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martedì 4 aprile 2017

S is for Stanley (Alex Infascelli, Italia, 2015, 78')




Con ogni probabilità, e nonostante riconosca Maestri e geni assoluti del Cinema che nel corso degli ultimi due secoli hanno fatto la fortuna di questa meravigliosa forma d'arte, dovessi indicare un nome che possa rappresentarla in toto, non avrei dubbi: Stanley Kubrick.
Un regista - ma non solo - maniacale, ossessivo, dalla personalità complessa, certo non prolifico, scomparso senza dubbio troppo presto, che è stato in grado di regalare al pubblico - grande o piccolo che fosse - cult indimenticabili e Capolavori assoluti.
Da queste parti, ed è una cosa rara per un Maestro, Kubrick si è dovuto in un certo senso guadagnare questo status assoluto: il mio rapporto con lui, infatti, è stato inizialmente di studio, conflittuale, tanto da giungere ad un'epifania soltanto con la terza visione - se non ricordo male - di Arancia meccanica, che grazie ad una scena in particolare - l'aggressione in musica di Alex ai suoi Drughi - non solo ridefinì il mio rapporto con questo Mito, ma anche quello con il Cinema tutto.
Da quell'istante ebbero origine la venerazione per Orizzonti di gloria, Barry Lyndon, Full Metal Jacket, Eyes Wide Shut e 2001, solo per citarne una parte: dalle nottate con mio fratello ed Emiliano alle chiacchierate con colleghi, bloggers ed amici fino alla recente esperienza vissuta con Dembo nel rivedere in sala la versione 70mm dell'Odissea, per l'appunto, il vaso di Pandora del mio personale Cinema può considerarsi aperto proprio in quel momento, da questo autore.
Quello che, penso, ogni appassionato della settima arte avrebbe voluto conoscere, seguire, spalleggiare come fosse il più fedele dei collaboratori ed il più intimo degli amici.
Quello che ha un nome, un cognome ed una storia senza dubbio da film: Emilio D'Alessandro.
Emigrato in Inghilterra e coltivati sogni di gloria da pilota, quest'uomo venuto dalla provincia italiana più profonda degli anni dell'Italia di Fellini giunse a ricoprire il ruolo di factotum e quasi involontario consigliere, confessore e confidente di Kubrick, regista solitario e spesso inavvicinabile, in grado di fare uscire di senno i suoi attori e di rappresentare una scheggia impazzita all'interno dell'industria cinematografica soprattutto hollywoodiana - che non lo riconobbe mai quanto avrebbe dovuto -.
Un nome che, dopo questo documentario splendido e toccante firmato da Alex Infascelli, probabilmente diverrà il più invidiato da molti cinefili o aspiranti registi che avrebbero dato tutto - e lo darebbero oggi, subito - per avere l'opportunità che ha avuto lui.
Ma S is for Stanley è anche e soprattutto una meravigliosa storia di amicizia, che passa dagli occhi perennemente lucidi del signor D'Alessandro ai racconti dei dietro le quinte di alcuni dei più grandi film realizzati negli ultimi cinquant'anni: Emilio non è un cinefilo, uno che farebbe carte false per andare a ricoprire un incarico scomodo e stressante per inclinazioni da lecchinaggio o manie di protagonismo cinematografico da sfogare, bensì un uomo tutto d'un pezzo, d'altri tempi, che per la mia generazione potrebbe rappresentare un nonno di quelli un pò burberi ed antichi, ma sinceri e di cuore, che finiscono per mancare ai nipoti una volta terminato il loro viaggio, continuando a farlo per tutta la loro vita.
Se la memoria non m'inganna, dovrei aver visto almeno tre volte ogni film di Kubrick - che si moltiplicano e non di poco nel caso dei miei favoriti - fatta eccezione per il lungometraggio d'esordio Fear and desire, ancora fermo ad un solo passaggio, ed ancora oggi non smetto di meravigliarmi di fronte al genio di questo incredibile Autore: ma poco importa, almeno in questa sede.
Perchè S is for Stanley è una dichiarazione d'amore che solo un amico potrebbe fare.
Non un cinefilo, non un critico, non un fan che morirebbe per una stanza di cimeli come quella del signor D'Alessandro.
Una dichiarazione come quella che chiude l'aneddoto oltre i titoli di coda di questo piccolo, grande documentario firmato dal nostrano Alex Infascelli, quando Emilio, di fronte a Stanley in persona, dichiara che il suo preferito tra i tanti Capolavori del Maestro è Spartacus, film sottovalutato forse perfino dall'Autore in persona, che al parere dell'amico - perchè non si può definire che in questo modo - rispose semplicemente: "Per me non è un granchè".
E intanto, generazioni e generazioni di critici, registi o aspiranti tali, appassionati e chi più ne ha, più ne metta, ancora una volta sarebbero disposti a tutto, perfino per quel "non è un granchè".
Quel "non è un granchè" che va oltre il genio.
Ed abbraccia, commosso, l'Uomo.




MrFord




mercoledì 15 febbraio 2017

2001: a Dembo odyssey





Qualche anno fa, proprio in questo periodo, decisi di dedicare un paio di settimane circa di post ripercorrendo l'intera carriera di quello che, forse, potrebbe essere considerato il Regista tra i registi, l'indimenticato ed inimitabile Stanley Kubrick.
Seguendo il percorso cronologico della filmografia di quest'ultimo, mi cimentai ovviamente con il post dedicato a quello che io considero IL film, 2001: Odissea nello spazio.
Grazie ad un'imbeccata di quello che considero non solo uno tra i miei migliori amici, ma una sorta di Fratello aggiunto, Dembo, lo scorso sabato ho potuto godere dell'esperienza mistica di questo film su grande schermo, precisamente nella mitica Sala Energia dell'Arcadia di Melzo, che per l'occasione ha deciso di proiettare la versione 70mm della pellicola.
Al mio fianco, ovviamente, lo stesso Dembo, che ora e con grande piacere prenderà il mio posto per l'occasione in qualità di recensore.
Dacci dentro, Fratello.



