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domenica 14 ottobre 2012

King Arthur

Regia: Antoine Fuqua
Origine: USA
Anno: 2004
Durata: 126'
 



La trama (con parole mie): siamo nel quinto secolo dopo Cristo, e l'Impero romano è allo sbando, schiacciato ai confini dalle orde barbariche pronte a dare inizio alla loro invasione.
Artù e i suoi cavalieri, discendenti di nobili guerrieri sarmati da generazioni costretti a servire l'esercito romano, sono al termine del loro periodo di leva durato quindici anni ed interamente trascorso come difensori della Britannia e delle terre a Sud del Vallo di Adriano: quando, però, il vescovo Germanius chiede loro di compiere un'ultima missione ed il senso del dovere di Artù smuove anche i suoi più riluttanti compagni, comincia a farsi strada nei cuori dei cavalieri l'idea che Roma non sia quella che hanno sempre sognato e difeso con il sangue ed il sudore, e che forse, con il ritiro di quest'ultima dalla Britannia e la minaccia dei Sassoni con la quale fare i conti, occorrerà mettere da parte la rivalità con le popolazioni locali guidate da Merlino e dare inizio ad un nuovo regno ed una nuova civiltà.




Il Cinema epico - così come la letteratura - è da sempre uno dei più "fortunati" della settima arte, considerate le sue possibilità di arrivare a stimolare sentimenti travolgenti in qualunque tipo di pubblico, dallo spettatore occasionale con ben poche pretese all'appassionato abituato ai colpi magici dell'autorialità: questo perchè, principalmente, gasarsi piace sempre a tutti, e molto, e l'idea di rimanere incollati allo schermo immaginando di lottare - ovviamente dalla parte giusta - per concetti come la libertà, la vita e, in una certa misura, la sopravvivenza finisce per coinvolgere anche chi non vorrebbe.
Di solito, pellicole come questo King Arthur fanno la fortuna delle grosse fette di pubblico - che di norma finiscono per uscire a mezzo metro da terra dalla sala - e causano notevoli snobismi tra i cinefili più colti, che in realtà non perdono occasione per buttarsi nella visione tenendo il tutto - esaltazione compresa - nascosto come un segreto peccaminoso: perchè nonostante la meraviglia di Capolavori come I sette samurai - in questo caso più che omaggiato da Fuqua, curiosamente chiamato a dirigere un lavoro di tale respiro dopo il discreto e tutto urbano Training day - o l'influenza di successi come Braveheart o Il gladiatore, l'epica di grana grossa riesce sempre in qualche modo a spuntarla, anche quando la qualità risulta decisamente bassa.
E' questo il caso di King Arthur, che perde clamorosamente il confronto con cult del passato come Excalibur o con titoli più recenti come I 13 assassini - anch'esso influenzato dal già citato I sette samurai - finendo nella stessa categoria di cose come Troy, L'ultimo samurai ed affini: eppure, sarà per il cast sicuramente interessante - da Clive Owen ad una Keira Knightley in versione Domino dei tempi andati passando per Stellan Skarsgaard e Mads Mikkelsen -, sarà per la resa tutto sommato buona dei combattimenti - lo scontro sul lago ghiacciato mi pare si rifaccia addirittura all'Alexandr Nevskij di Ejzenstejn - o per il comparto tecnico di tutto rispetto - ottima la fotografia firmata da Slawomir Idziak -, devo dire di essermi goduto la visione senza colpo ferire, riuscendo tranquillamente a far coesistere il giudizio "duro e puro" con la voglia di assistere ad un pò di sana avventura marchiata Secoli bui - periodo storico per me sempre molto affascinante - senza chiedere troppo al buon Fuqua, che lontano dalle strade di L. A. e dai traffici di South Central pare un pò spaesato, e finisce per pescare a piene mani dai punti di riferimento del genere.
Alcune idee risultano comunque interessanti - l'idea di rappresentare Artù ed i suoi cavalieri come dei riluttanti ufficiali al servizio di una Roma ormai sull'orlo del baratro, corrotta ed ottimamente rappresentata da una Chiesa melliflua e vile, funziona alla grande soprattutto agli occhi di un anticlericale come il sottoscritto -, i membri della Tavola rotonda caratterizzati - pur se non perfettamente - ognuno da un proprio carattere, look e preferenza in battaglia aiuta a far scattare l'immedesimazione e ad indurre il pubblico a scegliere da subito il proprio beniamino - nel mio caso, il Tristano di Mads Mikkelsen, dal look vagamente orientaleggiante e lontano parente del mitico One Eye di Valhalla rising -, lo scontro con i Sassoni ha il giusto livello di coinvolgimento - anche se, più che i barbari, a stimolare il mio istinto per le bottigliate sono stati i romani, con la loro Santa Chiesa e la tendenza alla schiavitù - ed il personaggio di Ginevra è finalmente rappresentato con le palle giuste per risultare interessante agli occhi del sottoscritto, stanco di vedere la futura moglie di Artù sempre portata sullo schermo come una damigella da vestiti griffati.
Poi, certo, occorrerà che vi tappiate il naso rispetto a cose non propriamente riuscite - Merlino ed i suoi paiono usciti dritti dritti dalla Pandora di Avatar - e consideriate di avere di fronte una pellicola completamente d'intrattenimento, ma tutto sommato, non penso sarà troppo difficile: immaginatevi giusto di essere a cavallo e brandire una spada come foste tornati bambini, e tutto sarà presto dimenticato.
Soprattutto i limiti.


