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lunedì 24 febbraio 2020

White Russian's Bulletin


Nuova edizione del Bulletin in diretta dall'epicentro della psicosi indotta dai media rispetto al Coronavirus, ennesima dimostrazione di quanto il Nostro Paese sia purtroppo piuttosto indietro rispetto a svariate parti del mondo, culturalmente parlando: ma onde evitare polemiche, torno sul caro, vecchio Cinema raccontando quello che è passato su questi schermi negli ultimi giorni, a partire dal recupero di una delle pellicole più recensite a cavallo della Notte degli Oscar che mi aveva visto protagonista, di recente, di un tracollo da divano clamoroso. Ce l'avrò fatta, questa volta, ad affrontare Jojo Rabbit?


MrFord



JOJO RABBIT (Taika Waititi, Nuova Zelanda/Repubblica Ceca/USA, 2019, 108')

Jojo Rabbit Poster


Ford incontra Jojo Rabbit, capitolo due.
Alle spalle il clamoroso tracollo della settimana della Notte degli Oscar, ho affrontato nuovamente il lavoro di Waititi preparandomi il terreno: in una sera in solitaria, di ritorno dalla palestra, ho ritenuto opportuno affrontare la visione mangiando il mio tradizionale kebabbazzo del mercoledì sera in modo da limitare il rischio di un coma da divano, riuscendo ad occupare una buona metà della visione accompagnato dal cibo.
Vicende del sottoscritto a parte, comunque, com'è andata?
Ho trovato Jojo Rabbit interessante, un abile mix di Wes Anderson e di Amelie, con una colonna sonora pazzesca, un ottimo Sam Rockwell - che, del resto, per me ormai è una garanzia - ed un paio di sequenze da ricordare - stupenda quella della scoperta del destino della madre da parte del piccolo protagonista -: le idee ci sono, l'ironia e la profondità anche, forse l'unica pecca è che risulti tutto un filo troppo fiabesco, ma può andare bene anche così. 
In fondo, emozionarsi per una fiaba non ha mai fatto male a nessuno.




POLIZIOTTO IN PROVA (Tim Story, USA, 2014, 99')

Poliziotto in prova Poster

Sempre per arginare i crolli da divano, e forte dello scorso weekend rinforzato dai riposini pomeridiani, ho recuperato questa mezza tamarrata di qualche anno fa sulla piattaforma di Prime, giusto per passare una serata senza troppi pensieri prima dell'inizio di una settimana lavorativa che avrebbe portato, ma ancora non lo sapevo, alla situazione di psicosi da apocalisse che si sta vivendo ora qui nel Lodigiano.
Il film di Tim Story non è niente di che, ma come action buddy movie regala i suoi momenti da risata sguaiata e rutto libero, complice il botta e risposta continuo tra Kevin Hart - che è perfetto per questi ruoli - e Ice Cube, che come tipo tosto fa sempre la sua figura.
Nulla di trascendentale, ma per farsi due risate senza impegno ci può stare.




AMERICAN GODS - STAGIONE 1 (Starz, USA, 2017)

American Gods Poster

Qualche anno fa avevo molto apprezzato il romanzo firmato da Neil Gaiman, e pur se colpevolmente con un certo ritardo, ho finalmente deciso di recuperare la serie dallo stesso ispirata, giunta ormai alle porte della terza stagione e presentata ai tempi dell'uscita come un titolo pronto a diventare un riferimento del genere.
Non ricordo nel dettaglio l'evoluzione della storia di Moon nel romanzo, ma senza dubbio American Gods risulta interessante, fuori di testa e fordiano abbastanza per prendersi il suo spazio al Saloon fino a quando la corsa dell'ex galeotto protagonista e del suo mentore/capo/qualunquecosasia Wednesday proseguirà: divinità vecchie e nuove, vizi capitali, morti che risorgono e morti che restano morti e basta, ironia nera, molto alcool ed un pizzico di dramma rendono questa proposta una delle più interessanti del passato recente del Saloon, reduce da mesi di un piccolo schermo sottotono almeno quanto il grande. 
Si è ancora raccontata una minima parte della vicenda, speriamo che, con la seconda e la terza stagione, oltre ad approfondire la storia si ingrani una marcia ancora più decisa.