MrFord




L'altra notte, mentre dormivo il sonno dei giusti, mi sono svegliato tutto sudato ed ansimante, e dopo aver indicato un punto a caso del soffitto, ho gridato: “Film dal potente e misterioso fascino che si interroga sul passato e futuro dell’uomo in un turbine di sequenze al limite dell’onirico!” (Recitato tutto d’un fiato, come fosse il titolo di un lavoro della Wertmüller).
Mia moglie mi ha detto qualcosa che io, ottenebrato dalla forte esperienza mistica che avevo appena vissuto, ho percepito come un “E smettila di drogarti, porco cazzo!” 
Dopo aver incassato l’apprezzamento della mia dolce metà riguardo lo stile di vita che conduco sono svenuto in un sonno senza sogni. La mattina, appena sveglio, mi sono trovato teletrasportato sul divano, in pigiama, tremante e con la bavetta alla bocca – in stile Danny di Shining quando ha la luccicanza - a fissare lo schermo del mio smartphone aperto sulla pagina del cinema Arcadia, sezione eventi extra, sottosezione eventi speciali: SABATO 11 FEBBRAIO, ORE 17:00, 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO.
Tutto torna! I pezzi del puzzle si incastrano, il grande Demiurgo che tutto controlla e tutto vede mi ha permesso di scorgere i fili del destino. Sento che sto per ascendere al cielo, ma non c’è tempo! Bacio mia moglie, abbraccio mia figlia fortissimo, prendo una tibia dallo scheletro medievale che tengo in salotto e mi precipito saltando e urlando in sala non prima, ovviamente, di aver coinvolto uno dei miei migliori amici nonché uno dei migliori recensori cinematografici del nostro Sistema Solare: Mr. James Ford.
Quello che segue è la cronaca dell’esperienza trascendentale cui siamo stati sottoposti dalla potenza del film, dalla magnificenza dell’impianto audio Atmos, dall’imponenza dell’enorme schermo della Sala Energia e… Dal fatto che eravamo nella PRIMA fottutissima fila.
Si può recensire un film come 2001 Odissea nello spazio? Secondo me no, nel modo più assoluto. 
O almeno, non nel senso tradizionale del termine. Troppa roba da digerire e metabolizzare, troppi significati reconditi, troppe chiavi di lettura, insomma un incubo per qualsiasi critico che gli si avvicini con questo scopo. E infatti, giustamente, quando chiedi a qualcuno “Com’è 2001 Odissea nello spazio?” sentirai le più disparate risposte, perché ognuno carica di aspettative e significati -ed in base alla propria sensibilità, ai propri gusti e perché no, in base alla propria cultura - un film così monumentale. 
Mi limito a sottolineare che mai come questa volta mi sia trovato in balia della storia, con un'incontrollabile voglia di scoprire cosa avrebbe riservato la scena successiva – era la prima volta che lo vedevo, ecco l’ho detto - con quel senso di fascinoso mistero che ti si attacca alla gola quando stai guardando qualcosa che, evidentemente, sta andando a toccare qualcosa di atavico, di ancestrale –si parla pur sempre del passato dell’Uomo e, soprattutto, del suo futuro -. 
Più volte Kubrick ha sottolineato il fatto che la sfida più grande di 2001 –per altro vinta a mani basse- sia stata quella di creare un film che rifuggisse dalla canonica visione del causa/effetto che regola la narrazione cinematografica, un film che non andasse spiegato al pubblico, ma più semplicemente vissuto lasciando che suggestioni ed emozioni sgorgassero fuori come nel flusso di coscienza di Joyce.
Esistono poi diverse leggende che accompagnano Kubrick e 2001 Odissea nello spazio, si va dal finto allunaggio girato proprio da Stanley per conto della Nasa – si racconta che le speciali lenti usate per girare il film siano state fornite proprio dal famoso ente spaziale americano e che, una volta visto lo straordinario risultato ottenuto, sia stato chiesto al Maestro di replicarlo nel famoso sbarco lunare- passando per le parziali ammissioni di tutto ciò nel film Shining –Danny indossa spesso un maglione con l’effige dell’Apollo 11- per arrivare, ciliegina sulla torta, all’attacco di cuore procurato da non meglio precisati Poteri Forti che imputavano a Kubrick, con il suo ultimo lavoro Eyes wide shut, di aver reso pubblici rituali e modus operandi di alcune società segrete, -mi riferisco, ovviamente, alla strepitosa scena del culto della fertilità con gli incappucciati e la leggendaria musica rumena suonata al contrario- un film troppo semplicemente bollato come “minore” nella sua filmografia e, cosa ancora più triste, balzato agli onori della cronaca più per le scene orgiastiche e per la presenza della coppia Cruise-Kidman, che per il profondo simbolismo massonico che permea l’opera e per la precisissima e tagliente analisi che si fa del Potere, di chi lo esercita e di chi lo subisce.
Che Kubrick fosse un genio lo sanno tutti, pochi sanno però che era anche massone –e quindi sicuramente depositario di antiche conoscenze esoteriche, come l’architettura sacra, la sezione aurea, la veicolazione di simboli subliminali e solo Cthulhu sa cos’altro- quindi non c’è da stupirsi se i suoi lavori riescano a colpire così nel profondo e quasi senza fartene rendere conto, – sono 48 ore che penso a 2001 e ancora non riesco a capire cosa abbia smosso dentro di me per farmelo tanto amare, probabilmente il fatto che il famoso Monolite nero in qualche modo si colleghi alla nota questione del Paleocontatto o, detto più semplicemente, alla teoria degli Antichi astronauti, roba per cui ultimamente sto in fissa parecchio, ergo: sono a tanto così da scavare nel giardino di casa convinto di poter trovare Antichi Manufatti Alieni- perché sono creati proprio con quello scopo, veicolare un messaggio senza che lo spettatore quasi se ne accorga.
Molto interessante poi, è notare che il film non sia invecchiato di un giorno uno. 
Tecnicamente è qualcosa di mostruoso, con una perfetta fusione di modellini, fondali e scenografie–cosa che farà, egregiamente, anche Ridley Scott con Alien nel 1979- ci sono movimenti di macchina che avranno fatto rizzare il pisellino a tutti gli aspiranti registi dell’epoca, c’è una dottrina antropologica/filosofica potentissima ed ancora oggi ineguagliata da tutti quei film che in un modo o nell’altro hanno saccheggiato il lascito di Kubrick –mi riferisco ad Arrival, Gravity, Interstellar –in fondo la libreria pentadimensionale altro non è che la stanza verde in stile Impero della parte finale del film- Stargate, Prometheus e chissà quanti altri che ora non mi vengono in mente.
Insomma, un film grosso così [allarga le braccia fino a quasi fare uscire le spalle dall’articolazione] magari “non il mio preferito in assoluto” come mi ha detto Ford a fine visione andando perfettamente a sovrapporsi al mio pensiero ma “indubbiamente una pietra miliare della cinematografia mondiale, 2001 Odissea nello spazio è IL film
E quando a fine visione il Super Feto –che ha me ha ricordato il Superuomo di Nietzsche- guarda direttamente in macchina esortandoci a continuare il nostro personale “viaggio” verso la conoscenza e la consapevolezza del nostro posto nell’universo, risulta davvero difficile, se non impossibile, trattenere un sussulto al cuore esclamando: “Apri il portello, Hal!”



