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lunedì 21 ottobre 2013

Vertigo - La donna che visse due volte

Regia: Alfred Hitchcock
Origine: USA, UK
Anno: 1958
Durata: 128'




La trama (con parole mie): John "Scottie" Ferguson, ex detective della polizia ritiratosi a seguito di un tragico incidente che mise a nudo il suo terrore per le altezze e costò la vita ad un collega, viene contattato da un vecchio amico in modo da sorvegliarne la moglie, Madeleine Elster, che vive un periodo di sconvolgimenti legato ad una sorta di immedesimazione con una sua antenata, resa folle dall'amore e suicida alla sua stessa età. Nell'eseguire il suo compito, Scottie finisce per sviluppare un'attrazione irresistibile per Madeleine, divenuta più forte nel momento in cui l'uomo salva da un primo tentativo di suicidio la giovane: tra i due sboccia l'amore, ma proprio quando i sentimenti esplodono la donna decide di porre fine alla sua vita gettandosi dal campanile di una missione proprio davanti agli occhi dell'inerme Scottie, messo in ginocchio dalle vertigini mentre cercava di inseguire l'amata.
Distrutto dal dolore, Ferguson impiega oltre un anno per riprendersi, e ancora segnato dalla presenza di Madeleine, rimane sconvolto quando, per caso, incontra Judy, identica in tutto e per tutto al suo amore perduto: sarà l'inizio di una spirale di emozioni che porterà John ad affrontare le sue paure e scoprire la verità di un delitto apparentemente perfetto.




A volte si incontrano pellicole di fronte alle quali si finisce per rimanere a bocca aperta, ammettendone il valore senza troppi giri di parole - cose come Il mucchio selvaggio, I sette samurai, Furore, Tempi moderni - e altre, invece, che paiono offrire ad ogni visione una nuova lettura, e la possibilità di riscoprirle quasi potesse essere sempre e comunque una "prima volta" - 2001, Apocalypse now, Quarto potere -: senza dubbio La donna che visse due volte, il mio personale favorito nell'incredibile filmografia hitchcockiana, fa parte di questa seconda categoria.
L'ultima volta che mi capitò di vederlo, ad esempio, fui travolto dalla sensazione di smarrimento del protagonista gettato tra le fauci di un intrigo noir decisamente più grande di lui e più pericoloso delle vertigini che, di fatto, lo rendono vulnerabile almeno quanto il suo esordio sugli schermi dell'allora casa Ford fu caratterizzato principalmente dalla meraviglia scaturita dalla tecnica prodigiosa come di consueto messa in campo dal Maestro, senza dubbio uno dei registi più dotati, importanti e talentuosi della Storia.
L'occasione del ritorno in sala - anche se per soli tre giorni a partire da oggi - di questa pietra miliare mi ha dunque dato modo - grazie anche agli amici di QMI - di esplorarlo da un altro e profondo punto di vista: quello dell'amore.
Dalla vertigine che da il titolo alla versione originale della pellicola ai conflitti interiori vissuti dal protagonista Scottie e da Madeleine/Judy rispetto al destino della loro storia, dall'ironia disseminata con acume dal vecchio Hitch - sfruttando soprattutto la spalla di Ferguson, l'ex fidanzata ed amica Midge - al ruolo del Destino, sempre pronto a mettere la parola fine a qualsiasi pretesa umana - la straordinaria conclusione -, il sentimento che è, di fatto, la benzina per il motore di gran parte dell'arte gioca un ruolo fondamentale in questa intensa favola nera mascherata da thriller, in grado di raggiungere in più di un'occasione - la sequenza sulla spiaggia con il primo bacio tra Scottie e Madeleine - una tensione emotiva e quasi erotica incredibile, decisamente più avanti rispetto anche ai nostri tempi.
Lo sprofondare di Ferguson nel dolore della perdita di quello che, di fatto, costituisce il suo primo - ed unico, forse - amore, culminato con la spettacolare sequenza dell'incubo - un vero e proprio cocktail in netto anticipo rispetto all'epoca della psichedelia - così come la progressiva trasformazione di Judy in Madeleine nata per compiacere i desideri del proprio compagno sono volti che ognuno di noi ben conosce - o ha sperimentato sulla propria pelle - dell'amore, in grado di mutare nella più grande gioia e nell'incubo peggiore della vita di qualsiasi persona, dal più duro all'ultimo dei teneri.
Hitchcock, troppo spesso accusato di essere un regista freddo e votato esclusivamente alla tecnica, mostra ancora una volta la grande passione della sua arte, la carica emozionale nata dal bisogno di scoprire il grande dramma del sentimento, che proprio come un'epopea alcolica riesce a portarci ad imprese incredibili ed estasi quasi mistiche tanto quanto a dolori pronti a spezzarci in due.
E come barche alla deriva risucchiate da un maelstrom di sentimenti, finiamo per ritrovarci schiavi di una vertigine che finiremo per superare soltanto nel momento in cui saremo davvero disposti ad andare oltre il passato, ed anche in quel caso, non saremo mai davvero protetti dal Destino, così come dalle follie dell'organo più pericoloso e stupefacente di cui siamo dotati: il cuore.


