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mercoledì 21 marzo 2018

Frontiera - Stagione 1 (Netflix, Canada, 2016)





Con ogni probabilità verrà fuori un post strano, questo dedicato alla prima stagione di Frontiera, serial che avrebbe tutte le carte in regola per conquistarmi, dalla cornice western o quasi all'ambientazione tra Stati Uniti e Canada, un protagonista fuorilegge fordiano al massimo come il Declan Harp di Jason Momoa, tutta quella ruvidità che tanto piace da queste parti: eppure.
A volte si incappa in un eppure di troppo.
Come in quelle serate in cui speri che le cose si mettano bene, e sogni dalla mattina il momento del divano e di pace domestica, cocktail alla mano, piedi che si sfiorano, tranquillità: e invece sono proprio quelle serate in cui tutto, dalle casualità alle intemperanze dei bambini, alla stanchezza, pare puntare a fare il possibile affinchè la tue belle prospettive accarezzate, inseguite finiscano dritte dritte nel cesso. Senza contare che, come un fulmine a ciel sereno, ti ritrovi a ricordare che si tratta anche di uno dei due fatidici giorni di detox alcolico che da più di un anno ti concedi ogni settimana, e tutto quello che vorresti fare - oddio, non proprio tutto, ma sicuramente una delle cose più immediate - sarebbe preparare un white russian di dimensioni titaniche per consegnarti al piacevole oblio del bicchiere. E invece eccoti lì, seduto al computer come uno stronzo dopo aver inutilmente cercato alternative che potessero far scattare la scintilla, con una bottiglia di chinotto accanto a scrivere di un serial che aveva tutte le carte in regola per piacerti, eppure.
Eppure.
Eppure Frontiera ha un potenziale main charachter da urlo, un paio di cattivi stronzi abbastanza, violenza, nativi americani, crimine, un'eminenza grigia femminile che ricorda un paio delle protagoniste più riuscite di Black Sails, la Natura crudele e sconfinata dell'estremo Nord, un pacchetto completo fordiano come non potrei chiederne di più azzeccati.
Eppure pecca anche di un certo pressapochismo in fase di scrittura, è schiacciata almeno in parte da un casting ed un crescendo di tensione poco incisivi, lascia l'amaro in bocca come il chinotto che ora dovrebbe essere un gran bel white russian, ed il monitor del computer il mio bel plasma pronto a trasmettere il film che avrebbe permesso alla serata di prendere un altro binario.
E invece eccomi qui. Alla tastiera. Con il chinotto. A scrivere di Frontiera.
Probabilmente questa proposta resterà una di quelle destinate ai momenti in cui, solo in casa, affronto titoli che non riscuotono successo con Julez - come il già citato Black Sails, o BoJack Horseman - e più per affezione al genere e curiosità rispetto ad un season finale decisamente troppo aperto ed anticlimatico che non alla qualità complessiva, senza sperare troppo in una svolta che, come un miracolo alcolico, cinematografico o di natura prettamente bestiale dovrebbe venirmi a salvare ora, da un post che non avrei voglia di scrivere rispetto ad una serie che mi aspettavo potesse stuzzicare le mie corde, e invece ha finito per essere soltanto un riempitivo e poco più.
Del resto, per citare il Drugo, "a volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te".
Ci vorrebbe proprio il Drugo, ora. Per salvarmi da una Frontiera che non è riuscita a regalarmi la magia di quelle lungo le quali ho cavalcato fin da bambino, quando con mio nonno guardavo i film con John Wayne.
Oppure ci vorrebbero un white russian, un bel sonno riparatore, e tanti saluti.
La Frontiera, in quel caso, si oltrepasserebbe molto piacevolmente.



MrFord



 

lunedì 8 gennaio 2018

Justice League (Zack Snyder, USA/UK/Canada, 2017, 120')