Dembo





martedì 6 dicembre 2016

Swiss Army Man (Dan Kwan&Daniel Scheinert, USA, 2016, 97')




Era il settembre del duemilasei, nel pieno del periodo più wild della mia vita, e mi trovavo in Irlanda con il mio amico Emiliano: decidemmo, giusto per non stare sempre appiccicati alle due fanciulle che rimorchiammo a Galway, di farci una bella gita per ammirare il Connemara, spendendo praticamente tutto quello che avevamo a disposizione per quella giornata per mangiare - un favoloso brasato, devo ammettere - e per il pullman.
Con ancora negli occhi la bellezza strepitosa delle scogliere di Moher, l'autista fece tappa in una miniera che tutti gli altri partecipanti al viaggio organizzato ebbero l'occasione di visitare, mentre noi poveracci in canna optammo, nell'attesa, per un giro tra i negozi di souvenir ed un the nella caffetteria appena fuori dalla miniera stessa: proprio tra le cartoline, credo complice il brasato citato poco fa, cominciai a dare sfogo all'aria irlandese che si muoveva nelle mie parti basse, suscitando la furia di Emiliano che abbandonò il negozio per evitare di morire soffocato, andando a sedersi direttamente nella caffetteria, dove lo raggiunsi una volta conclusa la tempesta.
Lo scenario, a quel punto, era questo: tavoli tutti vuoti tranne uno, composto da una molto composta famiglia - padre, madre, figlia adolescente -, non troppo lontano dal nostro, e su ogni tavolo una zuccheriera, una piccola caraffa con il latte e tovaglioli.
Emiliano ordina un caffè americano, io the e muffin al cioccolato: si chiacchiera e si ride ancora per quello che è accaduto nel negozio qualche minuto prima, si alza un pò la voce tanto da notare l'irritazione negli occhi di mammina e papino e, forse, un velo di terrore in quelli della ragazzina, neanche fossimo i rednecks di Un tranquillo weekend di paura.
A un certo punto, una risata un pò troppo fragorosa lascia partire un altro missile degno di quelli sganciati tra i souvenir, innescando la protesta accesa di Emiliano per la puzza pestilenziale, mentre il sottoscritto cercava di contenere le risa, ormai fuori controllo: all'apice di questa nuova, clamorosa sequenza, doppio colpo mortale risata sguaiata/peto roboante, proprio mentre un asteroide che faceva un tempo parte del muffin al cioccolato esce dalla mia bocca entrando in orbita prima di ricadere, canestro perfetto, nella piccola caraffa del latte sul nostro tavolo.
Io mi contorco, Emiliano non resiste, e fuggendo dalla caffetteria ribalta la sedia dove stava sotto gli occhi sconcertati della famiglia Bradford versione irish.
Ho impiegato circa venti minuti per riprendermi e raggiungerlo all'esterno.
Questo ricordo, come tutti quelli di quel viaggio fantastico, ora è soltanto mio.
E' soltanto mio dalla notte tra il tredici ed il quattordici febbraio duemilaquindici, quando Emiliano ha deciso di togliersi la vita.
Questo aneddoto è una delle cose che mi sono passate per la mente guardando Swiss Army Man.
Mi sono anche passati per la mente l'amore, l'amicizia, il valore e l'importanza della libertà di essere come siamo, soprattutto con chi amiamo, perchè proprio con loro possiamo godere dell'essere noi stessi fino alla fine, scoreggione comprese, una colonna sonora stupenda, trovate che farebbero invidia al miglior Gondry, quanto cazzo sono stati bravi Radcliffe e (soprattutto) Dano, con quell'espressione tra la timidezza e l'orgoglio di fronte al complimento ricevuto dal suo nuovo, inseparabile amico.
Mi è passato per la mente "porca puttana, che film grandioso".
Mi è passato per la mente che se non fossi stato sul tappeto a giocare con i bimbi in stereo con Julez già in lacrime sul divano, mi sarei fatto uno di quei pianti liberatori che sono come il vento in faccia, una scopata, il segno che sì, stai vivendo, e lo stai facendo il più profondamente possibile.
Mi è passato per la mente che Swiss Army Man fosse una delle storie di amicizia più commoventi, poetiche e stramaledettamente vere che il Cinema abbia mai regalato al suo pubblico.
E non parlo di questa stagione, o degli ultimi anni. Di sempre.
Da quel cellulare rimbalzato tra i ricordi di uno e dell'altro, alle geniali trovate dell'autobus e del "cannone", dalla lotta con l'orso pronta a mangiarsi in un boccone tutto il realismo di qualsiasi  Revenant con la forza della pancia - in tutti i sensi -, dall'isola deserta alla città piena di gente.
Mi è passato per la mente Emiliano, che è morto nella vasca da bagno, e chissà che non abbia deciso di salutare chi ha pensato di giudicarlo per la scelta che aveva fatto con una scoreggiona come quelle che ho mollato io, quel giorno, in quella caffetteria, nel cuore dell'Irlanda che è stato proprio grazie a quel viaggio uno degli amori della sua vita.
Mi è passato per la mente che durante quel viaggio abbiamo riso, bevuto, letto, ascoltato musica, scritto, pensato a cosa avremmo fatto al nostro ritorno, scopato, siamo passati dal quasi calcio in faccia che mi presi la seconda sera a Dublino al penultimo giorno, quando Tommy, irlandese sposato ad un'italiana in gita di piacere nella sua terra cercò di trattenerci al tavolo con lui e due obese vestite come puttane da Far West offrendoci un drink dopo l'altro grazie alle vincite al gioco - almeno così ha dichiarato -.
Tutti quei ricordi, oggi, sono solo miei.
Ed ora, con Swiss Army Man negli occhi e nel cuore, e la coscienza di aver avuto la fortuna di trovarmi di fronte ad un cazzo di fantastico Capolavoro, e le lacrime che scendono, davanti allo schermo del computer sul quale scivolano via queste parole, mi passa per la mente un'altra cosa.
E' stato bellissimo.
Vorrei che ci foste stati anche voi.
Vorrei che ci foste stati anche voi.




MrFord




 

martedì 16 febbraio 2016

Il cartello

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Anno: 2015
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): sono passati anni dalla fine della battaglia tra Art Keller, agente della DEA, e Adàn Barrera, boss del narcotraffico, due caratteri forti, due ex idealisti cresciuti insieme in Messico e divenuti nemici giurati. Dopo aver incastrato Barrera ed averlo costretto al carcere, Keller ha lasciato i suoi incarichi e si è trasferito in un monastero, dove vive nella tranquillità e passa le giornate tra preghiera e la cura delle api. Quando alla DEA giunge la notizia che Barrera, dopo una breve permanenza nel carcere di massima sicurezza di Puente Grande, è clamorosamente evaso sfruttando i suoi contatti politici per tornare a gestire il traffico di droga in  tutto il Messico costruendo una nuova rete ed una nuova alleanza con gli altri boss, mettendo una taglia sulla testa di Keller, che reputa responsabile di tutte le sue sventure, compresa la morte della figlia disabile Gloria, che fu la leva che Art sfruttò per incastrarlo tramite l'ex moglie, le regole del gioco cambiano.
Ha così inizio una nuova guerra.
Reintegrato dalla DEA ed al lavoro in Messico, Keller inizia così l'ennesimo faccia a faccia a distanza con Barrera che lo condurrà ad una lotta lunga otto anni, che vedrà boss salire alla ribalta e cadere, innocenti morire, funzionari farsi corrompere o essere uccisi da eroi accanto a giornalisti e uomini e donne forti solo della loro volontà di opporsi al Cartello.
Ma chi rappresenta davvero il Cartello?














