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martedì 8 novembre 2016

Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia (Greg Tiernan&Conrad Vernon, USA, 2016, 89')




Sono sicuro di aver scritto in un buon numero di post quanto, a cavallo tra infanzia ed adolescenza, fossi timido ed introverso.
Anche stronzo, da un certo punto in avanti.
Eppure, ai tempi, ero così preso dall'idea della scrittura e di voler esplorare la parte più elitaria e radical della cultura, da non pensare affatto a tutto quello che poteva essere sfruttato nell'ambito del politicamente scorretto, dal linguaggio all'approccio, nonostante i germogli di quella che sarebbe stata poi la mia via da ateo miscredente fossero già stati ben piantati.
Ma, del resto, a quei tempi neppure bevevo, figuratevi.
Dunque, per quello che, esperienza dopo esperienza ed anno dopo anno, sono diventato, un film come Vita segreta di una salsiccia, frutto delle menti deviate della scuderia di Seth Rogen, Evan Goldberg e soci, già responsabili di chicche come Facciamola finita o The interview, non poteva che trovare terreno fertile, da queste parti: del resto, ora bevo, il mio linguaggio è diventato decisamente più scurrile, ho nel frattempo e per fortuna scopato molto più di quanto non avessi fatto allora ed i livelli di scarsa tolleranza all'indirizzo di dogmi e regole - specie se religiosi - sono schizzati alle stelle.
L'incredibile viaggio di Frank la salsiccia, dunque, non poteva che trovare un sostenitore accanito, qui al Saloon, considerato il cocktail decisamente sopra le righe che la scuderia dei ragazzacci nati dal carrozzone di Apatow decide di servire a questo giro, pronto a farsi beffe del concetto di Fede, delle differenze tra razze e visioni - dai nazisti alla disputa tra arabi ed ebrei, senza contare i riferimenti alle diversità sessuali - nonchè del costume da "buon vicinato" tipico anche e soprattutto della cultura ammeregana - e non solo cattolica -, senza dimenticare citazioni e metacinema che, da queste parti, finiscono sempre per essere molto apprezzati.
Dunque, a scanso di qualsiasi equivoco, ammetto fieramente di essermi goduto - in tutti i sensi - il convincente, spassoso e scorretto sberleffo portato in scena da Frank e soci, di aver apprezzato tutti i suoi risvolti - da quelli socialmente interessanti a quelli dichiaratamente e provocatoriamente sboccati - ed averlo trovato davvero solido, nel suo modo strambo - non ci giurerei, ma sono convinto che le idee di Rogen e Goldberg siano frutto di gran serate a suon di bevute e fumate - di ribaltare tutto quello che ci si potrebbe aspettare da un film d'animazione neanche ci trovassimo di fronte ad un'opera d'autore a tutto tondo spacciata per un divertissement per bambini - e qualche imbecille ci sarà stato, in sala, convinto di portare i pargoletti all'ennesima pomeridiana innocua, messo alle strette all'idea di dover spiegare parecchie cose a fine visione -.
La questione, però, cui ho pensato con più convinzione quando ho riflettuto sul post, è stata quella legata ai radical chic, gli stessi pronti per partito preso a bersagliare di critiche i film Disney o Pixar - in special modo - e ad abbracciare come una manna dal cielo - o una salsiccia infilata da qualche parte, che si dia o si riceva - un prodotto sopra le righe come questo: perchè la vicenda di Frank, spogliata dalla componente ammiccante, esplicita, sboccata e chi più ne ha, più ne metta, segue esattamente lo stesso schema.
Perchè la storia di Frank è quella di un sognatore - buono, ovviamente - che in barba alle minacce ed all'ordine costituito finisce per decidere del proprio destino attraverso una serie di imprese ed inseguimenti dal ritmo serrato sbattendosene degli "dei" e di fatto agendo come se fosse una nuova rappresentazione degli stessi. Se non fosse stato per gli espliciti - basti assistere al primo, vero porno cinematografico animato sul finale - riferimenti al sesso ed i colpi bassi alla società, questo Sausage Party sarebbe stato perfettamente a suo agio in un panino targato Pixar.
E non so se, in questo caso, suoni peggio essere della scuderia di chi ci da dentro negandolo, o di chi lo fa giusto per scandalizzare chi non lo dice.
Personalmente, io lo faccio per me.
E devo dire di essere estremamente soddisfatto.




MrFord




 

mercoledì 28 settembre 2016

Trafficanti (Todd Phillips, USA, 2016, 114')



Nel corso degli anni novanta, era di gran moda rinverdire i fasti - se così si possono definire - dell'epoca d'oro degli eighties almeno per quanto riguarda il crimine, considerati gli anni "da bere" - per usare un termine da milanese - di Pablo Escobar e soci: ricordo benissimo il periodo in cui mi specchiai nel passaggio di mio fratello nella carrellata dei vari Padrino, Quei bravi ragazzi, Scarface, Blow e via discorrendo.
Anzi, più volte ho pensato che il cultissimo di Brian DePalma aveva, di fatto, rovinato una generazione finendo per mandare in pappa il cervello di chi non era riuscito a cogliere il ritratto profondamente drammatico del buon Tony Montana, alimentando i sogni di gloria di tamarri in delirio d'onnipotenza in stile Fabrizio Corona - giusto per dirne uno che di danni pare averne fatti più che altro a se stesso -.
Todd Phillips, regista della divertentissima - eccetto l'ultimo capitolo - trilogia di Una notte da leoni, torna sugli schermi con un prodotto che pare rispecchiare proprio lo spirito di quell'epoca, aggiungendo al cocktail una spruzzata di Lord of war che non fa mai male, titolo firmato da Andrew Niccol bersagliato dai critici alternativi e benpensanti da sempre una piccola chicca qui al Saloon, e lo fa con un certo piglio ed un discreto risultato, per quanto tutto, in qualche modo, suoni comunque fuori tempo massimo e già sentito: Miles Teller e Jonah Hill ripropongono una formula più che valida vista in tutti i titoli appena citati - Julez, nel corso della visione, ha avuto reminiscenze addirittura del fantastico Wolf of Wall Street, uno dei film più grandiosi degli ultimi anni, mentre io sono stato più incline a rimembrare Pain&Gain - che coinvolge e funziona perchè basata su avvenimenti realmente accaduti, anche se senza dubbio risulterà più affascinante ai giovani ancora privi di un background come quello di chi è cresciuto a cavallo tra gli ottanta e i novanta.
Certo, il trailer italiano è come al solito fuorviante ed ingiustificato, considerato che quello che è, a tutti gli effetti, un film in qualche modo profondamente drammatico viene mascherato da commedia cazzara proprio in stile Una notte da leoni, e questo non aiuterà nella visione il pubblico occasionale o chiunque approcci questo Trafficanti - adattamento pessimo, una volta ancora - con un certo spirito, eppure a mio parere una visione, nonostante la sensazione di deja-vu, risulta quasi d'obbligo, e finisce addirittura per stimolare riflessioni non da poco sul ruolo della società, dell'economia, della guerra e di tutte quelle cose che pare stiano dietro alle regole del mondo.
Una "falsa stronzata", dunque, che pur non essendo certo memorabile o destinata alla Storia del Cinema finisce per risultare godibile ed interessante, pronta a raccontare una vicenda figlia delle influenze di una generazione o due di pellicole che, anche solo erroneamente, caldeggiavano una carriera nel mondo del crimine - o ai suoi margini - come alternativa al riscatto sociale: una seduzione cui è stato, è e sempre sarà facile cedere ma che, a conti fatti, non porta nulla di buono a chi la vive come un sogno americano che si rivela, più che altro, un'illusione.




