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venerdì 10 marzo 2017

Marco Polo - Stagione 2 (Netflix, USA, 2016)





Una delle passioni che porto dentro fin dai tempi delle scuole elementari è quella per le civiltà antiche, in parte per curiosità, in parte per il fascino indubbio che epoche lontane e quasi "romantiche" - nel senso letterario e non sanvalentiniano del termine - esercitano su noi "moderni".
Dai tempi di Alexander sul grande schermo e di Spartacus sul piccolo, non ho mai nascosto la mia simpatia per i prodotti intensi e potenti "in costume", che mi sono sempre gustato dal primo all'ultimo fotogramma, a prescindere dal fatto che si trattasse di fiction o di ispirazione da vicende realmente accadute.
Marco Polo, produzione Netflix giunta su questi schermi quasi per caso lo scorso anno, è riuscita indubbiamente ad entrare nel novero non solo dei titoli di interesse, ma anche a guadagnarsi uno spazio che non pensavo nessuno avrebbe potuto neppure avvicinare dopo Spartacus se non Vikings, grazie ad un connubio di intrighi di corte, Storia e Leggenda, carne e sangue tanto quanto spiritualità e tendenza al mito, oltre ad una galleria di personaggi - principali e secondari - assolutamente ben delineati e tridimensionali.
Il rapporto tra il giovane avventuriero italiano - o latino, per dirla come i protagonisti della serie - e Kublai Khan, dominatore incontrastato dell'impero mongolo giunto a conquistare anche il tanto agognato Sud della Cina, giunge a questo secondo giro di giostra ulteriormente messo alla prova da nemici che, prima ancora che dall'esterno, giungono dall'interno, dalla figura del vice reggente Ahmed - che quasi è riuscito nell'impresa di ricordare il mitico Ashur dei tempi del già citato Spartacus - a quella di Kaidu, passando attraverso i dubbi dei leader delle tribù mongole a proposito del loro sovrano troppo concentrato su un impero sempre più multietnico e multiculturale - un pò il problema che ebbe lo stesso Alessandro Magno - e le intemperanze da "crescita" dei suoi figli, ai quali ormai si ritrova per dovere, affezione e tutta una serie di profondi meccanismi emotivi proprio Marco, chiamato non una, ma ben due volte a salvare la vita di quello che può sempre più considerare il suo padre adottivo ma non per questo il suo benefattore, o l'incarnazione di qualcuno che farà tutto quanto è in suo potere per spianargli la strada.
Ed accanto ad episodi dall'indubbio fascino visivo e d'azione - la venuta del Khan contro l'accampamento dei traditori legatisi ai crociati cristiani, tra cavalli infuocati e spargimenti di sangue -, troviamo altri completamente incentrati sull'approfondimento - agghiacciante e terribile la scoperta che quasi giustifica tutte le azioni di Ahmed contro suo padre - così come in grado di incuriosire a proposito di quelle che furono le usanze di una delle civiltà più antiche ed importanti d'Oriente e del mondo antico, nata dal nomadismo e divenuta una delle realtà più clamorose dopo i grandi imperi dell'epoca Avanti Cristo.
Kublai Khan, che ispirò poeti come Coleridge e portò l'operato dello zio Gengis, suo predecessore, ad un livello ancora superiore, sovrano e padre spietato tanto quanto umano, nel bene e nel male, non solo rappresenta con grande realismo i dilemmi e le scelte spesso terribili dell'uomo di potere, ma anche la pericolosa istintività di noi esseri umani, che perfino nei momenti di più lucida e spietata razionalità finiamo per essere preda di una Natura che ci rende decisamente più pericolosi di qualsiasi altro animale sulla Terra.
E di qualsiasi epoca si possa immaginare.




MrFord




 

sabato 25 giugno 2016

Predator - Dark ages

Regia: James Bushe
Origine: UK
Anno: 2015
Durata:
25'







La trama (con parole mie): Thomas, un templare a comando di un manipolo di guerrieri d'elite, è richiamato dagli esponenti della Chiesa che lo costringono a collaborare con un saraceno affinchè la sua squadra si metta sulle tracce di una bestia che pare aver preso di mira i soldati.
Thomas, che vede decisamente male la collaborazione con lo straniero, apprende dallo stesso che, in realtà, la cosiddetta bestia che vanno cercando potrebbe essere un cacciatore venuto da chissà dove pronto a sterminare qualsiasi uomo per guadagnare nuovi trofei: i due uomini dovranno, nel corso della missione, mettere da parte le divergenze e lottare fino allo stremo delle forze per cercare di completare la loro missione.











