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mercoledì 24 febbraio 2016

The Danish Girl

Regia: Tom Hooper
Origine: UK, USA, Belgio, Danimarca, Germania
Anno: 2015
Durata: 119'






La trama (con parole mie): Einar e Gerda Wegener sono marito e moglie, due artisti piuttosto conosciuti nella comunità della pittura di Copenaghen negli Anni Venti del Novecento. In particolare, è il primo a riscuotere successo e raccogliere riconoscimenti, fino a quando, a seguito di un gioco legato alle pose per alcuni quadri della moglie, si risveglia in lui il desiderio sopito fin dall'infanzia di vivere la propria vita come una donna.
Entrato in crisi creativa e personale, giudicato pazzo dai medici ed assistito dall'inseparabile Gerda, Einar si muove con la compagna a Parigi, dove la donna trova la sua realizzazione artistica proprio grazie alla serie di dipinti che ritraggono il marito nelle sue vesti femminili: quando anche la capitale francese e l'aver ritrovato un amico d'infanzia di Einar, Hans, cominciano a stare stretti ai Wegener, Einar prende una decisione che sarà destinata a cambiare la Storia.
Seguito dal professor Warnekros, un pioniere della chirurgia, l'uomo ha infatti intenzione di dire addio per sempre alla sua parte maschile e diventare donna a tutti gli effetti.












Se qualcuno mi avesse detto, anche solo scherzando, che il giorno dopo essermi goduto senza ritegno una cosa grandiosa e scoppiettante come Deadpool, sarei riuscito non solo a digerire, ma anche a trovare interessante The Danish Girl, drammone romantico ambientato tra la Danimarca, Parigi e Dresda nel corso della seconda metà degli Anni Venti del Novecento, firmato dal finto radicalchicchissimo Tom Hooper pronto a portarlo sullo schermo con l'eleganza più di un fotografo che di un cineasta, avrei riso della grossa.
A dispetto, invece, della predizione di bottigliate selvagge che pendeva sul capo di questo film come la più pesante delle spade di Damocle, ho finito non solo per non patirne il ritmo ed i toni, ma anche per appassionarmi alla storia di Einar e Gerda Wegener come ad un romanzo da sturm und drang di quelli che mi facevano impazzire a sedici o diciassette anni, quando sognavo una carriera sfolgorante come poeta e scrittore maledetto ed una morte appena dopo i trenta: inoltre, la tematica trattata, per quanto lontana anni luce dalla galassia del Saloon, risulta importante a livello sociale soprattutto in questo periodo e per il futuro, quando si spera che la civiltà prenderà finalmente le redini rispetto alle questioni legate alle differenze culturali, sessuali, razziali, religiose e via discorrendo e finirà - si spera - per farne un punto di forza, e non di debolezza del nostro impianto sociale.
Interpretato benissimo dai due protagonisti - entrambi, comunque, a mio parere enormemente sopravvalutati in termini di bellezza oggettiva -, puntellato su comprimari convincenti ed un'estetica senza dubbio notevole, The Danish Girl pare quasi ipnotizzare sfruttando la sensibilità del singolo spettatore, da chi subirà il fascino della "storia d'amore al contrario" di Gerda ed Einar o di Lili a chi, invece, seguirà con più partecipazione il viaggio verso l'emancipazione della stessa Lili, così come chi, semplicemente, si gusterà il tutto come una vicenda molto passionale per quanto, di fatto, vissuta tutta per sottrazione, dal rapporto tra i due sposi a quello tra Gerda ed Hans: il risultato è un viaggio emotivo e, perchè no, anche estetico che lascia senza dubbio più di un brivido pur concedendo troppo specialmente nella parte finale, con una strizzata d'occhio decisamente marcata all'Academy ed alla retorica.
Ma sono peccati veniali di un film che resta profondamente intenso, e che riesce a fotografare - pur se non bene come in The end of the tour, presto qui al Saloon - con grande sensibilità il disagio profondo di chi non si sente al proprio posto in questo mondo, che sia a causa del proprio corpo o della propria mente: un disagio che non è figlio di follia, ma di una sensibilità che viaggia su binari differenti da quelli che ci si aspetterebbe di percorrere in una quotidianità incasellata, e che spesso, nel corso della Storia, ha significato una vera e propria condanna per chi l'ha vissuta sulla pelle.
Una critica, invece, senza appello, è rivolta all'utilizzo dell'inglese come unica lingua parlata della pellicola: comprendo la facilità in termini di produzione - il danese, in effetti, non dev'essere così semplice da imparare per un attore anglosassone -, ma le sfumature delle inflessioni - specialmente rispetto ai personaggi di Hans e del professor Warnekros, interpretati dal belga Schoenaerts e dal tedesco Sebastian Koch -, sarebbero state indubbiamente più incisive.
Dettagli, comunque - un pò come quella sciarpa nel vento del finale, hollywoodiana oltre misura - , per un film che non solo si lascia guardare e colpisce, ma è riuscito nell'impresa di lasciarsi guardare e colpire anche un tamarro vecchio stile come il sottoscritto.
Un risultato già notevole.





