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mercoledì 24 febbraio 2016

The Danish Girl

Regia: Tom Hooper
Origine: UK, USA, Belgio, Danimarca, Germania
Anno: 2015
Durata: 119'






La trama (con parole mie): Einar e Gerda Wegener sono marito e moglie, due artisti piuttosto conosciuti nella comunità della pittura di Copenaghen negli Anni Venti del Novecento. In particolare, è il primo a riscuotere successo e raccogliere riconoscimenti, fino a quando, a seguito di un gioco legato alle pose per alcuni quadri della moglie, si risveglia in lui il desiderio sopito fin dall'infanzia di vivere la propria vita come una donna.
Entrato in crisi creativa e personale, giudicato pazzo dai medici ed assistito dall'inseparabile Gerda, Einar si muove con la compagna a Parigi, dove la donna trova la sua realizzazione artistica proprio grazie alla serie di dipinti che ritraggono il marito nelle sue vesti femminili: quando anche la capitale francese e l'aver ritrovato un amico d'infanzia di Einar, Hans, cominciano a stare stretti ai Wegener, Einar prende una decisione che sarà destinata a cambiare la Storia.
Seguito dal professor Warnekros, un pioniere della chirurgia, l'uomo ha infatti intenzione di dire addio per sempre alla sua parte maschile e diventare donna a tutti gli effetti.












Se qualcuno mi avesse detto, anche solo scherzando, che il giorno dopo essermi goduto senza ritegno una cosa grandiosa e scoppiettante come Deadpool, sarei riuscito non solo a digerire, ma anche a trovare interessante The Danish Girl, drammone romantico ambientato tra la Danimarca, Parigi e Dresda nel corso della seconda metà degli Anni Venti del Novecento, firmato dal finto radicalchicchissimo Tom Hooper pronto a portarlo sullo schermo con l'eleganza più di un fotografo che di un cineasta, avrei riso della grossa.
A dispetto, invece, della predizione di bottigliate selvagge che pendeva sul capo di questo film come la più pesante delle spade di Damocle, ho finito non solo per non patirne il ritmo ed i toni, ma anche per appassionarmi alla storia di Einar e Gerda Wegener come ad un romanzo da sturm und drang di quelli che mi facevano impazzire a sedici o diciassette anni, quando sognavo una carriera sfolgorante come poeta e scrittore maledetto ed una morte appena dopo i trenta: inoltre, la tematica trattata, per quanto lontana anni luce dalla galassia del Saloon, risulta importante a livello sociale soprattutto in questo periodo e per il futuro, quando si spera che la civiltà prenderà finalmente le redini rispetto alle questioni legate alle differenze culturali, sessuali, razziali, religiose e via discorrendo e finirà - si spera - per farne un punto di forza, e non di debolezza del nostro impianto sociale.
Interpretato benissimo dai due protagonisti - entrambi, comunque, a mio parere enormemente sopravvalutati in termini di bellezza oggettiva -, puntellato su comprimari convincenti ed un'estetica senza dubbio notevole, The Danish Girl pare quasi ipnotizzare sfruttando la sensibilità del singolo spettatore, da chi subirà il fascino della "storia d'amore al contrario" di Gerda ed Einar o di Lili a chi, invece, seguirà con più partecipazione il viaggio verso l'emancipazione della stessa Lili, così come chi, semplicemente, si gusterà il tutto come una vicenda molto passionale per quanto, di fatto, vissuta tutta per sottrazione, dal rapporto tra i due sposi a quello tra Gerda ed Hans: il risultato è un viaggio emotivo e, perchè no, anche estetico che lascia senza dubbio più di un brivido pur concedendo troppo specialmente nella parte finale, con una strizzata d'occhio decisamente marcata all'Academy ed alla retorica.
Ma sono peccati veniali di un film che resta profondamente intenso, e che riesce a fotografare - pur se non bene come in The end of the tour, presto qui al Saloon - con grande sensibilità il disagio profondo di chi non si sente al proprio posto in questo mondo, che sia a causa del proprio corpo o della propria mente: un disagio che non è figlio di follia, ma di una sensibilità che viaggia su binari differenti da quelli che ci si aspetterebbe di percorrere in una quotidianità incasellata, e che spesso, nel corso della Storia, ha significato una vera e propria condanna per chi l'ha vissuta sulla pelle.
Una critica, invece, senza appello, è rivolta all'utilizzo dell'inglese come unica lingua parlata della pellicola: comprendo la facilità in termini di produzione - il danese, in effetti, non dev'essere così semplice da imparare per un attore anglosassone -, ma le sfumature delle inflessioni - specialmente rispetto ai personaggi di Hans e del professor Warnekros, interpretati dal belga Schoenaerts e dal tedesco Sebastian Koch -, sarebbero state indubbiamente più incisive.
Dettagli, comunque - un pò come quella sciarpa nel vento del finale, hollywoodiana oltre misura - , per un film che non solo si lascia guardare e colpisce, ma è riuscito nell'impresa di lasciarsi guardare e colpire anche un tamarro vecchio stile come il sottoscritto.
Un risultato già notevole.





MrFord





"One man, one woman
two friends and two true lovers
somehow we'll help each other through the hard times
one man, one woman
one life to live together
one chance to take that never comes back again
you and me, to the end."