E' sempre un piacere, per il sottoscritto, ospitare al Saloon cortometraggi e prodotti di nicchia di autori semisconosciuti pronti a cercare la loro strada ed il loro spazio nello sconfinato oceano delle produzioni cinematografiche.
Lo stesso piacere è ancora più grande se a sponsorizzare un'opera è il mio fratellino Dembo, e come protagonista della stessa ritroviamo un esponente della razza dei Predator, divenuta famosa nel Cinema come nei Fumetti e Videogiochi e dal sottoscritto amata nei secoli dei secoli grazie alla strepitosa pellicola firmata nel cuore degli anni ottanta da John McTiernan con protagonista l'inossidabile Arnold Schwarzenegger.
Il lavoro dell'anglosassone James Bushe è infatti, nonostante l'ambientazione medievaleggiante, un omaggio sentito e profondo alla pellicola originale dedicata alla razza di alieni cacciatori, un giocattolo di venticinque minuti che volano in un vero e proprio festival di effetti artigianali ma ottimamente studiati ed una trama che rispecchia abbastanza - per quello che i mezzi e la durata potevano concedere - quell'epico primo capitolo delle avventure del Predator.
La sensazione, osservando la squadra di guerrieri capeggiata da Thomas avventurarsi nelle foreste dei Secoli Bui alla ricerca di una belva assetata di sangue in compagnia del malvisto saraceno che è stato testimone delle imprese dell'alieno, è senza dubbio quella che, con i mezzi e la produzione adatti, Bushe potrebbe senza ombra di dubbio consegnare al pubblico un prodotto forse non all'altezza dell'originale ma superiore - e di gran lunga - allo spento numero due ed ai vari Alien VS Predator usciti più di recente: in questo senso, resta il rammarico legato a combattimenti risolti molto velocemente - del resto, i mezzi ed il minutaggio non potevano offrire niente più di quanto non sia stato portato sullo schermo - accanto alla speranza che, in qualche modo, possa essere affidato proprio a questo regista un eventuale nuovo titolo con protagonista uno dei mostri più affascinanti ed esteticamente efficaci della Storia del Cinema di genere.
Senza ombra di dubbio resta una visione adatta solo agli amanti di questo tipo di titoli ed ai cultori del già citato Predator, che esulteranno come hooligans memori dell'esaltazione che, fin da bambini, la visione di quel supercult provoca in tutti loro - e mi inserisco fieramente nel novero -, dalla quale schizzinosi, radical e presunti alternativi vari faranno bene a tenersi lontani per evitare i consueti, inutili e poco interessanti commenti negativi scritti con l'altezzosità dei critici di nicchia.
Dunque, se siete dei nostri, armatevi di birra e rutto libero e concedetevi una mezzora di puro, sanguinoso, predatorio divertimento.
Il successo, in quel caso, è garantito.




MrFord




"Dark Ages
shaking the dead
closed pages
better not read
cold rages
burn in your head."
Jethrotull - "Dark Ages" - 






mercoledì 25 maggio 2016

Marco Polo - Stagione 1

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi:
10








La trama (con parole mie): Marco Polo, figlio di un importante mercante veneziano da anni impegnato in tratte legate alla Via della seta, viene lasciato come un pegno dal padre a Kublai Khan, dominatore dell'Asia ed erede di suo nonno Gengis, che da tempo sogna di soggiogare gli ultimi focolai di rivolta cinese a Sud per unificare un impero come mai l'umanità aveva conosciuto in precedenza, vincendo la resistenza di Jia Sidao, cancelliere dalle straordinarie abilità strategiche.
Grazie alla sua arguzia ed alla curiosità, Marco conquista i favori di Kublai scatenando perfino le gelosie del primogenito di quest'ultimo, che pare non godere presso il genitore delle stesse attenzioni: assegnato a compiti di ogni genere ed addestrato alle arti marziali nonchè alle usanze mongole, il giovane mercante si troverà a trasformarsi in un vero e proprio consigliere per il condottiero più potente del mondo conosciuto, ed a progettare l'attacco decisivo alla roccaforte di Sidao.












