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venerdì 8 gennaio 2016

The hallow

Regia: Corin Hardy
Origine: Irlanda, UK, USA
Anno: 2015
Durata:
97'







La trama (con parole mie): Adam e Claire Hitchens, con il loro piccolo Finn, sono freschi di trasferimento in una zona rurale dell'Irlanda da Londra, inviati dalla compagnia per la quale lavora Adam, che ha l'incarico di monitorare lo stato della foresta presente nei pressi della loro nuova casa in vista di un investimento che è stato fatto rispetto alla vendita ed al riutilizzo e disboscamento dell'area da parte di compratori stranieri.
La presenza dell'uomo non è vista di buon occhio dagli abitanti della zona, legati alla loro terra ed alle tradizioni e superstizioni che li vedono decisamente timorosi rispetto al cuore del bosco, che considerano abitato da creature che, se risvegliate ed affrontate faccia a faccia, non risultano certo benevole.
Quando, involontariamente, Adam stuzzica con la sua indagine - ed il bambino al seguito - le stesse creature, ha inizio una vera e propria battaglia per la salvezza della famiglia che l'uomo dovrà combattere con tutte le forze, senza risparmiarsi nulla e mettendo sul piatto tutto quello che ha.










Mi piace pensare che, forse, in qualche strano modo, le bottigliate che l'horror si è preso sul grugno nel passato recente qui al Saloon come in tutti i luoghi più consoni al genere che si possano trovare nella blogosfera in qualche modo siano servite: nell'ultimo periodo, infatti, sono diversi i titoli "di paura" passati da queste parti che hanno colpito in positivo il sottoscritto, cominciando di nuovo a solleticare una certa idea di come questo tipo di Cinema andrebbe fatto, prodotto, coltivato, coccolato, così come il suo pubblico.
Ultimo "figlio" di questa sorta di new wave è The hallow, prodotto più che discreto giunto da uno dei miei luoghi favoriti sulla Terra, l'Irlanda, costruito con lo stesso piglio artigianale e vivido dei primi prodotti firmati da Neil Marshall - soprattutto Dog soldiers -, forse non originalissimo nello svolgimento ma per nulla banale nelle riflessioni solleticate nell'audience - il rapporto tra la coppia dei protagonisti ed il figlioletto, le differenti reazioni rispetto alla natura della minaccia contro la quale si ritrovano a fare i conti, la sensibilità di Adam di riconoscere il suo bambino anche infettato dalle spore della foresta rispetto a Claire, incapace di cogliere le stesse sensazioni con Finn in braccio -, raccontato sfruttando alla grande una cornice bucolica di grande impatto, le tradizioni celtiche - che, di norma, gli amanti del genere ben conoscono -, temi universali - la Famiglia -, il conflitto Uomo/Natura ed una serie di effetti particolarmente efficaci per quanto lontani anni luce dalle mode del digitale attuali - la sequenza con la mano della creatura che esce dalla botola pronta ad afferrare Claire è da brividi, pur senza spaventi annessi -.
The hallow, però, a prescindere dalle creature sue protatoniste e dal crescendo che vede la famiglia Hitchens braccata dalle stesse - e che regala grandi passaggi cinematografici, si veda la falce infuocata manovrata da un Adam già mutato per illuminare il bosco e combattere i figli dello stesso - resta principalmente un buon prodotto d'atmosfera, che recupera il gusto di produzioni d'annata - penso a cose come Gli invasati, anche se, a livello pratico e di messa in scena, c'entra molto relativamente - ed indovina contesto e setting, dimostrando che, a volte, non occorre liberare chissà quali arzigogoli pseudo intellettuali per essere convincenti, o sfruttare mezzi pirotecnici quando bastano un paio di effetti sonori ed una squadra di pupazzi inquietanti il giusto per arrivare al cuore.
Se, a tutto questo, si aggiunge poi una psicologia legata agli abitanti del bosco abbozzata ma toccante - e pronta a farmeli associare agli spiriti della casa infestata di We're still here di qualche mese fa -, il gioco è fatto: il changeling, gli esseri che paiono spiritelli e fate distorti da un'oscurità che non possono contrastare e che alberga nel liquame che, di fatto, li infetta, il cambiamento che tocca lo stesso Adam, sono tutti ingredienti molto di pancia - anche in termini di impatto visivo - eppure quasi romantici, proprio come lo erano, pur nel loro essere sopra le righe e a volte addirittura guasconi, gli horror che hanno fatto la Storia del genere a partire dalla fine degli anni settanta.
La speranza, dunque, è che, fosse anche solo grazie a produzioni sotterranee e mal distribuite come questa, l'horror torni a pulsare come sapeva fare trent'anni or sono, e faccia di nuovo battere il cuore dei suoi fan così come ha fatto, senza dubbio a sorpresa, in questi ultimi mesi: personalmente, io sarò presente, e pronto ad addentrarmi nel più profondo e buio dei boschi infestati da creature della notte, se questo mi permetterà di tornare a vivere il genere con gli stessi brividi che provavo da bambino.





MrFord




"Somebody please tell me that I'm dreaming
it's not easy to stop from screaming
but words escape me when I try to speak
tears they flow but why am I crying?
After all I am not afraid of dying
don't I believe that there never is an end?"
Iron Maiden - "Hallowed be thy name" - 





lunedì 17 agosto 2015

Il diamante bianco

Regia: Werner Herzog
Origine: Germania, Giappone, UK
Anno:
2004
Durata:
88'





La trama (con parole mie): Werner Herzog segue nella foresta pluviale della Guyana, nei pressi delle cascate mozzafiato di Kaieteur il dottor Graham Dorrington, ingegnere appassionato di volo che sognava di essere un astronauta da tempo legato ad imprese compiute con dirigibili da lui stesso progettati e realizzati.
Legata a doppio filo alla tragica fine dell'amico documentarista dello stesso Dorrington Dieter Plage, scomparso una decina d'anni prima, ed all'idea di dare una maggiore manovrabilità al dirigibile, da sempre considerato un mezzo "statico", l'impresa del "Diamante bianco" è quella di sorvolare la foresta, con le sue leggende, i misteri e la popolazione, pronta ad ispirare ed attrarre con le proprie storie la troupe di Herzog.










