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lunedì 18 novembre 2019

White Russian's Bulletin



Nuova settimana per il Bullettin e, pur a fronte di un numero non altissimo di visioni, settimana di ottimi passaggi, che si tratti di piccolo o grande schermo, di novità o di recuperi legati ai sabati sera "Cinema" con i Fordini. Fosse sempre così, ci sarebbe da mettere la firma.
Perchè quando una serie, o un film, ti incolla allo schermo o finisce per essere presente per ore - o giorni - una volta terminata la visione nella testa e nel cuore, significa che il senso di essere qui ad amare la settima arte - all'interno della quale vanno ormai inserite anche le serie - trova il suo compimento.


MrFord



BILLIONS - STAGIONE 4 (Showtime, USA, 2019)

Billions Poster


Nel panorama delle serie televisive, anche tra i titoli che più ho amato negli anni, sono pochi quelli che sono riusciti a mantenere il loro standard qualitativo praticamente immutato stagione dopo stagione, risultando intriganti anche quando l'effetto novità si era affievolito. 
Fatta eccezione per il miracoloso Breaking Bad - a oggi, l'unico ad aver addirittura incrementato lo standard già elevato dalla prima alla quinta stagione -, si contano sulle dita di una mano le produzioni in grado di tenere botta: una di queste, ed una delle più solide degli ultimi anni, è senza dubbio Billions, shakespeariana storia della rivalità tra il procuratore Chuck Rhoades ed il miliardario e genio della finanza Bobby Axelrod portata sulle spalle, tra le altre cose, dalle ottime interpretazioni dei suoi protagonisti.
Giunta al quarto giro di boa, Billions mostra l'ennesima evoluzione del rapporto di questi due antagonisti, dapprima uniti per sconfiggere i rispettivi nuovi nemici e dunque, inesorabilmente, di nuovo dai due lati opposti di una barricata che, ormai, pare esistere più che altro nelle loro anime.
Un prodotto intenso, adulto, realizzato alla grande - dalla scrittura alla fotografia passando per una colonna sonora sempre pazzesca -, che tiene incollati dal primo all'ultimo episodio.
Ed alimenta l'hype per la stagione cinque neanche si fosse agenti di cambio in attesa dell'apertura dei mercati.




PARASITE (Bong Joon Ho, Corea del Sud, 2019, 132')

Parasite Poster

Sarebbe quasi superfluo andare ad analizzare l'etimologia del termine parassita. E, forse, anche riduttivo. Forse anche perchè, a conti fatti, noi esseri umani potremmo essere considerati i più grandi parassiti del pianeta in cui viviamo, essendo quelli che, almeno sulla carta, hanno più coscienza delle proprie capacità, dei difetti e delle zone d'ombra dove si nasconde tutto quello che non possiamo o non vogliamo che venga alla luce.
Bong Joon Ho, tornato in patria dopo le due produzioni internazionali che, almeno per quanto mi riguarda, avevano ridimensionato l'entusiasmo nei confronti del suo Cinema, dimostra che forse le stesse non fanno troppo bene ai cineasti di valore, e consegna al pubblico una delle chicche più toste dell'anno, un film che è giusto vivere più che raccontare, che sorprende, sconvolge, coinvolge, unisce l'eleganza dell'autorialità, una scrittura chirurgica, una recitazione di spessore, sequenze da antologia ed un finale che racconta tutta la poesia dell'imperfezione umana.
E in mezzo, come in un piatto dagli equilibri perfetti, troviamo la commedia nera, le risate, la critica sociale - Jordan Peele ed il suo Noi dovrebbero prendere più di qualche lezione da questo lavoro -, la violenza, il thriller, l'erotismo, l'orrore: in campo ci sono gli estremi, ma è nelle loro sfumature che si trova tutta la potenza di questo film clamoroso vincitore dell'ultimo Festival di Cannes.
Del resto, il bello dell'essere umani - e parassiti - sta proprio nell'intensità di quelle sfumature, che come all'interno di una famiglia, permettono di vivere intensamente sia con uno che con dieci: Mannarino in Maddalena canta "Lascia stare Giuda e guarda altrove, ecco, guarda la mia scollatura; e io mi guarderò dalla tua invidia, perchè Dio non gode come una creatura".
Parasite parla di creature. E di sfumature. E lo fa con cervello e cuore tutti umani.




LA STORIA FANTASTICA (Rob Reiner, USA, 1987, 98')

La storia fantastica Poster


Proseguono i sabati sera Cinema con i Fordini, e con loro il recupero dei titoli che hanno costruito una parte della mia infanzia e gran parte del mio amore per la settima arte: a questo giro è toccato a La storia fantastica, che l'anno scorso avevo rispolverato nel corso di un pomeriggio da solo con la Fordina - che ricordava ancora Andre The Giant e i roditori taglie forti della Palude del fuoco - e che anche il Fordino aveva richiesto dopo il successo della visione de La storia infinita.
E se non è stata ancora colta la portata di alcune frasi supercult come "ai tuoi ordini" di Westley o il famoso monologo di Inigo Montoya, lo spirito del lavoro di Rob Reiner è stato colto in pieno, e vedere i due piccoli scalmanati del Saloon oggi giocare tra loro dicendo "io sono il gigante e tu la principessa" mi ha riempito il cuore di gioia perchè è l'ennesima conferma che la magia di alcuni film non è legata a effetti speciali, epoche o generazioni, ma tocca lo spirito di ognuno di noi, come il bimbo che, pagina dopo pagina, viene catturato dalla magia del libro che il nonno è andato apposta a leggere per lui, così come faceva con suo padre anni e anni prima.
La magia delle Storie, quelle che sono destinate a restare e continuare a far sognare a qualsiasi età, e a prescindere dal Tempo. 
Un pò come a me, che ancora ho i brividi a sentire "Ola, mi nombre es Inigo Montoya, tu hai ucciso mi padre, preparate a morir", oppure vedere Westley alzarsi da un letto per difendere il suo vero amore anche quando si pensava che fosse "quasi" morto.




