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martedì 14 agosto 2012

L'occhio che uccide

Regia: Michael Powell
Origine: UK
Anno: 1960
Durata: 101'




La trama (con parole mie):  Marc Lewis, operatore di macchina ed aspirante regista, ha passato l'infanzia preda degli abusi del padre, uno studioso delle reazioni dei bambini alla paura, sviluppando un insano legame con il voyeurismo applicandolo alla ricerca della ripresa perfetta del terrore.
Così, spinto da impulsi omicidi, toglie la vita a numerose donne riprendendo ogni istante delle uccisioni per poi vederle e rivederle in attesa del suo Capolavoro.
Quando la giovane Helen, che vive nel palazzo di cui è proprietario, entra nella sua vita, l'uomo comincia a vedere una crepa nel guscio che ha costruito dai tempi dell'infanzia rispetto al mondo: i sospetti della madre della ragazza e la polizia, però, torneranno a metterlo alle strette.




Normalmente, che sia in seguito al percorso di studi o per pura e semplice passione, nel momento in cui ci si avvicina al Cinema - così come a qualsiasi altra forma d'arte -, si trascorre sempre un certo qual periodo prede del radicalchicchismo e del bisogno quasi fisiologico di scoprire quali siano i titoli giudicati fondamentali perchè ci si possa considerare degli esperti nell'ambito: fu nel corso di uno di questi passaggi che mi ritrovai per la prima volta ad affrontare una delle pellicole più note e celebrate di Michael Powell, regista poco conosciuto rispetto ai grandi Maestri della settima arte fa parte dei non appassionati eppure incredibilmente grande, autore di pietre miliari quali Scala al Paradiso e Scarpette rosse.
L'occhio che uccide mi colpì immediatamente soprattutto per l'influenza che mi parve aver avuto rispetto ad uno dei primi registi che permisero il progressivo avvicinamento al Cinema del sottoscritto, quel Brian De Palma ormai considerato magico per i movimenti di macchina, i piani sequenza, la capacità di celare il torbido sotto il patinato - esempio perfetto quello che è e resta uno dei suoi film migliori, Omicidio a luci rosse -: il pensiero che un regista di formazione assolutamente classica, figlio di un secolo decisamente distante nel tempo e nell'approccio - Powell nacque nel 1908 - a cinquanta e più anni potesse produrre un'opera profondamente disturbante come questa, all'avanguardia, almeno per contenuti, rispetto agli standard dell'epoca, mi lasciò strabiliato, acquistando ancora più valore per aver ispirato uno dei cineasti che all'epoca apprezzavo maggiormente.
Rivisto a distanza di dieci anni dall'ultimo passaggio sugli schermi dell'allora casa Ford questo supercult del thriller comincia a mostrare il fianco all'incedere del tempo, finendo per risultare, per certi versi, troppo datato per essere davvero compreso ed apprezzato dal pubblico attuale: questo è un limite non indifferente, che mina lo status di Capolavoro con il quale questo lavoro monumentale aveva occupato un posto particolare nel mio cuore di appassionato di Cinema negli anni, eppure non sono riuscito a trovare ulteriori difetti a quello che pare una versione allucinata e perversa - pur se soltanto nella sua indagine della psiche distorta dagli esperimenti del padre del protagonista - dei Classici di Hitchcock, che solo con Frenzy riuscì a sfoderare un livello di perversione simile a quello mostrato da Powell in questo caso.
Celato da un look profondamente legato alla Golden Age dei grandi studios, girato completamente all'interno dei teatri di posa - gli stessi sfruttati con una robusta dose di ironia anche nel corso della pellicola, battute sul regista comprese - e tirato a lucido il più possibile - per i tempi - L'occhio che uccide nasconde infatti un cuore nerissimo che culmina non tanto con le esecuzioni delle vittime per mano - e per macchina da presa - di Marc Lewis, ma con il suo confronto con la madre della giovane Helen, la prima a fare davvero breccia nel cuore dell'omicida quasi regalando all'uomo la speranza di una futura guarigione e scatenando un - seppur distorto - senso di protezione: lo studio del protagonista ammantato di ombre e la figura della donna che compare neanche fosse un fantasma hanno risvegliato ai miei occhi le immagini del potentissimo duello tra Harry Powell - curioso il cognome in comune - e la signora Cooper in La morte corre sul fiume.
Un grandissimo classico che ancora oggi, dunque, merita almeno una visione per scoprire - o riscoprire - quanto le grandi produzioni e le grandi idee possano fare anche di fronte ad epoche, mode e stili completamente diversi: senza contare che, dopo M - Il mostro di Dusseldorf e l'appena citato La morte corre sul fiume, siamo probabilmente di fronte ad uno dei vertici assoluti che la settima arte abbia dedicato alla figura del serial killer prima degli studi moderni, di Manhunter e de Il silenzio degli innocenti.


MrFord


"With every bet I lost
and every trick I tossed
you're still the one who makes me feel much taller than you are
I'm just a peeping tom
on my own for far too long
problems with the booze
nothing left to lose."
Placebo - "Peeping Tom" -


giovedì 2 agosto 2012

Bed time

Regia: Jaume Balaguerò
Origine: Spagna
Anno: 2011
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Cesar è il custode di uno stabile. Un uomo solo e tendente alla depressione, legato ad una madre ormai morente in ospedale cui affida tutte le sue confessioni ed inquietudini.
Cesar è in cerca di una rivincita, perchè se c'è una cosa che detesta è il sorriso degli inquilini che lo salutano come se niente fosse al mattino, dicendo che va tutto bene.
Non va tutto bene. E Cesar lo sa.
Perchè lui è una delle cause principali della loro inquietudine, delle sfortune, degli episodi più terribili che possano capitare nel momento in cui viene violato il nostro più intimo rifugio.
A fare le spese della missione del custode e divenirne il bersaglio principale è la giovane Clara, lontana dal fidanzato e sola nell'affrontare la minaccia dell'uomo.




