Risale ormai a quasi un anno fa il proposito della cavalcata, in onore di Creed e del Globe - nonchè dell'Oscar mancato -, di recuperare tutte le pellicole con protagonista il buon vecchio Sly che ancora non mi era colpevolmente capitato di vedere o recensire, e devo ammettere di essere felice di non aver ancora portato a termine quest'impresa.
Taverna Paradiso, giunto di fatto come tappabuchi per una delle sere in cui, rientrato tardi dal lavoro, finisco - o potrei dire finivo, considerata la mia condizione attuale di padre casalingo e futuro disoccupato - per cenare da solo e trovare soluzioni alternative che mi permettano di cucinare e rassettare nel corso della visione - quindi non sottotitolate - mentre tutta la tribù è nel mondo dei sogni, e partito da aspettative bassissime, si è rivelato, al contrario, una visione molto istruttiva legata al percorso di uno dei miei idoli incontrastati, per l'appunto il Silvestrone: scritto e diretto dal Nostro, ambientato nella New York degli anni appena successivi alla Seconda Guerra Mondiale, questo film molto pane e salame, a metà tra West Side Story - anche se non si tratta di un musical - e l'approccio operaio europeo di Ken Loach, a livello di scrittura funge da palestra nonchè da formazione per quello che sarà - sempre grazie alla penna di Stallone - il primo Rocky, ragazzone dei bassifondi con la battuta facile - anche se molto meno guascone di Cosmo Carbone - e la voglia di riscatto tipica di chi si è dovuto fare il culo tutta la vita e cerca la grande occasione.
Tra le altre cose, a prescindere dalla cornice fumosa e quasi gangster, è stato davvero incredibile scoprire quanti dettagli di questo film possano ricondurre alla mia esperienza, alla mia vita ed a quello che mi conquista, dalla presenza di Tom Waits nel cast a quella di Terry Funk - storico wrestler ECW e WWE - nel ruolo del lottatore malvagio contrapposto al fratello forzuto ed un pò tonto di Cosmo, senza contare le tematiche della fratellanza, della famiglia e, per l'appunto, del riscatto degli outsiders.
Una piccola, grande scoperta, dunque, che aggiunge senza dubbio altro affetto nei confronti di uno scrittore, regista ed attore che è ed è stato una delle fondamenta più solide della formazione fordiana, nonostante l'abbia abbandonato - come un genitore, in un certo senso - negli anni dell'adolescenza per ritrovarlo con rinnovato affetto con la maturità: senza dubbio Taverna Paradiso resta un film acerbo e per certi versi incompiuto, frutto delle influenze che lo stesso Stallone deve aver avuto come regista e sceneggiatore prima ancora che come attore, eppure devo ammettere che, nella sua ingenua semplicità, è un prodotto come ora se ne fanno davvero pochi, in grado di conquistare a prescindere dallo scetticismo di partenza, fuori dai generi nonostante una collocazione abbastanza netta e più legato all'idea di un Cinema che racconti una storia che non a quello pronto a dare lezioni di tecnica o profondità.
Un Cinema come piace a questo vecchio cowboy.
Che non sarà perfetto, ma è quello che fa sentire a casa, tra fratelli, a prescindere da litigi, divergenze, limiti e sogni infranti: un Cinema che è una zuppa calda quando d'inverno, per la strada, a guadagnarsi il pane, finisci per congelarti anche il culo.
E da queste parti va bene così.
La trama (con parole mie): Sabrina, Jamie, Cody e Teresa sono solo
quattro delle oltre cinquanta donne catturate e segregate da una coppia
che, in una tenuta all'interno della quale è ospitata una platea di più
che benestanti ospiti, obbliga le prigioniere a battersi in un'arena a
mani nude fino alla morte minacciandole di uccidere, nel caso di rifiuto
di scendere in campo, le persone a loro più care.
Sabrina, legata alla
figlia che ha dato in adozione tredici anni prima ed alle compagne di
sventura Cody e Teresa, dovrà lottare con tutte le forze senza
seppellire la speranza, più che di una vittoria nella competizione, di
una fuga disperata.
Con ogni probabilità - e so già che si scateneranno le illazioni del
Cannibale - se non fossero esistiti i film di botte non mi sarei mai
davvero appassionato alla settima arte: ricordo ancora discretamente bene il
passaggio tra i cartoni animati Disney e le sarabande di legnate targate
Bud Spencer e Terence Hill, che furono la vera e propria anticamera per
gli anni d'oro di Stallone, Schwarzy, Van Damme e soci, a loro volta
veicolo per la scoperta del Cinema anche nella sua versione più
adulta ed autoriale.