Fin dai tempi dell'adolescenza e del periodo in cui, preso da scrittura ed epica, sognavo grandi battaglie ed epoche lontane, i grandi imperi del passato hanno sempre esercitato un grande fascino sul sottoscritto: non è mai stata un mistero la mia passione per la figura di Alessandro Magno, così come per le società che cambiarono la Storia dall'alba dei tempi almeno fino al Rinascimento, quando qualcosa mutò a livello sociale e ci si avviò a quella che è intesa come l'era moderna.
Un'altra grande figura che ha sempre solleticato la mia curiosità è stata quella di Gengis Khan, nato fondamentalmente senza nulla in una lontana tribù mongola persa tra le steppe e fondatore di uno degli imperi più vasti, interessanti e temuti di sempre: suo nipote Kublai, invece, se non per una poesia di Samuel Coleridge, mi era praticamente sconosciuto, così come il suo legame con Marco Polo, mercante, avventuriero ed esploratore che fu tra i primi a rivelare all'Occidente quella che era la vita lungo la Via della seta, storico canale di scambi di ogni genere che collegava tutto il mondo allora conosciuto.
Quando, non troppo tempo fa, mi capitò per le mani - a dire il vero, al lavoro e di sfuggita - il trailer della serie targata Netflix - sempre più la realtà più importante del piccolo schermo - dedicata proprio alle gesta di Kublai ed al suo legame con Polo la curiosità si fece sempre più grande, tanto da riuscire a convincere Julez - di norma non proprio esaltata all'idea di gettarsi a capofitto in visioni di questo tipo - a tentare il viaggio con questa prima stagione prima che potesse avere inizio la seconda - programmata per l'imminente estate -: il risultato è stata una delle scoperte più interessanti degli ultimi mesi, dall'atmosfera pronta a ricordare lo splendido La battaglia dei tre regni ai sanguinosi duelli, dal progetto di Kublai - simile a quello del già citato Alessandro Magno - di costruire un impero multirazziale e multiculturale alla lotta all'ultimo sangue con il Cancelliere cinese Sidao, charachter strepitoso per freddezza ed arguzia politica nonchè per capacità di farsi odiare dallo spettatore, istintivamente più propenso a parteggiare per l'altrettanto crudele ma decisamente più istintivo ed umano Kublai piuttosto che sull'aristocratico calcolatore ultimo ostacolo per il Khan sulla strada della definitiva conquista della Cina.
Nel mezzo del delicato equilibrio che delinea il conflitto tra le due potenze si muove Marco Polo, giovane mosso da un grande spirito di osservazione, voglia di emergere e di imparare, di adattarsi e di costruire il suo futuro anche quando lo stesso dovesse costare dolore o scelte drastiche - dall'abbandono subito da parte del padre al destino dell'esattore suo primo referente, dal rapporto con il Khan a quello con il suo legittimo erede -: un charachter non privo di ombre, ma assolutamente affascinante e reso bene dal semisconosciuto attore italiano Lorenzo Richelmy, che prima di essere rilanciato da Netflix aveva un destino già scritto come volto per le classiche e pessime fiction made in Terra dei cachi, che nell'incedere delle dieci puntate di questa densa prima stagione ha modo di interfacciarsi con l'approccio rude del mongolo Kublai, tagliente del quasi cinese suo erede, mellifluo e cospiratore del ministro dell'economia di origine persiana, marziale e deciso del maestro Cento Occhi, nebuloso ed arraffone come quello di suo padre e suo zio.
Una sorta di babele medievale che pare tracciare un ponte ideale tra l'Alexander di Oliver Stone e l'epica cinese - come per il già citato La battaglia dei tre regni -, pronta a toccare realtà e leggende - ho molto gradito la parentesi dedicata alla setta degli Hashashin, che ha originato negli anni cose come la saga videoludica di Assassin's Creed o il Clan degli Assamiti nel gioco di ruolo Vampiri -, trame e sottotrame di corte - che, a quanto dato dall'ultimo episodio, pare saranno l'ossatura principale della seconda stagione - tanto quanto battaglie all'ultimo sangue - stupendi il duello tra Kublai e suo fratello e lo scontro tra Cento Occhi, Marco Polo e Sidao, brutale e d'acciaio il primo, leggiadro e quasi danzato il secondo -: uno specchio sul passato che, in qualche modo, ricorda a noi uomini del futuro quanta carne e sangue esistano dietro l'Umanità e la sua Storia.
Anche quando sono portate a corte con i vestiti migliori.





MrFord





"I come now
run for your shelters and caves
because I'm coming down
you are the one
precious one, 'cause I'm coming
I'm out for you kings and your knaves
the battle is on
you are the one
precious one, Temujin."
Avalon - "Temujin" - 






mercoledì 20 gennaio 2016

Macbeth

Regia: Justin Kurzel
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2015
Durata: 113'






La trama (con parole mie): nella Scozia dai paesaggi mozzafiato dei Secoli Bui, Macbeth, guerriero indomito e luogotenente del re, incontra dopo una battaglia tre streghe che gli predicono un futuro da regnante, pur se privo di eredi.
L'uomo, roso dall'ambizione alimentata dalla moglie, decide di rendere vera la profezia ricevuta forzando la situazione ed uccidendo il suo sovrano, forte dello status che gli permetterà di prenderne il posto: il sangue sulle sue mani, la maledizione incombente legata al non riuscire ad avere figli, i sospetti della corte ed una rabbia sempre più difficile da contenere lo porteranno ad isolarsi sempre di più e commettere atti barbarici per difendere quella che è stata la conquista più grande e più amara della sua vita.
Quando, ormai solo e giudicato un tiranno dal popolo e dagli uomini che chiamava alleati, verrà affrontato dai suoi ex compagni di lotta e dai loro figli, Macbeth andrà incontro al proprio destino, che pareva lontano ed impossibile da raggiungere come "una foresta che si muove".










