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venerdì 16 febbraio 2018

Gorchlach - The legend of Cordelia




Uno dei guilty pleasures maggiori del sottoscritto dai tempi dell'apertura del Saloon è rappresentato senza dubbio dall'occasione di confrontarsi con i lavori di giovani registi alla ricerca di un posto al sole nel vastissimo oceano che rappresenta la settima arte.
Negli anni, pur se meno di quanto avrei voluto, diversi cineasti si sono gettati tra le fauci del sottoscritto senza temere recensioni ed interviste: tra loro ricordo bene Fabio Cento, che sei anni fa portò da queste parti l'interessante - ma ancora acerbo - Mud lounges, e che ora fa il suo ritorno con il pilota di una serie che fin dalle prime sequenze mostra non solo l'evoluzione stilistica del suo autore ed una produzione decisamente più importante rispetto all'appena citato Mud lounges, ma anche l'importanza sempre crescente delle opere indirizzate al piccolo schermo dalla qualità che pare uscita dal grande, mescolando Game of thrones a Spartacus senza dimenticare lavori come il Centurion di Neil Marshall.
I quaranta minuti che introducono lo spettatore al mondo di Gorchlach - La leggenda di Cordelia sono serrati, discretamente violenti e ben gestiti dal suo autore, e lasciano ben sperare rispetto a quanto sta accadendo nel sottobosco delle produzioni seriali italiane - un pò quello che accadde con Quella sporca sacca nera -: l'unico appunto che mi sento di fare a Fabio è di avermi ingolosito con il pilota senza avere la possibilità di proseguire la cavalcata del prodotto, dato che ora, tra Ercole, il presente legato all'archeologia ed al fantasy ed un Medioevo perfetto per l'appellativo "Secoli bui", con personaggi folli e maledizioni incombenti, la curiosità cominciava a farla senza dubbio da padrona.
Resterò sintonizzato in attesa che la vicenda dell'amuleto maledetto - ma sarà davvero così? - possa tornare a dare speranza al piccolo schermo "indie" della Terra dei cachi, per quanto muscolosa e poco radical possa sembrare quest'opera.




MrFord



 

venerdì 23 settembre 2016

Pelè - Birth of a legend (Jeff&Michael Zimbalist, USA, 2016, 107')



Come dimostrano le lunghe serie di post dedicate a Mondiali ed Europei, qui al Saloon il calcio è sempre stato ben accolto, in barba agli haters ed ai fighetti che, in occasione delle manifestazioni suddette, finiscono a fingere di tifare per squadre estere salvo poi, eccezionalmente, tornare indietro in caso di vittoria o con una punta di superiorità affermare che a loro "il calcio non interessa": una delle figure più mitiche che il pallone abbia regalato ai suoi tifosi - forse la più mitica, insieme a quella di Diego Maradona - è senza alcun dubbio quella di Pelè, per molti il giocatore più forte della storia di questo sport.
A cavallo tra il Mondiale carioca e l'Olimpiade di Rio, una pellicola da grande distribuzione dedicata alla celebrazione della sua ascesa, partita dalle favelas e culminata con la finale del Campionato del mondo del cinquantotto vinto a sorpresa contro la favoritissima Svezia padrona di casa ed allora praticamente uno schiacciasassi, pareva un'idea pressoche perfetta, considerato il ruolo di ambasciatore sportivo occupato da O Rey negli anni: peccato che, nonostante il fascino indubbio che questo sport riesce ad esercitare sul sottoscritto, la rivalità tra Pelè e Altafini, la presenza di Vincent D'Onofrio ed il ruolo che la ginza - stile legato alle tradizioni di origine africana dei primi schiavi portati in America ai tempi del colonialismo ed alla nascita della capoeira che rese famosi fuoriclasse come Pelè o Garrincha - ebbe nella rivincita sportiva ed umana di quel Brasile, il film risulti talmente romanzato, patinato, scritto e realizzato ad uso e consumo della commercializzazione più bieca da quasi infastidire anche in momenti piacevoli come l'omaggio a Pelè in persona, che compare brevemente nel corso della scorribanda dei giocatori della nazionale verdeoro dentro e fuori l'albergo che la ospita prima della finale insperata contro la già citata Svezia.
Siamo dunque lontani da esempi di perfetto Cinema calcistico come Il maledetto United o Fuga per la vittoria - che, peraltro, vedeva proprio Pelè tra i protagonisti -, e più vicini ad una versione meno avvincente e ben riuscita di pellicole dedicate alla rivincita degli outsiders come The Millionaire, che probabilmente il pubblico occasionale o non amante del calcio non potrà cogliere in tutte le sue sfumature e quello invece innamorato della settima arte troverà scontato o retorico - la morte del piccolo amico di Pelè in gioventù -: l'atmosfera è quella della visione da tv in una serata in cui non si è trovato nient'altro da vedere di più interessante, e benchè si finisca comunque per farsi coinvolgere dalla ginza dei giocatori carioca ansiosi di dimostrare il loro valore ed il loro retaggio al mondo ed ai detrattori, tutto risulta per essere davvero troppo poco per poter considerare non tanto come memorabile Pelè - Birth of a legend, ma anche soltanto meritevole di una menzione che possa rimanere impressa nella memoria a fine stagione.
Se, dunque, O Rey è stato un fuoriclasse assoluto ed uno dei giocatori simbolo di quello che è lo sport più seguito al mondo, il film che ne celebra gli esordi e l'ascesa dal Santos alla Nazionale non è neppure paragonabile all'ultimo dei panchinari.




