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lunedì 18 maggio 2015

Master and commander - Sfida ai confini del mare

Regia: Peter Weir
Origine: USA
Anno:
2003
Durata: 138'





La trama (con parole mie): nel pieno delle Guerre Napoleoniche, il Capitano Jack Aubrey, comandante della Surprise, solca i mari del Sud con la missione di intercettare il vascello francese Acheron, responsabile di numerosi attacchi alla marina anglosassone.
Sorpreso ed inizialmente messo alle corde dal rivale alla guida della stessa Acheron, Aubrey, contravvenendo agli ordini che prevedevano il pattugliamento da parte della sua nave delle sole coste del Brasile, si lancia all'inseguimento del nemico circumnavigando il continente sudamericano, finendo per mescolare gli ordini dall'alto al desiderio di vendetta, spesso e volentieri usando come contrappeso al suo carattere il medico di bordo, amico fraterno e naturalista Stephen Maturin.
L'inseguimento e la lotta tra la Acheron e la Surprise diventeranno dunque la cornice della componente umana e della geografia sociale della nave di Jack "Il fortunato".








Ho sempre pensato che uno dei modi migliori per scoprire se il rapporto con una persona è destinato a durare - e parlo di amicizia, così come di storie sentimentali - sia quello di condividere con la stessa un'avventura, un momento destinato a diventare solo di chi lo vive, un viaggio.
Difficilmente, infatti, se le cose non funzioneranno nel corso dello stesso, ci saranno possibilità che si vada oltre la superficiale frequentazione occasionale: Peter Weir questo deve saperlo bene, non solo perchè nell'affrontare le sue pellicole ho la piacevole sensazione di trovarmi a casa in qualunque parte del mondo - e della Storia - il regista australiano mi conduca, ma soprattutto a causa della capacità dello stesso di mostrare quello che è il cuore del concetto stesso di viaggio, l'esperienza.
Buona o cattiva che sia, favorevole oppure no, un'esperienza resterà sempre impressa nei ricordi, nel cuore e sulla pelle.
In questo periodo in cui il gusto per l'epopea "marina" è tornato a farsi prepotentemente sentire nel sottoscritto, grazie a Black Sails, L'isola del tesoro e La vera storia di Long John Silver, non potevo non approfittare per tornare a rispolverare una pellicola che era riuscita a sorprendermi - ed alla grande - ai tempi della sua uscita, finendo per ribaltare il pronostico della vigilia della visione che attendeva al varco il classico polpettone hollywoodiano presentando un'opera dalle spalle larghe, girata alla grande e con partecipazione, pronta a solleticare l'epica del Cinema d'avventura ma anche mostrare la contrapposizione tra passione e ragione, forza ed acume, il roboante romanticismo di Aubrey e l'approccio tanto assertivo quanto curioso di Maturin, le due anime non solo della Surprise, ma della pellicola stessa.
Traendo ispirazione da un romanzo, Weir porta in scena la vita e la geografia sociale di un grande veliero, città galleggiante all'interno della quale, a prescindere dai ruoli e dai gradi, esistono in  egual misura paria e predestinati al successo, uomini in grado di vivere ogni istante come fosse l'ultimo ed altri per nulla in grado di accettare che prima o poi lo spettacolo giungerà alla fine: celandosi, dunque, apparentemente dietro il confronto a distanza tra la Achelon e la Surprise ed il loro inseguimento, il regista de L'attimo fuggente analizza le dinamiche di ciurma dai momenti più rilassati e divertenti - i siparietti musicali e di confronto tra i già citati Aubrey e Maturin, le cene degli ufficiali - a quelli più drammatici - la perdita dei compagni per mare o in battaglia, la sensazione di essere ad un tempo esploratori pronti ad aggredire la Natura così come vittime della sua irresistibile ed indomabile forza, il drammatico destino del Jona, vessato dalle dicerie dell'equipaggio, o dei giovani allievi ufficiali poco più che bambini pronti a dare tutto, da parti di loro stessi alla vita, in nome di uno spirito che, forse, ormai non viene più neppure riconosciuto - prendendosi il tempo per poter delineare anche attraverso pochi dettagli ogni singolo marinaio, soldato o cuoco di bordo.
Un titolo dal sapore di grande Classico, che esalta lo spirito dei viaggiatori e degli esploratori - splendide le sequenze alle Galapagos legate alla scoperta di specie e latitudini ai tempi pressochè sconosciute - ma non dimentica l'importanza della passione e della disciplina - verso se stessi e chi sta sotto e sopra di noi -, elogia la follia dell'istintività ed allo stesso tempo le spalle larghe e la presenza della ragione, si lancia nel cuore di tempeste dai marosi che paiono muri d'acqua pronti ad inghiottire ed affronta a viso aperto la maledizione di una bonaccia forzata.
Uno spirito indomito, dunque, per un film che è una pacchia per i viaggiatori mai sazi per Natura come il sottoscritto: e se "per esigenze della Marina" la rotta dovrà essere cambiata, e cambiata ancora, poco importa.
A quelli come noi basteranno la passione, un pò di follia, compagni fidati ed alcool per brindare alle imprese compiute, o a chi ci siamo lasciati indietro, guardando sempre avanti.