Nel corso della mia vita di lettore ho avuto - così come per la Musica ed il Cinema - molti grandi amori e fasi in cui attraversavo o esploravo un genere prima di spostarmi ad un altro: rispetto agli stessi Musica e Cinema, però, la Letteratura ha finito per delineare un panorama ben definito di quelli che sono stati davvero i romanzi della mia vita, da Cent'anni di solitudine a Io sono leggenda, passando per 1984 e Il potere del cane.
Quando, sei anni fa, mi tuffai nella lettura di quello che era considerato - giustamente - il Capolavoro di Don Winslow, venivo dall'ottima esperienza de L'inverno di Frankie Machine, e pensavo che il vecchio Don avrebbe potuto fissare uno standard che, da queste parti, in tempi recenti hanno raggiunto e guadagnato solo i miei favoriti, da Lansdale a Nesbo: ma Il potere del cane era qualcosa di più.
Non solo un'epopea terribile e dolente legata al mondo del narcotraffico, ma un vero e proprio mosaico di vite da una parte e dall'altra della barricata della Legge pronte a giocarsi tutte le loro carte per compiere una missione, affermare il proprio potere, lottare per la Giustizia, o semplicemente vivere la propria vita: charachters come Sean Callan o El Tiburon resteranno per sempre impressi nella mia memoria, così come l'impatto emotivo che alcuni passaggi di quel libro straordinario ebbero sul sottoscritto.
Quando, mesi fa, venni a sapere che - peraltro in contemporanea con Honky Tonk Samurai di Lansdale - sarebbe uscito Il cartello, sequel de Il potere del cane ambientato anni dopo lo scontro tra l'ormai ex agente della DEA Art Keller ed il fu patron del narcotraffico messicano Adàn Barrera, mi trovai come in bilico: da un lato, l'emozione per quello che poteva rivelarsi come il ritorno del Winslow migliore, una possibilità di raccogliere l'eredità de Il potere del cane e renderla ancora più grande, dall'altra il timore che potesse non rivelarsi all'altezza.
Quando ho chiuso la quarta di copertina per l'ultima volta, un paio di giorni fa, dopo una cavalcata di novecento pagine senza un solo secondo di respiro, non ho avuto alcun dubbio: Il cartello è un Capolavoro, forse addirittura superiore ad un predecessore tanto illustre.
Winslow, mai così in forma, costruisce qualcosa di talmente grande in termini di lavoro sui personaggi, evoluzione degli stessi, incroci temporali e geografici, fiction e realtà - per quanto, infatti, si tratti di un'opera di fantasia, è chiaro che l'ispirazione alle vicende narrate sia indissolubilmente legata alla realtà messicana dei numerosi drammi legati al narcotraffico ed alla lotta allo stesso, o presunta che sia, del governo di Città del Messico ed americano -, da far impallidire qualsiasi scrittore o aspirante tale, riuscendo a mantenere un equilibrio perfetto in grado di mostrare, per dirla come Keller, "tutte le infinite sfumature di grigio che passano tra il bianco ed il nero quando si tratta di uomini", portando il lettore ad odiare profondamente gli atti di violenza e crudeltà mostrati e ad un tempo lasciando spazio anche all'umanità decisamente profonda di uomini di legge - lo stesso Keller, Roberto Aguilar, Orduna - e criminali - Jèsus the kid, Crazy Eddie Ruiz, Adàn Barrera -, con i loro alti ed i loro bassi, le vittorie ed i fallimenti, le parole d'onore ed i tradimenti.
Ma Il cartello non è solo un grandioso romanzo crime, o una delle opere più importanti mai realizzate sulle vicende del narcotraffico - in alcuni momenti, mi è parso che potesse fare apparire la recente e celebratissima Narcos come una cosa per bambini -, ma anche e soprattutto un grido di denuncia, una lettera da brividi a tutti coloro che si sono resi responsabili di ogni morte al di fuori della guerra stessa: famiglie, amici, mogli, mariti, vecchi, donne e bambini, giornalisti e coraggiosi che non hanno voluto accettare una realtà che li ha visti perdere città che amavano, persone che amavano, un Paese che amavano a causa degli interessi dei trafficanti, di chi da loro la caccia e dei governi che manovrano o sono manovrati dagli stessi.
Storie come quella di Pablo Mora, della Medica Hermosa, di Jimena sono lo specchio di un Messico che è stato segnato nel corpo e nell'anima da ogni atto di violenza gratuita, dalla corruzione, dal "tutto cambia per non cambiare", e che ha messo a tacere chi non aveva voce o la forza per zittire quella degli altri: una denuncia amara anche per chi, come lo stesso Keller, nel profondo sa di fare parte di un Cartello del quale il narcotraffico e la guerra che genera sono solo una sfumatura.
Una delle tante che passano tra il bianco ed il nero lungo il confine tra Messico e USA.
Su questa Terra.
Nel nostro cuore.





MrFord





"There's a time to keep it up
a time to keep it in
the Indian is told
the cowboy is his friend
you know that I can breathe
even when I cheat
should should've been over for me
no angel came."
Tori Amos - "Juarez" - 






martedì 24 novembre 2015

Accattone

Regia: Pier Paolo Pasolini
Origine: Italia
Anno: 1961
Durata: 120'






La trama (con parole mie): Vittorio Cataldi detto Accattone è un giovane ladro ed approfittatore della periferia romana che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, appoggiato alla moglie di un compare cui ha voltato le spalle finito in galera e ad una prostituta, Maddalena, sua protetta.
Quando quest'ultima finisce in galera proprio a causa di Accattone, Cataldi torna alla vita di strada ed ai piccoli raggiri, sempre pronto a salvarsi la pelle a tutti i costi, fino a quando incontra Stella, una giovane donna lontana dal mondo nel quale è abituato a sguazzare: deciso a far prostituire anche lei, l'uomo si prodiga per piegarla e convincerla delle sue ragioni solo per scoprire di essersene innamorato, e decidere di cambiare vita arrivando addirittura a cercare un impiego.
Ma il fascino che il crimine esercita su Accattone è troppo forte, e quest'ultimo non potrà fare a meno di tornare alla vecchia vita.









Questo post partecipa alle celebrazioni del Pier Paolo Pasolini Day.





