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martedì 24 aprile 2018

Undisputed 4 - Il ritorno di Boyka (Todor Chapkanov, Bulgaria/USA, 2016, 86')





Per tutti i figli degli anni ottanta tamarri come il sottoscritto, il Cinema di botte ha significato una fetta importante della crescita, a partire dall'eredità di Bruce Lee fino a tutto il filone action e sopra le righe di quel decennio magico che regalò al mondo i vari Stallone, Schwarzenegger, Willis, Russell, Van Damme e chi più ne ha, più ne metta.
Quando, qualche anno fa, scoprii il brand di Undisputed, esperimento considerato tra i Walter Hill minori, non pensavo che quella stessa saga sarebbe divenuta mitica per gli appassionati di genere soltanto al secondo capitolo, con l'introduzione dell'incredibile personaggio di Yuri Boyka, interpretato da un atleta pazzesco come Scott Adkins, che deve maledire la troppa seriosità ed il poco carisma per non essere diventato l'equivalente del Nuovo Millennio proprio di gente come Van Damme.
Boyka, fin dalla sua comparsa, ha segnato un nuovo corso per questa serie, passando dall'essere il cattivo numero uno a protagonista assoluto nonchè eroe redento, dispensando calci rotanti al limite della fantascienza e regalando chicche indimenticabili a tutti i suoi fan: a distanza di dieci anni dalla sua prima apparizione, Boyka torna dunque sul quadrato per un quarto capitolo atteso fin troppo a causa dell'infortunio che bloccò Adkins per molto tempo qualche anno fa - e che non gli permise di esprimersi al meglio nella sua più grande occasione, Expendables 2 -, con una produzione senza dubbio molto televisiva - per essere buoni - ed una trama che rispecchia in tutto e per tutto le risibili sceneggiature proprio di quei film di botte anni ottanta con l'eroe maledetto che a fronte di difficoltà insormontabili riesce comunque a rompere i culi dei cattivoni di turno come se non ci fosse un domani.
L'elemento "romantico", inoltre, inserito come causa scatenante di questa nuova avventura del fighter venuto dalle prigioni russe, rispecchia molto i tratti dei film di questo genere che hanno cresciuto i tamarri come il sottoscritto, pur se, purtroppo, priva dell'aura di comicità involontaria che rendeva quelle visioni così clamorosamente speciali: è questo il difetto principale del quarto capitolo di Undisputed.
In un certo senso, è come se al film mancasse lo spessore allo stesso modo dell'attore protagonista, capace di evoluzioni incredibili sul quadrato ma, nonostante un personaggio dalle potenzialità enormi, neppure lontanamente guascone e sopra le righe come i succitati action heroes che hanno reso magica una parte della mia formazione di cinefilo - e che la rendono tale ancora oggi -: giusto che il background di un charachter come questo sia oscuro e drammatico, ma le ultime stagioni cinematografiche hanno insegnato quanto il trash e la parte comica di queste proposte dalle ambizioni artistiche pressochè nulle siano fondamentali affinchè le stesse si guadagnino un posto nel cuore dei fan, e vengano accettate di buon grado dalla critica più o meno radical.
Perchè se un vecchio reduce degli eighties come il qui presente riesce comunque ad apprezzare un intrattenimento ignorante di questo genere, affinchè lo stesso abbia la fortuna che merita o che io possa sperare abbia, non deve mai dimenticare che il segreto del successo di un film che non sia davvero autoriale passa da uno dei segreti fondamentali della conquista di una donna: le risate.
Dunque, caro Boyka, tu sarai pure uno spaccaculi tormentato in cerca di una redenzione che avverrà solo quando non verranno più prodotti film con te come protagonista, questo omaggio divertirà gli appassionati, ma se vorrai davvero spiccare un salto come quelli che compi sul ring, dovrai tirare fuori la scintilla che i tuoi progenitori hanno regalato alla cultura pop, e che li ha resi immortali come paiono ora, nonostante il tempo che passa inesorabile.