MrFord




"La nave che sbatte è il cicchetto che fuma 
quando vanesio s'incipria di schiuma
per lui è soltanto un balocco
la burrasca che gonfia nel fiocco."
Vinicio Capossela - "L'oceano Oilalà" -






venerdì 21 settembre 2012

Fearless - Senza paura

Regia: Peter Weir
Origine: Australia/USA
Anno: 1993
Durata: 122'




La trama (con parole mie): Max Klein, architetto di San Francisco, sopravvive per miracolo ad un disastro aereo nel quale perde la vita il suo socio e migliore amico, passando per eroe dopo aver portato in salvo alcuni tra i sopravvissuti ed attraversando un periodo legato alla sensazione di invulnerabilità data dall'aver portato a casa la pelle dopo un simile evento.
Monitorato dallo psicologo Perlman, inviato dalla compagnia aerea per controllare la sua salute mentale, l'uomo pare incapace di tornare all'esistenza che aveva tranquillamente vissuto fino al fatidico giorno dell'incidente, e finisce per allontanarsi dalla moglie e dalla famiglia per legare sempre più con Carla, una donna che nello schianto ha perduto il figlio: tra i due si stabilirà un legame che condurrà entrambi ad un nuovo confronto con la vita.





A volte, ma solo a volte, capita anche che grazie ad alcuni passaggi in tv - ovviamente non sui canali principali, intasati normalmente di porcate inenarrabili - si vengano a scoprire piccoli gioiellini nascosti che erano sfuggiti alla visione: è il caso di questo Fearless, uno dei pochissimi lavori di Peter Weir che ancora mancavano all'appello in casa Ford e certamente non uno dei suoi titoli più noti, scovato da Julez - poi pentitasi di avermi suggerito di recuperarlo - grazie al fascino di una delle prime sequenze, dedicata ad una parte dell'incidente aereo che da origine alla vicenda.
Weir, da sempre affascinato dalla Natura e dall'idea di smarrimento dell'Uomo - il giovane Neil Perry nel supercult L'attimo fuggente, o le ragazze di Picnic ad Hanging Rock -, si dedica con la consueta passione alla sceneggiatura firmata dallo stesso autore del romanzo cui è ispirata, Rafael Yglesias, una vera e propria indagine sulla solitudine che attanaglia i sopravvissuti ad eventi straordinari e catastrofici.
Appoggiandosi quasi completamente sulle spalle di un ottimo Jeff Bridges, la vicenda si sviluppa a partire da una sorta di delirio di onnipotenza divenuto una vera e propria difesa da un mondo che non riesce più a capire del protagonista Max Klein, architetto di successo che pare trovare nell'incidente aereo una sorta di nuova visione della vita e della quotidianità: a farne le spese è principalmente il rapporto con la famiglia, in particolare con la moglie - una come sempre poco sopportabile Isabella Rossellini -, quasi l'incapacità di comunicare le sensazioni legate alla sua nuova condizione di sopravvissuto "immune alla morte" si trasformi di fatto in un muro invalicabile in grado di mettere a rischio anche sentimenti da sempre rispettati.
Lo svilupparsi, parallelamente, del rapporto con Carla - distrutta dal senso di colpa per la morte del figlio della quale si crede responsabile e per il fatto di essergli sopravvissuta - permette a Max di sviluppare un ulteriore allontanamento dalla realtà che fino al giorno prima dell'incidente aveva vissuto ed amato, una realtà che non ha più significato, dalla quale l'uomo riesce a proteggersi quasi avesse sviluppato un'effettiva invulnerabilità - ottimo l'utilizzo dell'allergia alle fragole come espediente narrativo -: peccato che, nella parte centrale della pellicola - la stessa che ha originato il pentimento di Julez, da sempre avversa a tutti quei film nel corso dei quali "non succede niente" -, il rapporto tra Max e Carla rallenti, di fatto, l'interessante questione posta dallo scrittore e dal regista legata al trauma dei sopravvissuti rischiando di spingere l'intero lavoro sui binari del dramma romantico nella tradizione di quel periodo - la pellicola che mi è tornata più alla mente è stata il buon Paura d'amare -, genere che non mi pare sia congeniale alla mano di Weir, sicuramente troppo visionario per una comune storia d'amore.
Fortunatamente, proprio nel punto in cui tutto pareva risolversi in un complicato triangolo tra Max, sua moglie e Carla, Weir preme sull'acceleratore - in tutti i sensi - e regala un'escalation conclusiva da urlo, con due pezzi di grandissimo Cinema - la dimostrazione in auto di Max a Carla e le immagini dell'incidente aereo, da far invidia anche al miglior Lost o a Cast away - ed emozioni a profusione, veicolate da un Bridges in grandissimo spolvero e dalla sensazione che l'amore per la vita e la voglia di godersela tutta, e fino in fondo, non sia questione di sopravvivenza o rischi, quanto di presenza.
Venti minuti che sono veri e propri lampi di un regista sempre in grado di emozionare, capace di arrivare al cuore dello spettatore portando con la genuinità del Capitano Keating riflessioni profonde e toccanti: un climax che va ben oltre il valore complessivo dell'opera - solo discreta, e certo non all'altezza delle migliori del regista australiano - e riesce a chiudere in bellezza permettendo allo spettatore - soprattutto se appassionato - di ringraziare che esista il Cinema.
E registi in grado di amarlo così tanto.
Senza limiti e senza paura.



