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sabato 31 gennaio 2015

Sabotage

Regia: David Ayer
Origine:
USA
Anno: 2014
Durata: 109'





La trama (con parole mie): Breacher, uomo tutto d'un pezzo, ex Navy Seal e guida di un team di spaccaculi della DEA, agenti abituati a dare tutto e anche di più, e vivere perennemente sul filo tra
sparatorie e missioni come infiltrati, persi la moglie ed il figlio, progetta un colpo che possa permettere alla sua squadra di prendersi quello che di norma non arriva mai ai loro livelli.
Nel corso di una missione che prevede l'eliminazione di un potente boss del narcotraffico, infatti, al tesoro di quest'ultimo vengono sottratti dieci milioni di dollari da spartire tra Breacher ed i suoi: peccato che, al momento del recupero della refurtiva, il denaro risulti sparito, rubato da qualcuno che ancora non ha volto.
Da quel momento per gli agenti cominciano i guai seri: dall'indagine che l'FBI apre su di loro ai conflitti interni, infatti, l'atmosfera si fa sempre più pesante.
E quando i membri della squadra cominciano ad essere uccisi apparentemente per mano di sicari inviati dai leader del Cartello ed entra in gioco una detective della omicidi, la situazione per Breacher pare farsi sempre più complicata.
Ma è davvero tutto come sembra, o le cose potranno addirittura complicarsi?






Era dallo scorso gennaio, quando per la prima volta vidi il trailer, che attendevo il nuovo lavoro di David Ayer – che la maggior parte conosce più per il buono e recente End of watch che non per i suoi
altrettanto interessanti lavori precedenti – quasi quanto il secondo capitolo di The Raid, pensando che sarebbe stato senza dubbio uno dei filmoni action e sguaiati più esaltanti della stagione, con uno Schwarzenegger tornato ormai a bomba su quella che era la sua specialità prima della carriera politica ed un cast di fordiani ad honorem – Josh Holloway e Joe Manganiello – ed interpreti che non ho
mai particolarmente amato ma che non riesco a farmi stare davvero antipatici – Sam Worthington e Terrence Howard -.
Il risultato è stato, seppur parzialmente deludente per quanto riguarda lo script, assolutamente in linea con quelle che erano le aspettative del Saloon: Sabotage è infatti un ruvido action dai risvolti crime legato ai concetti di superamento del dolore e fratellanza, abile mix tra un qualsiasi episodio di The Shield ed il soprendente Lone survivor.
Schwarzy, nonostante i settanta siano ormai alle porte, pare ancora un treno in corsa – come il suo amico e rivale Sly -, e regala al pubblico un personaggio spigoloso e controverso, paterno quanto spietato, in grado di mescolare le sue espressioni migliori – il sigaro acceso con compiacimento mi ha riportato alla mente l'epoca di Predator – ad un lato più drammatico che, seppur reso con la sua non proprio esaltante espressività, risulta funzionale rispetto al charachter.
Peccato che, di fatto, lo script – firmato anche da Ayer, come sempre accade per i suoi lavori, essendo lo stesso nato proprio come sceneggiatore di Training Day – non supporti al meglio un'ottima galleria di protagonisti – che, per quanto agenti, si mantengono decisamente in bilico sul labile confine tra Ordine e Caos -, un montaggio serratissimo e ben congegnato ed una tecnica sempre ottima: più che dedicarsi, infatti, ai dettagli in grado di definire in una singola scena l'esistenza intera di un charachter – quello che accade nei lavori di Michael Mann, per citare un Maestro del genere -, ci si preoccupa principalmente di arrivare a destinazione, tagliando un po' troppo con l'accetta e portando, di fatto, la prima parte ad apparire più come un cocktail tra un legal drama ed uno slasher e la seconda nel più classico film di genere con il protagonista ormai incazzato come un bufalo pronto a vendicarsi e distruggere tutto quello che si trova di fronte.
Uno spreco di potenzialità, dunque, per una pellicola che, andando oltre il sangue e le sparatorie, i morti ammazzati ed il crimine, racconta una vicenda di tradimenti, vendette, passioni e pugnalate alle spalle da fare invidia ad un drammone d'altri tempi: probabilmente la produzione, più concentrata sul lato action, ha preferito evitare che Sabotage assumesse le dimensioni – ed il minutaggio – di un'epopea in stile The Heat che non tutti gli spettatori – soprattutto quelli occasionali – avrebbero gradito, almeno ad un primo approccio.
Dunque, per quanto abbia concluso la visione in piena esaltazione agonistica che solo film di questo stampo riescono a stimolare nel sottoscritto, resta un vuoto dentro rispetto a quello che Sabotage
sarebbe potuto diventare se supportato adeguatamente in fase di scrittura: un po' come stendere un nemico dopo l'altro per scoprire di essere stato tradito dalla propria famiglia, o arrivare ad essere l'unico ancora in piedi, ma con il fato già scritto.
A quel punto non resta che sollevare il bicchiere, e fare un ultimo brindisi anche ad un destino beffardo.