lunedì 28 marzo 2016

Gods of Egypt

Regia: Alex Proyas
Origine: USA, Australia
Anno: 2016
Durata: 127'








La trama (con parole mie): ai tempi della massima prosperità della civiltà egizia, dei e uomini condividevano questa Terra ed un destino che, prima o poi, avrebbe portato attraverso la morte all'eternità entrambi. Quando Osiride, che per mille anni aveva retto in pace l'impero, decide di lasciare il suo trono al figlio Horus, però, il fratello del sovrano, Set, spodesta il nipote e si insedia dando inizio ad un periodo di terrore mosso dall'intento non solo di soggiogare mortali e non, ma anche di rimodellare la realtà stessa.
Quando una coppia di innamorati appartenenti agli strati più bassi della società, Bek e Zaya, mette in discussione i progetti di Set innescando il ritorno dall'esilio di Horus, le cose cambiano: riusciranno dunque un giovane ladro scettico rispetto alle divinità ed un dio sfiduciato ed accecato dalla vendetta - e non solo - a mettere fine al regno di Set?











Quando si approcciano alcune pellicole, si ha - o almeno, si spera di avere - la consapevolezza di andare incontro ad un disastro - con buona pace di Proyas e delle sue invettive online contro i detrattori - con la speranza che lo stesso si riveli quantomeno una divertente trashata e non una schifezza in grado di stimolare il desiderio di sollevare il televisore sopra la testa e scaraventarlo dal balcone sperando di centrare il regista in pieno cranio.
Nel caso di Gods of Egypt - ed esulti Proyas, in questo senso - fortunatamente mi sono ritrovato ad affrontare la prima delle due opzioni.
Per quanto, infatti, nel complesso il film si riveli una baracconata da due soldi che mescola in negativo Prince of Persia, Scontro tra titani, Troy, I Cavalieri dello Zodiaco e probabilmente qualcosa di più classico come Krull - che mi esaltava ai tempi delle medie e non ho più rivisto da allora -, risulti fin troppo lungo - quasi due ore per una proposta di questo tipo sono oggettivamente troppe - e ridicolo in termini di scrittura, Gods of Egypt ha finito per divertirmi quasi come se volesse con tutto il cuore guadagnarsi il posto da Sharknado del duemilasedici, stimolando battute a profusione a proposito di costumi, acconciature, parti del corpo perdute - a questo proposito, Nikolaj Coster Waldau sta diventando un vero e proprio esperto - e regalando quantomeno una gioia grazie alla parte di quasi protagonista femminile affidata alla giovane e dagli argomenti decisamente importanti Courtney Eaton, che già aveva fatto parte della schiera delle spose di Immortan Joe - chiamalo scemo - in Mad Max: Fury Road.
Senza dubbio chiunque sia dotato di buon gusto o di passione per il Cinema "alto" sarà portato al limite dal lavoro del regista de Il corvo e di Dark city, invecchiato decisamente male sotto quasi tutti i punti di vista, e non sarò certo io a consigliare di imbarcarvi senza ritegno in un'avventura da neuroni più che spenti neppure troppo fedele a quella che è la mitologia egizia - affascinante quanto quella greca -, eppure non riesco davvero a schierarmi apertamente contro una produzione trash e naif come questa, neanche fossimo tornati agli anni in cui con mio padre andavo al mitico - ed ormai purtroppo trasformato in un negozio - Cinema Astra in centro a Milano per godermi Stargate neanche fosse l'ultima frontiera della settima arte tra la folla del sabato pomeriggio quando ancora si poteva stare in piedi a fondo sala, vedere più spettacoli con lo stesso biglietto e schiaffarsi due porzioni di patatine da Burghy una volta usciti.
Per i temerari che, come noi Ford - anche se Julez, in fin dei conti, è stata molto meno contenta del sottoscritto -, decideranno di seguire da vicino l'impresa di Bek - che per sfidare la tirannia di Set ha deciso di abbandonare una "C" e la carriera di rockstar - e di Horus, consiglio soltanto di procurarvi un giusto quantitativo di alcool, patatine, voglia di spedire fuori in libera uscita i neuroni e garantire una sessione di rutto libero da Guinness World Record: in questo modo, le due ore o quasi di visione non solo finiranno per risultare addirittura utili in termini di distensione delle cellule cerebrali, ma un giocattolone innocuo per il quale non gridare allo scandalo o finire per risultare scandalosi nel difenderlo a spada tratta.
In fondo, "pensare come un dio", in questi casi, da una parte o dall'altra della barricata, non è mai davvero utile: meglio "succhiare tutto il midollo della vita" come l'ultimo degli uomini.





