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lunedì 20 aprile 2020

White Russian's Bulletin



Mentre la quarantena prosegue - sperando si avvii ad una "nuova fase" di apertura - e la clausura influenza le vite, il lavoro e chi più ne ha, più ne metta, le visioni al Saloon si attaccano principalmente al piccolo schermo, fatta eccezione per qualche esperimento e per le serate Cinema dei Fordini, che ora si accingono ad affrontare per la prima volta Il signore degli anelli.
Senza dubbio, in un momento storico in cui le sale paiono dinosauri in estinzione, la fanno da padrone le proposte seriali ed i network come Netflix, che sempre di più si imporranno come una realtà imprescindibile in tempi di distanziamento sociale.


MrFord



IL BUCO (Galder Gaztelu Urrutia, Spagna, 94', 2019)

Il buco Poster


Recensito piuttosto bene - per essere un film da piattaforma streaming - sia in rete che su portali a grande diffusione, Il buco è stato una delle poche nuove visioni che ci si è concessi al Saloon in questo periodo di quarantena: riflessioni sociali non banali, spunti interessanti, un mix semplice ma efficace che pare mescolare The Cube a riferimenti letterari importanti - il Don Chisciotte che il protagonista sceglie di portarsi nell'agghiacciante struttura carceraria come unico oggetto personale -, violenza in stile orientale e un tentativo di proporre la sensibilizzazione della coscienza sociale in modo diretto, teso e non pesante e autoriale.
Peccato che, nonostante le premesse, il film esaurisca presto la sua carica, e nella parte finale non si dimostri a mio parere coraggioso abbastanza per giustificare il tutto: un pò come se fosse stata lanciata una provocazione senza che la stessa potesse davvero centrare il bersaglio per la quale era stata, per l'appunto, lanciata.
Senza dubbio una visione particolare, ma che avrebbe potuto essere davvero molto di più.




LO SHOW DI BIG SHOW - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2020)

Lo show di Big Show Poster

Per un appassionato di wrestling del mio calibro, fosse anche solo per affezione, era impossibile non fare un tentativo con la serie comedy in stile Modern Family legata alla figura di Big Show, uno dei lottatori più importanti del periodo in cui il wrestling venne traghettato dagli Anni Novanta al Nuovo Millennio, e ancora oggi veterano sempre pronto a lavorare in modo da lanciare nuovi volti nel panorama dello sport entertainment.
Senza dubbio, nonostante la partecipazione molto attiva dei Fordini, la serie è davvero poca cosa anche nell'ambito delle sit com, e se non fossi stato un appassionato "del settore" avrei abbandonato la nave già dopo il primo episodio: ci sono volute le partecipazioni di gente come Mick Foley ed i riferimenti al wrestling per poter mandare giù il tutto e non privare i piccoli del Saloon di un intrattenimento che pare aver divertito soltanto loro.
Probabilmente, farò a meno di comunicare l'uscita di un'eventuale seconda stagione.




BORDERTOWN - STAGIONE 1 (Netflix, Finlandia, 2016)

Bordertown Poster

Una cosa sicuramente interessante del periodo di lockdown è stata la possibilità di recuperare serie che, in condizioni di normalità, per il tempo a disposizione e la quotidianità serrata, sarebbe stato impossibile anche solo immaginare di andare a cercare: sulla scia di The Valhalla Murders, al Saloon si è proseguito nel filone del thriller nordico con questa sorta di versione finlandese del nostrano Rocco Schiavone. Kari Sorjonen, profiler dei metodi inusuali della polizia di Helsinki, decide di trasferirsi nella città natale della moglie, Lappenranta, al confine con la Russia, per trovare la tranquillità che nella capitale non aveva mai avuto.
Ovviamente non sarà così, e caso dopo caso lui e la sua nuova squadra si troveranno ad affrontare crimini violenti di ogni genere, pronti a sconvolgere una volta ancora la vita privata del detective: strutturata a blocchi di coppie di puntate dedicate ad un singolo caso Bordertown non rappresenta certo una proposta rivoluzionaria, ma come intrattenimento legato al genere funziona, per quanto il taglio finisca per essere abbastanza televisivo.
Interessanti i soggetti legati ai crimini, così come il metodo del protagonista - legato all'utilizzo delle stanze della memoria -, per il resto un prodotto solo per gli appassionati.




NON SUCCEDE, MA SE SUCCEDE... (Jonathan Levine, USA, 2019, 125')

Non succede, ma se succede... Poster

Ho sempre avuto un debole per Seth Rogen, uno di quei cazzoni che negli Anni Novanta sarebbe stato da dio dentro a cose come Clerks. Il suo approccio pane e salame ed film legati al clan Apatow lo rendono uno dei buddies ideali per le serate senza troppo impegno, e le commedie romantiche con deragliamenti sguaiati sono da sempre le mie preferite.
Non succede, ma se succede... - stendo un velo pietoso sul titolo italiano - si ascrive perfettamente al genere, anche se, devo ammetterlo, non riesce a raggiungere il livello di altri titoli come Zack&Miri, un pò per la sua durata - il muro delle due ore è duro da affrontare per questo tipo di titoli -, un pò perchè i momenti di ilarità legati all'insolita coppia Rogen/Theron finiscono per essere troppo pochi, o di sicuro meno di quanti ci si potrebbe aspettare.
Resta una visione buona per una serata senza impegno, con il giusto equilibrio tra sguaiatezza maschile e spessore femminile, ma senza dubbio non è destinato a lasciare un segno nella memoria.




CORRUZIONE (Don Winslow, USA, 2017)

Corruzione (Einaudi. Stile libero big) eBook: Winslow, Don ...

Don Winslow è da sempre una delle certezze letterarie del Saloon, quasi sempre - come il suo collega Nesbo - in grado di centrare l'obiettivo grazie a competenza, talento e capacità di raccontare.
Uscito qualche anno fa ma recuperato solo oggi, Corruzione pare scritto per essere un film: incentrato sulla figura di Denny Malone, poliziotto irlandese che regna supremo sulla Harlem degli afroamericani e dei domenicani, e sulla sua squadra, racconta quanto la realtà della società influisca sugli atteggiamenti e sulle decisioni di chiunque occupi una posizione di potere, da una parte o dall'altra della barricata della Legge.
A metà tra l'epopea scorsesiana ed il taglio da 25ma ora o Collateral, Corruzione è l'ennesima grande prova d'autore di Winslow, senza dubbio uno dei grandi maestri contemporanei del crime, pronto a mostrare il lato oscuro di ogni personaggio dei suoi romanzi senza dimenticare neppure per un istante la loro umanità: ed è proprio questo, il bello.
Denny Malone e i suoi sono profondamente umani, nel bene e nel male.
Così come i trafficanti ed i politicanti con i quali si trovano a venire a compromessi, a combattere, a giocarsi la vita: per quanto si possa pensare che le regole siano dettate e precise, le sfumature del tavolo da gioco sono sempre troppo indistinte.