IL COLTELLO (Jo Nesbo, Einaudi, 2019)


Il coltello (Serie Harry Hole Vol. 12) di [Nesbø, Jo]


Sono passati diversi anni da quando per la prima volta ho incrociato il cammino di Harry Hole, il personaggio principe nato dalla penna di Jo Nesbo, l'illusionista del thriller, il Christopher Nolan della narrativa odierna: ormai conosco bene il detective alcolista cresciuto insieme al suo autore, appassionato di musica e sedotto dal Jim Beam, così come la straordinaria capacità del suo padre letterario di riuscire a scrivere romanzi quasi "al contrario", con architetture talmente incredibili da far supporre si possa davvero cominciare, in una storia, dalla fine e proseguire a ritroso.
Il coltello è la dodicesima avventura di Hole, ormai praticamente cinquantenne, pronta a raccontare l'ennesimo dramma, l'ennesima lotta nella vita di questo charachter oscuro e tormentato eppure ribollente di vita e passione: e nonostante alcune critiche negative lette in rete, nonostante potessi pensare di conoscere il suo approccio, nonostante le undici cavalcate precedenti, sono riuscito ancora una volta a rimanere sorpreso, stupito, rapito dal trucco portato in scena dal poliedrico Nesbo e dal suo protetto.
Perchè le ferite, le cadute, le colpe, "i fallimenti che per tua natura normalmente attirerai" come canterebbe Battiato, non possono nulla contro le radici che crescono, quelle che definiscono il viaggio, ci portano dal passato al futuro. 
Il coltello può ferire, il coltello può uccidere. Ma sono solo le radici quelle che permettono di lottare, resistere, provare ad immaginare un futuro. E viverlo.


martedì 21 maggio 2019

White Russian's Bulletin



Considerata la puntualità che nelle ultime settimane sono quasi inspiegabilmente riuscito a dare alla rubrica dedicata alle uscite in sala, ho pensato che non sarebbe stato così male tentare il ritardo con il Bulletin, slittato per questa settimana di un giorno.
Senza dubbio in termini di visioni è stata una settimana più ricca delle ultime, che affronta anche uno dei prodotti più chiacchierati del periodo, Game of thrones, giunto alla fine della sua cavalcata dopo nove anni o otto stagioni: Jon Snow e soci a parte, comunque, c'è stato spazio per proposte di ogni tipo, più o meno in grado di emozionare e conquistare il Saloon come mi sarebbe piaciuto, o mi aspettavo sarebbe stato.



MrFord



THIS IS US - STAGIONE 3 (NBC, USA, 2018)

This Is Us Poster

I Pearson, per il Saloon, sono un pò la versione da Mulino Bianco - in senso buono - dei Gallagher: una famiglia come ci si immagina e si vorrebbe sempre che fosse la famiglia, il posto dove tornare, la forza che ci permette di rialzarci quando finiamo con il culo a terra, la bomba di sentimenti per eccellenza. E in mezzo a tutto questo, un charachter fordianissimo che fin dal primo episodio ha rappresentato un ideale che, caotico e casinista come sono, non raggiungerò mai, ma che mi piacerebbe fosse una sorta di ispirazione.
Tante cose belle, tanto voler bene ai protagonisti, nonostante la creatura di Dan Fogelman tocchi il punto più basso della sua corsa fino ad oggi, impossibilitato a liberarsi dell'ingombrante - pur se magnifica - figura del già citato Jack Pearson e a portare il pubblico verso il futuro - in tutti i sensi -: e se da un lato ci troviamo di fronte ad una delle scene più belle della serie - lo stadio ricostruito per Kate da parte di Toby -, dall'altra un finale totalmente anticlimatico toglie hype rispetto a cosa ci aspetterà il prossimo anno.
Personalmente, spero qualcosa di meglio.




ANDRE THE GIANT (Jason Hehir, USA, 2018, 85')

Andre the Giant Poster


Pochi, anche tra i non appassionati di wrestling come il sottoscritto, non conoscono almeno per sentito dire la figura ormai mitica di Andre the Giant, uno dei lottatori più importanti e mitici che nel corso degli anni ottanta cambiò per sempre la percezione e la portata mediatica dello sport entertainment, finendo ad aprire la strada per chi, anni e anni dopo, avrebbe usato il wrestling stesso come trampolino per conquistare Hollywood - leggi The Rock -: la storia di Andrè Roussimoff, affetto da acromegalia e nato in un piccolo centro alle pendici delle montagne, pare scritta apposta per un film. Deciso a fare fortuna fin da ragazzo, amante della vita vissuta, uomo di compagnia ed incomparabile bevitore - i racconti di bevute che superano le cento birre o le sei o sette bottiglie al giorno divise tra vino e superalcolici sono leggendarie -, tra i più amati dai suoi colleghi, Andre segnò per sempre la sua disciplina prima che l'aggravarsi delle sue problematiche fisiche non lo condusse ad un ritiro anticipato dal ring e ad una carriera davanti alla macchina da presa chiusa ben presto dall'improvvisa quanto prevedibile morte, a soli quarantasei anni.
Un ritratto sentito e commosso di un personaggio incredibile, carismatico e dall'aura quasi romanzesca, che sarebbe bene ricordassero anche le generazioni che non l'hanno potuto vivere come la mia.




LA STORIA FANTASTICA (Rob Reiner, USA, 1988, 98')

La storia fantastica Poster

In occasione della ricorrenza del compleanno di Andre the Giant e della visione del documentario a lui dedicato ho rispolverato, in compagnia della Fordina, uno dei grandi classici della mia infanzia nonchè tra le fiabe - nel senso vero e classico del termine - più belle portate sul grande schermo: La storia fantastica.
In una cornice che non si nega una buona dose di ironia ed umorismo, ricca di momenti ormai epici e frasi cult - chiunque sia sopra i trenta e non conosca a memoria il monito di Inigo Montoya dovrebbe finire tra le grinfie dell'ultima moda giustizialista di Daenerys -, la vicenda di Bottondoro e Westley è una meraviglia ad ogni età, e se ai tempi mi esaltavo per i duelli e le lotte, e restavo sbigottito di fronte ai ribaltamenti di fronte inaspettati che accadevano, ora finisco quasi per commuovermi con l'incedere di Inigo finalmente giunto di fronte all'uomo responsabile di aver ucciso suo padre, o a Westley che "potrebbe anche trovare la forza".
Un classico senza se e senza ma, che riesce a far assaporare quella meraviglia che il Cinema può ed è giusto che regali.




NOI (Jordan Peele, USA/Giappone/Cina, 2019, 116')

Noi Poster


Jordan Peele è uno che, senza dubbio, sa il fatto suo. Già con Get out, qualche tempo fa, era riuscito nella non facile impresa di trasformare un thriller sociale mascherato da horror in un piccolo fenomeno giunto addirittura agli Oscar: con Noi era chiamato a confermare un talento che, almeno nella prima parte, pare ben più che evidente, graziato da una tensione costante ed un montaggio che - e questo per tutto il film - ha del clamoroso.
Poi, come molto spesso accade a chi ha gran talento, il buon Jordan finisce per mettere troppa carne al fuoco e cercare di dare fin troppo spessore politico ad una vicenda che, pur se interessante, finisce per risultare quasi forzata: in fondo, nella sua ben comprensibile lotta a sostegno della ribellione dei dimenticati, degli emarginati e degli oppressi, pare quasi non rendersi conto di essere a tutti gli effetti e a conti fatti uno dei privilegiati, che si parli di status artistico, sociale o anche, per l'appunto, di talento.
In questo senso Noi è una macchina perfetta che si inceppa quando cerca di affermarsi come tale, il figo o la figa della scuola che cercano in ogni modo di atteggiarsi tali senza sapere che lo apparirebbero anche comportandosi naturalmente, ricordando quasi a tutti noi comuni mortali che uno su mille ce la fa, e gli altri restano ombre.
Peccato che, nonostante predichi il contrario, o qualcosa di simile, il buon Peele non si sia accorto di fare parte dell'elite che sta dall'altra parte.




