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sabato 19 novembre 2016

Preacher - Stagione 1 (AMC, USA, 2016)




Attendevo la serie dedicata a Jesse Custer ed ispirata alla serie a fumetti Preacher almeno quanto quella legata alle gesta di Hap e Leonard, paladini dei romanzi di Joe Lansdale.
La attendevo ancora di più perchè ideata e fortemente voluta dalla scuderia di Seth Rogen ed Evan Goldberg, probabilmente fan della prima ora dell'opera di Garth Ennis e Steve Dillon.
La attendevo perchè Preacher è una delle cose più fottutamente grandi che il Fumetto mi abbia regalato come lettore.
La attendevo perchè adoro ogni singola vignetta di questo titolo, e quello che avrei voluto è una serie che potesse valere quantomeno la metà dello stesso.
Peccato che non sia neppure lontanamente così.
Ora, io non vorrei fare il fondamentalista sostenitore dell'opera originale e detrattore accanito della trasposizione per piccolo o grande schermo, ma devo ammetterlo: questa versione di Preacher, per chiunque conosca il fumetto, sta all'originale quanto l'orrido Io sono leggenda con Will Smith al Capolavoro letterario al quale si sono "ispirati" per portare la stessa immondizia in sala.
Nulla, di quello che è lo spirito del lavoro di Ennis e Dillon, è rimasto nell'adattamento qui presente, dalla figura di Jesse Custer - che più che un eroe tormentato pare uno stronzo fatto e finito - o di suo padre, della mescolanza di charachters presenti in tutta la serie a fumetti condensati in questa prima stagione - dal Santo degli assassini a Odin Quincannon, tanto per citarne due -, dallo snaturamento di Tulip e Facciadiculo ad un tentativo maldestro di riproporre Cassidy in modo che, almeno per lui, i fan hardcore non rimpiangessero il sarcastico, alcolizzato e scombinato vampiro del Tarantino dei Comics Ennis.
La storia stessa non ha praticamente nulla a che vedere - o quasi - con l'originale, senza contare che, almeno per ora, alcuni passaggi tra i più interessanti dell'epopea di Custer - Fino alla fine del mondo resta uno dei miei capitoli preferiti della saga - sono stati mantenuti ai margini in attesa di tempi migliori che, per il sottoscritto, non faranno in tempo ad arrivare, considerato che ho deciso senza troppi rimpianti di abbandonare un titolo che non mi pare abbia nulla che possa trattenermi.
Anche senza contare i miei appunti da groupie dell'opera originale, infatti, ho trovato Preacher poco incisiva, a tratti perfino lenta, priva di una direzione vera e propria da assegnare ai suoi protagonisti o antagonisti, con troppa carne al fuoco per essere sviluppata in soli dieci episodi, o abbastanza per ingolosire l'audience ad attendere una seconda stagione che promette di essere incasinata - e non in senso buono - almeno quanto la prima.
Un vero peccato, perchè se c'è una materia che merita di essere sviluppata a dovere e creata per essere destinata a diventare un cult è proprio quella offerta dalle avventure del revedendo Jesse Custer, ospite umano di Genesis e combattivo rivale di Dio e di qualsiasi stronzo figlio di puttana cerchi o solo tenti di pensare che il Male possa trionfare sul Bene, anche quando il secondo è pronto a mascherarsi dal primo.
E se qui ci fossero Custer in persona, John Wayne o Genesis, non ci sarebbe parola per definire questa robetta che pare acqua calda al confronto di una bella birra ghiacciata, o un bourbon da competizione.
Dunque fanculo, Preacher all'acqua di rose della tv.
Torno felice agli albi che hanno riempito la mia crescita di lettore.




MrFord




 

sabato 27 dicembre 2014

Ford Awards 2014: del peggio del nostro peggio

La trama (con parole mie): ed eccoci giunti ad uno dei Ford Awards più attesi, quello dedicato al peggio che il grande schermo ha finito per riservare al sottoscritto e a tutti gli avventori del Saloon. Quest'anno mi rammarico di aver escluso molti titoli meritevoli da questa decina, ma devo ammettere che, al contrario di quella che sarà per i film migliori, la concorrenza era davvero spietata.
Un plauso, dunque, al vincitore - sempre che possa essere un piacere fregiarsi di una tale onoreficenza - nonchè worst movie dell'anno per il vecchio Ford, così come per i titoli che fino alla fine si sono battuti per conquistare l'ambito titolo.




