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lunedì 9 novembre 2015

The Green Inferno

Regia: Eli Roth
Origine: Cile, USA
Anno: 2013
Durata: 100'






La trama (con parole mie): Justine è un'universitaria figlia di un funzionario delle Nazioni Unite in cerca di una propria strada e di ideali, quando nel campus viene a contatto con un gruppo di attivisti sempre pronti a lottare per perseguire una sorta di Giustizia oltre ogni sopruso, a prescindere dalle latitudini geografiche e dalle situazioni.
Quando, spinta da Alejandro, il leader del gruppo stesso, si aggrega ad una spedizione diretta nella parte di Amazzonia in territorio cileno in modo da fermare l'avanzare delle ruspe di una multinazionale decisa ad intervenire nei territori occupati da una tribù antichissima che raramente è venuta a contatto con la società per come la intendiamo, la ragazza pare aver trovato finalmente la sua dimensione: peccato che, dopo aver capito di essere stata sfruttata soltanto per gli agganci di suo padre nel corso dell'operazione, il piccolo aereo sul quale vola con i suoi ormai poco graditi compagni precipiti nel cuore della giungla, proprio nei pressi del villaggio dei nativi che i ragazzi si prefissavano di salvare.
Il loro rapporto con gli indigeni, però, si complicherà non poco: le uniformi che gli attivisti indossano, infatti, portano il logo della multinazionale, e la popolazione locale è dedita al cannibalismo.










Meglio tagliare subito la testa al toro.
O, per dirla meglio, all'attivista finto rivoluzionario che avrei preso a pugni in faccia fin dalle prime sequenze.
The Green Inferno mi è piaciuto parecchio. Mi ha intrattenuto e divertito. E senza dubbio l'ho trovato il migliore tra i film di Eli Roth che mi sia capitato di vedere.
Mi è piaciuto talmente tanto da farmi riflettere fino all'ultimo se non osare anche di più con il voto, quasi lanciando una sfida a tutte le critiche piovute su un film senza dubbio derivativo, imperfetto ed "ignorante" - nel senso di Cinema di genere al massimo livello -, eppure divertito, divertente, cattivo ed assolutamente godibile, lontano dagli eccessi di Cannibal Holocaust e ad un tempo perfettamente in grado di mostrare al pubblico - principalmente appassionato, immagino - come è possibile sfruttare l'eccesso senza per questo risultare distorti o in qualche modo psicopatici - quello che accade, al contrario, visionando titoli quali il già citato lavoro di Deodato, A serbian film o il secondo capitolo di The Human Centipede -.
Eli Roth, che è un vero buontempone nonchè un appassionato che deve essersi mangiato a colazione - sempre per rimanere in tema - tonnellate di horror, splatter e gore regala al suo pubblico una sorprendente chicca - sempre a modo suo, ovviamente - azzeccando tempi, cornice ed ingredienti: The Green Inferno, infatti, scorre molto velocemente anche nella sua prima parte - per chi fosse solo interessato al massacro, ricordate che nel corso dei quaranta minuti iniziali non vedrete scorrere neppure una goccia di sangue -, regala un gruppo di protagonisti che, per la maggior parte, non si vede l'ora di vedere massacrati come si conviene dagli indigeni cannibali - il leader degli attivisti, vero e proprio sacco di merda, è uno dei charachters più odiosi dell'anno -, un'ottima ed inquietante rappresentazione degli indigeni e si inserisce in una serie di locations mozzafiato, che sono riuscite a farmi tornare alla mente anche perle del Cinema "alto" come Fitzcarraldo o Aguirre furore di dio firmati da Herzog.
Certo, senza dubbio parliamo di un film assolutamente di genere, privo di qualsiasi pretesa, telefonato fin dal principio rispetto alla protagonista - una Lorenza Izzo che passerà alla Storia come l'attrice dagli occhi a pesce pronti per ogni occasione - ed a suo modo conciliante nel finale, eppure ho trovato assolutamente interessanti molte delle scelte del regista, supportato anche da ottimi effetti artigianali firmati dal veterano Nicotero: dalle chicche come l'attacco di diarrea di una delle compagne di viaggio di Jennifer nella gabbia in cui sono prigionieri nel villaggio degli indigeni alle rivelazioni di Alejandro a proposito del vero scopo della loro spedizione mascherata da pagliacciata finto idealista non mancano i momenti interessanti, così come la scelta conclusiva di lasciare che la tribù cannibale rimanga una sorta di mito non confermato, quasi fosse un tributo da pagare da parte di chiunque intenda non solo profanare un territorio incontaminato, ma anche abusare della propria condizione di "colonizzatore".
Senza, dunque, lasciare lo spettatore con il dubbio che si tratti di un deviato dalle fantasie malate, Eli Roth confeziona un solido gore vintage eppure attuale - la prima parte, di preparazione, ricorda molto gli horror a sfondo teen -, ironico e piacevole perfino nei momenti più citazionisti - l'incubo finale in pieno stile Misery - o rispetto all'idea di un decisamente poco probabile sequel: a dispetto, dunque, di qualsiasi radical o detrattore dallo stomaco troppo debole, devo dire che, per una volta, mi sono sentito in sintonia con il lato "Cannibale" del Cinema.