MrFord



"I'm learning to fly, but I ain't got wings
coming down is the hardest thing
well some say life will beat you down
break your heart, steal your crown
so I've started out for God knows where."
Tom Petty - "Learning to fly" -


martedì 24 luglio 2012

The way back

Regia: Peter Weir
Origine: Australia
Anno: 2010
Durata: 133'




La trama (con parole mie): siamo nel pieno del secondo conflitto mondiale, e Janusz, che vive nella Polonia spezzata in due da tedeschi e russi, è deportato in un gulag siberiano dopo essere stato accusato di spionaggio. Innocente e convinto a ricongiungersi alla moglie, il giovane decide, con l'aiuto di alcuni detenuti, di fuggire e raggiungere a piedi l'India.
Il viaggio, che prevede una camminata di oltre seimila chilometri attraverso Siberia, Mongolia, Cina e Tibet, sarà una prova di coraggio e resistenza in grado di avvicinare i destini ed i caratteri di uomini completamente diversi l'uno dall'altro e provenienti da diverse realtà e parti del mondo: una vera e propria lotta per la libertà che vedrà il gruppo confrontarsi con la Natura nella speranza di morire - e soprattutto vivere - da uomini liberi.




Dalle parti di casa Ford, il buon vecchio Peter Weir è sempre stato benvoluto: dai cult di formazione come L'attimo fuggente a vere e proprie pietre miliari come Picnic ad Hanging Rock o Gli anni spezzati, senza dimenticare produzioni decisamente più importanti come Master and commander o The Truman Show, non ricordo un solo titolo firmato dal suddetto che mi abbia deluso.
Il gusto del regista australiano, spesso e volentieri legato al confronto tra Uomo e Natura, ha sempre stuzzicato la parte più "wild" del sottoscritto, ed in questo senso The way back rispecchia appieno le aspettative e la tradizione della sua poetica: pur essendo lontano dall'ispirazione dei lavori migliori e presentandosi, di fatto, "soltanto" come un solido film d'avventura, questa sua ultima fatica resta comunque una delle visioni più interessanti di una poco accattivante - fino ad ora - estate, complici uno spirito neanche fossimo nel pieno di un'epopea di Herzog ed un cast in grande spolvero, dal convincente Jim Sturgess alla sempre più lanciata Saoirse Ronan, passando attraverso conferme come Ed Harris e Colin Farrell.
In particolare, ammetto di essermi fin da subito affezionato al personaggio interpretato da quest'ultimo, il criminale russo Valka, tatuatissimo e selvatico, nonchè legato ai codici degli Urka siberiani, elementi cardine del mondo delle Famiglie e delle stelle tipici dell'area malavitosa dell'ex Unione Sovietica: il suo progressivo integrarsi con il gruppo di fuggitivi - dalla minaccia alla protezione, fino al perfetto commiato - è l'esempio dell'ottima gestione che nello script si è tenuta rispetto ai personaggi, molto diversi tra loro eppure ugualmente importanti nell'economia del viaggio, ed approfonditi in modo che tutti possano trovare uno spazio adeguato - una sorta di approccio "lostiano", per usare un termine più vicino ai giorni nostri che non ai tempi della Seconda Guerra Mondiale -.
