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mercoledì 9 maggio 2018

Morto Stalin se ne fa un altro (Armando Iannucci, Francia/UK/Belgio/Canada, 2017, 107')




Sono sempre stato un grande fan della commedia nera, specie quando la stessa si lega ad uno dei mali più antichi del mondo e dell'Uomo: l'esercizio del potere.
Da Bunuel in avanti, sono stati in molti i registi a tentare la non facile strada di descrivere le miserie che colgono le vittime di questa malattia che ha fatto la Storia, con risultati che passano dai Capolavori indimenticabili - come quelli del regista spagnolo - ad altri decisamente meno incisivi.
Morto Stalin se ne fa un altro - adattamento italiano da incubo dell'originale Death of Stalin - racconta lo tsunami politico che travolse l'entourage del dittatore sovietico alla sua morte, e dei giorni della preparazione del funerale e dei passaggi di testimone politici: un esperimento interessante e, seppur forse troppo autoriale, intelligente nel raccontare eventi reali attraverso un velo di critica e humour nerissimo quello che pare uno spaccato perfetto del comportamento dell'animale sociale più pericoloso che sia mai esistito e si possa immaginare.
Un esperimento reso ancora più prezioso da un cast capace e notevole, al quale manca solo la madrelingua per essere credibile in modo totale e coinvolgente - l'accento british in un contesto da Unione sovietica, anche se solo idealmente, suona davvero stonato, per uno spettatore navigato come me - e da un invidiabile equilibrio tra risate e momenti di quasi sbigottimento, in grado di attingere da storie purtroppo vere per raccontare un'epoca ed una situazione sociale davvero oltre il concetto di civiltà - le liste di Stalin non ebbero nulla da invidiare, purtroppo, a quelle di Hitler prima o gente come Pinochet poi - ed approfittare per applicare la stessa ad una delle tentazioni più grandi del genere umano, la possibilità di avere potere su tutto e tutti.
E accanto ad uno Stalin sopra le righe neanche fosse una sorta di antesignano meno limitato dalla consapevolezza dei vari Putin o Trump troviamo un Krushev - che sarà protagonista degli anni della Guerra Fredda - inquietante e malsano, cui Steve Buscemi regala un appeal che pare quello del Burns dei Simpson: certo, il lavoro di Iannucci non è esente da difetti, il ritmo non è quello delle grandi occasioni ed il rischio che il pubblico si possa perdere in un dedalo di nomi, situazioni e riferimenti che in pochi davvero conoscono è molto alto, eppure rientra senza dubbio nel novero di pellicole di nicchia importanti e da non perdere, non fosse altro perchè portatrici di una grande tradizione cinematografica e non solo - quella della satira -.
Non diventerà, con ogni probabilità, il titolo dell'anno o quello che vi ritroverete ad amare di più, non risulterà coinvolgente come una grande produzione hollywoodiana - e subito la mente corre a L'ora più buia, per citare un esempio che tocca tematiche simili - o geniale quanto il più estremo dei lavori del più estremo dei registi, ma forse il bello è proprio questo: Morto Stalin se ne fa un altro racconta tutta la normalità e la banalità del Male che risiede in alcuni contesti e scenari, del quale qualsiasi Uomo è portatore e dal quale sarà sempre tentato.
E poco avrà importato aver visto morire un dittatore.
Alle sue spalle sarà pronto quasi immediatamente quello che lo sostituirà.
Che, a sua volta, sarà manovrato da qualcuno che passerà inosservato, mentre da dietro le quinte si gode lo spettacolo della grande messinscena del mondo.