MrFord




"Let them taste the wrath as the agony consumes them
swallowed by the darkest light a blackened state of dismay
survival is the only thing left for them
this grievous revelation is a new beginning
led to the solution against their will."
Cannibal Corpse - "Make them suffer" -





sabato 24 ottobre 2015

Left behind

Regia: Vic Armstrong
Origine: USA, Canada
Anno:
2015
Durata: 110'







La trama (con parole mie): Ray Steele, pilota di linea con una famiglia in crisi a causa dei tormenti religiosi della moglie, una figlia fuggita dalla stessa all'università ed un'amante hostess che non conosce nulla della sua vita, si ritrova in volo il giorno del suo compleanno, concentrato su un concerto degli U2 da godersi a Londra insieme alla sua nuova fiamma piuttosto che una giornata sul divano in salotto con i problemi di casa pronti a tornare a galla con il ritorno della figlia.
Peccato che Chloe, quest'ultima, lo incroci casualmente all'aeroporto, e che d'improvviso i bambini ed alcune persone scelte apparentemente con casualità in tutto il mondo scompaiano di colpo, generando caos e panico e rendendo il volo condotto da Ray più difficoltoso del previsto.
Una volta deciso di fare rotta verso il punto di partenza del viaggio, l'uomo intuirà il mistero che si cela dietro le improvvise sparizioni, e dovrà affrontare il più freddamente possibile l'emergenza nella speranza di ritrovare, una volta atterrato, qualcuno dei suoi cari.










Penso sia ormai noto a tutti gli appassionati - e non - di Cinema che Nicholas Cage - ed inevitabilmente, il suo indomabile parrucchino - sia uno dei signori quasi incontrastati del trash sopra le righe, una garanzia quando si tratta di cercare rifugio in pellicole spesso e volentieri massacrate dalla critica che, per motivi oscuri, finiscono sempre e comunque per divertire e farsi voler bene in qualche modo distorto.
E' stato il caso, almeno per me, anche di questo bistrattatissimo da tutti Left behind, porcatona da fantascienza - rispetto alle dimensioni della stessa porcatona, non al genere, si intenda - che, con tutti i suoi limiti, la recitazione imbarazzante del suo protagonista, gli effetti clamorosamente kitsch, l'evoluzione a tematica religiosa da far venire la pelle d'oca, è riuscito a divertirmi sguaiatamente come se non ci fosse un domani nel corso di una sessione intensiva di gioco pomeridiano con il Fordino, e si è rivelato uno degli intrattenimenti ignorantissimi più spassoso - anche se involontariamente - di questa stagione, in barba a tanti altri prodotti studiati a tavolino e curati decisamente più di questo sotto tutti gli aspetti.
In un certo senso, il lavoro di Vic Armstrong è riuscito a riportare alla mente del sottoscritto i fasti del primo Sharknado, seppur con una confezione meno "b-movie" rispetto al supercult firmato da Anthony C. Ferrante: vedere il Ray di Nicholas Cage dibattersi tra la guida del suo aereo, ipotesi bibliche legate all'accaduto che si trova ad affrontare la popolazione mondiale, passeggeri nel panico e guai in famiglia è stato davvero uno spasso, e l'ora e tre quarti complessiva è davvero volata via anche nei momenti in cui, di fatto, non succede nulla se non rappresentazioni da focolare in crisi come in tutta la prima parte.
Altrettanto divertente, poi, la disparata umanità presente sull'aereo che il prode Cage con il suo copilota appoggiato sulla testa conducono prima verso Londra e poi di nuovo indietro alla volta della Grande Mela: dal nano acido scommettitore incallito alla moglie psicopatica del giocatore di football, passando per la tossica "illuminata" alla vecchia che perde colpi, per finire con l'immancabile passeggero arabo sospettato di terrorismo ed il giornalista d'assalto pronto a colpi di manie di protagonismo ed un quasi serrato stalking rispetto alla figlia del comandante dell'aereo a lottare per diventare il genero del buon Cage ancor più che per salvarsi la pelle: un campionario, dunque, di grottesco che raramente mi è capitato di vedere riunito se non ai tempi più gloriosi del lavoro domenicale in negozio.
E suonerà pure come se mi fossi bevuto il cervello, soprattutto agli occhi dei radical come Cannibal Kid - tanto per citarne uno -, eppure il mio cuore - e soprattutto la pancia - da pane e salame mi fa pensare che sia infinitamente più godurioso sghignazzare di fronte ad un Left behind che non sfracellarsi i cosiddetti al cospetto di qualche pippone pseudo autoriale con pretese decisamente più alte rispetto all'effettiva possibilità di segnare lo spettatore.
Quantomeno, robaccia come questa non corre il rischio di deludere.
Al massimo, vi farà sentire un pò meglio come esseri umani e pensanti dotati di almeno un minimo di bagaglio culturale.
E forse, ma dico forse, anche invidiare la clamorosa capacità di convogliare un'anima puramente trash e sprizzarla da ogni poro come il mitico ed inarrivabile Nicholas Cage.




