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lunedì 26 novembre 2018

White Russian's Bulletin

 


Nuova settimana di visioni ed una leggera ripresa in termini di interesse e tempo dedicato al grande e piccolo schermo da parte dei Ford, nonostante gli impegni lavorativi, di gioco - Red Dead Redemption II imperversa - e via discorrendo: è partita la cavalcata con Making a murderer - della quale penso parlerò settimana prossima a prima stagione conclusa - e sono passati dal Saloon due titoli interessanti pur se non riusciti come speravo.
Considerati gli ultimi mesi, dunque, segnali positivi.

MrFord


APOSTOLO (Gareth Evans, UK/USA, 2018, 130')

 Apostolo Poster

Da queste parti, Gareth Evans avrà sempre un debito di riconoscenza per i due straordinari The Raid, girati in Oriente con lo spirito delle grandi pellicole action di botte ed una profondità dei bei tempi del primo John Woo: Apostolo, dunque, arrivava su questi schermi con tutte le premesse migliori del caso. Peccato che, dopo una partenza ottima ed atmosfere che parevano mescolare The Village ai film anni settanta, la carne al fuoco risulti troppa ed alcuni passaggi forzati.
Dan Stevens, inoltre, dopo aver convinto con l'ottimo The Guest, alle spalle il terribile Legion ora appare davvero troppo sopra le righe per un charachter che avrebbe richiesto, forse, un tono più sommesso essendo, di fatto, in "missione segreta", anche se in questo caso forse non è completamente colpa sua, ma di una sceneggiatura che pare voler spingere su tutto per ritrovarsi, alla fine, con il solito thriller legato alle sette e compagnia danzante.
Peccato, poteva essere molto, molto di più.

 

 7 SCONOSCIUTI A EL ROYALE (Drew Goddard, USA, 2018, 141')

 7 sconosciuti a El Royale Poster
 
Mescolando un'atmosfera che ricorda i tarantiniani Four Rooms e The Hateful Eight, Drew Goddard, sceneggiatore di cose grosse come Lost e regista dell'ottimo Quella casa nel bosco torna sul grande schermo con un thriller teatrale e corale che, come Apostolo qui sopra, parte alla grande e finisce per rivelarsi, nel finale, un mezzo fuoco di paglia nonostante un cast ottimo - da Jeff Bridges a John Hamm passando per un'insolitamente brava Dakota Johnson ed un Chris Hemsworth nel ruolo forse più interessante della sua carriera - ed un setting affascinante: a giocare contro il lavoro di Goddard, probabilmente, il fatto che il tutto risulti decisamente derivativo e non troppo originale così come la volontà dell'uomo dietro la macchina da presa di mettere, come il collega Gareth Evans, fin troppa carne al fuoco nel tentativo di trasformare in un cult una pellicola che dai cult pesca a piene mani.
Peccato che i cult nascano da soli, e davvero molto difficilmente a tavolino.
Resta comunque un film godibile e perfetto per le serate con la pioggia fuori ed il desiderio di mettersi sul divano con i rifornimenti necessari ed una bella coperta in attesa di scoprire come andrà a finire neanche si stesse giocando a Cluedo, ma, ed è un rammarico affermarlo, anche qui avrebbe potuto essere molto di più.


martedì 7 febbraio 2017

Hell or high water (David Mackenzie, USA, 2016, 102')