MrFord




 

sabato 10 novembre 2012

Le iene

Regia: Quentin Tarantino
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 99'



La trama (con parole mie): quando il vecchio, granitico Joe organizza una rapina in una gioielleria piazzando nella squadra i suoi uomini migliori coordinati dal figlio Eddie e questa finisce in una vera e propria carneficina, i superstiti corrono ai ripari in un vecchio magazzino con il bottino ed il sospetto che, tra loro, si annidi una spia della polizia.
Mr. White e Mr. Orange - l'acquisto più recente della squadra, ferito gravemente all'addome -, Mr. Pink con le sue ossessioni, Mr. Blonde ed il poliziotto che porta in dono per la banda attendono così l'arrivo dei loro boss cercando di scoprire quali inghippi potrebbero celarsi dietro l'operazione: tra il taglio di un orecchio, un lago di sangue ed il ricordo di quella che è stata la strada percorsa da Orange fino al momento dello sparo che potrebbe rivelarglisi fatale.
Un'opera fulminante, violenta e potentissima che avviò l'ascesa di uno dei registi statunitensi più importanti della storia recente.





Basterebbero la fava grossa di Madonna, il violino più piccolo del mondo e la danza di Michael Madsen prima di iniziare la tortura sul poliziotto, e non ci sarebbe bisogno di scrivere altro.
Le iene ha rappresentato, in una certa misura, per il Cinema quello che Nevermind è stato per il rock: non soltanto questo lavoro incredibile, sfacciato, scritto da dio e potentissimo ha lanciato quello che di lì a un paio d'anni sarebbe divenuto uno dei registi più cool del pianeta, ma ha definito lo standard di un genere, la voglia di "rivolta" che la settima arte covava nel cuore da troppo tempo, aspettando soltanto il grimaldello giusto che lo scassinasse.
Se Pulp fiction, a suo modo, ha rappresentato la perfezione come manifesto di genere del regista e Bastardi senza gloria l'equilibrio raggiunto tra estetica e contenuto, Le iene conserva ancora oggi tutta la carica selvaggia di uno stallone mai domato, l'esplosività dirompente di un bastimento di dinamite pura pronta ad scoppiare in faccia allo spettatore, sorprendendolo con un perfetto equilibrio di violenza ed ironia come pochi titoli negli anni successivi si vedranno sul grande schermo: i dialoghi fitti e le improvvise impennate da schizzo di sangue, i flashback a ricostruire la storia di Mr. Orange - che smentiscono all'istante chiunque potrebbe imputare al lavoro di Tarantino una mancanza di profondità -, lo scenario quasi western che minuto dopo minuto prende forma all'interno del capannone rendono questo film praticamente impareggiabile anche ora, ad un ventennio di distanza - e fa davvero strano pensare che sia passato tanto tempo -, dipinto con potenza anche maggiore sui volti sofferenti di Orange e White, sulle mani strette, il cameratismo e la fiducia nata sul campo, pur se, guardando ad una certa etica criminale, mal riposta.
E quelle pistole che si incrociano in un girotondo selvaggio quasi più del mucchio tracciano in rosso una nuova linea di confine ben oltre tutte le precedenti, che racconta storie diverse che partono una accanto all'altra per finire nello stesso posto, che attende tutti quelli che hanno scelto di vivere in una wasteland in cui non ci sono violini che tengano, e per quanto buone siano le mani che ci giochiamo, si finisce sempre a restituire tutto al banco.
Un pò come Orange, dalle risate in macchina con White e gli apprezzamenti sui culi alla Cosa dei Fantastici Quattro, dalla storia dei cani poliziotto a quel colpo sparato per salvare un compagno d'armi, un socio, un amico: e finire stecchito per mano di un proprio "simile".
Ironia della sorte, anche qui.
La vera iena pare essere proprio lei, che si fa beffe dei duri e dei vigliacchi, di chi spara e chi scappa, di chi fa quello che fa perchè è un piacere ammazzare cristiani e chi, invece, cerca una gloria che soltanto lui potrà capire in un gioco che non avrà mai un vincitore.
E non contenta, avvolge il pacchetto in una coperta calda e confortevole fatta di note che soltanto in pochi sarebbero riusciti a sposare allo stesso modo con le immagini - a mia memoria i soli Wong Kar Wai e Kubrick hanno fatto di meglio, mica bruscolini -, completando la meraviglia sfruttando il poco che serve per realizzare un vero e proprio colpo di genio.
O un colpo.
Che non è quello di una scellerata gioielleria o di una banda pronta ad implodere.
Quello di una pistola che spezza l'equilibrio, e chiede vendetta di un tradimento che potrebbe anche non esserlo.
Di una parte o dell'altra della Frontiera.

