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mercoledì 18 settembre 2019

Wednesday's child Special Edition - Quentin is back

Quentin Tarantino Picture

Avevamo promesso che saremmo tornati, ed infatti ecco il qui presente vecchio cowboy ed il suo acerrimo rivale Cannibal Kid pronti a presentare una speciale carrellata dedicata alla filmografia di Quentin Tarantino, pronto a fare capolino nelle sale con la sua nuova fatica, nonché uno dei pochissimi registi in grado di mettere d'accordo - più o meno - perfino i due nemici più nemici della blogosfera.
Pronti per un bel tuffo nei ricordi legati al ragazzaccio di Knoxville?


MrFord



Le iene (1992)

Le iene Poster

Cannibal Kid: Dirò un parere impopolare, giusto per iniziare bene, ma a me Le iene un pochino aveva deluso. Il fatto è che arrivavo dalla visione sconvolgente di Pulp Fiction, un film che mi aveva fatto saltare per aria la testa. Intendo in senso positivo, non come le opinioni di Ford che mi provocano solo un gran mal di testa. Dopo che Pulp Fiction era diventato il mio film preferito, titolo che ancora oggi si gioca, se non altro a pari merito con pochi altri titoli, sono andato a recuperarmi l'esordio di Quentin e mi era sembrato ancora un pochino acerbo. Una pellicola con dialoghi strepitosi, su tutti quello su Like a Virgin, e scene pazzesche, per carità. A livello emotivo e personale non mi aveva però sconvolto allo stesso modo di Pulp Fiction. Se avessi guardato prima Le iene e poi Pulp Fiction le cose sarebbero potute andare diversamente. Solo che all'epoca ero giovanissimo, avevo appena 10 anni, mica come Ford che faceva già domanda per la pensione, e allora guardavo Holly & Benji. Che comunque un certo tiro epico tarantiniano lo possedeva.
(voto 8/10)
Ford: anche io all'epoca vidi prima Pulp Fiction e qualcosa come il giorno successivo Le iene, ma trovo che l'esordio di Tarantino sia uno dei più strepitosi della Storia recente del Cinema. Dialoghi pazzeschi, personaggi e scene cult, risate e lacrime, battute e stronzate a raffica alternate a momenti di incredibile violenza, un finale degno di una tragedia shakespeariana ed un cast praticamente perfetto. Certo, non è Pulp Fiction, ma è il suo trampolino. Ancora oggi, rompe il culo a un sacco di roba che pensa di essere tosta.
(voto 9/10)


Pulp Fiction (1994)

Pulp Fiction Poster

Cannibal Kid: Il Capolavoro supremo. Di Tarantino, e del Cinema tutto. Quando l'ho visto per la prima volta in VHS avevo 13/14 anni e non ero ancora un patito cinematografico. Pulp Fiction mi ha (john) travolto in pieno, come probabilmente Ford la prima volta che ha visto Sylvester Stallone. È stato il film giusto al momento giusto. Senza Pulp Fiction, oggi forse non me ne fregherebbe un granché del cinema e forse nemmeno della scrittura e forse Pensieri Cannibali non esisterebbe proprio. Al termine della visione non ho potuto fare a meno di dire per tipo un'ora: “cazzo che botta!, che botta cazzo! Cazzo che botta!”.
(voto 10/10)
Ford: per una volta il Cucciolo Eroico sfodera un'opinione sensata - un vero miracolo, statisticamente parlando -. Pulp Fiction ha cambiato la sua e la mia vita di spettatore cinematografico, era qualcosa di mai visto prima e, in un certo senso, lo è ancora oggi. Un film esagerato, cultissimo dall'inizio alla fine, immenso pur essendo fatto, più che "della materia di cui sono fatti i sogni", di "sangue e merda".
Quello che si può scrivere e pensare a proposito di dialoghi, interpretazioni e situazioni da un estremo all'altro de Le iene qui è portato ad un livello ancora più alto, e rappresenta senza dubbio una visione che, la prima volta, ha il potere di sconvolgerti la vita: non a caso fu riconosciuto e premiato a Cannes con la Palma d'oro da una giuria presieduta da un Maestro che, probabilmente, ci vide ben più lungo di tanti altri. Un certo Clint Eastwood.
(voto 10/10)


Jackie Brown (1997)

Jackie Brown Poster

Cannibal Kid: Dopo il clamore suscitato da Pulp Fiction, era inevitabile che Jackie Brown venisse accolto in maniera più tiepida. A lungo è però stato troppo ingiustamente sottovalutato. L'effetto che fa non è lo stesso del suo lavoro precedente, okay, eppure non delude. Mette in mostra un Tarantino più maturo, più consapevole dei suoi mezzi, e che comunque per fortuna rimane sempre un cazzone totale. Jackie Brown è un film stilosissimo, ma anche profondo e per la prima volta Quentin lascia intravedere di avere un animo un minimo sentimentale. Il mio consiglio è: riguardatelo e rivalutatelo.
(voto 9/10)
Ford: e per la seconda volta in poche righe Cannibal tira fuori un'opinione sensata. Un vero miracolo. Jackie Brown, all'epoca dell'uscita bersagliato da chi si aspettava un Pulp Fiction 2, è un film stiloso, profondo e drammatico, probabilmente il più sottovalutato di Tarantino.
Senza dubbio è il suo lavoro meno cazzone e più "serio", quello più intenso da gestire - non dev'essere un caso che si tratta del suo film che ho rivisto meno volte -, ma anche in questo caso parliamo di un'opera che fa mangiare la polvere a molte, molte altre venute prima e dopo e spacciate per chissà cosa.
(voto 8,5/10)


Kill Bill: Volume 1 (2003) + Kill Bill: Volume 2 (2004)