In realtà - e nonostante la parte del leone la faccia senza dubbio alcuno il confronto tra l'impresa di questo sparuto gruppo di prigionieri affamati e la Natura in tutte le sue incarnazioni, dal gelo siberiano al deserto mongolo - uno dei temi più interessanti toccati da Weir è quello della lotta per la libertà, diritto sacrosanto di ogni essere umano che anche qui al Saloon non ci si stancherà mai di difendere e proteggere: il punto di vista del regista, lontano dagli standard cui siamo abituati rispetto al periodo e concentrato sulla denuncia degli orrori commessi da Stalin - già fotografati nella meraviglia di Wajda, Katyn -, è lampante, e trova una traduzione perfetta nella ferma decisione del protagonista Janusz di non abbandonare mai il suo obiettivo, anche quando fermarsi potrebbe apparire la decisione più sensata e saggia - il passaggio in Tibet, poco prima di raggiungere l'India -.
Ritagliandosi, poi, momenti più leggeri che aiutano lo spettatore a respirare nelle due ore piene della pellicola - il ruolo di Irena nello scoprire le vite dei suoi compagni di viaggio, la discussione sulla quantità di sale da usare in cucina -, Weir pare tracciare un parallelo tra la lotta dell'Uomo contro l'Uomo per la libertà e quella dell'Uomo contro la Natura per la sopravvivenza: e se quest'ultima appare spietata e terribile, anche nei momenti davvero critici non si ha mai la percezione della stessa, angosciosa agonia che la Storia ci ha più e più volte insegnato ad imporre ai nostri simili, a diverse latitudini ed in opposti contesti politici e sociali.
Gulag sovietici o campi di concentramento nazisti, steppe siberiane o città latino americane, l'Uomo ha vergato tra le pagine dei suoi libri, nei secoli, le trame di vicende abominevoli che imprese come quella di Janusz e compagni - ispirata a fatti reali - ci aiutano a guardare senza dimenticare la speranza: la speranza di non mollare, di muovere un passo dopo l'altro verso quella che dovrebbe essere la condizione fondamentale di ogni esistenza, vivere la propria vita senza doversi guardare continuamente le spalle, e costruire - o cercare di farlo - i propri sogni senza qualcuno che venga a raccontarci che così non può essere, perchè lo ha deciso lui.
Vivere la propria vita da uomini liberi.
Fosse anche per morire nel tentativo di respirare quell'aria così diversa che tutti i giorni ci riempie i polmoni ma che, spesso, non sappiamo valorizzare come dovremmo.
L'aria che si può gustare lontani dalle prigioni.


MrFord


"I want to break free
I want to break free
I want to break free from your lies
you're so self-satisfied I don't need you
I got to break free
God knows, God knows I want to break free."
Queen - "I want to break free" -


mercoledì 4 luglio 2012

Last friday night - The amazing 4th of July edition

La trama (con parole mie): sfruttando l'onda lunga dell'uscita in sala di The amazing Spider Man, primo grande kolossal dell'estate, la consueta rubrica dedicata alle uscite settimanali che riesce nell'impresa di far coesistere i due antagonisti per eccellenza della blogosfera come le anime di Real Madrid - il giovane Cannibale - e Barcellona - il vecchio Ford - nella Spagna del triplete anticipa la sua presenza di un paio di giorni, sfoderando i consigli per le visioni di questo weekend e le consuete scaramucce dei suoi autori.
In attesa di una nuova Blog War e di tornate di proposte più interessanti, cavalchiamo coraggiosamente i cavalloni di quest'oceano non sempre limpido che è la distribuzione italiana neanche fossimo gli ex-presidenti, almeno fino a quando il mio antagonista non finirà casualmente sul fondo trascinato da fantastiche ciabattine di cemento. Ahahahahahahah!