Esisteva un tempo in cui il Cinema italiano era indiscutibilmente il migliore che si potesse immaginare al mondo: un tempo in cui la necessità di raccontare storie ispirate alla realtà o di pura fiction rappresentava la ricerca di un'identità che si era perduta negli anni della guerra e ritrovata a partire dal boom economico, in cui De Sica, Visconti, Fellini, Monicelli, Risi, Rosi e Pasolini lasciavano un segno indelebile nella Storia della settima arte.
Erano gli anni de Il sorpasso e La dolce vita, ma anche di Accattone, opera prima di uno degli intellettuali più poliedrici del tempo - e della cultura italiana dell'ultimo secolo -, Pier Paolo Pasolini, che di fatto, attraverso questo film disperato e dolente, ancora attuale da molti punti di vista raccontò il lato amaro proprio di quella dolce vita felliniana che si viveva negli ambienti più borghesi ed alternativi di Roma: quasi fosse un antesignano della poetica di autori come i Dardenne, Pasolini porta sullo schermo la vicenda di Accattone, giovane truffatore della periferia profonda della Capitale destinato a lottare per la sopravvivenza e la sua convinzione di vivere senza mai doversi "abbassare" al lavoro - esemplare, in questo senso, la figura del fratello del protagonista, dedito al contrario agli impegni di un'esistenza normale, regolare e regolata, e sbeffeggiato proprio per questo dagli amici di Accattone - e ad un tempo ad un Destino amaro, legato alle scelte alle quali il crimine - piccolo o grande che sia - inesorabilmente porta, e delle cadute che altrettanto inesorabilmente si succedono alle ascese.
E nonostante siano passati più di cinquant'anni, e l'Italia, almeno in apparenza, sia cambiata profondamente, la potenza delle immagini brucia negli occhi e nel cuore, e pur essendo consci del fatto che il personaggio di Vittorio sia senza dubbio alcuno sgradevole e negativo, si finisce quasi per voler bene a questo ragazzo perduto che lotta senza quartiere, destinato alla sconfitta e ad essere schiacciato non tanto dal Sistema, quanto da una vita contro la quale ha ingaggiato una battaglia persa in partenza: nelle sue ultime parole, quel "ora sto bene", c'è tutta la disperazione di chi attraversa questo mondo ai margini, e vede la parte più grande ed apparentemente bella dello stesso e la già citata "dolce vita" solo da lontano, sfiorandola solo quando, per spacconeria, sfida la sorte - le scommesse con gli amici, i tuffi dal ponte -, una presa di coscienza non gridata, quanto accolta come una liberazione, una resa pacifica che è come un lento addormentarsi.
Di fatto, dunque, non solo Accattone si afferma come uno dei film italiani più importanti dell'epoca e più in generale della Storia del nostro Cinema, ma un manifesto proletario della settima arte, un racconto viscerale delle viscere della società, una fotografia dell'uomo della strada come l'avrebbe cantata un altro grande della cultura popolare italiana, Fabrizio De Andrè, ed una testimonianza del grande Cinema che partì con i Lumiere e continua nella sua tradizione con i già citati Dardenne, Loach o Cantet.




MrFord









"Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento 
quel che gli lascio in eredità
non maleditemi, non serve a niente
tanto all'Inferno ci sarò già."
Fabrizio De Andrè - "Il testamento" - 





mercoledì 16 settembre 2015

Inside out

Regia: Pete Docter, Ronaldo Del Carmen
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 94'






La trama (con parole mie): Riley è una ragazzina di undici anni cresciuta in una famiglia felice del Minnesota, tra hockey, amicizie e due genitori amorevoli e presenti. Nella sua testa, come in quelle di tutti noi, le cinque emozioni primarie governano azioni e ricordi filtrandoli attraverso le vicende di ogni giorno.
Quando il lavoro del padre spinge Riley ad un forzato e non desiderato trasferimento a San Francisco, il cambiamento e gli sconvolgimenti che ne conseguiranno porteranno Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura a dover gestire un passaggio fondamentale per ogni essere umano: la fine dell'infanzia e l'inizio del percorso che porterà la loro amata Riley all'adolescenza.
Riusciranno a gestire questo delicato momento, o tutto il castello di certezze costruito fin dalla nascita della bambina crollerà lasciando ferite destinate a restare per sempre?








A volte ci si può soltanto arrendere.
Certo, resistere è lecito, tentare quasi doveroso, ma di fondo, il risultato sarà scontato, deciso, devastante.
Pete Docter, oltre ad essere uno dei cervelli dietro l'ascesa della Pixar, una delle realtà più importanti del Cinema - non solo d'animazione - della nostra epoca, e l'autore dietro i due film più importanti della stessa casa di produzione - Monsters&Co e Up! -, deve essere un profondo conoscitore della parte bambina dell'animo umano, essere lui stesso rimasto un "fanciullino" o riuscire ad empatizzare incredibilmente non solo con quello che portiamo dentro - indubbiamente viziato - noi adulti, ma anche e soprattutto con i più piccoli.
Se non fosse che si tratta di uno dei registi più importanti che l'animazione abbia in scuderia in questo momento, sarei felice se potesse essere l'insegnante del Fordino, perchè ho come l'impressione che ne avrebbe solo ricordi costruttivi ed importanti.
Ma a prescindere da lui, si parlava di resa.
Incondizionata, nello specifico.
Perchè Inside out porta a questo.
Con leggerezza e colore, semplicità e lampi di genio che fanno invidia perfino alle porte di Sully e Mike o all'apertura fulminante legata alla vita di Carl ed Ellie.
Inside out, oltre a mostrare uno spaccato della nostra testa e dei sentimenti che farebbe invidia ad artisti e psicologi, è come un bimbo.
Non voglio menarla troppo rispetto alla questione dell'essere genitori, o pensare che lo stesso fatto di diventarlo renda automaticamente chi lo è migliore degli altri, perchè non è così - c'è un sacco di gente in giro, purtroppo, che finisce per avere figli anche quando dovrebbe non averne per il bene dei figli stessi -, ma vorrei cercare di rendere al meglio la tempesta emotiva, oltre che visiva e "cinefila", che è questo gioiello: la notte in cui il Fordino è nato ho assistito al travaglio - che non è stato propriamente breve - ed al parto senza avere la minima idea di quello che stesse provando Julez, sono stato in prima fila all'evento più importante della mia vita, ho visto venire al mondo quel piccolo esserino capellone con la testa da Alien e ho veicolato il suo passaggio qui tagliando il suo cordone ombelicale, me lo sono ritrovato tra le braccia senza neppure avere la minima idea di quello che sarebbe stato, che sarei stato.
Ricordo che quella notte, a casa, scrivendo come scrivo ora, detti fondo ad una bottiglia di Southern Comfort piangendo senza controllo, liberando le emozioni primarie come poche volte nella mia vita.
Al termine della visione del film, Julez mi ha chiesto perchè avessi pianto, non accondentandosi della mia risposta, ovvero che Inside out è straordinariamente bello.
A distanza di qualche ora, scrivendo come in quella notte fondamentale per la mia esistenza, posso dire di aver pianto perchè in Inside out ho visto le emozioni che sento sulla pelle quando vedo, di giorno in giorno, crescere AleLeo, perchè "averlo avuto è stato come nascere un'altra volta" - per citare il sempre mitico Rocky -, perchè l'infanzia è uno dei periodi più incredibili della vita, ed è ad un tempo necessario, stupefacente e terribile che lo stesso finisca, sacrificandosi come un elefante di zucchero filato che si getta nel baratro affinchè si possa compiere un salto che è un'evoluzione naturale, ma anche una meraviglia differente.
Inside out racconta come un genitore quel momento, l'istante in cui la fanciullezza e l'innocenza finiscono, e si impara che non sono solo gioia ed istinto ad avere il timone della nostra nave, ma anche il dolore, la tristezza: e nonostante l'apparenza, questi ultimi sono necessari quanto i primi affinchè si possa amare incondizionatamente la vita, e viverla a fondo.
E lo racconta con gli occhi pieni d'amore di un genitore che si ricorda del proprio elefante guardando i figli crescere, ben sapendo che non ci sarà un momento più bello di quello, così innocente, così puro, così vero, colorato e magico.
Ma nell'ampliarsi delle isole e degli orizzonti, il sacrificio finisce per essere necessario.
Come la resa, in alcuni casi.
Come quando guardiamo i nostri figli crescere, e troviamo straordinario un gesto semplice, perchè viviamo una volta ancora quello stesso gesto che la nostra memoria ha perduto insieme all'innocenza.
Come quando assistiamo al miracolo che è vivere, ed alla meraviglia che è possibile tirare fuori dal cilindro senza confini che passa dal nostro cervello al cuore.
Inside out è uscito dritto da quel cilindro.
E ringrazio di essermi arreso alla grandezza di chi è riuscito a raccontare la vita come se non avesse mai perso l'innocenza.
O l'avesse ritrovata guardando crescere un figlio.