GAME OF THRONES - STAGIONE 8 (HBO, USA, 2019)

Il trono di spade Poster

Nelle ultime settimane, che si tratti della blogosfera, di internet, social o dei pub di tutto il mondo, penso che non si sia parlato di più di un prodotto per piccolo o grande schermo - forse se la gioca con Avengers Endgame - che di Game of thrones.
La serie ispirata dai romanzi di Martin e creata da Benioff e Weiss, alle spalle stagioni clamorose ed altre decisamente meno entusiasmanti, è divenuta negli anni un vero e proprio fenomeno mediatico, il primo di portata planetaria dai tempi di Lost: e come Lost, e come tutti i prodotti al centro di un quasi culto, ha finito per pagare dazio con quest'ultima stagione, sancita come tale forse troppo in fretta dagli autori che si sono ritrovati con troppa carne al fuoco e sole sei puntate per chiudere il cerchio di vicende che avevano impiegato anni a sviluppare anche solo in parte. 
E così, se da un lato è normale e lecito giustificare un fan service a questo punto quasi naturale, dall'altro pare di assistere ad una versione con il fast forward delle precedenti stagioni, con passaggi temporali in time warp e cambiamenti di personaggi che, ai tempi d'oro, avremmo vissuto nell'arco di almeno tre stagioni.
Ma tant'è. Game of thrones ci ha accompagnati per quasi dieci anni, e per quanto quest'ultima stagione suoni come un'occasione sprecata, è stato giusto viversela così, salutare i protagonisti sopravvissuti e ricordare quelli - parecchi - che ci hanno lasciato in modi più o meno sconvolgenti, e che abbiamo amato o odiato. 
Avrebbe potuto essere migliore? Senza dubbio.
Ma la vita è così. A volte sei tu che mangi l'orso, e a volte è l'orso che mangia te.
Forse Westeros era un orso troppo grosso anche per chi per anni l'ha progettato e studiato.
O un drago.
E i draghi, si sa, possono essere una variabile impazzita.


venerdì 27 aprile 2018

Homeland - Stagione 6 (Showtime, USA, 2017)





Nel corso delle ultime stagioni, pochi serial possono vantare di avere avuto un impatto simile a Homeland sul pubblico e gli appassionati: ricordo ancora oggi con i brividi le prime due annate di questa proposta che mescola dramma, attualità, spionaggio ed azione, talmente cariche di tensione da risultare a tratti addirittura insostenibili, e rese esplosive - in tutti i sensi - dalla coppia formata da Damien Lewis e Claire Danes, perfetti per i ruoli loro ritagliati dagli autori.
Con il tempo e la morte del personaggio di Brody - interpretato da Lewis, per l'appunto - Homeland è riuscita nella non facile impresa di mantenere sempre molto alta la qualità del suo prodotto pur risultando più fredda nell'approccio, orfana di un charachter tra i più memorabili mai giunti sul piccolo schermo ma pronta a contenere i danni sfruttando la crescita del maestro della protagonista - il Saul Berenson di Mandy Patinkin che per me rimarrà sempre e comunque l'Inigo Montoya de La storia fantastica - e l'inserimento di un nuovo "compagno" - il Peter Quinn più immortale di Ciro Di Marzio, interpretato da Rupert Friend -.
Con questa stagione numero sei, l'azione torna sul suolo statunitense dopo gli anni trascorsi da Carrie in Medio Oriente ed in Europa, ricordando quasi più nell'evoluzione un'annata di 24 che non i dubbi e le paure dei primi anni, sfruttando il dissenso creato ad arte all'indirizzo della Presidente eletta, osteggiata dall'interno e dall'esterno da un gruppo disposto a tutto pur di ribaltare la decisione popolare finendo per dare inizio ad un'escalation nell'abuso di potere della stessa futura Presidente USA che pare, con il season finale, pronta a scavalcare - a quanto sembra anche dalle anticipazioni della settima stagione, a breve in rampa di lancio negli States - dalla realtà alla distopia abbandonando definitivamente i binari estremamente realistici dai quali era partita.
Una scelta che potrebbe risultare un azzardo, in positivo o in negativo, e che pone qualche dubbio quantomeno sulla chiusura dell'ennesima stagione solida seppur non travolgente, che vede un Quinn creduto morto - almeno dal sottoscritto - in chiusura della quinta stagione tornare in una veste decisamente non facile, Dar Adal divenuto una sorta di eminenza grigia con la quale fare i conti e tutti i giochi di potere legati alla Presidenza pronti a risultare ben più pericolosi e macchinosi di qualsiasi piano terroristico orchestrato da una minaccia esterna.
In fondo, sono molti i detti pronti a ricordare quanto pericoloso possa essere chi sta al nostro fianco rispetto a chi affrontiamo a viso aperto, e guerre civili, dittature e ferite nella Storia dell'Umanità sono pronte a testimoniare quanto, in passato, i peggiori disastri per i popoli hanno trovato la loro origine e la loro forza proprio nel cuore dei paesi che le genti chiamavano casa: in questo senso, la nuova direzione data ad Homeland potrebbe significare un tentativo per sensibilizzare rispetto a quanto il Potere possa corrompere e rivoltare gli uni contro gli altri oppure il naufragio di una proposta tra le più interessanti che il piccolo schermo abbia avuto la fortuna di regalare al pubblico.
In attesa di scoprirlo con la settima stagione, in casa Ford si continua a correre il rischio per battersi accanto a Carrie Mathison, che con tutti i suoi difetti, è riuscita a costruire qualcosa che forse neppure lei, fin dal principio, si sarebbe aspettata: qualcosa che spero davvero possa mantenersi vitale quanto la sua pur problematica eroina.



MrFord



 

mercoledì 3 febbraio 2016

Homeland - Stagione 5

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2015
Episodi: 12






La trama (con parole mie): i tempi della CIA e delle operazioni ad alto rischio in Medio Oriente paiono essere lontani, per Carrie Mathison, da tempo stabilitasi a Berlino con la piccola Frannie, responsabile della sicurezza di un miliardario che si occupa di operazioni benefiche e legata all'avvocato di quest'ultimo.
Nel frattempo Peter Quinn, tornato dalla Siria dopo aver passato quasi due anni in operazioni top secret volte ad arginare l'ISIS, è reclutato nuovamente da Saul Berenson per occuparsi di bersagli "sensibili" i cui omicidi non devono essere ricondotti all'Agenzia. Quando, a seguito di un'operazione della Fondazione per la quale lavora Carrie ed una rottura del perimetro di sicurezza informatico della CIA da parte di un hacker ribelle, vengono a galla una traccia che lega i servizi segreti russi, un possibile attentato a Berlino e l'ombra di un'infiltrazione ai massimi livelli nel distaccamento tedesco della stessa CIA, per Carrie il passato torna prepotentemente a galla.










