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mercoledì 21 marzo 2018

Frontiera - Stagione 1 (Netflix, Canada, 2016)





Con ogni probabilità verrà fuori un post strano, questo dedicato alla prima stagione di Frontiera, serial che avrebbe tutte le carte in regola per conquistarmi, dalla cornice western o quasi all'ambientazione tra Stati Uniti e Canada, un protagonista fuorilegge fordiano al massimo come il Declan Harp di Jason Momoa, tutta quella ruvidità che tanto piace da queste parti: eppure.
A volte si incappa in un eppure di troppo.
Come in quelle serate in cui speri che le cose si mettano bene, e sogni dalla mattina il momento del divano e di pace domestica, cocktail alla mano, piedi che si sfiorano, tranquillità: e invece sono proprio quelle serate in cui tutto, dalle casualità alle intemperanze dei bambini, alla stanchezza, pare puntare a fare il possibile affinchè la tue belle prospettive accarezzate, inseguite finiscano dritte dritte nel cesso. Senza contare che, come un fulmine a ciel sereno, ti ritrovi a ricordare che si tratta anche di uno dei due fatidici giorni di detox alcolico che da più di un anno ti concedi ogni settimana, e tutto quello che vorresti fare - oddio, non proprio tutto, ma sicuramente una delle cose più immediate - sarebbe preparare un white russian di dimensioni titaniche per consegnarti al piacevole oblio del bicchiere. E invece eccoti lì, seduto al computer come uno stronzo dopo aver inutilmente cercato alternative che potessero far scattare la scintilla, con una bottiglia di chinotto accanto a scrivere di un serial che aveva tutte le carte in regola per piacerti, eppure.
Eppure.
Eppure Frontiera ha un potenziale main charachter da urlo, un paio di cattivi stronzi abbastanza, violenza, nativi americani, crimine, un'eminenza grigia femminile che ricorda un paio delle protagoniste più riuscite di Black Sails, la Natura crudele e sconfinata dell'estremo Nord, un pacchetto completo fordiano come non potrei chiederne di più azzeccati.
Eppure pecca anche di un certo pressapochismo in fase di scrittura, è schiacciata almeno in parte da un casting ed un crescendo di tensione poco incisivi, lascia l'amaro in bocca come il chinotto che ora dovrebbe essere un gran bel white russian, ed il monitor del computer il mio bel plasma pronto a trasmettere il film che avrebbe permesso alla serata di prendere un altro binario.
E invece eccomi qui. Alla tastiera. Con il chinotto. A scrivere di Frontiera.
Probabilmente questa proposta resterà una di quelle destinate ai momenti in cui, solo in casa, affronto titoli che non riscuotono successo con Julez - come il già citato Black Sails, o BoJack Horseman - e più per affezione al genere e curiosità rispetto ad un season finale decisamente troppo aperto ed anticlimatico che non alla qualità complessiva, senza sperare troppo in una svolta che, come un miracolo alcolico, cinematografico o di natura prettamente bestiale dovrebbe venirmi a salvare ora, da un post che non avrei voglia di scrivere rispetto ad una serie che mi aspettavo potesse stuzzicare le mie corde, e invece ha finito per essere soltanto un riempitivo e poco più.
Del resto, per citare il Drugo, "a volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te".
Ci vorrebbe proprio il Drugo, ora. Per salvarmi da una Frontiera che non è riuscita a regalarmi la magia di quelle lungo le quali ho cavalcato fin da bambino, quando con mio nonno guardavo i film con John Wayne.
Oppure ci vorrebbero un white russian, un bel sonno riparatore, e tanti saluti.
La Frontiera, in quel caso, si oltrepasserebbe molto piacevolmente.



MrFord



 

domenica 19 febbraio 2017

Qualcuno sta per morire (Carl Franklin, USA, 1992, 105')




Una delle cose più stimolanti di essere appassionati di una qualche forma d'arte - il Cinema, in questo caso - è a mio parere data dalla possibilità di conoscere sempre nuove opere grazie ai passaparola ed alla passione di altre persone, uno dei fattori che, dopo quasi sette anni, mi fa ancora bazzicare con grande piacere la blogosfera.
Oltre a questo, ammetto di essere stato fortunato ad aver potuto condividere questa passione con mio fratello fin dai tempi in cui, bambini, ci schiaffavamo dai tre ai cinque film al giorno - soprattutto durante le vacanze estive - e tenevamo occupato un videoregistratore per le visioni mentre l'altro registrava costantemente titoli nuovi: proprio con il Natale, e sempre grazie al passaparola, sempre mio fratello ha fatto in modo di recuperare l'edizione in dvd di questo titolo perduto nel tempo ormai difficile da reperire, che onestamente non avevo mai sentito prima e che si è rivelato un prodotto con due palle d'acciaio, fordiano fino al midollo e perfetto nel raccontare una storia di crimine, vendetta, passione e morte come la Frontiera richiede, ovviamente dando grande spazio agli outsiders e sfiorando la mitologia dei registi più duri degli USA, da Friedkin a Cimino, passando per Eastwood.
Se non fosse stato per l'ambientazione decisamente country ed una tecnica più grezza, avrei quasi avuto l'impressione di trovarmi di fronte ad un fratellino del magnifico Vivere e morire a Los Angeles, che vide ai tempi un giovane - ed inguardabile - Billy Bob Thornton - che collaborò anche alla sceneggiatura - interpretare un criminale instabile e violento ed un sempre ottimo - e sempre fordiano - Bill Paxton il tipico sceriffo del Sud eccitato di avere la possibilità di dare una svolta alla sua routine di paese fin troppo noiosa, e di confrontarsi con due veri investigatori venuti da Los Angeles in caccia dei responsabili di una strage agghiacciante ed in fuga verso l'Arkansas.
Sul finire dell'anno appena trascorso aveva fatto breccia in questo vecchio cuore l'ottimo Hell or high water, del quale, senza ombra di dubbio, seppur assolutamente non noto - e non aiutato dall'adattamento italiano, pessimo come sempre e completamente diverso dall'originale One false move -, Qualcuno sta per morire è antesignano: anche in questo caso, infatti, troviamo anime perse "tra il nulla e l'addio", come direbbe Clint, che nel bene o nel male cercano di ritagliarsi uno spazio in un mondo per il quale saranno sempre ai margini - si resta quasi feriti alla scena in cui lo sceriffo ascolta i due sbirri di città deridere il suo sogno di trasferirsi a L.A. una volta risolto il caso per lavorare al loro fianco -, che sono disposti a tutto - perfino a tradire chiunque senza alcun ritegno - per il futuro della loro famiglia, o che, semplicemente, si lasciano guidare da un istinto che, sicuramente, la società ha ben coltivato dentro di loro.
L'escalation di rivelazioni sul passato dei protagonisti e di violenza estremamente realistica - la sparatoria decisiva è da brividi per la sua anticinematograficità - contribuiscono a rendere il lavoro di Carl Franklin un vero e proprio cult per qualsiasi appassionato di crime e di storie al confine, da sempre un vero e proprio calderone di idee ribollenti soprattutto per la cultura a stelle e strisce, che lontana dalle grandi metropoli e dai centri culturali più in fermento si trasforma, soprattutto nelle campagne del Sud, in una versione attuale ma non per questo troppo differente del vecchio West.