Kill Bill - Volume 1 Poster

Kill Bill - Volume 2 Poster


Cannibal Kid: La doppia visione dei due capitoli di Kill Bill uno dopo l'altro – per altro era la prima volta che mi gustavo il cinema di Tarantino al cinema – è stata una nuova esperienza mistica. Ai livelli di Pulp Fiction, o quasi. Dentro questi 10 capitoli c'ho trovato un sacco di inventiva, come se fossero 10 film differenti. Per carità, molte idee il buon Quentin le prende da altre pellicole, però come copia e ricicla il materiale altrui e lo fa suo lui, nessuno mai.
Non date quindi retta a quello che vi dirà Ford. Kill Bill è il (doppio) film action più figo ed esaltante che potrete mai vedere in vista vostra. Altroché le merde secche con Van Damme o Schwarzenegger che tanto piacciono a lui.
(voto 10/10)
Ford: anche per me la doppia visione di Kill Bill fu la prima in sala di Tarantino, che fino a quel tempo avevo assaporato esclusivamente in vhs. Senza dubbio ci troviamo di fronte ad un lavoro tecnicamente perfetto, stilosissimo e vario, con una colonna sonora pazzesca, un fumettone che porta sullo schermo tutta la passione del vecchio Quentin per Cinema, fumetti, sottocultura pop, arti marziali e un po' di nerditudine. Probabilmente è il suo film più divertente, e paradossalmente quello con Pulp Fiction che rivedo più volentieri, ma in un certo senso per me è stato come vedere Cristiano Ronaldo giocare in porta. Fare i cazzoni e divertirsi è fondamentale, e più invecchio più me ne accorgo, ma con un talento come il suo, solo questo non mi basta. Nonostante il charachter assolutamente fordiano del fratello di Bill.
(voto 7,5/10)


Grindhouse - A prova di morte (2007)

Grindhouse - A prova di morte Poster


Cannibal Kid: Il film più sottovalutato nella carriera di Tarantino, pure da lui stesso. Prima della svolta “storica” dei suoi progetti successivi, qui Quentin si è concesso un autentico divertissement. Una pellicola che non si prende sul serio, che gioca con lo spettatore in maniera fenomenale, e in cui il regista mostra tutta la sua passione per il cinema, anche e soprattutto per i B-movies, per le donne e in particolare per i piedi femminili. A pubblico e critica non è piaciuto un granché, io invece lo adoro incondizionatamente!
(voto 9/10)
Ford: l'unica vera delusione che Tarantino mi ha riservato negli anni. Dopo il divertissement che fu Kill Bill mi aspettavo un ritorno del Tarantino "vero", e invece il Quentin di noi tutti concede al suo cervello una vacanza e, pur portando sullo schermo un Kurt Russell mitico ed uno stile sempre unico, finisce per non dare assolutamente nulla al pubblico. Ricordo che, così come con Pulp Fiction uscii sconvolto dalla prima visione, al termine di A prova di morte non mi rimase nulla se non la voglia di farmi stampare una maglietta con il logo - bellissimo - della macchina del già citato Russell.
Ancora una volta, troppo poco per Quentin.
(Voto 6/10)


Bastardi senza gloria (2009)

Bastardi senza gloria Poster

Cannibal Kid: Per alcuni è il Capolavoro di Tarantino. Forse per lui stesso, come lascia intuire la frase pronunciata verso la fine da Brad Pitt. Per me no. Intendiamoci: anche in questo caso Quentin è riuscito a mettere la zampata geniale. Ha letteralmente riscritto la Storia a suo piacimento. Tanto di cappello. Solo perché qui parla di nazismo e Seconda Guerra Mondiale, mentre i suoi altri film trattano in genere temi più leggeri e da cazzone, non significa comunque in automatico che sia il meglio che ha fatto. È il suo lavoro più impegnato e ambizioso, ma a mio avviso non il suo più riuscito. A tratti è un po' lento e macchinoso, volutamente, per far crescere la tensione con calma, però rispetto ad altre tarantinate ha fatto più fatica a conquistarmi. Cosa che comunque è riuscito a fare pure questa volta, grazie all'infuocata parte finale.
(voto 8/10)
Ford: Bastardi senza gloria, per quanto mi riguarda, è stato un bentornato al Tarantino che avevo amato alla follia fino a Jackie Brown. Con ironia e spietata cattiveria, il ragazzaccio di Knoxville riscrive la storia in modo beffardo e geniale, forse non realizzando "il suo Capolavoro", ma consegnando al pubblico una gemma che, almeno per quanto mi riguarda, lo ha riportato al posto che gli compete nella Storia del Cinema, americano e non solo.
Anche in questo caso, non si contano le scene cult, e Christoph Waltz dovrà ringraziare a vita per la parte che gli ha consegnato la gloria, la fama e la carriera.

Finale a parte, la sequenza delle carte nel pub resta una delle più potenti che Quentin abbia portato sullo schermo dai tempi de Le iene. Una bomba.
(Voto 9/10)


Django Unchained (2012)

Django Unchained Poster


Cannibal Kid: Temevo molto l'incursione di Tarantino nel western, un genere amato giusto da lui, da Mr. James Ford e da persone con più di 100 anni d'età. Eppure, anche questa volta m'ha fregato. Tarantino, intendo, mica Ford. Pur non rientrando tra i miei preferiti in assoluto, Django Unchained mi ha divertito, gasato, intrattenuto come nessun altro western prima. E credo mai più in futuro. Quando un regista riesce a farti adorare persino un'opera (almeno apparentemente) così lontana dai tuoi gusti, capisci che è davvero un fuoriclasse. Il tuo fuoriclasse.
(voto 8,5/10)
Ford: Tarantino e Western, direi che per me di meglio poteva esserci solo Clint Eastwood e Western. Django, che ricorderò per sempre perchè visto la sera precedente la nascita del Fordino, rivisita non solo la Frontiera, ma anche la Storia americana ed il conflitto razziale in pieno stile quentiniano. Anche in questo caso, un lavoro potente, sporco, cattivo, con un protagonista che attraversa il film come una spada ed un antagonista da antologia, per quella che, a mio parere, doveva essere la parte che avrebbe consegnato a Di Caprio l'Oscar.
Il tutto senza contare stile, omaggi, cult a profusione e la convinzione che, con Django, Tarantino sia stato più "black" di Spike Lee.
(Voto 9/10)


The Hateful Eight (2015)