MrFord




venerdì 29 agosto 2014

22 Jump Street

Regia: Phil Lord, Christopher Miller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 112'





La trama (con parole mie): i due partners d'azione Jenko e Schmidt, archiviato un fallimento in campo aperto, sono richiamati sotto copertura in modo da essere spediti al college e scoprire un traffico legato ad una nuova droga pronta ad invadere il mercato.
Il ritorno tra i banchi di scuola, però, riserverà più di una sorpresa ai due inseparabili amici: le loro diversità, una ragazza e soprattutto l'ingresso di Jenko nella squadra di football della facoltà mineranno il loro rapporto e la complicità che ne è sempre stata, di fatto, il fulcro.
Riusciranno i due a superare gli ostacoli, lo spring break e la "crisi" in modo da risolvere il caso?






Con un'estate drammatica in termini di qualità delle uscite - anche quando si parla di prodotti di puro e semplice intrattenimento da neuroni in vacanza - come quella che stiamo attraversando, recuperi e celebrazioni a parte, l'unica soluzione per i vecchi viaggiatori amanti del Cinema resta quella di rifugiarsi nelle poche certezze - ammesso che possano definirsi tali - che la settima arte può ancora regalarci: i buddy movies fracassoni e scombinati, tendenzialmente volgari e divertenti, da sbronza con gli amici o da divano come se non ci fosse un domani sono una di queste.
La premiata ditta Lord e Miller, che già quest'anno era stata in grado di confezionare il pregevole The Lego movie, torna riprendendo personaggi e situazioni del piacevole 21 Jump Street di un paio di stagioni or sono, portando i suoi due protagonisti dal liceo all'università - ed ironizzando parecchio anche sul tempo che passa in merito - ponendo al centro dell'attenzione più che il caso con il quale Jenko e Schmidt devono confrontarsi il loro rapporto come se, di fatto, si trattasse di una coppia effettiva, e non soltanto di partners di lavoro.
Un'idea azzeccata che ripaga non solo il pubblico - le sequenze più divertenti sono proprio quelle in cui sotto i riflettori vi è il legame in crisi dei protagonisti -, ma anche gli autori, che probabilmente consci di non avere per le mani chissà quale materiale confezionano un giocattolo d'intrattenimento di grana grossa perfetto per questo periodo dell'anno, che rimanda a supercult recenti - Spring breakers, tra i titoli più discussi del duemilatredici - e finisce per accontentare sia gli appassionati di questo tipo di proposte che il pubblico occasionale, che se pronto a digerire qualche battutaccia di troppo potrebbe finire per farsi coinvolgere almeno quanto i fan hardcore - che, invece, andranno in brodo di giuggiole per l'incredibile sequela di ipotetici sequel che arricchisce i titoli di coda e le continue sparate da filmaccio teen indirizzato ad un pubblico principalmente maschile -.
Il resto è tutto già scritto, dalle iniziali difficoltà degli eroi al loro grande trionfo, che non solo rinsalderà il legame che pareva definitivamente compromesso ma si attesterà su livelli di esplosioni e roboanti sequenze mozzafiato che non hanno nulla da invidiare ai film action: certo, l'originalità non abita neppure vicino al ventidue di Jump Street, ma a conti fatti a titoli di questo calibro non serve più di tanto.
Si giustifica, in questo senso, anche un calo complessivo di qualità rispetto al primo film, dovuto di fatto ad un'assenza di originalità che, a ben vedere, ci sta tutta per questo tipo di prodotti di cassetta: l'importante, di fatto, è che si diverta chi li produce e soprattutto chi si ritrova in sala a guardarli, perchè come di recente è stato provato da cose abominevoli come Transformers 4 o meno abominevoli ma comunque decisamente brutte come Hercules ormai non è più così scontato che le blockbusterate da neurone spento siano davvero soddisfacenti nella loro natura di "scappatella" dal Cinema impegnato.
Dunque, prima di affrontare 22 Jump Street è lasciare in un cassetto i pensieri sensati e prepararsi per una dose robusta di risate con la coscienza piena di essere un riempitivo buono per vincere la noia o le brutture della quotidianità lavorativa, magari in compagnia di un paio di compari accuratamente scelti, schifezze da ingurgitare e parecchio alcool: Jenko e Schmidt, in questo caso, approverebbero.
E approvo anch'io, che sono già pronto a spostarmi dall'altro lato della strada per il numero ventitre.



MrFord



"Can you take me Higher?
To a place where blind men see.
Can you take me Higher?
To a place with golden streets."
Creed - "Higher" -




martedì 4 marzo 2014

The Lego movie

Regia: Phil Lord, Christopher Miller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 100'




La trama (con parole mie): Emmet, un ordinario e comunissimo operaio Lego in una delle città del multiforme universo dei mattoncini, al termine di un turno di lavoro scandito dall'unica e preferita canzone di tutti i cittadini modello, viene a contatto con un pezzo speciale che potrebbe mettere fine al regno di terrore del Presidente Business, che tempo prima era riuscito a venire in possesso di un potente artificio in grado di bloccare la caotica creatività dei mastri costruttori per lasciare spazio solo all'ordine.
Emmet, apparentemente privo di inventiva e del carisma necessario per assumere il ruolo di prescelto, spalleggiato dal saggio Vitruvius e dalla creatrice Wyldstyle, dovrà trovare la forza per ispirare i suoi nuovi compagni e cambiare definitivamente il mondo che ha sempre conosciuto.