Fin da bambino, complici la formazione Western con mio nonno, i cult degli anni ottanta ed i Fumetti, ho sempre sognato, con tutti i loro pregi e difetti, gli USA, che in qualche modo sono stati una sorta di patria adottiva del sottoscritto nonostante, negli anni, mi sia poi legato ad altri luoghi visitati ed amati: quando, crescendo, scoprii poi un certo Cinema "di rottura" che da Michael Cimino correva fino a Friedkin ed in parte a Eastwood, passando per Peckinpah, trovai senza ombra di dubbio la mia dimensione rispetto alla settima arte a stelle e strisce.
E quando la Frontiera - come concetto - del vecchio West si fondeva a problematiche attuali e toccava dritto al cuore, la strada per diventare un riferimento per questo vecchio cowboy era chiara e tracciata: da Un mondo perfetto a Verso il sole, senza dimenticare Punto Zero e L'ultimo buscadero, c'è una vera e propria "antologia" di pellicole dedicate ai losers ed agli outsiders degli sconfinati territori che furono teatro degli scontri tra cowboys e indiani, e senza ombra di dubbio Hell or high water, ad Anni Zero già belli che rodati, entra prepotentemente a far parte della categoria.
David MacKenzie, inglese che pare nato nel Wyoming, già da queste parti amato per Starred up, entra sfondando la porta a far parte di un circolo ristrettissimo di registi che qui al Saloon hanno almeno un giro gratis di diritto portando in scena una vicenda che ricorda i vecchi tempi delle rapine alle diligenze pur descrivendo con piglio assolutamente attuale il dramma della provincia americana straziata dai pignoramenti e dalla crisi, messa in ginocchio dalle banche e dai fondi d'investimento e pronta a combattere anche ben al di fuori della Legge per potersi rimettere in piedi.
L'impresa e la fuga dei due fratelli Howard, Tanner e Toby, pronti a rischiare tutto, vita compresa, per salvare dalle ipoteche il ranch che fu della madre ed assicurare un futuro ai figli di Toby, dalle filiali di banca più piccole di un appartamento alla sfida con i Ranger del Texas e gli agguerriti abitanti delle cittadine locali, pronta a passare dal sangue alle fughe disperate ai casinò che paiono crocevia di disillusi ed anime perdute, fino a momenti lirici di tenerezza - la lotta tra i due fratelli con l'infinito della prateria di fronte - e violenza - il confronto con i due giovani bulli al distributore di benzina -, è una delle poesie di strada made in USA più intense e straordinariamente belle delle ultime stagioni, ritmata da una colonna sonora pazzesca firmata anche da Nick Cave e chiusa da un pezzo che è una scoperta, oltre a calzare come un guanto l'intera pellicola, Outlaw state of mind di Chris Stapleton, mio nuovo idolo country.
Perfette anche le scelte del cast, dal sempre valido Ben Foster ad un ottimo Chris Pine, senza contare un mitico Jeff Bridges che con il suo Marcus Hamilton pare mescolare i tempi di True Grit con il Clint del già citato Un mondo perfetto: tutto, insomma, perfetto per regalare un nuovo classico a tutti quelli, come me, innamorati della Frontiera, delle ballate di Neil Young e Bruce Springsteen, dei fuorilegge che finiscono per diventare tali perchè non hanno altra scelta, se non quella di soccombere, e che fanno tornare con la mente ai tempi di Frank e Jesse James.
Nessuno esce vincitore, nessuno esce pulito.
Eppure qualcosa di buono, forse, è stato fatto, anche se a prezzo altissimo.
E in quello scambio tra Toby ed Hamilton pare mettersi in rilievo come una cicatrice che pulsa, o l'ammonimento di William Munny all'indirizzo di Kid ne Gli spietati: "E' una cosa grossa, uccidere un uomo. Gli togli tutto quello che ha, e tutto quello che sperava di avere.".
Toby ed Hamilton lo sanno bene.
E dovranno conviverci per una vita.
L'unico modo per sopravvivere a questo, sarà pensare di averlo fatto per qualcosa di più grande.




MrFord




 

giovedì 19 febbraio 2015

Thursday's Child

La trama (con parole mie): entriamo nella settimana forse più importante, a livello mediatico, del Cinema dell'intero anno, con la celebre kermesse degli Oscar pronta a rubare la scena a titoli in sala e supposti critici cinematografici validi o meno come il sottoscritto e Cannibal Kid - ed in questo caso, propenderei per il meno -.
Certo, con film come quelli che ci attendono per questo weekend sarebbe comunque stato più semplice che battere il Cucciolo Eroico in un incontro di wrestling, ma questo passa al convento, e finisce che ci si deve accontentare.

Peppa Kid e MrFord alla ricerca di nuovi spunti per la prossima Blog War.

Mortdecai

"Queste me le vado a bere nella suite: se resto nei paraggi, finisce che se le scola tutte Ford!"

Cannibal dice: Johnny Depp è passato dall'essere garanzia di qualità a essere garanzia di schifezza. Un po' come passare dal leggere Pensieri Cannibali a frequentare solo WhiteRussian, così, di punto in bianco. Se nel passato recente il bollitissimo Depp c'ha regalato delle notevoli porcherie, questa volta promette di fare ancora peggio. Già floppissimo negli USA, Mortdecai è una di quelle commedie che già solo dal trailer paiono più vecchie di Ford e de Il Volo messi insieme. Un autorevole candidato al peggio dell'anno.