Nel corso degli ultimi anni, con l'esplosione definitiva del fenomeno delle serie tv, deflagrato una decina d'anni fa con Lost e diventato non solo una certezza, ma una vera e propria alternativa al grande schermo, pochi sono stati i titoli che, una stagione dopo l'altra, hanno saputo non solo mantenere un livello qualitativo alto, ma anche a loro modo reinventarsi senza perdere un'identità di fondo: uno di questi è senza dubbio Homeland, partito con il botto e due stagioni straordinarie, scosso da una terza che ha stravolto completamente lo scenario della serie e riconsolidato da una quarta che, di fatto, ha contribuito a costruire un nuovo ruolo ed una nuova realtà per la protagonista, la sempre notevole Claire Danes, pronta a buttarsi anima e corpo nell'ormai sua Carrie Mathison.
Con questo quinto giro di giostra, gli autori mescolano ancora le carte affidandosi ad un nuovo ruolo per Carrie, ad una differente cornice - urbana ed europea, con l'elegante Berlino pronta a sostituire i teatri di guerra in Medio Oriente -, a convincenti vecchi comprimari - su tutti, il mitico Saul di Mandy Patinkin - ed al charachter che, di fatto, aveva sostituito il quasi insostituibile Brody, Peter Quinn, mantenendolo accanto alla protagonista pur evidenziando ancora più nettamente le differenze di approccio e di vita dei due.
Come se tutto questo già non bastasse, gli sceneggiatori confezionano un crescendo di tensione in grado di toccare molti argomenti di attualità - gli attacchi terroristici alle grandi città occidentali, la realtà della rete e dei suoi ribelli, il contrasto e le sfumature infinite che passano tra etica e prevenzione - ed una trama principale legata al doppio gioco di uno dei personaggi cardine della stagione pronta a tenere sul filo per tutta la sua seconda metà, che si chiude con un nuovo, possibile cambiamento futuro per Carrie e per la serie stessa e segna l'addio ad un altro personaggio che i fan avevano progressivamente imparato ad amare in un ultimo episodio in bilico tra malinconia e presa di coscienza che, in un mondo come quello dello spionaggio e in una giungla come quella che affrontiamo ogni giorno nella società attuale, ci sia sempre meno spazio per sentimenti che siano puri, e che il "lato oscuro" sia sempre presente e sempre troppo forte sia per chi deve combatterlo nel proprio cuore - come Peter Quinn o Qasim - o rispetto a minacce esterne o interne - dai terroristi alla talpa all'interno della CIA, passando per il ruolo della stampa e la riflessione non da poco sulla libertà della stessa in rete come su carta, ben stimolata dal pur irritante personaggio della giornalista rinnegata Laura Sutton -.
Un prodotto, dunque, attuale e pronto a rinnovarsi come pochi altri, che dopo cinque anni, colpi di scena, perdite e cambi di direzione ed ambientazione, ancora riesce a tenere sul filo ed alimentare hype consistente per le nuove stagioni: e chissà dove porterà, questa volta, la strada di Carrie.
L'impressione è che, nonostante l'impegno, l'evoluzione interiore ed i tentativi, lo stesso "lato oscuro" di cui sopra finirà per essere sempre troppo forte per resistere, e troveremo questa instabile eppure granitica antieroina a battersi per se stessa, il mondo che intende difendere e quello che continuerà a sognare pur non avendo, di fatto, possibilità di viverlo davvero.





MrFord




"I feel like you already died...
I feel like you already died...
I feel like you already died!...
I know it works out bad sometimes
I'm glad we're friends
cos' we're hateful as lovers
I walk away knowing everything I said was lies!
my heart and my mind have been all twisted...
I can't get no sleep...
I found the lighting in the grass line!...
there's a blackness passing over me
I've been transformed..."

Eagles of death metal - "Already died" - 







giovedì 23 aprile 2015

Homeland - Stagione 4

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 12





La trama (con parole mie): Carrie Mathison, mai dimenticato Nicholas Brody e divenuta madre della figlia di quest'ultimo, è tornata sul campo per combattere le cellule talebane operative tra l'Afghanisthan ed il Pakistan. Lottando con le unghie e con i denti, la donna riesce ad ottenere l'incarico di caposezione ad Islamabad sperando di mettere le mani su uno dei capi talebani più ricercati dall'Agenzia, Haqqani.
Peccato che l'operazione, nata da un suo errore di valutazione in un attacco di droni e poggiata sulle spalle di collaboratori incerti ed il nipote dello stesso Haqqani, si complichi a seguito delle interferenze dei servizi segreti pakistani e l'arrivo di Saul Berenson, vecchio mentore di Carrie ed ex direttore della CIA, ad Islamabad.
Riuscirà Carrie a portare a termine la sua missione? O l'operazione si rivelerà un fallimento?








Ci vuole davvero coraggio, quando si parla di un autore - o di un gruppo di autori -, per cambiare una formula vincente rischiando il tutto per tutto: se, infatti, da una parte il rinnovamento può rappresentare il rimedio alla noia ed alla realtà di una proposta che invecchia finendo per non stupire più l'audience, dall'altra il rischio concreto è costituito dal vecchio detto "chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non quello che trova".
Per Homeland, sorprendente serie che negli ultimi anni ha conquistato i favori del pubblico e della critica, la verità si pone nel mezzo: la scelta di rinunciare ad un charachter indimenticabile come Nicholas Brody, infatti, ha indubbiamente tolto molto alla proposta - in questo senso, decisamente stronzi gli sceneggiatori responsabili della comparsata di Damien Lewis nel corso di questa stagione -, completamente rinnovata dal punto di vista del setting e delle dinamiche - più simili a quelle del film di spionaggio classico, o a 24 -, eppure allo stesso tempo ha permesso ai personaggi più o meno secondari di crescere e ritagliarsi uno spazio che fino alla scorsa stagione difficilmente avrebbero guadagnato, dal mitico Saul dell'altrettanto mitico Mandy Patinkin al Peter Quinn di Rupert Friend, nuovo idolo di casa Ford rispetto, per l'appunto, a Homeland.
Senza dubbio i margini di miglioramento sono ampi, ed il progetto ambizioso, per quanto rischioso risulti da appoggiare alle fragili spalle di un personaggio come quello di Carrie, diventato sempre più odioso ed in grado di far apparire il Chris Kyle dell'eastwoodiano American Sniper come un sovversivo pacifista: si potrebbe definire, in questo senso, l'annata numero quattro di Homeland come quella del passaggio tra la vecchia vita della proposta e quella nuova, una scommessa portata avanti con coraggio e, in alcuni casi, caos in termini di idee.
Assistiamo, in questo senso, a momenti che, per intensità e tensione, riportano indietro ai passaggi migliori delle annate precedenti - l'assalto di Haqqani all'Ambasciata USA, il destino di Aayan, il già citato "ritorno" di Nicholas Brody, il personaggio di Tasneem - così come ad altri decisamente meno riusciti - tutto il rapporto di Carrie con la figlia, parcheggiata come fosse l'erede di Dexter nelle ultime stagioni del serial dedicato al serial killer più famoso del piccolo schermo, l'episodio finale completamente privo della tensione tipica del climax, lo stacco netto tra il penultimo e l'ultimo episodio, quasi non si fosse ancora al corrente rispetto ad una conferma del titolo -, che rendono senza dubbio questa quarta la stagione meno convincente di Homeland ma che, ad un tempo, fanno ben sperare nella quinta: certo, non basterà appoggiarsi come di consueto sull'instabilità di Carrie e la sua determinazione, ma occorrerà puntare - e molto - sulla componente politica e di basso profilo della proposta per evitare di trasformare una delle migliori esperienze da serial televisivo degli ultimi anni in uno di quei titoli che, anno dopo anno, finiscono per rappresentare un'abitudine che si cerca di perdere.
Nell'attesa, non resta che chiedersi cosa accadrà quando Saul sarà tornato al posto che gli compete e che ha sempre desiderato - soprattutto durante il suo distacco dall'Agenzia -, se Carrie avrà la forza di ricominciare nuovamente sola, o se quella di Quinn sarà una missione suicida o il preludio di qualcosa di grande in serbo per il nuovo protettore della protagonista: e, in barba ad intrighi e giochi di potere militare e non, anche cosa accadrà ad una bambina troppo spesso abbandonata e dimenticata da una madre che pare pensare più al suo Paese - o almeno, ad usarlo come una scusa per continuare a combattere - che non a lei.
Perchè Homeland è anche lei.
E soprattutto lei.
La casa da proteggere, e quella cui fare ritorno.