MrFord


"Lights go down, it's dark
the jungle is your head
can't rule your heart
a feeling is so much stronger than
a thought
your eyes are wide
and though your soul
it can't be bought
your mind can wonder."

U2 - "Vertigo" - 




domenica 20 ottobre 2013

Caccia al ladro

Regia: Alfred Hitchcock
Origine: USA, UK
Anno: 1955
Durata: 106'




La trama (con parole mie): siamo negli anni appena successivi al termine della Seconda Guerra Mondiale, e John Robin, ex ladro di gioielli divenuto eroe della Resistenza in Francia e dunque rimesso in libertà, si trova a dover lottare per dimostrare la sua innocenza quando un misterioso rapinatore che imita il suo vecchio stile comincia ad eseguire un colpo perfetto dopo l'altro nelle più ricche località della Costa Azzurra.
Tallonato dai poliziotti che lo credono colpevole e dai suoi vecchi compagni turbati dall'idea di dover tornare in cella a seguito dell'apparente ripresa dell'attività di Robie, John dovrà guardarsi le spalle e grazie all'aiuto di una giovane ereditiera e di sua madre smascherare il vero colpevole mettendo al sicuro la sua libertà ed il suo cuore.




Quando al Saloon approda il Maestro Hitchcock si finisce sempre per pulire il bancone di legno grezzo come se si trattasse di una grande occasione: il regista inglese, uno dei nomi più importanti della Storia della settima arte, infatti, è sinonimo di qualità sopraffina nonchè di visione meritevole sempre e comunque.
E' così anche per quello che, di fatto, ho sempre considerato uno dei suoi divertissements più rilassati e lontani dalle vette di La donna che visse due volte o Psyco, Caccia al ladro: saggio di eleganza stilistica, pulizia di esecuzione, ritmo e tecnica - la fotografia è da leccarsi i baffi, le riprese aeree della Costa Azzurra da capogiro -, questa commedia romantica mascherata da spy story è uno dei più fulgidi esempi di quanto girare divertisse il Maestro, decisamente lontano dalla tensione che altri suoi esimi colleghi inevitabilmente trasmettevano ad attori e tecnici dal primo all'ultimo momento delle riprese - Stanley Kubrick docet -.
Un elegantissimo Cary Grant nei panni dell'ex ladro di gioielli divenuto partigiano John Robie conduce il pubblico dalla prima all'ultima scena spalleggiato da una Grace Kelly mai così bella, lasciando spazio al regista per la sua consueta apparizione, ad una trama degna dei classici del genere e ad una serie di passaggi in cui la raffinatezza della messa in scena si fonde perfettamente con la leggerezza della storia e del suo svolgimento: se c'è, dunque, da trovare un limite - anche al voto complessivo - a questo lavoro del vecchio Hitch è giusto questo, la voglia di divertirsi e divertire che supera l'indagine interiore e la profondità, rendendo Caccia al ladro una sorta di fratellino minore di Intrigo internazionale, pietra miliare venuta "dallo stesso campo da gioco" - come direbbe il Vincent Vega di Tarantino - ma evolutasi ad un livello tecnico ancora superiore.
Molto interessante la scelta dell'ambientazione, esotica per gli USA ai tempi ma in qualche modo un ritorno a casa per il regista, che al Vecchio Continente, non dimentichiamolo, deve i suoi natali e le sue origini: per il resto, il pubblico femminile ebbe - ed ha ancora - la soddisfazione di farsi coinvolgere dalla parte sentimentale delle gesta di John Robie - un charachter che ai giorni nostri vedrei benissimo interpretato dal Cary Grant del Nuovo Millennio, George Clooney, o in una versione più sbarazzina da Robert Downey Jr - mentre quello maschile potette assistere ad una sorta di Ocean's eleven dei tempi provando ad ipotizzare chi si nascondeva dietro l'identità del nuovo Gatto - questo il vecchio "nome d'arte" di Robie -.
E guardando ad entrambe le soluzioni il buon Alfred non concede neppure una sbavatura, tenendo sulla corda la componente in rosa grazie ai confronti tra la giovane ex partigiana e l'ereditiera interpretata dalla già citata Grace Kelly e quella in azzurro con uno scioglimento della trama che riesce a sorprendere perfino quando la risposta a tutti i sospetti pare essere certa, assicurata e definitiva.
Come se non bastasse la chiusura ed il "furto del cuore" subito dal leggendario ex ladro ha il sapore di una vittoria del romanticismo tipico del film d'avventura dei tempi così come del garbato sberleffo all'idea di un uomo d'azione costretto suo malgrado a dover cedere il passo ad un unione sentimentale che con il suo "per sempre" finirà per significare una pensione da qualsiasi impresa che possa portare a brividi come quelli appena vissuti.
Un piccolo scherzo very british che rende la visione ancora più piacevole, e a distanza di ormai sessant'anni regala soddisfazioni ad un'audience che non solo ha cambiato i suoi orizzonti, ma che a breve non penserà neppure più che un tempo potessero essere realizzate chicche "minori" come questa.