MrFord


"I can hear you, can you hear me?
I can feel you, can't you feel me?
Fertility Mother Goddess
celebration, sow the seeds of the born
the fruit of her body laden
through the corn doll
you will pray for them all."
Iron Maiden - "Isle of Avalon" -


sabato 19 novembre 2011

Ironclad

Regia: Jonathan English
Origine: Uk/Usa
Anno: 2011
Durata: 121'



La trama (con parole mie): siamo nel pieno dei cosiddetti "secoli bui", nella Gran Bretagna dominata da Giovanni senza terra che, dopo aver firmato la Magna Carta, decide - con tanto di benedizione papale -, di ignorare gli accordi con popolo e nobiltà e tornare alla carica sfruttando un esercito di temibili mercenari danesi assalendo il castello di Rochester, snodo fondamentale per la (ri)conquista strategica del Paese.
Ad ergersi in difesa dell'Inghilterra e della stessa rocca, un manipolo di coraggiosi guidato da Albany - uno dei persecutori principali di Giovanni ai tempi della stesura del contestato documento - e da Marshal, un templare da poco rientrato dalla Terra Santa.



Senza neanche scomodarmi in una serie di facili battute a proposito del regista, della sua - scarsa - abilità e filmografia precedente - stiamo parlando dell'autore di Minotaur, roba da far apparire The barbarians degno della Palma d'oro -, prima di iniziare a parlare di Ironclad vorrei spendere qualche minuto a proposito di uno dei suoi protagonisti, James Purefoy: vincitore ideale e morale del premio come peggiore attore protagonista della scorsa stagione nel ruolo del surrogato di Hugh Jackman nel pessimo Solomon Kane, il nostro ha fatto ricredere anche me rispetto al suo apporto a questa pellicola.
Ammetto infatti di aver sottovalutato - e clamorosamente - le doti di trasformista di Purefoy, che dopo aver assunto le sembianze del volto cinematografico di Wolverine rende omaggio ad uno dei personaggi televisivi e radiofonici più noti nel Bel Paese, ossia portando sullo schermo - e nelle vesti del templare coraggioso - Fabio Volo, il tutto riuscendo in egual misura a rimanere inespressivo al punto tale da candidarsi per la seconda volta consecutiva al prestigioso riconoscimento dal sottoscritto assegnatogli lo scorso anno.
Con un inizio così, ammettetelo: vi aspettavate bottigliate come se piovesse.
Invece Ironclad, pur rimanendo a tutti gli effetti una pellicola senza infamia e senza lode guidata da un regista assolutamente inutile, passa indenne alla prova più terribile del saloon grazie principalmente alla presenza di Giamatti e Cox nel cast - che, insieme, riescono a malapena a controbilanciare il solo Purefoy -, ai richiami visivi legati alla carne e al sangue di Game of thrones e Centurion - senza neanche sognarsi di poterli anche solo vedere da lontano, sia chiaro -, ad uno spirito che ricorda quello del Robin Hood firmato Ridley Scott e soprattutto un plot che riprende l'ormai classica vicenda de I sette samurai, con eroi spesso circondati da un alone di mistero, se non addirittura reietti, che si gettano in un'impresa praticamente impossibile dal sapore suicida per scrivere i loro nomi nel grande libro della Storia.
Da questo punto di vista, gli sceneggiatori paiono semplicemente adattare lo script al Capolavoro di Kurosawa riuscendo in questo modo ad accattivare l'audience giocando sul grande fascino che dai tempi dell'affermazione a Venezia del Maestro giapponese questo tipo di vicenda ha esercitato sul pubblico di tutto il mondo, generando anche un remake in chiave western - in quel caso di gran livello - come I magnifici sette, affidandosi all'esperienza dei già citati Cox e Giamatti per evitare che le lacune dietro la macchina da presa risultassero troppo evidenti almeno nelle scene che non prevedevano battaglia: proprio a questo proposito, il montaggio frenetico e scelte decisamente opinabili rendono le parti action tra le peggiori che il genere abbia prodotto di recente, intaccando anche soluzioni interessanti come l'utilizzo di una sorta di "gore da guerra" decisamente efficace e d'impatto - la parte dedicata all'amputazione di mani e piedi dei prigionieri del re è quasi degna di uno slasher movie -. 
Un prodotto che, tutto sommato, pare più televisivo che non cinematografico - e non nel senso buono del termine -, che in altre mani sarebbe potuto diventare certamente un cult in materia fantasy/storica - quelle, ad esempio, dello stesso Scott o, perchè no, di un più alternativo Del Toro o di un selvaggio Marshall - e che finisce per essere una delle tante visioni riempitivo di una stagione cinematografica, incapace di distinguersi anche in negativo: eppure, nelle imprese di Marshal, Albany e compagni troviamo quell'anelito alla lotta, alla ribellione e alla libertà che hanno reso quello che sono pellicole di riferimento come Braveheart o la trilogia de Il signore degli anelli, andando a stimolare in qualsiasi spettatore una sensazione che passa sulla pelle e solletica il cuore, le palle e la base del cranio, permettendo di immedesimarsi, volenti o nolenti, nei protagonisti di queste epiche imprese.
Ovviamente, sempre che non si tratti di James Purefoy.

MrFord

"The sky is turning red
return to power draws near
fall into me, the sky's crimson tears
abolish the rules made of stone."
Slayer - "Reign in blood" -

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