Una delle cose che mi ha sempre conquistato del Cinema di Herzog, che si parli di fiction o documentari, è la capacità del regista tedesco di raccontare con un piglio unico la sfida dell'Uomo all'ignoto, alla Natura.
Il superamento del limite come filosofia di vita, più che come concetto.
L'idea che, probabilmente, stava dietro alle imprese dei grandi esploratori dei secoli scorsi, o di viaggi indimenticabili di tempi più recenti come quello del Kon-Tiki, ben raccontato pochi anni fa da un'altra pellicola legata a doppio filo a questo tipo di scelte, sfide, bisogni.
Da Aguirre a Fitzcarraldo, pare che Herzog abbia deciso di trasformare il suo Cinema in una sorta di inno alla follia ed all'istinto tutto umano di muovere un passo oltre, scoprire tutto quello che, all'apparenza, l'occhio non vede, o non riesce a vedere, che si parli di Natura, Tempo, Spazio, fisicità o spirito.
Il diamante bianco, appartenente alla "trilogia" del ritorno al documentario del Maestro tedesco - insieme a L'ignoto spazio profondo e Grizzly Man, che conto di proporre qui al Saloon il più presto possibile -, riprende appieno questi concetti: l'impresa di Graham Dorrington, fin da bambino spinto verso l'oltre dal desiderio di diventare astronauta - che, come testimoniano il suo corpo ed il racconto legato alla costruzione del razzo artigianale, non è sempre stato facile -, è paragonabile a quelle dei grandi (anti)eroi herzoghiani, e la potenza delle immagini che raccontano la sfida del Diamante bianco alla foresta pluviale della Guyana ed alle cascate di Kaieteur rendono al meglio questo stesso concetto.
Come sempre, poi, l'autore si prende il tempo necessario - nonostante il minutaggio assolutamente abbordabile anche da parte dei meno avvezzi al genere - per scoprire il mondo attorno all'impresa stessa, dalla bellezza mozzafiato del paesaggio al crudele e magnifico distacco delle creature figlie dei luoghi "invasi" dall'Uomo, concedendosi ben più di una parentesi anche rispetto alle storie dei lavoratori locali assunti per l'assistenza tecnica - dal ballerino al saggio che conosce erbe mediche e sogna di volare con la mongolfiera fino a ritrovare i suoi parenti perduti a Malaga, in Spagna -.
Lo stesso tempo che permette a Dorrington di ripercorrere, con le lacrime agli occhi, gli istanti più drammatici dell'incidente occorso all'amico Dieter Plage, regista che l'aveva seguito da vicino, proprio nel corso di un volo, e la cronaca della morte dello stesso, o al pubblico di immaginare cosa potrebbe mai celarsi dietro il muro d'acqua dalle correnti impetuose di Kaieteur, ove milioni di rondoni volano per nidificare, prosperare, scoprire, vivere prima di riprendere il loro viaggio, e le migrazioni.
La poesia delle immagini degli uccelli che scendono in picchiata oltre la cascata è da brividi, tra le più potenti cui abbia assistito in un documentario, e non solo, così come assolutamente condivisibile è la scelta di Herzog e della sua troupe di non divulgare il girato del medico ed esperto di arrampicata sceso lungo i margini delle cascate stesse, alla ricerca di uno scorcio del mondo oltre.
Ma nessun post, interpretazione o visione trasmessa attraverso gli occhi di qualcun'altro potrebbe rendere giustizia al senso de Il diamante bianco, dalla semplicità in grado di trasformarsi in epica alla tecnica che diventa di colpo potenza tutta istintiva: in fondo, nel cuore di ognuno di noi alberga la curiosità di spingersi oltre, di scoprire la brace che ci arde dentro, la stessa in grado di renderci folli, appassionati, vivi.
La stessa che ha guidato, nonostante gli insuccessi e la fatica, ogni grande esploratore al culmine della propria ricerca.
La stessa che mosse Dieter Plage fino all'ultimo istante di vita.
E Dorrington ed il suo Diamante bianco.
E Marc Anthony Yhap, con i suoi sogni di ricerca della madre in Spagna.
E Herzog con ogni suo folle protagonista.
E noi. 
Tutti quanti.
Anche chi resta fermo tutta la vita in attesa dello stimolo giusto per poter andare oltre.




MrFord




"And just like a burning radio
I'm on to you (you’re spell I’m under)
in the silver shadows I will radiate
and flow you
what you see and what it seems
are nothing more than dreams within a dream
like a pure white diamond
I’ll shine on and on and on and on and on."
Kylie Minogue - "White diamond" - 





domenica 6 ottobre 2013

Europa Report

Regia: Sebastiàn Cordero
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
90'
 



La trama (con parole mie): un gruppo di astronauti, scelti e selezionati per una missione unica ed ambiziosa - investigare a proposito della natura di Europa, satellite di Giove che si sospetta possa ospitare acqua ed un ecosistema di batteri che dimostrerebbe l'esistenza di vita nell'universo -, partono alla volta della loro destinazione consci di dover affrontare mesi nello spazio mai attraversato da alcun essere umano.
Perso il contatto con il campo base, l'equipaggio di Europa One - questo il nome della nave - si ritroverà ad affrontare la parte cruciale della missione senza il supporto della Terra, nonchè i drammatici sviluppi che i rilevamenti sul suolo - e soprattutto sotto il suolo - di Europa porteranno per tutti loro.
I ricercatori responsabili della missione stessa, dal nostro pianeta, scopriranno soltanto una volta ripristinato il collegamento e grazie alle riprese delle videocamere della navetta cosa è accaduto ai protagonisti dell'impresa.