MrFord




 

martedì 7 febbraio 2017

Hell or high water (David Mackenzie, USA, 2016, 102')




Fin da bambino, complici la formazione Western con mio nonno, i cult degli anni ottanta ed i Fumetti, ho sempre sognato, con tutti i loro pregi e difetti, gli USA, che in qualche modo sono stati una sorta di patria adottiva del sottoscritto nonostante, negli anni, mi sia poi legato ad altri luoghi visitati ed amati: quando, crescendo, scoprii poi un certo Cinema "di rottura" che da Michael Cimino correva fino a Friedkin ed in parte a Eastwood, passando per Peckinpah, trovai senza ombra di dubbio la mia dimensione rispetto alla settima arte a stelle e strisce.
E quando la Frontiera - come concetto - del vecchio West si fondeva a problematiche attuali e toccava dritto al cuore, la strada per diventare un riferimento per questo vecchio cowboy era chiara e tracciata: da Un mondo perfetto a Verso il sole, senza dimenticare Punto Zero e L'ultimo buscadero, c'è una vera e propria "antologia" di pellicole dedicate ai losers ed agli outsiders degli sconfinati territori che furono teatro degli scontri tra cowboys e indiani, e senza ombra di dubbio Hell or high water, ad Anni Zero già belli che rodati, entra prepotentemente a far parte della categoria.
David MacKenzie, inglese che pare nato nel Wyoming, già da queste parti amato per Starred up, entra sfondando la porta a far parte di un circolo ristrettissimo di registi che qui al Saloon hanno almeno un giro gratis di diritto portando in scena una vicenda che ricorda i vecchi tempi delle rapine alle diligenze pur descrivendo con piglio assolutamente attuale il dramma della provincia americana straziata dai pignoramenti e dalla crisi, messa in ginocchio dalle banche e dai fondi d'investimento e pronta a combattere anche ben al di fuori della Legge per potersi rimettere in piedi.
L'impresa e la fuga dei due fratelli Howard, Tanner e Toby, pronti a rischiare tutto, vita compresa, per salvare dalle ipoteche il ranch che fu della madre ed assicurare un futuro ai figli di Toby, dalle filiali di banca più piccole di un appartamento alla sfida con i Ranger del Texas e gli agguerriti abitanti delle cittadine locali, pronta a passare dal sangue alle fughe disperate ai casinò che paiono crocevia di disillusi ed anime perdute, fino a momenti lirici di tenerezza - la lotta tra i due fratelli con l'infinito della prateria di fronte - e violenza - il confronto con i due giovani bulli al distributore di benzina -, è una delle poesie di strada made in USA più intense e straordinariamente belle delle ultime stagioni, ritmata da una colonna sonora pazzesca firmata anche da Nick Cave e chiusa da un pezzo che è una scoperta, oltre a calzare come un guanto l'intera pellicola, Outlaw state of mind di Chris Stapleton, mio nuovo idolo country.
Perfette anche le scelte del cast, dal sempre valido Ben Foster ad un ottimo Chris Pine, senza contare un mitico Jeff Bridges che con il suo Marcus Hamilton pare mescolare i tempi di True Grit con il Clint del già citato Un mondo perfetto: tutto, insomma, perfetto per regalare un nuovo classico a tutti quelli, come me, innamorati della Frontiera, delle ballate di Neil Young e Bruce Springsteen, dei fuorilegge che finiscono per diventare tali perchè non hanno altra scelta, se non quella di soccombere, e che fanno tornare con la mente ai tempi di Frank e Jesse James.
Nessuno esce vincitore, nessuno esce pulito.
Eppure qualcosa di buono, forse, è stato fatto, anche se a prezzo altissimo.
E in quello scambio tra Toby ed Hamilton pare mettersi in rilievo come una cicatrice che pulsa, o l'ammonimento di William Munny all'indirizzo di Kid ne Gli spietati: "E' una cosa grossa, uccidere un uomo. Gli togli tutto quello che ha, e tutto quello che sperava di avere.".
Toby ed Hamilton lo sanno bene.
E dovranno conviverci per una vita.
L'unico modo per sopravvivere a questo, sarà pensare di averlo fatto per qualcosa di più grande.




MrFord




 

sabato 10 dicembre 2016

In a valley of violence (Ti West, USA, 2016, 104')




Il percorso che Ti West ha compiuto qui al Saloon è stato piuttosto curioso, in una certa misura addirittura unico: nel corso di questi anni, infatti, ci sono stati registi amati dal sottoscritto caduti "in disgrazia" - su tutti, Malick - ed altri che, magari anche solo con un film, hanno saputo guadagnarsi lo status di sorprese assolute - un pò quello che accadde con Aronofsky ai tempi di The wrestler -.
Nessuno, però, partendo dalle bottigliate, è riuscito lentamente a ricostruire la propria immagine fino a diventare un riferimento - per quanto piccolo sia -, fatta eccezione per Ti West.
Partito come il classico nuovo regista troppo incensato ed esaltato dai radical con The house of the devil - comunque interessante - e The Innkeepers, uno dei titoli più sopravvalutati degli ultimi anni, pareva destinato a portarsi il marchio delle bottigliate per sempre quando, grazie al tanto criticato - dai suoi fan della prima ora - The sacrament è tornato prepotentemente a solleticare l'interesse del sottoscritto, reso ancora più vivo da questo In a valley of violence, Western vecchio stile che omaggia i film di genere popolari negli anni settanta - a partire dai fantastici titoli di testa - e l'approccio tarantiniano alla materia, senza per questo rinunciare alla sua identità tecnica e ad una buona dose - ma non esagerata - di violenza.
L'idea di portare sullo schermo l'eroe solitario dei film che videro protagonista il giovane Clint Eastwood pronto a vendicare un torto facendo piazza pulita di tutti i responsabili funziona ed avvince, è ben diretta ed interpretata, realistica nella rappresentazione degli scontri - siamo più dalle parti di Dead man che non da quelle di Sergio Leone, per intenderci - e diretta come un pugno in faccia, tanto da filare via neanche fosse scandita dai pezzi di Johnny Cash con la loro ritmica "ferroviaria".
Un omaggio ad un genere che funziona anche rispetto a quella fetta di pubblico che quel genere non lo mastica troppo, e che ripropone, dopo il recente I magnifici sette, Ethan Hawke come nuovo volto del cowboy cinematografico: come se tutto questo non bastasse, West riesce anche ad inserire in questo cocktail forte e tosto un paio di passaggi che si potrebbero definire quasi lirici, e pur basandosi su una serie di regole e di modelli assolutamente classici a non risultare troppo derivativo o vuoto nel suo rendere omaggio ad un'epica che ha fatto la Storia del Cinema e non solo, e segnato la mia vita di spettatore come poco altro.
Per un'ora e quaranta, grazie a questo regista che fino ad un paio d'anni fa praticamente detestavo, sono riuscito a montare in sella e tornare a quando guardavo John Wayne compiere imprese mitiche sul divano a casa di mio nonno, o alla prima volta in cui, con mio fratello, affiancai William Munny e rimasi a bocca aperta con Gli spietati: non posso, dunque, che togliermi il cappello di fronte a Ti West, che si dimostra non solo capace e duttile, ma anche in grado di superare una barriera apparentemente invalicabile come quella del (pre)giudizio di qualcuno che non aveva per nulla amato il suo lavoro - almeno per quanto riguarda il coinvolgimento emotivo ed il ritmo espresso dalle pellicole -.
Un'impresa che, forse, risulterebbe ardua perfino per un cowboy solitario in cerca di una via di fuga, di una nuova vita, che se provocato, sarà inevitabilmente pronto a scatenare l'inferno.