MrFord





"Beat my bones against the wall
staring down an empty hall
deep down in a hollow log
coming home like a letter bomb."
Beck - "Soul of a man" - 





mercoledì 27 agosto 2014

Hercules - Il guerriero

 
La trama (con parole mie): nato da Zeus e da una semplice mortale, Hercules è stato circondato da un alone leggendario fin dalla sua nascita, quando ancora nella culla stritolò due serpenti inviati da
Era, madre degli dei, per ucciderlo. A quell'impresa seguirono le dodici fatiche, che resero il suo personaggio ancora più importante e venerato in tutta la Grecia: scacciato da Atene dopo essere
stato accusato ingiustamente dell'omicidio di sua moglie e delle sue due figlie, Hercules viaggia attraverso l'Ellade insieme ad un gruppo di inseparabili amici e guerrieri, accanto ai quali combatte come un mercenario.
Quando il gruppo si dirige in Tracia per aiutare il re a sedare una rivolta, finiscono per essere messe alla prova la fede stessa dell'eroe e la capacità di assumere il ruolo che suo padre - chiunque fosse, Zeus o no - avrebbe voluto per lui.








Qui al Saloon, è cosa nota, ogni tamarrata che si rispetti è decisamente ben accolta dal sottoscritto, specialmente se porta in dono, oltre ad un bagaglio di botte e fracassonate, anche qualche interprete d'eccezione dell'action come il sempre più gonfio e gigantesco The Rock, eroe del wrestling fine anni novanta/inizio anni zero - con qualche comparsata in tempi più recenti - al quale un appassionato di sport entertaiment come il sottoscritto non può non voler bene.
Benchè mi aspettassi di incrociare il cammino di una vera e propria schifezzona record, da mesi attendevo l'uscita dell'Hercules targato Dwayne Johnson - vero nome del già citato The Rock -, sopportando il pur non così brutto come avrei pensato alla vigilia della visione Hercules - La leggenda ha inizio con Kellan Lutz di qualche mese fa e preparandomi agli sfracelli che l'ex wrestler avrebbe compiuto nei panni del leggendario semidio greco.
Per quanto la stanchezza l'abbia fatta da padrona e, di fatto, abbia comunque accettato bonariamente tutti i limiti del lavoro di Brett Ratner, devo ammettere che questo Hercules - Il guerriero finisce per
essere davvero, davvero trash, e seppur non in grado di raggiungere i bassissimi livelli del recente Transformers 4 - quantomeno nella durata - pronto a diventare uno dei bersagli preferiti di tutti i non
avvezzi al genere della stagione, tanto da finire per avvincere perfino il sottoscritto così poco da costringere gli occupanti di casa Ford a terminare la visione in due serate, e sempre con la palpebra
parecchio pesante.
Una cosa imperdonabile, questa, per un giocattolone action che ricorda i peplum dei tempi andati e dal minutaggio limitato, che finisce quasi per essere peggiore del parruccone sbattuto sulla testa pelata di The Rock neanche fosse un Nicholas Cage qualunque pronto a girare un nuovo Ghost Rider: trama esilissima, sceneggiatura e dialoghi al limite del ridicolo, personaggi cambiati da una scena all'altra - clamoroso il caso del re interpretato da John Hurt, passato dall'essere un vecchio inoffensivo difeso da Hercules ed i suoi ad un tiranno senza cuore pronto a fare secco perfino il suo stesso nipote ancora bambino -, combattimenti ed approccio senza una vera direzione: perfino l'unica idea interessante della pellicola, ovvero far passare Hercules per un guerriero di impareggiabile abilità che sfrutta con l'inganno la sua fama di semidio grazie ai racconti dei suoi compagni e a trucchi del mestiere viene accantonata e persa per strada liberando il più classico finale da supereroe spaccaculi senza ritegno alcuno che finisce per non tenere conto di quanto di buono poteva essere stato seminato nella prima parte del film.
