l'avvicinarsi delle Feste, verranno lanciati in sala dal colosso statunitense.
Un vero peccato, perchè i bambini sono piccole persone spesso più sveglie di quanto non si creda o si possa pensare, e prodotti come questo sono un insulto alla loro intelligenza così come al loro cuore, decisamente meritevole di più di una favoletta finta e posticcia affinchè possano davvero sognare di volare.


MrFord

"Yeah, I’m lookin’ to the sky to save me
lookin’ for a sign of life
lookin’ for something to help me burn out bright
I’m lookin’ for a complication
lookin’ ‘cause I’m tired of lyin’
make my way back home when I learn to fly high."
Foo Fighters - "Learn to fly" -

lunedì 11 novembre 2013

Prisoners

Regia: Denis Villeneuve
Origine: USA, Canada
Anno: 2013
Durata: 153'




La trama (con parole mie): i Dover e i Birch sono due classiche famiglie americane da sobborgo cittadino, valori solidi e cena del Ringraziamento con i vicini. Quando le due figlie più piccole di entrambi i focolari, impegnate a giocare insieme, spariscono misteriosamente, la polizia si mette sulle tracce di un camper segnalato proprio dai genitori delle bambine: il detective Loki, incaricato delle indagini, arresta così il giovane Alex Jones, mentalmente ritardato, trovato alla guida dello stesso mezzo.
Quando, non avendo trovato prove a suo carico, i tutori dell'ordine decidono di rilasciarlo, Keller Dover decide di indagare parallelamente alla polizia per ritrovare la figlia, coinvolgendo anche Franklin Birch nel rapimento di Jones: l'uomo, infatti, pensa che torturando il sospettato potrà avere le informazioni necessarie per ritrovare le due bimbe scomparse.
Nel frattempo il detective Loki, lottando anche con i suoi superiori, deciderà di non mollare il caso, cercando di mettere insieme i pezzi di un puzzle che si rivelerà decisamente più agghiacciante di quanto non si potesse pensare.