MrFord





"One man, one woman
two friends and two true lovers
somehow we'll help each other through the hard times
one man, one woman
one life to live together
one chance to take that never comes back again
you and me, to the end."

ABBA - "One man, one woman" - 








mercoledì 6 febbraio 2013

Les Misérables

Regia: Tom Hooper
Origine: UK
Anno: 2012
Durata: 158'




La trama (con parole mie): Jean Valjean, incarcerato all'inizio dell'ottocento dopo aver rubato del pane per la sua famiglia in povertà, dopo diciannove anni di lavori forzati torna finalmente un uomo libero. Perseguitato dalla sua condizione e dallo zelante ispettore Javert, trova rifugio in una chiesa: quando trafuga l'argenteria e viene catturato durante la fuga, però, il religioso che l'aveva ospitato confessa alle autorità di avere donato gli oggetti di valore all'uomo, scagionandolo.
Da quel momento la vita di Valjean cambia, e l'ex detenuto scompare cambiando identità e facendo tutto il possibile per aiutare i bisognosi: gli anni passano, la Francia cambia, la lotta tra poveri e ricchi continua, ma non si quieta il desiderio dell'ispettore Javert di ritrovare quel prigioniero che ancora ritiene si sia messo al di sopra della sua adorata Legge.
Nel frattempo Cosette, la figlia adottiva di Jean, una volta cresciuta si innamora di Marius, un rampollo di nobili schieratosi con il popolo nella lotta per la Libertà.





