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venerdì 27 aprile 2018

Homeland - Stagione 6 (Showtime, USA, 2017)





Nel corso delle ultime stagioni, pochi serial possono vantare di avere avuto un impatto simile a Homeland sul pubblico e gli appassionati: ricordo ancora oggi con i brividi le prime due annate di questa proposta che mescola dramma, attualità, spionaggio ed azione, talmente cariche di tensione da risultare a tratti addirittura insostenibili, e rese esplosive - in tutti i sensi - dalla coppia formata da Damien Lewis e Claire Danes, perfetti per i ruoli loro ritagliati dagli autori.
Con il tempo e la morte del personaggio di Brody - interpretato da Lewis, per l'appunto - Homeland è riuscita nella non facile impresa di mantenere sempre molto alta la qualità del suo prodotto pur risultando più fredda nell'approccio, orfana di un charachter tra i più memorabili mai giunti sul piccolo schermo ma pronta a contenere i danni sfruttando la crescita del maestro della protagonista - il Saul Berenson di Mandy Patinkin che per me rimarrà sempre e comunque l'Inigo Montoya de La storia fantastica - e l'inserimento di un nuovo "compagno" - il Peter Quinn più immortale di Ciro Di Marzio, interpretato da Rupert Friend -.
Con questa stagione numero sei, l'azione torna sul suolo statunitense dopo gli anni trascorsi da Carrie in Medio Oriente ed in Europa, ricordando quasi più nell'evoluzione un'annata di 24 che non i dubbi e le paure dei primi anni, sfruttando il dissenso creato ad arte all'indirizzo della Presidente eletta, osteggiata dall'interno e dall'esterno da un gruppo disposto a tutto pur di ribaltare la decisione popolare finendo per dare inizio ad un'escalation nell'abuso di potere della stessa futura Presidente USA che pare, con il season finale, pronta a scavalcare - a quanto sembra anche dalle anticipazioni della settima stagione, a breve in rampa di lancio negli States - dalla realtà alla distopia abbandonando definitivamente i binari estremamente realistici dai quali era partita.
Una scelta che potrebbe risultare un azzardo, in positivo o in negativo, e che pone qualche dubbio quantomeno sulla chiusura dell'ennesima stagione solida seppur non travolgente, che vede un Quinn creduto morto - almeno dal sottoscritto - in chiusura della quinta stagione tornare in una veste decisamente non facile, Dar Adal divenuto una sorta di eminenza grigia con la quale fare i conti e tutti i giochi di potere legati alla Presidenza pronti a risultare ben più pericolosi e macchinosi di qualsiasi piano terroristico orchestrato da una minaccia esterna.
In fondo, sono molti i detti pronti a ricordare quanto pericoloso possa essere chi sta al nostro fianco rispetto a chi affrontiamo a viso aperto, e guerre civili, dittature e ferite nella Storia dell'Umanità sono pronte a testimoniare quanto, in passato, i peggiori disastri per i popoli hanno trovato la loro origine e la loro forza proprio nel cuore dei paesi che le genti chiamavano casa: in questo senso, la nuova direzione data ad Homeland potrebbe significare un tentativo per sensibilizzare rispetto a quanto il Potere possa corrompere e rivoltare gli uni contro gli altri oppure il naufragio di una proposta tra le più interessanti che il piccolo schermo abbia avuto la fortuna di regalare al pubblico.
In attesa di scoprirlo con la settima stagione, in casa Ford si continua a correre il rischio per battersi accanto a Carrie Mathison, che con tutti i suoi difetti, è riuscita a costruire qualcosa che forse neppure lei, fin dal principio, si sarebbe aspettata: qualcosa che spero davvero possa mantenersi vitale quanto la sua pur problematica eroina.