Ford dice: purtroppo per tutti noi che lo abbiamo amato nella parte iniziale della sua carriera, Johnny Depp ormai pare una versione di De Niro con una ventina d'anni di meno ma la stessa scarsa voglia di impegnarsi compensata dal desiderio decisamente più consistente di ingrossarsi il portafogli. Perfino la sua groupie Peppa Kid, che pensa ancora di essere la Winona Ryder di Edward, l'ha abbandonato: e di sicuro lo abbandoneranno anche gli ultimi brandelli di decenza dopo questo filmaccio.



Il settimo figlio

"Per favore, un altro film esaltato senza motivo da Cannibal Kid no!"

Cannibal dice: Da flop a flop, si resta in territori fordiani con una pellicola fantasy che si preannuncia agghiacciante. Roba da mettere paura persino a me che ho retto con un enorme coraggio, che Ford si può giusto sognare, una intera settimana di Festival di Sanremo.
Ford dice: neanche il tempo di archiviare una schifezza come Mortdecai, ed ecco un altro titolo che rischia di entrare prepotentemente nella decina dedicata al peggio dell'anno.
Una roba pseudo fantasy che neppure un bimbominkia come Cannibal oserebbe affrontare. E ho detto tutto.



Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

"Ford, ma dove pensi di essere!? Ormai al bar si può entrare anche a piedi!"

Cannibal dice: Nonostante il titolo logorroico, non si tratta della nuova fatica di Lina Wertmuller o del libro d'esordio di Mr. James Ford, bensì della pellicola che ha vinto il Leone d'Oro al Festival di Venezia 2014. Una pellicola svedese che pare possedere una certa leggerezza, alla faccia del titolo, e che potrebbe rivelarsi un bel film d'autore e non un mattonazzo pseudo autoriale di quelli che piacciono al mio blogger rivale.
Ford dice: il vincitore dell'ultimo Festival di Venezia, giunto con la consueta puntualità nelle sale italiane, è il vero dilemma della settimana. Sarà un piccolo cult d'autore o la solita merdina radical chic pronta a mandare in visibilio il mio rivale, che con l'inizio del duemilaquindici pare avere ripreso tutte le sue più malsane abitudini in fatto di opinioni bislacche!?



Noi e la Giulia

"Sono arrivati Ford e Cannibal: adesso sì che sono cazzi amari!"

Cannibal dice: Difficile trovare una settimana in cui non esca un nuovo film con Raoul Bova. Quando capita, al suo posto esce un film con Luca Argentero. In Italia al momento lavorano solo loro due. E io per protesta continuo a boicottare tutte le loro pellicole.
Per protesta?
Va beh, ok, diciamo che è anche e soprattutto perché non c'ho voglia di vederle.
Ford dice: ed eccoci qui. Giusto per toglierci l'ultimo dubbio a proposito dello stato di salute del Cinema italiano: clinicamente morto.



Il segreto del suo volto

"Speriamo che non sia nei paraggi quello stalker di Peppa Kid: non ha neppure i soldi di Mr.Grey!"

Cannibal dice: Già solo dal titolo mi sono cascate le palle.
Attenzione però perché si tratta di un film tedesco intitolato in realtà Phoenix, quindi meglio andare oltre al solito banalotto titolo italiota. È una pellicola ambientata nella Germania del secondo dopoguerra, ma dal trailer sembra più un thriller noir che un film storico. Dopo una settimana di trashate sanremesi, sento il bisogno di qualcosa di più impegnato. Potrebbe essere la pellicola giusta?
Ford dice: secondo dilemma della settimana, questo film tedesco che dal trailer non sono riuscito bene ad inquadrare. Si rivelerà una schifezza mascherata da proposta radical raccogliendo dunque assurdi voti altissimi su Pensieri Cannibali o una chicca sotterranea pronta a gustarsi almeno un paio di bicchieri e mezzo su White Russian?
Ai posteri l'ardua sentenza.



Life Itself

"Un film sulla storia d'amore tra Ford e Cannibal!? Finalmente qualcosa di spassoso!"

Cannibal dice: Life Itself è un documentario dedicato a un celebre critico cinematografico. Chi?
Cannibal Kid no, perché non è un critico cinematografico.
James Ford nemmeno, perché non è celebre.
Quindi di chi si tratta?
Di Roger Ebert, critico americano premio Pulitzer scomparso di recente. Un'occhiata questo Life Itself potrebbe quindi meritarsela. E, nel caso, potrebbe beccarsi pure le nostre critiche.
Ford dice: interessante titolo, questo dedicato a Ebert, che potrebbe rivelarsi addirittura il migliore della settimana se non altro perchè tocca un argomento - quello della critica cinematografica - con il quale ci troviamo a fare i conti praticamente ogni giorno.
Poi, certo, non è detto che il risultato non siano comunque bottigliate: ma anche questo fa parte del gioco.