MrFord




"(I ignore you)
As I close my eyes, I feel it all slipping away
(I come toward you)
We all got left behind, we let it all slip away
I can't stand to see your thalidomide robot face
I don't even try it!
You had to be a liar
Just to infiltrate me, I'm still drowning."
Slipknot - "Left behind" - 





martedì 29 gennaio 2013

Flight

Regia: Robert Zemeckis
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 138'




La trama (con parole mie): Whip Whitaker è un pilota di linea esperto e di talento con un matrimonio fallito alle spalle, un figlio con il quale non parla ed un problema legato all'alcool. 
Dopo una nottata di baldoria con una delle sue hostess a suon di bevute e cocaina prende il comando di un aereo che da Orlando è diretto ad Atlanta: dopo aver superato indenne una pesante turbolenza, Whip riesce per miracolo ed abilità ad operare un atterraggio di emergenza causato da un malfunzionamento meccanico riuscendo a portare in salvo novantasei dei centodue passeggeri.
Per i media è un eroe, ma le indagini indicano che il suo sangue presenta valori fuori norma, trasformandolo nel capro espiatorio più facile rispetto all'inchiesta che segue il disastro, legata ai risarcimenti alle vittime.
Whip sarà costretto dunque ad affrontare i suoi demoni ed il suo passato per poter fare finalmente i conti con la vita ed i sensi di colpa che lo tormentano.