ABBA - "One man, one woman" - 








lunedì 5 ottobre 2015

Magic Mike XXL

Regia: Gregory Jacobs
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 115'





La trama (con parole mie): sono passati tre anni da quando Mike, all'apice della sua carriera da spogliarellista, ha abbandonato il palco per dedicarsi ai progetti personali. Aperta una propria azienda legata alla creazione e restauro di mobili ed impegnato a cercare di costruire il proprio futuro, viene contattato dai suoi vecchi compagni, i Re di Tampa, orfani del loro ex leader Dallas, decisi a mollare a loro volta non prima di aver partecipato ad una delle più importanti convention del loro "settore".
Abbandonato da quella che sarebbe dovuta diventare sua moglie e bisognoso di uno stacco, Mike deciderà di unirsi ai vecchi amici per un viaggio on the road ed un weekend che dovrebbe riportare la "magia" nella sua vita: come andrà quando gli amici e strippers dovranno rimettersi in gioco e rimodernare il loro repertorio?










Una delle cose più interessanti di questi ultimi anni di Cinema, almeno per quanto mi riguarda, dall'action alle commedie più o meno impegnate, è stata la progressiva scoperta dell'autoironia da parte dei bistecconi e dei quarti di bue che, nel corso dei miei adorati anni ottanta, parevano prendersi sul serio come fossero invincibili e non ci sarebbe mai stata fine per i loro addominali scolpiti, ed i bicipiti strappa magliette.
Eppure, inesorabilmente, tutto, perfino i corpi scolpiti, finisce per conoscere l'inevitabile declino, ed una quasi mitica caducità - termine forse un pò troppo aulico, considerato l'argomento di cui sto scrivendo - ad un tempo tragica e divertente: lo spirito che ho intravisto dietro questo secondo film dedicato alle gesta dello stripper Mike è proprio questo, come un confine sottilissimo tracciato a cavallo tra malinconia ed entusiasmo, crisi e voglia di ricominciare.
Onestamente, dopo essere stato tra i pochi a difendere il discreto primo capitolo, considerate le dipartite di Soderbergh e McConaughey, non nutrivo grandi aspettative rispetto al lavoro di Gregory Jacobs: la prima parte di questo XXL, invece, finisce per essere quasi sorprendente.
Mike, con la sua impresa ed il suo sogno americano in versione domestica, non nasconde quanto culo si debba fare soltanto per rimanere a galla, confessa di essere stato piantato proprio a seguito della richiesta di matrimonio all'allora fidanzata, mostra il fianco alla vita e la voglia di dimenticarsi le delusioni passando un weekend con i vecchi compagni di palco, pronti a regalare a loro volta chicche da antologia - lo strip di Manganiello nel market della stazione di servizio sulle note dei Backstreet Boys è una delle scene cult dell'anno - prima di appendere i costumi di scena al chiodo e ritirarsi in modo da prendere ognuno la propria strada.
Una sorta di saluto, dunque, ad una parte del viaggio da queste parti e ad un lavoro che, come tutti quelli molto legati alla fisicità, è destinato prima o poi a dover essere lasciato ai ricordi, che porta lo spettatore a considerare il tutto quasi una versione strafatta del classico prodotto Sundance di formazione: ma non è tutto oro quello che luccica, e ad una prima metà decisamente efficace segue una seconda un pò troppo oltre - minutaggio, numeri sul palco, riproposizione della formula abusata del gruppo che pare destinato alla sconfitta ed al disfacimento e poi arriva all'appuntamento decisivo e spacca il culo a tutti - che rischia di far naufragare l'intero film.
Fortunatamente la piacevole parentesi a casa della madre di una ragazza sedotta da uno dei membri dei Re di Tampa, la presenza sempre molto piacevole di Amber Heard ed un finale praticamente sospeso, che di fatto tiene fede a quello che è lo spirito della pellicola, ovvero l'idea di raccontare una storia assolutamente normale che non porta ad alcun evento incredibile, ma semplicemente conduce i suoi protagonisti al resto della loro vita, finiscono per tenere a galla un'operazione rischiosa ma, a conti fatti, in grado di reggere la ribalta fino alla fine.
Considerato che mi sarei aspettato una ridicola esibizione, direi che, al contrario, questo Mike ha ancora un pò di magia da regalare.




MrFord




"Tell me why
ain't nothin' but a heartache
tell me why
ain't nothin' but a mistake
tell me why
I never wanna hear you say
I want it that way."
Backstreet Boys - "I want it that way"  -






lunedì 9 giugno 2014

3 days to kill

Regia: McG
Origine: USA, Francia, Grecia, Russia
Anno: 2014
Durata: 117'





La trama (con parole mie): Ethan Renner è uno specialista della CIA nell'eliminazione dei bersagli, una vita passata sul campo sacrificando il matrimonio ed il tempo da trascorrere con la figlia ormai adolescente Zooey. Quando, a seguito di una missione naufragata, l'incaricata dell'eliminazione del misterioso Wolf decide di reclutarlo, all'uomo restano pochi mesi di vita a causa di un tumore che ha colpito il suo cervello ed i polmoni: tornato a Parigi per sistemare le cose con le due donne più importanti della sua vita, a Renner viene offerta in cambio dei suoi servigi una medicina sperimentale che potrebbe prolungare la sua permanenza sulla Terra.
Ethan accetta l'offerta, ma per adempiere ai suoi doveri di agente e a quelli di padre ritrovato dovrà dare fondo a tutte le sue energie, mantenendosi attivo e performante su due fronti. Spesso e volentieri contemporaneamente.