Si potrebbero scrivere davvero molte cose, di Prisoners, partendo proprio dal suo regista: Denis Villeneuve, infatti, potrà d'ora in poi vantarsi di essere entrato a far parte di quella ristrettissima cerchia di Autori che, una volta messi alla prova dallo spesso impietoso banco della grande produzione, non si ritrovano completamente fagocitati - o ridimensionati - dalla stessa.
Penso a Von Donnersmarck, Inarritu, Wong Kar Wai, Park Chan Wook.
Grossi calibri schiacciati dalle majors e costretti a fare marcia indietro, mettendo una seria ipoteca sulle certezze dei fan ipnotizzati dal loro (apparente) talento.
Molti non si sono decisamente più ripresi - i registi, non gli spettatori -.
Villeneuve, al contrario, dopo due cose enormi come Polytechnique e La donna che canta, è riuscito non soltanto a domare la bestia, ma a cavalcarla con la sicurezza del veterano, sfoderando un cosiddetto "modern classic" profondamente americano eppure dal sapore europeo che, da canadese, dev'essere parte del suo retaggio, quasi un ponte che porta l'audience da Zodiac a Mystic river, senza dimenticarsi di una sosta a Memories of murder, evitando le trappole del caso, su tutte quella di un inutile finale consolatorio.
Si potrebbe poi parlare di una sceneggiatura pressochè perfetta, ad orologeria, firmata dall'autore di Contraband Aaron Guzikowski, forse la migliore degli ultimi anni di Cinema a stelle e strisce insieme a quelle di The social network e Moneyball.
Oppure, sottolineare l'ottimo lavoro di tutto il cast, da un discreto Hugh Jackman ai bravissimi Jake Gyllenhaal - straordinario il lavoro sulla mimica degli occhi - e Paul Dano, o del comparto tecnico.
O rimanere sconvolti da due ore e mezza piene che scorrono ad un ritmo a tratti insostenibile, pur non trattandosi, di fatto, di un thriller "di movimento", quanto fondamentalmente giocato sull'attesa.
Eppure, quello che attraversa la schiena dell'audience di Prisoners dall'inizio alla fine, è una sensazione di sconvolgente ineluttabilità, il moto di rabbia incendiato dal trovarsi catapultati all'interno di un ingranaggio del quale non si conoscerà mai il completo utilizzo, il tumulto che separa la Legge dalla Morale, l'umanità dal dolore.
I personaggi di questo nerissimo thriller corale sono tutti vittime, pur se a livelli ed in modi assolutamente diversi, nessuno escluso: dall'innocenza strappata alla Natura della prima sequenza a quella delle bambine rapite dalle proprie famiglie a causa di un dramma troppo grande per qualunque genitore, dalla cena del Ringraziamento passata soli, in un ristorante cinese, a quella delle notti insonni placate soltanto dalle lacrime e dai tranquillanti.
O dall'alcool.
Da quella delle vittime, a quella dei lupi e dei vampiri. E si torna al Mystic.
Da quella dei persecutori, a quella degli agnelli difesi soltanto da un fischietto che possa rompere il silenzio. Come quello degli innocenti.
Prisoners racconta la storia di un'umanità tenuta in gabbia dal dolore e dall'impietosa regola che nella giungla è Legge: il più forte mangia il più debole, e non esistono religioni - molto coraggiosa la parte dedicata al prete inserito nelle liste degli schedati per crimini sessuali -, focolari domestici o sogni che possano salvarci nel momento in cui il predatore mostra i denti in attesa di tenere fede al suo istinto. E non esiste predatore più terribile ed ansioso di seguirlo dell'Uomo.
Prisoners è un film di genitori e figli, di sacrifici e peccati, di amore e di morte.
Guardarlo potrebbe fare male, soprattutto quando ci si ritrova a pensare che si potrà sempre proteggere chi si è messo al mondo: "ed è il mondo stesso ad essere malvagio, ma io ci sto provando, Ringo. Ci sto provando, con grande fatica, a diventare il pastore".
Per essere pastori occorre essere un pò lupi.
E a volte si finisce troppo tardi per capire di non esserlo abbastanza.
E non si sa se ringraziare che sia così, e di essere passati dalla parte di quegli innocenti che tentano disperatamente di rompere un silenzio al suono di un fischietto.


MrFord


"Minor drug offenders fill your prisons
you don't even flinch
all our taxes paying for your wars
against the new non-rich,
minor drug offenders fill your prisons
you don't even flinch
all our taxes paying for your wars
against the new non-rich."
System of a down - "Prison song" - 


lunedì 18 febbraio 2013

Senti chi parla

Regia: Amy Heckerling
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 93'



La trama (con parole mie): Mollie è una poco più che trentenne fiscalista innamorata di uno dei suoi clienti, che purtroppo per lei non solo è già sposato, ma anche un indefesso donnaiolo. Quando rimane incinta dell'uomo, le cose non vanno come dovrebbero, e lei decide di raccontare di aver fatto un'inseminazione artificiale per poi dedicarsi alla ricerca di un padre presente e capace per Mickey, suo figlio.
Nonostante gli appuntamenti con numerosi "candidati", pare che nessuno possa essere quello che Mollie cerca: il più adatto pare lo scombinato babysitter improvvisato James, che adora Mickey ma appare troppo disorganizzato per poter essere considerato come una presenza solida nella crescita del bambino.
Senza contare che Albert - il padre biologico - potrebbe fare ritorno da un giorno all'altro.
E in tutto questo, cosa avrà da dire proprio Mickey, la voce della coscienza di tutti questi adulti molto poco equilibrati?