MrFord



 

domenica 12 ottobre 2014

Il nome della rosa

Regia: Jean Jacques Annaud
Origine: Italia, Germania, Francia
Anno:
1986
Durata:
130'





La trama (con parole mie): siamo nel 1327 quando Guglielmo da Baskerville, un monaco dall'enorme cultura e dalla grande curiosità non sempre in linea con le idee della Chiesa, giunge con il suo allievo Adso in un grande monastero italiano in procinto di ospitare un importante incontro che vedrà coinvolti non solo i più in vista tra gli ordini di frati, ma anche i messi vaticani.
Quando una serie di misteriose morti sconvolgerà gli occupanti della struttura e metterà in allarme addirittura l'Inquisizione, Guglielmo dovrà dare fondo a tutte le sue capacità investigative per portare alla luce una complessa macchinazione volta a far rimanere bui i cosiddetti secoli ordita da chi non ha alcun interesse nella divulgazione della cultura.
Riuscirà il decisamente razionale monaco a mettere in scacco i responsabili e portare in salvo i tesori culturali che il monastero nasconde? E quanto quest'esperienza segnerà il giovane Adso?







I miei ricordi de Il nome della rosa sono legati ad una delle letture più forzate e noiose del periodo del liceo, quando, del resto, ogni romanzo imposto dalle scadenze scolastiche finiva per risultare più un supplizio che non un piacere: paradossalmente, quando vidi per la prima volta il film di Annaud - nonchè, forse, il suo lavoro migliore -, rimasi colpito dall'atmosfera che il regista francese, pur limando soprattutto gli aspetti filosofici ed intellettuali dell'opera letteraria, era riuscito a trasportare sullo schermo in una grande produzione che, nonostante i volti noti, riusciva a mantenere intatta l'aura del Cinema d'essai, trovando un insolito equilibrio tra approccio "alto" ed una serie di nomi di richiamo - Sean Connery, sempre grande, e Murray Abraham, su tutti - clamorosamente in parte dal primo all'ultimo.
Incrociando per l'ennesima volta il cammino con questo evergreen del grande e dunque piccolo schermo - potrei aver superato tranquillamente la decina di visioni - quasi per caso non solo ho avuto la piacevole sensazione della rimpatriata con un vecchio amico, ma mi sono ritrovato a tessere le lodi di passaggi che a distanza di quasi trent'anni ancora funzionano alla grande - la ricostruzione degli omicidi da parte di Guglielmo -, interpretazioni memorabili - Ron Perlman, splendido nel ruolo del poliglotta e storpio Salvatore - e piccole chicche che avevo scandalosamente rimosso ed ho ritrovato con enorme piacere, un pò come quando riascoltando un brano conosciuto a memoria finiamo per scovarne significati e sfumature nuove.
In particolare, i due passaggi in questione sono legati a quello che è, del resto, anche uno dei cardini dell'intero lavoro, sia che si tratti di pagina scritta - e di Umberto Eco - che di pellicola - e dunque del già citato Annaud -: il rapporto tra Fede e Ragione, tra umanità ed un'apparente divinità.
Il primo riguarda il confronto tra Guglielmo e Ubertino, con il secondo che, a seguito dell'insistenza del monaco investigatore a proposito dell'esistenza di un mitico libro di Aristotele legato alla Commedia afferma: "Perchè tanto interesse nel riso? Il riso scaccia la paura, e la Fede ha bisogno di paura".
Senza dubbio, rispetto ad un anticlericale nonchè profondamente lontano dalla religione come il sottoscritto, una sequenza di questo genere sfonda una porta aperta e finisce per rappresentare una critica a quanto la Chiesa ha rappresentato di male nei secoli da applausi, eppure sono convinto che anche chi, al contrario, nella Fede trova conforto o rifugio, riesca a capire quello che questa sorta di giallo medievale dai profondi risvolti filosofici e culturali intendeva - ed intende - portare alla luce.
Il secondo è legato alla conclusione, ed alla riflessione che Adso, in età matura - e da narratore esterno -, concederà a quella donna senza nome che ha finito per diventare il grande amore - pur se perduto - della sua vita: il nome della rosa, per l'appunto.
Pensando al personaggio del giovane novizio al seguito di Guglielmo tornano a galla le sensazioni dell'approccio a queste questioni di De Andrè, al suo Cristo dedito all'amore e più vicino ai peccatori, che non al Padre: l'amore per Dio - qualsiasi concetto questa parola incarni -, in effetti, può essere espresso attraverso quello per qualsiasi cosa, anche lontana anni luce da quello che, sulla carta o secondo la Chiesa di turno, è considerato avulso dallo stesso concetto.
Abbiamo bisogno di ridere, e ancor di più d'amore.
A prescindere dal fatto che questo sia legato al sesso, al sapere, al desiderio di esplorare il mondo e conoscerne il più possibile, nel pieno della luce o tra le ombre: e chi se ne priva, inevitabilmente, non soltanto finisce per detestare lo stesso amore, ma anche per lottare con ogni mezzo possibile affinchè anche il resto del mondo possa esserne privato.
Personalmente, citando Milton, "preferisco regnare all'Inferno che servire in Paradiso", se questo significa poter godere appieno di quell'amore.
Poter sentire il profumo di quella rosa. E conoscere il suo nome.