Kevin Costner mi è sempre stato simpatico, fin dai tempi di Bull Durham e Un mondo perfetto, senza contare il meraviglioso Balla coi lupi.
L'ormai molto ex guardia del corpo è un fordiano di quelli DOC, sempre in bilico con il pensiero tra la Frontiera e il vecchio West, ruvido abbastanza per spaccare qualche culo ma morbido il giusto, specie con chi decide di proteggere: rivalutato anche dal punto di vista attoriale con il recente Hatfield&McCoys, il vecchio Kev torna alla ribalta con un titolo action voluto fortemente dal tanto detestato - almeno da queste parti - Luc Besson che mescola il gusto di cose come Transporter e Io vi troverò ad un cast molto made in USA - oltre al regista McG, creatore della serie Chuck, e al già citato Costner, troviamo un'insolita e meno interessante del solito Amber Heard e l'ex giovane promessa Hailee Steinfeld, che dopo l'exploit de Il grinta pare essersi decisamente persa per strada -.
Fortunatamente per il sottoscritto ed il pubblico, però, 3 days to kill ha ben poco a che spartire - fatta eccezione per alcuni passaggi della trama ed il rapporto molto approfondito tra padre e figlia - con le porcate uno e due con protagonista Liam Neeson: nonostante, infatti, non ci si trovi di fronte a nulla di nuovo ed il plot risulti assolutamente banale e telefonato, l'approccio di McG risulta scanzonato ed ironico abbastanza da evitare allo spettatore noia ed incazzatura, sfruttando al meglio la componente quasi comedy e la variabile fornita dalla famiglia per stemperare le inverosimili situazioni action dure e pure, dettate nei loro tempi da due villains decisamente scadenti - l'albino pare una versione di serie b dell'omonimo di Banshee, mentre il famigerato Wolf manca del vero carisma di un lupo, come Scorsese insegna - ed un'eminenza grigia che vorrebbe dare alla pellicola il gusto per il thriller e lo spionaggio vero e proprio ma finisce per risultare più una macchietta poco utile ed ancora meno simpatica usata giusto come elemento esterno per togliere le castagne dal fuoco agli sceneggiatori in crisi, interpretata dalla ormai oserei dire sopravvalutata Amber Heard.
I momenti migliori del lavoro, dunque, finiscono per essere quelli espressi dalla mission impossible di Renner/Costner impegnato nel riconquistare la figlia adolescente Zooey, per anni ignorata a causa di un lavoro - quello dell'agente dei servizi segreti pronto a fare piazza pulita in qualsiasi condizione e situazione in men che non si dica - del quale la stessa non conosce nulla: i siparietti con la sua talpa molto poco volontaria nell'organizzazione di Wolf - padre non di una, bensì di due figlie - o con il contabile di origine italiana sono decisamente spassosi, più vicini al recente approccio Expendables che non ai seriosi polpettoni che paiono aver preso possesso di uno dei generi notoriamente più scanzonati del Cinema.
Non parliamo, dunque, di una pellicola memorabile - tutt'altro -, eppure momenti come quello nel bagno della discoteca con tanto di uscita in gloria in stile Bodyguard o la suoneria del cellulare di Renner con "I love it" pronta a risuonare nei momenti più impensabili riescono a trasformare un titolo come tanti altri in una variante piuttosto divertente e godibile dell'action condita dai rapporti tra genitori e figli.
Considerato com'era andata con i due Taken, direi proprio che quello del solido Kevin è tutto grasso che cola, finale zuccheroso ed assolutamente inverosimile compreso.



MrFord



"I got this feeling on the summer day when you were gone.
I crashed my car into the bridge. I watched, I let it burn.
I threw your shit into a bag and pushed it down the stairs.
I crashed my car into the bridge.
I don't care, I love it.
I don't care."
Icona Pop - "I love it" - 




giovedì 5 giugno 2014

Thursday's child

La trama (con parole mie): l'estate e i Mondiali di calcio incombono, e in sala si comincia a respirare un'aria piuttosto rarefatta rispetto alle proposte davvero interessanti. Come dite!? E' la stessa aria rarefatta che ci siamo sciroppati io e Cannibal Kid negli ultimi mesi? Effettivamente avete ragione.
Ma così come capita al sottoscritto con il suo scomodo rivale e compare di rubrica, dovrete allargare le spalle, prendere il meglio di quello che si trova e andare avanti.


Il messaggio di Asia Argento all'indirizzo di Cannibal Kid.
Incompresa



Cannibal dice: Charlotte Gainsbourg in un film di Asia Argento? Sento puzza di cannibalata radical-chiccata pazzesca. Bene, bene! Peccato solo per la presenza di Gabriel Donnie Garko, l’unico uomo al mondo che quest’anno ha collezionato più ospitate da Maria de Filippi di Ford ahahah.
Ford dice: una radicalchiccata di Asia Argento con protagonista Garko e la Gainsbourg!? Neppure Cannibal e Von Trier in coppia avrebbero potuto immaginare una tortura peggiore per il sottoscritto. Eviterò come la peste.

"Credimi, Garko: reciti peggio di quanto possa guidare Ford."
Un amore senza fine



Cannibal dice: Film che ho già visto e che presto recensirò. In attesa di scoprire se merita una visione o meno, vi posso intanto confessare il mio grande odio senza fine, quello per Mr. Ford!
Lo sapevate già?
Ford dice: secondo film, e seconda visione che mi puzza di schifezza globale totale. Continuerò a tenermi alla larga, lasciando il "piacere" al mio antagonista.