L’occasione fornita dal Travolta-Day ha permesso al vecchio Ford di tornare a gustarsi l’amarcord di una delle pellicole cult della sua infanzia, che riuscì ad intercettare ai tempi dell’uscita in sala e divenne una delle vhs più consumate dal videoregistratore dell'allora Saloon in miniatura: Senti chi parla.
Commedia romantica che prevedeva un ribaltamento dei ruoli canonici ponendo l’attenzione sul mondo e sulla vicenda narrata osservandoli attraverso gli occhi di un neonato dall’utero materno al primo anno di vita, mi è parsa subito la scelta migliore da compiere in quest'occasione di ritrovo tra bloggers considerato il periodo che in casa Ford stiamo vivendo fin dalla nascita del Fordino, ed ancora oggi un’idea decisamente divertente ed originale, seppur sfruttata solo limitatamente ed invecchiata maluccio: restano comunque un sacco di ricordi, un John Travolta in grande spolvero con un paio di sequenze di ballo immancabili per il suo repertorio – ed un omaggio musicale che riporta ai tempi de La febbre del sabato sera -, una Kirsty Alley scatenata e soprattutto le gag legate al piccolo Mickey, doppiato in originale da Bruce Willis e qui da noi in versione fantozziana – che ascoltata ora non suona più tanto divertente – da Paolo Villaggio.
Questa nuova (re)visione è stata dunque resa interessante principalmente grazie all’esperienza da genitore che sto vivendo, ed ha regalato momenti di grasse risate al sottoscritto e a Julez soprattutto nella prima parte – fantastico il “ma cos’è, scema, questa!?” di Mickey all’indirizzo della nonna in pieno delirio da versetti indirizzati al piccolo -, quando il neonato è alle sue prime settimane nel mondo piuttosto che nella seconda metà, quando a farla da padrona è la storia d’amore che inevitabilmente si innesca tra Mollie e James, che da spericolato taxista preparto diviene il migliore amico del bambino che – all’insaputa della madre – ha visto nascere.
Ai tempi rimasi molto colpito – e funziona ancora oggi, nonostante effetti che mostrano il fianco all’età – dall’idea di associare i Beach Boys alla corsa degli spermatozooi verso l’ovulo, così come a quella di dare voce a chi, di norma, riesce ad esprimersi “solo” con le espressioni o i pianti delle prime settimane – che il Fordino, bravissimo, sta misurando alla grande -: la colonna sonora, del resto, è senza dubbio uno degli aspetti più riusciti di quello che fu un vero e proprio fenomeno ed un successo tale da garantire ben due seguiti alle vicende di questa scombinata famiglia nata sotto il segno dell’improvvisazione.
In questo senso appare più profonda di quanto il prodotto farebbe credere la situazione di Mollie, rimasta incinta dopo essersi innamorata di un uomo che, più che di essere sposato, ha il problema di non volerla davvero e decisa dunque a trovare un padre per il suo bambino che possa essere il meglio possibile come esempio per la crescita e formazione del piccolo: ovviamente il non far conto dei sentimenti e dell’amore risulterà alla fine la scelta sbagliata, ed il nostro Travolta/James dimostrerà che quello che serve è ben altro, ma questo è quanto è logico aspettarsi dai prodotti di questo genere, in fondo.
Onestamente, però, mi riesce difficile pensare di scrivere una critica cinematografica effettiva per quello che è stato semplicemente una fonte di risate e divertimento dei tempi in cui finivo le scuole elementari e ancora non capivo alcune delle battute – come quella di James a Mollie a proposito del suo diaframma – ma con mio fratello ridevamo delle espressioni di Mickey associate al suo doppiaggio “adulto” ed imitavamo alcune sequenze – l’incontro tra James ed Albert, con quel “sotto, sotto papà!” diventò un tormentone che ogni tanto rispolveriamo ancora oggi, quando ci vediamo – ripetendole allo sfinimento.
Poco importa, poi, che a più di vent’anni dalla sua realizzazione risulti poco più di un filmetto senza alcuna pretesa e con qualche buco non solo di logica, ma anche “visivo” – il Mickey di un anno è in realtà interpretato da un bambino che ne avrà almeno tre, e che risulta davvero poco credibile come riferimento “senza parole” -: in fondo ha fatto – e nella memoria fa ancora – il suo, e segnato un’epoca di giochi ed innocenza come non ce ne sarebbero più state.
Pochi anni dopo – cinque, per l’esattezza -, infatti, quel ragazzotto ancora in forma divenuto padre per caso lasciò spazio ad una buona scorta di chili di troppo, assunse un’espressione da duro un po’ strafatto e senza dimenticare il ballo traghettò me – ed il Cinema – negli anni novanta e nei tumulti che avrebbe generato l’adolescenza: ma questa è un’altra storia, pur se raccontata sempre attraverso le punte dei piedi di John Travolta.