Della calma al calor bianco di Keitel o della furia rossa di Eddie.
Ma di Quentin Tarantino, l'uomo che sparò in faccia al Cinema.
E quella ferita sanguina ancora.


MrFord


"Well I don't know why I came here tonight,
I got the feeling that something ain't right,
I'm so scared in case I fall off my chair,
and I'm wondering how I'll get down the stairs,
clowns to the left of me,
jokers to the right, here I am,
stuck in the middle with you."
Stealers Wheel - "Stuck in the middle with you" -


martedì 30 ottobre 2012

On the road

Regia: Walter Salles
Origine: Brasile, USA, Francia, UK
Anno: 2012
Durata: 124'
 



La trama (con parole mie): il giovane scrittore Sal Paradise, nel pieno del fermento creativo nato dall'esigenza di emanciparsi in una nuova epoca dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, conosce  a New York lo spirito molto libero Dean Moriarty, un ragazzo abituato a vivere fuori dai contesti e dalle regole. Con lui inizia una serie di peregrinazioni che lo porteranno a scoprire vite e realtà in tutti gli States, avanti e indietro sulla strada, conoscendo o imparando a conoscere sempre nuovi compagni di viaggio, dalla fidanzata di Dean, Marylou, all'aspirante poeta Carlo, amico di Sal invaghitosi dello stesso Dean, passando per strani personaggi come Lee.
Gli anni passati a vagabondare porranno le basi per il romanzo che Sal attende da una vita di scrivere, vedranno nascere e morire amori ed amicizie, ma soprattutto formeranno i caratteri dei due giovani, destinati prima o poi a separarsi.





Personalmente, ho sempre avuto una certa simpatia per Walter Salles: più fotografo che regista, l'autore brasiliano ha sempre sopperito alla sua incompletezza mettendo cuore e genuinità in ogni lavoro, finendo per diventare una sorta di - pur se non imprescindibile - cantore del viaggio come filosofia di vita e di crescita.
Così, dopo il buon Central do Brasil ed il coinvolgente I diari della motocicletta, Salles torna sul grande schermo prendendo spunto da uno dei Classici della Letteratura più letti ed amati del secolo scorso, quell'On the road che lanciò il mito della Beat Generation e di Jack Kerouac.
Purtroppo, però, il vagabondo Walter pare aver perso per strada - neanche a dirlo - quello che rendeva i suoi "viaggi" - e quelli degli spettatori - così sentiti e speciali: la passione.
Perchè On the road è un film girato e fotografato molto bene, in cui tutti i pezzi sono al loro posto, dagli scenari al ricchissimo cast, che non sfigurerebbe a nessun Festival con quell'aria finto wild e alternativa che normalmente manda in brodo di giuggiole una buona fetta della critica - soprattutto giovane -, eppure pare una figurina senz'anima alcuna, due ore piene che scorrono esageratamente lente per essere, di fatto, la testimonianza di tutto il bello e l'improvvisato della vita alla giornata.
Più che il manifesto della zingarata, questo on the road pare il susseguirsi di episodi più o meno uguali all'interno dei quali cambiano soltanto i personaggi che di volta in volta interagiscono con i due protagonisti che tanti aspiranti ribelli finti alternativi sognano di diventare ovviamente grazie ai soldi di mamma e papà: probabilmente, se l'avessi visto una quindicina d'anni fa - e qualcosa in più -, sarei stato più indulgente, ma ora trovo davvero al limite della sopportabilità vedere lo sfoggio di un occhio sicuramente valido perso dietro una nostalgia canaglia per gli anni in cui ci si può sentire liberi di partire e fare un pò quello che si vuole a scapito di tutti se non di se stessi ed un'aura patinata di quelle che piacciono tanto ai salotti finti "contro".
Ammetto di non ricordare nulla del romanzo che rese noto Jack Kerouac, letto - e neppure per intero - ai tempi del liceo, ma direi che la recente esperienza di Cosmopolis - pur se in misura minore - è tornata a ripetersi e di certo non rimetterò mano alle pagine del profeta beat a meno che di colpo la mia libreria non finisca svuotata da un qualche intervento alieno: questo perchè la mia sempre più acuta radicalchicrepellenza porterebbe probabilmente una cascata di bottigliate sulla testa del vecchio Jack, e di conseguenza di Salles, andando a togliere anche quel poco che insisto per salvare di una visione che pare la versione sciapa della sorpresa in positivo - pur se non memorabile - che fu The rum diary qualche mese fa.
Un peccato, dunque, a ben vedere, che tutta l'irruenza piacevole e guascona che avvolgeva le imprese della Poderosa, del futuro Che e del suo fido Alberto Granado si sia persa nei volti scavati di un gruppo di ragazzi che pare viaggiare più per noia che per voglia di scoperta, finendo per apparire turisti invece che pirati, e riducendo quello che è uno dei grandi piaceri della vita ad una semplice corsa a tappe - in macchina - da scandire con erba, sesso ed un'improvvisazione che sa soltanto di coraggio latitante di fronte alla realtà di una crescita che, prima o poi, giunge per tutti.
E da questo punto di vista il finale, forse, riesce a ritagliare il momento migliore della pellicola, raccontando la separazione tra Sal e Dean quasi fosse una presa di coscienza di quello che accade quando, pur vagabondando, si affondano le proprie origini nella "buona società" e quando no.
Ovviamente, la mia simpatia va tutta a quella negazione da strada, certamente più egoistica ma sicuramente più coraggiosa.