martedì 23 settembre 2014

The giver - Il mondo di Jonas

Regia: Philiph Noyce
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
97'




La trama (con parole mie): in un futuro controllato minuziosamente da un gruppo di anziani in cui tutto è in bianco e nero e le emozioni uniformate almeno quanto le distinzioni e le passioni, Jonas riceve l'incarico, con l'arrivo della sua maggiore età, di divenire il custode dei ricordi dell'epoca passata, il testimone dell'efficacia della realtà in cui è cresciuto.
Quando, però, l'addestramento del ragazzo con il vecchio custode diventato donatore inizia, per Jonas si aprirà un mondo traboccante colore e sentimento che lo indurrà a ribellarsi passo dopo passo al sistema, lottando affinchè il meccanismo che regola la precisione schematica della società venga scardinato e tutte le imperfezioni ritrovino la loro identità.
Riuscirà il poco più che adolescente nuovo custode dei ricordi a sovvertire la sua realtà?
O sarà il Sistema ad avere la meglio?








La questione del futuro distopico è da decenni uno dei principali spunti non soltanto per quanto riguarda la fantascienza, ma anche per l'analisi sociale del mondo in cui viviamo attualmente: dai più grandi autori del genere fino ai blockbuster più commerciali immaginabili, il mondo del Cinema si confronta in continuazione con questo filone, probabilmente conscio delle potenzialità che esprime e delle riflessioni che è in grado di far nascere nel pubblico.
Onestamente, mi aspettavo davvero poco da questo The giver, considerata l'aura un pò teen che lo circondava, ed altrettanto onestamente ammetto di aver approcciato il lavoro di Noyce semplicemente per la curiosità di Julez e perchè, dovendo tenere aggiornato il blog rispetto alle ultime novità, poteva starci: e devo ammettere che, nel corso della prima parte, nonostante tutto sapesse di già sentito - dall'utilizzo del bianco e nero e del colore fino all'idea dell'organismo di controllo e del mondo perfetto che perfetto non è -, Meryl Streep e la protagonista femminile Odeya Rush fossero pressochè inguardabili e la realizzazione certamente lontana dalla perfezione - soprattutto il montaggio -, ho finito per ritrovarmi addirittura stupito in positivo dalla costruzione di una vicenda assolutamente senza pretese rispetto al risultato complessivo ma comunque a suo modo sopportabile.
Peccato che, neppure il tempo di gustarsi un pò di sana retorica da "siamo tutti imperfetti, ma il mondo ha comunque sempre una speranza" e chi più ne ha, più ne metta - cosa, del resto, a proposito della quale potrei concordare anche io, in linee molto generali - elargita dal sempre mitico e sempre fordiano ex lebowski Jeff Bridges, ed ecco materializzarsi di colpo davanti agli occhi degli occupanti del Saloon un crescendo finale terribile, ancora più banale di quanto le premesse potessero presagire, privo di qualsiasi tensione e soprattutto di logica neppure si trattasse dell'ultimo dei prodotti horror che di norma fungono da carne da macello per le uscite in sala estive.
La progressiva presa di coscienza di Jonas e la sua escalation di rivolta contro il Sistema e chi lo coordina divengono una sorta di barzelletta in grado di demolire, peraltro grazie a piccoli dettagli, tutto il poco di buono costruito in precedenza senza possibilità di appello, dall'utilizzo scellerato del neonato Gabriel - che riesce, nell'ordine, durante la sua fuga accanto al protagonista, a resistere ad una corsa a perdifiato in moto con tanto di salto stile Expendables, a giorni e giorni di viaggio senza mangiare, bere o avere il culo pulito, ad una sorta di base jump in un fiume, ad una discesa in slitta con tanto di caduta nella neve prima di giungere a destinazione - all'assurdità del cambio repentino delle attitudini di tutti gli abitanti della società perfetta ed alla sua stessa gestione - un mondo totalmente soggiogato e controllato in cui tutto è ripreso nessuno effettua controlli in tempo reale?
Le medicine e le iniezioni che inibiscono le emozioni di colpo, nel momento in cui il protagonista prende la decisione di ribellarsi, cominciano miracolosamente a non fare più lo stesso effetto, almeno sugli amici più stretti del buon Jonas -, fino al classico finale hollywoodiano che suona di presa per il culo enorme alla razionalità ed al buon senso, oltre che alla questione sentimentale sfruttata nel modo peggiore.
Ora, non ho letto il romanzo e non conosco, nel dettaglio, gli eventuali cambiamenti e rimaneggiamenti operati dagli sceneggiatori, ma senza dubbio una robetta come questa - soprattutto nella seconda parte - potrebbe funzionare giusto come anestetico pomeridiano per ragazzini non troppo concentrati desiderosi giusto di poter raccontare agli amici di aver visto l'ultimo film di moda del momento - schifezzuole come Colpa delle stelle permettendo, ovviamente -.
Peccato, perchè premesse di questo tipo, per quanto già sentite, hanno sempre la possibilità di regalare qualche emozione "a colori".
Mentre qui siamo nel bianco e nero più profondo.
E neppure dei migliori.