MrFord


"I'm gettin' bugged driving up and down this same old strip
I gotta finda new place where the kids are hip
my buddies and me are getting real well known
yeah, the bad guys know us and they leave us alone."
Beach Boys - "I get around" -



Partecipano gloriosamente ed orgogliosamente al Travolta Day (grazie Frank!):

Affari Nostri

lunedì 3 settembre 2012

The tall man

Regia: Pascal Laugier
Origine: USA, Canada, Francia
Anno: 2012
Durata: 105'




La trama (con parole mie): a Cold Rock, sperduta cittadina ormai quasi fantasma, la triste leggenda del terribile "Tall man" incombe da tempo, seminando il terrore nei pochi abitanti rimasti ed attirando l'attenzione delle forze dell'ordine venute dalla grande città. 
L'oscuro individuo che alimenta il triste mito, infatti, sarebbe responsabile della scomparsa di numerosi bambini svaniti nel nulla e mai più ritrovati.
Julia Denning, infermiera locale vedova con un figlio, è una delle poche a considerare ancora Cold Rock un luogo con qualche speranza per il futuro: questo almeno fino a quando, una notte, il terrificante rapitore fa capolino nella sua vita prendendo con sè il suo bambino.
La donna, disperata, si lancerà sulle tracce del mostro portando alla luce segreti sempre più terribili che saranno destinati a sconvolgere la vita di tutti gli abitanti del paese.




E' sempre decisamente più piacevole essere sorpresi in positivo da un regista cui non si sarebbe dato un centesimo che in negativo da uno che, al contrario, aveva già ampiamente guadagnato la nostra fiducia: in questo senso, ricordo sempre i casi clamorosi di Aronofsky - che con The wrestler prima ed Il cigno nero poi passò dalle stalle alle stelle in casa Ford - e di Malick - da sempre uno dei miei punti di riferimento, completamente screditato da quell'immensa pippa di The tree of life -.
Pascal Laugier, pur se con le dovute proporzioni di talento, versava in una situazione simile a quella nella quale ristagnò per anni il buon Darren appena citato, considerata la stroncatura che riservai al suo Martyrs, partito ottimamente e clamorosamente affossato da una seconda parte dal sapore mistico che ancora oggi ricordo come una delle più ridicole ed inutili della storia recente dell'horror e non solo.
L'approccio per questo suo The tall man, dunque, non prevedeva grosse aspettative, considerata anche la stima di cui a livello attoriale gode la sua protagonista in casa Ford: Jessica Biel, infatti, dai tempi dell'agghiacciante Settimo cielo mi è sempre parsa tutto fumo e niente arrosto, incapace di affermarsi per il suo talento recitativo quanto per lo status di pezzo di carne in mostra in stile Megan Fox - ed approfitto per rinverdire l'annosa disputa tra me e il Cannibale rispetto agli orribili pollici di quest'ultima -.
Fortunatamente, invece, già a partire dalla sequenza d'apertura si nota un approccio decisamente meno gore e quasi nolaniano alla vicenda - il paragone con Insomnia è scattato immediatamente -, e la presenza del sempre ottimo Stephen McHattie ha subito costituito un valore aggiunto.
Come se non bastasse, il gusto quasi più thrilling che horror della pellicola, l'ambientazione clamorosamente di frontiera e la figura del Tall man che da titolo alla vicenda - oltre al gioco del flashforward in apertura sfruttato decisamente bene nello script - funzionano fin dal principio, quando l'intera vicenda assume la connotazione del più classico dei film di genere, e la protagonista si ritrova costretta ad affrontare il terrificante rapitore di bambini neanche ci trovassimo nel pieno di Alta tensione, titolo che lanciò Alexandre Aja a Hollywood sancendone, di fatto, la fine come talento - pur se grezzo - nell'ambito del Cinema d'orrore.
Ma è con il progressivo avvicinarsi al raccordo con l'opening che il gioco orchestrato da regia e sceneggiatura assume dimensioni decisamente più interessanti, andando a sorprendere l'audience in più di un'occasione, ribaltando il canovaccio e presentando allo spettatore un conto piuttosto salato di riflessioni per nulla scontate e banali sulle sparizioni dei bambini, la figura del Tall man, Julia e l'intera comunità di Cold Rock.
Certo, non staremo parlando del più clamoroso film della stagione, ma considerata la penuria di proposte decenti legate ad un pò di sano e viscerale terrore, questo ritorno di fiamma di Laugier - nonchè cambio di rotta rispetto alla sua opera precedente - risulta essere uno dei più interessanti degli ultimi mesi, ha tutte le carte in regola per sorprendere e soprattutto, una volta giunti al termine della visione, ha la qualità non indifferente di rimanere sospeso sulla coscienza dello spettatore, che trova in Julia un charachter nel quale immedesimarsi e dal quale allontanarsi senza sapere bene, una volta giunti alla risoluzione della vicenda, da che parte stare.
Senza dubbio, in una realtà di confine da brividi - anche senza alcun bisogno di "mostri" - come quella di comunità nello stile di Cold Rock, tutte le caratteristiche peggiori del genere umano tenderanno ad essere più visibili, così come più evidente risulterà la volontà di sopravvivere e lottare con le unghie e con i denti per proteggere chi amiamo.