MrFord
 
 
 
 
 

domenica 5 giugno 2016

Muhammad Alì (1942 - 2016)




Nonostante la sua passione incrollabile per il ciclismo - ancora oggi praticato quasi quotidianamente, acciacchi permettendo -, mio padre è sempre stato catturato dallo sport in generale, in una misura simile a quella che, oggi, colma per me il Cinema.
Dal calcio all'atletica, passando per i motori fino al pugilato, a parte, credo, curling, golf e ping pong ho visto seguire con partecipazione al mio vecchio quasi tutti gli eventi sportivi trasmessi in tv nel corso della mia infanzia, ed alimentare la mia sete per le grandi storie ed epopee: molti dei suoi eroi, da Merckx a Villeneuve, passando per Alì, ho potuto assaporarli soltanto grazie ai suoi racconti ed ai vecchi filmati, eppure li ho avuti nel cuore come se fossi stato lì con lui ad emozionarmi per una qualche impresa apparentemente incredibile compiuta da questi grandi personaggi usciti dalla mera pratica sportiva e divenuti leggende.
Muhammad Alì, straordinaria carriera sportiva a parte, è universalmente riconosciuto come uno degli atleti più carismatici e straordinari di sempre, dall'oro alle Olimpiadi di Roma nel sessanta alla sorprendente vittoria contro Sonny Liston, passando dal grande rifiuto alla Guerra del Vietnam - che gli costò gli anni migliori, atleticamente parlando, il titolo e, forse, un palmares ancora più impressionante -, la conversione all'Islam, le battaglie con Joe Frazier - forse il suo rivale più importante - ed il mitico incontro che lo vide trionfare, sfavorito, su George Foreman nel settantaquattro, frutto di ispirazione anche cinematografica, oltre che sportiva ed emotiva.
Il suo stile unico, il carattere e il piglio sopra le righe, la battaglia che lo vide - probabilmente a causa dei colpi subiti, o almeno anche per questo - affrontare il Parkinson già in giovanissima età, i matrimoni ed i figli - tra i tanti che ebbe, Laila ripercorse con successo la stessa carriera del padre, ritirandosi, imbattuta, nel duemilasei dal pugilato professionistico - lo resero una superstar anche al termine della sua carriera, simbolo della lotta alla malattia e testimonial di moltissime operazioni umanitarie in tutto il mondo.
In termini di carriera, e di numeri, non potrà mai essere considerato a tutti gli effetti il migliore - i record da imbattuti in carriera di Rocky Marciano e Floyd Mayweather, anche se quest'ultimo appartiene ad un'altra categoria di peso ed ha vissuto una stagione diversa del pugilato -, ma nessuno come lui, nella boxe e forse nello sport, ha avuto le caratteristiche per essere davvero "il migliore di tutti".
Come Rocky, però, afferma spesso nel corso della sua saga cinematografica, il Tempo è il più grande ed imbattibile tra i rivali dell'Uomo: ed il Tempo, anche con il Migliore, alla fine ha chiesto il conto.
Eppure, in qualche modo, Muhammad Alì resterà impresso nella memoria collettiva per sempre, e nel mio retaggio, dagli occhi lucidi di mio padre che mi racconta, bambino, del leggendario incontro di Kinshasa, di come il fu Cassius Clay sfruttò le corde per incassare ed incassare fino a sfinire il più giovane e potente Foreman prima di ribaltare ogni pronostico e metterlo al tappeto, a quel diciassette gennaio in cui nacque, lo stesso giorno del Fordino.
Io non sono un credente o un uomo di Fede, dunque è difficile per me immaginare che ora da qualche parte si stia tenendo un match mitico come quello che sarebbe stato tra il già citato Marciano ed Alì, ma in nome di tutto quello che ha significato, per il mondo, per lo sport e per il sottoscritto, comunque siano andate le cose ed ovunque sia ora, alla faccia del Tempo, mi viene da gridarlo.
Alì, boma ye.