MrFord


"Why must I be the thief?
Why must I be the thief?
Oh Lord please won’t you tell me,
why must I be the thief."
Radiohead - "The thief" -


venerdì 11 ottobre 2013

Hitchcock

Regia: Sacha Gervasi
Origine:
USA
Anno: 2012
Durata:
98'




La trama (con parole mie): Alfred Hitchcock, Maestro indiscusso del Cinema thriller e non solo, ritratto ai tempi della realizzazione del controverso Psyco, che finirà per rivelarsi il suo più straordinario e celebrato successo di pubblico e critica.
Dal rapporto con la moglie ed inseparabile compagna d'arte Alma a quello con le sue attrici, dalle insicurezze nella vita privata alle certezze incrollabili sul set, la figura di uno dei più grandi geni della settima arte rappresentata dai retroscena di quella che è la sua opera più nota, la ciliegina sulla torta di una carriera sfolgorante e clamorosa che ancora oggi riesce a fare invidia non soltanto agli aspiranti registi, ma addirittura agli spettatori.
Uno sguardo rivolto ad Hitch, ma anche e soprattutto ad Alfred Hitchcock.





"Io sono solo quello che sta dietro la macchina da presa, ad osservare", afferma placido Alfred Hitchcock detto Hitch, per tranquillizzare la diva della sua scommessa più grande, quel Psyco che si rivelerà un successo senza precedenti nella sua carriera.
Nessuno saprà mai con certezza se l'apparente sicurezza del Maestro fosse alimentata dalla consapevolezza nei propri mezzi o dalla fiducia in un sogno, o se fosse diretta a Janet Leigh o a lui stesso: stando a quel che propone con piglio maniacale e grande partecipazione Sacha Gervasi, poco importa.
E onestamente, sento di poter stare dalla parte del cineasta inglese.
Hitchcock, grottesca e piacevole chicca a proposito di Cinema e Vita mascherata da biopic di un grandissimo, ne è la prova assoluta ed inconfutabile.
Il piacere che si prova osservando il lato umano di un'epoca magica per la pellicola e la sala, di un regista che è, di fatto, un'icona, di un "grande Uomo alle spalle del quale fu presente una grande Donna", è indescrivibile, e la visione di questo gioiellino che non sarà una pietra miliare ma senza dubbio regala una carica emotiva enorme per ogni amante del grande schermo è una di quelle piccole gioie in grado di far dimenticare le brutture della vita e la magia che, in tempi non sospetti, conquistò questo vecchio cowboy portandolo a diventare una sorta di esigente dipendente di una proiezione al giorno, dovendo fare i conti con tutta una serie di tempistiche legate al resto della vita.
Hitchcock non sarà, dunque, uno dei titoli pronti a fare bella mostra delle proprie qualità nella top ten del meglio dell'anno fordiano, eppure è senza alcun dubbio riuscito non soltanto a mettere addosso al sottoscritto una voglia irrefrenabile di recuperare - e recensire - il già citato Psyco e Gli uccelli - splendida la beffarda chiusura -, ma a trasmettere la passione, la magia e la dimensione che l'indimenticabile autore anglosassone è riuscito a trasmettere al suo pubblico attraverso la quasi totalità delle sue opere.
Quella che, dunque, sulla carta appariva solo ed esclusivamente come un'operazione nostalgica/commerciale atta a fare leva sui fan di nicchia pronti a dare la caccia alla collezione completa di dvd o bluray del mitico Alfredone non appena usciti dalla sala si è rivelata una perfettamente funzionante macchina del tempo in grado di riportare indietro chiunque fosse disposto a tuffarsi in quello che, di fatto, rappresenta un dietro le quinte della vita e della poetica hitchcockiana - meraviglioso l'utilizzo di Ed Gein, terrificante serial killer statunitense che ispirò Robert Bloch ed il Nostro per Norman Bates e dunque Thomas Harris e Jonathan Demme per Il silenzio degli innocenti come "Grillo parlante" del regista, neanche ci trovassimo all'interno di un onirico e strampalato noir -, un the delle cinque con delitto confezionato ad arte per ritrovarsi con il cuore in gola e la convinzione di aver assistito ad una svolta fondamentale non soltanto di un'epoca, ma del vero e proprio big bang di una forma di narrazione destinata a cambiare il mondo della comunicazione e non solo.
Splendido il cast, dagli strepitosi Hopkins e Mirren alle normalmente legnose Johansson e Biel, perfetta la ricostruzione, madmeniana la cornice: ma non è certamente soltanto questo, a rendere straordinariamente piacevole questa visione.
E' lo spirito del rischio che anima chi è genio, e chi no, la voglia di provare sulla pelle il sapore della libertà, creativa, di vita e di idee, che ci permette di indulgere nell'errore per scoprire quanto è importante quello che apparentemente pare non avere importanza, dalla segretaria sempre presente all'eminenza grigia che è tanto di più lontano dall'essere grigia da risultare una stella decisamente più brillante della nostra.
E' il caso di Alfred e Alma.
Del Cinema e di Hitchcock.
Che non avrà voluto il "gallo" a richiamare il suo nome, ma che senza dubbio era quanto di più importante ci fosse nell'aia della settima arte a quei tempi.
E non solo.