Ricordo quando, qualche anno fa - e non voglio sottolineare esattamente quanti - mi massacrai di visioni e lessi il romanzo - esattamente in quest'ordine - di Alta fedeltà, commedia romantica alternativa tutta giocata sull'amore del protagonista - e dell'autore - per la musica: proprio per bocca degli stessi si aveva l'occasione di scoprire che, nel pianificare una compilation - termine ormai quasi obsoleto e sostituito dal più freddo playlist - occorreva sparare cartucce di un certo carico in apertura ed in chiusura, lasciando i pezzi meno incisivi per la parte centrale.
Senza dubbio Nick Hornby, John Cusack e Robert Zemeckis hanno in parte ragione, eppure ho sempre considerato un azzardo notevole quello di giocarsi le migliori risorse in apertura, rischiando di rimanere senza fiato proprio sul più bello, proprio come un pugile che parte forte sperando di mettere l'avversario al tappeto entro un paio di round e poi si ritrova a metà incontro con le gambe che cedono: Flight è proprio così.
Nonostante, infatti, una sequenza iniziale da cardiopalma girata e giostrata alla grandissima - dall'apertura al momento dell'impatto dell'aereo si vive praticamente con il fiato della pellicola sul collo - ed un Denzellone nostro in forma smagliante - il suo balbettio e la resa splendida dei fantasmi della dipendenza sono da manuale -, il lavoro di Zemeckis manca senza dubbio della scintilla in grado di trasformare un'opera caruccia e guardabile in qualcosa di destinato davvero a restare nella memoria dello spettatore per qualcosa di diverso dalla perizia tecnica e dal sensazionalismo di una morale piuttosto spiccata.
Certo, da bevitore di un certo livello potrò suonare campanilista e di parte nel criticare la storia di un protagonista senza dubbio nel torto rispetto alla condotta ma in grado di salvare come nessun altro le vite di novantasei passeggeri presentata come se fosse un esempio da mostrare nei circoli degli alcolisti anonimi e alla giuria dell'Academy o dei Festival più importanti giusto per darsi un tono da moralizzatori finti alternativi, eppure ho trovato impossibile non riconoscere l'evidente calo che lo script firmato da John Gatins - sceneggiatore specializzato in film formativi di ambito sportivo come Coach Carter e Real steel - manifesta dalla prima alla seconda parte del film, e che l'interpretazione indubbiamente maiuscola di Washington - come già giustamente sottolineato - non può sperare, da sola, di riuscire a compensare.
Eppure le premesse per fare bene c'erano tutte, dal senso di disagio alla posizione dell'outsider, dal rapporto tra il ruolo di eroe - è indubbio che Whitaker sia il responsabile della salvezza dei novantasei superstiti dell'incidente - e quello di colpevole per la Legge - è altrettanto ovvio che il Capitano fosse completamente preda di alcool e droga prima, durante e dopo il volo -, dal confronto tra il protagonista e suo figlio ad una struttura da legal thriller mascherato da riscatto sociale, senza contare una possibile storia d'amore finita male in grado di rompere le consuetudini zuccherose del genere romantico e non solo.
Ma l'impressione è che Zemeckis ed il suo staff non abbiano voluto affondare troppo sull'acceleratore per evitare di inimicarsi l'Academy così come i responsabili dei vari Festival nonchè del pubblico abituato ai blockbuster di grana grossa, finendo in questo modo di fatto per remare contro l'effettiva portata di un film che avrebbe senza dubbio potuto ambire a molto più di quanto non arrivi a portarsi a casa alla fine, troppo preso a non concedere troppo alla realtà di una vita che bastona senza ritegno e dalla volontà di fornire un lieto fine anche quando il lieto fine stesso risulta stonato e poco utile.
Peccato, perchè vedere un regista - seppur artigiano - di grande capacità come Zemeckis svilirsi più di quanto non abbia già fatto per cercare di portarsi a casa un qualche riconoscimento è davvero desolante, almeno quanto il finale moralizzatore che, più che commuovere o far riflettere, finisce per risultare didascalico e da piedistallo.
E qui da queste parti, è sempre meglio un talentuoso errore da sbronza che non un pentito dietrofront da Libro Cuore.


MrFord


"Picket lines and picket signs
don't punish me with brutality
talk to me, so you can see
oh, what's going on
what's going on
ya, what's going on
ah, what's going on."
Marvin Gaye - "What's going on" -


 

venerdì 21 settembre 2012

Fearless - Senza paura

Regia: Peter Weir
Origine: Australia/USA
Anno: 1993
Durata: 122'




La trama (con parole mie): Max Klein, architetto di San Francisco, sopravvive per miracolo ad un disastro aereo nel quale perde la vita il suo socio e migliore amico, passando per eroe dopo aver portato in salvo alcuni tra i sopravvissuti ed attraversando un periodo legato alla sensazione di invulnerabilità data dall'aver portato a casa la pelle dopo un simile evento.
Monitorato dallo psicologo Perlman, inviato dalla compagnia aerea per controllare la sua salute mentale, l'uomo pare incapace di tornare all'esistenza che aveva tranquillamente vissuto fino al fatidico giorno dell'incidente, e finisce per allontanarsi dalla moglie e dalla famiglia per legare sempre più con Carla, una donna che nello schianto ha perduto il figlio: tra i due si stabilirà un legame che condurrà entrambi ad un nuovo confronto con la vita.