MrFord




"Now a shadow scream my name
and in the daylight I could swear
we’re the same
but I’m just an ordinary human
(ordinary ways)
I’m just an ordinary human."
One Republic - "Ordinary human" -



martedì 17 settembre 2013

R. I. P. D. - Poliziotti dall'Aldilà

Regia: Robert Schwentke
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
96'




La trama (con parole mie): Nick, poliziotto non proprio pulito di Boston recentemente passato a miglior vita per mano del suo ancora più sporco collega Hayes, viene reclutato per entrare a far parte del R. I. P. D., dipartimento di agenti con il compito di stanare nell'Aldiquà quelle anime fuggite al Giudizio eterno.
Affiancato al ruvido cowboy Roy, l'ex sbirro si ritroverà ad imparare in fretta le regole della sua nuova condizione in tempo per sventare un piano dei fuggitivi che avrebbe il compito di aprire un varco che riporterebbe sulla Terra i morti: inaspettatamente, a capo di questo progetto apocalittico ed oscuro Nick ritroverà il responsabile del suo trapasso.




A volte capita - spesso, fortunatamente per noi comuni mortali costretti a fare fronte quotidianamente alle menate della vita - di incontrare titoli assolutamente senza pretese - e senza particolari qualità - in grado di sollevarci dalla briga del pensiero regalando ai neuroni - pochi o tanti che siano - un intervallo dalla loro attività.
E' il caso di Poliziotti dall'Aldilà, pellicola firmata dallo stesso Robert Schwentke di Red che vede protagonisti il cane maledetto Ryan Reynolds ed il coriaceo fordiano Jeff Bridges, che per noi vecchi lupi di mare è sempre un piacere vedere nel ruolo del cowboy tutto d'un pezzo: il film in se non dice certo nulla di nuovo, e rappresenta il tipico giocattolone nato ad uso e consumo del 3D come molti altri blockbuster usciti negli ultimi anni, e mantiene l'impronta quasi ludica di Men in black richiamando il ben più interessante Sospesi nel tempo, che ancora oggi molti finiscono per snobbare - sbagliando di grosso, direi -.
Eppure, nonostante si tratti praticamente di una robetta da nulla, il titolo funziona, distrae, diverte - grazie anche e soprattutto agli scambi da piena amicizia virile tra i due protagonisti - e non si fa affatto volere male per l'ora e mezza di durata, finendo per assumere pienamente e senza mire più alte le vesti di intrattenimento senza alcun impegno: a volte si ha bisogno anche di pellicole così, buone per il pomeriggio del giorno di riposo o da accompagnare ad una visione distratta, dai temi ormai triti e ritriti ma presentati con la giusta dose di panesalamismo che da queste parti guadagna sempre punti.
Chiarito tutto questo, onestamente consiglierei la visione di R.I.P.D. in lingua originale principalmente per l'ottimo lavoro svolto sulla pronuncia di Bridges, che seppur guidato dal portafoglio verso un'operazione di questo tipo - al pari di Kevin Bacon - mostra una professionalità ed una voglia di divertirsi notevoli - decisamente più di Kevin Bacon -: per il resto aspettatevi tutto quello che probabilmente già avrete finito per aspettarvi guardando il trailer, ovvero una baracconata con effetti che paiono un ibrido tra il digitale e l'analogico molto fumettosa con i due eroi spesso e volentieri intenti ad agire fuori dagli schemi e dalle regole, il classico cattivo senza possibilità di redenzione, la damigella in pericolo, un cocktail tra vendetta, sovrannaturale, amore e humour ed il gioco è fatto.
Senza dubbio agli occhi dei puristi del Cinema o agli amanti delle sole visioni d'autore un titolo come questo assumerà le sembianze di una sorta di aborto della settima arte, robaccia buona per le masse pronte a prendere d'assalto i centi commerciali nel week end, eppure anche film di questo tipo hanno la loro dignità, se pronti a prendersi il ruolo giusto nel gioco: e senza dubbio, R.I.P.D. riesce in quest'impresa senza farsi troppi problemi, azzeccando un paio di trovate decisamente divertenti - la percezione fisica che i viventi hanno dei poliziotti venuti dall'altro mondo su tutte - e girando ad una velocità sostenuta, come è giusto che sia per tutto quello che vuole arrivare ad essere considerato la sacrosanta ricreazione quotidiana, neanche fossimo tornati ai tempi della scuola.