GODLESS (Netflix, USA, 2017)

Godless Poster

Era da parecchio che leggevo e sentivo parlare di questa miniserie western, e da parecchio che, colpevolmente, ne rimandavo la visione. Complici Netflix ed il lockdown, ho potuto recuperare quello che, da appassionato, posso ufficialmente considerare come un vero e proprio gioiellino western, genere prediletto da queste parti: la vicenda delle donne di LaBelle, città di vedove a seguito di un terribile incidente nella miniera che costituisce la spina dorsale della città, e della rivalità tra Frank Griffin e Roy Goode, porta in dono tutta l'epica di un genere che ha fatto la Storia del Cinema e che ancora oggi ha il potere di affascinare, per quanto lontano nel Tempo e nei modi possa apparire.
Sette episodi che si prendono tutto quello che serve per disporre tutti i pezzi sulla scacchiera ed esplodere in una chiusura splendida, a tratti crudele e a tratti profondamente commovente, un vero film nella serie che chiude una vicenda in grado di raccontare anche in una manciata di minuti personaggi che avrebbero lo spessore dei protagonisti, e lasciare ai protagonisti destini di un secondo come quelli che un'epoca crudele come quella poteva riservare.
E per essere "senza dio", devo ammettere che Godless rappresenta qualcosa di così "santo" da valere i il rischio di battersi per lei fino alla fine.


lunedì 26 febbraio 2018

The disaster artist (James Franco, USA, 2017, 104')





Non ricordo esattamente il post, o quale film terribile usai per raccontare la storia di Alberto Leone, un mio compagno di classe alle superiori che, ancora oggi, ritengo potesse essere un talento incompreso.
Silenzioso, chiuso, apparentemente disinteressato a tutto quello che non fosse calcio, il suddetto fu come un fantasma in una classe assurda e male assortita come quella in cui ebbi la sfortuna di passare i miei due anni peggiori da studente - e forse nella vita -: al termine del secondo di questi, travolta da un desiderio di essere una wannabe Keating, la nostra insegnante di Letteratura italiana, Latino e Storia ci esortò - e obbligò, ovviamente - a scrivere una serie di poesie e componimenti in diverse forme che andarono a comporre una raccolta che continuo a conservare come una reliquia. Il mitico Alberto Leone, dal nulla, tirò fuori un paio di "opere" al limite dell'assurdo che regalavano perle come "Ancora pochi mesi e sarà maggio, e spero vivamente nel cuor mio di poter comprare la moto Piaggio": ancora oggi, quando torno con la mente a quei giorni, ritengo che quel mio compagno di classe inutile e silenzioso fosse un genio assoluto.
Perchè se è vero che per realizzare qualcosa di grande occorre andare oltre l'eccellenza, per creare qualcosa di brutto che sia spontaneo e senza limiti occorra la stessa dose di genialità: Tommy Wiseau, sceneggiatore, produttore e regista del film di culto The Room - da non confondere con la pellicola salita alla ribalta un paio d'anni fa -, probabilmente rientra in questa speciale categoria di persone fuori dal comune.
A prescindere dal fatto che sia curioso il mistero a proposito delle sue origini, dell'identità e dei soldi investiti per la realizzazione del suo sogno - il dubbio che possa essere davvero un vampiro, effettivamente, viene -, questo incredibile personaggio preso a modello da James Franco per adattare il libro scritto dal suo amico e collaboratore Greg Sistero è l'esempio perfetto - una sorta di novello Ed Wood - di quanta genialità occorra anche per realizzare opere di dubbio valore, e di quanta energia venga spesa per la realizzazione delle stesse, a prescindere dall'accoglienza che riceveranno o che, a tutti gli effetti, meritano di ricevere.
Franco, affiancato per l'occasione dal fratello minore nel ruolo di Sistero - scelta perfetta -, realizza con ogni probabilità una delle operazioni più interessanti della sua carriera, graziata da un'interpretazione da urlo - ingiustamente ignorata dall'Academy - e dalla rappresentazione di una situazione in equilibrio - o bilico? - perfetto tra l'ironia ed il grottesco e la profonda tristezza e malinconia: la storia di Wiseau e della realizzazione di The Room abbraccia non solo una biografia, o il racconto di un episodio divenuto di culto per gli appassionati, ma anche una gamma ben precisa di emozioni umane come il desiderio di emergere, di inseguire le proprie passioni ed i sogni, di pensare di meritare una possibilità sul grande palcoscenico che è, di fatto, la vita.
Clint, in uno dei suoi Capolavori, Gli spietati, afferma che "non esistono meriti, in queste cose", e continuo a pensare a quanto abbia ragione.
Eppure Wiseau ha mostrato il coraggio e le palle che molti invidiano o sognano di avere semplicemente decidendo di essere se stesso, o quello che avrebbe voluto essere.
Una cosa non da poco che Franco ha descritto con sincerità, trasporto ed intelligenza.
Non saprei dirvi, dal canto mio, che fine abbia fatto Alberto Leone, uno che, da aspirante scrittore e adolescente pronto a rifugiarsi nella cultura, avrei dovuto disprezzare dall'alto delle mie letture, o ascolti, o cazzate di questo genere.
E che, al contrario, ho sempre considerato talmente incredibile da poter essere considerato unico.
Posso solo dirvi che, se fossi un editore e dovesse presentarsi alla mia porta con un mazzo di quelle poesie, oggi, non avrei alcun dubbio rispetto alla loro pubblicazione.
E se, poi, dovesse anche rivelarsi un vampiro, tanto meglio.
Avrei la scusa buona per garantirmi l'immortalità.



MrFord



 

sabato 19 novembre 2016

Preacher - Stagione 1 (AMC, USA, 2016)




Attendevo la serie dedicata a Jesse Custer ed ispirata alla serie a fumetti Preacher almeno quanto quella legata alle gesta di Hap e Leonard, paladini dei romanzi di Joe Lansdale.
La attendevo ancora di più perchè ideata e fortemente voluta dalla scuderia di Seth Rogen ed Evan Goldberg, probabilmente fan della prima ora dell'opera di Garth Ennis e Steve Dillon.
La attendevo perchè Preacher è una delle cose più fottutamente grandi che il Fumetto mi abbia regalato come lettore.
La attendevo perchè adoro ogni singola vignetta di questo titolo, e quello che avrei voluto è una serie che potesse valere quantomeno la metà dello stesso.
Peccato che non sia neppure lontanamente così.
Ora, io non vorrei fare il fondamentalista sostenitore dell'opera originale e detrattore accanito della trasposizione per piccolo o grande schermo, ma devo ammetterlo: questa versione di Preacher, per chiunque conosca il fumetto, sta all'originale quanto l'orrido Io sono leggenda con Will Smith al Capolavoro letterario al quale si sono "ispirati" per portare la stessa immondizia in sala.
Nulla, di quello che è lo spirito del lavoro di Ennis e Dillon, è rimasto nell'adattamento qui presente, dalla figura di Jesse Custer - che più che un eroe tormentato pare uno stronzo fatto e finito - o di suo padre, della mescolanza di charachters presenti in tutta la serie a fumetti condensati in questa prima stagione - dal Santo degli assassini a Odin Quincannon, tanto per citarne due -, dallo snaturamento di Tulip e Facciadiculo ad un tentativo maldestro di riproporre Cassidy in modo che, almeno per lui, i fan hardcore non rimpiangessero il sarcastico, alcolizzato e scombinato vampiro del Tarantino dei Comics Ennis.
La storia stessa non ha praticamente nulla a che vedere - o quasi - con l'originale, senza contare che, almeno per ora, alcuni passaggi tra i più interessanti dell'epopea di Custer - Fino alla fine del mondo resta uno dei miei capitoli preferiti della saga - sono stati mantenuti ai margini in attesa di tempi migliori che, per il sottoscritto, non faranno in tempo ad arrivare, considerato che ho deciso senza troppi rimpianti di abbandonare un titolo che non mi pare abbia nulla che possa trattenermi.
Anche senza contare i miei appunti da groupie dell'opera originale, infatti, ho trovato Preacher poco incisiva, a tratti perfino lenta, priva di una direzione vera e propria da assegnare ai suoi protagonisti o antagonisti, con troppa carne al fuoco per essere sviluppata in soli dieci episodi, o abbastanza per ingolosire l'audience ad attendere una seconda stagione che promette di essere incasinata - e non in senso buono - almeno quanto la prima.
Un vero peccato, perchè se c'è una materia che merita di essere sviluppata a dovere e creata per essere destinata a diventare un cult è proprio quella offerta dalle avventure del revedendo Jesse Custer, ospite umano di Genesis e combattivo rivale di Dio e di qualsiasi stronzo figlio di puttana cerchi o solo tenti di pensare che il Male possa trionfare sul Bene, anche quando il secondo è pronto a mascherarsi dal primo.
E se qui ci fossero Custer in persona, John Wayne o Genesis, non ci sarebbe parola per definire questa robetta che pare acqua calda al confronto di una bella birra ghiacciata, o un bourbon da competizione.
Dunque fanculo, Preacher all'acqua di rose della tv.
Torno felice agli albi che hanno riempito la mia crescita di lettore.