MrFord


"We get so far
and then it just starts rewinding
and the same old song
we're playing it again
suspension without suspense."
No Doubt - "Suspension without suspance" - 


venerdì 27 settembre 2013

Passion

Regia: Brian De Palma
Origine: Germania, Francia, USA
Anno:
2012
Durata:
102'




La trama (con parole mie): Christine Stanford, direttrice di un'agenzia pubblicitaria a Berlino, è una donna abituata a gestire il potere ed esercitarlo, così come ad avere tutti - in ufficio come nel letto - ai suoi ordini. Isabelle James è il talento più cristallino del suo team, una ragazza che Christine traduce in un'occasione di carriera così come in una sorta di giocattolo e sogno erotico idealizzato.
Quando quelli che apparentemente paiono normali conflitti lavorativi finiscono per trasformarsi in ossessioni e vendette, tra le due donne si innescherà un meccanismo mortale pronto ad oliarsi con il sangue di un omicidio apparentemente perfetto.
Ma le cose sono davvero come sembrano? O qualcuno, dietro le quinte, ha finito per manovrare anche chi pensava di essere regista di una vicenda pronta a concludersi con un finale senza sbavature?




Occorre ammettere che, nonostante il tempo che passa ed una distribuzione non più in grado - o disposta - a supportarlo come meriterebbe, Brian De Palma continua a difendersi decisamente meglio di molti suoi anche più illustri colleghi, dedicandosi alla realizzazione e messa in scena di pellicole che è evidente quanto finisca per amare senza tradire in alcun modo quella che, di fatto, è la sua poetica voyeuristica ed elegante fin dalle prime affermazioni di una lunga carriera.
Partendo da Crime d'amour di Alain Corneau, infatti, il regista di Newark porta sullo schermo una perfetta storia in piena De Palma's Way, circondando i consueti preziosismi tecnici con una cornice che ricorda i thriller di matrice hitchcockiana - del resto, il vecchio Hitch resta il Maestro ed il riferimento assoluto del buon Brian -, affiancando due protagoniste diversissime tra loro eppure insolitamente funzionali - non amo particolarmente Noomi Rapace, così come Rachel McAdams - e costruendo un crescendo di tensione e twist in grado di avvincere - seppur non convincendo fino in fondo - il pubblico dal primo all'ultimo minuto come di recente era stato in grado di fare Soderbergh con il suo Effetti collaterali, che in qualche modo ho trovato associabile - e non solo per genere - a questo Passion.
Dunque, ad un'algida fotografia e passaggi d'alta scuola - le riprese del finale, lo splendido split screen affiancato al piano sequenza di poco precedente alla scena dell'omicidio - vediamo svilupparsi temi attuali ed importanti come le molestie sul posto di lavoro - siano esse sessuali o no -, una critica feroce all'Uomo come predatore senza morale ed un deciso sguardo all'anima nera che guida la nostra mano - e non solo quella - quando all'istinto di sopravvivenza si mescola il desiderio di qualcosa, o qualcuno.
In questo senso, interessante notare come nessuno tra i protagonisti esca completamente pulito dalla vicenda, che spesso e volentieri pare quasi un complicato gioco delle parti all'interno del quale, inesorabilmente, tutti e senza complimenti lavorano in modo da colpire alle spalle chi sta loro attorno principalmente per un rendiconto personale, sia esso legato al denaro, alla carriera o al desiderio sessuale - anche perchè, di sentimenti, malgrado le complesse psicologie di Christine, Isabelle e Dani, pare davvero arduo parlare -, e che perfino nella figura dell'ispettore di polizia innamorato segretamente della sospettata principale trovano la conferma della debolezza e dell'oscurità che in quanto esseri umani portiamo in dote al mondo.
Certo, non stiamo comunque parlando del miglior lavoro del regista - i gloriosi anni ottanta e l'ironia nerissima di Omicidio a luci rosse sono purtroppo ormai lontani - ed alcuni snodi della sceneggiatura paiono a tratti troppo facili - l'escalation giudiziaria a seguito dell'omicidio e la chiusura "onirica" su tutti -, eppure il piacere di osservare un grande al lavoro resta, anche perchè l'amore che De Palma continua a nutrire per Hitchcock traspare senza spocchia alcuna da ogni fotogramma, e se il risultato resta pur sempre quello di un epigono - di classe, ma un epigono - incapace di raggiungere le vette dell'originale, il piacere si sente, negli occhi come sulla pelle.
A Brian De Palma continua, dopo decenni di onorata carriera, a non mancare la "passione".
E fortunatamente, noi amanti del Cinema siamo sempre qui, pronti a prenderci un pezzo in più di questo stesso torbido, sanguigno, travolgente istinto.