MrFord




 

domenica 27 novembre 2016

I compari (Robert Altman, USA, 1971, 120')





Quando, grazie all'iniziativa della sempre mitica Alessandra, non solo si è riesumato lo zoccolo duro di F.I.C.A., ma si è deciso di celebrare il decennale della dipartita di quello che è stato senza dubbio uno dei Maestri del Cinema USA, ho avuto una doppia occasione per festeggiare: recuperare o rivedere, infatti, uno dei lavori del mitico Robert Altman, finisce per essere sempre un modo per godere del fatto di amare la settima arte, e potendo scegliere tra diversi titoli ho optato - in mancanza de I Protagonisti, che non ho recuperato per tempo - per I compari, perfetto per la stagione, Western di frontiera come piacciono al sottoscritto, inserito alla grande in quello che è stato il filone della prima rivoluzione operata rispetto ai classiconi del "cowboy contro indiani".
Come sarebbe stato successivamente per Eastwood, Peckinpah e via discorrendo, ed in epoca più moderna per Jarmusch o i Coen, infatti, Altman porta in scena un racconto che ha poco dell'epica degli Howard Hawks o dei John Ford, e che, al contrario, narra una quotidianità guadagnata con il sudore della fronte, le lacrime ed il sangue, in barba ai grandi duelli ed alle grandi speranze.
La vicenda di McCabe, giocatore d'azzardo con una fama da pistolero ben superiore alle sue reali capacità, e della sua socia in affari, la prostituta Constance Miller, pronti a sfruttare una località remota per far conoscere i piaceri della carne e dell'intrattenimento a minatori e cacciatori prima di finire nel mirino delle grandi compagnie minerarie per nulla disposte a farsi mettere all'angolo da imprenditori locali con un piglio troppo guascone come loro - o, più precisamente, come McCabe - è tutto tranne che epica o grandiosa: da un certo punto di vista, pare quasi di assistere ad un film di Ken Loach portato nel vecchio West, tra Legge della giungla, outsiders, avvocati che promettono una campagna "mediatica" che possa tutelare i piccoli affaristi rispetto alle grandi compagnie ed un approccio che, come sempre quando si parla di umanità, finisce, quando tutto è compromesso, per essere risolto con la violenza ed il sangue.
Dunque, ad uno svolgimento tranquillo e quasi svogliato incentrato sulla quotidianità dell'attività e delle questioni legate alla sua gestione da parte di McCabe e Miller, si contrappone una parte finale tesissima, triste e violenta, che riporta lo spettatore a quello che doveva essere il Far West: un luogo selvaggio in cui, se si giocava con il fuoco, si finiva inesorabilmente bruciati.
Altman in questo caso lavora più sull'atmosfera e sul fascino che non sulla coralità - per questo ci saranno Nashville e America oggi, forse i suoi due lavori più importanti -, affidandosi ad una fotografia perfetta e ad un crescendo che senza dubbio è diventato un modello per tutti i registi di western moderni venuti dopo di lui e dopo questo lavoro: per un vecchio appassionato di genere come me, avere l'occasione di godermi due ore di immersione tra neve, sparatorie, sogni di gloria e tavoli da gioco è stata come una manna dal cielo, oltre che una scusa per rivedere a distanza di oltre dieci anni - se non ricordo male - un titolo poco conosciuto e clamorosamente valido del Maestro.
Non sarà forse roba per tutti, in bilico tra Frontiera ed un tempo che, ormai, è purtroppo inesorabilmente andato - in termini cinematografici -, ma chiunque ami davvero il Cinema non può che rimanere affascinato dalla magia che alcuni autori e titoli riescono sempre a propagare.
Come Robert Altman.
E come I compari.




MrFord

 






Questo post partecipa alle celebrazioni in memoria di Robert Altman.




domenica 9 ottobre 2016

El abrazo de la serpente (Ciro Guerra, Colombia/Venezuela/Argentina, 2015, 125')




I confini, siano essi mentali, fisici o naturali, dalle rivincite degli outsiders alle scoperte dei grandi esploratori, e l'atto di varcarli sono da sempre una passione per nulla celata del sottoscritto, al Cinema e non solo: nel corso dell'avvicinamento all'ultima notte degli Oscar, avevo notato tra le pellicole candidate come Miglior film straniero questo El abrazo de la serpente, che fin dal trailer e dalla trama aveva colpito l'immaginario del sottoscritto, tanto da spingermi a tifare in qualche modo per lui, nonostante avessi indicato come favorito il poi trionfatore Il figlio di Saul.
Per nulla preso in considerazione dalla distribuzione italiana e recuperato grazie come di consueto all'Internet, sono riuscito dopo mesi di "corteggiamento silenzioso" a mettere gli occhi su questo lavoro dai ritmi lenti ed ipnotici in grado di mescolare l'Aguirre di Herzog, la visionarietà di Malick e Kubrick - la sequenza onirica che precede l'epilogo è una meraviglia -, il crepuscolo di Dead Man e tutta l'autorialità che funziona da queste parti, fatta di suggestioni ed interpretazioni, ma anche e soprattutto di una ricerca che porti al cuore dell'Uomo e della Natura, per la quale anche l'estetica e le immagini finiscono per essere al servizio della sostanza, quasi si crescesse minuto dopo minuto, fotogramma dopo fotogramma.
Senza dubbio parliamo di un film non facile, in alcuni passaggi in grado di spiazzare anche un veterano di questo tipo di pellicole come il sottoscritto, che a mio parere non va approcciato con l'idea di poterlo - o doverlo - comprendere necessariamente in toto, quanto più di seguirlo al ritmo lento di una canoa spinta dai remi nel cuore del Rio delle Amazzoni, uno dei fiumi più affascinanti e magici al mondo, culla di civiltà sterminate dall'arrivo della "civiltà" nel corso degli ultimi secoli, alcune perdute e scomparse, giunte a noi grazie al lavoro, al sacrificio ed al coraggio di esploratori pronti ad abbandonare tutto per mettersi sulle tracce di questi popoli ma anche, in una certa misura, di se stessi.
Osservare il rapporto dello sciamano in bilico tra passato, presente e futuro con la Natura, il Cosmo e l'invasione dei bianchi lascia ad un tempo spiazzati ed affascinati, così come se lo stesso viene comparato con il personaggio di Macuta, indio "civilizzato" scampato alle brutalità delle piantagioni di gomma, pronto ad esplodere facendo della violenza un riscatto sociale contro gli sfruttatori ed i colonizzatori celebrati da targhe commemorative e colonie religiose eppure responsabili della fine di un mondo che doveva essere magico ed affondare le sue radici al cuore della civiltà e della Storia: abbandonarsi ed abbandonare almeno nel corso della visione il nostro retaggio culturale e lasciare che questo serpente ci abbracci, liberando il giaguaro in agguato dentro di noi, potrebbe essere un'esperienza non solo cinematografica, ma anche e soprattutto "mistica", per quanto un discorso di questo tipo possa suonare strano buttato sulla pagina da un tamarro pane e salame come il sottoscritto.
Del resto, che dire, io sono uno "stupido uomo bianco": eppure, serpente o giaguaro, abbraccio o artiglio che lacera le carni, subisco il fascino del Tempo che si ferma nel momento in cui viene valicato un confine.
Interiore, culturale o geografico che sia.




MrFord




venerdì 3 giugno 2016

Quella sporca sacca nera

Produzione: BloodFilm Aragoni
Origine: Italia
Anno: 2015
Episodi:
4






La trama (con parole mie): il cacciatore di taglie Red Bill, leggenda sia per i criminali che per la gente comune, è in Messico sulle tracce di due ricercati quando, dopo aver dato sfoggio della sua velocità con la pistola e del suo cruento metodo legato alle prove dei suoi successi - una sacca nera all'interno della quale raccoglie le teste mozzate dei suoi bersagli una volta uccisi -, si ritrova ostaggio di uno psicopatico che si nutre delle sue vittime.
Tratto casualmente in salvo proprio dai banditi cui da la caccia Red Bill dovrà far fronte alle difficoltà, ai segni lasciati dai ricordi dolorosi legati all'uccisione della sua famiglia ed all'eventualità che non sarà lui a consegnare alle autorità la sacca che porta, pronta a garantire un'ingente somma di denaro a chi la consegnerà.
Riuscirà il cacciatore di uomini a sconfiggere i suoi due rivali?