The Hateful Eight Poster


Cannibal Kid: Prima o poi doveva succedere e – ahimé – alla fine è successo. C'è un film di Tarantino che non mi ha convinto. O se non altro che mi ha convinto solamente in piccola parte. The Hateful Eight per me è il suo titolo peggiore. Ok, all'interno della filmografia di registi tanto celebrati da Ford come James Cameron o Clint Eastwood figurerebbe ancora tra i migliori, ma in quella di Quentin appare come un'opera minore. Scritta, girata, interpretata e musicata alla grande, per carità, solo che mi ha fatto l'impressione di un esecizio di stile. E inoltre va bene una volta il western, caro Quentin, però poi basta! Un suggerimento di cui pure Ford dovrebbe far tesoro.
(voto 7-/10)
Ford: ancora Western, ancora Tarantino. Che porta nel vecchio West - e qui la Frontiera c'è tutta - in una dimensione teatrale simile a quella che lo aveva portato alla ribalta con Le iene. al contrario di quanto possa affermare il mio rivale, ho trovato assolutamente profondo un film che, a prescindere dalla violenza e dai fiumi di parole, analizza una volta ancora tutto il sangue versato nel nome di quello che dovrebbe essere il posto più libero, mitico e sognato al mondo, quel calderone incasinatissimo che sono gli USA.
Trovo che insegni più la Storia delle stelle e strisce un'opera come questa di mille Lincoln impolverati ed accademici.
(voto 9/10)


C'era una volta a... Hollywood (2019)

C'era una volta a... Hollywood Poster


Cannibal Kid: Aspettative alle stelle per un film con un cast stellare, ambientato a Hollywood e per di più negli anni '60. Un periodo che, a sentire le colonne sonore dei suoi precedenti lavori, credo stia particolarmente a cuore a Tarantino. Le premesse perché questo film possa rientrare nella mia Top 3 tarantiniana di tutti i tempi sembrano quindi esserci tutte. L'unico problema sembra essere quello di cui parlavo all'inizio: le aspettative alle stelle, talmente alle stelle che potrebbero portare a una delusione, totale o anche solo parziale. Ma spero non sia così. Nonostante il mezzo passo falso compiuto con The Hateful Eight, di Quentin mi fido ancora. Di Ford invece no. D'altra parte quella è una cosa non ho mai fatto.
Ford: aspettative alle stelle anche da queste parti, senza dubbio perchè Quentin negli ultimi anni pare tornato alla forma migliore, dunque per cast, musica, setting, voglia di raccontare una storia che affonda nel Cinema e sfocia nella follia - sono più che curioso di scoprire la versione tarantiniana di Manson e della sua famiglia -: le premesse per diventare l'ennesimo cult ci sono tutte, gli ingredienti anche. Speriamo solo che si tratti di una di quelle pellicole in grado di compiere il miracolo di mettere d'accordo perfino me e la mia controfigura Peppa Kid, piuttosto che una delusione anche solo per uno dei due.

martedì 27 febbraio 2018

Il filo nascosto - The phantom thread (Paul Thomas Anderson, USA, 2017, 130')




Paul Thomas Anderson è da sempre considerato uno degli autori di punta del Cinema americano, qui al Saloon: fatta eccezione per Sidney, primo film che ancora manca all'appello, il resto delle sue pellicole è passato almeno una volta su questi schermi, e in alcuni casi - Boogie nights, Magnolia, Vizio di forma - il suo lavoro è e sarà considerato fino alla fine dei tempi assolutamente cult.
Personalmente, non avevo grosse aspettative rispetto a questo Il filo nascosto: questioni tecniche a parte, l'idea di portare sullo schermo la vicenda di un complicato e maniacale stilista e sarto nella Londra degli anni cinquanta non era esattamente quello che potevo sperare per alimentare l'hype della vigilia, in barba alle sei nominations agli Oscar ed al favore quasi unanime della critica oltreoceano.
E, devo ammetterlo, per una buona metà della visione ho sentito il tintinnare delle bottigliate scaldarmi le mani e la testa: al contrario dello scorso anno, infatti, quando alla lotta per la statuetta assegnata al miglior film si contendevano i pronostici della vigilia film come Arrival, La la land e Moonlight, questo duemiladiciotto riserva al pubblico prodotti che, per quanto realizzati impeccabilmente, non fanno altro che mostrare la mancanza di registi ed autori della necessità di raccontare davvero una storia, finendo per fare sfoggio di qualità e stile senza riuscire a coinvolgere il pubblico.
In questo senso, The phantom thread soffre per due terzi della sua durata degli stessi difetti di The Post, quasi Anderson avesse voluto rischiare atteggiandosi a Kubrick - le atmosfere mi hanno ricordato moltissimo Lolita, che pure non è uno tra i miei personali preferiti del Maestro - senza riuscire a bucare lo schermo - ma quando si parla di lui, è quasi ovvio - come il vecchio Stanley: fortunatamente, almeno per quanto mi riguarda, Il filo nascosto si rivela essere una di quelle pellicole da degustare con il tempo, che necessitano, con ogni probabilità, di ben più di una visione, e che ha il potere di rinsaldarsi minuto dopo minuto.
La storia di Alma e Woodcock - due personaggi detestabili e dal fascino incredibile -, con la sua evoluzione, regala infatti al film ed al suo regista un crescendo finale davvero notevole, che riscatta tutta la lentezza e la scarsa emotività della prima parte ed offre non solo un'interpretazione da una diversa prospettiva della canonica vicenda amorosa tipica dei film hollywoodiani, ma anche una visione dell'amore che, per quanto insana possa sembrare vista dall'esterno, ha il sapore della totalizzazione e della purezza che molte storie nella realtà possono solo sognare di avere.
Scrivendo in modo più pane e salame, occorre fare un plauso al rigore scenico portato sullo schermo da Anderson, ma anche ammettere che per un'ora abbondante, fino a quando non si comincia a capire dove voglia andare a parare, Il filo nascosto sia un film tremendamente freddo e noioso, poggiato sulle spalle di un Daniel Day Lewis bravissimo quanto lezioso - una specie di Meryl Streep versione maschile -, tanto da solleticare il dubbio che forse, se sforbiciato di qualche minuto o liberato in termini di passionalità molto prima, il lavoro del buon Paul Thomas avrebbe potuto ambire allo status di cult dei titoli che ho citato poco sopra invece di apparire come un tentativo dalle grandi potenzialità finito quasi soffocato dalle stesse, come fu per Il petroliere e, in misura minore, per The Master.
Certo, resta il fatto che si tratta di fare le pulci ad un film ineccepibile in grado di regalare una manciata di sequenze notevoli - la colazione nell'albergo che fa da teatro al primo incontro tra Woodcock e Alma, il delirio con la visione della madre, il finale -, e restare qui a scriverne di fatto quasi male mi fa sentire in un certo senso fuori posto, eppure il Cinema, a prescindere dai mezzi e dalla tecnica, è anche cuore ed emozione: e se devo pensare a quello che mi resterà dentro dei titoli in lizza per l'Oscar del Miglior Film duemiladiciotto, cuore ed emozione, purtroppo, paiono un filo nascosto.
Che, per un tamarro come me, non basta.
Non basta affatto.
Pur se cucito nella fodera di un vestito di prima scelta.