Non è la prima volta che penso a William Shakespeare come al miglior sceneggiatore che il Cinema abbia mai avuto: i lavori del Bardo, immortali e privi di confini a prescindere dalla loro ambientazione o dai tempi che nel frattempo corrono loro incontro ed oltre, sono da sempre un'ispirazione fondamentale per la settima arte, che proprio dall'opera del vecchio Bill ha tratto alcune tra le sue pietre miliari più importanti.
Quest'ultima versione di Macbeth diretta dal giovane Justin Kurzel, dal canto suo, appariva come una scommessa rischiosa nonostante i buoni riscontri ottenuti dal regista con il precedente Snowtown e la presenza di due tra gli attori più convincenti ed universalmente considerati belli degli ultimi anni, Michael Fassbender e Marion Cotillard: del resto, quando alle spalle e come termini di paragone troviamo Macbeth come quello firmato da Orson Welles - splendido ed affascinante nonostante le disavventure produttive - ed ancor più da Akira Kurosawa - per chi non l'avesse mai visto, una visione de Il trono di sangue è assolutamente obbligatoria -, che a Shakespeare fu molto legato, finendo per trovare dalla penna di quest'ultimo - precisamente da Re Lear - gli spunti per quello che, forse, è il suo più grande Capolavoro, Ran, il compito di un qualsiasi regista risulterebbe quantomeno proibitivo.
Approcciato, dunque, con tutte le riserve del caso dal sottoscritto, e certo non graziato da un ritmo particolarmente scorrevole - l'idea di mantenere il linguaggio il più "antico" possibile funziona, ma giova poco al già abbastanza statico stile narrativo scelto dal regista -, questo Macbeth che pare mescolare le spigolosità di personaggi come il William Wallace di Braveheart o il Massimo de Il gladiatore ad un colpo d'occhio meraviglioso ed ipnotico che riporta alla mente cose grandiose come Valhalla rising ha finito non solo per farmi ricredere, ma anche per strappare una valutazione assolutamente irraggiungibile alla vigilia, di fatto mantenendo il trend positivo di questo inizio anno così promettente.
Il lavoro di Kurzel, rispettoso del Bardo ed assolutamente splendido in termini estetici, è poi reso ancora più grande dall'operato dei già citati Fassbender e Cotillard, ottimo il primo ed addirittura strepitosa la seconda, al centro di una sequenza da brividi nella sua ultima apparizione nella pellicola e perfetta nel rendere al meglio la natura terrificante e fragile ad un tempo di Lady Macbeth, eminenza grigia tra le più inquietanti dell'intero panorama shakespeariano: i paesaggi mozzafiato della Scozia, gli spigolosi scenari di battaglia e la rappresentazione affascinante delle streghe rendono poi ancora più magica l'atmosfera offerta da questo lavoro, che di fatto non inventa nulla di nuovo - del resto, anche la stessa vicenda è lasciata il più possibile vicina a quella del dramma originale - ma che ipnotizza e colpisce dal primo all'ultimo minuto, con un crescendo che ricorda quello di follia del suo protagonista, pronto a finire affrontando il suo destino - ottima la scelta di rappresentare la foresta "in movimento" come conseguenza di un incendio - da guerriero finendo per riscattare almeno in parte i suoi delitti incorniciato da un velo cremisi da occhi spalancati per la meraviglia.
Sinceramente, non so se correrei subito al Cinema per affrontare di nuovo una lotta come quella che è stata questa visione, ma di certo il mio appuntamento con il Macbeth di Kurzel verrà rinnovato in futuro, avendo quest'ultimo guadagnato il diritto, se non altro, di accompagnarsi ai più indimenticabili esempi della trasposizione di quest'opera senza sfigurare troppo: come il più folle, sanguinario e coraggioso dei guerrieri e dei sovrani, infatti, si è battuto fino all'ultimo, e pur con le sue imperfezioni e follie - ed un andamento lento - ha finito per meritarsi una fine da combattente, a testa alta e quasi statuaria, simbolo di un tempo che è passato ma di un'umanità selvaggia e ferale come mai, probabilmente, cambierà nonostante le epoche ed i sovrani caduti ed ascesi.
Questo Shakespeare lo sapeva bene, e Kurzel l'ha saputo sfruttare al meglio.





MrFord





"What have I become 
my sweetest friend 
everyone I know goes away 
in the end 
and you could have it all 
my empire of dirt 
I will let you down 
I will make you hurt."
Johnny Cash - "Hurt" - 







lunedì 6 aprile 2015

Braveheart - Cuore impavido

Regia: Mel Gibson
Origine: USA
Anno: 1995
Durata:
177'





La trama (con parole mie): siamo in Scozia, sul finire del milleduecento. Il regno di Edoardo il Plantageneto, Re d'Inghilterra, soggioga le popolazioni locali come mai prima era stato sotto l'egemonia inglese da sempre patita: il giovane William Wallace, persi il padre ed il fratello maggiore proprio per mano degli uomini di Edoardo, lascia le terre d'origine con lo zio per tornarvi adulto ed istruito, pronto a ripartire da zero nella speranza di trovare una donna e costruirsi una famiglia.
Quando, sposatosi in segreto con Murron per evitare lo Ius primae noctis ripristinato proprio dal Plantageneto, vede sua moglie morire, Wallace da inizio ad una vera e propria rivolta che porterà sconvolgimenti da una parte e dall'altra del confine conteso con l'Inghilterra.
Le prime, soprendenti vittorie dell'improvvisato leader militare porteranno i nobili scozzesi a dover valutare se appoggiarlo nella lotta alla Corona o se tradirlo per consolidare i propri domini.
Sarà la Libertà, a trionfare, o il desiderio di proteggersi?