MrFord



"I can't stand it, I know you planned it,
I'm gonna set it straight, this watergate.
I can't stand rockin' when I'm in here,
cause your crystal ball ain't so crystal clear.
so, while you sit back and wonder why,
I got this fuckin' thorn in my side.
oh my God, it's a mirage!
I'm tellin' y'all it's sabotage!"
Beastie Boys - "Sabotage" -




 

venerdì 14 marzo 2014

The butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Regia: Lee Daniels
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 132'





La trama (con parole mie): Cecil Gaines, cresciuto tra le piantagioni segnate dalle ingiustizie negli anni venti, attraversa quasi un secolo di Storia americana prestando servizio come maggiordomo alla Casa Bianca, in equilibrio tra Presidenti ed amministrazioni dal piglio a volte assolutamente agli antipodi e la crescita dei due figli, provando sulla pelle non solo il percorso del movimento dei Diritti civili ma anche le speranze degli anni cinquanta, la rottura dei sessanta, la morte di Kennedy, il Vietnam, l'altro lato della medaglia durante l'amministrazione Reagan e, per finire, ormai vecchio, l'elezione di Obama.
Il pubblico si mescola al privato quando la neutralità per professione di Cecil verrà messa a dura prova dal rapporto con la moglie e specialmente con il figlio maggiore Louis, fin dai tempi dell'Università affiliato ai movimenti più estremi legati alla lotta affinchè gli afroamericani potessero finalmente ottenere gli stessi diritti dei bianchi.







Passata la consueta ed annuale sbornia da Oscar, ed approcciato The butler con un discreto ritardo rispetto alle uscite in sala, mi sono chiesto come possa essere stato possibile che, a rappresentare il classico stile all'ammmeregana di grana grossa fosse Capitan Findus, piuttosto che questo drammone firmato da Lee Daniels, regista afroamericano che già non aveva convinto il sottoscritto ai tempi di Precious.
The butler, infatti, porta in dote quelli che sono tutti i valori - in positivo e in negativo - che di norma richiede l'Academy, rappresentando di fatto il classico filmone hollywoodiano in grado di unire impegno civile e lacrima facile cercando di apparire decisamente più autoriale di quanto non sia in realtà: forse la presenza del ben più solido 12 anni schiavo - in più di un senso legato a questo film - ha finito per penalizzare il lavoro di Daniels, che pure, con tutti i suoi limiti, non avrebbe sfigurato tra i candidati, soprattutto se paragonato alle già citate avventure in mare aperto di Tom Hanks o anche al sopravvalutato Gravity.
Devo dire, infatti, di essere uscito dalla visione decisamente più sorpreso in positivo che non in negativo - come mi aspettavo -, e di non aver avuto particolari istinti bottigliatori osservando il ritratto degli States in black visti attraverso gli occhi del Cecil Gaines di Forest Whitaker - che sfodera, tra le altre cose, una signora interpretazione - neppure nei suoi momenti più retorici o negli spot pro-Obama da piena campagna elettorale fuori tempo massimo del finale, godendomi questa pellicola per quello che è, ovvero il più classico dei classici blockbuster sociali che tanto piacciono ai nostri cugini a stelle e strisce, specie quando si tratta di lavarsi la coscienza da porcate di più o meno grosso calibro - e la storia dei conflitti razziali trabocca delle suddette, dagli episodi di Selma, in Alabama, citati anche nella splendida Eve of destruction di Barry McGuire, alle morti di Malcolm X e Kennedy -.
Del resto, la confezione è ottima - pur se oltremodo patinata -, la sceneggiatura regge - nonostante alcune parti ed amministrazioni siano soltanto sfiorate e perdano dunque di fascino - ed il cast conferma di essere da grandi occasioni, a partire dal protagonista passando per sorprese in positivo - Lenny Kravitz, sempre più lanciato nella sua nuova veste di attore -, conferme - ottimo Alan Rickman nel ruolo di Reagan, il più interessante tra i Presidenti portati sullo schermo - e piccoli piaceri - Yaya Alafia, che fa passare in secondo piano le questioni prettamente tecniche della recitazione -: la cosa migliore, comunque, del lavoro di Daniels resta l'analisi del rapporto tra Cecil e suo figlio Louis, in grado di mostrare il conflitto di due generazioni vissute in epoche decisamente diverse ed il loro modo di reagire di fronte ad un problema che tocca entrambe.
In questo senso, il passaggio migliore della visione lo riserva il confronto nel corso della cena che vede Cecil scoprire l'emancipazione della donna del figlio e l'affiliazione dello stesso alle neonate Black Panthers, in completa opposizione rispetto al regime di silenzio e tacito accordo per la sopravvivenza che, di fatto, lui stesso ha mantenuto per tutta la vita, che si trattasse della sua professione o del rapporto con i bianchi in generale: è interessante così notare lo scontro tra la passione tipica della giovinezza e l'importanza del sacrificio della maturità, pronte a darsi battaglia per poi avvicinarsi con il passare del Tempo, fino ad arrivare ad una comunione d'intenti insperata in grado di superare anche grandi drammi - il destino del figlio minore di Cecil -.
Non saremo di fronte, certo, al film dell'anno, o a qualcosa che si discosti dal più scontato dei melodrammi made in USA, eppure tutto funziona, e seppur lontano da cose più riuscite come The help, anche The butler porta a casa la pagnotta con mestiere ed un pizzico di furbizia, e si lascia guardare dando il suo contributo rispetto alla memoria di eventi che sarebbe decisamente meglio per tutti non si ripetessero in futuro, nonostante ciò che i detti sanciscono a proposito della Storia.