MrFord
 
 
 
 
 
 

venerdì 27 maggio 2016

Le cinque leggende

Regia: Peter Ramsey
Origine: USA
Anno:
2012
Durata: 97'









La trama (con parole mie): Jack Frost, legato a poteri nati dal freddo e dalla Luna, dopo secoli e secoli di solitudine ed incapacità di comunicare con il mondo mortale, viene convocato da Babbo Natale al Polo Nord perchè selezionato come nuovo Guardiano del mondo e delle speranze dei bambini a fronte di un'iniziativa dell'Uomo Nero volta a minare qualsiasi speranza dei giovani terrestri rispetto ai miti ed alle leggende del pianeta.
Inizialmente scettico, lo spirito troverà proprio grazie al sostegno dei suoi riluttanti "colleghi" e di un gruppo di bambini pronti ad aggrapparsi proprio alla sua presenza la forza di reagire e far scattare la scintilla necessaria per debellare il Male ed iniziare un nuovo percorso di speranza e magia legato ai sogni, alle passioni ed alla capacità di non vergognarsi di ciò in cui si crede.
Basterà questo, a fermare l'Uomo Nero?














Considerato il tipo che sono e mi dipingo pare assurdo, Fordino a parte, che possa concedere una possibilità anche remota ad un recupero come questo, legato a doppio filo al mondo delle favole ed al concetto di non mollare, a prescindere dalla condizione in cui ci si trovi.
Eppure, lo ammetto, erano anni che lo meditavo.
Prima di tutto perchè, per questioni lavorative, mi sono ritrovato, ai tempi dell'edizione in bluray di questo titolo, a dover ritrattare l'opinione maturata a scatola chiusa legata all'uscita del lavoro firmato da Peter Ramsey a seguito di una serie reiterata di visioni pronte a riconoscere, quantomeno, lo sforzo contenutistico e produttivo dei suoi autori, e dunque spinto, attualmente, dalla curiosità del Fordino a proposito di un film in cui figuravano Babbo Natale, il Coniglio di Pasqua - anche se, da queste parti, più che un rito cristiano appare come una sorta di festività del cioccolato - ed altre figure mitiche ad essi associate pronte a "dare le botte" all'Uomo Nero, famigerata nemesi nota praticamente a tutti i bambini del mondo.
La visione complessiva de Le cinque leggende, dunque, lo posso confermare a scapito della mia eventuale reputazione, è stata decisamente positiva, nonchè distante, in termini di qualità, messaggio trasmesso e perizia, anni luce da molti titoli dello stesso genere spinti anche oltre misura nel corso delle ultime stagioni cinematografiche: grande merito di questo pur non clamoroso successo è legata alla resa grafica dei main charachters, dalla versione tatuata di Babbo Natale a quella australiana del già citato Coniglio, senza contare l'impatto notevole delle evoluzioni del ghiaccio di Jack Frost, delle ombre dell'Uomo Nero e della sabbia di Sandman, per la prima volta proposto sul grande schermo in una versione in grado di dare un'alternativa all'immagine dello stesso personaggio legata ai fumetti firmati negli anni novanta da Neil Gaiman.
Per il resto, la vicenda ed il suo svolgimento non inventano certo nulla di nuovo, ma portano sullo schermo una storia piacevole e coinvolgente, che si lascia guardare più che volentieri a qualsiasi età, rimbalzando, nel mio caso, dalle domande a raffica del Fordino - che nel corso di qualsiasi visione, ormai, vuole sapere i perchè di tutto e di più - al piacevole intrattenimento per i vecchi della casa, pronti a tornare bambini per un'ora e mezza immaginando quale tra i Guardiani sarebbe stato, ai tempi, il preferito.
Come sempre in questi casi, si è inoltre optato per un finale che chiude la vicenda ma non le porte ad un eventuale sequel che, al momento, non mi pare sia stato progettato o annunciato, ma che non vedrei affatto male se realizzato con lo stesso piglio di questo primo capitolo: e se Jack Frost con la sua aura da outsider destinato a diventare un riferimento per gli altri Guardiani pare un mix dei vecchi cartoni giapponesi e dei nuovi idoli delle teenager - divertenti, in questo senso, i siparietti con le fatine dei denti pronte ad andare in brodo di giuggiole neanche fosse una specie di Justin Bieber -, personalmente le potenzialità ancora da esprimere dimorano tutte nel muto Sandman, che tra l'altro sarebbe ora fosse conosciuto di più anche qui in Italia, dove la tradizione legata ai sogni ha sempre snobbato quello che, nei paesi anglosassoni, è considerato il loro signore.
Ad ogni modo, dovesse capitarvi, in televisione o in una qualche sezione di offerte per l'home video online o in un negozio, date una possibilità a Peter Ramsey ed al suo lavoro: in fondo, basta poco per cominciare - o ricominciare - a credere, e la magia tornerà a farsi sentire.