Dai tempi della visione e dalla stesura del post sono passate un paio di settimane, e proprio come quel filo nascosto che citavo in chiusura del post, questo film è uscito dopo essersi sedimentato in tutta la sua potenza. Non sarà per tutti, dunque, a tratti richiederà uno sforzo nello spettatore, ma nasconde un ricamo davvero da Maestri.



MrFord



 

lunedì 17 agosto 2015

Il diamante bianco

Regia: Werner Herzog
Origine: Germania, Giappone, UK
Anno:
2004
Durata:
88'





La trama (con parole mie): Werner Herzog segue nella foresta pluviale della Guyana, nei pressi delle cascate mozzafiato di Kaieteur il dottor Graham Dorrington, ingegnere appassionato di volo che sognava di essere un astronauta da tempo legato ad imprese compiute con dirigibili da lui stesso progettati e realizzati.
Legata a doppio filo alla tragica fine dell'amico documentarista dello stesso Dorrington Dieter Plage, scomparso una decina d'anni prima, ed all'idea di dare una maggiore manovrabilità al dirigibile, da sempre considerato un mezzo "statico", l'impresa del "Diamante bianco" è quella di sorvolare la foresta, con le sue leggende, i misteri e la popolazione, pronta ad ispirare ed attrarre con le proprie storie la troupe di Herzog.










Una delle cose che mi ha sempre conquistato del Cinema di Herzog, che si parli di fiction o documentari, è la capacità del regista tedesco di raccontare con un piglio unico la sfida dell'Uomo all'ignoto, alla Natura.
Il superamento del limite come filosofia di vita, più che come concetto.
L'idea che, probabilmente, stava dietro alle imprese dei grandi esploratori dei secoli scorsi, o di viaggi indimenticabili di tempi più recenti come quello del Kon-Tiki, ben raccontato pochi anni fa da un'altra pellicola legata a doppio filo a questo tipo di scelte, sfide, bisogni.
Da Aguirre a Fitzcarraldo, pare che Herzog abbia deciso di trasformare il suo Cinema in una sorta di inno alla follia ed all'istinto tutto umano di muovere un passo oltre, scoprire tutto quello che, all'apparenza, l'occhio non vede, o non riesce a vedere, che si parli di Natura, Tempo, Spazio, fisicità o spirito.
Il diamante bianco, appartenente alla "trilogia" del ritorno al documentario del Maestro tedesco - insieme a L'ignoto spazio profondo e Grizzly Man, che conto di proporre qui al Saloon il più presto possibile -, riprende appieno questi concetti: l'impresa di Graham Dorrington, fin da bambino spinto verso l'oltre dal desiderio di diventare astronauta - che, come testimoniano il suo corpo ed il racconto legato alla costruzione del razzo artigianale, non è sempre stato facile -, è paragonabile a quelle dei grandi (anti)eroi herzoghiani, e la potenza delle immagini che raccontano la sfida del Diamante bianco alla foresta pluviale della Guyana ed alle cascate di Kaieteur rendono al meglio questo stesso concetto.
Come sempre, poi, l'autore si prende il tempo necessario - nonostante il minutaggio assolutamente abbordabile anche da parte dei meno avvezzi al genere - per scoprire il mondo attorno all'impresa stessa, dalla bellezza mozzafiato del paesaggio al crudele e magnifico distacco delle creature figlie dei luoghi "invasi" dall'Uomo, concedendosi ben più di una parentesi anche rispetto alle storie dei lavoratori locali assunti per l'assistenza tecnica - dal ballerino al saggio che conosce erbe mediche e sogna di volare con la mongolfiera fino a ritrovare i suoi parenti perduti a Malaga, in Spagna -.
Lo stesso tempo che permette a Dorrington di ripercorrere, con le lacrime agli occhi, gli istanti più drammatici dell'incidente occorso all'amico Dieter Plage, regista che l'aveva seguito da vicino, proprio nel corso di un volo, e la cronaca della morte dello stesso, o al pubblico di immaginare cosa potrebbe mai celarsi dietro il muro d'acqua dalle correnti impetuose di Kaieteur, ove milioni di rondoni volano per nidificare, prosperare, scoprire, vivere prima di riprendere il loro viaggio, e le migrazioni.
La poesia delle immagini degli uccelli che scendono in picchiata oltre la cascata è da brividi, tra le più potenti cui abbia assistito in un documentario, e non solo, così come assolutamente condivisibile è la scelta di Herzog e della sua troupe di non divulgare il girato del medico ed esperto di arrampicata sceso lungo i margini delle cascate stesse, alla ricerca di uno scorcio del mondo oltre.
Ma nessun post, interpretazione o visione trasmessa attraverso gli occhi di qualcun'altro potrebbe rendere giustizia al senso de Il diamante bianco, dalla semplicità in grado di trasformarsi in epica alla tecnica che diventa di colpo potenza tutta istintiva: in fondo, nel cuore di ognuno di noi alberga la curiosità di spingersi oltre, di scoprire la brace che ci arde dentro, la stessa in grado di renderci folli, appassionati, vivi.
La stessa che ha guidato, nonostante gli insuccessi e la fatica, ogni grande esploratore al culmine della propria ricerca.
La stessa che mosse Dieter Plage fino all'ultimo istante di vita.
E Dorrington ed il suo Diamante bianco.
E Marc Anthony Yhap, con i suoi sogni di ricerca della madre in Spagna.
E Herzog con ogni suo folle protagonista.
E noi. 
Tutti quanti.
Anche chi resta fermo tutta la vita in attesa dello stimolo giusto per poter andare oltre.