Certo, con l'autorialità questo tipo di
proposte assolutamente ludiche c'entra poco o nulla, eppure ancora oggi
la goduria maggiore giunge proprio da generi sottovalutati come questo,
che permettono di staccare la spina del cervello ed alleggerirsi
rispetto alla quotidianità: Raze, in particolare, esplora un territorio
quasi esclusivamente maschile da un punto di vista in rosa forse per la
prima volta - onestamente, non ricordo un'altra pellicola stile eighties
con tanto di torneo con combattenti donne -, portando alla ribalta
volti forse ai più poco noti - come Zoe Bell, controfigura di Uma
Thurman in Kill Bill ed una delle protette di Tarantino -, altri che i
fan del piccolo schermo riconosceranno come Tracie Thoms e Rachel
Nichols ed altri ancora decisamente famosi come quello di Rosario
Dawson, che si ritaglia una piccolissima parte probabilmente in ricordo
dei tempi di Death Proof -.
Il prodotto finale, giunto in casa
Ford grazie al mio fratellino Dembo, sempre prodigo di proposte tamarre
perfette per il sottoscritto, non è male e non cerca facili soluzioni -
si veda il finale -, deve molto allo stesso Tarantino, a prodotti come
The woman ed al fascino che, negli ultimi anni, ha esercitato sugli
sportivi il circuito delle MMA - che, personalmente, io non amo, troppo
simili ad una rissa senza regole ed assolutamente poco disciplinate
rispetto alle arti marziali ed alla boxe -, eppure avrebbe potuto puntare
ad uno status perfino più alto se non ci si fosse concentrati troppo su
un certo compiacimento nella violenza dei combattimenti - era davvero
necessario concludere gli scontri con la morte di una delle due
contendenti? - ed alcuni passaggi più vicini al gore che non al
grottesco che probabilmente erano parte degli intenti dell'autore.
Fatto
lo stomaco rispetto ai passaggi più inutilmente violenti, resta un
impianto in pieno stile Senza esclusione di colpi supportato da una
riflessione di fondo sul ruolo della donna e la sua lotta per emergere
in un mondo dominato non solo dall'uomo, ma da donne che hanno accettato
un ruolo subordinato e di facciata rispetto allo stesso - senza dubbio i
fan di vecchia data del piccolo schermo riconosceranno la Audrey di
Twin Peaks -: un prodotto, dunque, d'intrattenimento ma non solo, che
pecca soltanto nella rappresentazione quasi morbosa degli scontri ma non
in uno spirito che non dispiacerebbe al bad guy e già stracitato
Quentin.
Josh C. Waller, regista al suo esordio sul
lungometraggio, potrebbe comunque rimanere sulla buona strada
dell'action dura e pura, smussare almeno in parte gli angoli e sperare
di ritagliarsi uno spazio anche marginale nell'ambito grindhouse.
In fondo, titoli come questo ci sguazzano.
O meglio, si guadagnano il loro spazio un colpo dopo l'altro.
MrFord
"I'm a fist of rage
one foot in the grave
I'm a fist of rage
far from saved
I'm a fist of rage
in a broken state."
La trama (con parole mie): Spartacus e gli schiavi liberatisi dal giogo di Roma marciano nelle campagne alla ricerca di una via che possa condurli lontani dalla Repubblica, mietendo vittime su vittime ed aumentando le proprie fila con ogni uomo, donna o bambino senza più un dominus cui fare riferimento per la vita o per la morte.
La loro cavalcata li porta a Sinuessa, città portuale che potrebbe fornire ai ribelli una via di fuga ed un rifugio per l'inverno incombente: il senato romano, nel frattempo, assegna il compito di porre fine alla lotta ingaggiata dal valoroso trace a Crasso, ricchissimo condottiero pronto a scendere in campo per mettersi alla prova e guadagnare ulteriore potere, supportato dal giovane rampollo Tiberio e da Giulio Cesare.
Spartacus, conquistata Sinuessa ed affidatosi ai pirati cilici per abbandonare l'Italia, dovrà rivedere la sua strategia quando Crasso minerà dall'interno i suoi piani, e considerare l'idea di affrontare in campo aperto l'esercito numericamente superiore dei suoi nemici in modo da garantire la fuga attraverso le montagne di almeno una parte del suo seguito.
Avrei potuto scrivere tante cose, a proposito di Spartacus e della sua splendida, commovente, potentissima ultima stagione.
A cominciare dal fatto che resta un'impresa non da poco rendere avvincente ed appassionante una vicenda che tutti gli spettatori sapevano già come si sarebbe conclusa.
Perchè la rivolta di Spartacus, avvenuta attorno al settanta avanti cristo, fu soggiogata nel sangue dall'esercito romano guidato da Crasso a seguito di una serie sorprendente di vittorie ottenute dagli schiavi, e per quanto il corpo del suo condottiero, un trace che rifiutò il suo destino di gladiatore, non fu mai ritrovato, fu resa esempio e trasformata in monito lungo la Via Appia, luogo che ospitò la crocefissione di tutti i ribelli catturati dall'esercito della Repubblica.