Avere la possibilità di confrontarsi, che sia online o dal vivo, con altri appassionati del proprio "settore", permette una delle cose più interessanti che si possano chiedere alla passione in questione stessa: scoprire titoli e prodotti che non si conoscevano e che, forse, non si sarebbero mai neppure conosciuti.
Dai tempi in cui aprii le porte del Saloon ho avuto la fortuna di trovarmi in situazioni come questa numerose volte, ed ancora oggi sono sempre lieto di scoprire qualche titolo nuovo grazie al passaparola: nel caso di Quella sporca sacca nera, web serie western in quattro episodi scritta e diretta dal giovane e talentuoso Mauro Aragoni in Sardegna con un budget irrisorio e premiata negli States prima ancora che potesse essere conosciuta dalle nostre parti, è stato mio fratello a regalare al sottoscritto l'imbeccata.
Divorata in un paio di giorni di ritagli di tempo grazie anche al minutaggio, figlia del Western che tanto amo, del pulp tarantiniano e del Cinema di genere legato alle produzioni italiane anni settanta, Quella sporca sacca nera non solo è un vero e proprio saggio di tecnica - per quanto espressa attraverso mezzi produttivi limitati -, ma anche un interessante esperimento in termini di scrittura - ottima l'evoluzione, partita in termini molto tradizionali, del protagonista, soprattutto con il finale - e la dimostrazione che, quando passione e talento si incontrano, i risultati non possono che essere interessanti.
Senza dubbio il retaggio di Aragoni è legato a doppio filo a figure come quella di Sergio Leone, che con la Trilogia del Dollaro ha indubbiamente influenzato la Storia della settima arte, ed allo stesso modo del Maestro autore di Per un pugno di dollari il buon Mauro trasporta la Frontiera in territori a lui ben noti e congeniali - l'entroterra sardo, in questo caso - affidando al suo sanguinario e maledetto protagonista invece la parte più realistica e selvaggia di quello che doveva essere il vecchio West, lasciando il classicismo alla parte tecnica e visiva, alle inquadrature ed ai tempi dilatati e tenendo per lo script, le evoluzioni più crude della trama ed il finale il fatto che la stessa Frontiera doveva essere una vera e propria giungla all'interno della quale il forte schiacciava il debole e solo l'istinto, il talento e, a volte, la fortuna facevano la differenza tra vivere e morire.
L'esperimento, dunque, di Aragoni è senza dubbio riuscito, ed oltre a stimolare nel sottoscritto il desiderio di recuperare le altre opere del giovane cineasta sardo, ha finito per stuzzicare la curiosità rispetto ad un eventuale esordio dietro la macchina da presa del regista sostenuto, però, da una produzione che, in termini di costi, mezzi e possibilità possa dare al buon Mauro tutti gli strumenti affinchè il prodotto finale risulti ancora più potente.
Certo, poi, il dubbio che il salto di qualità in termini economici e distributivi possa nuocere al talento verace resta, ma pensare che in sala siano distribuite schifezze immonde e prodotti assolutamente meritevoli come questo restino confinati al tam tam della rete ha davvero il sapore del delitto nei confronti del Cinema: personalmente, il Saloon sostiene pienamente Quella sporca sacca nera ed il suo autore, che è stato in grado in tre quarti d'ora scarsi di farmi rivivere una stagione fantastica per il genere e per il Cinema italiano così come il fascino che la Frontiera - come setting ed ancor di più come concetto - non ha mai davvero perduto.
Ben vengano, dunque, i Red Bill con le loro accette, le pallottole, le teste mozzate, il sigaro consumato e le poche parole a ricordare quanto un certo tipo di Cinema è ancora vivo, e potente come pochi altri.





MrFord




"Ora ti voglio dire: c'è chi uccide per rubare
e c'è chi uccide per amore,
il cacciatore uccide sempre per giocare,
io uccidevo per essere il migliore."
Francesco De Gregori - "Buffalo Bill" -





martedì 16 febbraio 2016

Il cartello

Autore: Don Winslow
Origine: USA
Anno: 2015
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): sono passati anni dalla fine della battaglia tra Art Keller, agente della DEA, e Adàn Barrera, boss del narcotraffico, due caratteri forti, due ex idealisti cresciuti insieme in Messico e divenuti nemici giurati. Dopo aver incastrato Barrera ed averlo costretto al carcere, Keller ha lasciato i suoi incarichi e si è trasferito in un monastero, dove vive nella tranquillità e passa le giornate tra preghiera e la cura delle api. Quando alla DEA giunge la notizia che Barrera, dopo una breve permanenza nel carcere di massima sicurezza di Puente Grande, è clamorosamente evaso sfruttando i suoi contatti politici per tornare a gestire il traffico di droga in  tutto il Messico costruendo una nuova rete ed una nuova alleanza con gli altri boss, mettendo una taglia sulla testa di Keller, che reputa responsabile di tutte le sue sventure, compresa la morte della figlia disabile Gloria, che fu la leva che Art sfruttò per incastrarlo tramite l'ex moglie, le regole del gioco cambiano.
Ha così inizio una nuova guerra.
Reintegrato dalla DEA ed al lavoro in Messico, Keller inizia così l'ennesimo faccia a faccia a distanza con Barrera che lo condurrà ad una lotta lunga otto anni, che vedrà boss salire alla ribalta e cadere, innocenti morire, funzionari farsi corrompere o essere uccisi da eroi accanto a giornalisti e uomini e donne forti solo della loro volontà di opporsi al Cartello.
Ma chi rappresenta davvero il Cartello?