MrFord




"And just like a burning radio
I'm on to you (you’re spell I’m under)
in the silver shadows I will radiate
and flow you
what you see and what it seems
are nothing more than dreams within a dream
like a pure white diamond
I’ll shine on and on and on and on and on."
Kylie Minogue - "White diamond" - 





mercoledì 6 maggio 2015

L'infernale Quinlan

Regia: Orson Welles
Origine: USA
Anno:
1958
Durata:
107'






La trama (con parole mie): Miguel "Mike" Vargas, ufficiale antidroga messicano, è in compagnia della moglie al confine con gli States quando un attentato dinamitardo toglie la vita ad un uomo d'affari americano. Interessatosi all'accaduto nonostante la dolce compagnia e la minaccia della famiglia Grandi, che ha appena messo alle corde grazie ad un'indagine, Vargas si trova a dover incrociare il cammino dell'enigmatico e corpulento Hank Quinlan, detective statunitense pronto a tutto pur di seguire il suo istinto e condurre ogni indagine secondo le proprie regole.
Scoperto che lo stesso Quinlan è avvezzo alla manomissione delle prove pur di inchiodare i suoi presunti colpevoli, l'agente antidroga si adopererà per smascherare e mettere alle strette il collega, proprio mentre i Grandi organizzeranno contro di lui una vendetta coinvolgendo nella stessa anche Quinlan.
Riuscirà Vargas a fare fronte alle due minacce? E cosa nasconde davvero l'oscurità di Quinlan?








Questo post partecipa alle celebrazioni dell'Orson Welles Day.





Il Cinema, per quanto profondamente lo si possa amare, raramente offre certezze assolute, o quasi.
La componente personale dell'approccio a questo splendido mezzo di comunicazione - così come all'Arte in genere - non permette praticamente mai di trovarsi di fronte ad una totalità di consensi: personalmente, sono pochi, in questo senso, i registi che, nel corso della loro vita ed opera, sono riusciti a convincermi sempre, e nel loro percorso non hanno concesso ai miei occhi neppure un passo falso - almeno rispetto alle visioni concesse loro dal sottoscritto -.
Fellini, Kubrick, Kurosawa, Chaplin, Murnau, Tarkovskij sono tra i pochi rappresentanti di questa sorta di Olimpo della settima arte: Orson Welles, che oggi celebriamo ad un secolo dalla sua nascita, è un fiero membro di quel ristrettissimo circolo.
L'infernale Quinlan, che come spesso accadde per i suoi lavori affrontò difficoltà di produzione e rimaneggiamenti in fase di montaggio che, probabilmente, ancora oggi nella versione "restaurata" ne compromettono, di fatto, l'effettiva portata e potenza come accadde per L'orgoglio degli Amberson, rappresenta senza dubbio uno dei vertici non solo del noir e del crime cinematografico, o della carriera del vecchio Orson - che si ritaglia, come di consueto, una parte da protagonista con un charachter memorabile, l'inquietante ed oscuro Quinlan -, ma del Cinema stesso.
A partire da un'apertura memorabile resa enorme da un piano sequenza da brividi fino al finale, amaro e malinconico ad un tempo, segnato dalla battuta di Marlene Dietrich a proposito di Quinlan, tutto in questo film trasuda intensità, passione, forza: una forza oscura, che si traduce in una vicenda a tinte fosche decisamente avanti rispetto ai tempi - sesso, eroina, attentati dinamitardi, complicazioni sul confine USA/Messico neanche fossimo ai giorni nostri - e che il suo protagonista rappresenta in tutto e per tutto, dalle prove manomesse al beffardo epilogo dell'indagine.
Come per ogni Capolavoro di questo calibro, comunque, è difficile scrivere senza finire per risultare spocchiosi o troppo accademici, o riduttivi, paradossalmente, di fronte all'esperienza di una visione che potrebbe, senza dubbio, cambiare la nostra vita di spettatori: L'infernale Quinlan - reso decisamente meglio dall'originale Touch of evil - non raggiunge i livelli di Quarto potere, o la struggente malinconia di Storia immortale - forse i due veri testamenti di Welles l'illusionista -, eppure in qualche modo riesce a fotografare la grandezza di un interprete della settima arte versatile e complesso, di quelli che nascono una volta per secolo se dovesse andare bene, un narratore dedito al piacere ed al disequilibrio graziato da una tecnica che è equilibrio puro - si veda, oltre all'apertura già citata, lo splendido pedinamento finale di Vargas/Heston alla ricerca di prove contro Quinlan/Welles -.
La potenza de L'infernale Quinlan, a prescindere dal valore artistico, del cast, della storia, è però da ricercare nello stesso Quinlan, anima nera che ognuno di noi si porta dentro, e simbolo di un'umanità imperfetta e claudicante: manomettere le prove per condannare un colpevole pronto ad ammettere la sua stessa colpevolezza è uno dei paradossi più ironicamente tristi della nostra condizione umana, fatta di istinto e sensazioni, compromessi e lotte, bassezze misurate, ugualmente, dalla capacità di essere, anche se in parte, anche se soltanto a volte, grandi uomini.
In fondo, Quinlan siamo tutti.
Zoppi, ingordi, legati a piaceri pronti a tenderci agguati, ad oscurità profonde, tendenti all'essere malvagi eppure ugualmente in grado di farci amare incondizionatamente anche da chi ci toglierà la vita, e da chi se la vedrà togliere da noi.
Orson Welles conosceva bene i suoi fantasmi, e conosceva bene come raccontarli in modo che il suo pubblico potesse specchiarvicisi.
L'abisso che racconta L'infernale Quinlan è noir come il genere, ma caldo come solo gli esseri umani possono essere.
Con tutti i limiti, i difetti, gli errori e gli orrori del caso.




