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domenica 26 agosto 2018

Monolith (Ivan Silvestrini, Italia, 2016, 83')




Come ormai è noto ai più assidui o storici frequentatori del Saloon, questo vecchio cowboy sta alla guida quanto The Rock alla danza classica.
Non ho mai avuto urgenza, nel corso della mia vita, o desiderio, di prendere la patente e mettermi al volante: probabilmente ha influito in questo essere cresciuto in una città in cui praticamente ogni destinazione era raggiungibile con i mezzi pubblici, o non considerare l'auto come un mezzo per rimorchiare, o, più tardi, riprendermi dalle sbronze grazie a lunghe camminate da una parte all'altra di Milano nella notte in modo da ascoltare musica e prendere aria ed arrivare a casa più sano di quanto non avrei fatto al volante. O forse, semplicemente, non è roba per me.
Da quando ho preso la patente - ormai quasi sette anni fa - il mio rapporto con le quattroruote è rimasto piuttosto freddo, e credo attualmente di non aver messo piede al posto del guidatore negli ultimi due anni almeno - al momento in cui scrivevo questo post: per esigenze lavorative tra giugno ed oggi penso di aver guidato più che nei già citati ultimi sette anni -: i progressi tecnologici e il livello sempre più alto di sicurezza rispetto alla guida, però, mi fanno ben sperare in un futuro in cui ogni mezzo avrà il suo pilota automatico e la presenza all'interno di noi umani sarà solo ed esclusivamente di monitoraggio.
Da questo punto di vista, un film come Monolith - tratto da una graphic novel che non conoscevo e prodotto addirittura da Sergio Bonelli Editore, di norma lontano da questo tipo di operazioni - dovrebbe servire a riportarmi sulla retta via, fidarmi di più di noi ominidi e considerare che, come Sully insegna, non ci sono macchine o computer in grado di sostituire l'uomo che le gestisce: eppure, a conti fatti, la pellicola dell'italiano Ivan Silvestrini non ha fatto altro che alimentare i dubbi a proposito di tutte le sviste, piccole o grandi, che possiamo fare, incarnate alla perfezione da una protagonista che, pur se animata da buone intenzioni, concorre in questi appena ottanta minuti al record mondiale di stronzate che si possono compiere quando si viaggia con un bambino, dalle biglie comprate nel drugstore al costume da orso fatto indossare mentre si attraversa una zona desertica al piccolo, passando alla gestione dello smartphone e alla sigaretta in macchina con i finestrini chiusi - senza contare le patologie di natura asmatica del bambino -.
In questo senso non sono riuscito a capire, a fronte di un ritmo comunque ben sostenuto, cosa abbia animato gli autori della graphic novel già citata e dunque della sceneggiatura, e se la logica che muove questa madre comunque amorevole e legata al suo bimbo sia stata resa male o esasperata in modo che si sviluppassero tutti gli snodi dello script, che senza dubbio rappresenta, al contrario del timing e della qualità delle riprese - probabilmente effettuate ad altissima definizione direttamente in digitale - il punto debole dell'operazione.
Ad ogni modo, con il senno di poi ho trovato decisamente esagerate alcune stroncature lette in rete, almeno quanto le poche recensioni entusiastiche che dipingevano Monolith come un tentativo fuori dal coro e a suo modo geniale: in nessuno dei due casi, che la si veda in termini positivi o negativi, ci troviamo di fronte al nuovo Duel - quello sì che era un car movie pazzesco -, quanto più ad un tentativo piuttosto malriuscito - in termini di concetto e scrittura - di mostrare la fallibilità umana e quella artificiale, con la differenza che alla prima potremo sempre e comunque provare a trovare un rimedio.
Il fatto è che, per uno allergico alla guida come il sottoscritto, il desiderio di avere un mezzo come la Monolith è rimasto immutato: in fondo, con i Fordini sono sempre stato molto attento ed apprensivo, e non c'è alcun pericolo, da non tabagista, che decida di affumicare l'interno dell'auto.
Potrei, però, mettermi comodo e chiacchierare - magari di Cinema - con il computer di bordo lasciando che sia lui a portarmi a destinazione: il sogno di bambino anni ottanta fan di Supercar che si realizza.



MrFord



 

mercoledì 27 gennaio 2016

Steve Jobs

Regia: Danny Boyle
Origine: USA, UK
Anno: 2015
Durata: 122'






La trama (con parole mie): attraverso tre episodi chiave della sua carriera - la presentazione del Mac nell'ottantaquattro, quella di Next nell'ottantotto e dell'IMac nel novantotto - scopriamo l'uomo dietro la leggenda di Steve Jobs, creatore e direttore d'orchestra di una delle realtà industriali e di cultura pop più importanti dell'ultimo secolo, Apple.
Dall'ego smisurato ai complicati rapporti con i colleghi e la figlia, così come con il suo passato di bambino adottato, passando per i confronti che l'hanno portato sotto i riflettori sia da un punto di vista umano che lavorativo, scopriamo i fiumi di parole ed i rari, intensi silenzi di un innovatore che seppe sfruttare al meglio il suo talento di sfruttare ed organizzare il talento di altri.