Probabilmente, da quando l'Uomo ha iniziato a sviluppare una coscienza sociale, e probabilmente anche prima, l'esigenza dello stesso di confrontarsi con l'ignoto e la tentazione di fissare sempre nuovi confini è divenuta parte integrante della Natura di questa controversa forma di vita di cui tutti noi facciamo parte.
Le grandi scoperte - che si parli di scienza, medicina, esplorazione o quant'altro - sono passate, passano e passeranno tutte attraverso quella sottilissima linea che separa follia da coraggio, curiosità ed ossessione, ego e generosità: per il Cinema, una materia come questa, animata da folli sogni e grandi imprese, è sempre stata un bacino cui attingere per poter realizzare pellicole in grado di emozionare e coinvolgere il pubblico, stuzzicando il senso di meraviglia dello stesso in modo da rendere possibile, fosse anche su uno schermo, per un paio d'ore e forse meno l'immedesimazione dell'uomo comune con quegli uomini comuni che furono protagonisti di imprese straordinarie.
Nel caso di Europa Report non parliamo di resoconti o ricostruzioni di fatti realmente accaduti, eppure lo spirito che pare aver animato Sebastiàn Cordero pare essere proprio questo: a partire da uno straordinario utilizzo della tecnica del found footage - di gran lunga il migliore passato qui al Saloon nel passato recente -, degli effetti - rustici e dosati benissimo -, dall'influenza dei Classici del genere - su tutti Alien e 2001: odissea nello spazio - e dalla suggestione sottilmente imposta allo spettatore fin dal principio a proposito del destino che attende l'equipaggio dell'Europa One, tutto contribuisce a rendere questo lavoro non soltanto la migliore proposta sci-fi dell'anno - pronta a fare polpette di tutti gli Elysium figli delle grandi case distributrici -, ma, in una certa misura, addirittura degli ultimi cinque.
Dall'umanità - espressa attraverso pregi e difetti - mai portata sopra le righe dei protagonisti alla straordinaria suggestione che Giove ed Europa riescono ad esercitare sullo spettatore, quella che, di fatto, sarebbe la cronaca di un'eventuale nuova frontiera scientifica e non solo diviene una cavalcata emotiva straordinaria, dal primo incidente occorso a James Corrigan alla meraviglia provata da Katya, prima fra tutti a poggiare il piede sul suolo di Europa, combattendo la tentazione di togliersi il guanto della tuta per sentire il ghiaccio di quella luna così lontana, con il gigantesco Giove all'orizzonte, direttamente sulla pelle, fino alla strepitosa sequenza che chiude il diario video dell'Europa One e lo stesso film, una lezione perfetta su come andrebbe sfruttato il potere dell'attesa e della meraviglia in un pubblico.
Siamo di fronte ad un gioiellino assoluto e nascosto, dunque, quasi ignorato dalla grande distribuzione internazionale e totalmente dimenticato da quella nostrana, ma che meriterebbe una visione a prescindere dalla confidenza dello spettatore con i mezzi del mockumentary - anche se non è propriamente definibile in questo modo - o il fascino della fantascienza: Europa Report, infatti, è un coraggiosissimo titolo che parla del desiderio umano di varcare inevitabilmente uno o più confini, e confrontarsi a qualsiasi costo - per quanto drammatica questa scelta sia - con la tentazione mitica di "rubare il fuoco agli dei".
Di fronte ad una scoperta senza precedenti, non si pensa più ad una singola vita: più o meno in questi termini si sviluppa la riflessione che, uno ad uno, mette a nudo i protagonisti della pellicola, ed in qualche modo l'audience stessa.
Fino a che punto saremmo disposti ad arrivare, per arrivare dove nessuno prima di noi era mai giunto?
Saremmo davvero disposti a rinunciare a muovere un passo oltre per rimanere nell'oscurità?
O, come falene, siamo predisposti per tuffarci inevitabilmente verso quella luce all'orizzonte?
Nessuno può, probabilmente, scrivere un'ultima parola rispetto a questo argomento, soprattutto considerato quanto possiamo perdere, dall'altra parte.
Terra contro spazio profondo. Conosciuto contro ignoto.
Nessuno sa.
Eppure, dentro, finiamo per saperlo tutti.


MrFord


"La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi
non viene dalle stelle...
Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena
potete stare a galla."
Subsonica - "Up patriots to arms" -


mercoledì 13 marzo 2013

2001: odissea nello spazio

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA, UK
Anno:
1968
Durata: 141'




La trama (con parole mie): dall'alba dell'Uomo al futuro dell'Infinito, dalle scimmie alla scoperta delle loro prime armi d'osso alle astronavi che danzano nello spazio siderale, seguiamo le vicende di chi incrocia la strada di un misterioso monolito che pare risalere a quattro milioni di anni prima della civiltà.
Heywood Floyd, studioso inviato sulla Luna per studiare un esemplare dello stesso gemello rispetto a quello che illuminò i primi Uomini, coglie un segnale che indirizza verso Giove: diciotto mesi dopo un'astronave guidata dai due piloti Frank Poole e Dave Bowman e dal calcolatore senziente HAL 9000 fa rotta verso il gigante gassoso.
Quando il computer di bordo inizierà a dare segni di squilibrio, per gli occupanti della nave la sopravvivenza diventerà una priorità, almeno fino al raggiungimento della loro meta.
A quel punto ci si muoverà andando oltre. E oltre. E oltre.