N°10: NOAH di DARREN ARONOFSKY


Aronofsky, dopo avermi illuso con The Wrestler e Il cigno nero, è tornato a quella che è la sua forma originaria. Quella del pippone.
Una biblica rottura di palle.

N°9: ROBOCOP di JOSE' PADILHA



Uno dei miei personali cult degli anni ottanta inesorabilmente rovinato da una sorta di versione videoludica moderna priva di spessore.
Vivo o morto, tu verrai con me.
Preferibilmente morto.

N°8: TRANSFORMERS 4 di MICHAEL BAY



Ricordo quando lo vidi, e con Julez, dopo quello che ci parve un tempo interminabile, controllammo il timer. Eravamo soltanto a metà.
Il titolo recita "L'era dell'estinzione".
Dello spettatore.

N°7: MALEFICENT di ROBERT STROMBERG



Il revisionismo delle favole classiche da parte di Cinema e serie televisive è una piaga quasi peggiore di quella del tema vampirico.
E Maleficent ne è uno degli esempi più terrificanti.
Dopo The Tourist, un altro dei film più brutti degli ultimi anni cortesemente offerto da Angelina Jolie.

N°6: POMPEI di PAUL W. S. ANDERSON


Quando c'è di mezzo Paul W. S. Anderson, la garanzia di presenza in questa speciale classifica è assicurata.
L'unica consolazione, per citare Julez ai tempi della visione, è che di questo film non potranno mai fare un sequel. Forse.

N°5: COMPORTAMENTI MOLTO CATTIVI di TIM GARRICK



Avete presente lo zero sul grafico Pritchard de L'attimo fuggente?
E' tutto qui.
Una vera merda su pellicola.

N°4: LUCY di LUC BESSON


Luc Besson è l'equivalente francese di Paul W. S. Anderson.
E più il tempo passa, più al peggio pare non vi siano limiti.
Un pò come la Lucy dell'improbabile Scarlett Johansson.

N°3: UN RAGIONEVOLE DUBBIO di PETER P. CROUDINS


Non ci sono dubbi.
Questo film è un'abominevole schifezza.
E Dominic Cooper uno degli attori peggiori della Storia.



Se l'avessero chiamato Natale nel West e avessero inserito Massimo Boldi la qualità sarebbe stata esattamente la stessa.
Infima.

N°1: UNDER THE SKIN di JONATHAN GLAZER



Uno dei peggiori pipponi pseudo autoriali di tutti i tempi.
Se non altro, rimedio assoluto per qualsiasi malato d'insonnia.



I PREMI

Peggior regista: Seth McFarlane per Un milione di modi per morire nel West
Peggior attore: Dominic Cooper per Un ragionevole dubbio
Peggior attrice: Scarlett Johansson per Under the skin e Lucy
Premio "parrucchino di Nicholas Cage" per il personaggio trash: Angelina Jolie per Maleficent
Effetti "discount": Un milione di modi per morire nel West
Premio "dolcetto o scherzetto" per il costume più agghiacciante: l'esoscheletro nero di Robocop, Robocop
Stile de paura: Scarlett Johansson con cellulite in mostra in Under the skin
Premio "veline": Charlize Theron, Un milione di modi per morire nel West
Peggior scena d'amore: l'aliena circuisce il deforme, Under the skin
Premio "pizza, spaghetti e mandolino": la volgarità a basso costo di Un milione di modi per morire nel West

MrFord

domenica 21 dicembre 2014

Dracula untold

Regia: Gary Shore
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 92'