MrFord




"The story ends, as stories do
reality steps into view
no longer living life in paradise - of fairy tales - uh
no, uh - huh - mmm - mmm."
Anita Baker - "Fairy tales" -









venerdì 8 gennaio 2016

The hallow

Regia: Corin Hardy
Origine: Irlanda, UK, USA
Anno: 2015
Durata:
97'







La trama (con parole mie): Adam e Claire Hitchens, con il loro piccolo Finn, sono freschi di trasferimento in una zona rurale dell'Irlanda da Londra, inviati dalla compagnia per la quale lavora Adam, che ha l'incarico di monitorare lo stato della foresta presente nei pressi della loro nuova casa in vista di un investimento che è stato fatto rispetto alla vendita ed al riutilizzo e disboscamento dell'area da parte di compratori stranieri.
La presenza dell'uomo non è vista di buon occhio dagli abitanti della zona, legati alla loro terra ed alle tradizioni e superstizioni che li vedono decisamente timorosi rispetto al cuore del bosco, che considerano abitato da creature che, se risvegliate ed affrontate faccia a faccia, non risultano certo benevole.
Quando, involontariamente, Adam stuzzica con la sua indagine - ed il bambino al seguito - le stesse creature, ha inizio una vera e propria battaglia per la salvezza della famiglia che l'uomo dovrà combattere con tutte le forze, senza risparmiarsi nulla e mettendo sul piatto tutto quello che ha.










Mi piace pensare che, forse, in qualche strano modo, le bottigliate che l'horror si è preso sul grugno nel passato recente qui al Saloon come in tutti i luoghi più consoni al genere che si possano trovare nella blogosfera in qualche modo siano servite: nell'ultimo periodo, infatti, sono diversi i titoli "di paura" passati da queste parti che hanno colpito in positivo il sottoscritto, cominciando di nuovo a solleticare una certa idea di come questo tipo di Cinema andrebbe fatto, prodotto, coltivato, coccolato, così come il suo pubblico.
Ultimo "figlio" di questa sorta di new wave è The hallow, prodotto più che discreto giunto da uno dei miei luoghi favoriti sulla Terra, l'Irlanda, costruito con lo stesso piglio artigianale e vivido dei primi prodotti firmati da Neil Marshall - soprattutto Dog soldiers -, forse non originalissimo nello svolgimento ma per nulla banale nelle riflessioni solleticate nell'audience - il rapporto tra la coppia dei protagonisti ed il figlioletto, le differenti reazioni rispetto alla natura della minaccia contro la quale si ritrovano a fare i conti, la sensibilità di Adam di riconoscere il suo bambino anche infettato dalle spore della foresta rispetto a Claire, incapace di cogliere le stesse sensazioni con Finn in braccio -, raccontato sfruttando alla grande una cornice bucolica di grande impatto, le tradizioni celtiche - che, di norma, gli amanti del genere ben conoscono -, temi universali - la Famiglia -, il conflitto Uomo/Natura ed una serie di effetti particolarmente efficaci per quanto lontani anni luce dalle mode del digitale attuali - la sequenza con la mano della creatura che esce dalla botola pronta ad afferrare Claire è da brividi, pur senza spaventi annessi -.
The hallow, però, a prescindere dalle creature sue protatoniste e dal crescendo che vede la famiglia Hitchens braccata dalle stesse - e che regala grandi passaggi cinematografici, si veda la falce infuocata manovrata da un Adam già mutato per illuminare il bosco e combattere i figli dello stesso - resta principalmente un buon prodotto d'atmosfera, che recupera il gusto di produzioni d'annata - penso a cose come Gli invasati, anche se, a livello pratico e di messa in scena, c'entra molto relativamente - ed indovina contesto e setting, dimostrando che, a volte, non occorre liberare chissà quali arzigogoli pseudo intellettuali per essere convincenti, o sfruttare mezzi pirotecnici quando bastano un paio di effetti sonori ed una squadra di pupazzi inquietanti il giusto per arrivare al cuore.
Se, a tutto questo, si aggiunge poi una psicologia legata agli abitanti del bosco abbozzata ma toccante - e pronta a farmeli associare agli spiriti della casa infestata di We're still here di qualche mese fa -, il gioco è fatto: il changeling, gli esseri che paiono spiritelli e fate distorti da un'oscurità che non possono contrastare e che alberga nel liquame che, di fatto, li infetta, il cambiamento che tocca lo stesso Adam, sono tutti ingredienti molto di pancia - anche in termini di impatto visivo - eppure quasi romantici, proprio come lo erano, pur nel loro essere sopra le righe e a volte addirittura guasconi, gli horror che hanno fatto la Storia del genere a partire dalla fine degli anni settanta.
La speranza, dunque, è che, fosse anche solo grazie a produzioni sotterranee e mal distribuite come questa, l'horror torni a pulsare come sapeva fare trent'anni or sono, e faccia di nuovo battere il cuore dei suoi fan così come ha fatto, senza dubbio a sorpresa, in questi ultimi mesi: personalmente, io sarò presente, e pronto ad addentrarmi nel più profondo e buio dei boschi infestati da creature della notte, se questo mi permetterà di tornare a vivere il genere con gli stessi brividi che provavo da bambino.