Avrei potuto scrivere che tutti, dalla produzione, agli attori, agli sceneggiatori, hanno sputato sangue per trasformare quello che io stesso ritenevo, inizialmente, un prodotto baracconistico e di grana grossa in una delle più importanti serie televisive degli ultimi anni, e che episodi come Decimation - il quarto - e i due conclusivi entrano di diritto a far parte del meglio che il piccolo schermo abbia offerto da sempre.
Avrei potuto scrivere della conferma di personaggi letteralmente perfetti come Gannicus - che tra alcool, donne ed un debito verso il fu Oenomaus, è stato il più fordiano tra i ribelli -, Crixus - un lottatore dall'inizio alla fine, gladiatore per indole, e non certo per schiavitù -, gli stessi Crasso - un nemico finalmente all'altezza dell'importanza della rivolta guidata da Spartacus - e Cesare - un predatore, nel bene o nel male, che definisce le doti di quello che necessitano politica e conquista e pone le basi, chissà, per rendere possibile uno spin off della serie -, o raccontare dell'emozione che il crescendo delle vicende ha materializzato in un commiato dal pubblico clamoroso come questo sono riusciti a trasmettermi, lasciandomi di fronte all'ultimo episodio con le lacrime agli occhi.
Ma preferisco scrivere di una cosa che mi riguarda personalmente, come spesso accade quando opere di fiction come film o serie toccano corde che normalmente tengo ben lontane da qualsiasi plettro o canzone per evitare di apparire troppo fragile o semplicemente troppo vivo per il mondo: l'azienda in cui lavoro si avvicina inesorabilmente alla chiusura, e nonostante la stessa, nel corso di questi ultimi anni, non sia riuscita a darmi le soddisfazioni che avrei voluto mi desse e non mi rappresenti davvero nel profondo - anzi, quasi per nulla, a dire il vero -, è stata comunque una parte importante della mia vita.
Neppure un mese fa sono stato contattato per un colloquio che mi avrebbe portato ad un lavoro decisamente differente da quello che faccio, in qualche modo più prestigioso e remunerativo - se così possiamo definire, comunque, una professione da comuni mortali, e non qualcosa che permetta di fare i soldi veri rimanendo a pancia all'aria -, che ha condotto ad un secondo, quindi ad un terzo.
Di fronte ho avuto la scelta legata da un lato al rischio di una mobilità che precede la disoccupazione - ammesso che, nel frattempo, non si riesca a trovare un lavoro di qualsiasi genere - e dall'altro alla possibilità di cambiare, affrontare un approccio nuovo e differente, e mettere sul piatto un'eventuale domani che ad avere il doppio - se non di più - di quello che ho avuto in questi anni.
Tempo contro soldi, in qualche modo.
Ci ho pensato per giorni, cercando di capire quale sarebbe stata la scelta migliore possibile non solo per me, ma per la mia Famiglia, per il futuro e chissà per quante altre cose.
In alcuni momenti pensavo di essere certo di una scelta, per poi ritrovarmi a sostenere le ragioni del contrario.
Ci è voluto Spartacus, per farmi capire quale strada prendere.
Spartacus che, di fronte ad un destino ormai ovvio, e al riconoscimento del suo valore da parte di Crasso, che afferma "E' un peccato che tu non sia nato Romano: perchè in quel caso ti avrei avuto al mio fianco", risponde "E' una fortuna che non sia stato così".
Nel corso delle nostre vite, ci muoviamo legandoci a compromessi che quotidianamente accettiamo per poter definire il nostro status di "animali sociali", ed è giusto, in qualche modo, che le cose vadano così: eppure c'è qualcosa che non possiamo, non dobbiamo mai dimenticare.
Esistono Libertà più profonde ed intime che non possiamo lasciare taciute.
Anche quando sono cose di ben poco conto rispetto alla schiavitù per affrancarsi dalla quale uomini e donne diedero fieramente la vita sacrificandosi lottando contro un mostro di dimensioni titaniche più di duemila anni fa.
Sempre Spartacus afferma: "Il passato non può essere cambiato, ed il futuro è incerto: non resta che vivere nel presente, e lottare per quello che siamo".
Guardare l'ultimo episodio di questa serie mi ha convinto a rifiutare un lavoro che avrebbe significato sicurezza, ma anche abbandonare quella parte di me che ogni giorno spinge affinchè questo corpo si muova usando le mani, la pancia e il cuore.