"Curioso: devo essere finita in un film di Malick."
We Are the Best



Cannibal dice: Un piccolo delizioso film svedese su un gruppo di ragazzine che mettono su una punk band negli anni ’80? Se mi avessero detto che sarebbe uscito nei cinema italiani, avrei immaginato più probabile la recensione di un teen movie su WhiteRussian… Ma tutto può succedere. Io nel frattempo me lo sono già gustato e qui trovate la mia recensione punkabbestia http://pensiericannibali.blogspot.it/2014/04/we-are-best-modestamente.html.
Ford dice: finalmente qualcosa che pare decente. Non l'ho ancora visto, ma nonostante il mio rivale ne abbia parlato bene, questo film molto alternativo di origini svedesi mi incuriosisce parecchio. A breve, dunque, prevedo una punkizzazione del Saloon.

"Io Peppa Kid nel gruppo non ce lo voglio, sappiatelo!"
Three Days to Kill



Cannibal dice: La regia è di McG, quello del film delle Charlie’s Angels, uno al cui confronto Michael Bay appare come un genio cinematografico. Il protagonista è Kevin Costner, attore fordiano che non ho mai sopportato. L’unico motivo per cui potrei vedere Three Days to Kill è allora solo e soltanto la partecipazione di Amber Heard. Sarà sufficiente?
Ford dice: filmetto action stile Besson che pare una versione spiritosa dei due terribili Taken. L'ho già visto, e nonostante non si tratti certo di qualcosa di memorabile o anche solo decente, è passato senza scatenare la mia furia, che è già qualcosa. A brevissimo la recensione.

"Non ti basterà un orologio a convincermi a portarti a letto, cara Amber. Voglio almeno un cavallo e un lupo. E un fucile."
Tutta colpa del vulcano



Cannibal dice: Ennesima commedia francese con Dany Boon, di cui non ho ancora visto manco mezzo film e di cui credo continuerò a fare a meno. Così come Ford fa sempre a meno del buon cinema.
Ford dice: non ho mai visto un solo film con protagonista Dany Boon, e sono contento così. Proseguirò per la mia strada e lo ignorerò, anche se questo mi porterà ancora una volta in accordo con Peppa Kid.

"Scusa, Ford! Non ci introdurremo più in casa tua senza essere invitati!"
Controra – House of Shadows



Cannibal dice: Oh mamma, che paura!
No, non mi sto riferendo alla visione di Ford, ma alla visione del trailer di questo horror italiano. Davvero spaventoso. Qualitativamente, spaventoso.
Ford dice: già l'horror di suo non attraversa certo un buon momento, figuriamoci se al cocktail aggiungiamo un'infima produzione italiana.
Non ci faccio neanche mezzo pensiero.

Tipica spettatrice dell'ultimo film di Lars Von Trier.
Assolo



Cannibal dice: Già in musica gli assoli li reggo poco, soprattutto quelli di chitarra tanto amati invece da Ford. Figuriamoci se li sopporto al cinema con un filmetto jazz del genere che dal trailer sprizza amatorialità da tutti i pori.
Ford dice: gli assoli da queste parti sono sempre ben accetti, meno invece le proposte che puzzano di molto, molto, molto scarso.

Locandina cinematografica o pubblicità di profumo?
Walesa



Cannibal dice: Un film polacco politicamente impegnato? Sembra proprio una visioncina divertente.
Per Ford. Certo non per me.
Ford dice: mi piacerebbe davvero assistere ad una visione di Cannibal che si spara Wajda. Potrei divertirmi davvero.
Ad ogni modo, film della settimana quasi a mani basse.

"Ragazzi, mettetevi in fila: possiamo picchiare Cannibal Kid soltanto uno per volta!"

mercoledì 27 novembre 2013

Machete kills

Regia: Robert Rodriguez
Origine: USA, Russia
Anno: 2013
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Machete, leggendario eroe rivoluzionario messicano, sconvolto dall'uccisione della sua partner Sartana, viene contattato dal Presidente degli Stati Uniti affinchè possa porre fine alla minaccia del predicatore Voz, che progetta un nuovo mondo da cercare nello spazio e dice di avere capacità precognitive praticamente divine.
Supportato - almeno apparentemente - dall'agente infiltrata Miss San Antonio, Machete si troverà ad affrontare nuove minacce e tentativi di toglierlo di mezzo dalla faccia del pianeta che dovrà debellare a suon di teste mozzate e proiettili, stando ben attento a guardarsi le spalle dai nemici, dagli alleati, dal misterioso killer Camaleonte e contando solo sulla vecchia compare Luz.
Riuscirà il nostro eroe a raddrizzare le cose e portare la sua lotta oltre l'atmosfera?