Immagino sia capitato a tutti voi - o quasi - almeno una volta di montare un Lego.
Sia che fosse un castello medievale, un autodromo di macchine di formula uno, una stazione dei pompieri o un'astronave.
E a tutti quelli che ci hanno giocato, sarà capitato almeno una volta di calpestare qualche mattoncino dimenticato sul pavimento a piedi nudi, provando uno dei dolori più pungenti che un giocattolo potesse regalare ad un bambino.
Ai tempi in cui fu annunciato il film dedicato a questi meravigliosi e stimolanti giocattoli in grado di conquistare dagli otto ai cento anni, rimasi abbastanza indifferente all'idea, nonostante l'effetto amarcord che gli stessi continuano a produrre nel sottoscritto, tanto da arrivare a sperare che possano suscitare lo stesso fascino anche sul Fordino in modo da poter rispolverare le antiche soddisfazioni legate al momento in cui la costruzione è giunta a compimento.
L'indifferenza, comunque, persistette nonostante le avvisaglie che cominciavano ad arrivare dagli States, dove The Lego movie è stato - ed è tuttora - uno dei successi al botteghino più clamorosi degli ultimi anni, ed ha finito per raccogliere i favori non solo del pubblico, ma anche della critica, forte di un comparto tecnico notevole e di una storia ironica e divertente, una sorta di ibrido tra l'approccio scanzonato degli eighties ed i cartoni animati classici.
Visione alle spalle, posso dunque senza troppa fatica passare dalla parte di chi ha indiscutibilmente promosso il progetto di Phil Lord e Christopher Miller, già autori del divertentissimo 21 Jump Street, un gioiellino in grado di appassionare grandi e piccoli e di unire al divertimento senza freni - strepitosi i personaggi di Batman e quelli di Superman e Green Lantern con i loro siparietti al limite dell'assurdo - un messaggio da bravo Classico dell'animazione, senza dimenticare una spruzzata di quasi metacinema legata all'idea alla base dell'Uomo dall'altra parte che funge da divinità creatrice - o presunta tale - per gli abitanti dell'universo dei mattoncini più famosi del mondo.
Spaziando dunque dal selvaggio West al futuro delle astronavi - impagabile l'astronauta Billy, residuato degli anni ottanta con tanto di primo modello di tuta e casco che soltanto i più vecchi tra noi ricorderanno - i registi danno origine ad un'avventura tutta inseguimenti e ribaltamenti di fronte che è anche una riuscita riflessione sull'identità e la non omologazione, il rapporto tra padri e figli e la crescita personale attraverso la valorizzazione delle proprie qualità, siano esse attese o no da chi ci sta intorno.
Emmet, eroe "proletario" e uomo qualunque nella grande città governata dal Presidente Business, diviene così protagonista di una favola di riscatto in grado di conquistare a diversi livelli il pubblico, a prescindere dall'età espressa da quest'ultimo, proprio come avveniva - ed avviene - con queste miracolose, colorate e multiuso costruzioni.
Senza dubbio lo svolgimento e la risoluzione della trama non mostreranno nulla di nuovo o innovativo, eppure di rado, soprattutto in questi ultimi mesi decisamente avari di soddisfazioni per l'animazione, ho finito per divertirmi così tanto, provando al contempo il desiderio di guardare questo film accanto al Fordino, quasi si trattasse di un intrattenimento - e di un insegnamento - per entrambi: la piccola parte destinata a Will Ferrell e la rivelazione a proposito dell'Uomo dall'altra parte finiscono per diventare una piccola chicca pronta ad unire genitori e figli sotto un'unica bandiera.
Quella del divertimento e del colore, del caos - almeno in parte organizzato, giusto per dare un pò di soddisfazione ai più vecchi - e dell'unicità delle persone.
Piccole o grandi che siano.



MrFord



"Everything is awesome
everything is cool when you're part of a team
everything is awesome, 

when we're living our dream."
Tegan and Sara - "Everything is awesome" - 





martedì 28 gennaio 2014

The wolf of Wall Street

Regia: Martin Scorsese
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 180'




La trama (con parole mie): Jordan Belfort è un ambizioso broker figlio di due comunissimi contabili che sul finire degli anni ottanta desidera emergere e diventare schifosamente ricco. Quando il lunedì nero delle borse che sconvolse l'autunno del 1987 lo mette all'angolo, Belfort scopre un nuovo canale per arrivare in cima alla catena alimentare: sfruttando le azioni legate a società di profilo decisamente più basso di quelle che era abituato a trattare ma con una commissione pari al cinquanta per cento della vendita diviene in breve tempo un vero e proprio fenomeno della finanza statunitense, liberando ego, lussuria, dipendenza da alcool e droghe e soprattutto dall'adrenalina che da essere i numeri uno, i vincenti, i ricchi bastardi che possono permettersi quello che vogliono quando vogliono.
Peccato che, con il progressivo aumentare dei capitali, l'FBI cominci ad interessarsi alle sue operazioni non proprio pulite, e così come era sorto, l'impero di Belfort inizia inesorabilmente quanto velocemente a sgretolarsi.