MrFord




 

martedì 8 novembre 2016

Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan&Conrad Vernon, USA, 2016, 89')




Sono sicuro di aver scritto in un buon numero di post quanto, a cavallo tra infanzia ed adolescenza, fossi timido ed introverso.
Anche stronzo, da un certo punto in avanti.
Eppure, ai tempi, ero così preso dall'idea della scrittura e di voler esplorare la parte più elitaria e radical della cultura, da non pensare affatto a tutto quello che poteva essere sfruttato nell'ambito del politicamente scorretto, dal linguaggio all'approccio, nonostante i germogli di quella che sarebbe stata poi la mia via da ateo miscredente fossero già stati ben piantati.
Ma, del resto, a quei tempi neppure bevevo, figuratevi.
Dunque, per quello che, esperienza dopo esperienza ed anno dopo anno, sono diventato, un film come Vita segreta di una salsiccia, frutto delle menti deviate della scuderia di Seth Rogen, Evan Goldberg e soci, già responsabili di chicche come Facciamola finita o The interview, non poteva che trovare terreno fertile, da queste parti: del resto, ora bevo, il mio linguaggio è diventato decisamente più scurrile, ho nel frattempo e per fortuna scopato molto più di quanto non avessi fatto allora ed i livelli di scarsa tolleranza all'indirizzo di dogmi e regole - specie se religiosi - sono schizzati alle stelle.
L'incredibile viaggio di Frank la salsiccia, dunque, non poteva che trovare un sostenitore accanito, qui al Saloon, considerato il cocktail decisamente sopra le righe che la scuderia dei ragazzacci nati dal carrozzone di Apatow decide di servire a questo giro, pronto a farsi beffe del concetto di Fede, delle differenze tra razze e visioni - dai nazisti alla disputa tra arabi ed ebrei, senza contare i riferimenti alle diversità sessuali - nonchè del costume da "buon vicinato" tipico anche e soprattutto della cultura ammeregana - e non solo cattolica -, senza dimenticare citazioni e metacinema che, da queste parti, finiscono sempre per essere molto apprezzati.
Dunque, a scanso di qualsiasi equivoco, ammetto fieramente di essermi goduto - in tutti i sensi - il convincente, spassoso e scorretto sberleffo portato in scena da Frank e soci, di aver apprezzato tutti i suoi risvolti - da quelli socialmente interessanti a quelli dichiaratamente e provocatoriamente sboccati - ed averlo trovato davvero solido, nel suo modo strambo - non ci giurerei, ma sono convinto che le idee di Rogen e Goldberg siano frutto di gran serate a suon di bevute e fumate - di ribaltare tutto quello che ci si potrebbe aspettare da un film d'animazione neanche ci trovassimo di fronte ad un'opera d'autore a tutto tondo spacciata per un divertissement per bambini - e qualche imbecille ci sarà stato, in sala, convinto di portare i pargoletti all'ennesima pomeridiana innocua, messo alle strette all'idea di dover spiegare parecchie cose a fine visione -.
La questione, però, cui ho pensato con più convinzione quando ho riflettuto sul post, è stata quella legata ai radical chic, gli stessi pronti per partito preso a bersagliare di critiche i film Disney o Pixar - in special modo - e ad abbracciare come una manna dal cielo - o una salsiccia infilata da qualche parte, che si dia o si riceva - un prodotto sopra le righe come questo: perchè la vicenda di Frank, spogliata dalla componente ammiccante, esplicita, sboccata e chi più ne ha, più ne metta, segue esattamente lo stesso schema.
Perchè la storia di Frank è quella di un sognatore - buono, ovviamente - che in barba alle minacce ed all'ordine costituito finisce per decidere del proprio destino attraverso una serie di imprese ed inseguimenti dal ritmo serrato sbattendosene degli "dei" e di fatto agendo come se fosse una nuova rappresentazione degli stessi. Se non fosse stato per gli espliciti - basti assistere al primo, vero porno cinematografico animato sul finale - riferimenti al sesso ed i colpi bassi alla società, questo Sausage Party sarebbe stato perfettamente a suo agio in un panino targato Pixar.
E non so se, in questo caso, suoni peggio essere della scuderia di chi ci da dentro negandolo, o di chi lo fa giusto per scandalizzare chi non lo dice.
Personalmente, io lo faccio per me.
E devo dire di essere estremamente soddisfatto.




MrFord




 

mercoledì 27 gennaio 2016

Steve Jobs

Regia: Danny Boyle
Origine: USA, UK
Anno: 2015
Durata: 122'






La trama (con parole mie): attraverso tre episodi chiave della sua carriera - la presentazione del Mac nell'ottantaquattro, quella di Next nell'ottantotto e dell'IMac nel novantotto - scopriamo l'uomo dietro la leggenda di Steve Jobs, creatore e direttore d'orchestra di una delle realtà industriali e di cultura pop più importanti dell'ultimo secolo, Apple.
Dall'ego smisurato ai complicati rapporti con i colleghi e la figlia, così come con il suo passato di bambino adottato, passando per i confronti che l'hanno portato sotto i riflettori sia da un punto di vista umano che lavorativo, scopriamo i fiumi di parole ed i rari, intensi silenzi di un innovatore che seppe sfruttare al meglio il suo talento di sfruttare ed organizzare il talento di altri.