MrFord


"In the bars and the cafes, passion
in the streets and the alleys, passion
a lot of pretending, passion
everybody searching, passion."
Rod Stewart - "Passion" - 


martedì 6 agosto 2013

Delitto per delitto - L'altro uomo

Regia: Alfred Hitchcock
Origine: UK, USA
Anno: 1951
Durata: 101'




La trama (con parole mie): Guy Haines è un tennista discretamente famoso alle prese con un divorzio che rischia di compromettere il legame che nel frattempo ha costruito con la giovane figlia del senatore Morton. Un giorno, durante un viaggio in treno, conosce per caso Bruno Anthony, rampollo di una ricca famiglia con inclinazioni psicotiche, che gli propone uno scambio di favori legato a due omicidi: lui si occuperebbe di eliminare la sua scomoda ex compagna ed in cambio lo sportivo dovrebbe sistemare il padre di Bruno, in modo che lo stesso possa ereditare tutti i suoi beni.
Haines considera la questione assurda e senza dare troppo peso all'incontro liquida amichevolmente Anthony: quando qualche tempo dopo Bruno uccide a sangue freddo Miriam, ex di Haines, però, Guy capisce di avere a che fare con uno psicopatico pericoloso.
Intimorito all'idea di rivolgersi alla polizia perchè spaventato dalla possibilità di essere associato all'omicidio, il tennista finirà per confidarsi con la sua nuova compagna che, insieme alla sorella, cercherà di fare il possibile affinchè il suo innamorato possa liberarsi dai sospetti delle forze dell'ordine e consegnare il folle Bruno alla giustizia prima che lo stesso pretenda il completamento della parte di "piano" destinata a Guy.



Fortunatamente per ogni amante del Cinema, esistono autori in grado di regalare sicurezza ad ogni visione, garanzie di qualità che, all'occorrenza, sono in grado di salvare una serata senza proposte valide o settimane prive di uscite interessanti: uno di questi è senza dubbio Alfred Hitchcock, Maestro indiscusso della macchina da presa, uno dei nomi di riferimento dell'Olimpo della settima arte, autore di così tanti supercult da perderci il conto.
Non tutti i titoli firmati dal regista anglosassone, però, sono ugualmente noti al grande pubblico, e tra quelli "nascosti" spicca senza dubbio alcuno il gioiellino che è Strangers on a train, adattato qui da noi come Delitto per delitto - L'altro uomo, opera figlia della produzione americana di Hitch ed ennesimo saggio della sua clamorosa classe: costruito su un soggetto decisamente poco realistico ma ugualmente affascinante e giocato sull'equilibrio tra l'attesa e la sensazione di minaccia - ben resa da Robert Walker, che fornì il suo Bruno Anthony di un fascino oscuro simile a quello del Robert Mitchum de La morte corre sul fiume e Il promontorio della paura, e che scomparve non molto tempo dopo aver ultimato le riprese a soli trentadue anni -, Delitto per delitto è un cocktail perfetto che mescola elementi visivi tipici dell'espressionismo tedesco e di altre meraviglie dell'Alfredone nostro come Rebecca - La prima moglie ad un piglio quasi più simile a quello della commedia nera, piuttosto che del thriller vero e proprio - la sequenza che vede Guy introdursi nella casa degli Anthony per cercare di avvertire il padre di Bruno delle macchinazioni del figlio ne è la prova lampante -, impreziosito dal complesso rapporto tra i due protagonisti, nato casualmente all'interno di una carrozza di treno come fosse un'amicizia da vacanza ed evolutosi da subito come una proiezione dell'ego distorto e maligno di Bruno, che porta sullo schermo i tratti dello psicopatico almeno quanto quelli del bambino incapace di superare il trauma della presenza di un padre troppo potente e severo cui si aggiungono quelli di una madre assolutamente incapace di vedere emergere i problemi comportamentali del figlio - che potrebbero essere stati volontariamente ignorati dalla donna, succube di un'immagine idealizzata del rampollo -.
Il crescendo di tensione ed il cerchio che si stringe attorno ai due protagonisti dapprima coinvolti in un rapporto esclusivo - che culmina nella potentissima parte dedicata all'omicidio di Miriam nel cuore del parco giochi, una scena che non avrebbe sfigurato neppure all'interno di un horror o di pietre miliari come Lo squalo, per quanto diverse per derivazione ed impatto -, dunque inseriti in un contesto sociale che tocca anche la famiglia acquisita di Guy e le forze dell'ordine, e chiamati in seguito a chiudere il tutto con una serratissima caccia all'uomo così tirata da riportare alla mente del sottoscritto il climax di Rapina a mano armata sono diretti con il consueto ed impeccabile stile da Hitchcock, che si ritaglia la canonica apparizione fugace - è il musicista che sale sul treno - e conduce per mano lo spettatore riuscendo a tenere lo stesso sulla corda benchè sia chiaro fin dal principio quale sarà l'esito della vicenda.
Come se tutto questo non bastasse, l'epilogo ed il destino di Bruno Anthony finiscono per assumere i toni della quasi tragedia classica, creando di fatto un legame tra i due "eroi" della vicenda ben più profondo di quello che potrebbe stabilirsi tra compagni di avventura o amici di vecchia data: l'ambiguità dello stesso, in linea con una ricerca che ha accompagnato Hitchcock lungo tutta la sua carriera, riesce a rendere Delitto per delitto una proposta che non soltanto è in grado di fare scuola a livello di tecnica e capacità di narrazione, ma anche di impatto emotivo, nonostante, di fatto, si tratti di un puro e semplice divertissement d'autore che, almeno in superficie, non dovrebbe andare oltre quelli che oggi sono le più scontate proposte d'intrattenimento.
Certo, nel lontano millenovecentocinquantuno, quando si voleva passare una serata senza pensieri, ci si poteva trovare in sala per gustarsi una chicca di questo calibro, mentre ora, nel caso andasse bene, si potrebbe sperare al massimo in un film action fracassone da riposo di neuroni: i tempi cambiano, fortunatamente alcuni titoli - come questo - restano.