MrFord



martedì 11 febbraio 2014

Hercules - La leggenda ha inizio

Regia: Renny Harlin
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 99'




La trama (con parole mie): Boyka, ormai dominatore incontrastato di tutta la Grecia e non solo, sfida e sconfigge un re dopo l'altro quasi annoiato per le poche difficoltà che gli si presentano. Quando la moglie riceve un'offerta che non può rifiutare da Zeus in persona e concepisce Hercules, che in realtà è un vampiro del clan dei Cullen, il re si infuria e finisce per ostacolare la vita del "suo" secondogenito in favore del sangue del suo sangue, il piuttosto codardo ed infido Ificle.
Mandato Hercules il vampiro a morire in un'imboscata spalla a spalla con Spartacus, Boyka si sente le spalle coperte: peccato che, quando si sottovalutano due eroi per antonomasia come loro, i nodi finiscono per venire presto al pettine, e nel giro di quattro lune l'insolita coppia di ribelli riesce non soltanto a scampare all'agguato letale, ma a fare carriera nel giro gladiatorio, tornare in Grecia ed organizzare un vero e proprio esercito per affrontare il re.





Fin da quando sono fortunatamente riuscito ad uscire dal pericolosissimo tunnel del radicalchicchismo cinematografico che colpisce, di solito, tutti gli aspiranti cinefili alle prime armi, i film clamorosamente trash ed altrettanto clamorosamente tamarri sono diventati uno dei guilty pleasures cui più difficilmente riesco a rinunciare, specie nei giorni in cui la stanchezza prende il sopravvento e la voglia di affrontare visioni impegnate ed impegnative latita.
Ho approcciato questo Hercules - La leggenda ha inizio con più di una perplessità, convinto principalmente da Julez - che pensava si trattasse dell'imminente Hercules: the Thracian Wars con protagonista The Rock, programmato per passare sugli schermi la prossima estate - poi addormentatasi attorno al trentesimo minuto, ed ho finito per godermi selvaggiamente uno dei titoli più terribili ed involontariamente divertenti passati al Saloon dai tempi dell'indimenticabile Sharknado.
Del resto, non avrei dovuto sottovalutare il veterano del trash dietro la macchina da presa Renny Harlin, già autore di chicche assolute come Cliffhanger, Driven, The covenant e Nightmare 4, così come un cast che, tolto l'assolutamente inespressivo Kellan Lutz - che le fan di Twilight ricorderanno piuttosto bene, dato che era l'unico ad apparire umanamente simpatico tra le fila del frigido clan Cullen - vede tra i protagonisti il vero erede di Van Damme - se solo lo sfruttassero un pò di più per qualche sano film di botte - Scott Adkins, il sempre presente, fordiano e mitico Rade Serbedzjia - che è passato da Kubrick a The Snatch, senza dimenticare Io sono Li e robaccia come questa, giusto per mostrare la sua anima vagabonda - nonchè l'indimenticato Spartacus Liam McEntyre, trovatosi anche in questo caso a recitare la parte del ribelle.
E devo ammetterlo: ho voluto bene, in qualche modo, a Hercules - La leggenda ha inizio.
Perchè se è vero che si sta parlando di un'assoluta vergogna cinematografica che pare la versione di serie b di un cocktail che mescola Braveheart, Il gladiatore e 300, che il mito di Eracle appare più semplificato e tagliato con l'accetta che nella serie che vide protagonista Kevin Sorbo all'inizio degli anni novanta, che le scene d'azione - pezzi forti di titoli non particolarmente "alti" come questo - sono girate ad uso e consumo del tanto odiato 3D e che negli States - e non solo - pare sia stato un floppone da record al botteghino - che esclude quasi categoricamente un ipotetico sequel -, il lavoro del buon Renny è onesto e senza davvero alcuna pretesa se non il becero ed ignorantissimo intrattenimento di grana grossa.
Niente a che vedere con Troy, dunque, tanto per citare un film che ho detestato con tutte le forze, pronto a riscrivere l'epica e la mitologia come se fossero robetta al servizio di una discutibile operazione commerciale, quanto più una cosa equiparabile al kebab o al panino con la salamella preso nel pieno della notte per esorcizzare i demoni della sbornia lungo la strada del ritorno a casa: una piacevole scoperta per questo vecchio cowboy, che di tanto in tanto sente davvero il bisogno di lasciare che sia solo la pancia - per non dire altro - a parlare, e che i bisogni primari ed i bassi istinti escano fuori a prendere una sana boccata d'aria.
Del resto, appena svegli o dopo un allenamento, di ritorno dal lavoro o a seguito di una prepotente mangiata, un giro in bagno risulta per essere un piacere che forse in molti giudicheranno più consono tenere sotterraneo - per l'appunto - ma senza dubbio godurioso: Hercules - La leggenda ha inizio è proprio così.
Un'onesta, consistente, rumorosa cagata.
Di quelle, però, capaci di farti tornare nel mondo con un'espressione più felice stampata in volto.