E così, anche in casa Ford si è deciso di affrontare uno dei candidati più forti della prossima corsa agli Oscar, quel Les Misérables tratto dall'omonimo - e notissimo - musical a sua volta ispirato dall'ancora più noto romanzo di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, Victor Hugo.
So che probabilmente vi sareste aspettati di veder volare le bottigliate, considerate le premesse e considerato il regista - Tom Hooper, che un paio d'anni fa mi aveva regalato una delle sòle più clamorose delle ultime stagioni cinematografiche, il bolsissimo Il discorso del re -, eppure non ho trovato questo monumentale - in senso sia positivo che negativo - musical fiume così male come avrei pensato: la messa in scena è ricca ed ottimamente realizzata, il cast fisicamente in parte, alcuni passaggi musicali particolarmente riusciti - oltre alle notissime Stars e On my own l'apertura sul tema degli schiavi così come gli incroci con protagonisti Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen ed il finale sulla melodia dedicata al popolo in rivolta sono particolarmente riusciti -, il climax emozionante, le tematiche importanti - ma qui, di nuovo, il merito va tutto al signor Hugo -.
D'altro canto, i suoi difetti più eclatanti non riescono ad essere imputabili - o almeno non troppo - alle scelte registiche: il fatto che sia completamente - e dico completamente - cantato e dunque particolarmente indigesto se visto a stomaco pieno e con un pò di stanchezza sulle spalle è dovuto alla stessa versione teatrale alla quale Hooper si è ispirato, il fatto che Russel Crowe e Hugh Jackman non siano proprio dei fenomeni come cantanti e che siano stati scelti per "fare cassetta" potrebbe essere responsabilità della produzione ed alcune parti clamorosamente "da Oscar" sono, in questi casi, un tributo quasi obbligato, soprattutto se si è un cineasta dal quale ci si aspetta, ormai, un papabile vincitore dell'ambita statuetta.
Come se non bastasse, mi sbilancio anche affermando senza troppi patemi d'animo che Les Misérables è risultato incredibilmente meno palloso di quanto non sia stato Lincoln - suo diretto rivale nella corsa a favorito dell'Academy -, e che alcune interpretazioni hanno pienamente reso giustizia ai personaggi figli della penna del mitico Victor - per quanto non mi sia mai piaciuta, Anne Hathaway è stratosferica, così come Samanta Barks nel ruolo di Eponine ed il piccolo Daniel Huttlestone in quello di Gavroche, vincitore del premio di preferito fordiano - aggiungendo pathos ad un drammone che altrimenti, complice la scellerata scelta dei recital vocali a raccordare le canzoni invece dei normali dialoghi, sarebbe stato davvero indigesto.
Certo, resta il dubbio che se la stessa materia fosse finita tra le mani di un regista in grado di osare di più - qualcuno ha detto Baz Luhrmann? - il risultato sarebbe stato sicuramente qualcosa di molto più simile ad un cult che non ad un tentativo di sdoganare un genere piuttosto classico nel più classico dei modi rispetto al grande pubblico - sfruttando, chissà, anche la spinta di un eventuale premio che anche i non appassionati di Cinema conoscono molto bene -, ma a conti fatti il lavoro di Hooper è quello di un artigiano che conosce bene il suo mestiere e sa quale materia sfruttare per catturare l'attenzione del pubblico più esigente - la ricerca di Javert ed il suo confronto con Valjean con annessa riflessione sul valore della Legge è roba grossa davvero, e la lotta e la rivoluzione sono in grado di infiammare sempre i cuori - così come di quello occasionale - la storia d'amore tra Cosette e Marius, le macchiette interpretate dai già citati Baron Cohen e Bonham Carter, il finalone spaccacuore -.
Una delusione mancata, quindi, che non rappresenterà certo il meglio che il Cinema potrà offrire al sottoscritto nel corso di questo 2013 ma che, al contrario del lavoro precedente del regista, certo non finirà nella classifica dedicata al peggio: molto più banalmente, siamo di fronte ad una proposta di quelle buone per tutti, e che proprio per questo rischia grosso l'incetta in una certa notte nel corso della quale sarà messa a confronto con titoli sicuramente più meritevoli, ma non per questo altrettanto vincenti - almeno sulla carta -. 


MrFord


"On my own
pretending he's beside me
all alone
I walk with him till morning
without him
I feel his arms around me
and when I lose my way I close my eyes
and he has found me."
Da Les Miserables - "On my own" -


giovedì 31 gennaio 2013

Thursday's child

La trama (con parole mie): giunti alle soglie di un altro weekend cinematografico e con gli Academy sempre più vicini cominciamo a rimpiangere il folgorante inizio 2013 e ad alzare gli occhi al cielo di fronte alle proposte non sempre esaltanti che la distribuzione nostrana ci propina.
Per passare il tempo, però, resta sempre il simpatico diversivo del tiro al Cannibale, ormai sport nazionale perfino nel suo mondo di coniglioni ormai dominato da un ego dittatoriale.
Dunque, non dovessero rientrare nei vostri gusti viaggi nel tempo e grandi ritorni di action heroes, sapete già cosa fare.