C'era una volta un regista promettente, un tizio da genio e sregolatezza, un brutto ceffo tamarro e sboccato cui poco importava della buona condotta, un bad guy vissuto all'ombra di un troppo grande compare - parliamo di Quentin Tarantino, mica l'ultimo degli stronzi - ed esploso proprio in un confronto diretto con lo stesso - niente discussioni, Planet terror mangia tranquillamente in testa allo spompato A prova di morte -, arrivando di conseguenza al punto più alto della sua carriera e maturazione proprio con una pellicola nata quasi per gioco dall'operazione Grindhouse, Machete.
E c'era una volta il suddetto Machete, antieroe messicano dall'animo rivoluzionario che un paio d'anni or sono era divenuto un'icona cult sia grazie al suo interprete - il leggendario Danny Trejo - sia grazie all'ironia, al sarcasmo e allo humour nero dalle forti tinte politiche delle sue avventure.
A quel punto, però, a guastare la festa è giunto il successo, insieme all'ammirazione non soltanto del grande pubblico, ma anche di quello di nicchia.
Il risultato, purtroppo e senza troppi giri di parole, è che Machete Kills, attesissimo sequel dell'appena citata pellicola, fa letteralmente, clamorosamente, indiscutibilmente cagare.
Finto, posticcio, noioso, assolutamente privo della profondità e dell'ironia del primo capitolo, scritto da cani e diretto senza la benchè minima passione o voglia, una carrellata di finto splatter da b-movie senza capo ne coda, uno spreco di denaro, risorse, volti e corpi che si sarebbero prestati decisamente meglio ad una sceneggiatura di altro - e più alto - calibro, senza contare che perfino la componente sopra le righe - e parlo sia del sesso che della violenza - appare, per quanto vistosa, volgare quanto edulcorata.
Un polpettone che va ben oltre la delusione - anche perchè, considerati i pareri che avevo letto in giro, c'era ben poco da aspettarsi se non una serata a neuroni zero -, e che entra dritto nel novero delle peggiori pellicole dell'anno, specie considerata la qualità che Rodriguez avrebbe potuto mettere nel suo lavoro, che purtroppo a questo punto e nonostante gli incassi disastrosi prospetta addirittura un terzo capitolo della saga, Machete kills in space, che considerato questo Kills e basta ha già il sapore della schifezza intergalattica.
Come Rob Zombie, il buon Rob Rodriguez pare essersi un tantinello sopravvalutato, dimenticando che la forza di ogni tamarrata che si rispetti è data quasi esclusivamente dall'autoironia, oltre ovviamente dalla saggezza di affidarsi a sceneggiatori competenti, perchè far ridere è sempre decisamente più difficile che fare schifo, o fare finta di farlo.
Sharknado docet, in questo senso.
Uniche consolazioni a questa visione davvero poco memorabile la presenza del fordiano Walton Goggins e di un discreto numero di signorine sempre belle da vedere, dalla tostissima Michelle Rodriguez ad Amber Heard - che mi ha fatto venire il dubbio se il suo fosse un signor push up o una signora operazione al seno -, dall'arrembante Sofia Vergara - che preferisco di gran lunga in Modern family - alla sempre ben accetta da queste parti Vanessa Hudgens - purtroppo in una parte davvero esigua -, e se vogliamo anche quella del sempre folle Mel Gibson, cui non riesco a non voler bene nonostante i suoi deliri pseudo religiosi, siano essi fiction oppure no.
Per il resto, più che da quelle di Machete kills, siamo dalle parti di Machete sucks.


MrFord


"Bang, bang, shang-a-lang
bang, bang, shang-a-lang
take it off
she bang-bang my shang-a-lang
she bang-bang my shang-a-lang
hey yeah."
Zz Top - "Bang bang" - 



sabato 26 ottobre 2013

Il potere dei soldi

Regia: Robert Luketic
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Adam Cassidy è un giovane di belle speranze pronto ad aggredire il mondo del lavoro nella speranza di fare successo come nuovo alfiere della telefonia mobile, nonostante l'apparente ostilità del suo capo, il magnate del settore Nicolas Wyatt.
Quando, licenziato, il giovane decide di sfruttare la carta di credito aziendale per una notte brava, diviene ricattabile, nonchè la pedina dello stesso Wyatt per mettere le mani sui progetti di un rivoluzionario smartphone creato dal suo storico rivale, Jock Goddard, che potrebbe conquistare non solo il mercato, ma anche la società dell'incattivito Nicolas.
Il rapporto con la direttrice marketing di Goddard e con la propria coscienza, però, muoveranno Cassidy verso una collaborazione con l'FBI che metterà i cattivi dove meritano e porterà al ragazzo tutte le opportunità possibili per un futuro da favoletta.
Neanche fosse un prodotto Disney.




Pensavo che sarebbe stato praticamente impossibile, almeno nel corso del duemilatredici, incappare in un'altra pellicola dello stesso livello di bruttezza assoluta di Dead man down, pronta a fare un figurone nella decina fordiana dedicata al peggio di fine anno, e invece sono stato contraddetto - e neppure poco - da Robert Luketic, regista di bassa lega che, comunque, in passato era perfino riuscito ad intrattenermi con il divertente La dura verità: Il potere dei soldi, infatti, riesce ad andare nettamente oltre alle già pressochè inesistenti aspettative che nutrivo in merito, attestandosi a schifezza galattica di caratura non indifferente, inutile cocktail di luoghi comuni, interpretazioni vergognose, miti più o meno solidi della settima arte caduti in rovina ed una serie di immagini da calendario di Chris Hemsworth girate principalmente per la gioia del pubblico femminile.
Un peccato per Gary Oldman, chiamato a recitare il ruolo del solito Gary Oldman schizzato, per Richard Dreyfuss - mito degli anni ottanta costretto a cucirsi addosso la figura del vecchio padre, triste eppure in qualche modo il migliore nel disastro generale - e per Harrison Ford, un tempo orgoglioso Indiana Jones e Han Solo, ed ormai solo un vecchio e pallido ritratto sbiadito di se stesso - e certo non per colpa dell'età anagrafica -, così come per Amber Heard, che non so se a causa della pochezza del film riesce a risultare perfino abbruttita ed ingrassata rispetto ai tempi di The rum diary o Drive angry, pellicole in grado di mostrare davvero tutto il suo potenziale.
Quello che resta oltre le critiche alle scelte di alcuni attori di fama mondiale di imbarcarsi in un'avventura di questo livello - portafoglio a parte - è davvero poco, se non un clamoroso mix di banalità e buchi di logica da far invidia ai peggiori horror ed una regia di un piattume da Guinness, alla quale finisce per essere preferibile quella amatoriale e che può pensare di vincere un confronto solo ed esclusivamente rispetto alle assurdità made in Italy portate in sala ogni settimana dai nostri lungimiranti ed acuti distributori.
Ogni spunto d'interesse che poteva essere legato all'utilizzo sempre crescente della telefonia come strumento di connessione globale associato ad internet o all'idea del "chi controlla i controllori" è letteralmente soffocato da una storiella di agghiacciante moralismo di fondo all'interno della quale il protagonista passa dall'essere uno squalo senza scrupoli mosso dal desiderio di denaro ed affermazione ad un vero e proprio boy scout al quale nessuno, alla fine, potrà rimproverare nulla, neppure la polizia, a capo della quale fa bella mostra di sè il rientrante Josh Holloway, che riesce a fare addirittura bella figura nella recitazione rispetto ai suoi ben più blasonati colleghi - ed è tutto dire -.
Pochezza a profusione, dunque, che unita all'approccio da Grillo parlante del redento "eroe" rende la visione ancora più indigesta, e senza dubbio forte la candidatura per Il potere dei soldi al podio dei "worst three" dell'anno: dimostrazione pratica del fatto che, quando pensi di aver incontrato il peggio, sei solo all'inizio del tuo percorso attraverso "una selva oscura".
A pensarci bene, sarebbe quasi stato più divertente passare un'ora e mezza a difendersi dagli attacchi dei gestori telefonici pronti a tempestare di chiamate per proporre questa o quella incredibile e vantaggiosissima offerta.