A volte, ma solo a volte, capita anche che grazie ad alcuni passaggi in tv - ovviamente non sui canali principali, intasati normalmente di porcate inenarrabili - si vengano a scoprire piccoli gioiellini nascosti che erano sfuggiti alla visione: è il caso di questo Fearless, uno dei pochissimi lavori di Peter Weir che ancora mancavano all'appello in casa Ford e certamente non uno dei suoi titoli più noti, scovato da Julez - poi pentitasi di avermi suggerito di recuperarlo - grazie al fascino di una delle prime sequenze, dedicata ad una parte dell'incidente aereo che da origine alla vicenda.
Weir, da sempre affascinato dalla Natura e dall'idea di smarrimento dell'Uomo - il giovane Neil Perry nel supercult L'attimo fuggente, o le ragazze di Picnic ad Hanging Rock -, si dedica con la consueta passione alla sceneggiatura firmata dallo stesso autore del romanzo cui è ispirata, Rafael Yglesias, una vera e propria indagine sulla solitudine che attanaglia i sopravvissuti ad eventi straordinari e catastrofici.
Appoggiandosi quasi completamente sulle spalle di un ottimo Jeff Bridges, la vicenda si sviluppa a partire da una sorta di delirio di onnipotenza divenuto una vera e propria difesa da un mondo che non riesce più a capire del protagonista Max Klein, architetto di successo che pare trovare nell'incidente aereo una sorta di nuova visione della vita e della quotidianità: a farne le spese è principalmente il rapporto con la famiglia, in particolare con la moglie - una come sempre poco sopportabile Isabella Rossellini -, quasi l'incapacità di comunicare le sensazioni legate alla sua nuova condizione di sopravvissuto "immune alla morte" si trasformi di fatto in un muro invalicabile in grado di mettere a rischio anche sentimenti da sempre rispettati.
Lo svilupparsi, parallelamente, del rapporto con Carla - distrutta dal senso di colpa per la morte del figlio della quale si crede responsabile e per il fatto di essergli sopravvissuta - permette a Max di sviluppare un ulteriore allontanamento dalla realtà che fino al giorno prima dell'incidente aveva vissuto ed amato, una realtà che non ha più significato, dalla quale l'uomo riesce a proteggersi quasi avesse sviluppato un'effettiva invulnerabilità - ottimo l'utilizzo dell'allergia alle fragole come espediente narrativo -: peccato che, nella parte centrale della pellicola - la stessa che ha originato il pentimento di Julez, da sempre avversa a tutti quei film nel corso dei quali "non succede niente" -, il rapporto tra Max e Carla rallenti, di fatto, l'interessante questione posta dallo scrittore e dal regista legata al trauma dei sopravvissuti rischiando di spingere l'intero lavoro sui binari del dramma romantico nella tradizione di quel periodo - la pellicola che mi è tornata più alla mente è stata il buon Paura d'amare -, genere che non mi pare sia congeniale alla mano di Weir, sicuramente troppo visionario per una comune storia d'amore.
Fortunatamente, proprio nel punto in cui tutto pareva risolversi in un complicato triangolo tra Max, sua moglie e Carla, Weir preme sull'acceleratore - in tutti i sensi - e regala un'escalation conclusiva da urlo, con due pezzi di grandissimo Cinema - la dimostrazione in auto di Max a Carla e le immagini dell'incidente aereo, da far invidia anche al miglior Lost o a Cast away - ed emozioni a profusione, veicolate da un Bridges in grandissimo spolvero e dalla sensazione che l'amore per la vita e la voglia di godersela tutta, e fino in fondo, non sia questione di sopravvivenza o rischi, quanto di presenza.
Venti minuti che sono veri e propri lampi di un regista sempre in grado di emozionare, capace di arrivare al cuore dello spettatore portando con la genuinità del Capitano Keating riflessioni profonde e toccanti: un climax che va ben oltre il valore complessivo dell'opera - solo discreta, e certo non all'altezza delle migliori del regista australiano - e riesce a chiudere in bellezza permettendo allo spettatore - soprattutto se appassionato - di ringraziare che esista il Cinema.
E registi in grado di amarlo così tanto.
Senza limiti e senza paura.