La Storia della settima arte dovrebbe considerare il 1968 come una sorta di vero e proprio anno zero, qualcosa come Avanti 2001 e Dopo 2001.
Dalle origini del Cinema, i Lumiere e Melies, Murnau e Chaplin, Welles e Lang, hanno posto basi simili alle meraviglie dell'antichità come le Piramidi d'Egitto, illuminando di stupore il pubblico e rendendo possibile il successo di un mezzo che è ad oggi tra i più potenti che la comunicazione umana conosca, realizzando Capolavori a volte considerati addirittura superiori all'Opus Magna di Kubrick.
Ma nessuno di loro, e nessuno dopo, ha mai osato portare sullo schermo qualcosa di grande quanto 2001: odissea nello spazio.
Qualsiasi recensione, voto, opinione, analisi tecnica risulterà sempre riduttiva rispetto a quello che, a mio parere, è e resta il film più importante del Cinema.
Dai primi, incredibili, venti minuti dedicati all'alba dell'Uomo che già basterebbero a portarlo nell'Olimpo della settima arte si vola dritti negli spazi siderali ricreati come una danza di effetti e modellini, musica per gli occhi come solo l'inarrivabile Stanley riusciva a comporre - e come faranno, alle soglie del nuovo millennio, ispirandosi proprio al suo approccio, due grandissimi di questo tipo di poetica visiva, Tarantino e Wong Kar Wai -, prima di partire alla volta di Giove osservando la tecnica stupefacente - come muoveva la macchina quest'uomo nessuno la muoverà mai, non me ne vogliano tutti gli altri - mescolarsi alla tensione crescente del confronto tra HAL e i due piloti della nave, culminata con sequenze da apnea nel vuoto siderale in grado di ispirare generazioni intere di Capolavori della fantascienza - Solaris, Alien, Blade runner, Moon tra gli altri - stendendo il tappeto per quello che, a conti fatti, è il trionfo assoluto ed incontrastato del regista newyorkese: il viaggio che conduce Dave Bowman attraverso l'Infinito, il Tempo e lo Spazio, e che esplode in una vera e propria sinfonia di suoni, immagini, colori, visioni che hanno più di qualsiasi altra influenzato l'intera carriera di cineasti fenomenali giunti dopo questo punto zero del Cinema, da Tarkovskij a Sokurov, da Malick ad Aronofsky.
L'Uomo di Kubrick, imperfetto ed in grado di valicare i confini ultimi proprio grazie alla sua stessa imperfezione - incredibile il confronto tra Bowman e HAL, dalla partita a scacchi ai blocchi di memoria smontati uno per uno - porta l'Universo dentro di sè, lascia che lo stesso lo attraversi, ci si specchia cercando la strada che percorrerà dalla nascita, alla maturità, alla morte, prima di rinascere ancora una volta.
L'Uomo di Kubrick è violento e viscerale come le scimmie con il loro primo sangue, sofisticato e politicizzato come Floyd, pronto a nascondere l'esistenza del monolito ai colleghi russi - si sentono ancora gli strascichi del Dottor Stranamore -, capace di gettarsi oltre le macchine, le intelligenze artificiali, i perfetti sistemi senzienti e lo spazio per affrontare il confine più terribile e sconvolgente di tutti: quello che porta dentro se stessi, proprio come Dave.
L'Uomo di Kubrick, per parafrasare un piccolo gioiellino di questo 2013 cinematografico, è infinito.
Ed è infinito 2001: odissea nello spazio, il film che più osa della Storia del Cinema.
Nessuno prima e nessuno poi sarebbe riuscito allo stesso modo a raccogliere la sfida di racchiudere la Storia dell'Uomo entro i confini di una pellicola: Stanley Kubrick riesce nell'impresa eliminando gli stessi, valicandoli attraverso il suo cristallino talento visivo unito ad un coraggio che normalmente non si assocerebbe ad un cineasta giudicato freddo ed ossessivo come lui.
Con tutto il cuore di cui dispone, l'incredibile Stan si tuffa oltre l'ostacolo, e dalle scimmie armate di ossa conduce dritti ad un disegno interstellare che pare una geometria divina, pur se orchestrata da qualcuno che divino decisamente non è e non fu: come dire che dall'arrivo del treno e dal viaggio sulla Luna si è passati attraverso una Rosebud del futuro che ha preso forma nel nuovo volto del Cinema.
Con 2001 è morta la settima arte, per risorgere in due ore e venti minuti.
Neppure qualcuno decisamente più potente, noto e celebrato del Maestro dei Maestri era riuscito in un miracolo di questa portata.
Lunga vita a Stanley Kubrick.
Lunga vita a 2001.
Se esiste o mai esisterà IL film, signore e signori, è tutto qui.
Ed è solo l'inizio.