Spesso e volentieri, nel corso di questi quasi quattro anni di vita del Saloon, ho fatto riferimento ad un'antica frase, "homo homini lupus", quando si è trattato di parlare di pellicole che mostrassero il lato predatorio e spietato dell'Uomo, che sarà pure animale sociale ma resta altrettanto inesorabilmente il più pericoloso bastardo che la Natura abbia scatenato su questa Terra.
Decisamente meno spesso - e di norma in riferimento a Classici o pietre miliari - ho pensato di assegnare ad un titolo uscito in sala il massimo della valutazione fordiana: non ci sono riusciti neppure i migliori, i vincitori dei Ford Awards di questi anni, le sbronze più importanti che a questo bancone si poteva sperare di prendere.
Il problema, con The wolf of Wall Street, è che non si parla di una sbronza, ma di uno stramaledetto baccanale da coma etilico senza ritorno: Martin Scorsese, appoggiandosi alle spalle di un Di Caprio superlativo - vi invito ad una visione in lingua originale, da urlo in tutto e per tutto - ed un cast assolutamente ed indiscutibilmente perfetto, centra un homerun con tutte le basi occupate, consegnando al pubblico il suo lavoro più grande, dirompente, semplicemente migliore dai tempi di Quei bravi ragazzi e Casinò.
Il vecchio Marty, ispirandosi alle vicende del predatore finanziario Jordan Belfort, sradica dalla sedia di prepotenza, sbattendo in faccia all'audience tutta quintalate di sesso, volgarità, eccessi, droghe e tutto quello che è possibile concepire nel momento in cui si è così schifosamente e clamorosamente ricchi da poter decidere il proprio bello e cattivo tempo sbattendosene felicemente del resto del mondo: in questo senso il Belfort di Di Caprio, una sorta di versione sotto cocaina dell'Abagnale Jr. di Prova a prendermi, riesce ad inorridire, conquistare, lasciare sconvolti e dunque di nuovo ammirati, tanto da arrivare quasi all'empatia con questo animale da giungla - perchè è di giungla che parliamo, quando si tratta della nostra società, dalle scimmie ai suoni gutturali - che dovrebbe essere al contrario quanto di più lontano esiste da noi poveri stronzi che, come l'agente Denham, la sera torniamo a casa dal lavoro in metropolitana, e non al volante di una Ferrari bianca con superfiga in dotazione pronta a succhiarcelo senza fare domande.
Dunque per quale motivo arriviamo addirittura ad emozionarci nel momento in cui Belfort dovrebbe pronunciare il suo discorso d'addio di fronte a tutti i broker pronti a lavorare ai suoi ordini, nella pancia della balena che lui stesso ha creato, la Moby Dick che ha imparato, semplicemente vendendo una penna, ad usare i suoi Achab invece che a combatterli?
E perchè sul finale l'impressione che si sente insieme ad un brivido sulla pelle è quella che il Lupo sia sprecato di fronte ad un gregge di pecore che di quella penna non sa neppure che farsene?
Perchè, signori miei, Jordan Belfort incarna i più bassi istinti che l'Uomo in quanto predatore nutre ed alimenta nel profondo dell'anima: i miei come i vostri, senza distinzioni.
E non credete alle pecore incapaci di vendere una penna o a chi dice che non guarda una donna che non sia la sua, o non fantastica di quanto sarebbe godurioso avere talmente tanti soldi da non sapere che farsene, perchè sono bugiardi anche più dello stesso Belfort.
E non voltate mai le spalle al lupo, perchè un predatore sarà sempre e comunque guidato dal suo appetito, che cresce progressivamente fino a diventare inesauribile quante più prede riesce a mettere sotto i denti.
Credete però ai movimenti di macchina strepitosi di Scorsese, al montaggio furioso di Thelma Shoonmaker, a Leonardo Di Caprio e a The wolf of Wall Street: che non è un film sulla finanza, sul crimine, sul sesso selvaggio o sugli eccessi, ma sull'anima nera dell'Uomo.
Di qualsiasi Uomo.
Da Belfort a Denham.
Fino all'ultimo di noi.
Homo homini lupus.
E se si ha abbastanza coraggio di guardare l'abisso negli occhi, tutti possono essere lupi.
Da Belfort a Denham, per l'appunto.
Senza dimenticare Di Caprio e Scorsese.
Ma The wolf of Wall Street non è neppure un film sui lupi. Non soltanto.
E a dire il vero, non è neppure un film.
E' un fottuto, grandioso, Capolavoro.
Il coma etilico e la scopata della vita.
E' come se la settima arte tutta si mettesse in ginocchio e ve lo succhiasse per tre ore filate senza neanche prendere fiato.
Ditemi voi cosa si può chiedere di più esaltante al Cinema.



MrFord



"Release the wolves
carnage has no rules
comparison, competition
we'll bury one and all."
Machine Head - "Wolves" - 




venerdì 6 dicembre 2013

Facciamola finita

 Regia: Evan Goldberg, Seth Rogen
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 107'



La trama (con parole mie): Jay Baruchel vola a Los Angeles - città che non ama particolarmente - per passare un weekend in compagnia dell'amico Seth Rogen, lontani dagli eccessi dello stardom hollywoodiano. Quando il buon Seth, dopo una giornata passata davanti alla tv tra cannoni e videogiochi, propone a Jay di trascorrere la nottata a casa di James Franco, che pare abbia dato una festa destinata a restare negli annali, il secondo accetta a denti stretti solo per ritrovarsi catapultato, insieme a tutti i suoi colleghi attori, in una sorta di Inferno in Terra scatenato da quella che pare proprio essere l'Apocalisse.
E mentre i giusti vengono risucchiati nel cielo dalla luce divina, i nostri si ritrovano a dover lottare per la sopravvivenza proprio nella villa di James Franco, in attesa di scoprire quello che sarà il loro destino eterno.





Finalmente, dopo un'attesa decisamente troppo lunga - avrei voluto vederlo già in sala - è approdato al Saloon Facciamola finita, fatica divertita e divertentissima firmata da Evan Goldberg e Seth Rogen che riunisce sotto un unico cielo - decisamente apocalittico - tutta la banda che, negli ultimi dieci anni, ha reso grande il cosiddetto Apatow-style sfoderando chicche di genere come Funny people, Strafumati o SuXbad, cultissimi assoluti di casa Ford.
Chiusa la meravigliosa Trilogia del Cornetto di Edgar Wright in casa Ford si sentiva il bisogno di respirare un'atmosfera simile - pur se sguaiata come solo gli americani sanno renderla - per colmare il vuoto lasciato nei nostri cuori dalla straordinaria saga inglese, ed occorre ammettere che Rogen e soci riescono nella non facile impresa di consegnare al pubblico una piccola bomba destinata a rimanere impressa nella memoria di chiunque sarà in grado di accoglierla a braccia aperte, senza scandalizzarsi troppo per linguaggio o battutacce e godendosi tutta l'autoironia messa in campo dagli attori chiamati ad interpretare loro stessi - dal divismo "cool" di James Franco alla supponenza di Baruchel, dal finto buonismo di Jonah Hill al meraviglioso e cocainomane Michael Cera, senza contare le fugaci apparizioni di Paul Rudd, Rihanna ed Emma Watson, che con l'accetta in mano fa davvero una porchissima figura - in questo survival da fine dei giorni infarcito di citazioni mai invasive - bellissimi i richiami a Rosemary's baby e L'esorcista - ed alcune trovate assolutamente geniali - il sequel fatto in casa del già citato Strafumati su tutti -.
Considerato l'intento principalmente ludico dell'intera operazione, nata da un'idea dello stesso Rogen, direi che Facciamola finita riesce nell'impresa di imporsi come commedia dell'anno made in USA, colpendo molto basso lo stardom hollywoodiano - letteralmente stupefacente la fugace apparizione di Channing Tatum - così come la fragilità umana pronta ad esplodere in situazioni estreme che comportano la sopravvivenza propria posta spesso e volentieri innanzi a quella altrui: in questo senso, l'escalation finale con i nostri alle prese con il giudizio divino è praticamente perfetta, tanto quanto risultano divertenti le sequenze all'interno della casa - la discussione a proposito dell'eventualità di stupro di Emma Watson, il razionamento del cibo e delle bevande, la pistola di James Franco - e l'inseguimento a montaggio alternato tra Jay Baruchel, Craig Robinson ed un demone da una parte e la premiata ditta Rogen/Franco in fuga dal posseduto Jonah Hill dall'altra, un vero e proprio gioiellino che ha riportato alla mente i fasti di Shaun of the dead.
Ma assolutamente nulla, e proprio nulla, di quello che potrà avervi divertito potrà dare l'idea dell'effettiva portata della chiusura, una delle più divertenti, assurde, sopra le righe e geniali cui abbia assistito quest'anno, impreziosita da una chicca che riporta l'orologio indietro alla metà o poco più degli anni novanta, e rende l'apoteosi della vicenda da Armageddon di Rogen e soci un vero e proprio trionfo, un colpo di coda al limite del trash che è quasi poesia, e finisce per oscurare anche perle come l'erba in Paradiso - "Ma in Paradiso c'è l'erba?" "Certo, altrimenti che Paradiso sarebbe!" - o il desiderio di possedere un sigway.
Voi tenetevi forte, godetevi le risate, il rutto libero, ed aprite le porte del regno dei cieli.
Ad attendervi ci sarà una sorpresa che andrà ben oltre il Giorno del Giudizio.
Roba che ancora adesso sento dentro il desiderio di ritrovarmi di colpo a ballare completamente vestito di bianco.