In fondo, fin da quando sono nato, ho sempre saputo da quale parte della barricata sarei stato: e onestamente, da un certo punto di vista mi dispiace di essere nato in un'epoca che preveda che tutti si sia un pò addomesticati, perchè avrei dato volentieri il mio sangue per gridare in faccia a tutti i Romani della Storia che ci sono cose di ogni Uomo che non possono essere toccate. Mai.
Avrei dato volentieri il mio sangue - e lo darò ogni giorno - perchè mio figlio potesse guardare qualcuno dritto negli occhi senza pensare che il potere o il denaro possano fare davvero la differenza.
Avrei dato volentieri il mio sangue - e lo darei anche adesso - per chi amo, e per la mia Famiglia.
Per un Fratello.
Gannicus, Crixus, Agron, Spartacus.
Andy Whitfield. Che forse era da questa parte della barricata anche lui, che ha dovuto pagare al Destino una fortuna che non gli era stata promessa.
Avrei dato volentieri il mio sangue per assistere alla vittoria che ha visto un Impero sprofondare nella polvere ed il ricordo di un trace nato sulla sabbia dell'arena vivere ancora oggi, anche in queste righe.
Non posso farlo solo perchè ormai siamo troppo addomesticati, e dare battaglia significa soltanto rifiutare un lavoro che ci snatura e stringere la cinghia per arrivare a fine mese.
Ma non per questo ho intenzione di abbassare la testa e dare credito a chi pensa di essere migliore di qualcun'altro soltanto per denaro, posizione o diritto di nascita.
E se un giorno dovessi ammazzare, o morire perchè questo possa essere ricordato, ben venga.
In punto di morte, Spartacus pensa a quando, finalmente, potrà udire di nuovo quello che è il suo vero nome per bocca della moglie cui andrà a ricongiungersi.
Io non lo so se dopo, per lui, effettivamente ci sarà stato qualcosa. O se ci sarà per noi.
So che Spartacus è stato un Uomo, con tutti i difetti e le cadute del caso.
Un Uomo dalla mia parte della barricata.
Che ha vinto, a modo suo.
Sono felice di non essere nato Romano.
E di conoscere il vero nome di questo indomito combattente. Di questo Fratello.
E' il mio. Quello di mia moglie. Di mio figlio. Di mio fratello. E sì, anche del Cannibale.
Dei miei genitori, dei miei colleghi, di chi affronta il Potere con la forza della sua voce.
Siamo tutti qui.
Grazie, Spartacus.
MrFord
"Freedom, give it to me
That's what I want now
Freedom, that's what I need now
Freedom to live
Freedom, so I can give."
La trama (con parole mie): Kowalski è un veterano del Vietnam, ex poliziotto e professionista della velocità cacciato dai circuiti per la sua inclinazione all'alcool che consegna macchine truccate per conto di un'agenzia di Denver.
Quando, alla guida di una Dodge Challenger bianca, decide di arrivare in California in meno di due giorni, comincia di fatto una sfida contro il sistema tutta giocata sulla velocità ed i limiti che la vettura - e lui stesso - possono essere in grado di superare.
Attraverso il Colorado, il Nevada ed il deserto della terribile Death Valley, l'uomo si troverà in bilico tra i ricordi del suo passato, le sirene della polizia al suo inseguimento e la voce di un dj profondamente "soul" che diviene passo passo una sorta di guida spirituale: la sua corsa diverrà, di fatto, una sfida allo status quo made in Usa.
Da tempo ormai quasi immemore sostava al saloon in attesa di una degna visione Punto Zero, procuratomi dal mio fratellino Dembo e fortemente sponsorizzato da Ottimista, due dei frequentatori più importanti di questo crocevia fordiano: finalmente, dunque, sono riuscito ad aggiungere uno dei maggiori cult della generazione di Easy rider e Duel alla lista delle visioni messe in bacheca, e devo ammettere che questo forse meno celebrato lavoro di Sarafian ha tutte le carte in regola per essere omaggiato quanto i suoi due illustri compagni di leggenda.
Partito quasi in sordina nonostante gli strepitosi inseguimenti tra la Dodge Challenger del protagonista e le vetture e le motociclette delle forze dell'ordine ed apparso quasi datato a causa di un montaggio frammentario come nelle più allucinate pellicole ribelli del periodo, il lavoro con protagonista Barry Newman è riuscito ad acquisire sempre più spessore chilometro dopo chilometro e minuto dopo minuto, quasi la visione fosse figlia di un'accelerazione estrema ed inarrestabile, un grido di libertà contro il sistema, il destino e le avversità dalla vitalità e dalla potenza incontenibili, in bilico tra il mito di Jimmy Dean e La locomotiva gucciniana, giocato sulla narrazione di una voce off che mi ha ricordato un altro supercult dei gloriosi seventies,I guerrieri della notte di Walter Hill ed intriso di quella volontà incrollabile che solo i miti paiono riuscire ad avere, impreziosito da un'ellissi che regala nel finale il senso all'insieme dello script.