MrFord


"Everything, everything, everything, everything..
In its right place
in its right place
in its right place
right place."
Radiohead - "Everything is in the right place" -


domenica 16 settembre 2012

Cave of forgotten dreams

Regia: Werner Herzog
Origine: Germania
Anno: 2010
Durata:
90'
 



La trama (con parole mie): nel 1994, nel cuore della valle dell'Ardeche, in Francia, venne scoperta per caso da tre esploratori una caverna destinata a cambiare la storia dell'archeologia e dell'arte rupestre. 
La Grotta di Chaveau, dal nome di uno dei tre scopritori, infatti, a seguito di una frana che la richiuse rendendone impossibile la scoperta circa millenni or sono, conserva ancora in condizioni perfette scheletri di animali e segni di pitture risalenti addirittura a trentacinquemila anni fa, i più antichi mai scoperti al mondo.
Ottenuto un permesso speciale dal Governo francese, Werner Herzog ed una troupe limitatissima per numero e mezzi si inoltrano nelle sue profondità per scoprire la meraviglia di una Terra ormai scomparsa, tracciando un ideale parallelo misto di Fede e Scienza in grado di superare il Tempo e lo Spazio.





Da anni ormai, uno dei grandi del Cinema del Vecchio Continente, quel Werner Herzog responsabile di Capolavori quali Aguirre furore di dio, Fitzcarraldo o L'enigma di Kaspar Hauser, ha deciso di concedere molto del suo tempo e del suo talento al documentario, regalando di conseguenza al pubblico vere e proprie magie quali Grizzly man, Il diamante bianco e L'ignoto spazio profondo, degni eredi della grande tradizione che lo stesso Herzog creò con Apocalisse nel deserto e Kinsky: il mio nemico più caro.
Nonostante queste meraviglie, nell'ultimo paio d'anni - complice una distribuzione come sempre avversa - avevo perso la strada del cineasta di Monaco e delle sue opere, lasciando passare quasi come se non fosse esistito un gioiellino come questo Cave of forgotten dreams, una perla in grado di incollare allo schermo dall'inizio alla fine, finendo per far esplodere nel cuore dell'audience domande da più che massimi sistemi.
Girato con mezzi pressochè di fortuna, una troupe ridotta ed un approccio quasi amatoriale, questo documentario rende possibile anche all'occhio del radical chic pù sfrenato la grandezza del Cinema di Herzog, come sempre intento ad indagare il rapporto tra Uomo e Natura, Fede e Scienza: le interviste agli studiosi quotidianamente al lavoro nella grotta, i dettagli del loro lavoro ed il rapporto tra le considerazioni tecniche e le sensazioni - interessante il caso del giovane archeologo che, dopo un primo periodo di permanenza nella grotta e strani sogni, sceglie di studiare e mappare l'area solo dall'esterno -, gli interrogativi che sorgono nel momento in cui ci si trova di fronte al silenzio di una "bolla" rimasta sigillata per ventimila anni, di fronte a disegni tracciati da un uomo con un dito più piccolo e arcuato decisamente alto per l'epoca - circa uno e ottanta, assicurano gli studi - autore della maggior parte delle pitture all'interno della Chaveau, quasi avesse firmato i suoi lavori, sono tutte testimonianze di una ricerca che va oltre il Cinema e le sue forme, e riducendo praticamente all'osso lo stile e tutto quello che ne consegue traccia una via in grado di offrire ad un tempo meraviglia e commozione, terrore ed un brivido di fronte a quella che, di fatto, è la grandezza di questo tutto di cui facciamo parte.
Senza soffermarci troppo sulla storia della caverna e sui progetti che stanno fiorendo nell'area attorno alla scoperta - non ultimo quello di un parco tematico che permetterebbe grazie ad una replica perfetta anche ai turisti di osservare la conformazione della Chaveau, altresì interdetta all'accesso dei non addetti ai lavori in modo da preservarne le condizioni climatiche interne -, alle ricerche e al lavoro incredibile che questo team di studiosi - così come la troupe del regista - hanno svolto e svolgono in una situazione che richiede attenzione e cura particolari in condizioni assolutamente uniche, la cosa più straordinaria della visione nasce dal confronto con il volto dell'Uomo di allora, il pittore che, in un'epoca così straordinariamente lontana e per noi inimmaginabile, segnava con i palmi delle mani una caverna che sarebbe giunta intatta fino a noi, un'istantanea fuori dal tempo per noi "prigionieri del tempo", come afferma lo stesso Herzog.
E sfiorando vette di poesia da pelle d'oca - il concetto del doppelganger ed il pensiero sulle orme affiancate di quelli che dovevano essere un bambino ed un lupo, che forse entrò nella grotta accanto al piccolo, o chissà, per sbranarlo, o ancora, a distanza di millenni - ed altre di quasi comicità - la dimostrazione dell'utilizzo dei giavellotti che le tribù di umani sfruttavano per cacciare -, l'uomo dietro la macchina da presa prova ad immaginare un mondo che non è il nostro almeno quanto il nostro non sarà quello del futuro, in un'epoca così lontana che ora non ci parrebbe neppure possibile.
E con il post-scriptum conclusivo, con un occhio sullo sfruttamento delle centrali nucleari ed un altro sui cambiamenti climatici che coinvolgono molti ecosistemi sul pianeta, passiamo ad osservare da vicino grazie ad immagini incredibili due coccodrilli albini cresciuti in un ambiente tropicale nato proprio a seguito della costruzione di uno degli impianti più grandi di Francia a poca distanza dalla caverna di Chaveau, quasi fossero loro i prossimi abitanti di quella insolita capsula del tempo, come del nostro mondo.
O almeno, del mondo che crediamo possa essere nostro, ma che, di fatto, appartiene soltanto a qualcosa che tentiamo di rappresentare e che, chissà, forse qualcuno osserverà tra trentamila anni mutandolo attraverso il suo sguardo.