MrFord


"A che ora è la fine del Mondo? 
A che ora è la fine del Mondo? 
A che ora è la fine del Mondo, che rete è? 
Destra, sinistra, su, giù, centro, fine del Mondo con palle in giramento 
che chi è fuori è fuori e chi è dentro è dentro, e fuori TV non sei niente."
Ligabue - "A che ora è la fine del mondo?"



martedì 26 marzo 2013

Cyrus

Regia: Jay Duplass, Mark Duplass
Origine: USA
Anno: 2010
Durata: 91'



La trama (con parole mie): John è un montatore freelance divorziato ormai da sette anni dall'ex compagna Jamie, in procinto di risposarsi con Tim. Depresso e solo, è invitato proprio dalla coppia ad una festa dove conosce Mollie, che da subito mostra interesse sincero ed attrazione per l'uomo.
Ne nasce una storia d'amore che decolla immediatamente, e che John ha intenzione di vivere senza lesinarsi nulla, specie considerando il tempo perduto a commiserarsi dopo la fine del suo matrimonio: quello che il malcapitato non sa, però, è che Mollie ha cresciuto da sola un figlio ormai più che ventenne, Cyrus, che dietro una facciata disponibile e cortese nasconde un carattere infantile, egoista e pronto a battersi per una territorialità che ha al centro proprio la madre.
Nonostante un inizio apparentemente tranquillo, tra i due uomini si scatenerà una vera e propria lotta per le attenzioni - ed il futuro sentimentale - di Mollie.




Nell'ambito del Cinema made in USA, la realtà del Sundance è stata una delle più soddisfacenti e controverse che il Saloon abbia conosciuto nel corso degli anni: accanto a rivelazioni strepitose - Little Miss Sunshine su tutte - sono passate vere e proprie chicche d'autore che seppellire di bottigliate è stato un grandissimo piacere - oltre che un dovere -, che hanno reso il Festival creato da Robert Redford uno dei più stimolanti e rischiosi nel panorama cinematografico mondiale.
Da parecchio tempo, e proprio riferendomi ad esso, sentivo parlare di questo lavoro dei Duplass, peraltro attraverso commenti sicuramente positivi, dunque non potevo lasciare che sfuggisse ancora per molto alle attenzioni del sottoscritto: fortunatamente per casa Ford, occorre da subito ammettere che Cyrus è indiscutibilmente parte del "lato buono" del Sundance style, quello privo di autocompiacimenti o menate da pseudo artisti di sorta e decisamente orientato verso i sentimenti dei protagonisti delle pellicole così come quelli del pubblico, inevitabilmente coinvolto e toccato da lavori che, pur essendo lontani dall'esperienza di chi li guarda, finiscono per coinvolgere quasi fossero racconti di vita di qualche vecchio amico ritrovato con piacere.
Arricchito da un cast in più che discreta forma - non capita tutti i giorni, del resto, di avere a disposizione per una pellicola indipendente John C. Reilly, Marisa Tomei e Jonah Hill nel ruolo di protagonisti - e da uno script dolceamaro in grado di mescolare ironia ed una punta di tristezza che definirei "autunnale", questa riflessione sul rapporto tra genitori e figli e sul valore di una storia quando, superati i quaranta e soli, si finisce per autoconvincersi che non ci sarà più un futuro - sentimentalmente, ma non solo, parlando - appare credibile e sincera, mai persa in inutili autorialismi e concentrata sul suo lato più schietto e pane e salame, nonchè privo di vergogna nell'essere mostrato anche nei suoi lati decisamente più inquietanti - il rapporto tra Mollie e Cyrus non è sicuramente una cosa da prendere a cuor leggero -.
Quella che sarebbe potuta essere, nelle mani ad esempio di uno come Judd Apatow, una commedia assolutamente demenziale e senza dubbio bassa, diviene per i Duplass un'occasione per mostrare tre solitudini che, nel loro incontro - e scontro - trovano lo stimolo perchè le cose assumano una dimensione nuova e le vite prendano una direzione diversa da quelle di losers che paiono avere impresse a fuoco sulla pelle, almeno agli occhi di chi, all'esterno e baciato "dal successo" - la coppia Jamie/Tim - potrà sempre e soltanto guardare dall'alto in basso.
Certo, non staremo parlando della pellicola del secolo, o di un'esperienza destinata a cambiare la vostra vita di spettatori, eppure nel romantico riscoprirsi di John e Mollie, nella lotta senza quartiere tra lo stesso John e Cyrus, nel rapporto che lega il ragazzo alla madre c'è qualcosa di genuino e spontaneo così come di scombinato e disfunzionale, tutto però concentrato nel desiderio di trovare un riscatto che possa in qualche modo dare una dimensione nuova ad una vita vissuta sempre e comunque per sottrazione, alimentata da una tristezza di fondo che soltanto chi pensa di essere destinato ai margini può avvertire.
Un film da non protagonisti, lontano dalle scene madri e girato come fosse una produzione molto, molto low budget, eppure in grado di lasciare il suo segno piccolo piccolo e non sfigurare accanto a pellicole ben più blasonate ma decisamente meno portate al cuore di questa.
Se un giorno vi ritrovaste soli - a casa, o senza lavoro, o in assenza di un/a compagno/a, lontani da tutto - fate appello a tutta la forza possibile e lasciate scorrere dagli occhi al cuore le vicende di questi tre insoliti charachters, perchè oltre il pessimismo, la malinconia ed una certa quale disperazione sotterranea - ma non troppo - potreste trovare la forza di recuperare quello spirito - in tutti i sensi - per ricominciare da capo.
E addirittura scoprire che tutta quella fatica è servita a portarvi in un posto migliore.