MrFord




"Loneliness will haunt you
will you sacrifice?
Do you take the oath
will you live your life
under the rose."
Kiss - "Under the rose" - 




mercoledì 14 maggio 2014

Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson
Origine: USA, Germania
Anno: 2014
Durata: 100'





La trama (con parole mie): uno scrittore ospite del leggendario Grand Budapest Hotel, affascinato dalla sua struttura decadente e dagli ospiti curiosi, incontra il suo proprietario, Zero Moustafa, ed avuta l'occasione di cenare con quest'ultimo finisce per diventare il testimone del racconto della vita dell'uomo, preso sotto l'ala protettrice, nel periodo tra la prima e la seconda guerra che sconvolsero il continente, dal mitico consierge Gustave H., cuore del Grand Budapest stesso ed amante di molte facoltose e vecchie signore. 
Alla morte di una di queste, Gustave finisce al centro di un complicato intrigo legato alla cospicua eredità della donna, nel mirino di parenti più o meno lontani capeggiati dal figlio Dmitri e della sua guardia del corpo Jopling: carcere, fughe e rischi più che concreti di morte diverranno dunque pane quotidiano per Gustave e Zero, pronti a lottare l'uno accanto all'altro per sopravvivere e costruire il futuro delle loro vite, bene o male possano le stesse finire.