MrFord




"In the night
come to me
you know I want your touch of evil
in the night
please set me free
I can't resist a touch of evil."
Judas Priest - "Touch of evil" -




Alzano i calici per Orson con il sottoscritto anche:

Solaris
Director's Cult
Pensieri Cannibali
Il Bollalmanacco di Cinema




martedì 19 novembre 2013

I vitelloni

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno:
1953
Durata: 107'




La trama (con parole mie): cinque amici all'alba della loro età adulta, in bilico tra sogni e responsabilità, nel cuore di una cittadina italiana all'inizio del boom. Dal matrimonio che porta Fausto, il leader spirituale dei "vitelloni" alla nuova condizione di padre di famiglia e lavoratore alle vicende artistiche di Leopoldo, l'intellettuale del gruppo, passando per le turbolenze dell'incorreggibile Alberto, diviso tra l'amore per la bella vita e quello per la madre, e lo sguardo perso all'orizzonte di Moraldo, il più giovane del gruppo.
Una fotografia di un'epoca ma soprattutto un film generazionale, il ritratto della giovinezza sempre pronta alle "zingarate" di colpo trovatasi di fronte il non sempre tenero sguardo della crescita.





La mitologia di Federico Fellini, fatta di neoralismo e sogno mescolati abilmente in un cocktail che è stato, è e sarà parte della Storia d'Italia, ancora prima di quanto il mondo imparò ad ammirare con La dolce vita, 8 e 1/2 o Amarcord passò attraverso le strade deserte della notte che accoglieva quasi maternamente i vitelloni, gruppo di ragazzi alle porte della loro esistenza da adulti dediti a succhiare tutto il midollo della vita progenitori delle allora future generazioni degli Amici miei.
Federico Fellini, ai tempi al suo terzo lungometraggio e all'inizio del percorso che l'avrebbe portato a stupire le platee del mondo intero, delinea l'universo che lui stesso si trovava ad affrontare ai tempi, poco più che trentenne, mescolando i suoi tratti con quelli dei protagonisti della pellicola, dall'amore per le donne e l'egoismo di Fausto alla passione incontrollata per la scrittura e l'arte di Leopoldo, dalla voglia di andare oltre i confini della sua Romagna di Moraldo alla teatralità in bilico tra la malinconia e l'allegria sfrenata di Alberto.
Proprio al personaggio che prende il nome dal suo interprete, l'indimenticato Alberto Sordi, sono legate le sequenze più note de I vitelloni, dal famoso gesto dell'ombrello indirizzato ai lavoratori alla meravigliosa sequenza del Carnevale, in grado di sottolineare il gusto per il farsesco e la dualità di comico e tragico che si ritroverà in quasi tutta l'opera felliniana successiva, dal Casanova al Satyricon, dai Clowns alla realtà profonda de Le notti di Cabiria: passaggi semplici eppure di potenza che allora il Cinema poteva soltanto immaginare, scanditi da un ritmo soltanto apparentemente placido come le giornate di quei ragazzi pieni di speranze e di sogni alle prese con un mondo per il quale non sempre potevano definirsi pronti.
In questo senso la figura di Fausto, il più carismatico ma allo stesso tempo il più negativo tra i personaggi principali, assume una grande importanza sia rispetto a quello che, di fatto, era il ruolo dell'uomo a quei tempi - sempre che non lo sia ancora oggi -, sia nell'equilibrio della pellicola tra sacro e profano, poesia e panesalamismo, testa e cuore: i suoi confronti con il padre e lo splendido passaggio che chiude la sua storia - almeno quella che viene narrata - sono da antologia almeno quanto la figura del suo datore di lavoro, pronto a fare da mentore - o quasi - al giovane bugiardo che per poco non gli costa il matrimonio.
Più che una generazione, quella dei vitelloni è una tappa che ogni uomo tocca nel corso del suo personale viaggio attraverso il Tempo e la vita, e più che un film generazionale I vitelloni è un affettuoso ritratto ed un omaggio alla giovinezza che, per quanto possa essere preservata dallo spirito, è destinata, prima o poi, ad essere lasciata alle spalle almeno quanto la casa che finiamo per abbandonare, spinti dalla curiosità, dalla paura e dal desiderio di confrontarci con il mondo esterno, il grande caos che attende ognuno una volta libero dall'abbraccio di chi lo ha protetto per tutta una vita.
Un film che è un pezzo di tutti noi, almeno quanto il Cinema di Fellini è parte integrante delle fondamenta della settima arte, con quel suo piglio teatrale pronto a barcollare, ebbro di vita, danzando tra il dolore e la passione.


MrFord


 "E poi ci troveremo come le star
a bere del whisky al Roxy Bar
oppure non c'incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio
ognuno diverso
e ognuno in fondo perso
dentro i cazzi suoi." 
Vasco Rossi - "Voglio una vita spericolata" - 




lunedì 18 novembre 2013

Amarcord

Regia: Federico Fellini
Origine: Italia
Anno: 1973
Durata:
123'




La trama (con parole mie): in una cittadina costiera romagnola nel pieno degli anni trenta assistiamo alle vicende che vedono protagonisti gli abitanti del luogo ed il luogo stesso, teatro di vite, morti, gioie e dolori, speranze e malinconie. Dalle scorribande del giovane Titta e dei suoi compagni di scuola al burbero padre del ragazzo, l'inossidabile antifascista Aurelio, passando dalle gigantesche tette della tabaccaia alle grazie della desideratissima Gradisca, con la scuola, le confessioni in chiesa, zii impazziti sugli alberi e navi enormi pronte a passare al largo della costa, un affresco di esistenze che si snoda nel corso di un anno che porta dalla fine dell'inverno all'inizio della primavera, una dichiarazione d'amore di Federico Fellini alla sua terra e ai ricordi di un tempo che, scivolando tra leggenda e vita vissuta, svanisce sollevato dal vento come i soffioni.