Ricordo benissimo, la prima volta che vidi Braveheart in sala.
Ero nel pieno dell'adolescenza, un venerdì sera quando ancora il venerdì sera non si usciva, ma solo il sabato, con mia madre.
E ricordo quanto influenzò una certa parte di me, ai tempi legato ad un passato storico che non avevo vissuto ma che esercitava un fascino unico, alla volontà di uscire dal guscio della timidezza che aveva pesato come un macigno negli anni precedenti, al desiderio di scrivere proprio partendo da una cornice come quella: sono passati quasi vent'anni, da quel giorno, io sono cresciuto e cambiato profondamente, e se potessi tornare indietro, probabilmente, prenderei a schiaffi quello stronzo pieno di sè che sognava un'esistenza da poeta o da guerriero accanto ai William Wallace ed una vita da chiudersi al massimo entro i trentacinque, solo perchè confuso rispetto al fatto che i geni debbano necessariamente morire giovani.
Sono passate anche parecchie visioni di questo film, che trionfò agli Oscar - ebbe cinque statuette nonostante un solo Globe - e senza dubbio rappresenta quello che dagli Oscar ci si aspetta, in termini di presa sul pubblico, una certa retorica e confezione, nonchè l'ultimo lavoro di Gibson regista degno di nota, eppure il suo effetto continua a farsi sentire, in casa Ford.
A partire da Gibson, che sarà un pazzo integralista cattolico, ma che continua a starmi clamorosamente simpatico, passando per Brendan Gleeson, Tommy Flanagan, Brian Cox e James Cosmo - caratteristi che oggi adorano molti appassionati del grande e piccolo schermo -, senza dimenticare la romanzatissima - almeno rispetto alla reale esistenza di Wallace - sceneggiatura di Randall Wallace e la colonna sonora - che all'epoca ascoltai allo sfinimento in cassetta - firmata da James Horner, tutto in questo film pare contribuire ad alimentare un'adrenalina ed un'emozione che nulla hanno a che fare con le farsesche idee degli esponenti della Lega che, negli anni, hanno purtroppo preso a modello la figura dell'eroe nazionale scozzese per portare avanti le loro imbarazzanti idee politiche.
Dal giovane William sconvolto dalle morti di padre e fratello allo zio Argyle che promette di insegnargli ad usare prima la testa e dunque la spada fino alle sequenze mozzafiato legate alla morte di Murron ed alla conseguente vendetta, dalla battaglia di Stirling all'ormai storico finale e quella spada lanciata verso il cielo, tutto in questo blockbuster che pare confezionato per l'Academy riesce ancora oggi ad emozionarmi, a stimolare quella parte che, per quanto potranno mai dire i radical chic, è presente in ognuno di noi e che fa appello a sensazioni forse molto di pancia ma ugualmente efficaci e genuine.
Senza contare, dunque, una perizia artigianale di fondo notevole - il lavoro su costumi e fotografia è ottimo - ed un utilizzo della violenza in battaglia che non cede a troppi compromessi - al contrario della parte legata alla tortura subita da Wallace, che comunque suona meglio dell'agghiacciante delirio del successivo La passione di Cristo, sempre firmato dal vecchio Mel -, quello che resta di Braveheart è l'emozione, l'idea di un racconto portato sullo schermo ad uso e consumo del grande pubblico ma ugualmente in grado di colpire anche chi da questo tipo di prodotto prende le distanze più per partito preso che per empatia: personalmente, non vedo l'ora di poter condividere le gesta di William Wallace ed il suo "essere indomito" con il Fordino appena sarà grande abbastanza per affrontare la visione.
Del resto, sono stato adolescente anche io, guardando questo film.
E mi piacerebbe che lui potesse pensare che, dovendo combattere per la Libertà, avrebbe sempre e comunque accanto il suo vecchio.
Che per quanto tamarro, zotico e pane e salame possa essere, non trova un piacere più profondo del vivere stesso, con tutta la passione e la libertà di farlo che comporta.




MrFord




"Tolling for the aching whose wounds cannot be nursed
for the countless confused, accused, misused, strung-out ones an' worse
an' for every hung-up person in the whole wide universe
an' we gazed upon the chimes of freedom flashing."
Bob Dylan - "Chimes of freedom" - 




domenica 12 ottobre 2014

Il nome della rosa

Regia: Jean Jacques Annaud
Origine: Italia, Germania, Francia
Anno:
1986
Durata:
130'





La trama (con parole mie): siamo nel 1327 quando Guglielmo da Baskerville, un monaco dall'enorme cultura e dalla grande curiosità non sempre in linea con le idee della Chiesa, giunge con il suo allievo Adso in un grande monastero italiano in procinto di ospitare un importante incontro che vedrà coinvolti non solo i più in vista tra gli ordini di frati, ma anche i messi vaticani.
Quando una serie di misteriose morti sconvolgerà gli occupanti della struttura e metterà in allarme addirittura l'Inquisizione, Guglielmo dovrà dare fondo a tutte le sue capacità investigative per portare alla luce una complessa macchinazione volta a far rimanere bui i cosiddetti secoli ordita da chi non ha alcun interesse nella divulgazione della cultura.
Riuscirà il decisamente razionale monaco a mettere in scacco i responsabili e portare in salvo i tesori culturali che il monastero nasconde? E quanto quest'esperienza segnerà il giovane Adso?