"Di addio al tuo culo, Cannibale. E' iniziata la stagione della caccia!"
Les Misérables di Tom Hooper


Il consiglio di Ford: tra non molto l'ego del Cannibale sarà talmente grande da reputare miserabile il resto di lui.
Tom Hooper è il regista de Il discorso del re.
E già questo potrebbe bastare.
Purtroppo è anche il regista de Il maledetto United, gioiellino sportivo che mi aveva colpito assai. Come se non bastasse, la signora Ford adora i musical. Quindi mi sa tanto che, nonostante le probabili bottigliate, una visione ci scapperà. Ma voi che potete evitarlo, risparmiatevelo. Un pò come potreste risparmiarvi i consigli cinematografici del Cannibale! Ahahahahah!
Il consiglio di Cannibal: beccati ‘sta sucata di film, miserabile Ford!
Questo film potreste adorarlo oppure odiarlo.
Da che parte starò io ve lo rivelerò nella mia recensione in arrivo nei prossimi giorni. A coloro che volessero avventurarsi nella visione della nuova fatica di Tom Hooper dico solo che si troveranno di fronte a un drammone musical da 2 ore e 40 minuti tutti cantati. Tutti.
Più che un film, un’esperienza di vita estrema. Ford sarà abbastanza coraggioso per affrontarla o se la farà sotto come ogni volta che si appresta a una Blog War contro di me?

"Per sopportare l'ego del Cannibale, occorre sbronzarsi proprio forte!"
Looper di Rian Johnson


Il consiglio di Ford: dovrò viaggiare nel tempo per riuscire ad evitare l'ego di Peppa Kid.
I viaggi nel tempo, da Ritorno al futuro a Lost, hanno sempre esercitato un fascino particolare sul vecchio cowboy Ford, da sempre curioso di farsi un viaggio nel 1982 ed impedire la venuta del suo acerrimo nemico Skynet. Pardon, Cannibal.
Looper, per quanto non perfetto, si inserisce bene nel filone e rappresenta un ottimo intrattenimento per una settimana certo non da strapparsi i capelli - i tempi di Django paiono già lontani, purtroppo -: anche in questo caso, recensione a brevissimo.
Il consiglio di Cannibal: sono stato mandato indietro nel tempo per eliminare Ford quando era giovane. Ho dovuto viaggiare indietro di 1000 anni!
Un filmetto che parte bene, con una prima parte di buon intrattenimento fantascientifico, mentre precipita nella noia fordiana nella seconda parte e cade in un finale improbabile. Poteva essere un cult, invece è solo un insieme di idee riciclate nemmeno troppo bene da altri film sui viaggi nel tempo. A Ford, amante delle copie anziché degli originali, ovviamente è piaciuto ma io ormai, in maniera altrettanto poco originale, non mi stupisco nemmeno più.

"... E già che ci siamo, anche al tuo ego!"

The Impossible di Juan Antonio Bayona


Il commento di Ford: impossibile trovare un film più retorico di questo.
Il buon Bayona, nonostante la bravura, mi è puzzato di sòla fin dai tempi non sospetti di The Orphanage, acclamato da gran parte della critica e per me soltanto un riempitivo di lusso. Ora, con questo The Impossible, i timori fordiani della vigilia sono stati confermati: un film che parte forte - con un'ottima rappresentazione del tragico tsunami del 26 dicembre 2004 - per poi naufragare nel buonismo zuccheroso neanche fossimo in un War orse qualsiasi. Recensione a brevissimo al Saloon.
Il consiglio di Cannibal: ho smesso di attaccare Ford solo perché è diventato padre? Impossible!
Ed è tripletta cannibale: ho visto pure questo e la recensione diventerà possibile nei prossimi giorni.
Per ora, dico solo che partivo da aspettative altissime, considerato il cast e visto che il regista spagnolo Juan Antonio Bayona aveva esordito con lo splendido The Orphanage. Ford che, da buon anti-cinema quale si vanta di essere (ah perché, non se ne vanta?), non aveva apprezzato The Orphanage, è partito invece da aspettative del tutto opposte. Ma opposte forse non risulteranno le nostre reazioni al film. Questo comunque lo scoprirete prossimamente solo sul memorabile Pensieri Cannibali e poi, se proprio vi avanzano altri due minuti di tempo, pure sul miserabile WhiteRussian.