MrFord



"On the road again,
just can't wait to get on the road again.
the life I love is making music with my friends
and I can't wait to get on the road again.
On the road again!"
Willie Nelson - "On the road again" -


 
 

giovedì 21 giugno 2012

Il grande, grande, grande Lebowski

La trama (con parole mie): oggi è il primo giorno d'estate. Il che significa, molto semplicemente, che sugli schermi di casa Ford si festeggia - o si è festeggiato - con la visione di uno dei film del cuore dell'uomo dietro il bancone del saloon. Un film che non ha bisogno di presentazioni, come il suo impareggiabile protagonista.
Un film che ha cambiato - e continua a cambiare - la mia vita.
Ed ecco a voi il suo volto: Jeffrey Lebowski. 
O, più precisamente, il Drugo.
O Drughetto, Drugantibus, Drughino, se siete di quelli che mettono il diminutivo a tutti i costi.
Godetevelo, perchè fa bene sapere che lui è in giro, per noi peccatori.



Ed eccomi qui.
Di nuovo.
Due anni fa, quando il blog, appena nato, contava si e no quattro o cinque followers, festeggiai come di consueto l'estate con una recensione vera e propria di questo film impossibile da definire in altro modo se non clamoroso.
Dodici mesi or sono, invece, tocco alla trama, seguita da un post che era più una serie di citazioni.
Oggi è arrivato il voto che assegnerei se dovessi fare una recensione seria di quello che è e resta il vertice creativo dei Fratelli Coen, una vera lezione di filosofia urbana impreziosita da una galleria di personaggi come raramente se ne sono visti nel Cinema - americano e non solo -.
Ma in realtà questo pezzo potrebbe anche non esistere: basterebbero le immagini, un paio di citazioni, e sì, anche il fast food In&Out. La fine di tutti i nostri guai. Parola di Walter.



Se ripenso alla mia vita da spettatore, non ricordo di un film che, come questo, riesca a conquistarmi ad ogni visione, e che potrei vedere e rivedere almeno un paio di volte a settimana senza mai stancarmi, come una medicina contro qualsiasi bruttura della vita, una sorta di innocua, meravigliosa, malinconica sbronza che non lascerà mai strascichi, perchè - parola dello Straniero - si tratta di una storia pulita.
Ed è proprio l'enigmatico cowboy appoggiato al bancone del bar del bowling - l'unico al mondo, credo, in cui si serve un white russian - a sussurrare una delle mie citazioni preferite di tutti i tempi, quel "a volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te" che pare cucito addosso non solo al Drugo, ma alla stessa grande commedia che interpretiamo ogni giorno, fino a quando qualcuno o qualcosa ci ricorderà che siamo qui solo di passaggio.