MrFord


"Money, get away
get a good job with more pay and you're okay
money, it's a gas
grab that cash with both hands and make a stash
new car, caviar, four star daydream,
think I'll buy me a football team."
Pink Floyd - "Money" - 



giovedì 3 maggio 2012

The rum diary

Regia: Bruce Robinson
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 120'



La trama (con parole mie): Paul Kemp, sregolato giornalista appena giunto nella Porto Rico nei primi anni sessanta, trova lavoro presso il quotidiano che gli Usa controllano nell'ottica dell'assetto politico del periodo, reso instabile dalle tensioni tra gli Usa e il blocco sovietico.
Stretta amicizia con gli scombinati colleghi Sala e Moberg, tra un rum ed una scorribanda in macchina, l'uomo ha giusto il tempo di trovare un canale che potrebbe portarlo alla sicurezza e al denaro per poi bruciarlo prendendosi una cotta da antologia per la donna di Sanderson, eminenza grigia dell'isola le cui influenze si fanno sentire a tutti i livelli: la lotta per il suo cuore e per la libertà di stampa locale faranno da stimoli alla carriera futura del giornalista, pronto per la prima volta nella sua vita a tracciare la rotta della sua professionalità - e non solo -.




A volte capita che un film senza particolari pretese, tendenzialmente patinato, con un cast che gioca sull'ordinaria amministrazione ed una regia senza alcun picco, tratto come se non bastasse da un romanzo di un autore cult eppure privo di una sceneggiatura che possa dare anche un minimo di mordente alla storia riesca a conquistare senza, di fatto, averne alcun merito.
E' il caso di The rum diary, promosso e distribuito come una versione vintage di Paura e delirio a Las Vegas - l'autore dei romanzi è lo stesso, il mitico Hunter S. Thompson -, lontano anni luce dalla potenza di quello che vorrebbero venderci come il suo predecessore, eppure in grado di incollarmi allo schermo con lo stesso piacere che mi pervade quando vedo e rivedo fino allo sfinimento pellicole che sono considerate cult in casa Ford, pur non facendo leva su una vicenda particolarmente avvincente o ben scritta.
Non so se sia stata la crescente passione del protagonista per Amber Heard, l'ambientazione caraibica, il rum o la tendenza dei giornalisti portati sullo schermo da Depp, Michael Rispoli e Giovanni Ribisi di perdersi dentro e fuori se stessi come solo chi conosce bene l'alcool sa e può fare, o il fascino di un'epoca in cui la lotta poteva essere vissuta come un viaggio o un'esperienza, ma non ho avuto un solo istante di cedimento dall'inizio alla fine, e pur non sentendomi particolarmente coinvolto, mi sono lasciato cullare da una pellicola senza particolari pretese - del resto, Bruce Robinson resta un signor nessuno - capace comunque di trasportarmi nel pieno del periodo che fotografa, accarezzandomi con quel gusto per la siesta ed il tempo rubato al normale e quotidiano incedere dello stesso tipico del concetto di Sud che tanto mi attrae.
A rendere il tutto un cocktail ancora più piacevole da mandare giù sorso dopo sorso il confronto tra Kemp ed i suoi due antagonisti, lo scorbutico scribacchino e direttore del giornale Lotterman - un ottimo Richard Jenkins che impersona alla grande il tipico esecutore servo del potere dalle nevrosi pronunciate - e l'odioso arricchito Sanderson - un sempre efficace Aaron Eckhart -, uomo dallo stile madmeniano e dai modi spocchiosi di chi pensa che il denaro ed il potere rendano, di fatto, una persona migliore di tutte le altre: la scombinata gang formata da Depp e i suoi, di contro, si porta sulle spalle tutto lo scoordinato panesalamismo che tanto è amato qui al saloon, regalando momenti al limite del grottesco - la bistecca nel locale, l'inseguimento con l'incendio del poliziotto, il collirio allucinogeno - che sono stati, di fatto, una vera e propria pacchia per il sottoscritto.
Ma è la passione amorosa che coglie Kemp travolgendolo ad aver in qualche modo vinto ogni mia resistenza rispetto all'apprezzamento di questo film, giocata tutta nella sequenza della macchina lanciata a tutta velocità e della sfida tra lo stesso giornalista e Chenault, simbolo di un gioco di seduzione chiaro fin dal primo incontro dei due eppure funzionale ed onesto, proprio come il resto della pellicola.
Non chiedetemi, dunque, di difendere a spada tratta un film che è sicuramente un'opera minore che finirà ben presto nel dimenticatoio della maggior parte della critica e degli spettatori: in questo senso, non ho proprio nulla da dire rispetto alla resa - tecnica ed artistica - di The rum diary.
Eppure, c'è qualcosa nel suo sonnacchioso incedere cui è davvero difficile resistere: un gioco di sguardi sornione, o una sbronza che pare non averci colpiti, e dopo un buon numero di cocktail, decisi ad alzarsi per andare in bagno o cambiare locale, ci inchioda alla sedia come fosse il più potente degli incantesimi.
Un progressivo abbandono che è un massaggio da rollìo di barca e rumore di onde sul bagnasciuga, sole sulla pelle leggermente sudata di una donna che non ci basterà sfiorare con il pensiero e rum che tocca corde che non credevamo neppure più di avere.
Prima della sveglia, della lotta, della presa di una coscienza che ci porterà avanti lungo la strada, perdersi così, lentamente, è un piacere indescrivibile.
Qualcosa che, se non si appartiene a quella categoria di strambi zingari esploratori di vita, potrà sembrare inutile, insensato e privo di interesse.
Come questo film.
Fortunatamente per me, nella ciurma di quella nave destinata probabilmente a finire a fondo, sono una figura di spicco per natura.