Wes Anderson è uno dei paladini ufficialmente riconosciuti del radicalchicchismo.
Praticamente da sempre.
Tutto, nel suo Cinema, dalla fotografia curata maniacalmente ai carrelli laterali che paiono correre nei corridoi di una casa di bambole, dai colori pastello al gigioneggiamento selvaggio dei suoi attori, grida al radicalchicchismo.
Senza se e senza ma.
Eppure, allo stesso modo, dietro l'apparenza ed il piglio, i lavori del regista texano - il meno texano del pianeta, mi viene da aggiungere - traboccano cuore e sentimenti neanche ci trovassimo nel pieno di uno dei film pane e salame che tanto piacciono al sottoscritto: ricordo bene quanto riuscì a sovvertire sensazioni e valutazione Moonrise kingdom, penultima fatica del buon Wes, che iniziai a recensire pensando di sfoderare le bottigliate delle grandi occasioni e finii per riscoprire come una delle parabole migliori del Cinema grottesco recente, neanche i Grimm avessero incontrato un delirio di colori pastello e di profonda critica sociale.
Con Grand Budapest Hotel, probabilmente sogno segreto del regista da anni, album di fotografie con soggetti principali tutti i suoi attori feticcio - da Owen Wilson a Willem Defoe, passando ovviamente per Bill Murray, fino allo spazio concesso a nuove promesse come Saoirse Ronan -, Anderson poggia invece sul bancone del Saloon un cocktail che pare un mix abilmente dosato di romanticismo tedesco, stile narrativo russo - un pò Anna Karenina, un pò La figlia del capitano -, ironia nera, avventura vecchio stile in grado di richiamare addirittura qualcosa dell'espressionismo ed una fiaba nera da far impazzire dall'invidia gente come Tim Burton.
Le vicende di Gustave H. e Zero Moustafa, charachters che non avrebbero sfigurato in pellicole vintage d'alta scuola come i lavori d'ambientazione indiana di Fritz Lang o i grandi classici dell'avventura made in USA, senza contare il fascino dell'atmosfera mitteleuropea da spionaggio - e nonostante il bianco e nero c'entri poco o nulla, finisce per tornare a galla il Welles de Il terzo uomo e quello di Quarto potere -, sono un piacere per gli occhi, il cuore ed il cervello, ed il curioso mosaico di immagini e figurine in cui si muovono si rivela composto da tessere dai colori quasi accecanti - il rimbalzare delle telefonate della setta segreta dei consierge -, altre di bruciante ironia - i riferimenti al nazismo e gli uomini al servizio del regime - ed altre ancora velate di malinconia, che conducono lo spettatore per mano ad un finale in cui si incontrano il Woody Allen di Ombre e nebbia ed il gusto per il romanzo ottocentesco, carico di passione ed energia eppure in qualche modo segnato dall'inevitabile sconfitta dell'Uomo per mano del Destino.
La doppia narrazione, inoltre, dell'autore e di Moustafa, regala una struttura ad incastro che convince senza riserve, e nonostante l'intero lavoro dia l'impressione di un divertissement senza altro scopo se non intrattenere il regista stesso ed i suoi collaboratori, il risultato è quello delle grandi occasioni, ed il sentimento messo da Anderson in questo racconto è quanto di più lontano possa essere pensato rispetto al concetto di radical chic ed alle conseguenze che, di norma, l'esserlo porta agli autori ospiti di queste pagine.
E mentre sfilano davanti alla macchina da presa scenografie da sogno e si assiste ad intrighi da Dieci piccoli indiani, fughe da penitenziari neanche ci trovassimo in un Classico con Clint Eastwood, storie d'amore più o meno realizzabili o consuete, prende corpo un film che è una piccola perla per gli occhi ed il cuore, ennesima conferma di un Autore con la a maiuscola, capace di raccontare attraverso un'estetica da urlo storie che pare lo stesso abbia la necessità di portare sul grande schermo a prescindere dal fatto che sappia farlo con uno stile personale, unico e convincente.
In un certo senso, Grand Budapest Hotel rappresenta una summa del percorso compiuto da Anderson fino ad ora, all'interno del quale è possibile ritrovare tutti i temi cari al regista accanto ai suoi attori favoriti, pronto raccogliere e sfruttare la vena ironica e surreale de I Tenenbaum accanto alla delicata e spietata magia di Moonrise Kingdom e all'impatto esplosivo di Fantastic Mr. Fox: avercene, di Indiana Jones versione radical come questo.
E lo dico con tutto il cuore di un paladino del pane e salame.



MrFord



"Sleep on the left side
leave the right side free
hope gets salted
as those around you leave
we're gonna let it up like India House on fire
we're gonna let it go
and let it go higher
let it go."
Cornershop - "Sleep on the left side" - 





sabato 3 maggio 2014

Homeland - Stagione 3

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 12




La trama (con parole mie): sono passate solo poche settimane dall'attentato che ha sconvolto gli USA e la CIA colpendo l'organizzazione dritta al suo cuore. Settimane dense di avvenimenti, e decisamente pesanti. Saul Berenson, da sempre mentore di Carrie, è divenuto il direttore ad interim dell'Agenzia, e cerca con tutte le forze di raccoglierne i pezzi ed ordire un piano che possa riportarla nella posizione di potere globale che le compete; Nicholas Brody, ricercato come il colpevole dell'atto terroristico, è in fuga in America Latina, e dopo essere stato colpito da un proiettile, è accolto a Caracas da una vecchia conoscenza di Carrie; quest'ultima, invece, pare aver perso di nuovo l'equilibrio che aveva faticosamente guadagnato nel corso dei mesi precedenti, e a peggiorare la sua situazione giungono accuse che la pongono, di fatto, nella posizione di complice di Brody.
Dove si nasconde, però, la verità? Chi c'è dietro l'attentato? E quali sono i veri piani di Saul?