La trama (con parole mie): Vlad l'impalatore, ex bambino soldato donato dal padre ai turchi come tributo e divenuto una vera e propria macchina di morte, tornato in patria come Principe, da anni protegge i suoi sudditi preservando la pace pagando pesanti tributi monetari ai potenziali invasori in modo da pensare di poter garantire un futuro anche a sua moglie ed al figlio.
Quando una pattuglia di soldati del sultano Mehmed viene massacrata, Vlad scopre l'esistenza di una creatura millenaria rifugiatasi in una montagna all'interno dei suoi domini che potrebbe diventare l'unica speranza di debellare la minaccia costituita dalle quasi infinite risorse del suo avversario: accettato un patto con il mostro, Vlad avrà tre giorni di tempo e di Potere quasi assoluto per sconfiggere i suoi avversari, pur che resista alla sete di sangue che lo tormenterà.
Riuscirà il Principe sacrificatosi per la sua Famiglia e la sua gente a vincere la sfida con la Bestia, o il prezzo da pagare per la vittoria sarà quello più alto?








Esistono personaggi che, nel bene o nel male, hanno finito, dalla Storia, per sconfinare nel Mito divenendo, di fatto, icone in grado di ispirare a più livelli scrittori, registi ed artisti in genere: Dracula, come è stato più facilmente ribattezzato da Bram Stoker in avanti, sanguinario condottiero del quattrocento, è senza dubbio una di esse.
Alla base della mitologia del Vampiro, creatura romantica ed affascinante che da sempre stimola una curiosità quasi irresistibile nel sottoscritto, ispirato dall'idea di una vita eterna e di una sete ed una passione da tenere costantemente a freno, il ribattezzato Impalatore ha fatto la fortuna di numerosissime incarnazioni ed interpretazioni letterarie, cinematografiche, musicali e fumettistiche, e la rovina di altrettante.
Dracula Untold, prima fatica dell'esordiente Gary Shore, partiva con un piede più che sbagliato, bollato in ogni dove come una sorta di immondiziona trash buona neppure per un intrattenimento sguaiato, ed è finito sugli schermi di casa Ford principalmente come tappabuchi a ridosso dei Ford Awards di fine anno: eppure, contro ogni previsione, ha finito per sorprendermi a suo modo in positivo, garantendo una visione senza dubbio limitata e disimpegnata, eppure divertente e travolgente - sempre a suo modo - come poche altre di recente.
Una sorta di guilty pleasure nella sua migliore - o peggiore, a seconda dei punti di vista - accezione, un filmaccio - quantomeno in fase di scrittura - di grana grossa clamorosamente povero eppure in qualche modo in grado di catturare lo spirito di un charachter tra i più importanti della cultura non solo horror, ma anche pop, cattivo e spietato per antonomasia eppure da sempre rappresentato come un romantico nell'accezione letteraria e più profonda del termine.
Anzi, dovessi ammetterlo, potrei addirittura scrivere che Dracula untold è stato il film vampiresco che più ha reso giustizia alla figura del succhiasangue dai tempi di Intervista col vampiro, per quanto sopra le righe, casinaro e fracassone possa essere, con alcuni passaggi tagliati con l'accetta ed un'interpretazione di Vlad che pare più simile a quella di un antieroe da fumetto che non al personaggio maledetto e fumoso di Coppola - non è un caso che il suo volto attuale, Luke Evans, prenderà parte, a quanto si legge, al remake de Il corvo nel ruolo di Eric Draven -: non mi capitava da tempo - neanche fossi impegnato in una revisione di un qualsiasi cult anni ottanta - di restare così stupito rispetto ad una produzione smaccatamente imperfetta, e di sentirmi coinvolto come se avessi ancora dodici anni e sognassi una riscossa che con la vita reale ha davvero ben poco a che fare.
Nonostante, infatti, un antagonista assolutamente non all'altezza - il sultano Mehmed interpretato dall'inutile Dominic Cooper -, il Vlad dell'appena citato Luke Evans è riuscito nella non facile impresa di portare sullo schermo l'approccio dello spaccaculi da film action - a prescindere dall'ambientazione - accanto a quello dell'eroe tormentato e destinato all'ombra, un pò come Anakin Skywalker o Gollum, per citare due dei più importanti personaggi nell'ambito pop della settima arte recente: la scelta della dannazione in favore della Famiglia, pur conscio del fatto che, nonostante gli sforzi, la stessa verrà compromessa dalla sua volontà di difenderla a tutti i costi, lo rende uno dei protagonisti più interessanti di questa chiusura di anno, di fatto ribaltando ogni pronostico che vedeva Dracula Untold come quasi sicura presenza all'interno della decina dedicata al peggio del duemilaquattordici dei Ford Awards.
Probabilmente molti non capiranno questa sorta di presa di posizione, e molti altri - vero, Cannibal!? - sfrutteranno la cosa per bersagliare il sottoscritto, eppure non sento la paura, o il disagio di essere il mostro in mezzo a tutti quelli che avranno visto o vedranno questo film come una schifezzina da archiviare il più presto possibile: in fondo, quel fascino oscuro che solo i vampiri hanno assume sembrianze e connotazioni differenti, a distanza di secoli, a volte, in grado di portare perfino nel futuro, e dall'altra parte del mondo, con la sensazione che si sia appena all'inizio della storia.