Nel corso della mia vita di lettore ho avuto - così come per la Musica ed il Cinema - molti grandi amori e fasi in cui attraversavo o esploravo un genere prima di spostarmi ad un altro: rispetto agli stessi Musica e Cinema, però, la Letteratura ha finito per delineare un panorama ben definito di quelli che sono stati davvero i romanzi della mia vita, da Cent'anni di solitudine a Io sono leggenda, passando per 1984 e Il potere del cane.
Quando, sei anni fa, mi tuffai nella lettura di quello che era considerato - giustamente - il Capolavoro di Don Winslow, venivo dall'ottima esperienza de L'inverno di Frankie Machine, e pensavo che il vecchio Don avrebbe potuto fissare uno standard che, da queste parti, in tempi recenti hanno raggiunto e guadagnato solo i miei favoriti, da Lansdale a Nesbo: ma Il potere del cane era qualcosa di più.
Non solo un'epopea terribile e dolente legata al mondo del narcotraffico, ma un vero e proprio mosaico di vite da una parte e dall'altra della barricata della Legge pronte a giocarsi tutte le loro carte per compiere una missione, affermare il proprio potere, lottare per la Giustizia, o semplicemente vivere la propria vita: charachters come Sean Callan o El Tiburon resteranno per sempre impressi nella mia memoria, così come l'impatto emotivo che alcuni passaggi di quel libro straordinario ebbero sul sottoscritto.
Quando, mesi fa, venni a sapere che - peraltro in contemporanea con Honky Tonk Samurai di Lansdale - sarebbe uscito Il cartello, sequel de Il potere del cane ambientato anni dopo lo scontro tra l'ormai ex agente della DEA Art Keller ed il fu patron del narcotraffico messicano Adàn Barrera, mi trovai come in bilico: da un lato, l'emozione per quello che poteva rivelarsi come il ritorno del Winslow migliore, una possibilità di raccogliere l'eredità de Il potere del cane e renderla ancora più grande, dall'altra il timore che potesse non rivelarsi all'altezza.
Quando ho chiuso la quarta di copertina per l'ultima volta, un paio di giorni fa, dopo una cavalcata di novecento pagine senza un solo secondo di respiro, non ho avuto alcun dubbio: Il cartello è un Capolavoro, forse addirittura superiore ad un predecessore tanto illustre.
Winslow, mai così in forma, costruisce qualcosa di talmente grande in termini di lavoro sui personaggi, evoluzione degli stessi, incroci temporali e geografici, fiction e realtà - per quanto, infatti, si tratti di un'opera di fantasia, è chiaro che l'ispirazione alle vicende narrate sia indissolubilmente legata alla realtà messicana dei numerosi drammi legati al narcotraffico ed alla lotta allo stesso, o presunta che sia, del governo di Città del Messico ed americano -, da far impallidire qualsiasi scrittore o aspirante tale, riuscendo a mantenere un equilibrio perfetto in grado di mostrare, per dirla come Keller, "tutte le infinite sfumature di grigio che passano tra il bianco ed il nero quando si tratta di uomini", portando il lettore ad odiare profondamente gli atti di violenza e crudeltà mostrati e ad un tempo lasciando spazio anche all'umanità decisamente profonda di uomini di legge - lo stesso Keller, Roberto Aguilar, Orduna - e criminali - Jèsus the kid, Crazy Eddie Ruiz, Adàn Barrera -, con i loro alti ed i loro bassi, le vittorie ed i fallimenti, le parole d'onore ed i tradimenti.
Ma Il cartello non è solo un grandioso romanzo crime, o una delle opere più importanti mai realizzate sulle vicende del narcotraffico - in alcuni momenti, mi è parso che potesse fare apparire la recente e celebratissima Narcos come una cosa per bambini -, ma anche e soprattutto un grido di denuncia, una lettera da brividi a tutti coloro che si sono resi responsabili di ogni morte al di fuori della guerra stessa: famiglie, amici, mogli, mariti, vecchi, donne e bambini, giornalisti e coraggiosi che non hanno voluto accettare una realtà che li ha visti perdere città che amavano, persone che amavano, un Paese che amavano a causa degli interessi dei trafficanti, di chi da loro la caccia e dei governi che manovrano o sono manovrati dagli stessi.
Storie come quella di Pablo Mora, della Medica Hermosa, di Jimena sono lo specchio di un Messico che è stato segnato nel corpo e nell'anima da ogni atto di violenza gratuita, dalla corruzione, dal "tutto cambia per non cambiare", e che ha messo a tacere chi non aveva voce o la forza per zittire quella degli altri: una denuncia amara anche per chi, come lo stesso Keller, nel profondo sa di fare parte di un Cartello del quale il narcotraffico e la guerra che genera sono solo una sfumatura.
Una delle tante che passano tra il bianco ed il nero lungo il confine tra Messico e USA.
Su questa Terra.
Nel nostro cuore.





MrFord





"There's a time to keep it up
a time to keep it in
the Indian is told
the cowboy is his friend
you know that I can breathe
even when I cheat
should should've been over for me
no angel came."
Tori Amos - "Juarez" - 






venerdì 5 febbraio 2016

Justified - Stagione 4

Produzione: FX
Origine: USA
Anno:
2013
Episodi:
13







La trama (con parole mie): lo sceriffo federale dai metodi spicci e poco ortodossi Raylan Givens, con il padre Arlo in carcere ed i conti aperti con il vecchio rivale Boyd Crowder nei luoghi in cui è cresciuto, si trova ancora una volta nell'occhio del ciclone a causa di un complicato affare legato alla misteriosa sparizione di un uomo ricercato dalla Legge così come dagli esponenti di spicco della Dixie Mafia da decenni.
E mentre la sua ultima fiamma finisce per fregarlo, il clan Crowder fa scintille con potenziali rivali di matrice religiosa giunti nella contea ed i consueti crimini vengono commessi, Raylan dovrà tirare le fila di quello che potrebbe essere il caso più importante affrontato in carriera, e nel farlo stare bene attento a non rimetterci la pelle o farla rimettere a chi ama o lavora al suo fianco.











Uno dei segreti del successo di film, romanzi, albi a fumetti e serie televisive è senza dubbio da ricercare nella formula vincente dei personaggi azzeccati: penso al Bob di Twin Peaks, alla maggior parte dei protagonisti di Lost, a Rocky, al Comico o ai miei amatissimi Hap e Leonard: senza dubbio la riuscita finale di un prodotto è determinata da molti fattori, ma azzeccare il protagonista - o l'antagonista - mette in cassaforte il risultato almeno per metà.
Justified è uno di quei titoli graziato dall'aver centrato il bersaglio con entrambi.
Raylan Givens, un concentrato di fascino, sangue freddo e decisione da far invidia alla quasi totalità del popolo maschile - ma non per questo invincibile o infallibile, sia chiaro - è il charachter, infatti, in cui tutti noi aspiranti macho finiamo per identificarci dall'età di dodici anni, mentre la sua nemesi Boyd Crowder, di fatto, porta sullo schermo tutto quello che lo stesso Raylan sarebbe stato se avesse deciso di passare dall'altra parte della barricata, dunque un personaggio con, se vogliamo, un fascino ancora maggiore.
Una specie di Batman e Joker del western pulp moderno, pronti a combattersi e battersi anche fianco a fianco contro nemici comuni e a rendere un titolo di fatto di nicchia come questo un vero e proprio must see per gli amanti delle proposte hard boiled da piccolo schermo, in grado di unire il livello di testosterone di Banshee alla realtà più credibile di Sons of anarchy o The Shield, senza dimenticare quella dose di ironia che sta come un robusto bourbon al termine di un pasto particolarmente pesante.
Giunto al termine della quarta stagione, dunque, il serial dedicato alle gesta del decisamente sopra le righe U.S. Marshall Givens prosegue nella sua marcia dritto come un pugno in pieno viso, o una pallottola pronta a centrare il bersaglio, senza perdere un colpo e soprattutto consegnando al suo pubblico una stagione che è a tutti gli effetti un crescendo: dai primi episodi che paiono posizionare le pedine sulla scacchiera agli ultimi due, davvero senza respiro e soprattutto senza effettivi vincitori, assistiamo ad un'escalation in termini di ritmo e tensione davvero notevoli, pronti a rafforzare la credibilità del prodotto e ad aumentare l'hype che da questa parte dello schermo continua a salire in vista di quelle che saranno le due seasons conclusive.
Come se non bastassero, inoltre, cazzotti, alcool, sesso e proiettili a profusione, assistiamo nel corso di queste tredici puntate anche al confronto decisivo tra Raylan e suo padre Arlo, che fin dai primi episodi della serie si è distinto più come il genitore mancato di Boyd che non come la guida del nostro sceriffo dal grilletto molto facile: il loro rapporto, più suggerito che non mostrato attraverso i continui scontri, è raccontato con il piglio del grande romanzo, e lascia perfino un paio di sequenze da colpo al cuore nel finale, pronte a sottolineare l'importanza inevitabile che il rapporto con i nostri vecchi ha, nel bene o nel male, rispetto allo scorrere dell'esistenza.
Temi, dunque, molto cari al sottoscritto ed al Saloon, che accanto all'ispirazione data dalla penna di Elmore Leonard, ad una cornice country nella quale mi pare di sguazzare ed al piglio da "guardo la morte in faccia e le pianto una pallottola in mezzo agli occhi" di Raylan contribuiscono a rendere Justified una delle serie favorite di casa Ford, forse non oltre misura in termini assoluti ma tosta e cazzuta abbastanza per ritagliarsi sempre il giusto spazio quando i nodi vengono al pettine.
Un pò come il suo fantastico main charachter.