MrFord




"And some of us have to grow up sometimes
and so, if I have to I'm gonna leave you behind
some of us have to grow up sometimes
and so, if I have to I'm gonna leave you behind."
Paramore - "Grow up" - 




mercoledì 6 maggio 2015

L'infernale Quinlan

Regia: Orson Welles
Origine: USA
Anno:
1958
Durata:
107'






La trama (con parole mie): Miguel "Mike" Vargas, ufficiale antidroga messicano, è in compagnia della moglie al confine con gli States quando un attentato dinamitardo toglie la vita ad un uomo d'affari americano. Interessatosi all'accaduto nonostante la dolce compagnia e la minaccia della famiglia Grandi, che ha appena messo alle corde grazie ad un'indagine, Vargas si trova a dover incrociare il cammino dell'enigmatico e corpulento Hank Quinlan, detective statunitense pronto a tutto pur di seguire il suo istinto e condurre ogni indagine secondo le proprie regole.
Scoperto che lo stesso Quinlan è avvezzo alla manomissione delle prove pur di inchiodare i suoi presunti colpevoli, l'agente antidroga si adopererà per smascherare e mettere alle strette il collega, proprio mentre i Grandi organizzeranno contro di lui una vendetta coinvolgendo nella stessa anche Quinlan.
Riuscirà Vargas a fare fronte alle due minacce? E cosa nasconde davvero l'oscurità di Quinlan?








Questo post partecipa alle celebrazioni dell'Orson Welles Day.





Il Cinema, per quanto profondamente lo si possa amare, raramente offre certezze assolute, o quasi.
La componente personale dell'approccio a questo splendido mezzo di comunicazione - così come all'Arte in genere - non permette praticamente mai di trovarsi di fronte ad una totalità di consensi: personalmente, sono pochi, in questo senso, i registi che, nel corso della loro vita ed opera, sono riusciti a convincermi sempre, e nel loro percorso non hanno concesso ai miei occhi neppure un passo falso - almeno rispetto alle visioni concesse loro dal sottoscritto -.
Fellini, Kubrick, Kurosawa, Chaplin, Murnau, Tarkovskij sono tra i pochi rappresentanti di questa sorta di Olimpo della settima arte: Orson Welles, che oggi celebriamo ad un secolo dalla sua nascita, è un fiero membro di quel ristrettissimo circolo.
L'infernale Quinlan, che come spesso accadde per i suoi lavori affrontò difficoltà di produzione e rimaneggiamenti in fase di montaggio che, probabilmente, ancora oggi nella versione "restaurata" ne compromettono, di fatto, l'effettiva portata e potenza come accadde per L'orgoglio degli Amberson, rappresenta senza dubbio uno dei vertici non solo del noir e del crime cinematografico, o della carriera del vecchio Orson - che si ritaglia, come di consueto, una parte da protagonista con un charachter memorabile, l'inquietante ed oscuro Quinlan -, ma del Cinema stesso.
A partire da un'apertura memorabile resa enorme da un piano sequenza da brividi fino al finale, amaro e malinconico ad un tempo, segnato dalla battuta di Marlene Dietrich a proposito di Quinlan, tutto in questo film trasuda intensità, passione, forza: una forza oscura, che si traduce in una vicenda a tinte fosche decisamente avanti rispetto ai tempi - sesso, eroina, attentati dinamitardi, complicazioni sul confine USA/Messico neanche fossimo ai giorni nostri - e che il suo protagonista rappresenta in tutto e per tutto, dalle prove manomesse al beffardo epilogo dell'indagine.
Come per ogni Capolavoro di questo calibro, comunque, è difficile scrivere senza finire per risultare spocchiosi o troppo accademici, o riduttivi, paradossalmente, di fronte all'esperienza di una visione che potrebbe, senza dubbio, cambiare la nostra vita di spettatori: L'infernale Quinlan - reso decisamente meglio dall'originale Touch of evil - non raggiunge i livelli di Quarto potere, o la struggente malinconia di Storia immortale - forse i due veri testamenti di Welles l'illusionista -, eppure in qualche modo riesce a fotografare la grandezza di un interprete della settima arte versatile e complesso, di quelli che nascono una volta per secolo se dovesse andare bene, un narratore dedito al piacere ed al disequilibrio graziato da una tecnica che è equilibrio puro - si veda, oltre all'apertura già citata, lo splendido pedinamento finale di Vargas/Heston alla ricerca di prove contro Quinlan/Welles -.
La potenza de L'infernale Quinlan, a prescindere dal valore artistico, del cast, della storia, è però da ricercare nello stesso Quinlan, anima nera che ognuno di noi si porta dentro, e simbolo di un'umanità imperfetta e claudicante: manomettere le prove per condannare un colpevole pronto ad ammettere la sua stessa colpevolezza è uno dei paradossi più ironicamente tristi della nostra condizione umana, fatta di istinto e sensazioni, compromessi e lotte, bassezze misurate, ugualmente, dalla capacità di essere, anche se in parte, anche se soltanto a volte, grandi uomini.
In fondo, Quinlan siamo tutti.
Zoppi, ingordi, legati a piaceri pronti a tenderci agguati, ad oscurità profonde, tendenti all'essere malvagi eppure ugualmente in grado di farci amare incondizionatamente anche da chi ci toglierà la vita, e da chi se la vedrà togliere da noi.
Orson Welles conosceva bene i suoi fantasmi, e conosceva bene come raccontarli in modo che il suo pubblico potesse specchiarvicisi.
L'abisso che racconta L'infernale Quinlan è noir come il genere, ma caldo come solo gli esseri umani possono essere.
Con tutti i limiti, i difetti, gli errori e gli orrori del caso.