MrFord




"Somebody please tell me that I'm dreaming
it's not easy to stop from screaming
but words escape me when I try to speak
tears they flow but why am I crying?
After all I am not afraid of dying
don't I believe that there never is an end?"
Iron Maiden - "Hallowed be thy name" - 





martedì 20 agosto 2013

Grosso guaio a Chinatown

Regia: John Carpenter
Origine: USA
Anno: 1986
Durata: 99'




La trama (con parole mie): Jack Burton è un ruvido camionista che capita a San Francisco dal suo vecchio amico Wang Chi, vincendo da lui una bella somma a seguito di una scommessa.
Quando la fidanzata di quest'ultimo viene rapita da un gruppo di piccoli criminali di Chinatown Burton si offre - con la promessa di un ritorno economico - di aiutare Wang, solo per scoprire che il quartiere cinese nasconde segreti che vanno ben oltre l'immaginabile affrontando da par suo mostri, fantasmi, luci verdi ed esseri apparentemente immortali con tutto il piglio del tamarro cento per cento made in USA.
Inutile dire che lo scontro tra i due stili provocherà una battaglia pronta "a far tremare i pilastri del cielo", e quando il Bene ed il Male si troveranno faccia a faccia, Jack sarà pronto a dire la sua senza farsi ovviamente attendere.





Non è la prima volta che questo supercult inossidabile ed imperdibile, nonchè film d'avventura di riferimento degli anni ottanta e oltre, fa la sua comparsa qui al Saloon: qualche anno fa, in preda ad un attacco di nostalgia, dedicai infatti a questa perla assoluta ed indiscutibile - vero, Cannibal!? - firmata John Carpenter una sorta di post commemorativo senza però soffermarmi troppo a dire la mia in proposito.
Certo, ogni recensione o tentativo di critica di una pietra miliare di questo calibro risulta ridondante tanto quanto quelle riferite ad un altro dei miei titoli del cuore, Il grande Lebowski, ma l'occasione di mostrarlo ai cugini adolescenti ed ancora piuttosto acerbi in materia cinematografica di Julez è stata davvero troppo ghiotta per non essere colta: dunque eccomi qui, a cercare di trovare un equilibrio tra emozioni e razionalità per raccontare quello che è un autentico colpo di genio, una perla del trash ed un omaggio alla sottocultura del fumetto, delle arti marziali, dell'horror e del fantasy come poche altre se ne sono viste in tutta la Storia della settima arte, in terra ammmeregana e non.
Dalle frasi cult - "E' una questione di riflessi!", impagabile - alle sequenze leggendarie - l'arrivo delle Bufere nel corso del combattimento tra i Chang Sing e gli Wing Kong -, dal buzzurro Jack Burton - uno dei protagonisti più incredibili del Cinema d'azione - alla cultura cinese con demoni, dei, malefici e combattimenti che anticiparono di più di un decennio lo sdoganamento del wuxia, questo divertissement d'autore è un guilty pleasure che non mi stancherò mai di assaporare e condividere, nella speranza, un giorno o l'altro, di ricevere in regalo la meravigliosa canotta che il buon Kurt Russell sfoggia nel corso della sua incursione nei domini di Lo Pan accanto all'inseparabile amico Wang Chi - dunque sappiatelo, voi che avete scelto il giubbotto di Drive o una delle altre opzioni nel test sulla fordianità, che il mio desiderio è quello di possedere questa canotta -.