Non sono mai stato un patito di tecnologia.
Ricordo i tempi delle cassette riavvolte con le Bic, il passaggio al lettore cd, internet visto come un mondo da scoprire la prima volta che lo provai in ufficio, quando ancora averlo in casa era quasi fantascienza, almeno in Italia, il primo cellulare, ma di fatto, niente che mi abbia fatto emozionare davvero.
Personalmente, ho memoria dell'IMac soltanto perchè, nei primi anni zero, tutti i disegnatori con i quali lavoravo ai tempi della mia scellerata avventura come sceneggiatore di fumetti l'avevano: e penso di avere totalmente ignorato la vita e le imprese di Steve Jobs - fatta eccezione per i riferimenti alla Pixar - fino alla sua morte.
Curioso, in questo senso, che io sia e sia stato un utente Apple, almeno in parte.
E che tutta l'intuitività dei prodotti della Mela non abbia fatto mai particolarmente breccia, qui al Saloon.
Non troppo tempo fa, nonostante i suoi palesi limiti ed una certa banalità di fondo, avevo finito perfino per sopportare, come fosse un film d'intrattenimento senza pretese, il primo biopic - piuttosto scialbo - dedicato a quella che è stata l'anima di un'azienda che ha cambiato a suo modo il mondo, il "direttore d'orchestra" di un gruppo di ragazzi che da un garage di Cupertino, in California, ha di fatto conquistato l'intero pianeta.
Ma è stato come non avere il polso della situazione, del personaggio, della quadratura del cerchio, fino alla visione dello Steve Jobs di Danny Boyle - per una volta imbrigliato e sobrio con la macchina da presa - ed Aaron Sorkin, che si conferma uno degli sceneggiatori più mostruosi che il Cinema americano abbia in forza attualmente: personalmente, le aspettative rispetto a questo anomalo biopic erano piuttosto basse, complici il recente fallimento del suo regista - al quale ho sempre voluto bene, sia chiaro -, In trance, e l'idea dell'inutilità di fondo di un secondo lungometraggio dedicato al guru dell'Apple nel giro di un paio di stagioni cinematografiche, dunque ho finito per approcciare la pellicola nel modo più distante e critico possibile.
E cosa orchestrano, sfruttando un cast in stato di grazia - dalla conferma Fassbender all'ormai veterano caratterista Jeff Daniels, passando per un sorprendente per il ruolo Seth Rogen e la garanzia Kate Winslet - i già citati Boyle e Sorkin?
Un vero e proprio tripudio di classe, una versione backstage di un biopic classico, che punta più a mostrare i fantasmi del personaggio che racconta che non il personaggio stesso - in questo senso, parliamoci chiaro, Steve Jobs era decisamente un sacco di merda -, una sorta di versione realistica e travolgente di Birdman che, spogliato dai manierismi e dalle lungaggini, interpreta una delle realtà più importanti della società attuale - e parlo in termini pop, non tecnologici - ed il suo fautore, un uomo che non ha avuto paura di farsi odiare finendo, di fatto, per costruire un impero e farsi amare da più generazioni di utenti che, di fatto, lo hanno consacrato quasi al livello di un'icona religiosa.
Ed è davvero un'impresa non da poco, inchiodare alla sedia con un ritmo forsennato il pubblico incentrando l'intera ossatura di un film su un personaggio che, in termini di empatia, non ha davvero nulla da dare, affidandosi esclusivamente a dialoghi serrati, montaggio ed una regia che è una rasoiata, più che a retorica o facili stratagemmi: ci si appella a meccanismi istintivi ed umani, al non detto che, nella vita di tutti i giorni di ognuno di noi, direttori d'orchestra o no, finisce per influenzare in modo definitivo anche tutte le parole che buttiamo su qualsiasi palco della nostra esistenza.
E questo è il vero miracolo di un film di questo genere, che sento già in molti considerare freddo, distaccato, verboso, noioso, lontano, egocentrico: un pò come il suo protagonista.
Onestamente, non mi è mai fregato un cazzo, di Steve Jobs, se non come monito che tutto lo status, i soldi e l'influenza possibili non riusciranno mai e poi mai a salvarci dal Destino almeno quanto l'ultimo dei poveri stronzi.
Eppure, nel corso di queste due ore, Steve Jobs l'ho sentito sulla pelle.
Più di quanto il Mac o l'IPod siano mai riusciti a fare.




MrFord





"Outside of the window
I was sticking with you
we were only kids then
I was staying at yours
sheltered in our own worlds."

The Maccabees - "Grew up at midnight" - 







domenica 19 luglio 2015

Take this waltz

Regia: Sarah Polley
Origine: Canada, Spagna, Giappone
Anno:
2011
Durata: 116'






La trama (con parole mie): Margot è una ventottenne scrittrice freelance felicemente sposata con l'autore di libri di cucina Lou che vive nel cuore di uno dei quartieri più pittoreschi di Monteal. Al ritorno da un viaggio, in aereo conosce Daniel, che scopre essere praticamente un suo vicino di casa, di un anno più grande di lei, dedito alla passione per l'arte quando non impegnato nella sua professione effettiva di conducente di risciò.
Tra i due l'attrazione è immediata, e per quanto Margot cerchi di difendersi, le dinamiche e la quotidianità da coppia ormai rodata con Lou finiscono per essere sconfitte alla distanza dall'attrazione e l'eccitazione di qualcosa di nuovo da costruire con Daniel: ma il nuovo sarà davvero la rivoluzione che promette di essere, o semplicemente qualcosa che appare così interessante proprio perchè lontano dalla vita di tutti i giorni?










Credo che le regole dei rapporti di coppia, per quanto si possa pensare - ed in parte sia senz'altro così - che il proprio sia unico ed irripetibile, in qualche modo abbiano punti di contatto decisamente simili per tutti, quantomeno se si parla di quelli davvero importanti: un inizio folgorante, grazie al quale la persona con la quale ci si appresta a condividere una parte più o meno consistente del viaggio pare quasi ultraterrena, priva di difetti, o perlomeno capace di rendere qualsiasi cosa, giorno o situazione unici, e stupire con effetti speciali dentro e fuori dal letto; una seconda fase di assestamento, all'interno della quale, di norma, si decide di vivere insieme, fatta di entusiasmo e voglia di costruire, sentimenti che esplodono e progetti futuri; una terza che porta ad un'inevitabile routine, sia essa quotidiana, familiare o di tempistiche, e trasforma la persona che amiamo in un essere fallibile, con tutti i difetti - ed i pregi, sia chiaro - del caso, con il o la quale condividiamo il letto perchè è giusto che sia così, anche se i sentimenti hanno finito per offuscare l'istintività selvaggia degli inizi.
A questo punto, di norma, le coppie finiscono per imparare a navigare insieme affrontando tempeste o ammutinamenti, o scoppiano.
Take this waltz, ottima prova molto indie e molto pane e salame di Sarah Polley - attrice e regista già nota per Away from her -, è un ritratto di questo concetto tracciato attraverso occhi e sensazioni di una protagonista fragile ed incostante quanto forte, la Margot di una convincente Michelle Williams, rapportate ai due uomini della sua vita - o almeno, della parte di vita che possiamo osservare sullo schermo - Lou e Daniel.
Lou rappresenta, di fatto, tutto quello che si è scritto poco sopra della coppia rodata: un uomo presente, pronto a scherzare prima che eccitare, che gioca con la compagna grazie ad una complicità probabilmente costruita in ogni giorno del rapporto - bellissimi gli scambi legati alle manifestazioni d'affetto "al contrario" come quel "Ti caverei gli occhi con lo scavino del melone" ed affini - e che è concentrato sul resto della sua vita abbastanza da non accorgersi di quello che gli accade accanto.
Daniel, di contro, ha dalla sua il fervore e l'eccitazione della novità, l'ebbrezza di qualcosa che pare mai vissuto, la sensazione che la vita possa sempre e comunque ricominciare, ancora più eccitante e coinvolgente di quanto non sia mai stata prima: sguardi, intese, sottointesi, riferimenti sessuali espliciti, sfide a distanza e la sensazione di appartenere a qualcuno anche quando non lo si ha.
Margot, combattuta tra la certezza di un sentiero che conosce a menadito ed un altro completamente inesplorato si dibatte tra una canzone - forse il miglior utilizzo cinematografico di sempre di Video killed the radio star - e le lacrime, un tocco immaginato ed uno cercato, le proprie mura ed i desideri: in questo senso, la Polley riesce, pur mostrando una grande sensibilità femminile - si guardino le sequenze della ginnastica in piscina così come dell'aperitivo anticipato con tensione sessuale in agguato -, a coinvolgere anche l'altra metà del suo cielo grazie ad un racconto semplice e senza fronzoli, sincero e diretto come ci si aspetterebbe da una pellicola in pieno "stile Sundance", che conquista proprio per il suo approccio, prima ancora che per originalità o tecnica.
Da tempo sentivo parlare di questo Take this waltz, e devo ammettere di avergli voluto proprio bene, come a quei titoli cui si sente, in un modo o nell'altro, di dovere qualcosa, e che ho associato al ben più triste Blue Valentine, che vide protagonista sempre la Williams: non esistono storie perfette, per quanto si possa pensare all'inizio di ognuna di esse, quanto più il desiderio -  o la mancanza dello stesso - di preservarle.
In fondo, come dichiara candidamente - e a ragione - la vecchia allieva del corso di ginnastica acquatica sotto la doccia, "anche il nuovo prima o poi diventa vecchio": è così per noi così come per le nostre storie. Principalmente, il bello sarà viverle, destinate a finire o a durare una vita che siano.
Perchè da ognuna impareremo qualcosa di noi e dell'altro, dagli inizi con i fuochi d'artificio alle fini seduti di fronte al caminetto, dalla giovinezza esplosiva alla vecchiaia che spegne lentamente.
L'importante sarà aver ballato tutti i nostri valzer.
Senza aver rinunciato neppure ad un giro.