I frequentatori abituali del Saloon ormai conoscono bene la predilezione del sottoscritto per la Marvel rispetto alla DC Comics, così come il complicato rapporto che lega questo vecchio cowboy a Zack Snyder, autore discontinuo che nel corso degli anni è riuscito a regalare discrete soddisfazioni e ciofeche immonde: con il tentativo orchestrato proprio da quest'ultimo di organizzare una sorta di risposta cinematografica made in DC per contrastare il sempre notevole successo del Cinematic Universe della Marvel ho avuto la conferma di tutti i limiti non solo dei seriosi e troppo statici charachters della concorrente principe di Mamma M, ma anche dello stesso Snyder, complici produzioni decisamente soporifere e poco incisive legate a Superman e Batman, i due portabandiera di questo universo.
Proprio in questo senso mi aspettavo che Justice League potesse esplodere come una bomba e guadagnarsi un posto d'onore nella Top Ten dedicata al peggio dell'anno degli appena assegnati Ford Awards: una previsione che, come accaduto di recente con Madre! di Aronofsky, non ha trovato riscontro nella realtà.
Justice League è ben lungi dal poter essere considerato un bel film - o anche solo discreto -, eppure si è presentato decisamente meno peggio di quanto potessi aspettarmi, complici senza dubbio la Wonder Woman di Gal Gagot - di gran lunga il charachter più interessante di questo "universo" - ed un ritmo che, nonostante le lungaggini tipiche di Snyder e la pesantezza devastante di Superman e del Batman di Ben Affleck - che pare aver cancellato tutto il bene fatto da Nolan e Bale con l'Uomo Pipistrello - non è risultato così lento: due sorprese che sono valse alla pellicola la mancata presenza nella già citata Top Ten del peggio del duemiladiciassette ma che non alimentano certo l'hype per un eventuale secondo capitolo del "supergruppo" della DC, che oltre alla noia di Supes e Batman presenta un Aquaman totalmente inutile - portato sullo schermo solo per contare sulla presenza accalappia donne di Momoa -, un Flash acerbo nonchè copia sbiadita di Spider Man per spirito ed un charachter impresentabile anche a livello di effetti come Cyborg.
Per quanto, dunque, il lavoro di Snyder e Whedon abbia scampato il peggio qui al Saloon - ma non al botteghino, che a quanto pare ha avuto poca pietà - penso basti riflettere sul fatto che, una volta esclusa la sua presenza ai Ford Awards, abbia clamorosamente dimenticato di doverne scrivere il post per due settimane buone è la prova di quanto poco consistente possa risultare per lo spettatore e la sua memoria: fossi nei produttori della risposta DC al Cinematic Universe, ripenserei ad una strategia diversa e valida così come ad un alleggerimento complessivo dei charachters, nonchè ad uno spazio sempre maggiore concesso all'unico volto che, in questa galleria, pare avere senso e spessore, quello di Wonder Woman.
Un segnale importante, considerati gli eventi dell'anno appena trascorso, per un regista fortemente "macho" come Snyder.



MrFord



 

sabato 20 aprile 2013

Jimmy Bobo - Bullet to the head

Regia: Walter Hill
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
92'




La trama (con parole mie): Jimmy Bobo, un sicario di New Orleans professionista del settore da quasi tutta la vita, risparmia una prostituta che gli ricorda la figlia trovata accanto al suo bersaglio scatenando le ire del datore di lavoro che aveva commissionato l'omicidio, un avvocato dell'alta società che nasconde traffici illeciti gestiti con il beneplacito di un signore della guerra - e non solo - di origini africane.
Quando un altro letale assassino a pagamento, Keegan, viene dunque sguinzagliato ed uccide quello che era stato il suo socio per anni, Jimmy sarà costretto, suo malgrado, ad allearsi con un detective di Washington giunto in Louisiana per condurre un'indagine proprio sulla vittima del Nostro che ha dato il via alle danze.
Riusciranno i due uomini, così diversi per etica, a coesistere, consegnare alla Giustizia - in un modo o nell'altro - i cattivi e sopravvivere ad un calderone di corruzione e morte scoperchiato anche all'interno delle forze dell'ordine?