Non sono mai stato un patito di tecnologia.
Ricordo i tempi delle cassette riavvolte con le Bic, il passaggio al lettore cd, internet visto come un mondo da scoprire la prima volta che lo provai in ufficio, quando ancora averlo in casa era quasi fantascienza, almeno in Italia, il primo cellulare, ma di fatto, niente che mi abbia fatto emozionare davvero.
Personalmente, ho memoria dell'IMac soltanto perchè, nei primi anni zero, tutti i disegnatori con i quali lavoravo ai tempi della mia scellerata avventura come sceneggiatore di fumetti l'avevano: e penso di avere totalmente ignorato la vita e le imprese di Steve Jobs - fatta eccezione per i riferimenti alla Pixar - fino alla sua morte.
Curioso, in questo senso, che io sia e sia stato un utente Apple, almeno in parte.
E che tutta l'intuitività dei prodotti della Mela non abbia fatto mai particolarmente breccia, qui al Saloon.
Non troppo tempo fa, nonostante i suoi palesi limiti ed una certa banalità di fondo, avevo finito perfino per sopportare, come fosse un film d'intrattenimento senza pretese, il primo biopic - piuttosto scialbo - dedicato a quella che è stata l'anima di un'azienda che ha cambiato a suo modo il mondo, il "direttore d'orchestra" di un gruppo di ragazzi che da un garage di Cupertino, in California, ha di fatto conquistato l'intero pianeta.
Ma è stato come non avere il polso della situazione, del personaggio, della quadratura del cerchio, fino alla visione dello Steve Jobs di Danny Boyle - per una volta imbrigliato e sobrio con la macchina da presa - ed Aaron Sorkin, che si conferma uno degli sceneggiatori più mostruosi che il Cinema americano abbia in forza attualmente: personalmente, le aspettative rispetto a questo anomalo biopic erano piuttosto basse, complici il recente fallimento del suo regista - al quale ho sempre voluto bene, sia chiaro -, In trance, e l'idea dell'inutilità di fondo di un secondo lungometraggio dedicato al guru dell'Apple nel giro di un paio di stagioni cinematografiche, dunque ho finito per approcciare la pellicola nel modo più distante e critico possibile.
E cosa orchestrano, sfruttando un cast in stato di grazia - dalla conferma Fassbender all'ormai veterano caratterista Jeff Daniels, passando per un sorprendente per il ruolo Seth Rogen e la garanzia Kate Winslet - i già citati Boyle e Sorkin?
Un vero e proprio tripudio di classe, una versione backstage di un biopic classico, che punta più a mostrare i fantasmi del personaggio che racconta che non il personaggio stesso - in questo senso, parliamoci chiaro, Steve Jobs era decisamente un sacco di merda -, una sorta di versione realistica e travolgente di Birdman che, spogliato dai manierismi e dalle lungaggini, interpreta una delle realtà più importanti della società attuale - e parlo in termini pop, non tecnologici - ed il suo fautore, un uomo che non ha avuto paura di farsi odiare finendo, di fatto, per costruire un impero e farsi amare da più generazioni di utenti che, di fatto, lo hanno consacrato quasi al livello di un'icona religiosa.
Ed è davvero un'impresa non da poco, inchiodare alla sedia con un ritmo forsennato il pubblico incentrando l'intera ossatura di un film su un personaggio che, in termini di empatia, non ha davvero nulla da dare, affidandosi esclusivamente a dialoghi serrati, montaggio ed una regia che è una rasoiata, più che a retorica o facili stratagemmi: ci si appella a meccanismi istintivi ed umani, al non detto che, nella vita di tutti i giorni di ognuno di noi, direttori d'orchestra o no, finisce per influenzare in modo definitivo anche tutte le parole che buttiamo su qualsiasi palco della nostra esistenza.
E questo è il vero miracolo di un film di questo genere, che sento già in molti considerare freddo, distaccato, verboso, noioso, lontano, egocentrico: un pò come il suo protagonista.
Onestamente, non mi è mai fregato un cazzo, di Steve Jobs, se non come monito che tutto lo status, i soldi e l'influenza possibili non riusciranno mai e poi mai a salvarci dal Destino almeno quanto l'ultimo dei poveri stronzi.
Eppure, nel corso di queste due ore, Steve Jobs l'ho sentito sulla pelle.
Più di quanto il Mac o l'IPod siano mai riusciti a fare.




MrFord





"Outside of the window
I was sticking with you
we were only kids then
I was staying at yours
sheltered in our own worlds."