Scrivere di un film di Fellini è una scommessa, un azzardo, il tentativo di gettare una goccia in un oceano, neanche stessimo argomentando su un titolo di Kubrick, o Kurosawa, o Welles, o Murnau. Insomma, parliamo dei migliori.
Perchè non può essere altro, quando il riferimento è il Federico Nazionale, il più grande - a mio parere - regista italiano di tutti i tempi: e in questo caso ci ritroviamo di fronte ad uno dei manifesti dell'arte del Maestro, quell'Amarcord che riportò l'Oscar per il miglior film straniero tra le mani del regista riminese, e che, ai suoi occhi, rappresentò una dichiarazione d'amore per la sua infanzia e la terra d'origine celebrata nella parte iniziale della sua carriera ed accantonata per le sue grandi avventure romane, da La dolce vita a 8 e 1/2.
Amarcord sono le stagioni che avanzano, "gironlanz, gironzolan, gironzalon", portano per le strade delle nostre memorie semi che verranno raccolti da alberi pronti, a loro volta, a vedere altri semi crescere in altre stagioni.
Sono i turbamenti adolescenziali, gli scherzi ai professori, i conflitti con i genitori, le liti in famiglia, i primi sogni erotici nascosti a qualsiasi figura autoritaria.
Sono le piccole rivincite prese in sogno, quel luogo in cui si è piloti o condottieri, protagonisti o improvvisati visitatori di esotici harem.
Sono le imprese dei genitori, che per quanto possano sentirsi lontani dai figli faranno di tutto affinchè gli stessi possano imparare il valore di una vera Resistenza.
E' il luogo in cui si cresce, che giunge ad assumere le dimensioni mitiche di un racconto mano a mano che il tempo lo rapisce, pezzo per pezzo, sfogliando il mosaico della nostra mente.
E' un grido disperato, ironico, giocoso e malinconico, un "voglio una donna" lanciato verso l'orizzonte sempre troppo lontano.
E' la Storia, che con le sue rovine ed i suoi pezzi pone le fondamenta del futuro nato dal quotidiano.
Un sogno popolare, quello della più bella - e desiderata - del borgo e di una nave così grande che pare uscita da un film di quelli che fanno solo in America, così lontano che si riesce soltanto ad immaginare aiutati da un pò di pellicola ed immagini colorate.
Amarcord siamo noi stessi, pronti a rimbalzare nel Tempo come impazziti, cavalcando una macchina che non esiste ma che è proprio lì, di fronte a noi, a difendere i miti creati dal sentimento anche quando gli stessi finiscono per cedere alla quotidianità, a quello che è il naturale percorso che prendono, presto o tardi, le nostre esistenze: è un film profondamente autunnale e mortuario, eppure traboccante primavera, speranza, passione, voglia.
Perchè proprio questo era Federico Fellini: un calderone, come la sua straripante arte fatta di decadenza e magia, sogno e realtà, impeto e sonnecchioso magone.
Nessuno come lui seppe descrivere l'Italia della provincia, e renderla un Paese del mondo, e tutto il Mondo paese.
E non esisterebbero Underground, Gatto nero gatto bianco, Ti ricordi Dolly Bell?, il Benigni migliore, gli spunti validi di Radiofreccia, tutta la mitologia di quella riviera romagnola che ancora oggi è un mito non solo del passato, ma anche del presente e del futuro.
Perchè gli anni passano, trascinati dai soffioni nel vento, pronti a seminare nuove generazioni.
Non esistono Spring breakers, da queste parti.
Nessuno può rompere l'incantesimo, o il sogno.
E viva la madonna, meno male che è così.
Meno male che è esistito, esiste ed esisterà Federico Fellini.
Pronto a ricordarci cosa significa ricordare.


MrFord


"Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,
l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
l'Italia metà dovere e metà fortuna,
viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l'Italia, l'Italia che resiste."
Francesco De Gregori - "Viva l'Italia" - 



domenica 17 novembre 2013

Un anno per un Maestro - Il Fellinianno


La trama (con parole mie): dalle parti del Saloon la stima per quello che considero il più grande regista della Storia del Cinema italiano, Federico Fellini, è sempre stata alle stelle.
Il Maestro riminese è celebrato, nell'anno del ventennale della morte, proprio dalla sua città natale, che lo ricorda con una serie di iniziative da non perdere pronte a mostrare i suoi lati editi ed inediti, la sua personalità ed il percorso artistico che gli portò ammirazione da parte di tutto il mondo della settima arte ad ogni latitudine.
Con la giornata di oggi inizia anche qui su WhiteRussian una celebrazione parallela, che oltre a sottolineare l'importanza di questi eventi proporrà una tre giorni a partire da domani con Amarcord, I vitelloni e La strada, tre delle pellicole che hanno segnato la carriera del Nostro e l'immaginario di milioni di spettatori.




Dovessi pensare ad un'ipotetica decina di nomi da inserire nell'Olimpo supremo dei cineasti, non avrei alcun dubbio rispetto al rappresentante del Nostro Paese: Federico Fellini.
Per quanto il Neorealismo ed il Cinema di rottura degli anni settanta abbiano fatto scuola in tutto il mondo, nessuno come il Federico Nazionale è riuscito a mettere in moto la grande macchina dei sogni nel suo stesso grandioso, personale, magico modo.
Mescolando ricordo e poesia, realtà e sogno, sesso e amore, Fellini è stato l'artefice di alcuni dei più incredibili Capolavori che la settima arte abbia conosciuto, da Amarcord a 8 e 1/2 - senza dubbio il più grande film italiano di sempre -, da Il Casanova di Federico Fellini - uno dei miei preferiti - a Le notti di Cabiria, passando per quel La dolce vita che fu il simbolo di un'epoca.
A vent'anni dalla sua scomparsa, la città che gli diede i natali lo celebra dichiarando, di fatto, il suo amore, lo stesso che il regista trasmise alle pellicole della prima parte della sua carriera e che ebbe come apice il già citato Amarcord, il film che più di ogni altro può essere considerato la base della poetica di grandi registi ed interpreti successivi come Emir Kusturica o il tanto celebrato Roberto Benigni - senza contare il Radiofreccia di Ligabue, che definire influenzato dal lavoro di Fellini pare quasi un eufemismo -: approfittando di un weekend, o di un viaggio che porti anche voi in quei luoghi resi magici grazie ad uno dei più grandi geni che il Cinema abbia conosciuto, potreste approfittare per consultare l'indirizzo www.rivieraromagnola.net o www.comune.rimini.it/eventi/pagina8570.html, fondamentali per orientarsi tra le iniziative che coinvolgeranno le opere del Maestro.
Qui dal Saloon, dunque, si alzano i calici e si brinda per uno dei veri Grandi, così come per il suo anno: il Fellinianno!