MrFord




"Mother, mother (hoo-ooo)
there's too many of you crying
brother, brother, brother (hoo-ooo)
there's far too many of you dying
you know we've got to find a way
to bring some lovin' here today
(God don't feel your lovin' today)
yeah."
Marvin Gaye - "What's going on" - 




lunedì 11 novembre 2013

Prisoners

Regia: Denis Villeneuve
Origine: USA, Canada
Anno: 2013
Durata: 153'




La trama (con parole mie): i Dover e i Birch sono due classiche famiglie americane da sobborgo cittadino, valori solidi e cena del Ringraziamento con i vicini. Quando le due figlie più piccole di entrambi i focolari, impegnate a giocare insieme, spariscono misteriosamente, la polizia si mette sulle tracce di un camper segnalato proprio dai genitori delle bambine: il detective Loki, incaricato delle indagini, arresta così il giovane Alex Jones, mentalmente ritardato, trovato alla guida dello stesso mezzo.
Quando, non avendo trovato prove a suo carico, i tutori dell'ordine decidono di rilasciarlo, Keller Dover decide di indagare parallelamente alla polizia per ritrovare la figlia, coinvolgendo anche Franklin Birch nel rapimento di Jones: l'uomo, infatti, pensa che torturando il sospettato potrà avere le informazioni necessarie per ritrovare le due bimbe scomparse.
Nel frattempo il detective Loki, lottando anche con i suoi superiori, deciderà di non mollare il caso, cercando di mettere insieme i pezzi di un puzzle che si rivelerà decisamente più agghiacciante di quanto non si potesse pensare.