Ci sto provando, davvero. Ma alla fine non ci riesco.
Non riuscirò mai e poi mai a scrivere una recensione equilibrata e "canonica" di questo film: troppi i passaggi che posso ormai citare a memoria, troppi i ricordi, le risate, i pomeriggi passati con mio fratello a vederlo e rivederlo arrivando perfino a notare i cambi di espressione degli attori, l'influenza che ebbe sul mio immaginario - ricordo che, in un tema alle medie, citai l'imbarazzante chiusura di Jack Burton al brindisi con il filtro magico "e che le ali della libertà non perdano mai le piume" -, la capacità di unire sacro e profano del Cinema come in seguito riuscì soltanto a Quentin Tarantino.
E con il tempo, passare dal preferire Miao Yin - ai tempi le ragazze asiatiche esercitavano un potere arcano sul sottoscritto - alla più "ruggente" Gracie Law interpretata da Kim Catrall - che ora si ricorda, purtroppo, solo per Sex and the city -, dai momenti dedicati ai combattimenti al fulminante campionario di stronzate che Burton riesce ad inserire in ogni sua battuta: quello che non è cambiato, però, è il tocco della meraviglia che fa rizzare i peli alla base del collo, e che il Cinema d'avventura di quei tempi riusciva inesorabilmente a catturare creando mondi e situazioni sulle quali si poteva continuare ad immaginare, costruendone altri a propria volta.
Questo era il potere della settima arte che lasciava spazio all'immaginazione dello spettatore, lo stesso che ora pare una vera e propria rarità.
E poco importa che fosse dozzinale, pacchiano, tamarro o scombinato: era più vero con le sue luci verdi ed esplosioni di tante merdatone curate al dettaglio che siamo costretti a sorbirci in questo troppo spesso scialbo nuovo millennio.
Ma che vi posso dire!?
E' una questione di riflessi.


MrFord


"I could escape this feeling, with my China Girl
I feel a wreck without my, little China Girl
I hear her heart beating, loud as thunder
saw the stars crashing."
David Bowie - "China girl" -


sabato 17 agosto 2013

American Gods

Autore: Neil Gaiman
Origine: UK, USA
Editore: Mondadori
Anno: 2003




La trama (con parole mie): Shadow è in carcere, in procinto di uscire dopo aver scontato una pena di tre anni a seguito di un vecchio casino che gli ha lasciato profonde cicatrici. Ad attenderlo fuori c'è la moglie Laura, che l'ha aspettato e non vede l'ora di continuare la sua vita con lui ora che l'amico Robert ha già pronto un posto di istruttore nella sua palestra.
Questo sarebbe il mondo reale. Ma ci sono sfumature che vanno ben oltre l'umano e la comprensione, e dunque Shadow si ritrova solo e senza futuro, costretto ad accettare il lavoro offertogli dal misterioso Wednesday, uomo dal fascino magnetico, dalla bugia facile e dalle proposte decisamente fuori dal comune: inizia così un viaggio attraverso i recessi più curiosi degli States, una ricerca che tocca Fede e Divinità, Amore ed Umanità profonda, e che conduce ad una battaglia mascherata da tempesta che si prospetta all'orizzonte e che sarà l'emblema dello scontro tra i vecchi ed i nuovi dei.
Chi è veramente Wednesday? E chi scoprirà di essere Shadow?