"Il Cannibale e Ford d'accordo!? Questa sì che è la fine del mondo!"

The Last Stand - L’ultima sfida di Kim Jee-woon
 
 

Il consiglio di Ford: questa sarà l'ultima sfida tra Ford e il Cannibale? Giammai!
Arnold Schwarzenegger. E già questo potrebbe bastare.
E invece in questo action movie tamarro in pieno stile fordiano troviamo anche Johnny Knoxville e Kim Jee-Woon, regista di cosine niente male come Bittersweet life e I saw the devil. Inutile dire che potrebbe rivelarsi il mio film della settimana. Alla facciazza di quell'inutile antagonista di Peeppa Kid e del suo ego, che ormai ha assunto le dimensioni del parrucchino di Nicholas Cage.
Il consiglio di Cannibal: speriamo sia davvero l’ultima, Arnold!
L’ultima sfida di ArFord Schwarzenegger potrebbe anche essere una delle sue ultime nel cinema. L’ex governatore della California con questo The Last Stand ha infatti centrato negli USA un superfloppone colossale e anche qui da noi l’attesa non è certo alle stelle per il suo ritorno cinematografico. Tranne a casa del mio blogger rivale dove Ford, tra una poppata e l’altra, cercherà di trovare il tempo da dedicare al suo vecchio last action hero. Veccho ancor più di lui, pensate un po’ che roba.
Si preannuncia un film quindi for Ford only, o anche 4 4D only. Alla larga tutti gli altri. Me in particolare.

"Hasta la vista, Peppa Kid!"

Ciao Italia di Barbara Bernardi e Fausto Caviglia


Il consiglio di Ford: io Ciao Italia l'ho detto già da un pezzo, al Cinema.
Documentario di nicchia per radical chic a proposito della fuga di cervelli da questa Terra dei cachi sempre più disastrata per la quale si prospetta purtroppo per noi tutti un altro giro sulla giostra del berlusconismo. Vedete voi. Io comunque spero sempre che, insieme ai cervelli, fugga da qui anche l'ego del Cannibale portandosi dietro il resto della sua inutile carcassa! Ahahahahahah!
Il consiglio di Cannibal: Ciao Italia, addio Ford.
Documentario amatorialeggiante della durata di 50 minuti che uscirà probabilmente in una sala.
Una sala non cinematografica. Una sala intesa come salotto. Forse dei due registi Bernardi & Caviglia. Anche se io sto cercando di convincere i produttori a spostare l’anteprima nella sala di Ford, che ne sarà molto contento.

"Ciao, Cannibal Kid. Non ci mancherai."

Cose cattive di Simone Gandolfo

Il commento di Ford: caro Peeppa Kid, ci hanno rubato l'idea delle Blog Wars!
In condizioni normali avrei snobbato selvaggiamente quest'ennesima proposta made in Italy - la stessa della fuga di cervelli - che verrà distribuita in due sale se va bene, ma la cosa interessante di questo film è che si tratta di una sorta di survival all'interno del quale quattro bloggers devono massacrarsi anche tra loro per poter sopravvivere. Una specie di versione alternativa delle molto più stilose Blog Wars che coinvolgono il sottoscritto e l'ego che si porta dietro il corpo esanime del Coniglione.
Il consiglio di Cannibal: ne ho di cose cattive da dire sul conto di Mr. Ford…
Un film italiano interessante? Davvero?
Probabilmente no, però lo spunto di partenza del film è interessante assai. I protagonisti sono infatti un gruppo di blogger che hanno vinto un concorso per chi ha scritto il post più cattivo.
Voglio assolutamente partecipare a questo concorso. Per essere premiato, scriverei infatti non una recensione bastarda contro qualche film, ma un post interamente dedicato al mio blogger nemico Mr. Ford.
Per il resto, la pellicola mi sa che si trasforma nel classico horror survival, però complimenti agli autori per lo spunto davvero ottimo. Tanto che per una volta non mi sento di dire cose cattive su un film italiano.
Su Ford invece posso dire che potrei batterlo tranquillamente in una gara di cattiverie. Anzi, è una cosa che faccio regolarmente a ogni Blog War. A proposito… ciò che si chiede il mondo intero è: a quando la prossima?