Un peccato, perchè una sorta di "grande inganno" avrebbe regalato spessore al protagonista così come al suo gruppo, e forse avrebbe permesso al pubblico di dimenticare anche cose terribili come l'agghiacciante interpretazione di Joseph Fiennes, che si conferma la pecora nera della sua famiglia in termini di qualità artistiche - e non che ce ne fosse bisogno -.
In tutto questo, e tra un blackout da sonno da divano e l'altro, tutto sommato non sono comunque riuscito a volere male a questa roba, che almeno non mostra la spocchia che in altre occasioni - come fu per il terribile Scontro tra titani, per rimanere in tema Antica Grecia - avevano cercato di sfoderare blockbuster estivi più che dimenticabili di questa risma: in fondo, la durata non è un ostacolo - un'ora e mezza scarsa -, le scene di battaglia rendono la pillola meno amara - soprattutto quella che vede Hercules ed i suoi opposti agli uomini dal look zombie più o meno a metà pellicola - e il buon Dwayne resta sempre il buon Dwayne, nonostante il telo mare peloso che hanno deciso di lasciargli in testa - e non parlo della pelle di leone, sia chiaro -.
Se non siete della parrocchia action, comunque, risparmiatevi la visione senza troppi timori: rischiereste di assistere ad uno spettacolo che segnerebbe inevitabilmente la condanna del genere per i
non avvezzi.
In fondo, per quanto solo una, e non dodici, questo Hercules - Il guerriero, è stato una vera fatica perfino per un vero tamarro come me.



MrFord



"'Cos I'm strong enough
to live without you
strong enough and I quit crying
long enough now I'm strong enough
to know you gotta go."
Cher - "Strong enough" -



lunedì 28 aprile 2014

Noah

Regia: Darren Aronofsky
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 138'





La trama (con parole mie): ai tempi dei tempi, il Creatore, dopo aver forgiato l'Universo in sette giorni e plasmato l'Uomo, non soddisfatto dell'operato di quest'ultimo, decise di porre rimedio alla piaga per il pianeta che aveva sguinzagliato attraverso un flagello di acque purificatrici noto come il Diluvio Universale. Noè, devoto e legato ad un'antica tradizione che riferiva ad autorevoli rappresentanti come Matusalemme, accompagnato dalla famiglia, è incaricato dunque dall'Altissimo di costruire un'Arca che possa trarre in salvo gli animali di tutto il globo a coppie, in modo da poter garantire una nuova vita una volta spazzata via la minaccia umana.
La stirpe di Caino, però, guidata dal tenace Tubal Cain, non intende arrendersi al volere dei cieli, e si dichiara pronta a combattere Noè per guadagnarsi la salvezza: ma per il prediletto del Signore la minaccia più grande per il compimento dell'impresa sarà costituita dal progressivo allontanarsi dalle sue radicali posizioni della moglie e dei figli, decisi a preservare i propri eredi e fiduciosi in un nuovo futuro.