Praticamente dai tempi della sua uscita, American Gods attendeva che il sottoscritto si decidesse a tuffarsi tra le sue pagine comodo comodo nella libreria di casa Ford, fiducioso che prima o poi il momento sarebbe giunto. In questo senso, il lavoro di Neil Gaiman - autore di riferimento nell'ambito del fumetto con il suo geniale Sandman all'inizio del Nuovo Millennio - è stato assolutamente profetico ed in linea con il concetto di Fede, esplorato dall'autore da più angolazioni dalla prima all'ultima pagina di questo rocambolesco, densissimo ed interessante romanzo, in grado di mescolare la crime story ed il fantasy, la sci-fi classica con la mitologia dal quale presto sarà tratta una serie tv che ancora prima di essere realizzata pare già destinata e diventare uno dei cult da piccolo schermo del Saloon.
Sulla scia del lavoro svolto - egregiamente - con il già citato Sandman, Gaiman torna a lavorare su dei e mortali cogliendo l'occasione anche per esplorare - in tutti i sensi - gli Stati Uniti a partire dalla loro provincia più profonda, fatta di luoghi lontani ed apparentemente perduti, curiose attrazioni turistiche ed infiniti viaggi in macchina lungo le autostrade di un continente che mantiene inalterato da secoli il suo fascino nonostante gli evidenti squilibri e le clamorose imperfezioni sulle quali fonda la maggior parte della sua geografia sociale ed umana: la vicenda di Shadow, detenuto in procinto di uscire dal carcere dopo tre anni di detenzione, esperto di palmeggio e trucchi con la moneta, uomo grande e grosso abituato al silenzio e di buon cuore, che parte come un dramma legato al reinserimento nella società e si trasforma in breve in un confronto non sempre piacevole con una parte di questo mondo che nessun mortale, di norma, sfiora, è un road trip dell'anima che vede sfilare un capitolo dopo l'altro divinità figlie dei più svariati pantheon - da quello norreno a quelli orientali -, leggende dei nativi americani, creature magiche giunte nel Nuovo Mondo da quello Vecchio e, dall'altra parte della barricata, i volti pixelati ed elettrici degli dei nati proprio sulle strade lastricate di sogni degli USA, dalla televisione al denaro, da internet al successo.
Per mezzo della guida esperta e non sempre affidabile di Wednesday, Shadow si troverà proiettato in un mondo di risse da pub, partite a dama, promesse di avere la testa spaccata con una mazza quando sarà tutto finito, apparizioni di morti, sogni più vividi della vita reale, mosse strategiche in attesa della disposizione di tutti i pezzi sulla scacchiera del Destino prima di una battaglia che si giocherà "dall'altra parte" e nei sogni dei mortali, ma che avrà conseguenze molto più importanti di quanto non si possa credere, specie rispetto a dei ormai quasi dimenticati, se non addirittura sconosciuti: in questo senso, è interessante il concetto espresso da Gaiman rispetto alla sopravvivenza, al potere e all'esistenza stessa dei suddetti dei, legati indissolubilmente alle manifestazioni di Fede espresse in loro nome, al legame con i credenti in grado di portarli da una parte all'altra del mondo - splendidi, forse addirittura i capitoli che ho preferito del romanzo, i due racconti nel racconto legati alla figura dell'Ifreet a New York e dei due gemelli giunti ad Haiti dopo essere stati venduti come schiavi in Africa -.
In qualche modo, il potere della memoria e dei sentimenti che portiamo nel cuore anche rispetto agli esseri umani diviene il carburante che alimenta il potere divino, amplificato non tanto dai luoghi di culto, quanto da "antenne" come attrazioni turistiche e punti d'aggregazione di "fedeli" non più legati ai concetti di Religione e Chiesa, quanto di Società - e torniamo all'analisi, lucidissima, che il vecchio Neil regala a proposito dell'approccio a stelle e strisce -.
Traboccante di personaggi memorabili - a partire dal protagonista -, American Gods è una lettura appassionante ed impegnativa, forse il miglior romanzo fantasy che mi sia capitato di leggere da anni a questa parte, che probabilmente avrebbe potuto essere addirittura perfetto se soltanto Gaiman si fosse fermato per decidere - sul modello Tolkeniano - di sviluppare una trilogia, o una saga: la tantissima carne al fuoco, infatti, nella parte conclusiva finisce per far risultare sbrigative le scelte prese rispetto ad alcuni charachters introdotti, e solo un finale struggente e magico riporta in alto i bicchieri per quella che deve essere stata - nel bene e nel male - una vera e propria Odissea per l'autore, coraggioso nel seminare quanto e più si sarebbe potuto cogliere, senza per questo rischiare di addormentare il ritmo o annoiare il lettore, e anzi, chiudendo il triangolo Loki/Odino/Shadow come meglio non poteva, regalando al suo protagonista anche un'uscita di scena da eroe romantico e solitario come solo la migliore tradizione del genere è in grado di riservare ai suoi nomi più importanti.
Senza dubbio per chi mastica il genere e si destreggia tra noir, sbronze, viaggi e divinità più o meno note la lettura risulterà più scorrevole, eppure Gaiman da l'impressione di poter riuscire nell'impresa di conquistare anche i meno avvezzi cambiando spesso e volentieri registro, passando dal dramma alla commedia, dall'attesa - magnifica la parte ambientata a Lakeside, esempio da manuale di come un autore dovrebbe comportarsi per catturare l'attenzione dei lettori anche quando non sta, di fatto, succedendo nulla - all'azione sfrenata, dai territori dei sogni a quelli dell'amara realtà.
E in mezzo, quell'arcano chiamato Fede, uno dei misteri più complessi con i quali l'Uomo verrà mai a confrontarsi.
Fatta eccezione quello che gli alberga nel cuore.


MrFord


"I was born on Olympus
to my father a son
I was raised by the demons
trained to reign as the one
God of thunder and rock and roll
the spell you're under
will slowly rob you of your virgin soul."
Kiss - "God of thunder" -


domenica 14 ottobre 2012

King Arthur

Regia: Antoine Fuqua
Origine: USA
Anno: 2004
Durata: 126'
 



La trama (con parole mie): siamo nel quinto secolo dopo Cristo, e l'Impero romano è allo sbando, schiacciato ai confini dalle orde barbariche pronte a dare inizio alla loro invasione.
Artù e i suoi cavalieri, discendenti di nobili guerrieri sarmati da generazioni costretti a servire l'esercito romano, sono al termine del loro periodo di leva durato quindici anni ed interamente trascorso come difensori della Britannia e delle terre a Sud del Vallo di Adriano: quando, però, il vescovo Germanius chiede loro di compiere un'ultima missione ed il senso del dovere di Artù smuove anche i suoi più riluttanti compagni, comincia a farsi strada nei cuori dei cavalieri l'idea che Roma non sia quella che hanno sempre sognato e difeso con il sangue ed il sudore, e che forse, con il ritiro di quest'ultima dalla Britannia e la minaccia dei Sassoni con la quale fare i conti, occorrerà mettere da parte la rivalità con le popolazioni locali guidate da Merlino e dare inizio ad un nuovo regno ed una nuova civiltà.