MrFord



"Cause I'm strong enough to live without you
strong enough and I quit crying
long enough, now I'm strong enough
to know you gotta go
there's no more to say
so save your breath and walk away
no matter what I hear you say
I'm strong enough to know you gotta go."
Cher - "Strong enough" - 



domenica 4 dicembre 2011

Ong Bak - Nato per combattere

Regia: Prachya Pinkaew
Origine: Thailandia
Anno: 2003
Durata: 105'



La trama (con parole mie): Ting, eroe e campione di Muay Thai di uno sperduto villaggio, dopo aver completato il suo addestramento, parte per Bangkok alla ricerca della testa di una statua sacra per la sua gente trafugata da un piccolo malvivente originario del luogo.
In città è guidato da Humlae, anche lui proveniente dal villaggio ed un tempo aspirante monaco, divenuto un mezzo tamarro ossigenato pronto a fare da spalla comica al protagonista.
Ovviamente, il piccolo malvivente responsabile del furto è in realtà il galoppino di un boss locale al centro di un traffico di statue antiche e combattimenti illegali che Ting, a suon di gomitate in testa, sarà chiamato a sgominare.



Devo chiedere scusa al mio fratellino Dembo.
So che, infatti, prima o poi dovremo avventurarci nella visione del secondo capitolo delle avventure di Ting, che siamo entrambi figli di una sottocultura trash legata ai film di botte e da buoni tamarri dobbiamo tenere fede al nostro apparire duri e cazzuti, ma non riesco proprio a fingere: Ong Bak è uno dei film più brutti che mi sia mai capitato di vedere, una schifezza atomica di proporzioni bibliche che se non fosse stato per le doti atletiche indubbie del suo protagonista sarebbe in tutto e per tutto una produzione ad essere buoni dilettantesca, girata, pensata e realizzata così male da far apparire i vecchi cult del trash con Bud Spencer e Terence Hill delle cose degne della Palma d'oro, e addirittura - Julez è testimone - Don Matteo una sorta di piccolo cult che manca il sorpasso soltanto a causa della mancanza delle botte da orbi necessarie per ogni tamarrata che si rispetti.
Sequenze come quella dei combattimenti a ripetizione nel locale gestito dal boss - impagabile l'avversario giapponese, per non parlare dell'assurdo Mad Dog - o quella della battaglia finale con la Tigre - tirapiedi del suddetto boss che sfodera come colpo segreto l'iniezione dal nulla di una manciata di siringhe di steroidi nel petto - raggiungono livelli così bassi da risultare quasi incredibili, e stimolare nello spettatore domande importanti come "nella zuppa di stasera ho messo anche quei vecchi funghetti portati via di soppiatto dal Messico!?".
Tutto questo senza neppure prendere in considerazione le parti dedicate al comico/grottesco - l'inseguimento tra i taxi - o l'escursione in territori melò della conclusione legata al personaggio di Humlae/George, assolutamente ridicole e talmente brutte da risultare non solo innocue, ma quasi quasi addirittura divertenti - ho scritto quasi quasi, badate bene -.
Il mio consiglio, rispetto a questa roba, è quello di esimersi completamente e senza possibilità di replica nel caso in cui non foste appassionati dei film di botte, o di tapparvi il naso e pensare solo alle acrobatiche esibizioni di Tony Jaa nel caso in cui, al contrario, foste fan del genere: le evoluzioni di questo incredibile atleta, infatti, sono l'unica cosa per cui valga la pena di affrontare una visione di così basso livello, e le gomitate in testa rifilate agli avversari di turno sono uno spasso assoluto.
Nonostante questo, però, siamo ben lontani dall'effetto dei calci rotanti di Van Damme - Kickboxer e Senza esclusione di colpi tutta la vita, al posto di un "film" di questo genere - o della potenza dirompente di Scott Adkins: e già che ci sono, dichiaro ufficialmente che in una lotta all'ultimo calcio con l'alter ego di Boyka, il buon Tony Jaa, pur fenomenale, sarebbe destinato inevitabilmente a finire con il culo per terra.
Per non parlare del buon Jean Claude.
Ma che c'entrano Boyka e JCVD, direte voi!?
Il fatto è che un pò di folklore va fatto, anche perchè di Ong Bak è davvero difficile dire altro.