Si potrebbero scrivere davvero molte cose, di Prisoners, partendo proprio dal suo regista: Denis Villeneuve, infatti, potrà d'ora in poi vantarsi di essere entrato a far parte di quella ristrettissima cerchia di Autori che, una volta messi alla prova dallo spesso impietoso banco della grande produzione, non si ritrovano completamente fagocitati - o ridimensionati - dalla stessa.
Penso a Von Donnersmarck, Inarritu, Wong Kar Wai, Park Chan Wook.
Grossi calibri schiacciati dalle majors e costretti a fare marcia indietro, mettendo una seria ipoteca sulle certezze dei fan ipnotizzati dal loro (apparente) talento.
Molti non si sono decisamente più ripresi - i registi, non gli spettatori -.
Villeneuve, al contrario, dopo due cose enormi come Polytechnique e La donna che canta, è riuscito non soltanto a domare la bestia, ma a cavalcarla con la sicurezza del veterano, sfoderando un cosiddetto "modern classic" profondamente americano eppure dal sapore europeo che, da canadese, dev'essere parte del suo retaggio, quasi un ponte che porta l'audience da Zodiac a Mystic river, senza dimenticarsi di una sosta a Memories of murder, evitando le trappole del caso, su tutte quella di un inutile finale consolatorio.
Si potrebbe poi parlare di una sceneggiatura pressochè perfetta, ad orologeria, firmata dall'autore di Contraband Aaron Guzikowski, forse la migliore degli ultimi anni di Cinema a stelle e strisce insieme a quelle di The social network e Moneyball.
Oppure, sottolineare l'ottimo lavoro di tutto il cast, da un discreto Hugh Jackman ai bravissimi Jake Gyllenhaal - straordinario il lavoro sulla mimica degli occhi - e Paul Dano, o del comparto tecnico.
O rimanere sconvolti da due ore e mezza piene che scorrono ad un ritmo a tratti insostenibile, pur non trattandosi, di fatto, di un thriller "di movimento", quanto fondamentalmente giocato sull'attesa.
Eppure, quello che attraversa la schiena dell'audience di Prisoners dall'inizio alla fine, è una sensazione di sconvolgente ineluttabilità, il moto di rabbia incendiato dal trovarsi catapultati all'interno di un ingranaggio del quale non si conoscerà mai il completo utilizzo, il tumulto che separa la Legge dalla Morale, l'umanità dal dolore.
I personaggi di questo nerissimo thriller corale sono tutti vittime, pur se a livelli ed in modi assolutamente diversi, nessuno escluso: dall'innocenza strappata alla Natura della prima sequenza a quella delle bambine rapite dalle proprie famiglie a causa di un dramma troppo grande per qualunque genitore, dalla cena del Ringraziamento passata soli, in un ristorante cinese, a quella delle notti insonni placate soltanto dalle lacrime e dai tranquillanti.
O dall'alcool.
Da quella delle vittime, a quella dei lupi e dei vampiri. E si torna al Mystic.
Da quella dei persecutori, a quella degli agnelli difesi soltanto da un fischietto che possa rompere il silenzio. Come quello degli innocenti.
Prisoners racconta la storia di un'umanità tenuta in gabbia dal dolore e dall'impietosa regola che nella giungla è Legge: il più forte mangia il più debole, e non esistono religioni - molto coraggiosa la parte dedicata al prete inserito nelle liste degli schedati per crimini sessuali -, focolari domestici o sogni che possano salvarci nel momento in cui il predatore mostra i denti in attesa di tenere fede al suo istinto. E non esiste predatore più terribile ed ansioso di seguirlo dell'Uomo.
Prisoners è un film di genitori e figli, di sacrifici e peccati, di amore e di morte.
Guardarlo potrebbe fare male, soprattutto quando ci si ritrova a pensare che si potrà sempre proteggere chi si è messo al mondo: "ed è il mondo stesso ad essere malvagio, ma io ci sto provando, Ringo. Ci sto provando, con grande fatica, a diventare il pastore".
Per essere pastori occorre essere un pò lupi.
E a volte si finisce troppo tardi per capire di non esserlo abbastanza.
E non si sa se ringraziare che sia così, e di essere passati dalla parte di quegli innocenti che tentano disperatamente di rompere un silenzio al suono di un fischietto.


MrFord


"Minor drug offenders fill your prisons
you don't even flinch
all our taxes paying for your wars
against the new non-rich,
minor drug offenders fill your prisons
you don't even flinch
all our taxes paying for your wars
against the new non-rich."
System of a down - "Prison song" - 


venerdì 10 maggio 2013

Dead man down - Il sapore della vendetta

Regia: Niels Arden Oplev
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
118'




La trama (con parole mie): Victor, un sicario affiliato ad un boss di New York City, vive in un palazzo del centro esattamente di fronte ad una giovane donna rimasta sfigurata - almeno così afferma lei rispetto ad un paio di cicatrici che la rendono anche più interessante - innamoratasi di lui osservandolo ogni sera da balcone a balcone.
Quando lo vede uccidere un uomo, Beatrice - questo il nome della ragazza - decide di ricattarlo incaricandolo dell'eliminazione del responsabile del suo stato fisico: peccato che in questo modo l'improvvisata datrice di lavoro di Victor finirà suo malgrado coinvolta nel piano di vendetta che l'uomo sta ordendo proprio ai danni dei vertici della organizzazione per cui lavora, responsabile della morte dei suoi cari tempo prima.
Quando la polvere si poserà ovviamente il Nostro avrà portato a termine il suo compito e sistemato gli assassini della sua famiglia, trovando anche il tempo di ricambiare l'amore di Beatrice.