MrFord


"I get knocked down 
but I get up again
you're never going to keep me down
Pissing the night away 
pissing the night away
He drinks a whisky drink
He drinks a vodka drink
He drinks a lager drink
He drinks a cider drink
He sings the songs that remind him 
of the good times
He sings the songs that remind him 
of the better times."
Chumbawamba - "Tub Thumping" -
 
 


sabato 4 giugno 2011

Drive angry

La trama (con parole mie): Milton, misterioso personaggio a metà tra un cowboy moderno, un cacciatore di taglie ed un vendicatore spietato, dopo aver domato il selvaggio e biondo per l'occasione parrucchino di Nicholas Cage si mette sulle tracce dell'autoproclamatosi santone per conto di Satana Jonah King per vendicare la morte della figlia ed impedire il compimento di un rituale agghiacciante che prevede l'inizio dell'Apocalisse a seguito della morte della nipote.
A dare una mano al nostro uomo del mistero pensa la giovane e grintosa Piper, cameriera dalla macchina supercool cui lo stesso Milton salva la faccia dalle attenzioni di un ex un pò troppo espansivo quando si tratta di menare le mani.
Inutile dire che il confronto finale vedrà una serie di esplosioni e morti nella piena tradizione dei b-movies, arricchita da variabili impazzite come Il commercialista, una sorta di rappresentante dell'Aldilà venuto a saldare i conti con il protagonista.

Vediamo di partire subito con il piede sull'acceleratore: Drive angry è l'espressione pressochè perfetta di quella che sarebbe dovuta essere la filosofia grindhouse del tarantiniano e poco riuscito A prova di morte, e tutto quello che non è stato il "mi prendo troppo sul serio perchè sono cool" Hobo with a shotgun.
E cosa motiverà mai questa mia posizione, considerato il fatto che la sceneggiatura è più elementare di un dettato con i bambini di prima ed il protagonista è il da me sempre detestato Nicholas Cage nel ruolo di stuntman del suo parrucchino!?
Semplice: Drive angry è molto scorretto, molto volgare, molto divertente ma, soprattutto, molto cosciente di essere quel poco che è. 
Il che, dalle mie parti, fa immediatamente balzare in alto le sue quotazioni.
Lo spirito che sempre rimpiango dei buoni, vecchi film action anni ottanta pare in questo caso essere stato rievocato in toto, dalle battute memorabili - "Dammi una ragione per non spararti in faccia in questo momento!" Risposta: "Sto guidando", impagabile - alle esplosioni, dagli esageratamente sopra le righe protagonisti - Milton, con la sua faccia di gesso ed il fucile sempre carico pronto a fare una strage anche nel pieno di una scopata, Piper, che nel pieno, guarda caso, di una scopata pesca il promesso sposo e non ci pensa troppo a stendere la signora in compagnia del suo ormai ex uomo con due cazzotti ben assestati, Il commercialista e le sue previsioni di morte rispetto agli sfigati incontrati di volta in volta, lo stesso Jonah King con i suoi deliri di onnipotenza - per giungere alle sequenze in auto decisamente più adrenaliniche di quelle di quasi tutta la saga di Fast&Furious.
Certo, la parte tecnica non è neppure menzionabile, e regia e sceneggiatura - come già sottolineato - sono quantomeno dozzinali, eppure, come molti action movies diventati stracult negli ultimi anni dimostrano, a volte basta poco per poter riuscire a convincere il pubblico, ed altre - come in questo caso - semplicemente ammettere, sfruttando i mezzi che si hanno e divertendosi nel farlo, che non si sarà mai dei nuovi Tarantino e neppure dei nuovi Rodriguez, ma che un Dal tramonto all'alba in piccolo si potrà sempre confezionare, dando l'impressione di non aver preso in giro l'audience e di aver regalato un'oretta e mezza di puro, cafonissimo intrattenimento anche quando, invece di Jason Statham, ci ritroviamo l'uomo dall'occhio pallato Cage.
E non solo: il buon Patrick Lussier, che pensavo avrei dovuto prendere a bottigliate da qui all'eternità per quell'obbrobrio che fu S. Valentino di sangue, è riuscito addirittura nell'impresa che, fino ad ora, aveva portato a termine solo quel mattacchione di Herzog.
Rendere Nicola Coppola quasi simpatico.
Certo, anche in Kickass il suo personaggio funzionava.
Ma grazie a tutti gli dei del Cinema non era il protagonista.
Ma senza perdermi troppo in chiacchiere parallele, vi dico: se volete una serata da sano, puro, glorioso intrattenimento in pieno stile anni ottanta, allacciate le cinture, girate la chiave e pestate il piede a tavoletta per questo tamarrissimo Drive angry.
Con lo spirito giusto, sarà come scolarsi una cassettata di Red bull prima di gettarsi in un inseguimento alla Crank.