MrFord





"Action speaks louder than words
and I'm a man of great experience
I know you've got another man
but I can love you better than him."
The Black Crowes - "Hard to handle" - 









martedì 19 gennaio 2016

The Revenant - Redivivo

Regia: Alejandro Gonzales Inarritu
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 156'







La trama (con parole mie): Hugh Glass, avventuriero e trapper aggregatosi con il figlio Hawk ad una spedizione di caccia e raccolta di pelli resa drammatica da un assalto di una tribù indiana, è aggredito da un orso che lo lascia in fin di vita. Quando il Capitano Henry, leader della spedizione, impossibilitato a proseguire nel cammino con la barella di Glass al seguito, assegna due uomini alla sorveglianza delle ultime ore dell'esploratore, la situazione degenera: Fitzgerald, uno degli incaricati, che nutre sospetti e dubbi a proposito dell'operato di Glass, intimorito all'idea di essere raggiunto dagli inseguitori che sono sulle loro tracce, uccide a sangue freddo il figlio del ferito davanti ai suoi occhi, e con una scusa riprende il cammino con il compagno assegnatogli, abbandonando Glass alla morte.
Peccato per Fitzgerald che, spinto dalla volontà di vivere e di vendicarsi, Glass riesca a recuperare le forze e compiere un viaggio di oltre trecento chilometri che lo porterà al forte destinazione della spedizione e confrontarsi con il responsabile delle sue sofferenze.










"Fino a quando avrai la forza di respirare, allora fai tutto quello che puoi per vivere, e lottare": recita più o meno così il mantra che Hugh Glass, trapper ed avventuriero immortalato da un romanzo adorato dai suoi fan ed ispirato ad una storia vera, pronuncia in sogno ed in ogni momento del viaggio che segnerà la sua esistenza consegnandolo alla Storia, ed al pubblico cinematografico cui è raccontato dalla macchina da presa pazzesca di Alejandro Gonzales Inarritu, un regista che personalmente ho sempre trovato mancasse della scintilla necessaria a fare davvero il grande salto che, paradossalmente, da queste parti trova il suo più grande successo grazie al film che pare meno suo, almeno nello stile, della carriera, e che rimanda dritto al Terrence Malick che adoravo qualche anno fa, quello de La sottile linea rossa e The new world.
The Revenant, di fatto, è uno dei titoli già destinati a segnare indelebilmente l'anno appena cominciato, un'epopea dal respiro mistico in grado di unire la grande spettacolarità del film d'avventura, la tecnica di un mago della macchina da presa - la sequenza con la fuga di Glass dagli indiani ed il salto nel vuoto a cavallo è assolutamente da paura, e con quella dell'attacco dell'orso forse rappresenta il primo, vero, grande brivido che la settima arte abbia regalato al pubblico in questo inverno ribollente di potenziali cult -, un ritmo insospettabilmente sostenuto per un Western d'autore ed un colpo d'occhio che non sfigurerebbe neppure di fronte a mostri sacri e perfezionisti come Sokurov.
Certo, The Revenant nella sua versione cinematografica andrebbe visto come un lavoro indipendente dalla pagina scritta - come recitano i titoli di coda, "è parzialmente ispirato" dalle vicende raccontate tra le pagine del romanzo -, e potrebbe addirittura indisporre i fan della stessa rispetto ai cambiamenti operati per rendere più spettacolare ed hollywoodiano, almeno in una certa misura, il plot, il Di Caprio che tutti noi abbiamo imparato ad amare e sostenere nella sua fino ad ora purtroppo inutile corsa verso la statuetta dell'Academy conferma le sue doti, ma non trova senza dubbio un'interpretazione grande come quelle offerte in Django o The Wolf of Wall Street, proprio le sequenze più visionarie finiscono per apparire, alla lunga, almeno in parte forzate o superflue, eppure, da amante del Cinema, sarebbe folle non alzare il cappello di fronte ad un'opera visivamente sontuosa, ma non per questo incapace di raccontare la pancia e la passione dietro un'impresa assolutamente oltre i limiti umani - Glass percorse oltre trecento chilometri in condizioni fisiche disastrose riuscendo a coprire un tragitto che molti non sarebbero stati in grado di compiere neppure al pieno delle loro forze -, in grado di mostrare una carrellata di personaggi assolutamente veri ed intensi - su tutti, il Capitano Henry del sempre più convincente Domhnall Gleeson ed il bieco Fitzgerald di Tom Hardy, che in questa particolare occasione, a mio parere, vince il round con il buon Leo - ed uno splendido affresco legato a doppio filo all'amore tra padri e figli, alla violenza ed alla crudeltà della Frontiera e del Vecchio West, a tutte le ombre predatorie di una natura umana decisamente più terribile di quella animale, pronta a battersi fino alla morte semplicemente per la protezione della cosa più sacra che esista al mondo: il proprio sangue.
In questo senso Hugh Glass rappresenta proprio la parte animale della nostra anima, quella più sanguigna e bestiale, che si aggrappa alla vita con le unghie e con i denti, che non ha paura di sporcarsi le mani ed allo stesso tempo conservare quella dignità che distingue i lupi dagli sciacalli: e questa volta, dopo aver tanto criticato il volo in parte vuoto e compiaciuto di Birdman, devo ringraziare Inarritu per essere tornato al suolo, immerso fino al collo in quel brodo primordiale dal quale, di fatto, noi violenti ed imperfetti esseri umani siamo venuti, per raccontare una storia di passione, forza ed umanità di quelle pronte a farmi battere il cuore e stringere i denti, e pensare che anche io, fino all'ultimo respiro, voglio rimanere attaccato a questa spietata palla di fango.
Per me stesso, per il mio sangue, per i miei figli.
E riesce a fare tutto questo con una maestria degna del miglior sfoggio di tecnica cinematografica.
Bicchieri in alto, Alejandro.
A questo giro, mi levo il cappello.




MrFord




"I'll leave the door on the latch
if you ever come back, if you ever come back
there'll be a light in the hall and the key under the mat
if you ever come back
there'll be a smile on my face and the kettle on
and it will be just like you were never gone
there'll be a light in the hall and the key under the mat
if you ever come back if you ever come back now
oh if you ever come back if you ever come back."
The Script - "If you ever come back" - 








mercoledì 9 dicembre 2015

Bone Tomahawk

Regia: S. Craig Zaher
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
132'







La trama (con parole mie): siamo in un paese come gli altri lungo la grande Frontiera, quando una notte un vagabondo che in realtà cela una natura da sciacallo ed omicida giunge in un saloon dopo essere miracolosamente sfuggito all'attacco di misteriosi individui che paiono indiani a seguito di un colpo andato male.
Lo sceriffo del posto, Franklin Hunt, giunto ad indagare, alla reazione dell'uomo lo ferisce e decide di trattenerlo, chiedendo aiuto alla moglie di un cowboy che funge da medico locale quando lo stesso è troppo ubriaco per operare.
Peccato che, durante la notte, lo stalliere del paese venga ucciso brutalmente, e la donna, uno dei due vicesceriffi ed il vagabondo scompaiano, presumibilmente rapiti dagli stessi misteriosi assalitori ai quali il fuggitivo era già scampato una volta: Hunt, dunque, si trova costretto ad organizzare una spedizione verso la valle che pare essere il rifugio di una sorta di tribù di selvaggi senza alcun legame con i nativi americani, dediti al cannibalismo ed a rituali abominevoli.
A lui si aggregano il vecchio vice, il marito della donna scomparsa ed un ex soldato dai modi spicci: riusciranno a salvare i loro parenti e concittadini e riportare a casa la pelle?