MrFord




"Love one's daughter
allow me that
and I can't let go of your hand
lord, can you hear me now?
Lord, can you hear me now?
Lord, can you hear me now?
Or am I lost?"
Damien Rice - "Cold water" -




sabato 3 maggio 2014

Homeland - Stagione 3

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 12




La trama (con parole mie): sono passate solo poche settimane dall'attentato che ha sconvolto gli USA e la CIA colpendo l'organizzazione dritta al suo cuore. Settimane dense di avvenimenti, e decisamente pesanti. Saul Berenson, da sempre mentore di Carrie, è divenuto il direttore ad interim dell'Agenzia, e cerca con tutte le forze di raccoglierne i pezzi ed ordire un piano che possa riportarla nella posizione di potere globale che le compete; Nicholas Brody, ricercato come il colpevole dell'atto terroristico, è in fuga in America Latina, e dopo essere stato colpito da un proiettile, è accolto a Caracas da una vecchia conoscenza di Carrie; quest'ultima, invece, pare aver perso di nuovo l'equilibrio che aveva faticosamente guadagnato nel corso dei mesi precedenti, e a peggiorare la sua situazione giungono accuse che la pongono, di fatto, nella posizione di complice di Brody.
Dove si nasconde, però, la verità? Chi c'è dietro l'attentato? E quali sono i veri piani di Saul?







Nelle ultime due annate, pochi serial erano riusciti ad entrare di prepotenza tra i favoriti degli appassionati come Homeland: di fatto sorella maggiore - ed autoriale - di 24, la suddetta serie è riuscita episodio dopo episodio a conquistare anche i più scettici, sfruttando script ad orologeria, tensione altissima e due interpreti in stato di grazia.
Complici delle coincidenze e i consueti, numerosi arretrati da recuperare, il passaggio sugli schermi di casa Ford di questa season three è giunto in colpevolissimo ritardo, trascinandosi sulle spalle il peso di molte recensioni dubbiose di sostenitori accaniti rispetto a quella che si profilava come la più fiacca delle annate dedicate alle vicissitudini della premiata ditta Carrie Mathison/Nicholas Brody.
Finale alle spalle, mi sento libero di affermare non solo che il prodotto non ha perso affatto smalto, ma anche che, seppur non raggiungendo le vette dell'anno passato, è riuscito a proporre dodici episodi come di consueto per i suoi standard notevoli, optando, in conclusione, per un cambio di direzione non solo radicale, ma addirittura drastico che sconvolge gli equilibri dell'intero titolo in vista della già programmata stagione quattro: senza dubbio la mancanza del sempre sfaccettato Nicholas Brody interpretato da Damien Lewis per la maggior parte degli episodi pesa sulla valutazione complessiva - non a caso i momenti migliori sono proprio quelli con lui protagonista, dalla magnifica terza puntata, The Tower of David, al climax dell'epilogo -, eppure l'approfondimento di un charachter fino ad ora secondario come Saul - che, lo ricordo sempre con grande piacere, è ottimamente reso da Mandy Patinkin, che resterà nel mio cuore grazie ad Inigo Montoya de La storia fantastica - e l'utilizzo di trame decisamente più vicine alle spy stories legate alla New Hollywood figlia degli anni settanta che non all'action serrata degli anni zero sono riusciti a definire un carattere ancora più deciso per questa creatura che, se nel post dedicato alla stagione due avevo definito come possibile erede di Breaking bad, ora pare assumere più le sembianze di una versione per il piccolo schermo di Zero Dark Thirty.
Il concetto di terrorismo, spina dorsale degli esordi della serie e decisamente legato agli States ancora segnati dall'Undici settembre e dagli strascichi del bushismo, viene sostituito da una nuova interpretazione degli equilibri politici e militari nella zona calda dell'Iran, più legati alla diplomazia ed al controspionaggio che non alle azioni militari - quasi i tempi di Argo non fossero mai trascorsi -: in questo senso le sottotrame legate alla follia crescente di Carrie, ai giochi di potere legati alla carica di Direttore della CIA e ai legami con un possibile e determinante alleato da convincere per poter giungere al cuore dei fondamentalisti radicali legati a doppio filo all'attentato che aveva chiuso l'ultima stagione risultano funzionali ed assolutamente avvincenti, nonostante i picchi di tensione effettiva e di passaggi alle vie di fatto siano ristretti ad una manciata di sequenze.
Eppure il lavoro di controspionaggio - con tutti i suoi doppi e tripli giochi - è simile a quello dei cacciatori, o dei pescatori: occorrono grande pazienza, sangue freddo ed una volontà d'acciaio per poter sopravvivere senza poter mai davvero contare sugli amici così come sui nemici, ammesso che gli uni non siano gli altri, e viceversa.
Lo stesso legame con il proprio Paese - fondamentale, in questo senso, l'evoluzione della figura di Quinn - arriva ad essere messo in discussione fino ad interferire con la propria identità - e Brody ne è un esempio lampante - e privare di tutto, anche degli affetti più cari: e quando la polvere si poserà, varranno soltanto i sacrifici buoni per giocare ad un marketing ben più spietato di quello commerciale, tanto da far quasi scomparire, nel vuoto di grandi sale lasciate in silenzio dopo le conferenze stampa di facciata, una singola stella tracciata a pennarello.
Una stella che pare pesare come se fosse stata incisa a scalpellate. Fino all'ultimo respiro.