E proprio di mito si tratta, rispetto al protagonista Kowalski - nome che ormai è una garanzia in casa Ford, considerati Gran Torino e Un tram che si chiama desiderio -: un uomo dalle pochissime parole e dallo sguardo spiritato, lanciato in una corsa solo apparentemente immotivata attraverso gli States, rapito dai ricordi e da incontri surreali e grotteschi che ricordano lo splendido Una storia vera di Lynch.
Punto Zero è un road movie spinto dalla volontà non tanto di fuggire, ma di battersi rompendo regole, schemi e restrizioni - in fondo, le polizie dei singoli Stati si fermano sempre alla frontiera lasciando che i tutori dell'ordine dell'altra parte del confine raccolgano la patata bollente rappresentata da questo pilota tanto folle -, votato in qualche modo neppure troppo sotterraneo all'autodistruzione - la scommessa con lo spacciatore di Denver - e ad un tempo straordinariamente pulsante, desideroso di trovare un se stesso sempre al massimo, stanco dei compromessi che celano troppe bassezze - i ricordi del passato da poliziotto - e pronto a volare letteralmente avanti a tutti quelli che cercheranno di intralciare il suo incredibile viaggio - l'automobilista spocchioso al volante di un'automobile da corsa -.
Da questo punto di vista è impossibile non rimanere a bocca aperta di fronte alle splendide riprese dei duelli tra le vetture, in grado di ricordarmi le meraviglie di Blues Brothers e Ronin, punti di riferimento del genere ancora oggi oltre ai già citati Easy rider e Duel: la Dodge di Kowalski, come i cavalli selvaggi degli eroi del western, vibra sulle note lanciate da Super Soul, un personaggio fondamentale nell'ottica di protesta sociale che, nella musica come nei film alternativi come questo fu a dir poco necessaria per porre le basi di un progresso sociale per cui ancora oggi si continua a lottare - e si dovrebbe fare in misura anche maggiore -.
Così come le motociclette portate da Dennis Hopper e Peter Fonda, la Challenger con Barry Newman al posto di guida diviene un simbolo in grado di andare oltre lo spazio e il tempo, così come alla pellicola di cui è di fatto co-protagonista per diventare un anelito di libertà da manuale per gli anni ruggenti.
Perchè non ci sono convenzioni, ricordi, impieghi o leggi dalle quali, almeno una volta nella vita, non vorremo trascendere, fuggendo per andare il più lontano possibile e poi, quando le stesse meno se lo aspettano, tornare con bel drift quasi disegnato sui nostri passi, schiacciare il pedale a tavoletta e correre loro incontro, pronti ad abbattere ogni muro e superare ogni confine.
In quei momenti, ed ogni volta che troviamo il coraggio di accelerare, Kowalski è con noi.
E scopriamo di aver trovato il Punto Zero delle nostre lotte.
MrFord
"Living easy
loving free
season ticket for a one way ride
asking nothing
leave me be
takin' everything in my stride
don't need reason
don't need rhyme
ain't nothin' I would rather do
going down
party time
my friends are gonna be there too."
La trama (con parole mie): Paul Kemp, sregolato giornalista appena giunto nella Porto Rico nei primi anni sessanta, trova lavoro presso il quotidiano che gli Usa controllano nell'ottica dell'assetto politico del periodo, reso instabile dalle tensioni tra gli Usa e il blocco sovietico.
Stretta amicizia con gli scombinati colleghi Sala e Moberg, tra un rum ed una scorribanda in macchina, l'uomo ha giusto il tempo di trovare un canale che potrebbe portarlo alla sicurezza e al denaro per poi bruciarlo prendendosi una cotta da antologia per la donna di Sanderson, eminenza grigia dell'isola le cui influenze si fanno sentire a tutti i livelli: la lotta per il suo cuore e per la libertà di stampa locale faranno da stimoli alla carriera futura del giornalista, pronto per la prima volta nella sua vita a tracciare la rotta della sua professionalità - e non solo -.
A volte capita che un film senza particolari pretese, tendenzialmente patinato, con un cast che gioca sull'ordinaria amministrazione ed una regia senza alcun picco, tratto come se non bastasse da un romanzo di un autore cult eppure privo di una sceneggiatura che possa dare anche un minimo di mordente alla storia riesca a conquistare senza, di fatto, averne alcun merito.
E' il caso di The rum diary, promosso e distribuito come una versione vintage di Paura e delirio a Las Vegas - l'autore dei romanzi è lo stesso, il mitico Hunter S. Thompson -, lontano anni luce dalla potenza di quello che vorrebbero venderci come il suo predecessore, eppure in grado di incollarmi allo schermo con lo stesso piacere che mi pervade quando vedo e rivedo fino allo sfinimento pellicole che sono considerate cult in casa Ford, pur non facendo leva su una vicenda particolarmente avvincente o ben scritta.
