Ricordo bene la raccolta di poesie che impaginammo al termine del secondo anno di superiori, a seguito di un lavoro fortemente voluto dall'insegnante di Italiano, Storia e Latino, presa dalla sindrome Keating dopo una visione sempre di classe de L'attimo fuggente.
Se devo pensare ad un periodo veramente merdoso, penso a quell'anno.
La timidezza mi divorava, parevo ancora un bambino delle medie rispetto a molti miei compagni di classe che assomigliavano già a quarantenni, ero nella sezione peggiore dell'Istituto, quella all'interno della quale erano radunati tutti gli elementi peggiori della scuola, ci faceva tutte le supplenze il preside e purtroppo non era il Jim Belushi di The Principal.
E quell'insegnante è stata la peggiore che abbia avuto. E ne ho avuti, di insegnanti di merda.
Ad ogni modo, in quella racconta di poesie attaccammo la foto di classe, dediche a rotazione comprese.
Lei, l'insegnante, mi scrisse: "Non fare Fantozzi!", alludendo alla timidezza che frenava molte delle iniziative del sottoscritto.
Allora mi fece male leggere quella dedica. Sentii che quella donna usava la sua posizione per farmi "gentilmente" notare che chi era timido come me le stava in culo, anche se non poteva rompere l'incantesimo da wannabe Keating per ammetterlo.
I film con protagonista Ugo Fantozzi, mitico ragioniere divenuto un simbolo sociale per tre generazioni, e forse quattro, io li divoravo fin da bambino: e, a dirla tutta, i primi due capitoli della sua saga restano ancora oggi uno degli esempi più fulgidi della commedia sociale italiana figlia dei decenni in cui il Cinema nostrano era il migliore del mondo, indiscutibilmente.
Per il resto, la carriera sul grande schermo di Paolo Villaggio è stata caratterizzata dal successo ma da alti e bassi qualitativi che ne hanno troppo spesso - purtroppo - segnato il destino rispetto ad un certo tipo di pubblico, nonostante alcuni titoli "di cassetta" restino per me dei veri e propri cult - dai due Fracchia, in particolare La belva umana, a Io no spik inglish -, da collaborazioni illustri - impossibile dimenticare quella con De Andrè - al lavoro in Teatro e dietro la macchina da scrivere.
Ma torno a quel "Non fare Fantozzi!" che allora mi fece sentire così piccolo, così "qualunque".
Ora, nel giorno della morte di un altro dei volti della mia infanzia, di un "nonno" come è stato Bud Spencer, penso a quanto, al contrario, Fantozzi rappresentasse e rappresenti l'Uomo contro il Sistema, quella variabile impazzita che, come fosse Rocky, subisce e subisce, e ad un certo punto alza la testa, e si scopre indistruttibile.
E di colpo ho davanti agli occhi la tristissima scena degli auguri natalizi con i dirigenti d'azienda che sbeffeggiano la figlia Mariangela e la partita a biliardo che, all'ennesimo "coglionazzo", scatena nel mitico Ragioniere quel moto di rivolta che inizia, semplicemente, con "vorrei fare un tiro io, ora".
Ed è questo, per me, Fantozzi.
Il simbolo di una rivolta, di un orgoglio sociale e di classe che non potrà mai essere placato, abbattuto, sconfitto. Anche e soprattutto nei momenti in cui parrà abituato alla disfatta.
E Paolo Villaggio, personaggio spesso spigoloso soprattutto nella sfera privata, ne è stato il perfetto autore ed interprete, rivelando una sensibilità quasi geniale, in grado di andare oltre la semplice commedia, e perfino al Tempo.
Ed oggi, al pensiero che anche lui abbia salutato questo circo, mi sento forse meno commosso rispetto a quando ci lasciò Bud, ma finisco per sentirmi comunque un pò più solo, lasciato con ricordi e miti e pensieri che potrò solo sperare di riuscire a trasmettere con la stessa forza ai miei figli.
E ripenso a quel "Non fare Fantozzi!".
Non so dove sia finita, quella professoressa.
Ma so dove sono io, ora.
So chi sono.
E sono più che felice di "essere Fantozzi".
Perchè io ho sempre ancora un tiro.
E lo avrò sempre, fino all'ultimo.
Come Paolo Villaggio.
MrFord




