MrFord



"Coming back to what you know won't mean a thing.
everything that you've done keeps you from me. 
now I know that I need more time, 
come back and let me see you're right. 
I'm coming back to what you know, 
cos I know that I need it now it's gone. 
Now I know that I need more time, 
come back and let me see you're eye."
Embrace - "Come back to what you know" - 




mercoledì 16 gennaio 2013

Homeland - Stagione 2

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 12




La trama (con parole mie):  Nicholas Brody, ex marine, ha deciso di non portare a termine l'attentato che gli era stato ordinato dal mentore acquisito Abu Nazir, convincendolo della possibilità di sfruttarlo nella sua nuova veste di Deputato.
Nel frattempo l'ex agente della CIA Carrie Mathison, unica ad avere, di fatto, smascherato Brody, è considerata una pazza in preda ad un crollo psicotico e confinata in un riposo casalingo precauzionale.
Grazie ad una vecchia informatrice a Beirut, però, le regole del gioco stanno per cambiare: questa volta sarà Brody, braccato e messo all'angolo, a doversi confrontare con il ruolo del perdente, aprendo la strada per la CIA verso la sua guida e, di fatto, regalando una nuova possibilità alla sua storia sentimentale con Carrie.
Cosa accadrà quando i piani di Nazir ed i conflitti interni della CIA collideranno? Quale futuro attende Brody e la sua famiglia, Carrie ed il suo futuro?
Quale ruolo giocheranno in tutto questo Saul Berenson e David Estes, ufficiali responsabili di Carrie?
Nubi minacciose si addensano sul futuro di tutti loro.




Se dovessi pensare ad una frase in grado di riassumere Homeland, penso opterei per “l’amore è un arma”: le vicende di Carrie Mathison e Nick Brody, nati come avversari, divenuti amanti, dunque entrati in conflitto, alle spalle una stagione tesissima, scritta e recitata alla grande, si ritrovano protagonisti di un'annata ancora più incisiva di quella d’esordio, ponendosi seriamente – ed una volta ancora – come favoriti nella corsa al titolo di migliori interpreti nell’ambito delle serie televisive.
Basterebbero episodi come quello legato al ritrovamento dell’agognata confessione di Brody in Medio Oriente da parte di Carrie, o il confronto tra i due protagonisti durante l’interrogatorio dello stesso Brody – un pezzo di bravura da pelle d’oca -, per non parlare dello splendido season finale per lanciare questo titolo nell’Olimpo del piccolo schermo proprio ora che ci si avvicina alla conclusione di Breaking bad, eppure Homeland è decisamente di più: una scrittura intelligente, razionale, sentita, che tocca tematiche importanti come la Famiglia, il senso di appartenenza, la vendetta, il sacrificio e, per l’appunto, l’amore.
L’amore che arriva e ti sconvolge la vita, esplodendo come la più dirompente delle bombe, scardinando tutte le misure di sicurezza che ci portiamo dentro fino a farci sanguinare: è così che Carrie scivola nell’apparente follia che pare costarle la carriera, è così che Brody mette in gioco la sua esistenza, la quotidianità, il legame con moglie e figli, le credenze.
L’amore che non sente confini, che non prevede razionalità o calcoli: quello per un figlio, per un ideale, per qualcuno che piomba nella nostra vita ed in un modo o nell’altro è destinato a rivoltarla come un guanto. L’amore che è la più pericolosa tra le professioni di Fede.
Brody e Carrie, ancora una volta, si trovano a fronteggiare l’uno e l’altra.
Alle loro spalle, condotti da una regia sempre asciutta e senza alcuna sbavatura, un cast di comprimari praticamente perfetto, dalla nemesi/mentore Abu Nazir – splendido il parallelo tra lui ed il Vicepresidente Walden, altro charachter pazzesco – all’enigmatico agente Quinn – ottimo nel suo ruolo di variabile all’interno del rapporto tra Brody e Carrie, spettacolare in quel “I’m a guy that kills bad guys” che l’ha proiettato direttamente tra i miei preferiti degli ultimi mesi –, per non parlare del Saul Berenson interpretato dal fordiano onorario Mandy Patinkin, che gli appassionati del piccolo schermo ricorderanno per il suo ruolo nelle prime due stagioni di Criminal minds ed i figli degli anni ottanta per l’indimenticabile Inigo Montoya “tu hai ucciso mi padre, preparati a morir” de La storia fantastica.
Quest’ultimo, quasi un padre – professionalmente ed umanamente – per Carrie, rappresenta un’eminenza grigia in positivo, l’unico in grado di raggiungere – Brody escluso, ovviamente – e toccare le corde più intime dell’instabile allieva: il faccia a faccia che chiude la stagione e l’espressione sollevata di Saul appaiono quasi commoventi, e mostrano il lato più sentimentale di una proposta in grado di spaziare dallo spionaggio all’azione, dal thriller al dramma, dalla guerra all’amore senza che nessuno pesi in particolar modo sulle spalle dello spettatore o degli altri elementi dell’equazione.
Scoprendo i risvolti di ogni episodio, un pezzo di questo grande puzzle alla volta si ha la percezione che l’arrembante bushismo di 24 – emblema della politica USA di un paio di amministrazioni presidenziali or sono – sia stato sostituito da un nuovo approccio alla materia che predilige l’azione del cervello a quella dei proiettili, il cuore ai muscoli: gli States sono cambiati, ed anche il mondo, la Guerra al terrore ha assunto risvolti nuovi e per certi versi più terribili, eppure le passioni che muovono gli esseri umani – al loro meglio e al loro peggio – restano le stesse, e come è sempre stato si ritrovano legate agli ancestrali sentimenti che hanno mosso per millenni le mani che hanno imbracciato armi e versato sangue. 
E quello più potente, tra di essi, resta appunto l’amore.
Quello di Abu Nazir per il figlio ucciso dall’attacco dei droni inviati a seguito di una decisione di Walden.
Quello di Saul per Carrie. Di Carrie per il suo Paese. E soprattutto per Brody.
Brody che è pronto a giocarsi il tutto per tutto per ricominciare ed essere un uomo nuovo, e libero.
Per essere uno dei “guys” non “bad” che quel tizio enigmatico e glaciale finisce, prima o poi, per visitare a casa. 
E non si tratterebbe certo di cortesia.


MrFord



"I hurt myself today,
to see if I still feel.
I focus on the pain,
the only thing that's real.
The needle tears a hole,
the old familiar sting.
Try to kill it all away,
but I remember everything.
What have I become?
My sweetest friend.
Everyone I know,
goes away in the end.
And you could have it all,
my empire of dirt."
Johnny Cash - "Hurt" -


lunedì 14 gennaio 2013

Golden Globes 2013

La trama (con parole mie): la scorsa notte si è tenuta la cerimonia che ha assegnato i Golden Globes 2013, da sempre considerati l'anticamera degli Oscar e da qualche anno sempre più distanti dai premi assegnati dall'Academy.
Avrà trionfato il già dato per vincente Lincoln di Spielberg o ci saranno state sorprese? Quali attori ed attrici si saranno portati a casa l'ambito trofeo? Quali drammi e quali commedie? E chi avrà segnato il suo nome nell'albo d'oro delle serie tv?
Ecco la lista completa di vincitori e nominati con qualche immancabile opinione in merito del sottoscritto.