"Che disdetta! Anticipando l'uscita al mercoledì speravo di evitarmi quei due cialtroni di Ford e Cannibale, e invece mi hanno beccato lo stesso!"
The Amazing Spider-Man di Marc Webb

Il consiglio di Cannibal: di certo è meglio di Ford-Man, ma sarà meglio anche dell’Amazing Cannibal-Man? 
Mi dichiaro ufficialmente stufo di varie cose: delle canzoni estive latino-americane, di Mr. Ford (fin troppo scontato), del tiki-taka della puerca Espana che se la canta e se la suona più dei due acerrimi rivali della blogosfera, e dei film di supereroi. 
Questo reboot di Spider-Man mi sembra poi arrivare a troppa poca distanza dai due ottimi film di Sam Raimi (sul terzo, meglio calare un velo pietoso). 
D’altro canto, però, la coppia Andrew Garfield ed Emma Stone promette molto bene e sarà interessante vedere cosa combinerà Marc Webb dopo aver debuttato con la perla indie (500) giorni insieme ora alle prese con una mega produzione. A me comunque i film sui supereroi hanno stufato. Mi sono persino stufato di dirlo!

Il consiglio di Ford: andate a togliere le ragnatele di dosso al Cannibale sempre chiuso nella sua cameretta da Cucciolo eroico. 

Onestamente non nutrivo - e non nutro - particolari speranze rispetto ad un reboot che pare completamente irrispettoso della storia fumettistica del buon, vecchio Spidey e che arriva - come dice perfino il mio odioso rivale - a distanza fin troppo ravvicinata rispetto alla trilogia di Raimi - ottimi i primi due film, orripilante il terzo, e anche qui ci troviamo clamorosamente d'accordo -. Eppure il trailer non mi è sembrato affatto male, il cast mi pare azzeccato e Webb ha dalla sua il buon trascorso di (500) giorni insieme, dunque chissà che non ne esca qualcosa di decente. Se, in ogni caso, dovesse andare male, tenete presente che si tratta, di fatto, solo di un aperitivo in attesa del piatto forte: il Batman di Nolan.
 

"Non ti preoccupare, Spidey! Ti difendo io da quei due bruti di Ford e Cannibal!"
Quell’idiota di nostro fratello di Jesse Peretz

 
Il consiglio di quell’idiota del vostro Cannibal: guardabile, ma non vi cambierà la vita.
Commedia dal sapore più country che indie con un buon cast che ho già visto, con discreto piacere, e ho già abbastanza dimenticato, con discreto dispiacere. La vicenda di questo tizio un po’ tonto (non mi sto riferendo a Ford) e del rapporto con le sue sorelle strappa qualche sorriso, ma non vere risate, e alla fine è un filmetto modesto che non lascia grossi segni. Per un’ora e mezzo di disimpegno estivo ci può anche stare: sempre meglio di un’ora e mezzo su WhiteRussian a leggere le elucubrazioni mentali del mio yo, fratello degenere Ford (no, per fortuna non è mio fratello e no, nonostante la ghiotta occasione, non gli ho nemmeno dato dell’idiota: troppo facile). 
 Recensione prossimamente.

Il consiglio di quell'idiota del vostro Ford: è estate, siate country e provateci. 

Non l'ho ancora visto, ma devo dire che in questa stagione così calda la spinta al relax e ai film da zero neuroni è più forte del solito, dunque un titolo come questo potrebbe quantomeno farmi passare una bella serata tranquillo e divertito lontano dalle solite sparate assurde del mio ben poco illustre collega di rubrica. Che, tanto per specificarlo, idiota non è affatto, visto che per gli appuntamenti fissi come le Blog War o le uscite settimanali continua ad affiancarsi al sottoscritto.
 
"Ma chi sono quei due sul palco, i soliti idioti!?" "Peggio, sono Ford e Cannibal!"