MrFord




"Take this waltz, take this waltz
take this waltz with the clamp on its jaws
oh I want you, I want you, I want you
on a chair with a dead magazine
in the cave at the tip of the lily
in some hallways where love's never been
on a bed where the moon has been sweating
in a cry filled with footsteps and sand."
Leonard Cohen - "Take this waltz" - 




domenica 10 maggio 2015

The interview

Regia: Evan Goldberg, Seth Rogen
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 112'




La trama (con parole mie): Dave Skylark è un conduttore di successo, anchorman di uno show dedicato ai pettegolezzi ed alle rivelazioni segrete delle celebrità, spesso e volentieri tacciato di occuparsi solo dei numeri e di non impegnarsi nell'approfondimento. Il suo producer e migliore amico Aaron Rapoport, curioso di esplorare campi giudicati più "impegnati", si ritrova tra le mani l'occasione per un'intervista al dittatore della Corea del Nord, uno degli uomini più pericolosi, temuti ed osteggiati dalla comunità internazionale, che pare essere un grandissimo fan dello show di Dave.
Combinato l'evento ed organizzata la spedizione dei due amici a Pyongyang, Dave e Aaron vengono contattati dalla CIA in modo da compiere un'impresa giudicata impossibile fino a quel momento: uccidere il quasi "divino" capo di stato.
Riusciranno gli improvvisati killer a portare a termine l'incarico?








Dai tempi in cui superai - fortunatamente e spero per sempre - il mio periodo da radical del Cinema - posso testimoniare almeno quattro o cinque anni buoni di sole visioni d'autore - il buddy movie come concetto è sempre stato non solo uno dei clienti migliori del Saloon, ma anche un compagno di sbronze praticamente perfetto: dalla mitica Trilogia del Cornetto ai vari SuXbad, Strafumati e via discorrendo, prodotti di questo tipo hanno sfondato una porta aperta da queste parti, finendo per attestarsi a veri e propri scacciapensieri secondi soltanto ai tanto cari film action, superando anche l'horror, una delle passioni storiche del sottoscritto.
The interview, ultima creatura della ciurma che un paio d'anni or sono regalò a noi tutti quella chicca di Facciamola finita, giunto sugli schermi americani e rimbalzato da una parte all'altra della blogosfera a seguito delle polemiche relative al cosiddetto incidente diplomatico che ha causato tra Stati Uniti e Corea del Nord, si inserisce alla perfezione nel suddetto filone: trattato fin troppo male dalla critica e snobbato dal pubblico in sala - almeno negli States, e principalmente a causa dello stesso fenomeno che colpì qualche mese fa Expendables 3 -, il lavoro di Goldberg e Rogen è uno spasso dall'inizio alla fine, infarcito di scorrettezze politiche e sessuali - come di consueto in questi casi - ed assolutamente consigliato nella sua versione originale - impagabili assonanze come quella che passa tra "ain't us" e "anus", o Stalin e Stallone - e frutto del divertimento sfrenato dei protagonisti.
Del resto, avendo le possibilità economiche e gli agganci di Rogen e Franco, probabilmente con Dembo o il mio fido compare Steve detto Tango, probabilmente, finiremmo per girare cose sguaiate e divertenti come questa, pronte non solo a non prendersi sul serio, ma anche a non prendere sul serio alcune dinamiche assolutamente importanti ed attuali come quella della presenza, sul pianeta, di dittatori dall'approccio "divino" pronti a decidere la vita e la morte di intere popolazioni pur essendo, di fatto, soltanto bambini con grossi problemi di ego cresciuti all'interno di una realtà assolutamente distorta - e non sto parlando del Cannibale -.
Le sequenze già cult in casa Ford sono parecchie, il film scorre alla grande sia quando si tratta di passaggi giocati tutti sui dialoghi che di momenti profondamente action - si veda la parte conclusiva -: spassosi i molteplici riferimenti alla trilogia de Il signore degli anelli, Rogen e Franco in gran forma - per quanto legati a charachters cuciti loro addosso, e nonostante il secondo si giochi il premio di attore più gigione di questa prima parte dell'anno con il Christoph Waltz di Big Eyes -, una regia vivace ed effetti ottimi - il costo dell'operazione, del resto, è stato piuttosto alto, soprattutto rispetto agli incassi -, senza contare una carrellata di ospiti illustri - grandissimo Rob Lowe - rendono The interview il non plus ultra dei film ignoranti della prima metà del duemilaquindici, e forse la prima scommessa che sento di sostenere anche a fronte di evidenti scopi esclusivamente ludici della pellicola insieme a John Wick.
Probabilmente questo eccessivo credito al lavoro di Rogen e Goldberg farà storcere il naso a molti, ma sinceramente non me ne potrebbe importare di meno: "They hate us cause they ain't us", del resto.
O avrò detto "anus"!?
Ai posteri l'ardua sentenza.




MrFord




"Do you ever feel like a plastic bag
drifting through the wind, wanting to start again?
Do you ever feel, feel so paper thin
like a house of cards, one blow from caving in?"

Katy Perry - "Firework" - 





martedì 2 settembre 2014

Cattivi vicini

Regia: Nicholas Stoller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 97'




La trama (con parole mie): Mac e Kelly, una giovane coppia con una bimba di pochi mesi, hanno appena comprato casa nel tipico quartiere da zona residenziale americana. Quando la casa accanto alla loro viene acquistata da una confraternita universitaria, i due freschi genitori rimangono prigionieri del dilemma legato al desiderio di sembrare ancora giovani e cool o alla realtà del bisogno di tranquillità: stretta amicizia con il Presidente della confraternita, il giovane e decisamente cool Teddy, i due si illuderanno di poter gestire la vita da genitori con vicini in piena crisi ormonale da college. Degenerata inevitabilmente la situazione, avrà inizio una vera e propria guerra tra la nuova e la vecchia guardia per la vittoria finale, che porterà a conflitti interni ed esterni e colpi bassi che non saranno risparmiati da una parte e dall'altra.
Chi avrà la meglio? E quale lezione impareranno i protagonisti della lotta?