MrFord


"Dress sexy at my funeral my good wife
for the first time in your life
oh Dress sexy at my funeral my good wife
wink at the minister
blow kisses to my grieving brothers."
Smog - "Dress sexy at my funeral" -


lunedì 16 luglio 2012

Safe

Regia: Boaz Yakin
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Mei, una ragazzina cinese dall'intelligenza e memoria prodigiose, viene "assoldata" dalle Triadi per divenire la loro contabile delle attività sul suolo americano, precisamente a New York City. Quando una grossa operazione prevede l'utilizzo di un complesso gioco ad incastri tra casseforti, la piccola viene scelta come unica depositaria della combinazione utile a concludere l'affare.
Luke Wright è un ex ammazzacristiani al soldo di governo e polizia, uno di quei tizi che è meglio non fare incazzare, uscito dal giro che conta e finito in disgrazia dopo aver ucciso in un combattimento illegale lo stesso tizio che avrebbe dovuto batterlo attirandosi l'odio della mafia russa, che ha promesso di eliminare ogni persona che possa dare anche solo l'impressione di essere legata all'uomo.
Quando, per caso, Luke si ritrova a salvare Mei proprio dagli stessi russi che lo perseguitano, sente risvegliarsi in lui la sensazione di avere nuovamente uno scopo nella vita: e sulle due compagini malavitose ed i poliziotti corrotti ex compari di Wright comincerà a piovere un sacco di merda.