MrFord




"I carved a whistle from a reed;
Mother Nature's quite a Lady
but you're the one I need
flesh and blood need flesh and blood
and you're the one I need."
Johnny Cash - "Flesh and blood" - 




martedì 15 aprile 2014

Need for speed

Regia: Scott Waugh
Origine: USA, Filippine, Irlanda, UK
Anno: 2014
Durata: 132'




La trama (con parole mie): Tobey Marshall, pilota dal talento stupefacente e grande meccanico venuto dalla strada, a causa della rivalità di lunga data con il ricco e supponente Dino Brewster finisce in carcere per due anni, perdendo di fatto tutto quello che si era faticosamente costruito, oltre ad uno dei suoi migliori amici. Uscito dal penitenziario e ricostituita la sua vecchia squadra, Tobey cerca vendetta procurandosi una vettura che possa garantirgli l'accesso al prestigioso Trofeo De Leon, al quale partecipano su invito del misterioso Monarch i migliori collezionisti e guidatori di macchine sportive del mondo.
Aiutato da Julia, emissaria di un milionario inglese cui ha promesso metà del montepremi finale, Marshall lotterà con tutte le sue forze non soltanto per vincere la gara, ma anche per riabilitare il suo nome incastrando Dino.






E' quasi incredibile come, a volte, si incroci il cammino di registi o attori che finiscono per essere una vera e propria garanzia di schifezza rispetto alla pellicola alla cui realizzazione prendono parte: potrei citare, come illustre esempio, il buon Paul W. S. Anderson, una sorta di Re Mida al contrario della macchina da presa, tra i nomi più gettonati del Ford Award dedicato al peggio praticamente ogni anno.
Oltre a lui, di recente una new entry di questa poco edificante lista ha fatto clamorosamente parlare di sè al Saloon: Dominic Cooper, attore più che cane maledetto visto nel terribile Un ragionevole dubbio e tornato alla carica come nemesi di Aaron Paul - ancora nel cuore di molti di noi grazie al suo ruolo in Breaking Bad - in questo Need for speed, film insulso e wannabe Fast and furious - che a confronto pare una cosa da Palma d'oro d'ufficio - ispirato dalla nota serie di videogiochi.
Onestamente, quando ho deciso di approcciare il lavoro di Scott Waugh, speravo di imbattermi nella tipica tamarrata da neuroni spenti buona per le serate senza impegno e costruita con ironia da veri Expendables: purtroppo per tutti gli occupanti di casa Ford, il risultato della visione è stato una sfida all'ultima presa per il culo di un ipertrofico videoclip con modelli di macchine sportive dai costi astronomici privo della scintilla giusta per risultare quantomeno piacevole o tamarro abbastanza per fare la differenza, scritto probabilmente da uno stuolo di pre-adolescenti pronti a divertirsi con battute al limite dei Cinepanettoni, adattato malissimo nella versione italiana - un'intera sequenza costuita sul reiterato utilizzo del termine "terrone", che parte come identificazione del tamarro e diventa un riferimento al dirigersi verso il Sud, decisamente agghiacciante - e recitato da cani, sia che si parli di attori fuori parte - il povero Aaron Paul, che fisicamente non ha davvero nulla del pilota bello, maledetto e tormentato: sarebbe stato meglio optare per qualcuno meno bravo ma fisicamente più prestante - sia che il riferimento tocchi interpreti indecenti che non sarebbero buoni neppure per una soap girata in casa come il già citato Dominic Cooper.
Unico a salvare la faccia nel cast, pur se gigioneggiando oltre misura, è il sempre ottimo - e troppo sottovalutato - Michael Keaton, che non dovrebbe neppure stare sullo stesso pianeta dell'inguardabile Dom.
Se non altro, in compagnia di Julez si sono passate le due ore piene - ma nessuno si degna più di portare in sala i buoni, vecchi, cari film da un'ora e mezza!? - a giocare al tiro al piattello con le stronzate che la sceneggiatura cercava di propinarci come trovate da urlo e molto cool, dalle citazioni di film action di ben altro livello - Speed, ad esempio - fino a passaggi che probabilmente gli autori pensavano di grande effetto come l'assurdo salvataggio nel canyon o la pessima gara conclusiva: se non altro, in questo festival di risate, abbiamo potuto raccogliere chicche degne del "fetore degli occhi" del recente spin off di 300 culminate con la sequenza che vede protagonista la spalla di Aaron Paul, Julia/Imogen Poots che, in ospedale, poco prima della sfida decisiva, chiede all'infermiera di avere un tablet per seguire online la gara, e senza indugio viene accontentata tanto quanto il buon pilota di aereo ed elicottero nonchè guida "dall'alto" di Tobey, che, in un carcere militare, non solo vede esaudita la stessa richiesta, ma addirittura ha l'assistenza del piantone - una piacente fanciulla - che tiene in mano il dispositivo in modo da facilitare la visione da parte del detenuto.
Forse neanche Seagal avrebbe osato tanto.
A questo punto, il nuovo capitolo del brand di Fast and furious con Statham nel ruolo del villain avrà il sapore dei grandi premi internazionali.
E viene il sospetto che il buon Jesse Pinkman abbia rifornito cast e crew con le rimanenze dei cristalli blu di Walter White.
Sceneggiatori in primis.