MrFord


"I'm gonna clear out my head
I'm gonna get myself straight
I know it's never too late
to make a brand new start."
Paul Weller - "Brand new start" -


sabato 25 agosto 2012

40 anni vergine

Regia: Judd Apatow
Origine: USA
Anno: 2005
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Andy ha ormai raggiunto il traguardo dei quaranta, vive solo dedicandosi completamente ad una lista infinita di hobbies da nerd e a serate passate con i vecchi coniugi del piano di sopra senza essersi mai concesso una sana, goduriosa, piacevole scopata.
Quando un gruppo di suoi colleghi scopre questa scomoda verità, tutti si prodigheranno per far compiere ad Andy il grande passo: Jay, dedito ad una lunga serie di tradimenti alla sua gelosissima fidanzata, gli consiglierà di dedicarsi alla cura del proprio corpo per fare conquiste, David, distrutto dalla fine di un rapporto, lo asseconderà rispetto alla mancanza di sesso invitandolo a sfogarsi con vagonate di porno, mentre Cal gli caldeggerà l'approccio dell'ascoltatore un pò stronzo che finisce sempre per andare a segno.
Ma le cose per Andy continueranno a non migliorare, ed il suo rapporto con Trish, l'unica che pare interessare davvero all'uomo, rischierà di essere messo in crisi proprio per la reticenza del protagonista nel rivelare il suo passato non passato sessuale.





Negli ultimi anni l'Apatow style ha di fatto reinventato lo stantìo standard della commedia romantica made in Usa o pseudo tale, conciliando le pellicole fino a qualche stagione or sono spesso e volentieri suggerite da mogli e fidanzate e sempre in grado di suscitare l'orticaria al pensiero nelle loro metà maschili allo stile sguaiato e sboccato reso celebre nel pieno degli anni novanta da Kevin Smith.
Personalmente, e pur avendolo scoperto in ritardo rispetto alla sua esplosione, ho apprezzato molto la spinta che il regista e produttore di Molto incinta e Funny people è stato in grado di dare al genere, e tendenzialmente ho quasi la certezza, quando si tratta di passare una serata in relax e scioltezza, che mi basterà scegliere un titolo tra quelli della sua scuderia per andare a colpo sicuro.
40 anni vergine era uno dei pochi film usciti dalla fucina di idee del clan del buon Judd che ancora mancava all'appello in casa Ford, e devo dire che il risultato rientra perfettamente in quello che ho appena scritto a proposito di questo tipo di proposta: leggero, divertente, piacevole come una serata tra amici che si ha profondamente voglia di passare senza troppi patemi o sforzi cerebrali, uno stacco dal lavoro e dalla vita quotidiana conciliante quanto la sensazione che sta tra l'essere brilli e ritrovarsi a vomitare sandwich ai gamberi in faccia alla gente.
Sicuramente al lavoro scritto a quattro mani dal regista e dal protagonista Steve Carell - già amatissimo dalle parti del Saloon per i suoi ruoli in Little Miss Sunshine e Crazy stupid love - mancano la verve e la volgarità di cose come SuXbad o Strafumati, così come le tematiche più profonde affrontate nel già citato Funny people, l'atmosfera è un pò troppo easy, forse circola in eccesso aria da "buoni" e la durata è decisamente importante - due ore piene - per una proposta di questo tipo, eppure 40 anni vergine si lascia guardare e scorre via che è un vero piacere, rivelandosi perfetto per un periodo di scarso impegno autoriale come questo e decisamente in grado di soddisfare sia il pubblico maschile che femminile, dosando al meglio sguaiatezza e romanticismo.
Gran parte del merito è sicuramente del cast, che raccoglie alcuni dei volti più noti ed amati dai fan di Apatow come Paul Rudd e Seth Rogen - curioso che il suo personaggio finisca per mettersi con quello interpretato da Elizabeth Banks, quasi un anticipo per quello che accadrà anche nel bellissimo Zack&Miri - ed un quasi esordiente Jonah Hill, tutti in grande spolvero e sempre pronti a mettersi in gioco con (auto)ironia descrivendo il clima da amicizia virile tra colleghi di lavoro - anche nell'eccesso di zelo, come accade con Andy "vessato" dai consigli dei suoi nuovi coach pronti a portarlo al successo nel rimorchio della sua prima donna - decisamente alla perfezione.
Non mancano le scene esilaranti - dall'uscita nel locale con tanto di vomito ai gamberi, già citata, al colloquio nel consultorio -, eppure l'impressione che ho avuto da questa visione è che Apatow riesca a dare il suo meglio nelle vesti di produttore prima ancora che di regista: probabilmente la sua influenza, specie se rivolta a sceneggiatori e cineasti giovani e cazzoni quanto i protagonisti delle sue opere, ha il potere di scatenare il "peggio" rendendo i risultati finali ancora più divertenti e coinvolgenti.
Ma poco male: il risultato c'è e si sente, e non si potrà dire che la serata possa considerarsi un buco nell'acqua. 
Un pò come quando ci si incontra con i propri buddies più fidati: potranno saltare tutti i programmi, giungere sbronze devastanti e blackout a sopresa, piovere guai e situazioni al limite dell'assurdo, eppure il giorno dopo non si potrà negare di aver vissuto una "notte da leoni".


MrFord


"Cause it's the heat of the moment
the heat of the moment
the heat of the moment
the heat of the moment showed in your eyes."
Asia - "Heat of the moment" -


 

mercoledì 25 luglio 2012

The sitter - Lo spaventapassere

Regia: David Gordon Green
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 81'




La trama (con parole mie): Noah Griffith è un ex studente cacciato dal college, nerd timido ma grintoso sfruttato da una molto presunta fidanzata ed ancora legato all'aiuto - e al tetto - di mamma, senza un lavoro fisso.
Quando, proprio per permettere alla madre di uscire e ritrovare il piacere di essere corteggiata, finisce per fare il baby sitter supplente ad alcuni vicini, ha inizio per lui una nottata come mai se la sarebbe aspettata: accanto a Slater, Blithe e Rodrigo - i tre diversissimi e folli bambini sotto la sua responsabilità - vivrà un'avventura che lo vedrà confrontarsi con ex compagne di liceo divenute gangsta, trafficanti di droga con il pallino per il culturismo, sparatorie, poliziotti corrotti nonchè con la presenza del padre, che anni prima abbandonò Noah per costruirsi una nuova famiglia proprio con la sua baby sitter di allora.