Non so se sia stata la crescente passione del protagonista per Amber Heard, l'ambientazione caraibica, il rum o la tendenza dei giornalisti portati sullo schermo da Depp, Michael Rispoli e Giovanni Ribisi di perdersi dentro e fuori se stessi come solo chi conosce bene l'alcool sa e può fare, o il fascino di un'epoca in cui la lotta poteva essere vissuta come un viaggio o un'esperienza, ma non ho avuto un solo istante di cedimento dall'inizio alla fine, e pur non sentendomi particolarmente coinvolto, mi sono lasciato cullare da una pellicola senza particolari pretese - del resto, Bruce Robinson resta un signor nessuno - capace comunque di trasportarmi nel pieno del periodo che fotografa, accarezzandomi con quel gusto per la siesta ed il tempo rubato al normale e quotidiano incedere dello stesso tipico del concetto di Sud che tanto mi attrae.
A rendere il tutto un cocktail ancora più piacevole da mandare giù sorso dopo sorso il confronto tra Kemp ed i suoi due antagonisti, lo scorbutico scribacchino e direttore del giornale Lotterman - un ottimo Richard Jenkins che impersona alla grande il tipico esecutore servo del potere dalle nevrosi pronunciate - e l'odioso arricchito Sanderson - un sempre efficace Aaron Eckhart -, uomo dallo stile madmeniano e dai modi spocchiosi di chi pensa che il denaro ed il potere rendano, di fatto, una persona migliore di tutte le altre: la scombinata gang formata da Depp e i suoi, di contro, si porta sulle spalle tutto lo scoordinato panesalamismo che tanto è amato qui al saloon, regalando momenti al limite del grottesco - la bistecca nel locale, l'inseguimento con l'incendio del poliziotto, il collirio allucinogeno - che sono stati, di fatto, una vera e propria pacchia per il sottoscritto.
Ma è la passione amorosa che coglie Kemp travolgendolo ad aver in qualche modo vinto ogni mia resistenza rispetto all'apprezzamento di questo film, giocata tutta nella sequenza della macchina lanciata a tutta velocità e della sfida tra lo stesso giornalista e Chenault, simbolo di un gioco di seduzione chiaro fin dal primo incontro dei due eppure funzionale ed onesto, proprio come il resto della pellicola.
Non chiedetemi, dunque, di difendere a spada tratta un film che è sicuramente un'opera minore che finirà ben presto nel dimenticatoio della maggior parte della critica e degli spettatori: in questo senso, non ho proprio nulla da dire rispetto alla resa - tecnica ed artistica - di The rum diary.
Eppure, c'è qualcosa nel suo sonnacchioso incedere cui è davvero difficile resistere: un gioco di sguardi sornione, o una sbronza che pare non averci colpiti, e dopo un buon numero di cocktail, decisi ad alzarsi per andare in bagno o cambiare locale, ci inchioda alla sedia come fosse il più potente degli incantesimi.
Un progressivo abbandono che è un massaggio da rollìo di barca e rumore di onde sul bagnasciuga, sole sulla pelle leggermente sudata di una donna che non ci basterà sfiorare con il pensiero e rum che tocca corde che non credevamo neppure più di avere.
Prima della sveglia, della lotta, della presa di una coscienza che ci porterà avanti lungo la strada, perdersi così, lentamente, è un piacere indescrivibile.
Qualcosa che, se non si appartiene a quella categoria di strambi zingari esploratori di vita, potrà sembrare inutile, insensato e privo di interesse.
Come questo film.
Fortunatamente per me, nella ciurma di quella nave destinata probabilmente a finire a fondo, sono una figura di spicco per natura.
MrFord
"I get knocked down
but I get up again
you're never going to keep me down
Pissing the night away
pissing the night away
He drinks a whisky drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him
of the good times He sings the songs that remind him
La trama (con parole mie): vita, "genio" e sregolatezze di Larry Flynt, pioniere del porno e della libertà di stampa che a partire dalla fine degli anni settanta si fece carico di una vera e propria battaglia contro i pregiudizi e le azioni di forza nate per chiudere la bocca a chiunque potesse, negli States, mettere in imbarazzo i valori inviolabili della Famiglia, dello Stato e di Dio.
Un personaggio scomodo e controverso, clamorosamente basso ed idealmente altissimo, che attraverso le sue pubblicazioni - Hustler prima di ogni altra -, le dichiarazioni ed una partecipazione assolutamente fisica alla lotta è ancora oggi uno degli esempi più importanti per chiunque voglia intraprendere una carriera editoriale e non solo, che si tratti di Usa oppure no.