Dovevo saperlo, caro Aronofsky, che il mio primo istinto era quello giusto.
Mi sono fatto abbagliare da quel Capolavoro di The wrestler, ed illudere dall'ottimo Il cigno nero.
Ma nonostante tutto, sotto sotto, buon Darren, resti sempre un pippone cosmico con manie di grandezza.
Da molto tempo prima di quell'abominevole schifezza che fu The fountain - L'albero della vita.
E Noah, enorme produzione biblico-new age che già dal trailer prometteva davvero male, finisce per starci giusta giusta a braccetto.
Come se non bastasse questa infausta diagnosi, entra nell'equazione l'errore più grave in un film incentrato sulla figura del nocchiero dell'Arca: non hai spiegato - e non ci hai neppure provato, a dirla tutta - dove diavolo possono essere finiti, in tutto quel trambusto mistico da deliranza religiosa, i fantomatici e leggendari leocorni, inseguiti dai bambini di almeno una generazione.
Non si fa, caro Darren.
Non si fa proprio.
E ringrazia che non menzioni il fatto che dopo dieci minuti di film la misura sia già colma, con il faccia a faccia al limite del ridicolo tra i buoni e cari discendenti di Matusalemme, vegan e politically correct, e gli infami figli di Caino, carnivori e violenti, schiavi del consumismo e delle armi.
Vogliamo prenderci davvero così per il culo?
Dove sono finiti i cari, splendidi kolossal biblici di un tempo come I dieci comandamenti o Ben Hur?
Scomparsi in un delirio di onnipotenza costruito con mezzi da fantascienza che mescola i wannabe di 2001 come il The tree of life di Malick alle dottrine da Nuovo Millennio sensibilizzato rispetto alla salute del pianeta, il Russell Crowe de Il gladiatore a quello di Master and commander - del resto, non ce l'avrebbe fatta a condurre l'Arca in salvo, se non fosse stato un navigatore esperto -, il blockbuster di grana grossa alle ambizioni di un Autore che, purtroppo, a questo punto occorre quasi doverosamente ammettere che Autore sia e resti soltanto nei suoi sogni più reconditi.
E non avrei neanche un compito troppo arduo nello stroncare uno dei più terribili mattonazzi dell'anno - e non solo -, perchè basterebbe citare le terribili imitazioni ibride di Mordiroccia ed Enth, le ridicole dinamiche da disfunzionale focolare domestico di casa Noè, il gigioneggiamento fastidioso di Anthony Hopkins, la colomba con il ramo d'ulivo al termine della lotta, il finale consolatorio per affossare completamente una delle operazioni più bieche e spietatamente commerciali della stagione, che fortunatamente - almeno per ora - pare non aver conseguito i risultati che, probabilmente, la produzione si auspicava - specie considerata l'uscita strategica, almeno in Italia, precedente alle vacanze pasquali -.
Dalle parti di casa Ford la religione non va certo per la maggiore, e le storie legate alla Bibbia restano un affascinante esperimento letterario, culturale ed artistico - come per l'epica, del resto, da sempre una delle passioni del sottoscritto -, ma i pregiudizi che al Saloon continueranno per sempre ad esistere in quest'ambito non contribuiscono più di tanto al risultato pessimo di questo terribile ed indigesto polpettone, privo di carattere così come della voglia di raccontare davvero una storia, buono appena per tenere buoni i timorati di Colui che non può essere nominato - e non sto parlando di Voldemort, cara Hermione - e gli spettatori molto, molto occasionali.
Ma non basta questo, per me, caro Darren.
Il tuo diluvio è uno sputo.
Ed il mio, almeno su questo virtuale foglio bianco, un fiume in piena pronto a berselo.



MrFord



"Ci son due coccodrilli
ed un orango tango,
due piccoli serpenti
e un'aquila reale,
il gatto, il topo, l'elefante:
non manca più nessuno;
solo non si vedono i due leocorni."
"L'arca di Noè" - Filastrocca - 



 

martedì 11 febbraio 2014

Hercules - La leggenda ha inizio

Regia: Renny Harlin
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 99'