Nelle ultime due annate, pochi serial erano riusciti ad entrare di prepotenza tra i favoriti degli appassionati come Homeland: di fatto sorella maggiore - ed autoriale - di 24, la suddetta serie è riuscita episodio dopo episodio a conquistare anche i più scettici, sfruttando script ad orologeria, tensione altissima e due interpreti in stato di grazia.
Complici delle coincidenze e i consueti, numerosi arretrati da recuperare, il passaggio sugli schermi di casa Ford di questa season three è giunto in colpevolissimo ritardo, trascinandosi sulle spalle il peso di molte recensioni dubbiose di sostenitori accaniti rispetto a quella che si profilava come la più fiacca delle annate dedicate alle vicissitudini della premiata ditta Carrie Mathison/Nicholas Brody.
Finale alle spalle, mi sento libero di affermare non solo che il prodotto non ha perso affatto smalto, ma anche che, seppur non raggiungendo le vette dell'anno passato, è riuscito a proporre dodici episodi come di consueto per i suoi standard notevoli, optando, in conclusione, per un cambio di direzione non solo radicale, ma addirittura drastico che sconvolge gli equilibri dell'intero titolo in vista della già programmata stagione quattro: senza dubbio la mancanza del sempre sfaccettato Nicholas Brody interpretato da Damien Lewis per la maggior parte degli episodi pesa sulla valutazione complessiva - non a caso i momenti migliori sono proprio quelli con lui protagonista, dalla magnifica terza puntata, The Tower of David, al climax dell'epilogo -, eppure l'approfondimento di un charachter fino ad ora secondario come Saul - che, lo ricordo sempre con grande piacere, è ottimamente reso da Mandy Patinkin, che resterà nel mio cuore grazie ad Inigo Montoya de La storia fantastica - e l'utilizzo di trame decisamente più vicine alle spy stories legate alla New Hollywood figlia degli anni settanta che non all'action serrata degli anni zero sono riusciti a definire un carattere ancora più deciso per questa creatura che, se nel post dedicato alla stagione due avevo definito come possibile erede di Breaking bad, ora pare assumere più le sembianze di una versione per il piccolo schermo di Zero Dark Thirty.
Il concetto di terrorismo, spina dorsale degli esordi della serie e decisamente legato agli States ancora segnati dall'Undici settembre e dagli strascichi del bushismo, viene sostituito da una nuova interpretazione degli equilibri politici e militari nella zona calda dell'Iran, più legati alla diplomazia ed al controspionaggio che non alle azioni militari - quasi i tempi di Argo non fossero mai trascorsi -: in questo senso le sottotrame legate alla follia crescente di Carrie, ai giochi di potere legati alla carica di Direttore della CIA e ai legami con un possibile e determinante alleato da convincere per poter giungere al cuore dei fondamentalisti radicali legati a doppio filo all'attentato che aveva chiuso l'ultima stagione risultano funzionali ed assolutamente avvincenti, nonostante i picchi di tensione effettiva e di passaggi alle vie di fatto siano ristretti ad una manciata di sequenze.
Eppure il lavoro di controspionaggio - con tutti i suoi doppi e tripli giochi - è simile a quello dei cacciatori, o dei pescatori: occorrono grande pazienza, sangue freddo ed una volontà d'acciaio per poter sopravvivere senza poter mai davvero contare sugli amici così come sui nemici, ammesso che gli uni non siano gli altri, e viceversa.
Lo stesso legame con il proprio Paese - fondamentale, in questo senso, l'evoluzione della figura di Quinn - arriva ad essere messo in discussione fino ad interferire con la propria identità - e Brody ne è un esempio lampante - e privare di tutto, anche degli affetti più cari: e quando la polvere si poserà, varranno soltanto i sacrifici buoni per giocare ad un marketing ben più spietato di quello commerciale, tanto da far quasi scomparire, nel vuoto di grandi sale lasciate in silenzio dopo le conferenze stampa di facciata, una singola stella tracciata a pennarello.
Una stella che pare pesare come se fosse stata incisa a scalpellate. Fino all'ultimo respiro.