The Maccabees - "Grew up at midnight" - 







sabato 26 ottobre 2013

Il potere dei soldi

Regia: Robert Luketic
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Adam Cassidy è un giovane di belle speranze pronto ad aggredire il mondo del lavoro nella speranza di fare successo come nuovo alfiere della telefonia mobile, nonostante l'apparente ostilità del suo capo, il magnate del settore Nicolas Wyatt.
Quando, licenziato, il giovane decide di sfruttare la carta di credito aziendale per una notte brava, diviene ricattabile, nonchè la pedina dello stesso Wyatt per mettere le mani sui progetti di un rivoluzionario smartphone creato dal suo storico rivale, Jock Goddard, che potrebbe conquistare non solo il mercato, ma anche la società dell'incattivito Nicolas.
Il rapporto con la direttrice marketing di Goddard e con la propria coscienza, però, muoveranno Cassidy verso una collaborazione con l'FBI che metterà i cattivi dove meritano e porterà al ragazzo tutte le opportunità possibili per un futuro da favoletta.
Neanche fosse un prodotto Disney.




Pensavo che sarebbe stato praticamente impossibile, almeno nel corso del duemilatredici, incappare in un'altra pellicola dello stesso livello di bruttezza assoluta di Dead man down, pronta a fare un figurone nella decina fordiana dedicata al peggio di fine anno, e invece sono stato contraddetto - e neppure poco - da Robert Luketic, regista di bassa lega che, comunque, in passato era perfino riuscito ad intrattenermi con il divertente La dura verità: Il potere dei soldi, infatti, riesce ad andare nettamente oltre alle già pressochè inesistenti aspettative che nutrivo in merito, attestandosi a schifezza galattica di caratura non indifferente, inutile cocktail di luoghi comuni, interpretazioni vergognose, miti più o meno solidi della settima arte caduti in rovina ed una serie di immagini da calendario di Chris Hemsworth girate principalmente per la gioia del pubblico femminile.
Un peccato per Gary Oldman, chiamato a recitare il ruolo del solito Gary Oldman schizzato, per Richard Dreyfuss - mito degli anni ottanta costretto a cucirsi addosso la figura del vecchio padre, triste eppure in qualche modo il migliore nel disastro generale - e per Harrison Ford, un tempo orgoglioso Indiana Jones e Han Solo, ed ormai solo un vecchio e pallido ritratto sbiadito di se stesso - e certo non per colpa dell'età anagrafica -, così come per Amber Heard, che non so se a causa della pochezza del film riesce a risultare perfino abbruttita ed ingrassata rispetto ai tempi di The rum diary o Drive angry, pellicole in grado di mostrare davvero tutto il suo potenziale.
Quello che resta oltre le critiche alle scelte di alcuni attori di fama mondiale di imbarcarsi in un'avventura di questo livello - portafoglio a parte - è davvero poco, se non un clamoroso mix di banalità e buchi di logica da far invidia ai peggiori horror ed una regia di un piattume da Guinness, alla quale finisce per essere preferibile quella amatoriale e che può pensare di vincere un confronto solo ed esclusivamente rispetto alle assurdità made in Italy portate in sala ogni settimana dai nostri lungimiranti ed acuti distributori.
Ogni spunto d'interesse che poteva essere legato all'utilizzo sempre crescente della telefonia come strumento di connessione globale associato ad internet o all'idea del "chi controlla i controllori" è letteralmente soffocato da una storiella di agghiacciante moralismo di fondo all'interno della quale il protagonista passa dall'essere uno squalo senza scrupoli mosso dal desiderio di denaro ed affermazione ad un vero e proprio boy scout al quale nessuno, alla fine, potrà rimproverare nulla, neppure la polizia, a capo della quale fa bella mostra di sè il rientrante Josh Holloway, che riesce a fare addirittura bella figura nella recitazione rispetto ai suoi ben più blasonati colleghi - ed è tutto dire -.
Pochezza a profusione, dunque, che unita all'approccio da Grillo parlante del redento "eroe" rende la visione ancora più indigesta, e senza dubbio forte la candidatura per Il potere dei soldi al podio dei "worst three" dell'anno: dimostrazione pratica del fatto che, quando pensi di aver incontrato il peggio, sei solo all'inizio del tuo percorso attraverso "una selva oscura".
A pensarci bene, sarebbe quasi stato più divertente passare un'ora e mezza a difendersi dagli attacchi dei gestori telefonici pronti a tempestare di chiamate per proporre questa o quella incredibile e vantaggiosissima offerta.


MrFord


"Money, get away
get a good job with more pay and you're okay
money, it's a gas
grab that cash with both hands and make a stash
new car, caviar, four star daydream,
think I'll buy me a football team."
Pink Floyd - "Money" - 



sabato 29 giugno 2013

Bloglovin' time

La trama (con parole mie): a quanto pare avverranno dei cambiamenti dal primo luglio legati a Google Reader e ad altre grane tecnologiche delle quali continuo a non capire nulla.
Per evitare di essere tagliato fuori, intanto, ho portato il culo del Saloon su Bloglovin'.
Staremo a vedere che succede.

Tra le altre cose, quando capirò come funziona esattamente ovviamente inserirò il link per collegarvi direttamente alla mia pagina da quelle parti e seguirmi lì!

In alto i calici, come sempre!

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MrFord

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