MrFord

"I'm so dead
you're the first star
you're the one who sees it all
I know
I'm so tired
and sick."
Deftones - "Fist" -


domenica 23 ottobre 2011

Assassination games

Regia: Ernie Barbarash
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 101'



La trama (con parole mie): Vincent Brazil e Roland Flint sono due tra i migliori assassini prezzolati del mondo. Il primo, professionista della vecchia scuola, continua a rifugiarsi in un vecchio quartiere di Bucarest e farsi pagare in diamanti in attesa di ritirarsi, mentre il secondo, già scomparso dai radar dei suoi vecchi datori di lavoro, accudisce a tempo pieno la moglie in stato vegetativo a seguito dell'attacco del criminale Polo.
Quando i vertici dell'Interpol si ritrovano al centro di uno scandalo di corruzione, emerge la necessità di eliminare tutti i "collaboratori esterni" di cui gli stessi si sono avvalsi nel corso degli anni: a questo punto il ruolo di Polo diviene importantissimo per stanare Flint ed eliminarlo.
Peccato che, dopo una prima serie di schermaglie, quest'ultimo e Brazil uniranno le forze per fare piazza pulita di tutti quelli che pensano di potersi liberare di loro neanche fossero l'immondizia del giorno prima.
E a quel punto, sarà chiaro a tutti come andranno a finire le cose.