Il Cinema epico - così come la letteratura - è da sempre uno dei più "fortunati" della settima arte, considerate le sue possibilità di arrivare a stimolare sentimenti travolgenti in qualunque tipo di pubblico, dallo spettatore occasionale con ben poche pretese all'appassionato abituato ai colpi magici dell'autorialità: questo perchè, principalmente, gasarsi piace sempre a tutti, e molto, e l'idea di rimanere incollati allo schermo immaginando di lottare - ovviamente dalla parte giusta - per concetti come la libertà, la vita e, in una certa misura, la sopravvivenza finisce per coinvolgere anche chi non vorrebbe.
Di solito, pellicole come questo King Arthur fanno la fortuna delle grosse fette di pubblico - che di norma finiscono per uscire a mezzo metro da terra dalla sala - e causano notevoli snobismi tra i cinefili più colti, che in realtà non perdono occasione per buttarsi nella visione tenendo il tutto - esaltazione compresa - nascosto come un segreto peccaminoso: perchè nonostante la meraviglia di Capolavori come I sette samurai - in questo caso più che omaggiato da Fuqua, curiosamente chiamato a dirigere un lavoro di tale respiro dopo il discreto e tutto urbano Training day - o l'influenza di successi come Braveheart o Il gladiatore, l'epica di grana grossa riesce sempre in qualche modo a spuntarla, anche quando la qualità risulta decisamente bassa.
E' questo il caso di King Arthur, che perde clamorosamente il confronto con cult del passato come Excalibur o con titoli più recenti come I 13 assassini - anch'esso influenzato dal già citato I sette samurai - finendo nella stessa categoria di cose come Troy, L'ultimo samurai ed affini: eppure, sarà per il cast sicuramente interessante - da Clive Owen ad una Keira Knightley in versione Domino dei tempi andati passando per Stellan Skarsgaard e Mads Mikkelsen -, sarà per la resa tutto sommato buona dei combattimenti - lo scontro sul lago ghiacciato mi pare si rifaccia addirittura all'Alexandr Nevskij di Ejzenstejn - o per il comparto tecnico di tutto rispetto - ottima la fotografia firmata da Slawomir Idziak -, devo dire di essermi goduto la visione senza colpo ferire, riuscendo tranquillamente a far coesistere il giudizio "duro e puro" con la voglia di assistere ad un pò di sana avventura marchiata Secoli bui - periodo storico per me sempre molto affascinante - senza chiedere troppo al buon Fuqua, che lontano dalle strade di L. A. e dai traffici di South Central pare un pò spaesato, e finisce per pescare a piene mani dai punti di riferimento del genere.
Alcune idee risultano comunque interessanti - l'idea di rappresentare Artù ed i suoi cavalieri come dei riluttanti ufficiali al servizio di una Roma ormai sull'orlo del baratro, corrotta ed ottimamente rappresentata da una Chiesa melliflua e vile, funziona alla grande soprattutto agli occhi di un anticlericale come il sottoscritto -, i membri della Tavola rotonda caratterizzati - pur se non perfettamente - ognuno da un proprio carattere, look e preferenza in battaglia aiuta a far scattare l'immedesimazione e ad indurre il pubblico a scegliere da subito il proprio beniamino - nel mio caso, il Tristano di Mads Mikkelsen, dal look vagamente orientaleggiante e lontano parente del mitico One Eye di Valhalla rising -, lo scontro con i Sassoni ha il giusto livello di coinvolgimento - anche se, più che i barbari, a stimolare il mio istinto per le bottigliate sono stati i romani, con la loro Santa Chiesa e la tendenza alla schiavitù - ed il personaggio di Ginevra è finalmente rappresentato con le palle giuste per risultare interessante agli occhi del sottoscritto, stanco di vedere la futura moglie di Artù sempre portata sullo schermo come una damigella da vestiti griffati.
Poi, certo, occorrerà che vi tappiate il naso rispetto a cose non propriamente riuscite - Merlino ed i suoi paiono usciti dritti dritti dalla Pandora di Avatar - e consideriate di avere di fronte una pellicola completamente d'intrattenimento, ma tutto sommato, non penso sarà troppo difficile: immaginatevi giusto di essere a cavallo e brandire una spada come foste tornati bambini, e tutto sarà presto dimenticato.
Soprattutto i limiti.


MrFord


"I can hear you, can you hear me?
I can feel you, can't you feel me?
Fertility Mother Goddess
celebration, sow the seeds of the born
the fruit of her body laden
through the corn doll
you will pray for them all."
Iron Maiden - "Isle of Avalon" -


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