MrFord


"You can see it and you can almost hear it too,
you can almost taste it, it's nought to do with you
and there's still nothing that you could do.
So come in my cave
and I'll burn your heart away
come in my cave,
and I'll burn your heart away."
Muse - "Cave" -


 

martedì 24 luglio 2012

The way back

Regia: Peter Weir
Origine: Australia
Anno: 2010
Durata: 133'




La trama (con parole mie): siamo nel pieno del secondo conflitto mondiale, e Janusz, che vive nella Polonia spezzata in due da tedeschi e russi, è deportato in un gulag siberiano dopo essere stato accusato di spionaggio. Innocente e convinto a ricongiungersi alla moglie, il giovane decide, con l'aiuto di alcuni detenuti, di fuggire e raggiungere a piedi l'India.
Il viaggio, che prevede una camminata di oltre seimila chilometri attraverso Siberia, Mongolia, Cina e Tibet, sarà una prova di coraggio e resistenza in grado di avvicinare i destini ed i caratteri di uomini completamente diversi l'uno dall'altro e provenienti da diverse realtà e parti del mondo: una vera e propria lotta per la libertà che vedrà il gruppo confrontarsi con la Natura nella speranza di morire - e soprattutto vivere - da uomini liberi.




Dalle parti di casa Ford, il buon vecchio Peter Weir è sempre stato benvoluto: dai cult di formazione come L'attimo fuggente a vere e proprie pietre miliari come Picnic ad Hanging Rock o Gli anni spezzati, senza dimenticare produzioni decisamente più importanti come Master and commander o The Truman Show, non ricordo un solo titolo firmato dal suddetto che mi abbia deluso.
Il gusto del regista australiano, spesso e volentieri legato al confronto tra Uomo e Natura, ha sempre stuzzicato la parte più "wild" del sottoscritto, ed in questo senso The way back rispecchia appieno le aspettative e la tradizione della sua poetica: pur essendo lontano dall'ispirazione dei lavori migliori e presentandosi, di fatto, "soltanto" come un solido film d'avventura, questa sua ultima fatica resta comunque una delle visioni più interessanti di una poco accattivante - fino ad ora - estate, complici uno spirito neanche fossimo nel pieno di un'epopea di Herzog ed un cast in grande spolvero, dal convincente Jim Sturgess alla sempre più lanciata Saoirse Ronan, passando attraverso conferme come Ed Harris e Colin Farrell.
In particolare, ammetto di essermi fin da subito affezionato al personaggio interpretato da quest'ultimo, il criminale russo Valka, tatuatissimo e selvatico, nonchè legato ai codici degli Urka siberiani, elementi cardine del mondo delle Famiglie e delle stelle tipici dell'area malavitosa dell'ex Unione Sovietica: il suo progressivo integrarsi con il gruppo di fuggitivi - dalla minaccia alla protezione, fino al perfetto commiato - è l'esempio dell'ottima gestione che nello script si è tenuta rispetto ai personaggi, molto diversi tra loro eppure ugualmente importanti nell'economia del viaggio, ed approfonditi in modo che tutti possano trovare uno spazio adeguato - una sorta di approccio "lostiano", per usare un termine più vicino ai giorni nostri che non ai tempi della Seconda Guerra Mondiale -.
In realtà - e nonostante la parte del leone la faccia senza dubbio alcuno il confronto tra l'impresa di questo sparuto gruppo di prigionieri affamati e la Natura in tutte le sue incarnazioni, dal gelo siberiano al deserto mongolo - uno dei temi più interessanti toccati da Weir è quello della lotta per la libertà, diritto sacrosanto di ogni essere umano che anche qui al Saloon non ci si stancherà mai di difendere e proteggere: il punto di vista del regista, lontano dagli standard cui siamo abituati rispetto al periodo e concentrato sulla denuncia degli orrori commessi da Stalin - già fotografati nella meraviglia di Wajda, Katyn -, è lampante, e trova una traduzione perfetta nella ferma decisione del protagonista Janusz di non abbandonare mai il suo obiettivo, anche quando fermarsi potrebbe apparire la decisione più sensata e saggia - il passaggio in Tibet, poco prima di raggiungere l'India -.
Ritagliandosi, poi, momenti più leggeri che aiutano lo spettatore a respirare nelle due ore piene della pellicola - il ruolo di Irena nello scoprire le vite dei suoi compagni di viaggio, la discussione sulla quantità di sale da usare in cucina -, Weir pare tracciare un parallelo tra la lotta dell'Uomo contro l'Uomo per la libertà e quella dell'Uomo contro la Natura per la sopravvivenza: e se quest'ultima appare spietata e terribile, anche nei momenti davvero critici non si ha mai la percezione della stessa, angosciosa agonia che la Storia ci ha più e più volte insegnato ad imporre ai nostri simili, a diverse latitudini ed in opposti contesti politici e sociali.
Gulag sovietici o campi di concentramento nazisti, steppe siberiane o città latino americane, l'Uomo ha vergato tra le pagine dei suoi libri, nei secoli, le trame di vicende abominevoli che imprese come quella di Janusz e compagni - ispirata a fatti reali - ci aiutano a guardare senza dimenticare la speranza: la speranza di non mollare, di muovere un passo dopo l'altro verso quella che dovrebbe essere la condizione fondamentale di ogni esistenza, vivere la propria vita senza doversi guardare continuamente le spalle, e costruire - o cercare di farlo - i propri sogni senza qualcuno che venga a raccontarci che così non può essere, perchè lo ha deciso lui.
Vivere la propria vita da uomini liberi.
Fosse anche per morire nel tentativo di respirare quell'aria così diversa che tutti i giorni ci riempie i polmoni ma che, spesso, non sappiamo valorizzare come dovremmo.
L'aria che si può gustare lontani dalle prigioni.