I miei ricordi de Il nome della rosa sono legati ad una delle letture più forzate e noiose del periodo del liceo, quando, del resto, ogni romanzo imposto dalle scadenze scolastiche finiva per risultare più un supplizio che non un piacere: paradossalmente, quando vidi per la prima volta il film di Annaud - nonchè, forse, il suo lavoro migliore -, rimasi colpito dall'atmosfera che il regista francese, pur limando soprattutto gli aspetti filosofici ed intellettuali dell'opera letteraria, era riuscito a trasportare sullo schermo in una grande produzione che, nonostante i volti noti, riusciva a mantenere intatta l'aura del Cinema d'essai, trovando un insolito equilibrio tra approccio "alto" ed una serie di nomi di richiamo - Sean Connery, sempre grande, e Murray Abraham, su tutti - clamorosamente in parte dal primo all'ultimo.
Incrociando per l'ennesima volta il cammino con questo evergreen del grande e dunque piccolo schermo - potrei aver superato tranquillamente la decina di visioni - quasi per caso non solo ho avuto la piacevole sensazione della rimpatriata con un vecchio amico, ma mi sono ritrovato a tessere le lodi di passaggi che a distanza di quasi trent'anni ancora funzionano alla grande - la ricostruzione degli omicidi da parte di Guglielmo -, interpretazioni memorabili - Ron Perlman, splendido nel ruolo del poliglotta e storpio Salvatore - e piccole chicche che avevo scandalosamente rimosso ed ho ritrovato con enorme piacere, un pò come quando riascoltando un brano conosciuto a memoria finiamo per scovarne significati e sfumature nuove.
In particolare, i due passaggi in questione sono legati a quello che è, del resto, anche uno dei cardini dell'intero lavoro, sia che si tratti di pagina scritta - e di Umberto Eco - che di pellicola - e dunque del già citato Annaud -: il rapporto tra Fede e Ragione, tra umanità ed un'apparente divinità.
Il primo riguarda il confronto tra Guglielmo e Ubertino, con il secondo che, a seguito dell'insistenza del monaco investigatore a proposito dell'esistenza di un mitico libro di Aristotele legato alla Commedia afferma: "Perchè tanto interesse nel riso? Il riso scaccia la paura, e la Fede ha bisogno di paura".
Senza dubbio, rispetto ad un anticlericale nonchè profondamente lontano dalla religione come il sottoscritto, una sequenza di questo genere sfonda una porta aperta e finisce per rappresentare una critica a quanto la Chiesa ha rappresentato di male nei secoli da applausi, eppure sono convinto che anche chi, al contrario, nella Fede trova conforto o rifugio, riesca a capire quello che questa sorta di giallo medievale dai profondi risvolti filosofici e culturali intendeva - ed intende - portare alla luce.
Il secondo è legato alla conclusione, ed alla riflessione che Adso, in età matura - e da narratore esterno -, concederà a quella donna senza nome che ha finito per diventare il grande amore - pur se perduto - della sua vita: il nome della rosa, per l'appunto.
Pensando al personaggio del giovane novizio al seguito di Guglielmo tornano a galla le sensazioni dell'approccio a queste questioni di De Andrè, al suo Cristo dedito all'amore e più vicino ai peccatori, che non al Padre: l'amore per Dio - qualsiasi concetto questa parola incarni -, in effetti, può essere espresso attraverso quello per qualsiasi cosa, anche lontana anni luce da quello che, sulla carta o secondo la Chiesa di turno, è considerato avulso dallo stesso concetto.
Abbiamo bisogno di ridere, e ancor di più d'amore.
A prescindere dal fatto che questo sia legato al sesso, al sapere, al desiderio di esplorare il mondo e conoscerne il più possibile, nel pieno della luce o tra le ombre: e chi se ne priva, inevitabilmente, non soltanto finisce per detestare lo stesso amore, ma anche per lottare con ogni mezzo possibile affinchè anche il resto del mondo possa esserne privato.
Personalmente, citando Milton, "preferisco regnare all'Inferno che servire in Paradiso", se questo significa poter godere appieno di quell'amore.
Poter sentire il profumo di quella rosa. E conoscere il suo nome.




MrFord




"Loneliness will haunt you
will you sacrifice?
Do you take the oath
will you live your life
under the rose."
Kiss - "Under the rose" - 




mercoledì 27 giugno 2012

Biancaneve e il cacciatore

Regia: Rupert Sanders
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 127'




La trama (con parole mie): ispirata dalla nota fiaba, questa nuova incarnazione gotica e guerresca di Biancaneve vede la giovane principessa tenuta prigioniera per tutta la sua adolescenza dalla perfida regina Ravenna, giunta a sedere sul trono del regno una volta eliminato il padre della ragazza.
Fuggita dal castello, sulle sue tracce viene sguinzagliato un cacciatore vedovo ed ubriacone, unico a conoscere a fondo la foresta maledetta all'interno della quale Biancaneve ha trovato rifugio: l'incontro tra i due porterà ad un'alleanza destinata a coinvolgere nella lotta contro il potere oscuro di Ravenna i nani e gli abitanti della foresta così come del regno, ansiosi di porre fine al dominio della donna eternamente giovane e dei suoi biechi tirapiedi, primo fra tutti il suo stesso fratello.
Ci sarà tempo per sacrifici, magie, amori, mele avvelenate e battaglie prima del confronto finale e dell'ovvio trionfo del Bene sul Male.