God save Jason Statham.
Per un tamarro come il sottoscritto, la carenza di action heroes come si conviene e con le palle giustamente e clamorosamente quadrate nel post-anni ottanta pesa come un macigno, specie considerato che un solido film d'azione è sempre utile al termine di una giornata lavorativa particolarmente pesante, o nel pieno di un weekend in cui relax sia la parola d'ordine, e dall'epoca d'oro di Sly, Schwarzy e Bruce Willis il tempo pare essersi cristallizzato sui titoli di questo genere, orfani di una vera e propria nuova generazione di Expendables come si converrebbe - a proposito, non sto più nella pelle per l'attesa del secondo capitolo, in uscita a metà agosto -.
Fortunatamente, come si diceva poco sopra, per tutti noi poveri peccatori, esiste Jason Statham.
L'arcigno attore inglese, ormai, è una garanzia di divertimento assicurato per quasi tutti i film in cui compare, grazie principalmente al mix di umorismo sotterraneo, cazzotti come se piovessero e sparatorie a profusione che ormai fa coppia fissa con il vecchio protagonista di Lock&Stock e The snatch: non è da meno in questo senso Safe, prodotto scorrevole ed assolutamente piacevole caratterizzato completamente dal suo protagonista e dal suo rapporto con la piccola protetta Mei, spalla ideale per il roccioso Wright/Statham nel classico gioco del duro reso un pò più buono dalla vicinanza di un'innocente - o quasi - anima candida - o quasi - da proteggere.
Certo, la sceneggiatura - scritta dallo stesso regista - risulta elementare e non particolarmente ingegnosa - in mano a qualcuno di più esperto, le potenzialità del piccolo cult di genere ci sarebbero state tutte -, gli standard dell'action serrata e fracassona non vengono traditi neanche per sbaglio e non c'è nulla che potremmo aspettarci a sorpresa - compreso un eventuale momento di difficoltà dell'antieroe alle prese con i criminali ed i poliziotti corrotti all'unisono -, eppure l'aspetto da giocattolone, una regia tutto sommato dinamica - molto interessanti le sequenze girate all'interno delle auto - e la mancanza di pretese alte contribuiscono ad una visione in scioltezza e tranquillità, tutti presi a fare il tifo per l'insolita coppia in fuga dalle Triadi, dalla mafia russa e da una schiera di sbirri e funzionari corrotti ben consci che nessuno mai potrà sognarsi di sbarrare la strada ai due protagonisti.
Proprio da questo punto di vista è davvero divertente pensare la vicenda in termini praticamente metacinematografici e chiedersi se qualcuno abbia avvertito i malcapitati russi, cinesi e americani di turno impegnati nel cercare di fare la pelle a Wright e Mei che non esiste mettersi contro Statham in un film, se si tiene davvero al proprio santissimo deretano: il buon Jason, da questo punto di vista, non fa mancare davvero nulla all'audience, da una comparsata a petto nudo - che farà certamente piacere al pubblico femminile - alle scazzottate, dalle sparatorie neanche fossimo nel pieno di un videogioco agli inseguimenti in macchina.
Interessante, inoltre, così come a livello linguistico - già rabbrividisco al pensiero del doppiaggio e dell'adattamento italiani -, la commistione di latitudini dello stile, che rende Safe quasi più simile ad un film di Hong Kong che non alla più classica tamarrata made in Usa, anche se, ovviamente, non siamo neanche lontanamente parenti dell'autorialità sfrenata che Maestri come Woo o To riescono ad infondere ai loro lavori: il risultato è comunque un gradevole intrattenimento selvaggio e tosto come piace ai vecchi cowboys come il sottoscritto ma non solo, dato che il signor Statham - altro suo grande merito - è riuscito negli anni a portare sotto la grande bandiera del Cinema d'azione anche insospettabili schiere di nuovi fan - principalmente in rosa -.
Altro, su Safe, non c'è neppure da dire: in fondo, sapete tutti come andrà a finire.
Del resto, solo gli sprovveduti criminali che si incontrano in pellicole di questo genere sono sempre all'oscuro del fatto che non ci si cava niente di buono, a fare incazzare quelli come Jason.
Voi, invece, che siete furbi e lo sapete, mettetevi comodi ed allacciate le cinture: la corsa che vi aspetta non potrà non divertirvi come ragazzini sulle montagne russe.
Con qualche legnata e morto ammazzato a fare da cornice quasi folkloristica.


MrFord


"I've been tryin' to get away
to get away
to leave this old town
I've been tryin' to see my way
to see my way
so I won't be found."
Kiss - "Getaway" -



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...