MrFord



"(Speed Demon)
Speedin' On The Freeway
gotta Get A Leadway
(Speed Demon)
Doin' It On The Highway
gotta Have It My Way
(Speed Demon)."
Michael Jackson - "Speed demon" - 




mercoledì 12 marzo 2014

Un ragionevole dubbio

Regia: Peter P. Croudins
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 91'





La trama (con parole mie): Mitch Brockden, un giovane assistente procuratore sempre vincente in aula, al termine di una serata di bisboccia con i colleghi finisce per investire un pedone sbucato dal nulla in una strada secondaria. Chiamati i soccorsi e timoroso per la carriera, l'avvocato lascia la vittima sola in attesa dell'arrivo dell'ambulanza. Neppure il tempo di finire divorato dal rimorso ed ecco che all'ufficio del Procuratore giunge il caso di Clinton Davis, uomo di mezza età con un paio di accuse di aggressione alle spalle testimone della morte di moglie e figlia, uccise da un detenuto in libertà sulla parola davanti ai suoi occhi: proprio Davis è accusato di aver assassinato la persona che Mitch ha investito, percuotendola alla morte con i suoi attrezzi.
L'avvocato, divorato dai dubbi, finisce per pilotare il processo in modo che Davis venga assolto, salvo poi scoprire sulla sua pelle che le accuse non dovevano essere poi così lontane dalla verità.