MrFord


"Avevo sempre sognato, da grande, di fare l'aggettivo. 
Ne sono lunsingato. 
Cosa intendano gli americani con felliniano posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. 
Ecco, fregnacciaro è il termine giusto."
Federico Fellini



domenica 20 ottobre 2013

Caccia al ladro

Regia: Alfred Hitchcock
Origine: USA, UK
Anno: 1955
Durata: 106'




La trama (con parole mie): siamo negli anni appena successivi al termine della Seconda Guerra Mondiale, e John Robin, ex ladro di gioielli divenuto eroe della Resistenza in Francia e dunque rimesso in libertà, si trova a dover lottare per dimostrare la sua innocenza quando un misterioso rapinatore che imita il suo vecchio stile comincia ad eseguire un colpo perfetto dopo l'altro nelle più ricche località della Costa Azzurra.
Tallonato dai poliziotti che lo credono colpevole e dai suoi vecchi compagni turbati dall'idea di dover tornare in cella a seguito dell'apparente ripresa dell'attività di Robie, John dovrà guardarsi le spalle e grazie all'aiuto di una giovane ereditiera e di sua madre smascherare il vero colpevole mettendo al sicuro la sua libertà ed il suo cuore.




Quando al Saloon approda il Maestro Hitchcock si finisce sempre per pulire il bancone di legno grezzo come se si trattasse di una grande occasione: il regista inglese, uno dei nomi più importanti della Storia della settima arte, infatti, è sinonimo di qualità sopraffina nonchè di visione meritevole sempre e comunque.
E' così anche per quello che, di fatto, ho sempre considerato uno dei suoi divertissements più rilassati e lontani dalle vette di La donna che visse due volte o Psyco, Caccia al ladro: saggio di eleganza stilistica, pulizia di esecuzione, ritmo e tecnica - la fotografia è da leccarsi i baffi, le riprese aeree della Costa Azzurra da capogiro -, questa commedia romantica mascherata da spy story è uno dei più fulgidi esempi di quanto girare divertisse il Maestro, decisamente lontano dalla tensione che altri suoi esimi colleghi inevitabilmente trasmettevano ad attori e tecnici dal primo all'ultimo momento delle riprese - Stanley Kubrick docet -.
Un elegantissimo Cary Grant nei panni dell'ex ladro di gioielli divenuto partigiano John Robie conduce il pubblico dalla prima all'ultima scena spalleggiato da una Grace Kelly mai così bella, lasciando spazio al regista per la sua consueta apparizione, ad una trama degna dei classici del genere e ad una serie di passaggi in cui la raffinatezza della messa in scena si fonde perfettamente con la leggerezza della storia e del suo svolgimento: se c'è, dunque, da trovare un limite - anche al voto complessivo - a questo lavoro del vecchio Hitch è giusto questo, la voglia di divertirsi e divertire che supera l'indagine interiore e la profondità, rendendo Caccia al ladro una sorta di fratellino minore di Intrigo internazionale, pietra miliare venuta "dallo stesso campo da gioco" - come direbbe il Vincent Vega di Tarantino - ma evolutasi ad un livello tecnico ancora superiore.
Molto interessante la scelta dell'ambientazione, esotica per gli USA ai tempi ma in qualche modo un ritorno a casa per il regista, che al Vecchio Continente, non dimentichiamolo, deve i suoi natali e le sue origini: per il resto, il pubblico femminile ebbe - ed ha ancora - la soddisfazione di farsi coinvolgere dalla parte sentimentale delle gesta di John Robie - un charachter che ai giorni nostri vedrei benissimo interpretato dal Cary Grant del Nuovo Millennio, George Clooney, o in una versione più sbarazzina da Robert Downey Jr - mentre quello maschile potette assistere ad una sorta di Ocean's eleven dei tempi provando ad ipotizzare chi si nascondeva dietro l'identità del nuovo Gatto - questo il vecchio "nome d'arte" di Robie -.
E guardando ad entrambe le soluzioni il buon Alfred non concede neppure una sbavatura, tenendo sulla corda la componente in rosa grazie ai confronti tra la giovane ex partigiana e l'ereditiera interpretata dalla già citata Grace Kelly e quella in azzurro con uno scioglimento della trama che riesce a sorprendere perfino quando la risposta a tutti i sospetti pare essere certa, assicurata e definitiva.
Come se non bastasse la chiusura ed il "furto del cuore" subito dal leggendario ex ladro ha il sapore di una vittoria del romanticismo tipico del film d'avventura dei tempi così come del garbato sberleffo all'idea di un uomo d'azione costretto suo malgrado a dover cedere il passo ad un unione sentimentale che con il suo "per sempre" finirà per significare una pensione da qualsiasi impresa che possa portare a brividi come quelli appena vissuti.
Un piccolo scherzo very british che rende la visione ancora più piacevole, e a distanza di ormai sessant'anni regala soddisfazioni ad un'audience che non solo ha cambiato i suoi orizzonti, ma che a breve non penserà neppure più che un tempo potessero essere realizzate chicche "minori" come questa.



MrFord


"Why must I be the thief?
Why must I be the thief?
Oh Lord please won’t you tell me,
why must I be the thief."
Radiohead - "The thief" -


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