MrFord


"I want to break free
I want to break free
I want to break free from your lies
you're so self-satisfied I don't need you
I got to break free
God knows, God knows I want to break free."
Queen - "I want to break free" -


venerdì 6 luglio 2012

Chernobyl diaries - La mutazione

Regia: Brad Parker
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 86'



La trama (con parole mie): Chris, bravo ragazzo americano, è in viaggio attraverso l'Europa con la fidanzata Natalie - alla quale vuole chiedere la mano - e l'amica Amanda. 
Dopo aver visitato Roma, Venezia, Parigi, Praga, Londra e chi più ne ha più ne metta, i tre giungono a Kiev per incontrare Paul, il fratello maggiore e scapestrato del giovane.
Quest'ultimo riesce a convincerli a partecipare ad un tour estremo che prevede un'escursione nei luoghi del disastro nucleare di Chernobyl, che nel 1986 sconvolse il mondo: a loro si aggrega una coppia di viaggiatori zaino in spalla, prima che l'ex soldato Uri conduca il gruppo a Pripyat, che ospitava quasi tutti gli operai ed i lavoranti della centrale, ridotta ad una vera e propria città fantasma.
Il tour darà ai ragazzi il giusto brivido e scorrerà via quasi senza intoppi, ma quando verrà il momento di tornare indietro, cominceranno i guai.




Ormai non passa estate senza che, complici la prigrizia tipica indotta dalla stagione più calda ed easy dell'anno, il genere horror propini il consueto film senza impegno da consegnare ai ragazzi in cerca di qualche brivido: ricordo quando anche io, con la fine della scuola, dedicavo praticamente ogni visione estiva a tutti i Notte horror e surrogati vari, sperando sempre di incontrare un nuovo cult in grado di spaventarmi a dovere e rimanere nella mia personale storia di spettatore.
Senza ombra di dubbio, Chernobyl diaries non ha alcuna potenzialità anche soltanto per immaginare di essere inserito in questa categoria, appartenendo, di fatto, più alla cerchia di titoli che il recente ed incredibile Quella casa nel bosco omaggia - ma sbeffeggia senza pietà allo stesso modo - destinato a fare ben poco oltre ad occupare qualche sala in un periodo di scarsa affluenza di pubblico ed essere dimenticato a breve distanza dalla visione.
Eppure, forse proprio perchè mi aspettavo una schifezza nucleare - tanto per restare in tema -, non sono uscito particolarmente sconvolto o mosso da tempeste di bottigliate dalla visione, e nonostante la produzione dello scellerato Oren Peli e la regia che più piatta non si potrebbe di Brad Parker ho sopportato senza troppi patemi il tutto evitando anche di sentirmi preso per il proverbiale culo.
Prendendo spunto da pellicole decisamente più riuscite come The descent ed altre al limite dello schifo assoluto come Within, Parker completa il suo compitino senza preoccuparsi troppo di stupire - anche perchè, onestamente, non ne sarebbe in grado -, mescolando il mockumentary al più classico pseudo-survival di stampo apocalittico partendo da una delle più grandi tragedie umane ed ambientali dell'ultimo secolo, l'incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, nell'attuale Ucraina, che terrorizzò l'intera Europa - e non solo - a causa della fuoriuscita di gas venefici dal reattore e delle ripercussioni che ebbe sugli abitanti della regione, pari - se non superiori - a quelle che straziarono il Giappone dopo Hiroshima e Nagasaki.
I pretesti per l'innescarsi della vicenda restano assolutamente risibili, così come alcuni passaggi logici legati all'evoluzione dello script, eppure tutta l'operazione risulta fondamentalmente innocua, l'ambientazione funziona - i casermoni luogo delle riprese rendono molto bene l'idea dello stato di abbandono dei centri ormai non più abitati nei dintorni del luogo del disastro -, la tensione regge pur senza terrorizzare in una discreta manciata di sequenze e gli effetti convincono: peccato soltanto per una dose di violenza soltanto accennata che rende piuttosto edulcorato il tasso di splatter della pellicola, cui avrebbe fatto certo un gran bene una decisa sterzata verso il sangue soprattutto nella seconda parte, un pò come fu per l'ottimo 28 giorni dopo.
Un film buono giusto per una serata di stanca da calura, assolutamente dimenticabile eppure non peggiore di tante delle proposte che il genere ci riserva nei periodi meno caldi - in quanto a distribuzione - della stagione, un giocattolino dal finale enigmatico che potrebbe, se non spaventare, almeno ricordare un fatto storico che ancora oggi lascia ferite profonde ed è testimonianza di molti limiti dell'operato umano sul pianeta.


MrFord


"Could it be I'm not for real?
I've slapped my face to check out how I feel
there's hostages to prove it's true
who lives behind the mask was never proved."
Elton John - "The wasteland" -




venerdì 22 giugno 2012

Sotto il vulcano

Autore: Malcolm Lawry
Origine: Uk
Editore: Feltrinelli
Anno: 1947




La trama (con parole mie):  è il 2 novembre 1938, e siamo nel cuore del Messico delle rivoluzioni, delle feste dei morti, dei campesinos e degli europei in esilio o esplorazione.
Geoffrey Firmin, console britannico dedito all'alcool ritrova la compagna Yvonne, partita con l'intenzione di lasciarlo tempo prima e tornata per salvare il loro matrimonio.
Ad accompagnarli in una giornata filtrata da bevute, corride, silenzi della Natura e caotiche spirali tutte figlie dell'Uomo, il fratello del console Hugh, giunto dagli Stati Uniti: il loro viaggio alla scoperta della geografia fatta di visioni e solitudini che si sviluppa sotto i vulcani messicani diviene un'epopea di ricordi e speranze che si mescolano incessantemente, una disperata dichiarazione d'amore ed una lettera d'addio intrisa di passione, sudore e lacrime.