E' davvero doloroso, per il sottoscritto, iniziare un post dando assolutamente ragione al Cannibale.
Era già successo lo scorso anno, con Spring Breakers, uno dei titoli più discussi e massacrati dalla vecchia guardia - anagrafica ed in materia di approccio - della Storia recente della settima arte, e si ripete quest'anno con Cattivi vicini.
Certo, la sguaiata lotta tra generazioni firmata da Nicholas Stoller non è il cult di Harmony Korine, e non mira neppure lontanamente ad esserlo, eppure qualcosa, sotto sotto, accomuna i due titoli.
Molti, infatti, hanno troppo in fretta liquidato - e con una certa acidità - quella che, a conti fatti, risulta una delle commedie più brillanti e ben riuscite dell'anno, in grado di leggere tra le righe non solo delle motivazioni - chiamiamole così - dei giovani in pieno fermento da feste e sballi vari, ma anche di andare a fondo nella vita senza dubbio stravolta ma ugualmente stupefacente dei novelli genitori, senza dimenticare una delle cose più importanti quando si tratta di prodotti di questo genere: far ridere sguaiatamente - e ci sono stati parecchi momenti, dagli airbag alla mungitura, che ricorderò per molto tempo -.
Proprio di recente, con Julez ci si è trovati ad analizzare e constatare le lampanti e clamorose differenze che si creano inevitabilmente non tanto tra i "giovani" ed i "vecchi", quanto tra i non genitori ed i genitori: dalle cronache delle vicissitudini del Fordino al mare alle uscite con gli amici, è evidente la spaccatura che si crea nel momento in cui si entra nel mondo dall'altra parte della barricata, che come giustamente sottolineano i due protagonisti Seth Rogen e Rose Byrne - anche se sarebbe ingiusto non citare Zac Efron, che ho sempre detestato ma che, in questa particolare occasione, risulta assolutamente perfetto - non permetterà a mamma e papà di lasciare completamente libere le loro parti selvagge almeno fino a quando non saranno "molto vecchi".
Cattivi vicini, in questo senso, riesce ad andare perfino oltre alla patina da casinara commedia da due soldi che si cuce con immenso piacere e grande goduria addosso, divenendo di fatto un ritratto sociologicamente molto interessante del rapporto tra il nostro io da post-adolescente, pronto al divertimento sfrenato e all'emancipazione della sua parte più wild e quello della cosiddetta età adulta, quando si inizia ad imparare dai propri figli credendo al contempo di esserne i maestri.
Dunque, dalle citazioni spassose - Taxi driver e Breaking Bad su tutte - fino alle riflessioni più importanti che non avrebbero sfigurato in una riuscita romcom - il dialogo a letto di Mac e Kelly sul finale -, tutto pare funzionare al meglio alla facciazza di chi, al contrario, ha finito per bollare questo film come volgare ed indigesto, risultando, almeno ai miei occhi, più radical chic del mio acerrimo "cattivo vicino" e già citato Peppa Kid che, al contrario, seppur, forse, da un punto di vista (finto) giovane, è riuscito a cogliere in pieno l'ottima riuscita del prodotto.
Certo, da uomo vecchio e padre di famiglia forse io ho finito per decidere addirittura ad attribuire alla pellicola un significato più profondo di quanto non possa effettivamente essere stato quello che gli autori avevano in mente nel momento della stesura dello script, o forse il momento della vita che stiamo attraversando in casa Ford - con la sensazione di distacco netto da tutti i coetanei e non senza figli, e spesso non per scelta nostra - mi porta a pensare che a volte non ci rendiamo conto degli straordinari cambiamenti che viviamo nella quotidianità e di quanto incredibile, a volte, possa essere viverli per come sono, dal degenero di un periodo ad un degenero diverso di un altro.
Ricordo quando, neppure dieci anni fa, mi capitava di uscire e bere allo spasimo cercando di rimorchiare la ragazza di turno, dormire due ore e poi andare al lavoro, mentre ora, alla prima notte in cui faccio tardi per scrivere un post o il Fordino straordinariamente - perchè sono rarissimi, i casi in cui si sveglia, e di norma ci pensa la santa Julez - ha qualche risveglio agitato, mi porto dietro la stanchezza per tutta la settimana, arrivando perfino ad addormentarmi durante la visione serale - cosa mai accaduta in precedenza -: il tempo ci cambia, e noi non possiamo segnare il tempo, come canterebbe Bowie.
Io, invece, dico di sì.
E come vada, vada.
E se arrivo a citare Changes a partire da un film come questo, beh, signori miei, significa che Stoller e soci hanno centrato in pieno il bersaglio grosso.



MrFord



"Where's your shame
you've left us up to our necks in it
time may change me
but you can't trace time."
David Bowie - "Changes" - 



venerdì 6 dicembre 2013

Facciamola finita

 Regia: Evan Goldberg, Seth Rogen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 107'



La trama (con parole mie): Jay Baruchel vola a Los Angeles - città che non ama particolarmente - per passare un weekend in compagnia dell'amico Seth Rogen, lontani dagli eccessi dello stardom hollywoodiano. Quando il buon Seth, dopo una giornata passata davanti alla tv tra cannoni e videogiochi, propone a Jay di trascorrere la nottata a casa di James Franco, che pare abbia dato una festa destinata a restare negli annali, il secondo accetta a denti stretti solo per ritrovarsi catapultato, insieme a tutti i suoi colleghi attori, in una sorta di Inferno in Terra scatenato da quella che pare proprio essere l'Apocalisse.
E mentre i giusti vengono risucchiati nel cielo dalla luce divina, i nostri si ritrovano a dover lottare per la sopravvivenza proprio nella villa di James Franco, in attesa di scoprire quello che sarà il loro destino eterno.