La trama (con parole mie): Boyka, ormai dominatore incontrastato di tutta la Grecia e non solo, sfida e sconfigge un re dopo l'altro quasi annoiato per le poche difficoltà che gli si presentano. Quando la moglie riceve un'offerta che non può rifiutare da Zeus in persona e concepisce Hercules, che in realtà è un vampiro del clan dei Cullen, il re si infuria e finisce per ostacolare la vita del "suo" secondogenito in favore del sangue del suo sangue, il piuttosto codardo ed infido Ificle.
Mandato Hercules il vampiro a morire in un'imboscata spalla a spalla con Spartacus, Boyka si sente le spalle coperte: peccato che, quando si sottovalutano due eroi per antonomasia come loro, i nodi finiscono per venire presto al pettine, e nel giro di quattro lune l'insolita coppia di ribelli riesce non soltanto a scampare all'agguato letale, ma a fare carriera nel giro gladiatorio, tornare in Grecia ed organizzare un vero e proprio esercito per affrontare il re.





Fin da quando sono fortunatamente riuscito ad uscire dal pericolosissimo tunnel del radicalchicchismo cinematografico che colpisce, di solito, tutti gli aspiranti cinefili alle prime armi, i film clamorosamente trash ed altrettanto clamorosamente tamarri sono diventati uno dei guilty pleasures cui più difficilmente riesco a rinunciare, specie nei giorni in cui la stanchezza prende il sopravvento e la voglia di affrontare visioni impegnate ed impegnative latita.
Ho approcciato questo Hercules - La leggenda ha inizio con più di una perplessità, convinto principalmente da Julez - che pensava si trattasse dell'imminente Hercules: the Thracian Wars con protagonista The Rock, programmato per passare sugli schermi la prossima estate - poi addormentatasi attorno al trentesimo minuto, ed ho finito per godermi selvaggiamente uno dei titoli più terribili ed involontariamente divertenti passati al Saloon dai tempi dell'indimenticabile Sharknado.
Del resto, non avrei dovuto sottovalutare il veterano del trash dietro la macchina da presa Renny Harlin, già autore di chicche assolute come Cliffhanger, Driven, The covenant e Nightmare 4, così come un cast che, tolto l'assolutamente inespressivo Kellan Lutz - che le fan di Twilight ricorderanno piuttosto bene, dato che era l'unico ad apparire umanamente simpatico tra le fila del frigido clan Cullen - vede tra i protagonisti il vero erede di Van Damme - se solo lo sfruttassero un pò di più per qualche sano film di botte - Scott Adkins, il sempre presente, fordiano e mitico Rade Serbedzjia - che è passato da Kubrick a The Snatch, senza dimenticare Io sono Li e robaccia come questa, giusto per mostrare la sua anima vagabonda - nonchè l'indimenticato Spartacus Liam McEntyre, trovatosi anche in questo caso a recitare la parte del ribelle.
E devo ammetterlo: ho voluto bene, in qualche modo, a Hercules - La leggenda ha inizio.
Perchè se è vero che si sta parlando di un'assoluta vergogna cinematografica che pare la versione di serie b di un cocktail che mescola Braveheart, Il gladiatore e 300, che il mito di Eracle appare più semplificato e tagliato con l'accetta che nella serie che vide protagonista Kevin Sorbo all'inizio degli anni novanta, che le scene d'azione - pezzi forti di titoli non particolarmente "alti" come questo - sono girate ad uso e consumo del tanto odiato 3D e che negli States - e non solo - pare sia stato un floppone da record al botteghino - che esclude quasi categoricamente un ipotetico sequel -, il lavoro del buon Renny è onesto e senza davvero alcuna pretesa se non il becero ed ignorantissimo intrattenimento di grana grossa.
Niente a che vedere con Troy, dunque, tanto per citare un film che ho detestato con tutte le forze, pronto a riscrivere l'epica e la mitologia come se fossero robetta al servizio di una discutibile operazione commerciale, quanto più una cosa equiparabile al kebab o al panino con la salamella preso nel pieno della notte per esorcizzare i demoni della sbornia lungo la strada del ritorno a casa: una piacevole scoperta per questo vecchio cowboy, che di tanto in tanto sente davvero il bisogno di lasciare che sia solo la pancia - per non dire altro - a parlare, e che i bisogni primari ed i bassi istinti escano fuori a prendere una sana boccata d'aria.
Del resto, appena svegli o dopo un allenamento, di ritorno dal lavoro o a seguito di una prepotente mangiata, un giro in bagno risulta per essere un piacere che forse in molti giudicheranno più consono tenere sotterraneo - per l'appunto - ma senza dubbio godurioso: Hercules - La leggenda ha inizio è proprio così.
Un'onesta, consistente, rumorosa cagata.
Di quelle, però, capaci di farti tornare nel mondo con un'espressione più felice stampata in volto.