MrFord


"It's been a month or two since I was sleepin' with you
I'm comin' home again
I've been to east and west, but baby I like best
the road that leads to you."
Kiss - "Comin' home" - 


venerdì 21 settembre 2012

Fearless - Senza paura

Regia: Peter Weir
Origine: Australia/USA
Anno: 1993
Durata: 122'




La trama (con parole mie): Max Klein, architetto di San Francisco, sopravvive per miracolo ad un disastro aereo nel quale perde la vita il suo socio e migliore amico, passando per eroe dopo aver portato in salvo alcuni tra i sopravvissuti ed attraversando un periodo legato alla sensazione di invulnerabilità data dall'aver portato a casa la pelle dopo un simile evento.
Monitorato dallo psicologo Perlman, inviato dalla compagnia aerea per controllare la sua salute mentale, l'uomo pare incapace di tornare all'esistenza che aveva tranquillamente vissuto fino al fatidico giorno dell'incidente, e finisce per allontanarsi dalla moglie e dalla famiglia per legare sempre più con Carla, una donna che nello schianto ha perduto il figlio: tra i due si stabilirà un legame che condurrà entrambi ad un nuovo confronto con la vita.





A volte, ma solo a volte, capita anche che grazie ad alcuni passaggi in tv - ovviamente non sui canali principali, intasati normalmente di porcate inenarrabili - si vengano a scoprire piccoli gioiellini nascosti che erano sfuggiti alla visione: è il caso di questo Fearless, uno dei pochissimi lavori di Peter Weir che ancora mancavano all'appello in casa Ford e certamente non uno dei suoi titoli più noti, scovato da Julez - poi pentitasi di avermi suggerito di recuperarlo - grazie al fascino di una delle prime sequenze, dedicata ad una parte dell'incidente aereo che da origine alla vicenda.
Weir, da sempre affascinato dalla Natura e dall'idea di smarrimento dell'Uomo - il giovane Neil Perry nel supercult L'attimo fuggente, o le ragazze di Picnic ad Hanging Rock -, si dedica con la consueta passione alla sceneggiatura firmata dallo stesso autore del romanzo cui è ispirata, Rafael Yglesias, una vera e propria indagine sulla solitudine che attanaglia i sopravvissuti ad eventi straordinari e catastrofici.
Appoggiandosi quasi completamente sulle spalle di un ottimo Jeff Bridges, la vicenda si sviluppa a partire da una sorta di delirio di onnipotenza divenuto una vera e propria difesa da un mondo che non riesce più a capire del protagonista Max Klein, architetto di successo che pare trovare nell'incidente aereo una sorta di nuova visione della vita e della quotidianità: a farne le spese è principalmente il rapporto con la famiglia, in particolare con la moglie - una come sempre poco sopportabile Isabella Rossellini -, quasi l'incapacità di comunicare le sensazioni legate alla sua nuova condizione di sopravvissuto "immune alla morte" si trasformi di fatto in un muro invalicabile in grado di mettere a rischio anche sentimenti da sempre rispettati.
Lo svilupparsi, parallelamente, del rapporto con Carla - distrutta dal senso di colpa per la morte del figlio della quale si crede responsabile e per il fatto di essergli sopravvissuta - permette a Max di sviluppare un ulteriore allontanamento dalla realtà che fino al giorno prima dell'incidente aveva vissuto ed amato, una realtà che non ha più significato, dalla quale l'uomo riesce a proteggersi quasi avesse sviluppato un'effettiva invulnerabilità - ottimo l'utilizzo dell'allergia alle fragole come espediente narrativo -: peccato che, nella parte centrale della pellicola - la stessa che ha originato il pentimento di Julez, da sempre avversa a tutti quei film nel corso dei quali "non succede niente" -, il rapporto tra Max e Carla rallenti, di fatto, l'interessante questione posta dallo scrittore e dal regista legata al trauma dei sopravvissuti rischiando di spingere l'intero lavoro sui binari del dramma romantico nella tradizione di quel periodo - la pellicola che mi è tornata più alla mente è stata il buon Paura d'amare -, genere che non mi pare sia congeniale alla mano di Weir, sicuramente troppo visionario per una comune storia d'amore.
Fortunatamente, proprio nel punto in cui tutto pareva risolversi in un complicato triangolo tra Max, sua moglie e Carla, Weir preme sull'acceleratore - in tutti i sensi - e regala un'escalation conclusiva da urlo, con due pezzi di grandissimo Cinema - la dimostrazione in auto di Max a Carla e le immagini dell'incidente aereo, da far invidia anche al miglior Lost o a Cast away - ed emozioni a profusione, veicolate da un Bridges in grandissimo spolvero e dalla sensazione che l'amore per la vita e la voglia di godersela tutta, e fino in fondo, non sia questione di sopravvivenza o rischi, quanto di presenza.
Venti minuti che sono veri e propri lampi di un regista sempre in grado di emozionare, capace di arrivare al cuore dello spettatore portando con la genuinità del Capitano Keating riflessioni profonde e toccanti: un climax che va ben oltre il valore complessivo dell'opera - solo discreta, e certo non all'altezza delle migliori del regista australiano - e riesce a chiudere in bellezza permettendo allo spettatore - soprattutto se appassionato - di ringraziare che esista il Cinema.
E registi in grado di amarlo così tanto.
Senza limiti e senza paura.