  Best Motion Picture - Drama 

 
  WINNER
 
Argo (2012)

Other Nominees:

Django Unchained (2012)
Vita di Pi (2012)
Lincoln (2012)
Zero Dark Thirty (2012)

Sono contento per il buon vecchio bisteccone Affleck e per il suo ottimo Argo: non ho ancora visto tre su cinque titoli nominati, ma questa vittoria mi soddisfa, non fosse altro per lo smacco al superfavorito Spielberg.

Best Motion Picture - Musical or Comedy

WINNER

Les Misérables (2012)

Other Nominees:

Marigold Hotel (2011)
Il pescatore di sogni (2011)
Il lato positivo (2012)

Onestamente avrei preferito una vittoria di Moonrise Kingdom, anche perchè Tom Hooper me li aveva già sfracellati con Il discorso del re, e questo Les Miserables non promette nulla di buono: staremo a vedere. Comunque, poteva anche andare peggio.

Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Drama 

WINNER

Daniel Day-Lewis for Lincoln (2012)

Other Nominees:

Richard Gere for Arbitrage (2012)
John Hawkes for The Sessions - Gli appuntamenti (2012)
Joaquin Phoenix for The Master (2012)
Denzel Washington for Flight (2012/I)

In questo caso erano in lizza due attori che stimo molto, Day-Lewis e Joaquin Phoenix.
Personalmente, io avrei scelto il secondo. Ma anche qui, non posso certo oppormi al risultato.

Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Drama 

WINNER

Jessica Chastain for Zero Dark Thirty (2012)

Other Nominees:

Marion Cotillard for Un sapore di ruggine e ossa (2012)
Helen Mirren for Hitchcock (2012)
Naomi Watts for The Impossible (2012)
Rachel Weisz for The Deep Blue Sea (2011)

Qui, nonostante la bravura ed il fascino della Chastain, non ci sarebbe stata gara: per una volta mi schiero con il Cannibale e dico che avrei preferito mille volte la Cotillard.

Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Musical or Comedy

WINNER

Hugh Jackman for Les Misérables (2012)

Other Nominees:

Jack Black for Bernie (2011)
Bradley Cooper for Il lato positivo (2012)
Ewan McGregor for Il pescatore di sogni (2011)
Bill Murray for A Royal Weekend (2012)

La cinquina di film che hanno portato a queste nominations mi attira più o meno come un mese bevendo solo acqua naturale, ed il risultato mi interessava poco. Sono contento, però, per Wolverine Jackman, che mi è sempre parso un tipo alla mano e pane e salame.

Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Musical or Comedy

WINNER

Jennifer Lawrence for Il lato positivo (2012)

Other Nominees:

Emily Blunt for Il pescatore di sogni (2011)
Judi Dench for Marigold Hotel (2011)
Maggie Smith for Quartet (2012)
Meryl Streep for Il matrimonio che vorrei (2012)

Vale lo stesso discorso della cinquina appena passata, e anche in questo caso sono contento per la vincitrice, la bravissima Jennifer Lawrence, che dai tempi di Winter's bone è sempre stata una protetta fordiana.

Best Performance by an Actor in a Supporting Role in a Motion Picture 

WINNER

Christoph Waltz for Django Unchained (2012)

Other Nominees:

Alan Arkin for Argo (2012)
Leonardo DiCaprio for Django Unchained (2012)
Philip Seymour Hoffman for The Master (2012)
Tommy Lee Jones for Lincoln (2012)

Onestamente avrei voluto che Di Caprio si portasse a casa il premio - anche perchè, per lui, gli Oscar restano un miraggio -, oppure Seymour Hoffman, sempre fenomenale, ma posso accontentarmi. In fondo, forse si trattava della cinquina con meno punti deboli.

Best Performance by an Actress in a Supporting Role in a Motion Picture 

WINNER

Anne Hathaway for Les Misérables (2012)

Other Nominees:

Amy Adams for The Master (2012)
Sally Field for Lincoln (2012)
Helen Hunt for The Sessions - Gli appuntamenti (2012)
Nicole Kidman for The Paperboy (2012)

Ho sempre trovato la Hathaway sopravvalutata, quindi io avrei premiato a scatola chiusa Amy Adams. Uno dei premi che ho digerito meno, ma onestamente, considerato che nel complesso tutto poteva andare molto peggio, posso anche pensare di farmelo andare bene comunque.

Best Director - Motion Picture

WINNER

Ben Affleck for Argo (2012)

Other Nominees:

Kathryn Bigelow for Zero Dark Thirty (2012)
Ang Lee for Vita di Pi (2012)
Steven Spielberg for Lincoln (2012)
Quentin Tarantino for Django Unchained (2012)

Di nuovo il nostro amico Ben, e di nuovo non posso che ritenermi soddisfatto. Argo, in fondo, è un film che funziona alla grande, e anche se certo non avrebbe sfigurato un premio in quest'ambito per Tarantino, sono ben contento così.

Best Screenplay - Motion Picture 

WINNER

Django Unchained (2012): Quentin Tarantino

Other Nominees:

Argo (2012): Chris Terrio
Lincoln (2012): Tony Kushner
Il lato positivo (2012): David O. Russell
Zero Dark Thirty (2012): Mark Boal

Il ragazzaccio del Tennessee e del Cinema, finalmente, incassa.
Nonostante gli alti e bassi del mio rapporto con il Cinema tarantiniano, non si può non considerarlo uno dei più grandi registi americani degli ultimi trent'anni e dunque non volergli almeno un pò bene.

Best Original Song - Motion Picture

WINNER

Skyfall (2012): Adele, Paul Epworth ("Skyfall")

Other Nominees:

Act of Valor (2012): Monty Powell, Keith Urban ("For You")
Hunger Games (2012): Taylor Swift, John Paul White, Joy Williams, T-Bone Burnett ("Safe and Sound")
Les Misérables (2012): Claude-Michel Schönberg, Alain Boublil, Herbert Kretzmer ("Suddenly")
Stand Up Guys (2012): Jon Bon Jovi ("Not Running Anymore")

Premio telefonatissimo per un pezzo ottimo, forse l'unica cosa davvero ben riuscita dell'ultimo, bolso 007. Brava Adele, che si conferma come una delle interpreti più interessanti del momento.

Best Original Score - Motion Picture 

WINNER

Vita di Pi (2012): Mychael Danna

Other Nominees:

Anna Karenina (2012/I): Dario Marianelli
Argo (2012): Alexandre Desplat
Cloud Atlas (2012): Reinhold Heil, Johnny Klimek, Tom Tykwer
Lincoln (2012): John Williams

Uno dei premi che mi interessava meno, che passa e va senza colpo ferire.
Mi era assolutamente indifferente il vincitore, anche se dovendo scegliere avrei puntato su Cloud Atlas.