MrFord

"Sucking on my titties like you wanted me
calling me, all the time like Blondie
check out my chrissy behind
it's fine all of the time
like sex on the beaches
what else is in the teaches of peaches? Huh? What?"
Peaches - "Fuck the pain away" -


venerdì 3 giugno 2011

The ward - Il reparto

La trama (con parole mie): Kristen, giovane dai ricordi confusi, viene arrestata da due agenti nella campagna dell'Ohio nel 1966 dopo aver dato fuoco ad una fattoria, e rinchiusa in un ospedale psichiatrico fa la conoscenza delle sue nuove compagne Iris, Sarah, Emily e Zoey.
Nonostante l'apparenza, qualcosa di sovrannaturale pare turbare l'atmosfera fin troppo tranquilla della struttura, qualcosa di cui sia le pazienti sia il personale paiono essere ben consci, pur continuando ad ignorare, almeno apparentemente, lo stato delle cose.
Toccherà a Kristen smuovere le acque, cercando di fuggire dalla struttura e, al contempo, a risolvere il mistero legato alla presenza che pare perseguitare lei e le sue compagne di sventura.
Ma niente, quando i nodi verranno al pettine, sarà come sembra.


Per prima cosa, e a prescindere dal fatto che si possa, oppure no, apprezzare questo film, non riesco a non dare il bentornato a John Carpenter: da sempre, in casa Ford, le opere del granitico autore di Halloween sono più che incensate, e se si esclude il deludente Vampires posso tranquillamente affermare di non aver mai sentito neppure lontanamente la necessità di bottigliare uno qualsiasi dei suoi lavori.
Il timore, con l'uscita di quest'ultimo The ward, onestamente c'era, specie considerata la lunga inattività del nostro e la sua latitanza dalle sale - era infatti dal 2001 con il sottovalutato eppure divertentissimo Fantasmi da Marte che non si leggeva il nome del regista su una locandina -, eppure devo dire che il buon Carpenter, seppur senza sfornare un nuovo Fuga da New York o Distretto 13, è riuscito a portare sullo schermo un prodotto godibile, teso al punto giusto, accattivante e, nonostante il look incredibilmente vintage, assolutamente diretto e comprensibile alle più giovani generazioni di spettatori.
E proprio nell'atmosfera clamorosamente retrò sta uno dei punti forti della pellicola, perfettamente ricollocata nel tempo come già era accaduto per il più che discreto e visionato di recente The house of the devil
Purtroppo è impossibile citare esempi di grandi registi di recente all'opera su soggetti molto simili ma inesorabilmente caduti rispetto alla resa finale dei prodotti senza svelare la natura del climax finale che vedrà coinvolta un'ottima Amber Heard, azzeccata come il resto del cast: eppure lasciatevi dire che, nonostante non ci sia nulla di nuovo sotto il sole - o lungo i corridoi dell'ospedale psichiatrico - e a tratti vi parrà di assistere ad un film in qualche modo già visto, tutto funzionerà come nel più svizzero degli orologi, dal montaggio secchissimo all'utilizzo dell'elemento sovrannaturale, dai rapporti tra le pazienti ai misteri che aleggiano attorno al personale.
Certo, non saremo di fronte all'horror del decennio, eppure, specie considerando la pochezza generale dei prodotti di questo tipo, The ward si difende più che dignitosamente mescolando elementi prevalentemente sociali - che ricordano Qualcuno volò sul nido del cuculo, Ragazze interrotte o, anche se solo in parte, Changeling - con la classica escalation da slasher movie anni ottanta, pur non presentando alcun elemento gore e la violenza sia ridotta al minimo.
L'esercizio della paura sul pubblico è infatti consumato principalmente attraverso suoni e sensazioni, ennesima dimostrazione di quanto negli ultimi anni l'influenza della scuola asiatica sia stata determinante anche nella realizzazione di film da parte di Maestri incontrastati del settore come, per l'appunto, John Carpenter.
L'elemento orientale, dunque, va ad arricchire il parco riferimenti di The ward, che, come già detto, non sarà un campione di originalità o una pellicola autoriale in tutto e per tutto come il magnifico Il seme della follia, eppure riesce a mantenere alto il livello di intrattenimento collocandosi - come spesso accade per i registi di questa caratura - comunque ben più di una spanna oltre la media passata dai distributori in sala.
E scusate se è poco.

MrFord

"All around me are familiar faces
worn out places, worn out faces
bright and early for their daily races
goin' nowhere, goin' nowhere."
Tears for fears - "Mad world" -
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