Doveste, per puro caso, essere colti dal ragionevole dubbio costituito dalla scelta di guardare, oppure no, questo film, eccomi pronto a giungere in vostro soccorso fugando ogni possibile deviazione dalla retta via: lasciate tranquillamente perdere.
Avete presente i thriller da poco che di norma sui canali Mediaset infestano i sabati sera privi di attrattive e di possibilità di portare a casa un risultato di una certa consistenza in termini di share?
Se la risposta è affermativa, allora avrete tra le mani il ritratto perfetto di questa robetta di qualità infima - sotto tutti i punti di vista, dalla pessima regia alla recitazione ancora peggiore - non capisco per quale motivo addirittura distribuita in sala e non dirottata direttamente sul mercato home video, che in questi casi di solito è il canale migliore per riciclare anche titoli che, onestamente, non meriterebbero neppure di essere prodotti.
Non che Un ragionevole dubbio abbia il potere di fare incazzare, scatenare chissà quali tempeste di bottigliate delle grandi occasioni, o pensare di ambire a qualcosa in più di una posizione nella seconda metà della top ten dedicata al peggio dell'anno dei prossimi Ford Awards, eppure l'impressione di essere stati fregati - o almeno, coinvolti in qualcosa di decisamente cestinabile - finisce per essere davvero ingombrante una volta archiviata la visone, che dalla sua ha solo ed esclusivamente la durata effettivamente esigua - un'ora e venti tonda tonda, titoli di coda esclusi -.
Il sospetto, comunque, comincia ad essere alimentato già in apertura da quella che vorrebbe essere una scena iniziale di grande impatto, di quelle studiate per sconvolgere il pubblico: peccato che, in termini di logica, si entri al volo e senza ritegno nel delicatissimo territorio delle assurdità da horror - una madre che corre in soccorso della figlia che grida spaventata e la allontana una volta accertatasi della sua incolumità senza neppure sincerarsi rispetto al motivo per il quale la stessa è rimasta così sconvolta puzza di stronzata lontano un miglio, ma tant'è - in grado di demolire un film con una singola sequenza.
Se, a questo, si aggiugono due interpretazioni legate ai main charachters al limite dell'imbarazzante - e mentre Samuel Jackson ormai pare la caricatura di se stesso, Dominic Cooper pare la caricatura di un attore senza alcuna possibilità di appello - ed uno script che definire prevedibile è un eufemismo, il danno è fatto: certo, il genere riesce comunque e per il rotto della cuffia ad imporre un ritmo ed una curiosità in grado quantomeno a stuzzicare lo spettatore rispetto all'idea che, forse, non si tratti dell'ennesimo thriller da due soldi con la risoluzione che ci si aspetta dietro l'angolo, e si giunge al termine senza patire particolarmente - se non per la già citata prova di Cooper, davvero imbarazzante -, ma la sostanza delle cose non cambia.
Un ragionevole dubbio è un film più che mediocre, una schifezza pronta ad attirare l'attenzione giusto dello spettatore occasionale da un paio di film all'anno che il giorno dopo corre a presentarsi al lavoro dal collega appassionato di Cinema affermando di aver visto un filmone di quelli che piacerebbero senz'altro anche a lui: dovesse accadere qualcosa di simile, ed il titolo in questione si rivelasse proprio questo, conoscete già la risposta.
Lascio alla vostra fantasia del momento, poi, la libertà di trattare con il suddetto soggetto aspirante cacciatore di gloria della settima arte come più vi aggrada: consiglio un bel biglietto in prima fila per vedere Cooper recitare Shakespeare.
Penso possa essere davvero una punizione coi fiocchi.




MrFord




"And all that i need is a doubt
that’s all one that feeds the mouth
one simple means is to leave it by the door
one time top lay is the time you play for
and you never set a limit
lean in to walk
there’s nothing missing from life."
John Frusciante - "A doubt" - 




venerdì 10 maggio 2013

Dead man down - Il sapore della vendetta

Regia: Niels Arden Oplev
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
118'




La trama (con parole mie): Victor, un sicario affiliato ad un boss di New York City, vive in un palazzo del centro esattamente di fronte ad una giovane donna rimasta sfigurata - almeno così afferma lei rispetto ad un paio di cicatrici che la rendono anche più interessante - innamoratasi di lui osservandolo ogni sera da balcone a balcone.
Quando lo vede uccidere un uomo, Beatrice - questo il nome della ragazza - decide di ricattarlo incaricandolo dell'eliminazione del responsabile del suo stato fisico: peccato che in questo modo l'improvvisata datrice di lavoro di Victor finirà suo malgrado coinvolta nel piano di vendetta che l'uomo sta ordendo proprio ai danni dei vertici della organizzazione per cui lavora, responsabile della morte dei suoi cari tempo prima.
Quando la polvere si poserà ovviamente il Nostro avrà portato a termine il suo compito e sistemato gli assassini della sua famiglia, trovando anche il tempo di ricambiare l'amore di Beatrice.