Quando, quasi per caso, ho scoperto l'esistenza di questo film, ho avuto una sorta di tuffo al cuore.
Scott "Boyka" Adkins, ammirato in Undisputed 2 e 3, e l'intramontabile Van Damme fianco a fianco nella stessa pellicola significava, in qualche modo, rivivere i fasti degli Expendables o immaginare un incontro tra Snake Plissken e Rambo.
L'emozione, dunque, era quella delle grandi occasioni e del bambino che è in noi tornato a farsi prepotentemente sentire neanche avesse addocchiato un giocattolo cui proprio sente di non poter fare a meno.
Peccato che, nonostante le premesse di botte da orbi ed una confezione che strizza l'occhio alla quasi autorialità - chiara imitazione dell'ottimo JCVD -, Assassination games somigli più al soporifero Professione assassino che non alle pellicole che, ormai vent'anni fa, lanciavano il vecchio Jean Claude nell'Olimpo degli eroi action più amati di tutti i tempi, finendo per rendere questo film un ibrido senza troppi spunti che, nel corso della visione, rischia addirittura di annoiare in più di un'occasione, tanto pare evidente lo sforzo di portare a casa un risultato nettamente al di sopra delle effettive possibilità di regista, attori e staff tecnico, risultando addirittura, a tratti, involontariamente ridicolo - o quasi, come nella sequenza iniziale, che pare uscita da un siparietto caricaturale di Kusturica e viene salvata solo grazie ad uno dei momenti di maggior fisicità dell'intera pellicola, firmato dall'inossidabile Van Damme -.
Colpevole principale dell'insuccesso dell'operazione, almeno per quanto mi riguarda, è il regista, che evita non si sa per quale oscura ragione di avvalersi delle straordinarie doti fisiche soprattutto di Adkins e si concentra su uno script che avrebbe potuto portare in scena anche il più bolso dei Ray Liotta con una pistola in pugno: quando hai per le mani un atleta come l'anglosassone succitato, è quasi un delitto pensare di sprecarlo nel ruolo del marito malinconico e triste - ingiustificata, oltretutto, la scena dell'aggressione subita dalla moglie di Flint, che da buono spaccaculi inarrestabile difficilmente starebbe legato come un salame da un pò di nastro isolante ad una sedia mentre violentano e lasciano in fin di vita la sua compagna - impegnato quasi esclusivamente dalla lunga distanza e che neppure di fronte al suo nemico giurato - il già citato Polo - sfodera una scazzottata come ci si aspetterebbe in questi casi.
Lo stesso Van Damme, che cerca in tutti i modi di salvare il salvabile - la storia con la prostituta che sogna il riscatto e le carezze alla tartaruga sono degne delle sue migliori perle trash figlie dei gloriosi eighties -, appare poco convinto della validità dell'intera operazione, e nonostante per primo abbia investito denaro nel progetto, pare certo che i fasti del già citato JCVD non possano essere raggiunti neppure per scherzo.
Un vero peccato, perchè un approccio più tamarro e casinaro avrebbe sicuramente reso questo film un piccolo cult di genere, in grado di far saltare di gioia i fan della vecchia scuola come il sottoscritto sempre soggetti al fascino di qualche caro, vecchio, sonoro calcio rotante.

MrFord

"Yeah, yeah!
Tear it up,
rip it up
kick it up!"
Peaches feat. Iggy Pop - "Kick it" -


giovedì 15 settembre 2011

Undisputed 3

Regia: Isaac Florentine
Origine: Usa
Anno: 2010
Durata: 96'





La trama (con parole mie): Yuri Boyka, dopo la sconfitta patita contro George Chambers al termine della sfida finale nel capitolo precedente della trilogia di Undisputed, è caduto in disgrazia nella prigione russa all'interno della quale è detenuto, il suo ginocchio è molto malandato e pare ormai privo della cattiveria e dell'energia di un tempo.
Quando, però, viene a sapere che Gaga - di nuovo non Lady, ma il boss locale - ha intenzione di iscrivere il campione del penitenziario ad un torneo internazionale che vedrà affrontarsi detenuti provenienti da tutto il mondo, Boyka riprende ad allenarsi deciso a riguadagnare il rispetto ed incutere di nuovo il sacro terrore nel pubblico dei suoi match.
Sistemate le cose con il nuovo campione, Boyka partirà con Gaga per le finali della competizione, durante le quali la rivalità con il lottatore americano Turbo diverrà amicizia e si scopriranno traffici degli organizzatori affinchè a vincere sia il colombiano Dolor.
Ovviamente, i gentiluomini in questione avranno fatto i loro conti senza pensare alla furia del selvaggio Yuri.