Finalmente, dopo un'attesa decisamente troppo lunga - avrei voluto vederlo già in sala - è approdato al Saloon Facciamola finita, fatica divertita e divertentissima firmata da Evan Goldberg e Seth Rogen che riunisce sotto un unico cielo - decisamente apocalittico - tutta la banda che, negli ultimi dieci anni, ha reso grande il cosiddetto Apatow-style sfoderando chicche di genere come Funny people, Strafumati o SuXbad, cultissimi assoluti di casa Ford.
Chiusa la meravigliosa Trilogia del Cornetto di Edgar Wright in casa Ford si sentiva il bisogno di respirare un'atmosfera simile - pur se sguaiata come solo gli americani sanno renderla - per colmare il vuoto lasciato nei nostri cuori dalla straordinaria saga inglese, ed occorre ammettere che Rogen e soci riescono nella non facile impresa di consegnare al pubblico una piccola bomba destinata a rimanere impressa nella memoria di chiunque sarà in grado di accoglierla a braccia aperte, senza scandalizzarsi troppo per linguaggio o battutacce e godendosi tutta l'autoironia messa in campo dagli attori chiamati ad interpretare loro stessi - dal divismo "cool" di James Franco alla supponenza di Baruchel, dal finto buonismo di Jonah Hill al meraviglioso e cocainomane Michael Cera, senza contare le fugaci apparizioni di Paul Rudd, Rihanna ed Emma Watson, che con l'accetta in mano fa davvero una porchissima figura - in questo survival da fine dei giorni infarcito di citazioni mai invasive - bellissimi i richiami a Rosemary's baby e L'esorcista - ed alcune trovate assolutamente geniali - il sequel fatto in casa del già citato Strafumati su tutti -.
Considerato l'intento principalmente ludico dell'intera operazione, nata da un'idea dello stesso Rogen, direi che Facciamola finita riesce nell'impresa di imporsi come commedia dell'anno made in USA, colpendo molto basso lo stardom hollywoodiano - letteralmente stupefacente la fugace apparizione di Channing Tatum - così come la fragilità umana pronta ad esplodere in situazioni estreme che comportano la sopravvivenza propria posta spesso e volentieri innanzi a quella altrui: in questo senso, l'escalation finale con i nostri alle prese con il giudizio divino è praticamente perfetta, tanto quanto risultano divertenti le sequenze all'interno della casa - la discussione a proposito dell'eventualità di stupro di Emma Watson, il razionamento del cibo e delle bevande, la pistola di James Franco - e l'inseguimento a montaggio alternato tra Jay Baruchel, Craig Robinson ed un demone da una parte e la premiata ditta Rogen/Franco in fuga dal posseduto Jonah Hill dall'altra, un vero e proprio gioiellino che ha riportato alla mente i fasti di Shaun of the dead.
Ma assolutamente nulla, e proprio nulla, di quello che potrà avervi divertito potrà dare l'idea dell'effettiva portata della chiusura, una delle più divertenti, assurde, sopra le righe e geniali cui abbia assistito quest'anno, impreziosita da una chicca che riporta l'orologio indietro alla metà o poco più degli anni novanta, e rende l'apoteosi della vicenda da Armageddon di Rogen e soci un vero e proprio trionfo, un colpo di coda al limite del trash che è quasi poesia, e finisce per oscurare anche perle come l'erba in Paradiso - "Ma in Paradiso c'è l'erba?" "Certo, altrimenti che Paradiso sarebbe!" - o il desiderio di possedere un sigway.
Voi tenetevi forte, godetevi le risate, il rutto libero, ed aprite le porte del regno dei cieli.
Ad attendervi ci sarà una sorpresa che andrà ben oltre il Giorno del Giudizio.
Roba che ancora adesso sento dentro il desiderio di ritrovarmi di colpo a ballare completamente vestito di bianco.


MrFord


"A che ora è la fine del Mondo? 
A che ora è la fine del Mondo? 
A che ora è la fine del Mondo, che rete è? 
Destra, sinistra, su, giù, centro, fine del Mondo con palle in giramento 
che chi è fuori è fuori e chi è dentro è dentro, e fuori TV non sei niente."
Ligabue - "A che ora è la fine del mondo?"



giovedì 18 luglio 2013

Thursday's child


La trama (con parole mie): settimana stranamente "ristretta", quella che ci aspetta in sala, già in completo assetto estivo e priva di bislacche proposte italiote in grado di porre sullo stesso fronte - contrario ad esse, ovviamente - il sottoscritto ed il suo rivale nonchè compare di rubrica Cannibal Kid.
Come se non bastasse, inoltre, i titoli proposti potrebbero rivelarsi quasi tutti interessanti, sempre che si sia pronti ad accoglierli nel pieno spirito della stagione più "leggera" dell'anno.

"Hey Ford, qua la mano! Sei venuto anche tu a dare un paio di legnate a Peppa Kid!?"
 
Pain & Gain - Muscoli e denaro di Michael Bay


Il consiglio di Cannibal: ecco a voi la fordianata DEFINITIVA
Pain & Gain - Muscoli e denaro, un film di Michael Bay con Mark Wahlberg e soprattutto Dwayne “The Rock” Johnson?
Ma questo non è un film. È un sogno di Ford che si materializza davanti a noi. Già super floppone dell’estate americana, si prepara a passare pure in Italia senza lasciare alcun segno. Se non per Ford che è già pronto a eleggerlo come suo film dell’anno, forse a nominarlo anche suo film preferito di tutti i tempi, nonché modello esistenziale assoluto.
Per tutti noi persone (più o meno) normali, meglio invece girare al largo da questa orripilante parata tutta muscoli e zero cervello. E zero cinema.
Il consiglio di Ford: ecco a voi la tamarrata dell'estate!
Ogni estate che si rispetti ha la sua porcata musicale o cinematografica tamarra oltre misura che non riusciamo proprio a detestare, pronta ad insinuarsi nelle nostre vite e a diventare una sorta di istantanea di ricordi pronti a nascere e morire su una spiaggia.
Una specie di Danza Kuduro, insomma, che in questo caso mi regala la presenza in stereo di Marc Wahlberg e The Rock, due dei bistecconi più amati al Saloon.
Inutile dire che sarò in prima fila per schiaffarmelo il prima possibile, con il cervello spento ed il testosterone a mille alla facciazza di quel pusillanime di Peppa Kid.

"Guida Ford!? Ma non fatemi ridere!"

Facciamola finita di Evan Goldberg, Seth Rogen


Il consiglio di Cannibal: Ford, falla finita!
Se tutti i film fossero delle robe come Pain & Gain, uno spot al fordismo più sfrenato, ci sarebbe davvero da farla finita. Per fortuna così non è e qualche piacevole sorpresa ogni tanto arriva anche. Una di queste potrebbe essere Facciamola finita, esordio alla regia in co-abitazione con Evan Goldberg per lo spassoso Seth Rogen, un comico americano snobbatissimo in Italia ma che incredibilmente riesce a far ridere sia il sottoscritto Cannibal che quel musone di Ford. L’apocalittica pellicola comedy è la storia di un gruppo di VIPs nella parte di loro stessi (tra cui Rihanna, Emma Watson, Channing Tatum, lo stesso Seth Rogen e molti altri) che, durante un party a casa di James Franco, si ritrovano nel bel mezzo della fine del mondo…
Facciamola finita con le schifezze sponsorizzate da Ford e godiamoci questa spassosa apocalisse!
Il consiglio di Ford: la faccio finita con il Cannibale, a suon di bottigliate!
Film che promette di essere un vero spasso, una cosa a metà tra l'approccio di Edgar Wright e Judd Apatow che ho come l'impressione riuscirà a mettere d'accordo perfino lo scatenato Ford ed il fighetto Cannibal, quasi riuscisse a concentrare le loro opposte visioni del mondo in un'unica, grande, mitica festa da apocalisse globale totale.
Dunque, per una volta, apriamo i cancelli e buttiamoci senza ritegno!

"Stiamo attenti, quello è il Cannibale, mica una persona normale!"