Se a qualche scellerato era rimasto qualche dubbio, dopo due perle assolute come Expendables ed Expendables 2, a proposito del grandissimo ritorno sugli schermi che contano - ed anche su quelli più tamarri - del vecchio Sly Stallone, colonna degli action movies - e non solo - figli degli anni ottanta, Walter Hill e questa sua ultima fatica - giunta a quasi undici anni di distanza da Undisputed, senza considerare la manciata di episodi di Deadwood e la miniserie Broken trail diretti per il piccolo schermo - sono giunti apposta per spazzarne via qualsiasi eventuale residuo.
Perchè Bullet to the head - adattato qui nella Terra dei cachi come Jimmy Bobo, vai a sapere perchè - è una vera e propria tamarrata come se ne giravano ai bei tempi, tagliata con l'accetta - e non potrebbe essere altrimenti, visto il confronto finale che attende il sempre grande Stallone Italiano ed il suo rivale per l'occasione Jason Momoa, mastodontico nuovo Conan, ed ogni riferimento al suo amico e rivale al botteghino di allora Schwarzy è puramente casuale, salito agli onori delle cronache per il suo ruolo di Khal Drogo nella splendida prima stagione di Game of thrones - e divertentissima, ricca di riferimenti alla cultura di pellicole improntate sull'amicizia virile e sulle scazzottate che hanno fatto la fortuna di un'intera generazione di spettatori, ironica ed assolutamente scorrevole, thrashissima eppure funzionale e portata sullo schermo da una mano chiaramente esperta ed autoriale, almeno rispetto alla media di titoli di questo genere.
Perchè il buon Walter Hill, anagraficamente più dinosauro di Sly, non è certo equiparabile ai mestieranti normalmente prestati al Cinema di botte: abbiamo di fronte, infatti, un signore che nel corso della sua carriera è stato in grado di regalare agli appassionati cult inarrivabili come I guerrieri della notte e I guerrieri della palude silenziosa, Danko - citato con grande stile nella sequenza legata al caffè rovesciato sui pantaloni del detective -, 48 ore e Driver - L'imprendibile, un Maestro del Cinema di genere arrabbiato e tosto come pochi ne ha regalati il made in USA.
Per quanto riguarda il film, soprattutto in merito allo script, resta poco da dire: tutto funziona così come dovrebbe, non ci si fanno troppe domande - se non dove andare a recuperare una cassa del bourbon preferito di Jimmy Bobo, introvabile in qualsiasi locale - e tutto è giocato sull'equilibrio tra gli scambi di battute tra i due protagonisti e le sequenze action, dalla prima all'ultima ben gestite, tamarre il giusto e non troppo eccessive, tanto da conservare quasi un'aura di realismo - se di realismo si può parlare, in questi casi -. Unico appunto il twist finale legato al personaggio di Keegan, insolito per il ruolo di gorilla spaccaculi normalmente asservito al boss di turno, perfetto a fare da anticamera allo scontro decisivo con il nostro amico Bobo.
Interessante anche il rapporto con la figlia dell'antieroe interpretato da Sly, il suo labbro ed il suo botulino, che ricalca gli standard ma riesce a regalare un pò di spessore a charachters ovviamente ben poco approfonditi come è giusto che sia in questi casi: un modo onesto di non trasformare l'intera operazione in una serie di sequenze slegate tra loro all'interno delle quali Stallone si diverte - e si diverte, non crediate il contrario - come un matto a darle di santa ragione a chiunque si metta sulla sua strada.
In questo senso risultano ovviamente spassosi anche gli scambi con il detective Kwon, giocati tutti a partire dalla vecchia storia del "poliziotto buono e poliziotto cattivo" per finire in una sorta di potenziale curioso rapporto tra genero e suocero.
Nel complesso, dunque, un'operazione riuscita sia per Hill - bentornato! - che per Sly, che già dai titoli di coda aumenta l'hype per un ipotetico secondo capitolo: in tal caso, noi del Saloon ci saremo senza ombra di dubbio.


MrFord


"This time the bullet cold rocked you
a yellow ribbon instead of a swastika
nothin' profitable about your propaganda
fools follow rules when the set commands you
said it was blue
when the blood was red
that's how you got a bullet blasted through your head."
Rage against the machine - "Bullet in the head" -


giovedì 8 settembre 2011

Conan the barbarian

Regia: Marcus Nispel
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 113'





La trama (con parole mie): nel pieno dell'era Hyboriana, in un mondo popolato da grandi guerrieri, spietati tiranni e creature magiche, il giovane Conan, scampato al massacro del suo villaggio e cresciuto vivendo di imprese eroiche ed espedienti da strada, torna nel Continente dopo avere esplorato i mari per vendicare la morte del padre, avvenuta per mano dello spietato Khalar Zim, che con la figlia Marique ha intenzione di sacrificare l'ultima discendente di un'antica dinastia per attivare i poteri di una maschera in grado di resuscitare i morti.
Toccherà a Conan difendere la giovane e, al contempo, cercare vendetta e salvare il mondo conosciuto: selvaggio e spietato di certo, ma pur sempre libero dai tiranni come Zim stesso.