MrFord



"Cause I'm strong enough to live without you
strong enough and I quit crying
long enough, now I'm strong enough
to know you gotta go
there's no more to say
so save your breath and walk away
no matter what I hear you say
I'm strong enough to know you gotta go."
Cher - "Strong enough" - 



sabato 17 agosto 2013

American Gods

Autore: Neil Gaiman
Origine: UK, USA
Editore: Mondadori
Anno: 2003




La trama (con parole mie): Shadow è in carcere, in procinto di uscire dopo aver scontato una pena di tre anni a seguito di un vecchio casino che gli ha lasciato profonde cicatrici. Ad attenderlo fuori c'è la moglie Laura, che l'ha aspettato e non vede l'ora di continuare la sua vita con lui ora che l'amico Robert ha già pronto un posto di istruttore nella sua palestra.
Questo sarebbe il mondo reale. Ma ci sono sfumature che vanno ben oltre l'umano e la comprensione, e dunque Shadow si ritrova solo e senza futuro, costretto ad accettare il lavoro offertogli dal misterioso Wednesday, uomo dal fascino magnetico, dalla bugia facile e dalle proposte decisamente fuori dal comune: inizia così un viaggio attraverso i recessi più curiosi degli States, una ricerca che tocca Fede e Divinità, Amore ed Umanità profonda, e che conduce ad una battaglia mascherata da tempesta che si prospetta all'orizzonte e che sarà l'emblema dello scontro tra i vecchi ed i nuovi dei.
Chi è veramente Wednesday? E chi scoprirà di essere Shadow?