The Lost Dinosaurs di Sid Bennett


Il consiglio di Cannibal: Ford l’abbiamo perso già da un pezzo…
The Lost Dinosaurs?
Cos’è? Un documentario su Ford e sui suoi artisti preferiti, quei dinosauri di Bruce Springsteen e dei Kiss?
Pare di no, per fortuna, però potrebbe essere qualcosa di quasi ugualmente inquietante. Un nuovo film avventuroso alla Jurassic Park di cui non si sentiva (non io, almeno) un gran bisogno. Unico elemento che potrebbe rappresentare una variante positiva rispetto al solito è il fatto che provenga dalla Gran Bretagna, e quindi non è la solita americanata. Anche se lo sembra…
Il consiglio di Ford: dopo la lezione che riceverà dal sottoscritto alla prossima Blog War, sarà difficile ritrovare il Cannibale...
Onestamente non ho mai amato il genere dinosauri, nonostante consideri Jurassic Park ed i suoi sequel un buon giocattolone d'intrattenimento: dunque questa sorta di sua versione anglosassone non mi ispira granché, a meno che tra i protagonisti non vi sia un certo Marco Goi destinato a venire braccato da un qualche mostro pronto a trasformarlo nella portata principale della sua cena.
Ma non credo che un prodotto così interessante esista, purtroppo.

Un'istantanea di Peppa Kid con due coetanei di Ford.

Alex Cross di Rob Cohen


Il consiglio di Cannibal: meglio Alex Del Piero, vero Ford?
Ed ecco un’altra americanata. Visto che Michael Bay non bastava, ritorna anche Rob Cohen, il regista del primo Fast & Furious, di xXx e di altre tamarrate. Pur essendo incentrato sulla figura del detective Alex Cross, già portato sullo schermo da Morgan Freeman ne Il collezionista e Nella morsa del ragno, qui mi sa che più che di fronte a un thriller ci troveremo davanti un action trash di quelli perfetti per il mio blogger rivale. Ovvero: si rivelerà una porcheria. Ma che dico? Una forderia!
Il consiglio di Ford: meglio l'uccellino, vero Cucciolo Eroico?
Filmaccio action mascherato da thriller che si prospetta come una vera e propria tamarrata di quelle che al Saloon vengono sempre buone, soprattutto in questa stagione da neuroni - e non solo - in vacanza.
Peccato che venga in una settimana insolitamente ricca di proposte, e dunque scenda al terzo posto: ma certo non me lo farò mancare, da buon, vecchio Expendable.

"E va bene, mi arrendo: Lost è finito e non cercherò più di tornare a forza sull'isola!"

mercoledì 24 ottobre 2012

Observe and report

Regia: Jody Hill
Origine: USA
Anno: 2009
Durata: 86'




La trama (con parole mie): Ronnie è a capo delle guardie giurate di un centro commerciale vessato dalle incursioni di un esibizionista e dai colpi di un ladro che il giovane si prefigge da tempo di catturare. Quando l'incontro con il maniaco della commessa di profumeria Brandi induce il direttore a contattare la polizia e giunge sul posto il detective Harrison, per Ronnie diviene un punto d'onore risolvere entrambe le questioni prima delle forze dell'ordine.
I suoi tentativi falliscono miseramente, così il ragazzo si convince di poter dimostrare ancora qualcosa entrando nel Corpo: ma il suo sempre molto poco sotto controllo bipolarismo impedisce che anche questo sogno possa essere coronato, e la sete di rivalsa avrà modo di essere sfogata soltanto tornando con la coda tra le gambe nella realtà del centro commerciale, all'interno del quale, forse, una nuova strada prenderà forma per Ronnie.





Quando lessi per la prima volta di questo film dalle parti del mio antagonista preferito Cannibale, pensavo che ad attendermi ci sarebbe stata l'ennesima goliardata in stile Apatow pronta a distrarmi quel tanto che bastava per essere destinata ad una di quelle serate di completo relax, poche pretese ed un sacco di risate: in fondo nel ruolo di protagonista ritrovavo il da sempre sponsorizzato in casa Ford Seth Rogen, ed il contesto del centro commerciale - già preso di mira nel pieno degli anni novanta dall'altro fordiano ad honorem Kevin Smith - lasciava presagire ottimi momenti di sboccato umorismo sopra le righe.
La sensazione che invece, al contrario, è cresciuta con il passare dei minuti e l'evoluzione della trama è stata quella di un'inquietudine profonda rispetto ad un ritratto agghiacciante della realtà di provincia made in USA, di quelle da far rizzare i peli sulla nuca e pregare che, anche nel caso di un viaggio di piacere nella "Terra della libertà", non ci sia affatto occasione di confronto con microcosmi, per l'appunto, da centro commerciale.
Lo squilibrato e profondamente triste Ronnie - nonostante l'aria da spaccone alla ricerca di affermazione, divertimento e conquiste femminili - insinua nello spettatore il dubbio che l'operazione di Jody Hill non sia associabile alla corrente dei vari prodotti della nuova commedia all'ammeregana, quanto ad una satira sociale ben più seria di quanto non ci si potrebbe aspettare: il desiderio di esercitare il potere, la passione per le armi da fuoco e la ricerca della soluzione nello scontro violento, lo stordimento attraverso alcool e droghe per evadere da una realtà triste e desolante, forze dell'ordine al limite del surreale - un pò come la sicurezza del centro capeggiata proprio dal protagonista - ed un'atmosfera che definire allucinante parrebbe quasi un complimento.
Come se non bastasse, il crescendo finale ed il faccia a faccia con tanto di inseguimento tra l'esibizionista e Ronnie assumono dei contorni quasi drammatici, facendo tornare alla mente le cornici che, negli ultimi vent'anni, hanno abbracciato i drammi raccontati da Bowling a Columbine o rappresentati da Elephant così come i tristi fatti di cronaca come la tragedia di Aurora, la scorsa estate.
A questo punto vi starete chiedendo, dunque, perchè qui sopra campeggino le bottigliate, e non un qualche voto d'incoraggiamento per un'operazione rivelatoria rispetto ai problemi di un Paese che ha sempre avuto in una certa insicurezza e facilità rispetto all'utilizzo delle armi da fuoco una delle sue più grandi piaghe.
Presto detto: le bottigliate sono state scatenate dritte su questa pellicola principalmente per l'approccio voluto da produzione e direzione.
Probabilmente Jody Hill credeva che un piglio simpatico e casinista avrebbe di fatto consegnato alla storia un nuovo Hot Fuzz, o una vicenda che, dietro il divertimento sguaiato dell'audience avrebbe comunque portato la stessa a riflettere sui massimi sistemi statunitensi e sull'american way of life, ma il problema, a conti fatti, è principalmente questo: Observe and report non fa ridere, per quanto ci provi, e la sensazione di dubbio rispetto ad un equilibrio molto precario tra comicità involontaria ed incapacità di avere un approccio costruttivo alla comicità stessa è decisamente troppo pesante da sopportare pur con un minutaggio decisamente abbordabile.
Personaggi, inoltre, come la madre di Ronnie - tristissima nei suoi quadretti dentro e fuori le mura di casa - o la commessa Brandi risultano agghiaccianti almeno quanto la scombinata banda di amici e collaboratori del protagonista o i poliziotti - su tutti il detective Harrison interpretato dal redivivo Ray Liotta -, che più che strappare una risata finiscono per lasciare ammutolito un pubblico dagli occhi sgranati a fronte dell'orizzonte della provincia made in USA.
Più che un'occasione sprecata, dunque, una sorta di involontaria - e decisamente non efficace - operazione che, forse, se fosse divenuta una storia firmata Michael Moore avrebbe lasciato senza parole per il terrore piuttosto che tentare la via della simpatia con una platea in attesa di un pò di sano relax da divano.

MrFord


"With your feet on the air and your head on the ground
try this trip and spin it, yeah
your head'll collapse
if there's nothing in it
and you'll ask yourself
where is my mind
where is my mind
where is my mind."
Pixies - "Where is my mind?"-



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