Avrei dovuto sospettare fin dall'inizio, che se l'incontro tra il Western e Kurt Russell - uno dei miti acton della mia infanzia - fosse avvenuto, sarebbero stati fuochi d'artificio.
Non mi sarei mai aspettato, però, che tutto avvenisse grazie ad una produzione assolutamente di nicchia, con un regista praticamente esordiente e misconosciuto come S. Craig Zahler dietro la macchina da presa, lontani da tutti i grandi palcoscenici ma pronti a sfruttare il tam tam delle recensioni degli appassionati in rete: di fatto, è così che Bone Tomahawk è arrivato dalle parti del Saloon.
Ed è arrivato facendosi sentire come un pugno dritto alla bocca dello stomaco.
Perchè questo racconto di Frontiera non privo di difetti - se non ci fosse stato quel finale, probabilmente costruito nel caso in cui la grande distribuzione dovesse mettere gli occhi addosso al prodotto, l'impatto sarebbe stato anche maggiore - è una delle sorprese più cazzute dell'anno, quasi come se Neil Marshall avesse deciso di girare una sua versione di Dead Man, o se Gli spietati avesse incontrato il West pulp di Tarantino, che non ringrazierò mai abbastanza per aver rilanciato l'allora stantìa carriera di Russell grazie al pur non eccezionale Death proof.
Il viaggio dei quattro improbabili giustizieri Kurt Russell - che, tra le altre cose, vedremo tra non molto nell'attesissimo Hateful Eight dell'appena citato, vecchio Quentin -, Matthew Fox - che torna a ricoprire un ruolo di spessore dopo i fasti di Lost -, Patrick Wilson - sempre sottovalutato, a mio parere, e sempre valido - ed il mitico Richard Jenkins, pronti a soccorrere chi per amore, chi per dovere, chi per rigore morale i concittadini rapiti dai selvaggi si mantiene con grande equilibrio tra il Classico, la commedia nera, l'horror ed il revenge movie, pronto ad esplodere, nell'ultima parte, in un crescendo gore dall'ottimo realismo in grado di rivaleggiare perfino con giocattoloni all'apparenza scandalosi come The Green Inferno.
La Frontiera, dunque, vista come la dovevano vedere i pionieri del tempo, pronti a rischiare la vita in spazi sconfinati ed alla mercè della Natura e dell'Uomo, l'animale peggiore che possa essere immaginato libero: la civiltà, dunque, di personaggi come Samantha O'Dwyer contrapposta all'istinto puro e terribile dei selvaggi, la bassezza di Purvis e del suo compare Buddy - il Sid Haig che gli appassionati ricorderanno per i due mitici La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo - faccia a faccia con il senso del dovere dello Sceriffo Hunt e del suo vice, l'apparente e glaciale approccio di Brooder e quello tutto passionale di Arthur O'Dwyer.
Bone Tomahawk, dunque, nasconde molte identità nelle sue immagini, nei tempi apparentemente morti della preparazione allo scontro finale e nella crudele ineluttabilità delle sequenze più violente, da quelle mostrate a quelle lasciate fuori campo: non parliamo di una tamarrata, o di un survival senza ritegno, bensì di un cocktail ottimamente equilibrato all'interno del quale trovano spazio le riflessioni sui massimi sistemi, l'intrattenimento ed un'inquietante interrogativo a proposito di quello che noi tutti, in quanto esseri umani, portiamo dentro.
Poco importa che sia l'uomo civilizzato a tentare di dare una ragione, o quantomeno di usare la stessa per imporsi sulla violenza cieca dei selvaggi, perchè proprio la civiltà - almeno apparente - finisce per risultare la minaccia più pericolosa con la quale fare i conti: dagli sciacalli ai briganti, il sospetto che la ragione finisca per rendere anche più crudeli dell'istinto e della fame puri resta, e nonostante si tifi fino alla fine per i nostri eroi, l'idea che siano loro, in fondo, i più pericolosi del novero, finisce per radicarsi nel cuore dello spettatore anche quando lo stesso muore o esulta al loro fianco gettando una pietra lontana quasi un pericolo fosse scongiurato, e nuovi eroi consacrati alla Storia.






MrFord






"Without an answer, the thunder speaks for the sky, and on the cold, wet dirt I cry.
And on the cold, wet dirt I cry.
Don’t you wanna come with me? Don’t you wanna feel my bones
on your bones?
It's only natural."
The Killers - "Bones" - 






domenica 25 ottobre 2015

Preacher - Alamo

Autore: Garth Ennis, Steve Dillon
Origine: USA, UK
Anno: 2000
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): Jesse Custer è giunto alla fine della sua missione. Nel cuore degli States che ama, ad Alamo, il predicatore si prepara ad affrontare l'Onnipotente approfittando dell'occasione per invitare alla festa l'ex migliore amico Cassidy, il Santo degli Assassini, Herr Starr ed il Graal, e a malincuore l'amata Tulip, che il Nostro vorrebbe proteggere sempre e comunque.
Il piano di Jesse è semplice: far credere a Dio che Genesis ha lasciato il suo corpo ed indurlo a tornare in Paradiso, dove ad attenderlo prima che si possa sedere sul trono che gli conferisce poteri illimitati troverà il Santo, assetato di vendetta ed ormai, pur se riluttante, alleato del predicatore.
Peccato che, per poter completare la missione, Custer debba andare incontro ad un effetto collaterale non indifferente: dovrà necessariamente morire.
Tutto questo se Tulip non avrà modo di dire la sua, e Cassidy non decida di metterci lo zampino.









Tutte le cose belle, prima o poi, finiscono.
Non c'è scampo. La più grande condanna delle nostre esistenze e, di fatto, anche il sale che rende il viaggio che compiamo lungo la Frontiera così dannatamente interessante vale per tutto, perfino per Preacher.
Il viaggio di Jesse Custer, Tulip, Cassidy, Genesis, Starr, Facciadiculo e dell'Altissimo in persona finisce in una cornice che è perfetta per lo spirito che l'opera di Ennis e Dillon ha portato sulla pagina attraverso le gesta del suo indimenticabile protagonista, Alamo, teatro di una delle imprese più leggendarie della Storia del West.
Personalmente, potrei scrivere davvero di tutto sulla cavalcata che segna l'addio di questo straordinario gruppo di personaggi ai fan, dal tripudio di proiettili che traccia la parola fine sul conflitto tra i Nostri ed il Graal fino al confronto con Dio di Custer e soprattutto del Santo degli Assassini, personaggio granitico ed apparentemente tagliato con l'accetta che, al contrario, visto da vicino mostra sfumature a profusione, oltre a rappresentare, di fatto, la critica degli autori ad un certo tipo di approccio alla religione - bellissima la riflessione sul "Dio d'amore" che scatena i peggiori conflitti e crea il libero arbitrio perchè mosso dal bisogno disperato di vedere la gente scegliere di amarlo -, passando per la chiusura dei conti tra Jesse e Cassidy e l'amore troppo grande per questo e l'altro mondo di Jesse e Tulip, elogiare scrittura e disegni, colori ed idee.
Ma non ce la faccio.
Perchè rileggere Preacher è stato anche più bello della prima volta.
E' stato riscoprire un personaggio che incarna tutti i valori dell'America che sogno da quando ero bambino, dai tempi dei Western con John Wayne visti accanto a mio nonno, delle seconde possibilità e dei losers, del larger than life che comporterà pure tanti difetti, ma che rende gli USA un paese magico ed unico, che in un modo o nell'altro colpisce l'immaginario di tutto il mondo.
E' stato sentire sulla pelle la libertà di potersi battere fino alla fine (del mondo) per le persone che si amano e per quello in cui si crede, e di farlo a testa alta, senza guardare in faccia a nessuno o vergognandosi di quello che si prova.
E si finisce in questo modo per sentirsi quasi avvolti dagli abbracci di fuoco di Jesse e Tulip, investiti dall'ossessione di Dio e di Starr, incazzati per quanto in merda siano andate le cose con Cassidy, e di nuovo commossi per quel braccio teso ad un amico, e furiosi quanto il Santo, e felici che perfino l'esule Facciadiculo, alla fine, possa trovare il suo posto nel mondo, permettendo agli autori di congedarsi anche dai comprimari conosciuti a Salvation.
Preacher se ne va dunque con il botto, un epilogo perfetto per il suo spirito profondamente Western, e alla grande come John Wayne che saluta il suo "protetto" Jesse prima di uscire di scena: e se il mitico Duca è stato un'icona perfetta per la generazione di mio nonno, vorrà dire che il mio spirito guida diventerà questo predicatore dedito a sesso, alcool, giustizia e libertà che nel corso del suo viaggio ha illuminato anche la mia strada.
Grazie, Custer. Grazie, Ennis. Grazie, Dillon.
Qui al Saloon avrete sempre un posto d'onore, la mia gratitudine ed una bottiglia di whisky.