Neppure il tempo di riprendermi dall'ottima sorpresa - sempre in termine di tamarrate senza controllo dal divertimento sfrenato - costituita da Undisputed 2 e mi ritrovo addirittura a complimentarmi con Isaac Florentine per aver addirittura migliorato il precedente lavoro con il - per ora - conclusivo capitolo della quasi sua trilogia dedicata ai combattimenti carcerari.
Scott Adkins, sempre più sorprendente nelle sue esibizioni durante gli incontri, torna a vestire i panni di Yuri Boyka - ormai definitivamente consolidato come protagonista della pellicola - mostrando quella che è una scalata non soltanto verso la vittoria di un torneo, ma anche tendente ad uno status che lo porta dall'essere il campione da battere tendenzialmente stronzo all'uomo simbolo del riscatto neanche fosse un novello Apollo Creed, finendo però, al contrario dell'amico di una vita dello Stallone italiano, per ripassare come si deve anche gli avversari più difficili, trovando nel frattempo anche lo spazio per ritagliarsi un'amicizia di stampo ancor più virile di quanto non fosse quella in qualche modo maturata tra lui ed Iceman Chambers con Turbo, lottatore statunitense suo potenziale avversario nel corso del torneo internazionale indetto dai vari ed eventuali boss del crimine con in palio la libertà per il vincitore assoluto.
Oltre ad una serie di coreografie straordinarie per quanto riguarda i combattimenti - esemplare il match tra Boyka ed il combattente brasiliano, un mix ad altissima velocità d'esecuzione di arti marziali, capoeira e MMA style - e ad una maggiore caratterizzazione dei personaggi - per quanto possa essere possibile per pellicole "da battaglia" come questa - al regista riesce inoltre - e con discreta ironia - il racconto dell'evoluzione di un'amicizia/rivalità come di recente avevo visto, rimanendo in ambito trash e con risultati, nel caso di Boyka e Turbo, nettamente superiori, in 2 fast 2 furious.
Un ottimo film da spegnimento di cervello, dunque, ancora più indicato del precedente per le serate con gli amici e, speriamo, non ultimo di questa serie, nel suo ambito sicuramente soprendente e certo più divertente e scorrevole di tentativi autoriali di appropriarsi del genere - Fighting di Dito Montiel, clamoroso fallimento del regista del meraviglioso Guida per riconoscere i tuoi santi -.
Certo, stiamo sempre e comunque parlando ci Cinema "basso", ma di certo in grado di conquistarsi una sua nutrita schiera di fan - grazie anche ad un protagonista azzeccatissimo - e riuscire commestibile - più o meno - anche a chi non risulti propriamente avvezzo ai film dal cazzotto facile.
Difficile dire altro, a proposito di una pellicola tutta votata all'azione - che sia sul quadrato, oppure no -, se non invitarvi a godervela ricordando i bei tempi dei Bruce Lee ed affini, scoprendo al contempo la potenziale affermazione di un nuovo, incredibile eroe action e godendovi uno spettacolo assicurato da veri e propri fenomeni del quadrato: in qualche modo, complici lo script, i protagonisti "buoni" o "cattivi" da fumettone e lo spettacolo coreografato nel dettaglio, quasi quasi la serie di Undisputed - o perlomeno, i suoi ultimi due capitoli - mi ha fatto tornare alla mente il mio caro, vecchio wrestling.
E qui al saloon non può che essere un valore aggiunto.

MrFord

"Hit me with your best shot
why don't you hit me with your best shot?
hit me with your best shot
fire away."Pat Benatar - "Hit me with your best shot" -


mercoledì 14 settembre 2011

Undisputed 2

Regia: Isaac Florentine
Origine: Usa
Anno: 2006
Durata: 98'
La trama (con parole mie): George "Iceman" Chambers, protagonista dell'epica sfida in un carcere americano contro il detenuto Monroe Hutchen, si trova in Russia per rimpinguare le sue magre finanze dopo il rilascio sfruttando la pubblicità.
Ma Gaga - non Lady, bensì un boss locale - lo vuole dietro le sbarre in modo da poter arrangiare un giro di scommesse attorno ad una sfida contro il leggendario campione Yuri Boyka, spauracchio ed idolo dei detenuti, ancora imbattuto: dunque viene ordito un inganno, e grazie ad una busta di cocaina e un pò di sana e vecchia corruzione Iceman finisce in cella, costretto a subire ogni tipo di angheria e ricatto almeno fino a quando non avrà accettato di battersi contro lo stesso Boyka.
Quando sulla bilancia viene messa la sua libertà, il pugile statunitense accetta la sfida, ma i suoi guai saranno appena all'inizio.