Un film che è un simbolo, l'emblema di una partita persa in partenza, la resistenza degli outsiders, il pigro manifesto del campione mondiale dei pigri, dell'investigatore più improbabile mai comparso sullo schermo, di un compagno irresistibile e scombinato, di tutti quelli che viaggiano, fosse anche solo nella vasca da bagno, con uno spinello in bocca ed i suoni delle balene a cullare un qualche trip che si spera non vada male.
Ed il confronto tra il Lebowski miliardario ed il Lebowski pezzente ha tutte le caratteristiche di un'allucinata, naif, meravigliosa lotta di classe che noi alfieri del pane e salame sapremo sempre da che parte combattere.


Giusto se non vi fosse bastato, c'è anche un momento magico di cultura e di "pluralis maiestatis", sempre parlando della suddetta lotta.


E più ci penso, e più sequenze memorabili tornano alla memoria, da Jackie Treehorn allo sceriffo di Malibu, dagli Eagles al supercult Jesus, da Larry Sellers alla denuncia e ritrovamento della macchina.
Dal primo all'ultimo minuto, non esiste nulla che cambierei di questa coperta di Linus cinematografica cui non potrei rinunciare neanche se lo volessi con tutte le mie forze.
Non riesco neppure, ripensandoci, ad essere lucido abbastanza da apparire coerente, composto, guidato da un filo conduttore logico.
Fanculo a tutto. Qui si parla del Drugo.
E di white russians. Tanti.

E di vita. Che è un pò come quel vecchio detto sulla grande ruota che gira.
O era una palla da bowling?
Buona estate, ragazzi.
E non dimenticate mai che il Drugo è lì fuori, da qualche parte, in giro. Probabilmente ubriaco.
O troppo pigro per prepararsene un altro.
E per fortuna che c'è.



MrFord


"Doo, doo, doo, Looking out my back door.
There's a giant doing cartwheels,
a statue wearing high heels.
Look at all the happy creatures dancing on the lawn.
A dinosaur Victrola listening to Buck Owens.
Doo, doo, doo, Looking out my back door."
Creedence Clearwater Revival - "Looking out my back door" -



mercoledì 16 maggio 2012

Rampart

Regia: Oren Moverman
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 108'



La trama (con parole mie): Dave Brown è poliziotto da ventiquattro anni. E non è mai stato uno che è andato per il sottile. Sul finire degli anni ottanta è stato protagonista di un caso che ha visto l'uccisione di un presunto stupratore proprio per sua mano, e da quel momento in poi la sua carriera è stata segnata dal dubbio che la sua brutalità fosse eccessiva.
A seguito del pestaggio di un sospettato, il suo nome torna alla ribalta mettendolo a confronto anche con gli squilibri della vita privata, fatta di due figlie avute da due sorelle, alcool, una condotta completamente irregolare ed un fascino da maledetto che pare proprio non riuscire a scrollarsi di dosso.
Come se la caverà quando di fronte avrà come potenziali avversari i suoi stessi colleghi e datori di lavoro?