Negli ultimi anni, complici alcuni rilanci fortunati ed una certamente presente crisi di idee, il Cinema americano ha spesso e volentieri ripescato dalle pellicole di culto dei decenni passati nella speranza di bissarne il successo, spesso e volentieri incappando in clamorosi flop non soltanto di critica - in questi casi c'è sempre da aspettarselo -, quanto anche al botteghino.
Dunque abbiamo visto passare sui nostri schermi roba davvero di poco conto come Predators e Nightmare, trasformati da veri e propri miti degli anni ottanta a sbiaditissime brutte copie di se stessi.
Immaginate il sacro terrore che mi attanagliò quando venni a sapere che il nome successivo sulla lista era quello di Conan, uno dei cult assoluti della mia infanzia nonchè simbolo di quello che, ai tempi, fu il "superomismo" secondo Schwarzenegger, che allora fu protagonista di due film - il primo, di ottima fattura, praticamente una sorta di action epico d'autore; il secondo, una divertente baracconata che cavalcò il successo del personaggio - e divenne, a tutti gli effetti, uno dei riferimenti di un'intera generazione di spettatori.
Dunque, cosa è rimasto del granitico eroe interpretato dall'ex Governatore della California in questa pellicola costruita per l'audience del nuovo millennio?
Onestamente, poco o nulla, soprattutto pensando al primo dei due film allora dedicati al nostro cimmero preferito: la sceneggiatura di John Milius e Oliver Stone, che esplorava territori di epica ed avventura, ma costruiva attorno al personaggio l'aura del solitario barbaro in cerca di libertà che aveva in Tulsa Doom il nemico peggiore ma anche, in qualche modo, una sorta di distorta figura paterna, è sostituita da una più leggera macchina per lo spettacolo sfrenato che strizza l'occhio ai Pirati dei Caraibi e a Prince of Persia, dimenticando la quasi totalità della violenza di allora e concentrandosi sull'aspetto più cialtronesco anche dello stesso Conan, più simile a quello visto in Conan il distruttore, che non nell'originale Conan il barbaro.
Eppure, al contrario di schifezze inseribili nello stesso contesto come Scontro tra titani, questa nuova versione del personaggio che portò alla ribalta Schwarzy risulta tutto sommato godibile nei suoi limiti, fornendo l'intrattenimento necessario per un paio d'ore scarse di videogiocone senza troppe domande da godersi con birrozza, patatine e rutto libero, sentendosi un pò bambini e un pò barbari, e considerata la discreta autoironia dell'intera opera, senza dispiacersi troppo di questo potenzialmente rischiosissimo reboot.
Da par suo, Jason Momoa cerca in tutti i modi di fornire la sua versione dell'eroe hyboriano, lasciandosi alle spalle l'inespressività rocciosa dell'originale per buttarsi su un charachter rude ma più simile al Dastan del già citato Prince of Persia, risultando certamente più elastico e meno statuario del vecchio Arnold eppure, in qualche modo, più feroce e "sporco": certo, dopo aver visto il giovane attore e modello dare volto e corpo al dirompente Khal Drogo in Game of thrones la curiosità di osservarlo di nuovo in quelle vesti in un ruolo da protagonista assoluto era molta, ma tutto sommato si può dire che, data l'entità del confronto cui era chiamato, Momoa non abbia affatto sfigurato, peccando forse addirittura in eccessiva espressività.
Per quanto riguarda il resto del cast troviamo, nel ruolo di Khalar Zim, il sempre cattivissimo Stephen Lang - ormai noto per il suo ruolo in Avatar - affiancato dalla convincente Rose McGowan nel ruolo di Marique, mentre dall'altra parte della barricata il vecchio leone Ron Perlman si gioca il ruolo del padre di Conan, l'insipida Rachel Nichols quello di Tamara - l'ultima purosangue che Zim insegue per riattivare il potere della maschera - e Nonso Anozie quello di Artus, alleato del cimmero.
Curioso che proprio quest'ultimo sarà il nuovo alleato di Daenerys Targaryen nella seconda stagione della succitata Game of thrones, raccogliendo di fatto il testimone di Drogo/Momoa.
Dunque, per i fan hardcore del personaggio creato da Robert E. Howard, il mio consiglio è quello di prendere questa sua nuova incarnazione come un gioco, senza troppi (pre)giudizi a pesare sulla già non troppo resistente ossatura di questo lavoro di Marcus Nispel: da buoni barbari, preparate semplicemente un bel pò di arrosticini e un paio di panozzi come si deve, affogateli nell'idromele - o in un qualsiasi suo sostituto - e non pensate troppo.
In fondo, non è certo quella la specialità di Conan.