"Hanno trovato i resti di Peeppa Kid: Ford l'ha ridotto proprio male!"

Aspromonte di Hedy Krissane


Il consiglio di Cannibal: aspro cinema
Ho risparmiato le cose cattive al film precedente, non penso che lo farò con quest’altra uscita italiana della settimana. Io vorrei anche sostenere il cinema italiano (ehm, forse…), però dai, sinceramente: ma chi ca**o è che va a vedersi un film del genere?
Ma per favore. Nemmeno Ford.
Registi, sceneggiatori, produttori italiani, ho detto: nemmeno Ford!
Il consiglio di Ford: vi dico solo una cosa, me l'ero dimenticato!
Nel corso della stesura del post, tra un commento e l'altro, mi ero
completamente dimenticato di questo.
Ci sarà pure un motivo, no!?

"Ecco dove esilieremo Ford e Cannibal per la prossima Blog War!"

domenica 8 gennaio 2012

Il maledetto United

Regia: Tom Hooper
Origine: Uk
Anno: 2009
Durata: 98'



La trama (con parole mie): Brian Clough è l'allenatore artefice del miracolo del Derby County, una squadra della seconda divisione inglese che, nella prima metà degli anni settanta, in due anni passò dagli ultimi posti della sua categoria al trionfo in Premier League, riuscendo a scalzare dal trono di Campioni d'Inghilterra il Leeds United ed il suo allenatore Don Revie, giudicato il migliore dei tempi e detestato platealmente da Clough per la condotta dei suoi giocatori ed un gesto irrispettoso risalente al loro primo incontro.
Quando lo stesso Revie viene chiamato sulla panchina della Nazionale, Clough prende il suo posto alla guida del Leeds: il suo incarico, però, è destinato a durare soltanto quarantaquattro giorni.