MrFord




"In the night
come to me
you know I want your touch of evil
in the night
please set me free
I can't resist a touch of evil."
Judas Priest - "Touch of evil" -




Alzano i calici per Orson con il sottoscritto anche:

Solaris
Director's Cult
Pensieri Cannibali
Il Bollalmanacco di Cinema




domenica 9 novembre 2014

Hearts of darkness - Viaggio all'Inferno

Regia: Fax Bahr, George Hickenlooper, Eleanor Coppola
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 96'





La trama (con parole mie): fin dal 1969, in cima alla lista dei progetti di Francis Ford Coppola si poteva trovare quello di un adattamento del romanzo Cuore di tenebra trasposto nel Vietnam, un viaggio nel lato oscuro dell'American dream esportato a suon di proiettili. Soltanto dopo il successo dei primi due film della saga de Il padrino, però, Coppola ebbe le possibilità economiche e produttive per avviare il progetto più ambizioso, titanico e destabilizzante della sua carriera, un'impresa che costò fatica, energia, milioni di dollari messi di tasca propria ed integrità fisica non solo del regista, ma anche del protagonista Martin Sheen.
Attraverso le immagini dei dietro le quinte girate dalla moglie Eleanor, scopriamo la genesi di uno dei più grandi Capolavori della Storia del Cinema.







Non ho mai creduto troppo nelle classifiche e graduatorie, che si parlasse di Cinema, Musica o Letteratura: i gusti personali e le esperienze di vita, in fondo, segnano talmente tanto da rendere ogni approccio "assoluto" decisamente poco utile se non per dare una qualche indicazione a chi per la prima volta si avvicina ad una qualsiasi forma d'arte.
Eppure, se esistesse un baule dove chiudere dieci film fondamentali da salvare da una qualsiasi catastrofe, credo che nessuno avrebbe dubbi nell'inserire nel novero Apocalypse now, che si parli della sua versione originale o del Redux.
Un film monumentale, gigantesco, assoluto, apice emotivo ed artistico della carriera di uno dei più grandi cineasti statunitensi viventi - e non solo -, un monumento al viaggio nel cuore del lato oscuro dell'Uomo ispirato da uno dei romanzi più affascinanti della Letteratura degli ultimi due secoli, Cuore di tenebra di Joseph Conrad, perfetto sotto ogni punto di vista, dalla tecnica alla recitazione, dalla carne al cervello.
Ma quale fu la strada che Francis Ford Coppola percorse per arrivare a regalare al pubblico l'esperienza quasi mistica di questo affresco incredibile?
Grazie ai filmati di repertorio girati dalla moglie Eleanor durante la sfiancante sessione di riprese nel cuore delle Filippine e al contributo dei due registi Bahr e Hickenlooper ogni spettatore avrà modo di scoprire il viaggio dentro il viaggio, il percorso devastante - fisicamente, economicamente ed emotivamente - che Coppola per primo dovette intraprendere per giungere a quello che, ad oggi, può essere considerato uno dei trionfi più clamorosi della Storia della settima arte, dai due Oscar e tre Golden Globes vinti alla Palma d'oro a Cannes, passando per l'aura mitica che questo film si è giustamente conquistato nel corso dei decenni.
Veniamo dunque a scoprire che, prima ancora di passare alla Storia grazie a Quarto potere, Orson Welles cercò di portare in scena una sua versione di Cuore di tenebra - poi mai realizzata per questioni di costi di produzione -, che il primo attore selezionato per la parte di Willard fu Harvey Keitel, clamorosamente scartato da Coppola dopo solo una settimana di riprese, che il regista arrivò ad impegnare perfino la sua casa per poter garantire la fine delle riprese, che Marlon Brando, oltre a creare problemi sulle tempistiche ed avere una paga da capogiro per i tempi e non solo - un milione di dollari a settimana per tre settimane - si presentò sul set ignorando sia la lettura del Capolavoro di Conrad che le promesse fatte a Coppola di mettersi in forma, che Martin Sheen ebbe un infarto nel corso delle riprese, e che il cast dei main charachters passò la maggior parte del tempo sotto l'effetto di alcool, marijuana, acidi e speed, senza contare il tifone che distrusse gran parte dei set e gli accordi con il governo delle Filippine rispetto all'utilizzo degli elicotteri del loro esercito - gli USA non misero a disposizione alcun mezzo a causa della posizione critica della pellicola rispetto alla Guerra in Vietnam -.
Un documentario completo, teso e ben girato, che rimbalza dai tempi delle riprese ai primi anni novanta - curioso vedere un Lawrence Fishburne quattordicenne, dunque adulto ai tempi della realizzazione di questo Hearts of darkness, e rivederlo ora, da Mystic river alla recente serie Hannibal - e che riesce ad avvincere non solo i fan di questo enorme Capolavoro, ma chiunque possa manifestare anche solo un parziale interesse per la Storia del Cinema e per gli enormi sforzi produttivi che vengono compiuti affinchè il pubblico possa sognare in sala davanti al grande schermo: il finale, inoltre, con un Coppola pronto ad accogliere un futuro più maneggevole e ad uso e consumo di tutti gli appassionati - "Anche una ragazza sovrappeso dell'Ohio potrà essere Mozart, e a quel punto il Cinema sarà diventato solo arte, e non mestiere" - apre uno spiraglio oltre il vero e proprio "orrore" che fu riuscire a sopravvivere ad un viaggio come questo, che dal Cuore di tenebra letterario passa da quello cinematografico, per aprirsi completamente nel profondo dell'anima di chi lo sta vivendo sulla pelle.




MrFord




"Fear of the dark, fear of the dark
I have constant fear that something's
always near
fear of the dark, fear of the dark
I have a phobia that someone's
always there."
Iron Maiden - "Fear of the dark" - 




sabato 15 febbraio 2014

Se dico Cinema...

La trama (con parole mie): non troppo tempo fa, la collega blogger cinefila Valentina Orsini ha lanciato una lodevole ed interessante iniziativa tra le pagine della sua creatura, Criticissimamente, legata alla frase "Se dico Cinema...", invitando tutti noi viaggiatori lungo la Frontiera a scrivere la nostra a proposito di quella settima arte che tanto amiamo, e che pur nel piacere prende una buona fetta di ogni nostro singolo giorno, o quasi.
Non potevo dunque esimermi dal brindare con i miei compari a questa nuova tappa del viaggio fatta in una certa misura tutti insieme.