Fin da bambino, e dai gloriosi anni ottanta, i film "di botte" sono sempre stati uno dei piccoli cult da sfogo mentale più gettonati di casa Ford, dalle scazzottate omeriche di John Wayne ne "L'uomo tranquillo" o di Rock Hudson ne "Il gigante" fino ai rumori delle risse di Bud Spencer e Terence Hill, per giungere a Bruce Lee, Van Damme e, ovviamente, l'intera saga di Rocky.
Da tempo, però, non provavo così tanto gusto nella visione di una tamarrata tutta cazzotti e testosterone come questa: qualche anno fa, convinto dalla regia di Walter Hill e da alcune ottime recensioni, mi capitò di vedere il primo capitolo di questa trilogia, rimanendone parzialmente deluso, e rimandando dunque la visione dei successivi a tempi migliori.
Soltanto di recente, grazie al parere entusiastico di Frank Manila, mi sono deciso a chiudere il cerchio rispetto alla vicenda di "Iceman" Chambers ed aprire quello dedicato al vero, incredibile protagonista di questo film - e, onestamente, ancor più del successivo -: l'inossidabile Yuri Boyka, interpretato dal granitico e fenomenale Scott Adkins, una vera e propria roccia che pare uscita dai ring delle MMA ed invece risulta essere semplicemente un attore da sempre specializzato nelle arti marziali.
Perchè se la script non dice nulla che non siano petti in fuori, amicizia virile ed espressività pari a quella di enormi massi - una specie di "Schwarzy-style" -, e si mescolano abilmente e con una discreta dose di autoironia Sorvegliato speciale, Tango e Cash, Senza esclusione di colpi ed affini, i combattimenti sono dei veri e propri gioiellini di genere, e Adkins - che realizza i suoi stunt senza controfigure - è il primo essere umano cui vedo eseguire serie incredibili di calci rotanti anche migliori di quelli del grande Maestro JCVD.
L'ambientazione carceraria ed il tema della corruzione - che, a tratti, potrebbero addirittura suonare offensivi per un pubblico russo - costituiscono un'ottima cornice per coltivare i rapporti da duri che solo i veri uomini sanno coltivare, dalla rivalità tra Chambers e Boyka all'amicizia che progressivamente nasce tra Iceman e Crot, che permette alla pellicola addirittura un finale quasi strappalacrime legato a doppio filo - come nel mitico episodio delle giacche a vento - alla solidarietà tra detenuti.
Un film di basso, bassissimo profilo che riesce ad essere quello che il nuovo millennio non ha ancora perfettamente inquadrato rispetto al Cinema di genere tamarro e fracassone: un inno al machismo sfrenato con un sacco di botte - peraltro di gran classe -, signore coreografie degli incontri, sangue a fiumi e tutta l'ingenuità sguaiata che pareva permessa soltanto una ventina d'anni fa, ma che, fortunatamente, qualcuno continua a ricordare ad un pubblico ormai fin troppo abituato a blockbusteroni che insistono nel prendersi troppo sul serio.
Ben vengano dunque i Chambers - e soprattutto i Boyka - a rallegrare le serate tra amici da sbronza selvaggia e "siamo tutti cazzutissimi": almeno, non si ha la sensazione di assistere a baracconate dal dubbio retrogusto politico come 300.
Meglio "Boy-ka! Boy-ka!" che "Questa-è-Sparta!"
Poco ma sicuro.
Anche perchè, con tutto il bene che posso volere a Gerard Butler, ho proprio paura che Scott Adkins sia un cliente un pò troppo duro anche per il signor Leonida.

MrFord

"Here's the last man standing
step right up, he's the real thing
the last chance of a lifetime
come and see, hear, feel, the real thing."
Bon Jovi - "Last man standing" -


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