MrFord



"I'm learning to fly, but I ain't got wings
coming down is the hardest thing
well some say life will beat you down
break your heart, steal your crown
so I've started out for God knows where."
Tom Petty - "Learning to fly" -


giovedì 21 giugno 2012

Il grande, grande, grande Lebowski

La trama (con parole mie): oggi è il primo giorno d'estate. Il che significa, molto semplicemente, che sugli schermi di casa Ford si festeggia - o si è festeggiato - con la visione di uno dei film del cuore dell'uomo dietro il bancone del saloon. Un film che non ha bisogno di presentazioni, come il suo impareggiabile protagonista.
Un film che ha cambiato - e continua a cambiare - la mia vita.
Ed ecco a voi il suo volto: Jeffrey Lebowski. 
O, più precisamente, il Drugo.
O Drughetto, Drugantibus, Drughino, se siete di quelli che mettono il diminutivo a tutti i costi.
Godetevelo, perchè fa bene sapere che lui è in giro, per noi peccatori.



Ed eccomi qui.
Di nuovo.
Due anni fa, quando il blog, appena nato, contava si e no quattro o cinque followers, festeggiai come di consueto l'estate con una recensione vera e propria di questo film impossibile da definire in altro modo se non clamoroso.
Dodici mesi or sono, invece, tocco alla trama, seguita da un post che era più una serie di citazioni.
Oggi è arrivato il voto che assegnerei se dovessi fare una recensione seria di quello che è e resta il vertice creativo dei Fratelli Coen, una vera lezione di filosofia urbana impreziosita da una galleria di personaggi come raramente se ne sono visti nel Cinema - americano e non solo -.
Ma in realtà questo pezzo potrebbe anche non esistere: basterebbero le immagini, un paio di citazioni, e sì, anche il fast food In&Out. La fine di tutti i nostri guai. Parola di Walter.



Se ripenso alla mia vita da spettatore, non ricordo di un film che, come questo, riesca a conquistarmi ad ogni visione, e che potrei vedere e rivedere almeno un paio di volte a settimana senza mai stancarmi, come una medicina contro qualsiasi bruttura della vita, una sorta di innocua, meravigliosa, malinconica sbronza che non lascerà mai strascichi, perchè - parola dello Straniero - si tratta di una storia pulita.
Ed è proprio l'enigmatico cowboy appoggiato al bancone del bar del bowling - l'unico al mondo, credo, in cui si serve un white russian - a sussurrare una delle mie citazioni preferite di tutti i tempi, quel "a volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te" che pare cucito addosso non solo al Drugo, ma alla stessa grande commedia che interpretiamo ogni giorno, fino a quando qualcuno o qualcosa ci ricorderà che siamo qui solo di passaggio.


Un film che è un simbolo, l'emblema di una partita persa in partenza, la resistenza degli outsiders, il pigro manifesto del campione mondiale dei pigri, dell'investigatore più improbabile mai comparso sullo schermo, di un compagno irresistibile e scombinato, di tutti quelli che viaggiano, fosse anche solo nella vasca da bagno, con uno spinello in bocca ed i suoni delle balene a cullare un qualche trip che si spera non vada male.
Ed il confronto tra il Lebowski miliardario ed il Lebowski pezzente ha tutte le caratteristiche di un'allucinata, naif, meravigliosa lotta di classe che noi alfieri del pane e salame sapremo sempre da che parte combattere.