Passate - o quasi - le mode dei supereroi e dei vampiri, questo duemiladodici pare proprio essere l'anno dei ripescaggi dal bacino - a dire il vero enorme - delle favole: ovviamente, una delle protagoniste di questo nuovo trend non poteva che essere Biancaneve, forse la principessa più amata dal pubblico dai tempi dell'immortale classico targato Disney.
Così, dopo la discreta e timida Snow co-protagonista del serial Once upon a time e la pessima versione di Tarsem Singh è stata la volta di Rupert Sanders - regista esordiente - di portare sul grande schermo le gesta del suo ritratto del personaggio: palesemente influenzato da un gusto dark, lo stesso Sanders sceglie di trasformare la canterina damigella in una guerriera battagliera che deve moltissimo della sua caratterizzazione all'immaginario dei fumetti e del neo-romanticismo che negli ultimi anni ha prodotto, a livello letterario, una dose non indifferente di spazzatura in grado di fare faville soprattutto rispetto alle lettrici adolescenti.
Pur se certamente non nuova, questa versione di Biancaneve risulta comunque leggermente meno irritante di quella opposta a Julia Roberts nella già citata ciofeca firmata Singh, riportando sul grande schermo un contesto fantasy che ricorda molto le meraviglie degli anni ottanta come La storia infinita - palesemente citata nella sequenza della morte del cavallo - e La storia fantastica così come la più recente trilogia de Il signore degli anelli, rispolverando un certo gusto per l'avventura che non dispiace cucito addosso al personaggio e alla sua spalla, un cacciatore con quell'aura da eroe maledetto e solitario in grado di convincere anche la parte maschile dell'audience ad affrontare una visione altresì troppo dipinta di rosa.
La stessa regina Ravenna - interpretata più che bene da Charlize Theron -, mossa da un sentimento di rivalsa verso il genere maschile, il Tempo e la vita in genere, ha tutte le carte in regola per essere quella vecchia stronza che ogni cattiva da fiaba merita di essere, ed il look non solo oscuro ma anche decisamente "liquido" - che la donna condivide con il famigerato specchio - dalle rimembranze in pieno T-1000 style risulta funzionale ed inquietante al punto giusto per renderle il carattere che è mancato sia alla versione shampista della Roberts che a quella finto senza cuore di Lana Parrilla.
Detto così, parrebbe quasi che questo Biancaneve e il cacciatore si possa rivelare come un'inaspettata ficata, ma lungi da me e dalle mie bottiglie metterla in questi termini: il fatto è, infatti, che nonostante il prodotto risulti tranquillamente godibile nel suo essere puro intrattenimento, non esiste nulla che mi possa convincere del fatto che non si tratti di robetta buona giusto per i nostalgici della terrificante epopea twilightiana o per adolescenti in cerca della prima - non troppo convinta - cotta cinematografica o in attesa di sistemarsi ben bene in ultima fila per limonare duro due orette piene.
Tolta, infatti, la già citata Charlize Theron la coppia protagonista Hemsworth/Stewart funziona davvero maluccio, il primo a darsi da fare per un ruolo che avrei visto decisamente meglio sulle spalle di un non più di primo pelo Hugh Jackman e la seconda che continua imperterrita a percorrere la strada di sciapissima predestinata che, al contrario dei nani, non seguirei neppure se, per citare il Cannibale ed il suo libro presto recensito da queste parti, "riuscisse a tramutare l'acqua in birra".
Per il resto, la pellicola risulta una sorta di versione minore delle fiabe dark di Tim Burton - quello vero, non la controfigura da due soldi che ne ha preso il posto negli ultimi anni - filtrata attraverso scopiazzature e citazioni di film più o meno memorabili, dal pessimo Solomon Kane al sottovalutato e decisamente interessante Robin Hood firmato Ridley Scott, per finire con una clamorosa scena-fotocopia della meraviglia di Miyazaki La principessa Mononoke - tutta la sequenza del cervo nel cuore della foresta giustificherebbe un'accusa di plagio da parte del Maestro giapponese -: troppo poco per brillare di luce propria o fare breccia negli appassionati di Cinema più esigenti o nel pubblico che si conceda più della visione di routine nel multisala del weekend.
Certo, gli incassi - almeno in Usa, ma scommetto sarà lo stesso anche qui da noi - hanno già premiato il lavoro di Sanders, tanto che pare sia stato già annunciato addirittura un sequel - del resto, il finale risulta aperto soprattutto rispetto al potenziale triangolo amoroso tra Biancaneve, il cacciatore e l'amico d'infanzia della protagonista William, figlio del Duca alla guida dell'esercito che segna il riscatto del regno rispetto alle forze di Ravenna -, eppure tutto mi fa supporre che meglio di così non si possa fare, considerata la materia a disposizione - in termini di talento, principalmente -.
Di sicuro dunque non tratterrò il fiato in attesa di questo nuovo capitolo, e mi accontento di sapere di essere passato quasi indenne attraverso la visione di questo primo film: poteva andare decisamente peggio.
Chi ha avuto esperienza in ambito twilightiano, sa benissimo di cosa sto parlando.