Se dico Cinema...
... Rivedo il divano del salotto della casa dei miei nonni, accanto all'uomo cui devo la passione per il Western e la Frontiera, con John Wayne e la Leggenda che incontra la Realtà.
Le colazioni, le merende, ogni momento passato con mio fratello nel pieno del fervore dei film anni ottanta dal fantastico all'action, fino ad arrivare alle prime notti horror.
La scoperta del Cinema d'autore, gli anni di formazione cinefila e radicalchicchismo, le ricerche sui dizionari, gli acquisti mirati nei negozi specializzati, un'università fai da te.
Gli anni da clerk nel settore, i dvd imparati a memoria, catalogati, recensiti, suddivisi in zone, aree geografiche, percorsi tematici.
I film visti da solo, con gli amici, con le ragazze di turno.
Le lacrime e le risate.
Quelle volte in cui ho portato la fiaschetta in sala, e quelle che quasi tra le poltroncine si arrivava al sesso - ti ricordi Le ferie di Licu, Julez? -.
Arancia meccanica con mia madre e Barry Lyndon con il cuore in gola.
Hong Kong Express il primo maggio, Il grande Lebowski all'inizio dell'estate e Gli spietati per il mio compleanno.
E Django Unchained la notte prima che nascesse mio figlio.
Perchè il Cinema è la lanterna magica di Bergman, ma anche la nostra vita, i nostri sogni, la nostra esperienza.
Perchè un film al giorno è il rimedio migliore, per togliere il medico di torno.
Almeno per me.
E oltre le mie parole, se dico Cinema, dico questo.
















MrFord

martedì 28 gennaio 2014

The wolf of Wall Street

Regia: Martin Scorsese
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 180'




La trama (con parole mie): Jordan Belfort è un ambizioso broker figlio di due comunissimi contabili che sul finire degli anni ottanta desidera emergere e diventare schifosamente ricco. Quando il lunedì nero delle borse che sconvolse l'autunno del 1987 lo mette all'angolo, Belfort scopre un nuovo canale per arrivare in cima alla catena alimentare: sfruttando le azioni legate a società di profilo decisamente più basso di quelle che era abituato a trattare ma con una commissione pari al cinquanta per cento della vendita diviene in breve tempo un vero e proprio fenomeno della finanza statunitense, liberando ego, lussuria, dipendenza da alcool e droghe e soprattutto dall'adrenalina che da essere i numeri uno, i vincenti, i ricchi bastardi che possono permettersi quello che vogliono quando vogliono.
Peccato che, con il progressivo aumentare dei capitali, l'FBI cominci ad interessarsi alle sue operazioni non proprio pulite, e così come era sorto, l'impero di Belfort inizia inesorabilmente quanto velocemente a sgretolarsi.






Spesso e volentieri, nel corso di questi quasi quattro anni di vita del Saloon, ho fatto riferimento ad un'antica frase, "homo homini lupus", quando si è trattato di parlare di pellicole che mostrassero il lato predatorio e spietato dell'Uomo, che sarà pure animale sociale ma resta altrettanto inesorabilmente il più pericoloso bastardo che la Natura abbia scatenato su questa Terra.
Decisamente meno spesso - e di norma in riferimento a Classici o pietre miliari - ho pensato di assegnare ad un titolo uscito in sala il massimo della valutazione fordiana: non ci sono riusciti neppure i migliori, i vincitori dei Ford Awards di questi anni, le sbronze più importanti che a questo bancone si poteva sperare di prendere.
Il problema, con The wolf of Wall Street, è che non si parla di una sbronza, ma di uno stramaledetto baccanale da coma etilico senza ritorno: Martin Scorsese, appoggiandosi alle spalle di un Di Caprio superlativo - vi invito ad una visione in lingua originale, da urlo in tutto e per tutto - ed un cast assolutamente ed indiscutibilmente perfetto, centra un homerun con tutte le basi occupate, consegnando al pubblico il suo lavoro più grande, dirompente, semplicemente migliore dai tempi di Quei bravi ragazzi e Casinò.
Il vecchio Marty, ispirandosi alle vicende del predatore finanziario Jordan Belfort, sradica dalla sedia di prepotenza, sbattendo in faccia all'audience tutta quintalate di sesso, volgarità, eccessi, droghe e tutto quello che è possibile concepire nel momento in cui si è così schifosamente e clamorosamente ricchi da poter decidere il proprio bello e cattivo tempo sbattendosene felicemente del resto del mondo: in questo senso il Belfort di Di Caprio, una sorta di versione sotto cocaina dell'Abagnale Jr. di Prova a prendermi, riesce ad inorridire, conquistare, lasciare sconvolti e dunque di nuovo ammirati, tanto da arrivare quasi all'empatia con questo animale da giungla - perchè è di giungla che parliamo, quando si tratta della nostra società, dalle scimmie ai suoni gutturali - che dovrebbe essere al contrario quanto di più lontano esiste da noi poveri stronzi che, come l'agente Denham, la sera torniamo a casa dal lavoro in metropolitana, e non al volante di una Ferrari bianca con superfiga in dotazione pronta a succhiarcelo senza fare domande.
Dunque per quale motivo arriviamo addirittura ad emozionarci nel momento in cui Belfort dovrebbe pronunciare il suo discorso d'addio di fronte a tutti i broker pronti a lavorare ai suoi ordini, nella pancia della balena che lui stesso ha creato, la Moby Dick che ha imparato, semplicemente vendendo una penna, ad usare i suoi Achab invece che a combatterli?
E perchè sul finale l'impressione che si sente insieme ad un brivido sulla pelle è quella che il Lupo sia sprecato di fronte ad un gregge di pecore che di quella penna non sa neppure che farsene?
Perchè, signori miei, Jordan Belfort incarna i più bassi istinti che l'Uomo in quanto predatore nutre ed alimenta nel profondo dell'anima: i miei come i vostri, senza distinzioni.
E non credete alle pecore incapaci di vendere una penna o a chi dice che non guarda una donna che non sia la sua, o non fantastica di quanto sarebbe godurioso avere talmente tanti soldi da non sapere che farsene, perchè sono bugiardi anche più dello stesso Belfort.
E non voltate mai le spalle al lupo, perchè un predatore sarà sempre e comunque guidato dal suo appetito, che cresce progressivamente fino a diventare inesauribile quante più prede riesce a mettere sotto i denti.
Credete però ai movimenti di macchina strepitosi di Scorsese, al montaggio furioso di Thelma Shoonmaker, a Leonardo Di Caprio e a The wolf of Wall Street: che non è un film sulla finanza, sul crimine, sul sesso selvaggio o sugli eccessi, ma sull'anima nera dell'Uomo.
Di qualsiasi Uomo.
Da Belfort a Denham.
Fino all'ultimo di noi.
Homo homini lupus.
E se si ha abbastanza coraggio di guardare l'abisso negli occhi, tutti possono essere lupi.
Da Belfort a Denham, per l'appunto.
Senza dimenticare Di Caprio e Scorsese.
Ma The wolf of Wall Street non è neppure un film sui lupi. Non soltanto.
E a dire il vero, non è neppure un film.
E' un fottuto, grandioso, Capolavoro.
Il coma etilico e la scopata della vita.
E' come se la settima arte tutta si mettesse in ginocchio e ve lo succhiasse per tre ore filate senza neanche prendere fiato.
Ditemi voi cosa si può chiedere di più esaltante al Cinema.



MrFord



"Release the wolves
carnage has no rules
comparison, competition
we'll bury one and all."
Machine Head - "Wolves" - 




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