Non ho mai particolarmente amato Balaguerò e il suo Cinema.
Fin dai tempi della grande stagione che vide la settima arte iberica divenire la protagonista degli scenari autoriali europei - un pò quello che sta accadendo ora con la Francia - qualche anno fa, ho sempre giudicato i lavori del regista nativo della Catalunia - escludendo forse il solo Rec - piuttosto scarsi, privi di logica ed interesse al punto tale da bastonarli spesso e volentieri senza troppi complimenti.
Alla notizia dell'uscita nelle sale italiane di Bed time, ho pensato che una pioggia di bottigliate si sarebbe abbattuta tra capo e collo del buon Jaume senza che battessi ciglio, soprattutto ben sapendo che il mio nemico per eccellenza Cannibale ne aveva tessuto le lodi.
Poi, un pò per la passione di Julez per i film corredati di morti ammazzati e spaventi vari, un pò per alcune altre recensioni sicuramente più fidate rispetto a quella del mio antagonista - ahahahahahah! -, la curiosità di affrontare la visione con qualche aspettativa in più è cresciuta, e, devo ammetterlo, anche in buona parte mantenuta.
Addirittura potrei arrivare a dire che Bed time è il miglior film di Balaguerò, il primo che pare solido e convincente dall'inizio alla fine, tanto da farmi quasi dispiacere per alcune sbavature che, se sistemate in fase di scrittura e produzione, avrebbero sicuramente portato il cineasta spagnolo alla consegna di un vero e proprio cult del genere all'audience.
A partire dal protagonista - un sempre ottimo Luis Tosar, che un paio d'anni fa mi strabiliò in Cella 211 - e da quel ruolo apparentemente innocuo che è il custode di un condominio, Balaguerò costruisce un thiller di notevole tensione giocato nella sua quasi totalità sulla visione del "cattivo" - un pò come fu per uno dei capistipite del genere, L'occhio che uccide di Powell, Capolavoro indiscusso che tutti dovrebbero recuperare, o Frenzy di Hitchcock, con i suoi delitti mostrati in soggettiva - e ribaltandone di fatto il ruolo on screen, portandolo al centro di momenti che mi hanno riportato alla mente le disperate fughe casalinghe di James Caan in Misery non deve morire - strepitosa la sequenza all'interno dell'appartamento della giovane vittima Clara con il faccia a faccia tra Cesar ed il fidanzato della ragazza - quasi si trattasse del protagonista in cerca di salvezza.
Come se non bastasse, l'idea di essere violati non tanto nel corpo o nello spirito quanto rispetto alla propria casa rappresenta senza dubbio una delle sensazioni di disagio maggiore che possano esistere, come se quello che, di fatto, è il rifugio in cui troviamo quotidianamente ristoro, fosse più sacro perfino della nostra stessa carne, che sappiamo di poter tentare di difendere sempre e in ogni momento, almeno fino a quando le forze ci assistono.
L'idea, inoltre, che questa intrusione possa avvenire con noi tra le mura risulta ancora più inquietante e terribile, quasi per il Male non potessimo essere bersagli più semplici nel momento in cui riusciamo a sentirci davvero al sicuro: e a rendere possibile tutto questo, un personaggio oscuro e disturbante, un uomo in grado di fare della sofferenza altrui - soprattutto quella ammessa - la sua felicità, tanto da arrivare a "risparmiare" il suo vessatore più ostinato e convinto, l'unico uomo apparentemente infelice ed insoddisfatto del condomino.
Il tutto senza contare l'evoluzione sempre più sconvolgente del suo scontro con Clara, culminato con il terribile finale dal sapore così amaro da ricordarmi lo splendido La notte dei girasoli - se vi capita, recuperatelo, ne vale davvero la pena -.
Eppure, nonostante tutto questo, Bed time poteva - doveva? - essere molto di più, e la sensazione di un'occasione perfetta in parte sprecata resta soprattutto quando ci si sofferma sulla logica delle indagini della polizia - così come della reazione alla scoperta dell'invasione da parte di Clara e del fidanzato - o sul personaggio di colpo uscito di scena della signora Veronica, il cui faccia a faccia conclusivo con Cesar pare il ritratto ad uno specchio della solitudine di entrambi i personaggi.
Peccato davvero, perchè con un'attenzione maggiore questo già convincente lavoro avrebbe potuto rivendicare una posizione di rilievo in un'ipotetica classifica di genere rispetto alla produzione degli ultimi anni, in grado di regalare davvero poco ad un pubblico che, nonostante le apparenze, continua ad essere assetato di quella tensione che solo la paura dei mostri sotto il letto riesce a trasmettere.


MrFord


"I know they're under the bed, that's where they hide
I know they need to be fed every night
they live deep under the bed, way down below
I found the skin that they shed cuz they eat there and they breathe there, and they grow."
Alice Cooper - "Under the bed" -





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