MrFord


"Well we all fall in love
but we disregard the danger
though we share so many secrets
there are some we never tell
why were you so surprised
that you never saw the stranger
did you ever let your lover see
the stranger in yourself?"
Billy Joel - "The stranger" -


giovedì 4 aprile 2013

Thursday's child


La trama (con parole mie): le ultime settimane di uscite hanno decisamente provato la pazienza di spettatori nonchè di rivali mia e del sempre più infighettato e radical chic Cannibale, costretti ad andare quasi d'accordo massacrando la maggior parte delle proposte dei distributori nostrani, ormai da considerarsi alla stregua di una sorta di cartello criminale.
Riuscirà il week end imminente ad invertire la rotta ed alimentare il confronto tra i due nemici più acerrimi della blogosfera?
O ancora una volta la pochezza delle proposte vedrà il sottoscritto e Peppa Kid accelerare i tempi in vista della prossima Blog War per poter vedere le scintille di un tempo?

"Dunque, vediamo quanti soldi mi ha allungato Ford per dare una ripassata a quel tale, Marco Goi..."
Come un tuono di Derek Cianfrance

Il consiglio di Cannibal: da vedere a tuono
Ryan Gosling ritorna sui grandi schermi dopo la grande annata vissuta nel 2011. Quest’anno dovremmo vederlo abbastanza, ma non fateci troppo l’abitudine che l’attore ha già annunciato un periodo sabbatico distante dal cinema. Oltre al Gosling, ci sono pure l’informissima Bradley Cooper, la grande Rose Byrne, Eva Mendes che m’ha convinto giusto in Holy Motors dove faceva giusto la bella statuina, più una soundtrack curata da Mike Patton dei Faith No More e la regia di Derek Cianfrance, già dietro l’interessante Blue Valentine. Quindi premesse più che buone, no?
Ford, se con i tuoi giudizi corri come un fulmine, ti schianti come un tuono contro l’immenso parere cannibale.
Il consiglio di Ford: le bottigliate di Ford colpiranno la testa del Cannibale con la potenza di un tuono.
Non ho ancora avuto modo di vedere Blue Valentine, ma il trailer di questo Come un tuono mi ha esaltato fin dalla prima visione, senza contare che il protagonista assoluto è uno degli idoli fordiani di nuova generazione, il buon Ryan Gosling che mette d'accordo ometti e donzelle così come un cowboy del mio stampo ed un pusillanime come Peppa Kid.
Dunque, per una volta, tutti d'accordo sull'idea di puntare su questo come titolo della settimana.

"Non preoccuparti, piccolo: tu e il Fordino non avete niente da temere. Il Cannibale non potrà più farvi alcun male."
Hitchcock di Sacha Gervasi

Il consiglio di Cannibal: good evening
Film da non perdere per tutti gli amanti di Hitchcock e per tutti gli appassionati di cinema in generale. Ford, quindi tu te lo puoi anche perdere e guardarti il tuo Stallone.
Non si tratta di un capolavoro cinematografico, ma di una pellicola che riserva parecchi spunti interessanti e che ci porta dietro le quinte della lavorazione del capolavoro Psyco. Vi sembra poco?
Recensione cannibale coming soon, insieme a qualche altra recensioncina hitchcockiana. Pure queste da non perdere.
Il consiglio di Ford: una serata con Cannibale? Meglio dare la buonanotte e andarsene a dormire!
Film che ho nel cassetto da un po’ di tempo ma che, pur essendo un grande fan del Maestro, continuo a rimandare per il rischio di trovarmi di fronte uno di quei polpettoni in stile The iron lady che potranno emozionare le ladies in lavender come Katniss Kid ma che non fanno proprio per il sottoscritto. Può essere che decida di vederlo giusto per onor di recensione, ma le speranze che nutro sono decisamente pochine.

"Stai scherzando, vero!? Vuoi che faccia guidare il vecchio Ford così ubriaco!?"
Jimmy Bobo - Bullet to the Head di Walter Hill

Il consiglio di Cannibal: Jimmy Ford - Bullet to his head
Walter Hill è il regista dei grandi Guerrieri della notte. Quel film risale però al 1979 e negli ultimi anni il Hill non ha certo combinato cose grandiose… Questo Jimmy Bobo, già rivelatosi un mega floppone negli USA, a segno dell’ormai evidente declino degli action heroes anni ’80 tanto amati da Ford e tanto odiati da me, non si preannuncia certo come un ritorno alla grande. Già dal pessimo trailer, che sembra lo spot riuscito male di un videogame picchiaduro, Stallone appare ormai fuori tempo massimo per fare ancora queste parti d’azione. Jimmy Bobo dovrebbe allora seguire l’esempio di Jimmy Ford e ritirarsi a vita privata.
Il consiglio di Ford: Sly, spara un bullet in quella head vuota del Cannibale!
Filmone trash, tamarro ed action della settimana, del mese e forse addirittura del primo semestre 2013: Sly, sempre in grande spolvero e fior fior di botulino, affiancato da Jason Momoa - il Drogo di Game of thrones - porta sullo schermo un action old school come ormai tutti si sono dimenticati di girare, degno della grande tradizione di un mito come Walter Hill.
Non date ascolto ai fighettini senza spina dorsale come il mio antagonista, e correte a godervelo dall'inizio alla fine con birra e rutto liberissimo.