MrFord



"Coming back to what you know won't mean a thing.
everything that you've done keeps you from me. 
now I know that I need more time, 
come back and let me see you're right. 
I'm coming back to what you know, 
cos I know that I need it now it's gone. 
Now I know that I need more time, 
come back and let me see you're eye."
Embrace - "Come back to what you know" - 




martedì 28 maggio 2013

Scoprendo Forrester

Regia: Gus Van Sant
Origine: USA
Anno: 2000
Durata: 136'




La trama (con parole mie): Jamal Wallace, un sedicenne afroamericano cresciuto nel Bronx, ha due grandi talenti: il basket e la scrittura. Nella sua scuola e nel quartiere, però, nessuno è al corrente al di fuori della famiglia della passione segreta del ragazzo per autori e poeti fino a quando un test non lo porta all'attenzione degli scout di un prestigioso istituto privato che offre a Jamal una borsa di studio per completare il liceo in un ambiente esclusivo ed altolocato.
Intanto il giovane aspirante scrittore conosce William Forrester, autore leggendario con all'attivo un solo romanzo diventato un cult assoluto quasi cinquant'anni prima che vive da recluso a poca distanza da lui: tra i due nascerà un'amicizia che porterà il primo a farsi le ossa e a porre le basi per il suo futuro sulla pagina e nella vita e al secondo una nuova occasione di mettersi in gioco.
Perchè non è mai troppo tardi per ricominciare, e non è mai troppo presto per buttarsi.