MrFord


"Two times in.
I've been struck dumb by a voice that
speaks from deep
beneath the endless waters.
Twice as clear as heaven,
twice as loud as reason.
Deep and rich like silt on a riverbed
and just as never ending."
Tool - "Undertow" -


 

sabato 19 novembre 2011

Ironclad

Regia: Jonathan English
Origine: Uk/Usa
Anno: 2011
Durata: 121'



La trama (con parole mie): siamo nel pieno dei cosiddetti "secoli bui", nella Gran Bretagna dominata da Giovanni senza terra che, dopo aver firmato la Magna Carta, decide - con tanto di benedizione papale -, di ignorare gli accordi con popolo e nobiltà e tornare alla carica sfruttando un esercito di temibili mercenari danesi assalendo il castello di Rochester, snodo fondamentale per la (ri)conquista strategica del Paese.
Ad ergersi in difesa dell'Inghilterra e della stessa rocca, un manipolo di coraggiosi guidato da Albany - uno dei persecutori principali di Giovanni ai tempi della stesura del contestato documento - e da Marshal, un templare da poco rientrato dalla Terra Santa.



Senza neanche scomodarmi in una serie di facili battute a proposito del regista, della sua - scarsa - abilità e filmografia precedente - stiamo parlando dell'autore di Minotaur, roba da far apparire The barbarians degno della Palma d'oro -, prima di iniziare a parlare di Ironclad vorrei spendere qualche minuto a proposito di uno dei suoi protagonisti, James Purefoy: vincitore ideale e morale del premio come peggiore attore protagonista della scorsa stagione nel ruolo del surrogato di Hugh Jackman nel pessimo Solomon Kane, il nostro ha fatto ricredere anche me rispetto al suo apporto a questa pellicola.
Ammetto infatti di aver sottovalutato - e clamorosamente - le doti di trasformista di Purefoy, che dopo aver assunto le sembianze del volto cinematografico di Wolverine rende omaggio ad uno dei personaggi televisivi e radiofonici più noti nel Bel Paese, ossia portando sullo schermo - e nelle vesti del templare coraggioso - Fabio Volo, il tutto riuscendo in egual misura a rimanere inespressivo al punto tale da candidarsi per la seconda volta consecutiva al prestigioso riconoscimento dal sottoscritto assegnatogli lo scorso anno.
Con un inizio così, ammettetelo: vi aspettavate bottigliate come se piovesse.
Invece Ironclad, pur rimanendo a tutti gli effetti una pellicola senza infamia e senza lode guidata da un regista assolutamente inutile, passa indenne alla prova più terribile del saloon grazie principalmente alla presenza di Giamatti e Cox nel cast - che, insieme, riescono a malapena a controbilanciare il solo Purefoy -, ai richiami visivi legati alla carne e al sangue di Game of thrones e Centurion - senza neanche sognarsi di poterli anche solo vedere da lontano, sia chiaro -, ad uno spirito che ricorda quello del Robin Hood firmato Ridley Scott e soprattutto un plot che riprende l'ormai classica vicenda de I sette samurai, con eroi spesso circondati da un alone di mistero, se non addirittura reietti, che si gettano in un'impresa praticamente impossibile dal sapore suicida per scrivere i loro nomi nel grande libro della Storia.
Da questo punto di vista, gli sceneggiatori paiono semplicemente adattare lo script al Capolavoro di Kurosawa riuscendo in questo modo ad accattivare l'audience giocando sul grande fascino che dai tempi dell'affermazione a Venezia del Maestro giapponese questo tipo di vicenda ha esercitato sul pubblico di tutto il mondo, generando anche un remake in chiave western - in quel caso di gran livello - come I magnifici sette, affidandosi all'esperienza dei già citati Cox e Giamatti per evitare che le lacune dietro la macchina da presa risultassero troppo evidenti almeno nelle scene che non prevedevano battaglia: proprio a questo proposito, il montaggio frenetico e scelte decisamente opinabili rendono le parti action tra le peggiori che il genere abbia prodotto di recente, intaccando anche soluzioni interessanti come l'utilizzo di una sorta di "gore da guerra" decisamente efficace e d'impatto - la parte dedicata all'amputazione di mani e piedi dei prigionieri del re è quasi degna di uno slasher movie -. 
Un prodotto che, tutto sommato, pare più televisivo che non cinematografico - e non nel senso buono del termine -, che in altre mani sarebbe potuto diventare certamente un cult in materia fantasy/storica - quelle, ad esempio, dello stesso Scott o, perchè no, di un più alternativo Del Toro o di un selvaggio Marshall - e che finisce per essere una delle tante visioni riempitivo di una stagione cinematografica, incapace di distinguersi anche in negativo: eppure, nelle imprese di Marshal, Albany e compagni troviamo quell'anelito alla lotta, alla ribellione e alla libertà che hanno reso quello che sono pellicole di riferimento come Braveheart o la trilogia de Il signore degli anelli, andando a stimolare in qualsiasi spettatore una sensazione che passa sulla pelle e solletica il cuore, le palle e la base del cranio, permettendo di immedesimarsi, volenti o nolenti, nei protagonisti di queste epiche imprese.
Ovviamente, sempre che non si tratti di James Purefoy.

MrFord

"The sky is turning red
return to power draws near
fall into me, the sky's crimson tears
abolish the rules made of stone."
Slayer - "Reign in blood" -

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