E' davvero un peccato vedere le sale italiane infarcite di prodotti di bassissimo livello mentre all'estero continuano a sbucare come funghi in novembre titoli meravigliosi come Take shelter o interessanti quanto questo Rampart: prodotto dalla stessa squadra che portò sugli schermi l'ottimo Oltre le regole - The messenger e basato su uno script scritto dal regista e dal noto autore James Ellroy, questo film recupera le atmosfere che fecero di The Shield una serie di culto per anni introducendo un personaggio che, pur non avendo nulla di particolarmente distintivo rispetto al già mitico Vic Mackie, esalta una volta ancora le superbe doti di un Woody Harrelson in spolvero incredibile, in grado di trasmettere tutti gli squilibri del protagonista senza che gli stessi possano essere presi come gigionismi da star.
La vicenda di Dave Brown, poliziotto che pare tutto tranne equilibrato ed affidabile ma che, comunque, non da mai l'impressione di essere "assente ingiustificato", pesca a piene mani dal disagio che attanaglia chi è costretto a vivere sulla strada e secondo le sue regole spesso e volentieri obbedendo a direttive create da chi la stessa strada vede soltanto dall'alto di un ufficio con vista panoramica su una Los Angeles che non risparmia niente a nessuno, specialmente nei suoi distretti più borderline: certo, lo scombinato Dave non è certo il prototipo del padre ideale o dell'eroe positivo, ed un collega come lui potrebbe risultare più difficile da gestire che non una sparatoria con un criminale, eppure c'è qualcosa, nella sua poco lucida condotta, in grado di renderlo più affidabile di un qualsiasi burocrate troppo impegnato nella politica - la breve apparizione di Steve Buscemi dice tutto in merito -.
Peccato che, a fronte di un cast in gran forma - Robin Wright soprattutto, spalla perfetta per Harrelson -, la sceneggiatura non risulti espressa in tutte le sue potenzialità, e sottotrame sulla carta interessanti come quella che vede il confronto con la dirigente interpretata da Sigourney Weaver passino in secondo piano rispetto alla parte più "crime" soprattutto nella seconda metà della pellicola, togliendo mordende ad uno script che, considerati i nomi coinvolti nella sua stesura, poteva rivelarsi decisamente più dirompente.
Quello che conta, però, è che nonostante il risultato non sia all'altezza del lavoro precedente di Moverman, Rampart risulti essere un film di genere con due palle d'acciaio, in grado di partire da una cornice ed un contesto assolutamente polizieschi per spostarsi su binari legati alle angosce più profonde dei suoi personaggi, che trovano nell'uccisione che ha segnato la carriera di Dave uno spunto di riflessione di rara intensità: lo stupratore fu ucciso per mettere la pezza su un'indagine svolta male o per giustificare la sete di vendetta del padre di due ragazze? E l'allergia congenita di Brown alla disciplina e alle regole, così come i suoi eccessi, sono davvero messi all'angolo dalla stessa polizia per tutelare il suo buon nome, o tutto è nascosto dietro una questione prevalentemente politica?
Probabilmente la verità non sta da nessuna delle due parti, e i punti da collegare per avere il quadro completo sono da entrambe: in mezzo, però, c'è la vita di Dave, con le persone che ama e quelle che odia.
Primo fra tutti se stesso.
E quando ci si trova nel mezzo, non importa quanto si è duri, o tosti, o pronti a tutto.
Si prendono botte da entrambe le parti.


MrFord


"When I open my eyes
I was blind as can be
and to give a man luck
he must fall in the sea
and she wants you to steal and get caught
for she loves you for all that you are not
when you're falling down
falling down
when you're falling down
falling down falling down."
Tom Waits - "Falling down" -


sabato 26 novembre 2011

Oltre le regole - The messenger

Regia: Oren Moverman
Origine: Usa
Anno: 2009
Durata: 113'



La trama (con parole mie): Will Montgomery, sergente maggiore decorato dopo essere sopravvissuto ad una missione in Afghanistan salvando alcuni dei suoi compagni, viene rispedito negli Usa in convalescenza per essere assegnato, negli ultimi mesi del servizio, alla sezione che provvede - prima che stampa, tv e chiunque ne abbia la possibilità lo faccia prima dell'esercito - ad informare le famiglie dei caduti dando loro la notizia che non vorrebbero mai ricevere.
Suo partner sarà il capitano Tony Stone, veterano della prima Desert Storm, ex alcolista ed ormai abituato ad un lavoro che, certo, non è il più desiderato tra i soldati - e non solo -.
Will avrà modo, nei mesi che lo vedranno impegnato accanto all'insolito ufficiale, di riflettere sul suo futuro, sul passato e sul ricordo lasciato dalla sparatoria che l'ha reso un eroe agli occhi della patria, ma non ai suoi.