The Way Back di Peter Weir

 Il consiglio di Cannibal: a good way.
Già visto pure questo, d’altra parte è un film che in Italia esce con il solito ritardino di un paio d’anni. 
Sulla lunga e onorevole carriera di Peter Weir vi annoierà abbondantemente Mr. Ford, io mi limito a dire che è il regista de L’attimo fuggente e The Truman Show, e che qui non è ai suoi vertici ma comunque è alle prese con un film storico piuttosto interessante. The Way Back racconta una bella storia, il cast è di ottimo livello (ci sono la mia preferita Saoirse Ronan e un Colin Farrell parecchio bravo), come difetto c’è giusto che è un po’ lungo e noiosetto e per l’estate non è magari la migliore delle visioni. 
Prossimamente la mia recensione (che avevo già scritto tempo fa e mai pubblicato, in attesa dell’uscita nelle sale italiane finalmente giunta). 
Quando ho detto che è un po’ noiosetto, tranquilli comunque che parlo di livelli di noia accettabili e non fordiani uahahah.

Il consiglio di Ford: the way to send Cannibal back to sender. 

Peter Weir è un regista che ho sempre apprezzato, dai suoi esordi in terra d'Australia degli ottimi Picnic ad Hanging Rock e Gli anni spezzati alle grosse produzioni come The Truman Show e Master & Commander: non ho ancora visto questo The way back, ma devo ammettere che, considerati cast ed ambientazione, promette molto bene, e mi fa sperare di trovarmi di fronte ad un bel filmone d'avventura di quelli come si facevano una volta. Lo vedrò al più presto in modo che la mia recensione possa fare fronte a quella del Cannibale, e nel frattempo escogiterò un qualche stratagemma affinchè lo stesso venga spedito in Siberia.

"Se ti becco ancora una volta a leggere WhiteRussian o Pensieri Cannibali, ti faccio passare un brutto quarto d'ora."
Womb di Benedek Fliegauf

Il consiglio di Cannibal: a meno che non siate fan degli incesti, tenetevi pure alla larga.
L’insopportabile Cannibal fa triplete come l’insopportabile Spagna perché ha visto pure questo e vi dice: evitatelo tranquillamente. 
Sarà che è un film lento, uggioso, più adatto all’autunno che a questa carontica estata, ma la sua visione mi ha annoiato parecchio. Eva Green è brava, seppure meno nuda del solito, ed è l’unico motivo per vedere questo Womb. Per il resto, nonostante una bella idea che lo rende una pellicola quasi fantascientifica, è poca cosa e nel finale scade quasi nel ridicolo…Un po’ come quando capitate dalle parti di WhiteRussian del Fordando Torres e, anche quando l’inizio di un post sembra promettente, finisce inevitabilmente nell’involontariamente comico. Starò dicendo sul serio o vorrò solo essere volontariamente comico?

Il consiglio di Ford: tira più un pelo della Green che un carro di Womb.

Nonostante la presenza di una delle attrici di maggiore "presenza" del panorama internazionale, questo film non mi attrae per nulla, se non per il fatto che il mio acerrimo nemico Cannibalotelli pare averlo trovato molto noioso, cosa che, di norma, rende un film decisamente interessante. Ma il sapore autunnale e la prigrizia da goduria estiva potrebbero avere la meglio sulla voglia di sbeffeggiare ancora una volta le sue posizioni in ambito cinematografico, e far finire questo Womb nel dimenticatoio, dove pare stia proprio bene.

"E' inutile insistere, Cucciolo Eroico: ho giurato di rimanere illibata per Ford."
Cena tra amici di Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte

 

Il consiglio di Cannibal: sempre meglio di una (John) Cena tra nemici con Ford.

Come la Spagna (ribadisco odiosa) lo fa nel calcio, la Francia al cinema continua (e per quanto mi riguarda in maniera tutt’altro che odiosa) a dare soddisfazioni nell’ambito del cinema e pure della commedia, dove vi segnalo il piacevole L’amore dura tre anni, uscito la scorsa settimana. Questa Cena tra amici mi ispira assai meno, però non mi sento di escluderla nemmeno del tutto. Dopo l’esperienza negativa con lo Chef Ford della scorsa settimana, la mia presenza a una cena con qualcosa cucinata dalle sue manine invece la escludo del tutto!

Il consiglio di Ford: io mi farei una pizza davanti alla tv, godendomi un incontro tra Cena e Cannibal. 

Non faccio neppure in tempo a dimenticare il dimenticabile Chef che subito i cugini d'oltralpe tornano alla carica cercando di procurarmi una fastidiosa indigestione della loro settima arte: inutile dire che questo piatto tutt'altro che succulento verrà passato abilmente al Cannibale, che abituato ai suoi fegati umani con Chianti non dovrebbe avere troppi problemi a digerire questa robaccia.

"Hey Cannibale, il tavolo è pronto: manchi solo tu!"



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