MrFord




"And a hundred and eighty were challenged by Travis to die
by the line that he drew with his sword when the battle was nigh
any man that would fight to the death crossed over
but him that would live, better fly
and over the line went a hundred and seventy nine
hey Santa Anna, we're killing your soldiers below!
that men, wherever they go will remember the Alamo."

Johnny Cash - "Remember the Alamo" - 






venerdì 23 ottobre 2015

Shotgun lovesongs

Autore: Nickolas Butler
Origine: USA
Anno: 2014
Editore: Marsilio





La trama (con parole mie): Henry, Lee, Kip e Ronny sono cresciuti insieme, come fratelli, a Little Wing, una piccola comunità agricola del Wisconsin. Quando, ormai tra i trenta e i quaranta, si ritrovano nel loro paese d'origine per il matrimonio di Kip, i loro rapporti si evolveranno una volta ancora. Perchè mentre Henry è rimasto rilevando l'attività di agricoltore del padre, ha sposato la storica fidanzata Beth ed ha avuto due figli, Ronny è diventato una star del rodeo, e a seguito di un incidente è considerato una sorta di mascotte naif di Little Wing, Kip ha sfondato nel mondo della finanza a Chicago ed ha fatto ritorno per sposarsi e ricostruire una vecchia fabbrica per trasformarla in uno spazio commerciale moderno e Lee, il più inquieto tra i quattro, è diventato una rockstar, ha viaggiato in tutto il mondo senza dimenticarsi delle origini, tornando nella sua proprietà di tanto in tanto, per staccare dalle folle e dalla notorietà.
L'occasione di festa, però, scoprirà nervi tenuti coperti dai tempi della giovinezza del gruppo di amici, finendo per mettere a rischio legami che parevano indissolubili.








Nel corso della vita, trovare amici con i quali costruire rapporti fraterni è un'occasione più rara che scovare l'anima gemella, la persona che ci accompagnerà, nel bene o nel male, per tutta la vita.
Quando penso all'importanza dei legami d'amicizia, la mente corre subito a mio fratello ed Emiliano, o a Max, il mio vecchio compare citato nel post legato a Guida per riconoscere i tuoi santi, a Stand by me e a quanto è confortante l'idea di avere qualcuno che sai che sarà sempre presente, e ti coprirà le spalle, e baderà ai tuoi figli se un giorno dovesse accaderti qualcosa come fossero suoi.
Shotgun lovesongs è un inno a quei legami, un romanzo dal sapore autunnale scritto con il cuore in mano e la pancia che brontola, fatto di storie semplici che, fortunatamente, iniziano e finiscono come storie semplici, senza drammi o drammatizzazioni eccessive, o una spettacolarizzazione pronta a tirare fuori la lacrima facile del lettore: le vicende di Henry, Lee, Ronny e Kip - ma anche di Beth, Felicia, Chloe e Cindy - paiono quelle che abbiamo vissuto noi stessi, in grande o in piccolo che sia, ed offrono uno sguardo su quello che potrebbe essere tornare a condividere spazio, affetti e vita con quelli che erano i migliori amici che abbiamo avuto.
Butler, dal canto suo, sfrutta nel miglior modo possibile la narrazione per punti di vista dedicando i capitoli del romanzo al charachter che sta vivendo il momento in prima persona, offrendo dunque interpretazioni differenti degli stessi eventi, rimbalzando tra passato e futuro approfondendo le anime di questo gruppo di fratelli acquisiti pronti a scontrarsi con la vita da adulti e tra loro nel momento in cui le diversità che inevitabilmente sorgono con il passare del tempo chiedono il conto di una giovinezza che rendeva i loro legami apparentemente indissolubili.
Leggere Shotgun Stories è stato quasi come guardarsi in uno specchio, scoprire assonanze e dissonanze con i suoi protagonisti e cercare di capire come sono cresciuto, cambiato, come mi pongo rispetto ai miei amici e chi, tra i quattro qui descritti, potrebbe essere più simile al sottoscritto: forse tutti, forse nessuno.
Henry, troppo onesto, tutto d'un pezzo, pratico e saldo, probabilmente alter ego di Butler, è quello che ho ammirato di più, e quello cui può essere che somigli meno, nonostante l'amore per i figli e la famiglia e la presenza costante, anche nell'assenza.
Kip, un falso "cattivo", che cela dietro l'apparenza da yuppie il volto di un ragazzo che vuole solo essere accettato per quello che è, e sentirsi libero di scoprire dove porta una strada presa per caso, un pomeriggio qualsiasi, pronto chissà come a scappare da tutto e da tutti.
Ronny, che con il suo piglio da casinista e cowboy tamarro per certi versi mi ricorda lo stile che attualmente porto sulle spalle, il più candidamente voltairiano dei protagonisti di questo libro, quello che mi ha permesso di vivere uno dei momenti più emozionanti di questa lettura.
E poi Lee. Leland. Corvus. Quello che ce l'ha fatta. Che ha girato il mondo, fatto i gran soldi, scopato con così tante donne da superare la popolazione di Little Wing.
Lee che è un idolo, una leggenda, qualcosa di così fragile da proteggere alla luce dei propri focolari.
Lee che è uno stronzo egoista. Forse, per molti versi, è quello che accosto di più a me.
E quello che meno vorrei finire per essere.
Le Shotgun lovesongs sono una sua creatura.
Ma allo stesso modo, è merito suo che tutti siano passati da Little Wing, ed abbiano, in modi diversi, spiccato il volo.
E passa dai suoi occhi uno dei passaggi più lirici e toccanti dell'intera vicenda, l'interpretazione degli States dello stesso autore, l'amore per gli ampi spazi, il senso di Famiglia, vicinanza, presenza, calore, generosità.
Come quando si torna a casa, o ci si sente a casa.
E poco importa che tutto suoni come una canzone di Springsteen o dei Counting crows alla fine delle vacanze estive, e lasci un senso di malinconia che fa male.
Questo romanzo piacerebbe a Max, a Dembo, a mio fratello.
Sarebbe piaciuto da morire a Emiliano.
Ed io l'ho sentito come se fosse anche mio.
Direi che è abbastanza.





MrFord





"It's funny how it's the little things in life that mean the most
not where you live, what you drive or the price tag on your clothes
there's no dollar sign on a peace of mind, this I've come to know
so if you agree, have a drink with me,
raise your glasses for a toast."
Zac Brown Band - "Chicken fried" -





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