Praticamente dai tempi della sua uscita, American Gods attendeva che il sottoscritto si decidesse a tuffarsi tra le sue pagine comodo comodo nella libreria di casa Ford, fiducioso che prima o poi il momento sarebbe giunto. In questo senso, il lavoro di Neil Gaiman - autore di riferimento nell'ambito del fumetto con il suo geniale Sandman all'inizio del Nuovo Millennio - è stato assolutamente profetico ed in linea con il concetto di Fede, esplorato dall'autore da più angolazioni dalla prima all'ultima pagina di questo rocambolesco, densissimo ed interessante romanzo, in grado di mescolare la crime story ed il fantasy, la sci-fi classica con la mitologia dal quale presto sarà tratta una serie tv che ancora prima di essere realizzata pare già destinata e diventare uno dei cult da piccolo schermo del Saloon.
Sulla scia del lavoro svolto - egregiamente - con il già citato Sandman, Gaiman torna a lavorare su dei e mortali cogliendo l'occasione anche per esplorare - in tutti i sensi - gli Stati Uniti a partire dalla loro provincia più profonda, fatta di luoghi lontani ed apparentemente perduti, curiose attrazioni turistiche ed infiniti viaggi in macchina lungo le autostrade di un continente che mantiene inalterato da secoli il suo fascino nonostante gli evidenti squilibri e le clamorose imperfezioni sulle quali fonda la maggior parte della sua geografia sociale ed umana: la vicenda di Shadow, detenuto in procinto di uscire dal carcere dopo tre anni di detenzione, esperto di palmeggio e trucchi con la moneta, uomo grande e grosso abituato al silenzio e di buon cuore, che parte come un dramma legato al reinserimento nella società e si trasforma in breve in un confronto non sempre piacevole con una parte di questo mondo che nessun mortale, di norma, sfiora, è un road trip dell'anima che vede sfilare un capitolo dopo l'altro divinità figlie dei più svariati pantheon - da quello norreno a quelli orientali -, leggende dei nativi americani, creature magiche giunte nel Nuovo Mondo da quello Vecchio e, dall'altra parte della barricata, i volti pixelati ed elettrici degli dei nati proprio sulle strade lastricate di sogni degli USA, dalla televisione al denaro, da internet al successo.
Per mezzo della guida esperta e non sempre affidabile di Wednesday, Shadow si troverà proiettato in un mondo di risse da pub, partite a dama, promesse di avere la testa spaccata con una mazza quando sarà tutto finito, apparizioni di morti, sogni più vividi della vita reale, mosse strategiche in attesa della disposizione di tutti i pezzi sulla scacchiera del Destino prima di una battaglia che si giocherà "dall'altra parte" e nei sogni dei mortali, ma che avrà conseguenze molto più importanti di quanto non si possa credere, specie rispetto a dei ormai quasi dimenticati, se non addirittura sconosciuti: in questo senso, è interessante il concetto espresso da Gaiman rispetto alla sopravvivenza, al potere e all'esistenza stessa dei suddetti dei, legati indissolubilmente alle manifestazioni di Fede espresse in loro nome, al legame con i credenti in grado di portarli da una parte all'altra del mondo - splendidi, forse addirittura i capitoli che ho preferito del romanzo, i due racconti nel racconto legati alla figura dell'Ifreet a New York e dei due gemelli giunti ad Haiti dopo essere stati venduti come schiavi in Africa -.
In qualche modo, il potere della memoria e dei sentimenti che portiamo nel cuore anche rispetto agli esseri umani diviene il carburante che alimenta il potere divino, amplificato non tanto dai luoghi di culto, quanto da "antenne" come attrazioni turistiche e punti d'aggregazione di "fedeli" non più legati ai concetti di Religione e Chiesa, quanto di Società - e torniamo all'analisi, lucidissima, che il vecchio Neil regala a proposito dell'approccio a stelle e strisce -.
Traboccante di personaggi memorabili - a partire dal protagonista -, American Gods è una lettura appassionante ed impegnativa, forse il miglior romanzo fantasy che mi sia capitato di leggere da anni a questa parte, che probabilmente avrebbe potuto essere addirittura perfetto se soltanto Gaiman si fosse fermato per decidere - sul modello Tolkeniano - di sviluppare una trilogia, o una saga: la tantissima carne al fuoco, infatti, nella parte conclusiva finisce per far risultare sbrigative le scelte prese rispetto ad alcuni charachters introdotti, e solo un finale struggente e magico riporta in alto i bicchieri per quella che deve essere stata - nel bene e nel male - una vera e propria Odissea per l'autore, coraggioso nel seminare quanto e più si sarebbe potuto cogliere, senza per questo rischiare di addormentare il ritmo o annoiare il lettore, e anzi, chiudendo il triangolo Loki/Odino/Shadow come meglio non poteva, regalando al suo protagonista anche un'uscita di scena da eroe romantico e solitario come solo la migliore tradizione del genere è in grado di riservare ai suoi nomi più importanti.
Senza dubbio per chi mastica il genere e si destreggia tra noir, sbronze, viaggi e divinità più o meno note la lettura risulterà più scorrevole, eppure Gaiman da l'impressione di poter riuscire nell'impresa di conquistare anche i meno avvezzi cambiando spesso e volentieri registro, passando dal dramma alla commedia, dall'attesa - magnifica la parte ambientata a Lakeside, esempio da manuale di come un autore dovrebbe comportarsi per catturare l'attenzione dei lettori anche quando non sta, di fatto, succedendo nulla - all'azione sfrenata, dai territori dei sogni a quelli dell'amara realtà.
E in mezzo, quell'arcano chiamato Fede, uno dei misteri più complessi con i quali l'Uomo verrà mai a confrontarsi.
Fatta eccezione quello che gli alberga nel cuore.


MrFord


"I was born on Olympus
to my father a son
I was raised by the demons
trained to reign as the one
God of thunder and rock and roll
the spell you're under
will slowly rob you of your virgin soul."
Kiss - "God of thunder" -


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