Giusto se non vi fosse bastato, c'è anche un momento magico di cultura e di "pluralis maiestatis", sempre parlando della suddetta lotta.


E più ci penso, e più sequenze memorabili tornano alla memoria, da Jackie Treehorn allo sceriffo di Malibu, dagli Eagles al supercult Jesus, da Larry Sellers alla denuncia e ritrovamento della macchina.
Dal primo all'ultimo minuto, non esiste nulla che cambierei di questa coperta di Linus cinematografica cui non potrei rinunciare neanche se lo volessi con tutte le mie forze.
Non riesco neppure, ripensandoci, ad essere lucido abbastanza da apparire coerente, composto, guidato da un filo conduttore logico.
Fanculo a tutto. Qui si parla del Drugo.
E di white russians. Tanti.

E di vita. Che è un pò come quel vecchio detto sulla grande ruota che gira.
O era una palla da bowling?
Buona estate, ragazzi.
E non dimenticate mai che il Drugo è lì fuori, da qualche parte, in giro. Probabilmente ubriaco.
O troppo pigro per prepararsene un altro.
E per fortuna che c'è.



MrFord


"Doo, doo, doo, Looking out my back door.
There's a giant doing cartwheels,
a statue wearing high heels.
Look at all the happy creatures dancing on the lawn.
A dinosaur Victrola listening to Buck Owens.
Doo, doo, doo, Looking out my back door."
Creedence Clearwater Revival - "Looking out my back door" -



martedì 21 giugno 2011

Big Lebowski

La trama (con parole mie): Ieri sera, come ogni anno per festeggiare il primo giorno d'estate, ho rivisto Il grande Lebowski. Come sempre, è stato come buttarsi in una rimpatriata con un vecchio amico alla cui compagnia non si potrà mai rinunciare. Peccato solo non avere avuto un white russian per brindare in completo Drugo-style. 
Ma mi sono accontentato di Jim Bean e Coca.



A volte, nel corso delle conversazioni di rito con persone che, si sa, non faranno mai davvero parte della mia vita nel senso più stretto del termine, esca fuori la questione dei film preferiti, legata alla passione del sottoscritto per il Cinema: tendenzialmente, è un interrogativo cui trovo una grande, grandissima difficoltà a rispondere.
Non tanto perchè non abbia delle pellicole di riferimento, quanto perchè la domanda stessa mi costringe a passare al setaccio migliaia di visioni che hanno costellato i giorni e le notti di casa Ford fin dai tempi della mia infanzia, così finisce che prima che io abbia risposto l'interlocutore sposti la sua momentanea attenzione altrove, in cerca della prossima vittima da interrogare.
Tra i titoli che, le volte in cui riesco a soddisfare i tempi di reazione dei curiosi di turno, rientrano obbligatoriamente nella mia lista del cuore, c'è sempre, e dico sempre, Il grande Lebowski.


Ispiratore del titolo del blog stesso, guida nei momenti bui, spasso in quelli più rilassati, celebrazione ormai da qualche tempo dell'estate - la stagione che preferisco, e qui non devo pensarci troppo -, cui associo le avventure del Drugo senza passare dal via, questo film è indiscutibilmente uno dei miei manifesti assoluti.
Ancora oggi, con la maggior parte delle battute recitate a memoria, riesco a ridere senza controllo, sentirmi a casa, e provare quel vago senso di malinconia che si cela dietro ogni grande noir, perchè non bisogna dimenticare che dietro le gesta di Drughetto, Drugantibus o Drughino - se siete di quelli che mettono il diminutivo a tutti i costi - è sottilmente presente tutta l'eredità di Marlowe e del suo creatore Raymond Chandler, seppur filtrata attraverso una sensibilità grottesca e surreale.
Ma non voglio scrivere una nuova recensione. In fondo, l'ho già fatto lo scorso anno.
Voglio solo godermi il ricordo dell'ennesima visione, e buttarmi a capofitto nell'estate come fossi lontano, sull'oceano, con la sensazione "di potermene andare senza pensare di essere stato fregato".

MrFord

"But, oh what a wonderful feeling
just to know that you are near
it sets my heart a-reeling
from my toes up to my ears."
Bob Dylan - "The man in me" -


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