Come voi avventori del saloon ormai ben sapete, Jonah Hill è uno dei protetti di casa Ford fin dai tempi del mitico SuXbad, uno dei cult di tutti i tempi del sottoscritto per quanto riguarda il buddy movie. E McLovin, tanto per gradire.
Una cosa che forse è passata più inosservata è che un altro dei miei cult di tutti i tempi nell'ambito è Pineapple express, meglio noto all'ignorante distribuzione italiana come Strafumati.
Il regista di quella perla è proprio David Gordon Green.
Va da sè che, con queste premesse, The sitter - destino comune con la pellicola appena citata, un titolo italiano che più idiota non si potrebbe, Lo spaventapassere - aveva già tutte le carte in regola per sfondare una porta aperta dalle mie parti nonostante la discreta valutazione in merito del mio antagonista Cannibale.
Le aspettative, alla fine, sono in buona misura state rispettate: il lavoro di Green è divertente, non perde un colpo, viaggia con il piede sull'acceleratore e lascia che Jonah Hill imperversi - spalleggiato da tre piccoli scombinati uno più grottesco dell'altro - in una commedia che ricorda molto - omaggia? - cult degli anni ottanta come il magnifico Fuori orario - uno dei miei tre film preferiti di Martin Scorsese - o Tutto in una notte di John Landis, pellicole in cui un "eroe" assolutamente normale finiva risucchiato in un vortice di avvenimenti da Guinness dell'assurdità fino ad essere in qualche modo fagocitato dal grande caos che soltanto il calare del sole può riservare al mondo.
Una sorta di rivincita dei nerd che passa attraverso una caotica formazione che trova in Slater, Blithe e Rodrigo dei curiosi angeli custodi, portando il buon Noah da una condizione di gregario fin troppo ben disposto a protagonista assoluto - o quasi - della sua vita: come se non bastasse, tematiche importanti come il rapporto tra genitori e figli vengono affrontate con la leggerezza giusta per non risultare stonate, liberando come contrappeso un Sam Rockwell come sempre in ottima forma a fare da nemesi allucinata al nostro impareggiabile baby sitter tutt'altro che perfetto - la base operativa dello spacciatore interpretato dal protagonista di Moon è un vero e proprio spettacolo -.
Azzeccatissime le parentesi gangsta - così come la gag del negozio di vestiti -, anche se mai quanto gli exploit delle tre piccole pesti: dalla principessa da jet set neanche fosse una Gaga in erba Blithe - fenomenale Landry Bender - al sofisticato Slater/Max Records - una sorta di versione decisamente più convincente del giovane gay made in Glee - fino all'esplosivo - in tutti i sensi - Rodrigo/Kevin Hernandez, che di recente si era fatto notare anche nell'altrettanto spassoso Viaggio in paradiso accanto a Mel Gibson.
Certo, rispetto alle pietre miliari citate in apertura di post figlie di un decennio ancora troppo sottovalutato - cinematograficamente e non solo -, questo The sitter risulterà sempre e comunque poca cosa, eppure in un contesto come quello di un luglio ancora troppo distante dalle ferie calza a pennello, specie per una bella serata senza pensieri, magari in compagnia di un bel gruppo di amici pane e salame pronti alla risata e alla bevuta con tutti i crismi: quindi non indugiate oltre, lasciatevi andare alla leggerezza tipica della stagione, chiamate un pò di gente e lasciate che Jonah Hill e i suoi piccoli compagni d'avventura vi guidino attraverso una notte che parrà non finire mai.
In fondo, potreste sempre considerare questo come un antipasto, e programmare una bella maratona con sbronza omaggio recuperando tutti i titoli che ho fornito in questo post.
Di sicuro, arrivereste all'alba più leggeri.
E decisamente più ubriachi.


MrFord


"I'm Big Bank, I am the Chief
I got a lot of raps but I'll be real
I never need a horse I like to chill
so I, drive up in my new Seville
my Tribe went down in the hall of fame
cause I'm the one who shot Jesse James
pound for pound, I will never break down."
The Sugarhill Gang - "Apache" -




venerdì 13 luglio 2012

Last friday night

La trama (con parole mie): settimana piuttosto scarna, questa che va dritta al cuore del torrido luglio che chi ancora non ha goduto delle ferie si sta sciroppando tra lavoro ed afa da città.
Certo, il fatto che i titoli siano contati non significa che i vostri antagonisti preferiti della blogosfera non ci daranno dentro in modo da scaldare i motori in vista della prossima Blog War.
Dunque preparatevi all'ennesimo capitolo della faida che vede coinvolti il piccolo Cannibaldineve ed il perfido Re cattivo Ford.

"Cannibal Kid? Tagliategli la testa!"

Biancaneve e il cacciatore di Rupert Sanders



Il consiglio di Cannibal: s’è aperta la stagione della caccia, la caccia al Ford
A Hollywood ormai la tendenza è quella di non fare una sola, bensì due pellicole sullo stesso personaggio o sulla stessa storia a botta. Lo vedremo anche la prossima settimana quando arriverà la prima di due pellicole dedicata ad Abraham Lincoln contro creature soprannaturali! Dev’esserci qualche spia negli studios cinematografici che appena sente della lavorazione di un progetto va a comunicarlo alla concorrenza.
Fatto sta che io tra le due Biancaneve confidavo più in quella favolistica di Tarsem, poi rivelatasi una discreta boiata, figuratevi quindi quale sia la mia fiducia in questa versione con Kristen Stewart…
Le favolette in salsa pseudo action come queste le lascio al twi-hard Ford che già era volato alla premiere di Londra del film per farsi autografare il DVD di Twilight da KStew e dall’immancabile RPattz che l’accompagnava.
Il consiglio di Ford: morto un Tarsem, non se ne fa un altro!
Continua la curiosa tendenza favolistica di quest'anno, dopo il successo della discreta Once upon a time -
-, e devo dire che il risultato è meno peggio del previsto: nonostante la sciapissima Stewart - idolo segreto del mio antagonista - si lascia guardare come ogni pellicola estiva, ricordando a tratti anche cose
decisamente buone come il Robin Hood di Ridley Scott. Senza esagerare, ovviamente.

"Cannibaldineve, stai dietro di me: quel bruto di Ford ti cerca per farti assaggiare la sua torta di mele!"
Lo spaventapassere di David Gordon Green



Il consiglio di Cannibal: lo spaventapassere, stiamo parlando di Ford, vero?
Già visto e recensito (http://pensiericannibali.blogspot.it/2012/04/la-babysitter-meno-sexy-del-mondo.html), questo Lo spaventapassere, titolo italiano agghiacciante di The Sitter, è una piacevolissima commedia con Jonah Hill che strizza l’occhio ai tutto in una notte anni ’80 come Tutto quella notte di Chris Columbus.
Una visione estiva assolutamente consigliata che lascia con un sorriso. Cosa che invece capita di rado quando si passa dal triste e serioso blog WhiteRussian, uahahah!
Il consiglio di Ford: il Cannibale non spaventa proprio nessuna, perchè passa il tempo chiuso nella sua cameretta.
Un film che, nonostante il discreto parere del mio antagonista, mi sento di consigliare un pò per il periodo fracassone e un pò per Jonah Hill, uno dei favoriti di casa Ford. Per non parlare dell'atmosfera eighties, che è un pò come il pane e salame. Insomma, piuttosto che sciropparvi qualche visione da festivalieri
radical chic come quelle che piacciono tanto al Cucciolo Eroico, molto meglio un pò di relax di questo genere.