Personalmente, ho sempre trovato Milos Forman un regista di quelli da ringraziare che continuino ad esistere: pellicole come Qualcuno volò sul nido del cuculo, Amadeus o Man on the moon sono i simboli più noti di una carriera incredibile soltanto negli ultimi anni viziata, forse, da una certa noia - si veda il certo non riuscito L'ultimo inquisitore -.
Larry Flynt rappresenta - oltre che un grande ritorno dell'autore originario della Repubblica Ceca sul grande schermo dopo una pausa che durava dal 1989 - un viaggio in quella che fu la specialità del regista dai tempi dell'incredibile lavoro svolto su Mozart, ovvero un biopic atipico, in grado di mostrare luci ed ombre dei suoi protagonisti, personaggi spesso combattuti e scomodi per l'epoca in cui vissero: l'ispiratore di questo film, nonchè fondatore della rivista Hustler, rientra perfettamente nella categoria, e paga nella sua rappresentazione soltanto la lunga inattività di Forman, che - forse per non rischiare troppo, data la materia non facile - ai tempi evitò di esagerare concentrando il successo del lavoro finito principalmente sulla splendida interpretazione di Woody Harrelson - un pò quello che farà Van Sant con Sean Penn per Milk -, limitando quello che indubbiamente resta il suo talento e fornendo una prova generale dell'ancora più efficace e successivo Man on the moon.
La cosa davvero fondamentale di una pellicola come questa resta, comunque e a prescindere dalla settima arte, l'importanza data dalla battaglia che intraprese - a fasi alterne nella sua certo non regolata esistenza - Larry Flynt, un vero e proprio pioniere della libertà di stampa e di idee, un paladino grazie al quale oggi - non solo a lui, sia chiaro - possiamo pensare di poter continuare a scrivere sui nostri blog esponendo quelle che possono essere idee condivisibili oppure no, che si parli di Cinema, attualità, politica, di quello che accade nel grande mondo o nel piccolo della nostra quotidianità.
Il coraggio mostrato da Forman - e da Harrelson - nel portare sullo schermo un personaggio tanto importante quanto clamorosamente e potenzialmente sgradevole, un antieroe nel senso effettivo del termine, sono un esempio di quanto fondamentali siano state le lotte del protagonista delle stesse, raccontate con un piglio classico - quasi inusuale per il regista - nel corso di una pellicola in grado di avvincere e tenere inchiodati alla poltrona anche i più accesi detrattori delle opere di Flynt, probabilmente mossi anch'essi dall'istinto che guida ogni essere umano, sia esso celato oppure no: il sesso - cardine della carriera e della vita del vecchio Larry - è e resta uno dei principali motori delle nostre esistenze, sia esso mosso dai sentimenti o dall'animalità che indubbiamente ci portiamo dentro, ed il suo sdoganamento - avvenuto nonostante l'opposizione del Potere, della Chiesa, di un attentato che gli costò le gambe, la dipendenza da farmaci e la breve parentesi come cristiano redento - tramite la figura di questo magnate dell'industria del porno ma soprattutto della carta stampata rappresenta uno dei più clamorosi successi dell'uomo della strada nella sua lotta per il diritto di parola, espressione ed esercizio di una mente libera della storia non solo degli Usa, ma dell'Occidente del dopoguerra.
Certo, questo tipo di imprese e la loro importanza finiscono, almeno in parte, per soffocare la resa della pellicola, a tratti schiacciata dal peso della materia trattata, eppure non ne limitano la forza e l'incisività anche a distanza di ormai quindici anni, grazie ad un narratore d'eccezione dietro la macchina da presa e ad un cast ispiratissimo, dal già citato Harrelson a Courtney Love - che tornerà anche in Man on the moon accanto al regista - e un ottimo Edward Norton, allora praticamente un esordiente.
Un biopic, dunque, non perfetto, eppure inseribile nella migliore tradizione del genere, in grado di coinvolgere e sensibilizzare il pubblico rispetto ad uno degli argomenti che a noi blogger dovrebbero stare a cuore più di molti altri: non il sesso - che comunque continuerà ad essere tra i primi -, bensì la libertà di esprimere le proprie idee senza pensare che qualcuno, soltanto ritenendole scomode o sconvenienti, possa ritenerci colpevoli di averle espresse e fare in modo che un'altra libertà - quella di vivere - ci sia negata.
In questo senso - che è tutto tranne che religioso - senza dubbio, Larry Flynt è stato praticamente un dio.
E Milos Forman il suo profeta.
Giusto per non far mancare una certa qual provocazione anche qui, nel polveroso saloon.