"La vedi questa tenaglia? E' la stessa che ho usato per strappare i denti a Peppa Kid."
Bianca come il latte, rossa come il sangue di Giacomo Campiotti

Il consiglio di Cannibal: rosso come il sangue di Ford che scorre mentre mi bevo un latte bianco
Tratto dall’omonimo romanzo di Cristina Alessandro D’Avenia, un best seller cult tra i bimbiminkia, e con la colonna sonora firmata dal gruppo preferito di Ford, i Modà, questo filmetto potrebbe subire un massacro cannibale di quelli che non si vedevano dai tempi dell’ultima recensione di una “pellicola” di Moccia.
Lì sì che scorrerà del rosso come il sangue. E a leggerla il regista insieme a D’Avenia rimarranno bianchi come cadaveri.
Il consiglio di Ford: bianco come il Coniglione sempre chiuso nella sua cameretta, rosso come il sangue che sgorgherà dalla sua testolina una volta presa di mira dalle bottigliate del sottoscritto.
A parte il fatto che questo rischia di essere uno dei film peggiori non solo dell'anno, ma del decennio, credo non potrei decidere di vederlo di mia spontanea volontà neppure se Peppa Kid decidesse di cedermi tutti i suoi risparmi, la casa a Casale e anche quella al mare, e prodigarsi per mantenermi a vita con un mensile di un certo livello.
Beh, forse in questo caso potrei anche farci un pensierino.

"Guarda che se esco con te poi il Coniglione si ingelosisce e non guarda più i miei film!"
Le avventure di Zarafa - Giraffa giramondo di Rémi Bezançon e Jean-Christophe Lie

Il consiglio di Cannibal: potete girare tutto il mondo, piuttosto che guardare questo film
Ho come l’impressione che il cinema francese stia continuando a sfornare ottimi film, ma in Italia i nostri mitici distributori preferiscono importare robette una dietro l’altra. Dopo il Marsupilami di settimana scorsa, ecco per la gioia di Ford & Son una nuova bambinata clamorosa. Una roba che io mi risparmio tranquillamente, anche perché se cose come Bianca come il latte meritano di essere massacrate, questo film mi sembra invece troppo innocuo per suscitare reazioni furibonde. Un po’ come il troppo pacifico e spento Ford degli ultimi tempi…
Il consiglio di Ford: giro tutto il mondo, ma a Casale proprio non ci metto piede. Se non per picchiare un po’ il mio rivale.
Proprio la scorsa settimana con il terrificante Marsupilami pensavo che il Cinema francese, tanto osannato la scorsa stagione, stesse mostrando il fianco ai pessimi distributori italiani toccando il fondo almeno per quello che riguarda gli ultimi mesi, quand'ecco sopraggiungere questo Le avventure di Zarafa, che promette di avere un hype anche più basso di Bianca come il latte, rossa come il sangue. Fate voi.

"Ecco l'oasi fordiana in mezzo a questo deserto cannibale."
Sodoma - L’altra faccia di Gomorra di Vincenzo Pirozzi

Il consiglio di Cannibal: Ford - L’altra faccia di Saviano
Un Gomorra comico?
Cos’è, un pesce d’aprile in ritardo o l’hanno girato veramente?
L’ha realizzato Ford per prendere per i fondelli il suo acerrimo nemico (forse più di me) Saviano, in questi giorni in uscita con il suo nuovo libro che il mio blogger rivale ha già prenotato in libreria?
Dal trailer sembra proprio una roba da ammazzarsi. E non dalle risate.
Il consiglio di Ford: l'altra faccia del buon Cinema, Pensieri cannibali.
Con tutta l'antipatia che provo per Saviano, devo dire che una roba ridicola - e non nel senso buono - come questa rischia di fare solo male al nostro Cinema - semmai ne fosse rimasta traccia - e a qualsiasi sventurato decida di cimentarsi nella visione.
Pensate, non la consiglierei neppure al mio rivale, che è dire tutto.

"Kid, non hai idea di quanta gente abbia pagato Ford per toglierti di mezzo!"

giovedì 2 agosto 2012

Bed time

Regia: Jaume Balaguerò
Origine: Spagna
Anno: 2011
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Cesar è il custode di uno stabile. Un uomo solo e tendente alla depressione, legato ad una madre ormai morente in ospedale cui affida tutte le sue confessioni ed inquietudini.
Cesar è in cerca di una rivincita, perchè se c'è una cosa che detesta è il sorriso degli inquilini che lo salutano come se niente fosse al mattino, dicendo che va tutto bene.
Non va tutto bene. E Cesar lo sa.
Perchè lui è una delle cause principali della loro inquietudine, delle sfortune, degli episodi più terribili che possano capitare nel momento in cui viene violato il nostro più intimo rifugio.
A fare le spese della missione del custode e divenirne il bersaglio principale è la giovane Clara, lontana dal fidanzato e sola nell'affrontare la minaccia dell'uomo.