MrFord



"I'm learning to fly, but I ain't got wings
coming down is the hardest thing
well some say life will beat you down
break your heart, steal your crown
so I've started out for God knows where."
Tom Petty - "Learning to fly" -


domenica 27 novembre 2011

Alive - Sopravvissuti

Regia: Frank Marshall
Origine: Usa
Anno: 1993
Durata: 120'



La trama (con parole mie): siamo all'inizio degli anni settanta, ed una squadra di rugby proveniente dall'Uruguay viaggia verso il vicino Cile per un impegno sportivo su un aereo noleggiato per l'occasione in compagnia di amici e parenti.
A causa di un errore di valutazione del pilota, il velivolo precipita nel cuore delle Ande: sopravvivono allo schianto più di venti tra i passeggeri, che dovranno fronteggiare il clima, la malnutrizione e le ripercussioni delle ferite riportate nella speranza che qualcuno possa giungere a salvarli.
Quando diverrà certezza il timore che i soccorsi non giungeranno, due dei giocatori della squadra, i giovani Roberto Canessa e Nando Parrado, nutrendosi con la carne dei morti nello schianto, attraverseranno le montagne per cercare aiuto e salvare i compagni sopravvissuti.



Esistono alcune pellicole cui si finisce per restare clamorosamente legati nonostante non appartengano certo a quelle che faranno la Storia del Cinema: Alive, nello specifico, è uno dei pochi ricordi ancora intatti che ho del periodo passato tra la fine delle scuole medie e l'inizio del liceo.
Sono ancora vive nella mia memoria, infatti, la classica uscita mista in cui si sperava, alla fine, di limonare duro con qualche vicina di banco che non si sarebbe mai ammesso rientrasse nei nostri gusti, il mio compagno di classe Mirko, che già allora - sarà stato il suo metro e novanta, saranno state la giacca e la cravatta che portava sempre - fu scambiato per il padre accompagnatore, e gli echi di questa reale vicenda - narrata con una notevole fedeltà dal regista  - che portavo in me, memore dei racconti di mio padre e del romanzo scritto da uno dei sopravvissuti che ancora oggi trova spazio nella mia libreria.
Così, rivederlo con Julez che per la prima volta assisteva al racconto dei sopravvissuti di uno dei disastri aerei più noti della storia dell'aviazione civile è stato come sfruttare una macchina del tempo, con la certezza - sicuramente più confortante - che, in un modo o nell'altro, avrei limonato di sicuro senza troppi patemi d'animo prima, dopo o durante la visione.
Tornando al film, e messo in chiaro che si tratta di un'opera decisamente retorica e televisiva, occorre sottolineare ancora una volta la grande fedeltà che regista e sceneggiatori hanno mantenuto rispetto alla maggioranza degli eventi legati alle vicende dei sopravvissuti, dalla valanga che li sorprese, alle difficoltà per i feriti, fino al tabù che da titolo al romanzo e che costituisce uno dei cardini dell'intera vicenda nonchè uno dei principali motivi per i quali oggi è ancora possibile parlare di chi riuscì ad uscire vivo da quell'inferno di neve: la scelta di nutrirsi della carne dei morti, unico mezzo di sostentamento tra montagne in grado di mettere alla prova anche alpinisti esperti ed equipaggiati al massimo.
A questo proposito, è curioso notare quanto l'impronta data all'intera pellicola sia quella di un film incentrato sull'importanza della fede mentre, al contrario, credo che l'impresa di Canessa e Parrado sia figlia dell'incrollabile volontà di due uomini capaci di riuscire in una traversata che, nelle condizioni in cui erano - vestiti di fortuna, un sacco a pelo ricavato dalle imbottiture dei sedili dell'aereo, scorte di carne tagliata dalle vittime dello schianto - è razionalmente associabile alla fantascienza pura.
In questo senso la visione - tutto tranne che memorabile - può risultare comunque interessante e stimolare riflessioni rispetto ad una situazione estrema come quella che vissero i sopravvissuti all'incidente: personalmente, mi trovo completamente in linea con la condotta di Nando Parrado, che attesa la morte della madre e della sorella è il primo a farsi promotore dell'idea di nutrirsi della carne delle vittime in modo da avere l'energia necessaria per partire e cercare aiuto.
In fondo, la volontà di vivere - e sopravvivere - andrebbe ben oltre una semplice convinzione sociale o religiosa: in fondo, non basterebbe - e non è bastato - sedersi a pregare per attraversare le Ande.
Non c'è dio che tenga.
Sono stati due uomini, a farlo.
Con mezzi di fortuna, pochissimo cibo, il rischio di morte ad incombere sulle loro teste e due palle grosse come una casa.


MrFord



"I will survive
oh as long as i know how to love
I know I'll stay alive
I've got all my life to live
I've got all my love to give."
Gloria Gaynor - "I will survive" -

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