A volte ci sono pellicole che restano nel cassetto per anni, prima di essere scoperte.
E a volte finisce che le stesse, passando sullo schermo, si rivelano essere visioni assolutamente interessanti.
E' quello che è capitato con Oltre le regole, un fulmine a ciel sereno nonchè una delle riflessioni più lucide, sentite e potenti sulla guerra e soprattutto sulle sue conseguenze rispetto a chi l'ha vissuta sulla pelle che abbia visto negli ultimi anni: neppure The hurt locker - pur mostrando le palle come poche altre pellicole del genere nel passato recente della settima arte - è riuscito, a mio parere, a descrivere in modo così profondo senza di contro eccedere in facile retorica il segno della guerra sui soldati come l'opera di Oren Moverman, che azzecca uno script da leccarsi i baffi e lo affida a due protagonisti in stato di grazia - in particolare Woody Harrelson, ormai un vero e proprio eroe nei territori fordiani - in grado di dare volto e cuore ad un disagio profondo e radicato nell'anima non soltanto di chi al fronte lotta per la vita, ma anche e soprattutto di tutti quelli che, a casa, vivono ogni giorno in attesa sperando di non ricevere la visita di uomini come Stone.
La triste galleria delle reazioni delle famiglie alla notizia della morte dei loro cari resta una parte decisamente coinvolgente della pellicola, e dai pianti disperati alla rabbia - ottimo il cammeo di Steve Buscemi -, dall'equilibrio allo sgomento è difficile rimanere impassibili di fronte alle manifestazioni di un dolore che, per quanto messo in conto, non potrà mai essere vissuto senza conseguenze.
Ma è quando l'attenzione si sposta sui due protagonisti e sulle loro cicatrici interiori che il film compie la vera e propria svolta: i demoni che Stone tiene a bada con il suo gigionismo da cinico e Will con il silenzio e la musica a tutto volume a fare da colonna sonora ad una vita immaginata accanto a quella che era la donna che forse avrebbe dovuto sposare o alla vedova che sogna potrebbe diventare una compagna inattesa e da scoprire divengono lo specchio entro il quale confrontarsi con se stessi, i propri perchè ed il segno lasciato da una scelta che può essere profondamente personale ma che si lega indissolubilmente all'esterno - famiglia, società, amici, nazione - quasi annullando con il suo peso l'individualità di chi la compie, sia essa dettata dalla necessità che dal reale desiderio di essere al fronte a battersi per un ideale "o per un amore finito male".
La gestione, inoltre, del progredire del rapporto tra Will e Tony così come -  e soprattutto - tra Will e Olivia risulta a dir poco esemplare, asciutta e profondamente sincera, per nulla compiaciuta o orientata verso i più scontati dei confronti o - peggio - dei finali telefonati: l'approccio del regista, in questo senso, preserva lo spettatore dalla consueta sindrome antiammereganata che spesso e volentieri trova terreno fertile in questo tipo di Cinema, e permette all'opera di guadagnare ulteriormente spessore, diventando a tutti gli effetti una pellicola non tanto "di" guerra quanto "sulla" guerra, e ancor più sulle sue vittime, siano esse cadute o inevitabilmente, inesorabilmente destinate a sopravvivere.
Tuttavia Moverman non abbandona mai davvero la speranza - cosa che, al contrario, accade alla Bigelow in The hurt locker - e attraverso il racconto di Will rispetto al suo primo periodo dopo lo scontro che gli è costato il ritorno negli Usa e la fama di eroe esplode uno dei suoi colpi migliori, mostrando quanto la volontà di vivere - e non, ricordando Montale, il suo male - sia sempre presente, per Natura, nella nostra umana connotazione.
Con tutti i nostri limiti, le nostre ferite, e i nostri morti.
Perchè, e guai a dimenticarselo, piacevole o terribile, quella che viviamo da queste parti è sicuramente una guerra.

MrFord

"Hanno portato a casa
le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perchè sembrassero intere."
Fabrizio De Andrè - "La collina" -



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