Gus Van Sant è tra i pochi registi figli del panorama statunitense a mostrare una doppia anima, all'interno della quale riescono a coesistere pacificamente autorialità sfrenata e necessità di dialogare con un pubblico d'ampio respiro: un esempio perfetto è la sua filmografia, all'interno della quale brillano perle come Elephant, Restless o Drugstore Cowboy ed emozionano lavori sinceri e pane e salame come Will Hunting, il recente Promised Land o questo Scoprendo Forrester, fino a poco tempo fa tra i pochi a mancare ancora all'appello della visione fordiana.
Proprio con Will Hunting - di tre anni precedente - questo film pare avere un legame profondo, inserendosi alla perfezione nello stesso discorso di formazione e rapporto tra i protagonisti simile a quello che intercorre tra un padre ed un figlio: costruito sulle ottime interpretazioni del sempre mitico Sean Connery e dell'allora esordiente Rob Brown e su uno script che ricorda i crescendo emotivi di titoli più che noti come L'attimo fuggente o Scent of a woman, Scoprendo Forrester gioca le sue carte migliori sull'attesa e il non detto, mostrando la costruzione di un legame e la spinta a confrontarsi con il mondo esterno senza mai alzare la voce - si potrebbe addirittura definire un approccio eastwoodiano, quello del regista di Portland in questo caso - e da due angolazioni differenti, quella del giovane e talentuoso allievo per la prima volta faccia a faccia con un mondo che non sia il suo quartiere - e all'interno del quale non debba celare la sua attitudine per la scrittura dietro quella per il basket - e del vecchio maestro ormai lontano dal mondo stesso e dalle sue dinamiche giudicate inutili e sciocche, poco meritevoli di un qualsiasi sforzo della sua penna e, soprattutto, di un cuore che nasconde già troppe cicatrici.
Le scelte di Van Sant, solo apparentemente conformi a quello che è un genere ormai consolidato e senza dubbio figlio del gusto da grande pubblico, conducono in realtà ad un risultato più vicino a quello delle pellicole indie, dosando alla perfezione la componente retorica - la rivalità con il professore frustrato interpretato da Murray Abraham, le competizioni sul parquet dei campi di pallacanestro e quella legata alla scrittura ed al concorso scolastico - e portando colpi decisamente ben riusciti - e per nulla consolatori - come il rapporto sentimentale non esploso tra Jamal e Claire, il ruolo positivo del fratello del ragazzo Terrell - interpretato dal rapper Busta Rhymes - e l'ottimo finale, reso famoso ai tempi dell'uscita dalla ormai mitica versione di Over the rainbow cantata da Israel Kamakawiwo'ole, che rese la colonna sonora del film un disco da classifica.
Una di quelle pellicole da godersi a fondo e con lo stomaco, proprio come il vecchio Forrester consiglia di fare a Jamal rispetto alla scrittura: "La prima stesura è di getto, con il cuore, la seconda con la testa", afferma infatti il burbero romanziere, che regala perle come la sua opinione a proposito dei reading - "Servono solo per trovare da scopare" - e pone lo spettatore di fronte alla questione legata all'importanza di un'opera artistica e del suo ruolo.
Dove, infatti, l'autore oltrepassa il confine che distingue la necessità di creare qualcosa per se stessi dal bisogno di comunicare con gli altri? Ed esiste davvero, questo confine?
Personalmente - e da supposto scribacchino -, penso che le due cose non esistano singolarmente: di solito, quando uno scrittore afferma di buttare energie e sentimenti sulla carta solo ed esclusivamente per se stesso è troppo scarso, vigliacco o falsamente modesto per affermare che, al contrario, l'arte in genere nasce come un linguaggio, e da buoni - o cattivi - animali sociali quali siamo il bisogno quasi fisico di esternare anche le più basilari e selvagge emozioni raggiungendo quante più persone possibili è paragonabile ad un istinto innato.
In questo senso trova una dimensione l'educazione che i due protagonisti regalano l'uno all'altro, in modo che il mondo non sia più un luogo soltanto da combattere - come per Jamal - o da cui scappare - come per William -: e se un insegnante frustrato può essere "utile come estremamente dannoso" per i suoi studenti, pellicole come questa mostrano il lato migliore e più importante dell'insegnamento stesso, di fatto un'eredità che ogni professore, maestro, mentore o genitore lascia a chi viene dopo di lui, e che dovrebbe sempre girare attorno alla questione secondo la quale l'allievo ha il diritto ed il dovere di superare il maestro. Sempre.
Peccato che di norma, a scuola e fuori, esempi di questo genere siano rari, e che l'ego - o la rivalsa - prendano troppo spesso il sopravvento sul vero valore dell'insegnamento: quello dato dalle possibilità passate come un testimone alle generazioni oltre la nostra.
Il testimone che è il romanzo di William, quello giunto cinquant'anni dopo il titolo che lo rese leggenda.
Il romanzo nato nel momento in cui Jamal, per scommessa con gli amici del campetto, decide di entrare di soppiatto in casa dell'anziano autore.
Il romanzo che solo il ragazzo potrà portare a termine.
Quello della vita, che passa da una penna, e da una mano all'altra.
E non ha bisogno di fermarsi dalle parti di chi è troppo scarso, vigliacco o falsamente modesto.
Perchè è meglio "sbagliare", che sbagliare.


MrFord


"Somewhere over the rainbow
way up high
and the dreams that you dream of
once in a lullaby
Somewhere over the rainbow
bluebirds fly
and the dreams that you dream of
dreams really do come true."
Israel Kamakawiwo'ole - "Over the rainbow" -


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