Non ho mai particolarmente amato Balaguerò e il suo Cinema.
Fin dai tempi della grande stagione che vide la settima arte iberica divenire la protagonista degli scenari autoriali europei - un pò quello che sta accadendo ora con la Francia - qualche anno fa, ho sempre giudicato i lavori del regista nativo della Catalunia - escludendo forse il solo Rec - piuttosto scarsi, privi di logica ed interesse al punto tale da bastonarli spesso e volentieri senza troppi complimenti.
Alla notizia dell'uscita nelle sale italiane di Bed time, ho pensato che una pioggia di bottigliate si sarebbe abbattuta tra capo e collo del buon Jaume senza che battessi ciglio, soprattutto ben sapendo che il mio nemico per eccellenza Cannibale ne aveva tessuto le lodi.
Poi, un pò per la passione di Julez per i film corredati di morti ammazzati e spaventi vari, un pò per alcune altre recensioni sicuramente più fidate rispetto a quella del mio antagonista - ahahahahahah! -, la curiosità di affrontare la visione con qualche aspettativa in più è cresciuta, e, devo ammetterlo, anche in buona parte mantenuta.
Addirittura potrei arrivare a dire che Bed time è il miglior film di Balaguerò, il primo che pare solido e convincente dall'inizio alla fine, tanto da farmi quasi dispiacere per alcune sbavature che, se sistemate in fase di scrittura e produzione, avrebbero sicuramente portato il cineasta spagnolo alla consegna di un vero e proprio cult del genere all'audience.
A partire dal protagonista - un sempre ottimo Luis Tosar, che un paio d'anni fa mi strabiliò in Cella 211 - e da quel ruolo apparentemente innocuo che è il custode di un condominio, Balaguerò costruisce un thiller di notevole tensione giocato nella sua quasi totalità sulla visione del "cattivo" - un pò come fu per uno dei capistipite del genere, L'occhio che uccide di Powell, Capolavoro indiscusso che tutti dovrebbero recuperare, o Frenzy di Hitchcock, con i suoi delitti mostrati in soggettiva - e ribaltandone di fatto il ruolo on screen, portandolo al centro di momenti che mi hanno riportato alla mente le disperate fughe casalinghe di James Caan in Misery non deve morire - strepitosa la sequenza all'interno dell'appartamento della giovane vittima Clara con il faccia a faccia tra Cesar ed il fidanzato della ragazza - quasi si trattasse del protagonista in cerca di salvezza.
Come se non bastasse, l'idea di essere violati non tanto nel corpo o nello spirito quanto rispetto alla propria casa rappresenta senza dubbio una delle sensazioni di disagio maggiore che possano esistere, come se quello che, di fatto, è il rifugio in cui troviamo quotidianamente ristoro, fosse più sacro perfino della nostra stessa carne, che sappiamo di poter tentare di difendere sempre e in ogni momento, almeno fino a quando le forze ci assistono.
L'idea, inoltre, che questa intrusione possa avvenire con noi tra le mura risulta ancora più inquietante e terribile, quasi per il Male non potessimo essere bersagli più semplici nel momento in cui riusciamo a sentirci davvero al sicuro: e a rendere possibile tutto questo, un personaggio oscuro e disturbante, un uomo in grado di fare della sofferenza altrui - soprattutto quella ammessa - la sua felicità, tanto da arrivare a "risparmiare" il suo vessatore più ostinato e convinto, l'unico uomo apparentemente infelice ed insoddisfatto del condomino.
Il tutto senza contare l'evoluzione sempre più sconvolgente del suo scontro con Clara, culminato con il terribile finale dal sapore così amaro da ricordarmi lo splendido La notte dei girasoli - se vi capita, recuperatelo, ne vale davvero la pena -.
Eppure, nonostante tutto questo, Bed time poteva - doveva? - essere molto di più, e la sensazione di un'occasione perfetta in parte sprecata resta soprattutto quando ci si sofferma sulla logica delle indagini della polizia - così come della reazione alla scoperta dell'invasione da parte di Clara e del fidanzato - o sul personaggio di colpo uscito di scena della signora Veronica, il cui faccia a faccia conclusivo con Cesar pare il ritratto ad uno specchio della solitudine di entrambi i personaggi.
Peccato davvero, perchè con un'attenzione maggiore questo già convincente lavoro avrebbe potuto rivendicare una posizione di rilievo in un'ipotetica classifica di genere rispetto alla produzione degli ultimi anni, in grado di regalare davvero poco ad un pubblico che, nonostante le apparenze, continua ad essere assetato di quella tensione che solo la paura dei mostri sotto il letto riesce a trasmettere.


MrFord


"I know they're under the bed, that's where they hide
I know they need to be fed every night
they live deep under the bed, way down below
I found the skin that they shed cuz they eat there and they breathe there, and they grow."
Alice Cooper - "Under the bed" -





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