Esistono romanzi che si guadagnano la loro lettura, un pò come a volte capita con film così impegnativi da apparire, più che visioni, imprese eroiche dello spettatore: in questo senso, mi torna sempre alla mente il meraviglioso L'infanzia di Ivan di Tarkovskij, novanta minuti scarsi, che ad ognuna delle quattro visioni che gli ho concesso nel corso della mia vita è riuscito a dilatare il tempo apparendomi più o meno come avesse lo stesso minutaggio di Via col vento.
Sotto il vulcano, uno dei romanzi cult più ammirato ed incensato della letteratura inglese del novecento, è diventato per il sottoscritto un caso molto simile a quello del film del regista russo: quattrocento pagine così dense ed apparentemente sconnesse da farmi ricordare Dostoevskij come se fosse più o meno un autore per bambini, in grado di spezzare il ritmo di lettura quanto e più di romanzi densi come petrolio come Suttree del mio adorato Cormac McCarthy.
Dall'altra parte, però, è impossibile non riconoscere i lampi di genio assoluti che Lawry è in grado di regalare quasi celandoli tra una visione e l'altra dei suoi tre protagonisti: le lettere di Yvonne, la corrida ed il mescolarsi di presente e passato, le vite di Geoffrey, Hugh e della stessa Yvonne, la geografia di un piccolo paesino dell'entroterra messicano che diviene passo passo un personaggio vivo e presente, vero e proprio collante del romanzo, lasciano ammirati per la loro sconvolgente bellezza, ed una padronanza del mezzo letterario gigantesca pur se a tratti persa in un flusso di coscienza che pare incontrollato ed incontrollabile.
In questo senso, Lawry è riuscito nell'impresa di scrivere il romanzo perfetto per interpretare la sbronza nel senso più filosofico del termine, e nessuno che non abbia mai provato l'ebbrezza della progressiva perdita di coscienza legata all'alcool riuscirà mai a lasciarsi andare ad un'opera come questa, se non associandola ad una sorta di capogiro in loop: Geoffrey ed il suo peregrinare fatto di anis, tequila e mescal, il mondo che pare scomparire e rinascere, dettagli apparentemente insignificanti che divengono d'improvviso il fulcro per viaggi in altri luoghi, ritratti di persone che paiono vivere, esistere ed avere un senso soltanto lungo quel confine invisibile che divide la sbronza dalla lucidità, il mondo di chi conosce questo lato oscuro e seducente, i suoi demoni e le sue fate e di chi, invece, come in attesa su una banchina, vede allontanarsi i figli di questa mitologia apparentemente inspiegabile senza cogliere il senso del loro abbandonarsi ad una corrente magica e terribile, in grado di mostrare il peggio ed il meglio di chi si disseta con il suo nettare, concedere la forza per andare oltre ogni confine o stroncare ogni resistenza, e non lasciare altro che ceneri.
Proprio come un vulcano, che esplode in tutta la sua potenza senza curarsi di quello che distrugge attorno.
E nell'attimo che precede l'eruzione, ci si trova come ipnotizzati da una sorta di bellezza ancestrale, incapaci di muoversi, ad attendere che la lava spazzi via tutto quello che incontra, lasciando che restino ricordi cristallizzati sotto la crosta di una ferita troppo profonda: sotto il vulcano si muore, per l'appunto.
Eppure, nella cronaca struggente di quest'epopea malinconica, nella storia destinata a finire di Geoffrey e Yvonne, nelle gesta sempre troppo lontane di Hugh, c'è tutta la meraviglia di una vita vissuta fino all'ultimo goccio di ogni dannata bottiglia, a scoprire un mondo che, forse, deve soltanto essere imbrigliato come un puledro impazzito in un rodeo, o mostrato anche nelle sfumature che possono fare paura a tutti quelli abituati a salutare nel momento di una partenza, senza mai pensare che, in realtà, il viaggio potrebbe coinvolgere anche loro.
Questa è la magia clamorosa di questo romanzo, che andrebbe gettato nel fuoco o abbandonato come quando, nel pieno dell'hangover, si giura che non si berrà mai più, e ripreso la volta successiva, riscoperto, riletto, riassorbito, assaporato anche una pagina alla volta, senza badare troppo ai numeri o al resto delle nostre esperienze di lettori.
Questo è il potere di una delle forze più grandi della Natura, che libera il suo fuoco direttamente dal cuore della Terra, e lo fa esplodere nel cielo affinchè cambino - almeno fino al giorno dopo - tutte le nostre geometrie astronomiche, di mente e di cuore.
Questo è stare sotto il vulcano.
Vivere, farsi male, prendere tutto quello che si può, perderlo, e poi tornare a vivere di nuovo.
Fino a morire di quella stessa vita.
E a volte, chissà, potrà anche capitare di portare così tanto fuoco dentro da sentirsi così in alto da non vedere alcuna banchina, e avere attorno solo cielo e sogni, come se la lava non potesse toccarci.
Prima di tornare al nostro piccolo posto di comuni marinai mortali.
Sotto il vulcano.
Che è dove voglio essere, voglio stare, voglio vivere, voglio morire.
Cheers, Mr. Lawry.
Hai tu l'onore del bicchiere della staffa.


Dedico questo post a mio fratello Dario, cui devo la scoperta di questa incredibile esperienza.
Io e te, brotha, sotto e sopra il vulcano. Sempre.


MrFord


"Flew into existence, just a sweet bird of youth.
hugged my friends on the pavement,
hid my dreams on the roof.
wrapped in a blanket from the national health.
It isn't money but then what is wealth?"
Pretty things - "Under the volcano" -



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