Dev'essere proprio stata la voglia di Oscar a trasformare Tom Hooper in una sorta di manichino da salotto della regia, con il suo spento e noioso Il discorso del re, perchè in precedenza, quando l'autore londinese si concentrava su prodotti targati BBC la qualità del suo lavoro era decisamente maggiore, così come il mordente delle sue pellicole: Il maledetto United è un esempio perfetto dell'inversione di tendenza in negativo avuta da quello che era un cineasta promettente tramutatosi ormai in un nome da locandina per i finti film d'autore in realtà più blockbuster dei blockbuster - ed il suo prossimo I miserabili non promette nulla di buono, in questo senso -.
Ma evitando di perderci in chiacchiere inutili a proposito del trionfatore all'ultima edizione degli Academy Awards - in fondo, l'ho già bottigliato in più di un'occasione -, preferisco concentrarmi su questo stilosissimo biopic che gli amanti del calcio - ma, volendo, non solo - non possono davvero non amare: innanzitutto, il suo protagonista è Brian Clough, uno degli allenatori più controversi ed irriverenti della storia del pallone, una sorta di Mourinho ante-litteram, nonchè artefice di miracoli che ebbero del clamoroso e di cadute altrettanto roboanti, ed in secondo luogo perchè - ed è una qualità rara - le vicende raccontate riescono a prendere una dimensione da campo da gioco nonostante la scelta di non riportare quasi per nulla immagini ricostruite delle partite, scegliendo al contrario un approccio praticamente documentaristico per i riferimenti alla realtà di quei belligeranti anni della Premier League.
Io stesso, che nonostante adori il calcio di Brian Clough conoscevo poco e nulla, ho riscoperto volentieri i retroscena della sua vera e propria ossessione per il Leeds United così come il rapporto simbiotico con l'assistente Peter Taylor - interessante il modo in cui lo stesso viene portato in scena dal regista, che ironicamente sceglie di descrivere il legame tra i due uomini quasi fossero una coppia, in particolare nelle due sequenze riguardanti la telefonata durante il pranzo in famiglia e la riappacificazione conclusiva con quel "babe" che neppure Hap e Leonard sarebbero stati in grado di tirare fuori -, apprezzando anche la visione "da spogliatoio" di uno sport popolarissimo eppure ancora sconosciuto alla massa rispetto alle sue dinamiche sotterranee - lo scomodo triangolo giocatori/allenatore/dirigenza, la gestione della rosa e le "vendette" in campo -, allora certamente più alla luce del sole di quanto non sia oggi - i pestaggi e le intimidazioni dei giocatori del Leeds tanto osteggiati da Clough, specchio di una condotta anche sugli spalti che porterà le squadre inglesi al clamoroso bando dalle competizioni europee dopo la strage dell'Heysel per cinque stagioni -.
Un altro pregio di questa solida pellicola è dato dalla rappresentazione stessa del suo protagonista, per nulla ruffiana nonostante nel caso del fu allenatore del Derby, del Leeds e del Nottingham Forest si stia parlando di una vera e propria leggenda anglosassone: Clough è infatti rappresentato così com'era, riuscendo a tratti ad irritare quanto fu solito fare nel corso della sua controversa carriera, eppure l'impressione che fosse il possessore - con Taylor, indubbiamente - di un talento indiscusso e di una sorta di magia è fuor di dubbio.
L'impresa che l'insolita coppia - uno esplosivo ed arrogante, l'altro introverso e pacato - realizzò con il Derby County e rese ancora più grande alla fine degli anni settanta con il Nottingham - vincitore di due Coppe dei Campioni consecutive dopo essere stato promosso nella massima divisione ed aver vinto il campionato al suo primo anno in Premier - assume una dimesione umana che la pellicola di Hooper cattura e riporta con solida onestà al pubblico, sfruttando al meglio il buon comparto tecnico - colonna sonora, fotografia, montaggio - così come il cast, dall'ispirato Michael Sheen al veterano Colm Meany - che ricordo ancora protagonista di Due sulla strada, con la maglietta "Fuck Schillaci" a seguito dell'eliminazione dell'Irlanda nel Mondiale 1990 proprio grazie al mattatore delle "notti magiche" - e concentrandosi più che sulle vittorie sull'insuccesso che fu il tentativo di Clough di prendere il timone della sua squadra nemesi che Don Revie aveva portato a trionfi ripetuti in patria ma che a livello internazionale non aveva conosciuto la stessa gloria.
Quei quarantaquattro, disgraziati giorni - orfano dell'inseparabile Taylor -, furono per l'ex allenatore del Derby uno dei momenti più oscuri della carriera e della vita calcistica e non, che soltanto le imprese successive del Nottingham in Europa riuscirono a cancellare - almeno, questo possiamo pensare - dalla memoria di un paladino dell'ego come lo stesso Clough.
Certo, non si tratterà di un film perfetto ed in grado di comunicare con ogni genere di spettatore, e qualche sbavatura - soprattutto rispetto alla sceneggiatura - è evidente, eppure Il maledetto United resta una visione tosta e corposa come un whisky venato dallo spirito leggero e a suo modo tagliente del the: peccato che, per il successo giunto quest'anno, Hooper si sia dimenticato, con l'alcool, anche le palle.
Ma questa è un'altra storia.
Che interessa molto meno della straordinaria vicenda di Brian Clough, il migliore allenatore d'Inghilterra.

MrFord

"Well you know that I'm a wicked guy
and I was born with a jealous mind
and I can't spend my whole life
trying just to make you toe the line."
The Beatles - "Run for your life" -
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