MrFord
"E come le supposte abitano in blisters full-optional,
con cani oltre i 120 decibels e nani manco fosse Disneyland,
vivon col timore di poter sembrare poveri :
quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano, poi lo comprano,
in costante escalation col vicino costruiscono :
parton dal pratino e vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto
La trama (con parole mie): Yuri Boyka, dopo la sconfitta patita contro George Chambers al termine della sfida finale nel capitolo precedente della trilogia di Undisputed, è caduto in disgrazia nella prigione russa all'interno della quale è detenuto, il suo ginocchio è molto malandato e pare ormai privo della cattiveria e dell'energia di un tempo.
Quando, però, viene a sapere che Gaga - di nuovo non Lady, ma il boss locale - ha intenzione di iscrivere il campione del penitenziario ad un torneo internazionale che vedrà affrontarsi detenuti provenienti da tutto il mondo, Boyka riprende ad allenarsi deciso a riguadagnare il rispetto ed incutere di nuovo il sacro terrore nel pubblico dei suoi match.
Sistemate le cose con il nuovo campione, Boyka partirà con Gaga per le finali della competizione, durante le quali la rivalità con il lottatore americano Turbo diverrà amicizia e si scopriranno traffici degli organizzatori affinchè a vincere sia il colombiano Dolor.
Ovviamente, i gentiluomini in questione avranno fatto i loro conti senza pensare alla furia del selvaggio Yuri.
Neppure il tempo di riprendermi dall'ottima sorpresa - sempre in termine di tamarrate senza controllo dal divertimento sfrenato - costituita da Undisputed 2 e mi ritrovo addirittura a complimentarmi con Isaac Florentine per aver addirittura migliorato il precedente lavoro con il - per ora - conclusivo capitolo della quasi sua trilogia dedicata ai combattimenti carcerari.
Scott Adkins, sempre più sorprendente nelle sue esibizioni durante gli incontri, torna a vestire i panni di Yuri Boyka - ormai definitivamente consolidato come protagonista della pellicola - mostrando quella che è una scalata non soltanto verso la vittoria di un torneo, ma anche tendente ad uno status che lo porta dall'essere il campione da battere tendenzialmente stronzo all'uomo simbolo del riscatto neanche fosse un novello Apollo Creed, finendo però, al contrario dell'amico di una vita dello Stallone italiano, per ripassare come si deve anche gli avversari più difficili, trovando nel frattempo anche lo spazio per ritagliarsi un'amicizia di stampo ancor più virile di quanto non fosse quella in qualche modo maturata tra lui ed Iceman Chambers con Turbo, lottatore statunitense suo potenziale avversario nel corso del torneo internazionale indetto dai vari ed eventuali boss del crimine con in palio la libertà per il vincitore assoluto.
Oltre ad una serie di coreografie straordinarie per quanto riguarda i combattimenti - esemplare il match tra Boyka ed il combattente brasiliano, un mix ad altissima velocità d'esecuzione di arti marziali, capoeira e MMA style - e ad una maggiore caratterizzazione dei personaggi - per quanto possa essere possibile per pellicole "da battaglia" come questa - al regista riesce inoltre - e con discreta ironia - il racconto dell'evoluzione di un'amicizia/rivalità come di recente avevo visto, rimanendo in ambito trash e con risultati, nel caso di Boyka e Turbo, nettamente superiori, in 2 fast 2 furious.
Un ottimo film da spegnimento di cervello, dunque, ancora più indicato del precedente per le serate con gli amici e, speriamo, non ultimo di questa serie, nel suo ambito sicuramente soprendente e certo più divertente e scorrevole di tentativi autoriali di appropriarsi del genere - Fighting di Dito Montiel, clamoroso fallimento del regista del meraviglioso Guida per riconoscere i tuoi santi -.
Certo, stiamo sempre e comunque parlando ci Cinema "basso", ma di certo in grado di conquistarsi una sua nutrita schiera di fan - grazie anche ad un protagonista azzeccatissimo - e riuscire commestibile - più o meno - anche a chi non risulti propriamente avvezzo ai film dal cazzotto facile.
Difficile dire altro, a proposito di una pellicola tutta votata all'azione - che sia sul quadrato, oppure no -, se non invitarvi a godervela ricordando i bei tempi dei Bruce Lee ed affini, scoprendo al contempo la potenziale affermazione di un nuovo, incredibile eroe action e godendovi uno spettacolo assicurato da veri e propri fenomeni del quadrato: in qualche modo, complici lo script, i protagonisti "buoni" o "cattivi" da fumettone e lo spettacolo coreografato nel dettaglio, quasi quasi la serie di Undisputed - o perlomeno, i suoi ultimi due capitoli - mi ha fatto tornare alla mente il mio caro, vecchio wrestling.
E qui al saloon non può che essere un valore aggiunto.
MrFord
"Hit me with your best shot
why don't you hit me with your best shot?
hit me with your best shot
fire away."Pat Benatar - "Hit me with your best shot" -