Quando in casa Ford si è deciso ad approcciare quest'ultima fatica di Niels Arden Oplev - già noto per la trilogia di Millennium versione europea -, le aspettative del sottoscritto erano tutte orientate verso una spassosa e divertente tamarrata action con un contorno di botte che speravo garantito anche dalla presenza nel cast del wrestler Wade Barrett, che non sarà uno dei nomi di spicco dello Sport Entertainment attuale, ma che avrebbe potuto garantire una certa competenza nell'argomento scazzottate.
Purtroppo per me, l'esperienza della visione è stata non soltanto una delusione totale rispetto alle aspettative, ma anche un terrificante deja-vù di quello che era stato uno dei film peggiori usciti in sala nella scorsa stagione, Knockout - Resa dei conti, robaccia senza perchè firmata da uno Steven Soderbergh in evidente delirio da hangover pesantissimo: ironia non pervenuta, scene action poco significative, una storia d'amore tra i protagonisti buona per mungere il proverbiale latte alle ginocchia, uno script prevedibile e totalmente privo di tensione e soprattutto una dose mortale di noia tale da provocare una delle cose che normalmente non accadono mai quando guardo un film: mettermi a chiacchierare d'altro tenendo il suddetto come un sottofondo - neanche troppo spettacolare, in questo caso -.
La regia di Oplev, oltre che fredda - cosa che, in caso di alta qualità, può assumere anche i contorni del pregio - appare banale, troppo lineare ed assolutamente priva di un qualsiasi picco d'interesse, giusta giusta per andare a braccetto con le interpretazioni di Isabelle Huppert - ridicolo che un'attrice così dotata si riduca a fare la macchietta -, Noomi Rapace - che oltre a non essere a suo agio con un personaggio decisamente più femminile di Lisbeth Salander sfoggia un set di unghie finte da film d'orrore - e Colin Farrell - imbalsamato anche più che nell'ossigenata prima parte, quella meno riuscita, di Alexander, e ben lontano dai fasti che al suo posto avrebbe potuto garantire gente come Jason Statham -, tutte da dimenticare.
Senza dubbio, dunque, questo inutile titolo che vorrebbe essere un action d'autore o un thriller tamarro ma non riesce a concretizzarsi in nessuna delle due cose, prevedibile e scontatissimo dal primo minuto e a tratti perfino fastidioso e moralista - Victor che risparmia l'uomo responsabile dell'incidente di Beatrice ma che non si fa problemi ad eliminare i suoi "colleghi" soltanto per non essere scoperto stride un pò con l'etica del sicario senza etica - entra di diritto nei candidati più forti alla decina dedicata al peggio in sala del 2013, erede designato della porcata targata Soderbergh citata poco sopra.
Un vero peccato pensare che quella che nel cuore dei gloriosi eighties sarebbe stata una pellicola potenzialmente cult del trash - ricordiamo, su tutte, nel genere antieroe che si innamora della bella e fa fuori i cattivi, l'inarrivabile Cobra - sia finita fagocitata dalle ambizioni hollywoodiane di un regista completamente privo di qualsiasi scintilla di meraviglia, dai soldi - perchè non riesco a pensare ad altro che possa aver motivato la scelta di accettare questo lavoro dei protagonisti - e dalla voglia di trasformare anche quella che è materia grezza - e dovrebbe essere fiera di esserlo - in un prodotto solo apparentemente "elevato": l'effetto, nel corso dell'interminabile visione - perchè, non crediatelo, non è per nulla rapido il decorrere di questo dolore -, è più o meno quello di un macigno gettato in mare pensando che possa trasformarsi in una zattera e galleggiare.
L'unica differenza è che al posto dell'acqua ci sono, con un bersaglio ben disegnato sopra, gli attributi di noi poveri spettatori.


MrFord


"Una sgommata e via 
dietro alle spalle il mondo
e ce ne andiamo via
o vieni o resti qua
io e te all'inferno amore e così sia
una sgommata e via
ed è la libertà
dai metti in moto questo cuore poi accelera."
Paola Turci - "Una sgommata e via" - 


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