MrFord

"Stand and fight
live by your heart
always one more try
I'm not afraid to die
stand and fight
say what you feel
born with a heart of steel."
Manowar - "Heart of steel" -

giovedì 25 agosto 2011

Game of thrones Stagione 1

Produzione: Hbo
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 10



La trama (con parole mie): i Sette regni sono scossi da tumulti, preoccupazioni e giochi di potere, dal profondo Nord alle terre dei selvaggi Dothraki, signori dei cavalli. 
Oltre Winterfell, lungo la grande barriera che protegge il mondo conosciuto dalle terre dei Bruti, i guardiani Nightwatch tremano all'idea della discesa delle creature che vivono oltre l'imponente frontiera, mentre il sovrano Robert propone al suo vecchio compagno d'armi Ned Stark di prendere il posto del defunto Jon Arryn come suo Primo Cavaliere.
Nel frattempo, si moltiplicano i giochi di potere orchestrati dai subdoli Lannister, mentre la dinastia caduta dei Targaryen cerca in Khal Drogo un alleato potente per tornare nel Continente e reclamare il trono che un tempo era occupato proprio dalla loro casata.


Evidentemente, Misfits era destinata a non essere la sola, grande sorpresa di questo 2011 sul piccolo schermo: quasi dal nulla, sotto l'egida di un nome non sempre altisonante come quello di David Benioff - sceneggiatore de La 25ma ora, è vero, ma anche di obbrobri come Wolverine: le origini o Troy -, è sbucata Game of thrones, tratta da una serie tuttora in corso di romanzi fantasy e destinata a rivitalizzare il genere quanto e forse più della trilogia dedicata al Signore degli anelli.
Mescolando le atmosfere dei lavori di Peter Jackson agli intrighi dei Tudors, spruzzando il tutto con litri e litri di sangue e morti a profusione neanche fossimo ben segregati nel carcere di Oz, gli autori confezionano una delle proposte più interessanti degli ultimi anni che il piccolo schermo abbia regalato agli spettatori, azzeccando personaggi, cast, caratterizzazioni ed uno stile narrativo ad un tempo classico e terribilmente moderno.
Senza perdersi in troppi giri di parole per quanto riguarda la sceneggiatura - che pare perfettamente funzionale nonostante le ovvie riduzioni dovute al legame con il romanzo e alle conseguenti sbavature del caso - e la regia, la confezione - grande produzione segnata da una visione assolutamente autoriale - e gli effetti, occorre dare credito soprattutto alla varietà di personaggi presenti - una via ideale per conquistare fette di pubblico variegate e numerose - e ad un cast semplicemente perfetto: da Sean Bean - che ricorderanno tutti i fan del suddetto Signore degli anelli nel ruolo di Boromir - a Jason Momoa - fresco fresco protagonista del remake di Conan - passando attraverso Lena Headley - la Gorgo di 300 - e l'irresistibile Peter Dinklage - visto nel piacevole The station agent e in Funeral party -, tutti, dai più a meno famosi, paiono in parte e perfettamente calati nella realtà della narrazione, aggiungendo ulteriore credibilità ad un'opera già di per sè assolutamente di valore.
Tornando ai personaggi, la varietà di caratteri, intenti e percorsi è tale da riuscire a catturare l'attenzione di un ampio spettro di utenti, mantenendola grazie ad una gestione delle numerose sottotrame equilibrata e quasi sempre tesissima, anche e soprattutto nei momenti in cui l'azione lascia il posto agli intrighi e ai confronti verbali tra i personaggi: personalmente, devo ammettere di avere trovato numerosi "preferiti" nel corso di questa prima stagione - raramente accade, di solito mi concentro su un solo protagonista -, dal già citato Ned Stark ai suoi figli Arya e Jon Snow, senza dimenticare l'acutissimo Tyrion Lannister e la selvaggia e dirompente coppia formata da Daenerys Targaryen con il suo consorte, il feroce Khal Drogo.
Quel che è sicuro è che la carne al fuoco per la seconda stagione - attesissima per la primavera 2012 - è molta, complici i massacri, le morti ed i voltafaccia avvenuti nei due episodi conclusivi di questa prima, incredibile annata: resta assolutamente incerto il destino del trono di spade, così come quello della Barriera e dei ruoli che ricopriranno gli aspiranti sovrani Robb Stark e Daenerys Targaryen, senza contare che i Lannister paiono nati per sopravvivere anche nelle condizioni più avverse.
Certamente assisteremo ad altre morti, battaglie, complotti, accordi stipulati in nome del potere e del fascino che lo stesso esercita sull'Uomo, sia esso mosso dall'onore, dall'amore, dall'odio, dalla vendetta o dal semplice gusto di esercitarlo: quello che è certo è che la battaglia per i Sette Regni è appena cominciata, ed il tributo di sangue che chiederà sarà certamente alto.


MrFord

"There are times when I've wondered
and times when I've cried
when my prayers they were answered
at times when I've lied."
Iron maiden - "No prayer for the dying" -



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