"Cannibal Kid, è inutile che insisti! Qui i bambini come te non possono entrare!"
Freerunner di Lawrence Silverstein


Il consiglio di Cannibal: free me from Ford!
Già visto pure questo, ma ancora in attesa di una recensione vera e propria. Non che ci sia molto da dire su un film del genere. È chiaramente un B ma diciamo pure C o D-movie, una trashata guardabile e piuttosto godibile. Al contrario di finte tamarrate prodotte dalla Disney come John Carter o Real Steel, buone giusto per i bimbetti Ford.
Freerunner è insomma un action così palesemente scemo cui alla fine è impossibile voler del male, al contrario dei tamarri che si prendono troppo sul serio. A qualche mio blogger rivale stanno per caso fischiando le orecchie in questo momento?
Il consiglio di Ford: si ok free Mandela ma free anche mio cuggino Ford
Il problema dei radical chic come il mio rivale, è che non riescono davvero a comprendere la sottile non finezza delle tamarrate come John Carter o Real steel, o tornando indietro nel tempo, i cultissimi
targati Sly. Questo perchè preferiscono merdine inguardabili come questa per fare finta di fare quelli di larghe vedute nei loro happenings da brunch della domenica, ridendo mezzi sbronzi di sequele di immagini senza senso messe una dopo l'altra. Invece io ve lo dico alla maniera di Joe Bastianich, tanto per tornare
un pò su binari culinari: "Questo film fa schifo". Piuttosto, rispolverate un sonorissimo Over the top d'annata.

"Signore, ma lei chi è?" "Sono Ford, caro Cannibal, e sono tuo padre."

martedì 3 luglio 2012

21 Jump Street

Regia: Phil Lord, Chris Miller
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Schmidt e Jenko sono due ex compagni di liceo ritrovatisi all'Accademia di polizia. Ai tempi della scuola, il primo era il classico sfigato, mentre il secondo dominava i corridoi in lungo e in largo con i modi da bullo e la bella presenza.
Una volta realizzato di avere necessità l'uno dell'altro e diplomatisi i due ragazzi, divenuti amici inseparabili, riescono a combinare un casino tale con il loro primo arresto da essere riciclati e spediti nel distretto speciale di 21 Jump Street, che si occupa di infiltrare poliziotti sotto copertura tra gli studenti in modo da individuare spacciatori e fornitori di droga.
A seguito di un errore nell'interpretazione delle loro nuove identità, si ritroveranno a ruoli invertiti - Jenko il secchione, Schmidt l'atleta - in un liceo che non riconoscono più per geografia sociale degli studenti: confidando uno nell'altro, i due saranno costretti a maturare come poliziotti - si fa per dire - in modo da portare a termine la loro missione.



A volte si incontrano film senza alcuna pretesa, totalmente estemporanei ed assolutamente dimenticabili che, contrariamente ad ogni previsione, finiscono per essere i titoli giusti, nel posto giusto, al momento giusto.
Così è stato per 21 Jump Street, buddy movie al limite del demenziale ispirato alla serie che vide protagonista un giovanissimo Johnny Depp una ventina e poco più d'anni fa: giunto sugli schermi di casa Ford la sera successiva la cocente delusione di Detachment, il lavoro di Lord e Miller - già autori di Piovono polpette, che non avevo amato particolarmente - è riuscito a guadagnarsi la fiducia necessaria già dalle prime battute grazie ad una dose consistente di (auto)ironia, uno spirito easy perfetto per l'estate ed il relax che, a volte, richiedono le serate infrasettimanali funestate dal loro destino di sandwich tra una giornata e l'altra di lavoro.
Nei giorni precedenti alla visione avevo letto peste e corna delle avventure del duo Hill/Tatum nelle recensioni della critica "di cartellone", quasi unanime nel considerare questo film un insieme di volgarità gratuite buone solo a divertire autori e cast, e più che positive opinioni, al contrario, in giro per la blogosfera - Bradipo escluso -, un pò come era accaduto con un supercult scoperto troppo tardi dal sottoscritto come Strafumati.
Con i titoli di coda alle spalle - anche se, a dire il vero, è stata l'opinione che già dopo il primo quarto d'ora andava per la maggiore sul divano del salotto -, mi sento libero e felice di dichiarare che 21 Jump Street è un vero spasso, una goliardata che mescola abilmente alcuni spunti quasi metacinematografici - il monologo del mitico Ice Cube a proposito delle idee riciclate, chiaro riferimento allo stesso film, la sorpresa sulla sparatoria nel finale - ai classici e più volgari elementi tipici dei lavori del clan di Apatow o di Kevin Smith.
Il ritorno al liceo dei due protagonisti - l'ormai fin troppo smagrito Jonah Hill e lo statuario Channing Tatum - risulta divertito e divertente a partire dal disagio del secondo, ex bullo fuori luogo di fronte ad una generazione tutta cibi macrobiotici, rispetto reciproco ed alternativismo sfrenato - niente male anche il perentorio "tutta colpa di Glee" - che lo confina - complice l'errore sulle identità di copertura - tra i nerd della scuola e trova il suo completamento nella nuova fama da supercool di Schmidt, il primo a rimpiangere di essere nato negli anni sbagliati.
Come se non bastasse, risulta chiaro fin dal principio che le volgarità e la comicità sboccata - clamorosamente esilarante, sia chiaro - della pellicola nascondono, in realtà, un'ossatura da buddy movie tutto incentrato sull'amicizia che, oltre al già citato strafumati, mi ha ricordato Role models ed il più recente Una spia non basta: certamente non è nulla che rimarrà negli annali della settima arte, o sarà un riferimento del suo genere, eppure la visione scorre liscia come l'olio, il divertimento è assicurato, le risate anche, e l'approccio perfetto per una visione all'insegna della distensione rende questa pellicola un piccolo minicult da zero neuroni in pieno stile summer hit.
Ed è uno spasso vedere la coppia di protagonisti inanellare una scena trash dietro l'altra a partire dal primo confronto con la gang di bikers e l'arresto che costa loro il trasferimento a Jump Street fino al delirante inseguimento in macchina nel pieno della recita scolastica, da una mancata esplosione da film action all'altra: autori e cast si saranno sicuramente divertiti come matti nel corso della lavorazione, ma anche per gli spettatori non si prospetta nulla di meno.
Basta approcciare il tutto con il giusto spirito da spanzata selvaggia e rutto libero, lontani dalle pretese e dalle pretenziosità.
E chissà che, presi nel vortice e sull'onda dell'entusiasmo, non vi ritroviate come il sottoscritto a sperare che il riferimento finale ad un'operazione sotto copertura al college si trasformi in un sequel ancora più sguaiato e volgare.
Magari bello pronto per l'estate prossima.


MrFord


"May I have your attention please?
May I have your attention please?
Will the real Slim Shady please stand up?
I repeat, will the real Slim Shady please stand up?
We're gonna have a problem here.."
Eminem - "The real Slim Shady" -


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