Quando in casa Ford si è deciso ad approcciare quest'ultima fatica di Niels Arden Oplev - già noto per la trilogia di Millennium versione europea -, le aspettative del sottoscritto erano tutte orientate verso una spassosa e divertente tamarrata action con un contorno di botte che speravo garantito anche dalla presenza nel cast del wrestler Wade Barrett, che non sarà uno dei nomi di spicco dello Sport Entertainment attuale, ma che avrebbe potuto garantire una certa competenza nell'argomento scazzottate.
Purtroppo per me, l'esperienza della visione è stata non soltanto una delusione totale rispetto alle aspettative, ma anche un terrificante deja-vù di quello che era stato uno dei film peggiori usciti in sala nella scorsa stagione, Knockout - Resa dei conti, robaccia senza perchè firmata da uno Steven Soderbergh in evidente delirio da hangover pesantissimo: ironia non pervenuta, scene action poco significative, una storia d'amore tra i protagonisti buona per mungere il proverbiale latte alle ginocchia, uno script prevedibile e totalmente privo di tensione e soprattutto una dose mortale di noia tale da provocare una delle cose che normalmente non accadono mai quando guardo un film: mettermi a chiacchierare d'altro tenendo il suddetto come un sottofondo - neanche troppo spettacolare, in questo caso -.
La regia di Oplev, oltre che fredda - cosa che, in caso di alta qualità, può assumere anche i contorni del pregio - appare banale, troppo lineare ed assolutamente priva di un qualsiasi picco d'interesse, giusta giusta per andare a braccetto con le interpretazioni di Isabelle Huppert - ridicolo che un'attrice così dotata si riduca a fare la macchietta -, Noomi Rapace - che oltre a non essere a suo agio con un personaggio decisamente più femminile di Lisbeth Salander sfoggia un set di unghie finte da film d'orrore - e Colin Farrell - imbalsamato anche più che nell'ossigenata prima parte, quella meno riuscita, di Alexander, e ben lontano dai fasti che al suo posto avrebbe potuto garantire gente come Jason Statham -, tutte da dimenticare.
Senza dubbio, dunque, questo inutile titolo che vorrebbe essere un action d'autore o un thriller tamarro ma non riesce a concretizzarsi in nessuna delle due cose, prevedibile e scontatissimo dal primo minuto e a tratti perfino fastidioso e moralista - Victor che risparmia l'uomo responsabile dell'incidente di Beatrice ma che non si fa problemi ad eliminare i suoi "colleghi" soltanto per non essere scoperto stride un pò con l'etica del sicario senza etica - entra di diritto nei candidati più forti alla decina dedicata al peggio in sala del 2013, erede designato della porcata targata Soderbergh citata poco sopra.
Un vero peccato pensare che quella che nel cuore dei gloriosi eighties sarebbe stata una pellicola potenzialmente cult del trash - ricordiamo, su tutte, nel genere antieroe che si innamora della bella e fa fuori i cattivi, l'inarrivabile Cobra - sia finita fagocitata dalle ambizioni hollywoodiane di un regista completamente privo di qualsiasi scintilla di meraviglia, dai soldi - perchè non riesco a pensare ad altro che possa aver motivato la scelta di accettare questo lavoro dei protagonisti - e dalla voglia di trasformare anche quella che è materia grezza - e dovrebbe essere fiera di esserlo - in un prodotto solo apparentemente "elevato": l'effetto, nel corso dell'interminabile visione - perchè, non crediatelo, non è per nulla rapido il decorrere di questo dolore -, è più o meno quello di un macigno gettato in mare pensando che possa trasformarsi in una zattera e galleggiare.
L'unica differenza è che al posto dell'acqua ci sono, con un bersaglio ben disegnato sopra, gli attributi di noi poveri spettatori.


MrFord


"Una sgommata e via 
dietro alle spalle il mondo
e ce ne andiamo via
o vieni o resti qua
io e te all'inferno amore e così sia
una sgommata e via
ed è la libertà
dai metti in moto questo cuore poi accelera."
Paola Turci - "Una sgommata e via" - 


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