Best Animated Film

WINNER

Other Nominees:

Frankenweenie (2012)
Hotel Transylvania (2012)
Le 5 leggende (2012)
Ralph Spaccatutto (2012)

Felicissimo per l'affermazione della Pixar con Brave, che segna un ritorno dei miei Studios preferiti dopo il mezzo passo falso di Cars 2.
Non mi sarebbe dispiaciuto neppure un riconoscimento a Ralph Spaccatutto, ma in fondo il premio è rimasto in casa Disney.

Best Foreign Language Film 

WINNER

Amour (2012)

Other Nominees:

Quasi amici (2011)
Kon-Tiki (2012)
En kongelig affære (2012)
Un sapore di ruggine e ossa (2012)

Anche in questo caso la mia scelta sarebbe caduta su Un sapore di ruggine e ossa, decisamente più emozionante e potente di Amour, pellicola ben fatta ma troppo snob ed autoriale.
Anzi, confesso che, prima di Haneke, avrei premiato anche la strana coppia di Quasi amici.

Best Television Series - Drama

WINNER

"Homeland - Caccia alla spia" (2011)

Other Nominees:

"Boardwalk Empire" (2010)
"Breaking Bad" (2008)
"Downton Abbey" (2010)
"The Newsroom" (2012)

Grandissima consacrazione per Homeland, una serie magnifica che con la seconda stagione è riuscita addirittura a superare i già altissimi livelli della prima.
Considerato che questo sarà l'anno della conclusione di Breaking bad, mi sento di dire di avere già trovato il titolo che ne raccoglierà il testimone.

Best Television Series - Musical or Comedy

WINNER

"Girls" (2012)

Other Nominees:

"The Big Bang Theory" (2007)
"Episodes" (2011)
"Modern Family" (2009)
"Smash" (2012)

Di questa cinquina seguo soltanto Modern family, che avrei voluto vedere incassare il premio, ma considerato che si tratta di uno dei titoli più incensati del piccolo schermo, mi può stare bene anche il riconoscimento concesso ad una nuova proposta come Girls.

Best Mini-Series or Motion Picture Made for Television

WINNER

"Game Change" (2012)

Other Nominees:

"The Girl" (2012)
"Hatfields & McCoys" (2012)
"The Hour" (2011)
"Political Animals" (2012)

Onestamente avrei preferito lo splendido affresco western di Hatfields&McCoys, ma devo ammettere di avere solo sentito bene di Game Change - che non ho ancora affrontato -, quindi segno in vista di una prossima visione.

Best Performance by an Actor in a Television Series - Drama

WINNER

Damian Lewis for "Homeland - Caccia alla spia" (2011)

Other Nominees:

Steve Buscemi for "Boardwalk Empire" (2010)
Bryan Cranston for "Breaking Bad" (2008)
Jeff Daniels for "The Newsroom" (2012)
Jon Hamm for "Mad Men" (2007)

Seconda consacrazione per Homeland, come la prima meritatissima.
Lewis è fenomenale dei panni di Brody, uno dei personaggi più profondi, complessi e sfaccettati degli ultimi anni di piccolo schermo.

Best Performance by an Actress in a Television Series - Drama

WINNER

Claire Danes for "Homeland - Caccia alla spia" (2011)

Other Nominees:

Connie Britton for "Nashville" (2012)
Glenn Close for "Damages" (2007)
Michelle Dockery for "Downton Abbey" (2010)
Julianna Margulies for "The Good Wife" (2009)

Homeland completa il filotto con la vittoria - meritatissima - di Claire Danes, strepitosa accanto al collega Damian Lewis ed anima della serie.
Il loro confronto durante l'interrogatorio di Brody è da manuale di recitazione.

Best Performance by an Actor in a Television Series - Musical or Comedy

WINNER

Don Cheadle for "House of Lies" (2012)

Other Nominees:

Alec Baldwin for "30 Rock" (2006)
Louis C.K. for "Louie" (2010)
Matt LeBlanc for "Episodes" (2011)
Jim Parsons for "The Big Bang Theory" (2007)

Altro premio di cui, sostanzialmente, non mi fregava nulla.
Archivio la vittoria di Don Cheadle, che tutto sommato mi sta anche discretamente simpatico.

Best Performance by an Actress in a Television Series - Musical or Comedy

 

WINNER

Lena Dunham for "Girls" (2012)

Other Nominees:

Zooey Deschanel for "New Girl" (2011)
Tina Fey for "30 Rock" (2006)
Julia Louis-Dreyfus for "Veep" (2012)
Amy Poehler for "Parks and Recreation" (2009)

Vale il discorso di cui sopra. Se non altro, mi viene la curiosità di recuperare questo Girls.

Best Performance by an Actor in a Mini-Series or a Motion Picture Made for Television

WINNER

Kevin Costner for "Hatfields & McCoys" (2012)

Other Nominees:

Benedict Cumberbatch for "Sherlock" (2010)
Woody Harrelson for Game Change (2012)
Toby Jones for The Girl (2012)
Clive Owen for Hemingway & Gellhorn (2012)

Uno dei premi che mi ha più soddisfatto: Hatfields&McCoys è una bomba, e il vecchio Kevin una leggenda. Del West e non solo.
Una vittoria assolutamente fordiana.

Best Performance by an Actress in a Mini-Series or a Motion Picture Made for Television

WINNER

Julianne Moore for Game Change (2012)

Other Nominees:

Nicole Kidman for Hemingway & Gellhorn (2012)
Jessica Lange for "American Horror Story" (2011)
Sienna Miller for The Girl (2012)
Sigourney Weaver for "Political Animals" (2012)

Onestamente avrei preferito che la vittoria andasse a Jessica Lange, ma Julianne Moore resta una grandissima, quindi continuo a digerire senza problemi questi Globes.

Best Performance by an Actor in a Supporting Role in a Series, Mini-Series or Motion Picture Made for Television

 

WINNER

Ed Harris for Game Change (2012)

Other Nominees:

Max Greenfield for "New Girl" (2011)
Danny Huston for "Magic City" (2012)
Mandy Patinkin for "Homeland - Caccia alla spia" (2011)
Eric Stonestreet for "Modern Family" (2009)

L'ideale, per il sottoscritto, sarebbe stato Mandy Patinkin, idolo assoluto di casa Ford, ma purtroppo non sempre i sogni corrispondono alla realtà - anzi, direi quasi mai -.
Sotto con Ed Harris, dunque. Ma mi dissocio.

Best Performance by an Actress in a Supporting Role in a Series, Mini-Series or Motion Picture Made for Television

WINNER

Maggie Smith for "Downton Abbey" (2010)

Other Nominees:

Hayden Panettiere for "Nashville" (2012)
Archie Panjabi for "The Good Wife" (2009)
Sarah Paulson for Game Change (2012)
Sofía Vergara for "Modern Family" (2009)

Downtown Abbey mi pare il classico polpettone da the delle cinque e non mi attira per nulla, dunque faccio finta di nulla - anche considerato che non ci sono stati risultati particolarmente scandalosi - e punto lo sguardo ai prossimi Academy Awards.

MrFord


 
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