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martedì 17 maggio 2016

Ave, Cesare!

Regia: Joel Coen, Ethan Coen
Origine: USA, UK, Giappone
Anno:
2016
Durata:
106'








La trama (con parole mie): Eddie Mannix è il problem solver ed il coordinatore dei Capitol Studios, una delle realtà più importanti del Cinema all'inizio degli anni cinquanta.
Il suo compito, a qualsiasi ora del giorno e della notte, è fare in modo che le cose girino sempre per il verso giusto, che registi ed attori svolgano il loro lavoro al meglio cercando di mettersi nei guai il meno possibile e tirarli fuori dagli stessi guai all'occorrenza: quando Baird Whitlock, star principale del kolossal in corso di ripresa Ave, Cesare! scompare misteriosamente dagli studios, per Mannix inizia una ricerca che potrebbe condurlo a scoperte decisamente scomode, nonchè ad utilizzare tutto il suo talento nel rimettere sui binari quello che rischia di deragliare ad ogni sequenza.
Perchè se nella settima arte esistono tante stelle, e storie, ed il senso di meraviglia conquista, alle spalle di tutto resta sempre un demiurgo che ha ben chiaro il senso del suo compito, e lo svolge con diligente solerzia.













Fin dai tempi dei primi passi nel mondo del Cinema autoriale, ho sempre adorato il modo di raccontare storie dei fratelli Coen: scombinati eppure perfettamente lucidi, assurdi ma calcolatori, pronti a regalare perle da pisciarsi addosso dalle risate come Il grande Lebowski o Arizona Junior e ritratti quasi oscuri come Fargo e L'uomo che non c'era, così come a lanciarsi in esperimenti pronti a toccare i più disparati generi cinematografici, da Crocevia della morte a Il grinta.
Neppure di fronte ai loro lavori meno ispirati e riusciti - si pensi a Prima ti sposo poi ti rovino o Ladykillers - sono riuscito a volere male ai due fratellini, anzi, ho finito per godermi anche i punti più bassi della loro carriera: eppure, ai tempi dell'uscita del trailer, non ero affatto convinto di quest'ultimo Ave, Cesare!, che dava al sottoscritto l'impressione della minestra riscaldata che funziona sempre poco, soprattutto al Cinema.
E invece, al contrario di tutte le aspettative, i Coen hanno finito per stupirmi in positivo un'altra volta.
Ave, Cesare!, infatti, è un film complesso nonostante l'apparenza giocosa e citazionista - senza dubbio è un lavoro costruito da amanti del Cinema soprattutto classico per amanti del Cinema soprattutto classico -, di quelli che, probabilmente, finiscono per acquistare valore visione dopo visione, all'interno del quale, come in un gioco di scatole cinesi, si fondono il noir, la commedia, il grottesco, il musical, l'epoca fantastica dei grandi studios ed il kitsch dei kolossal che fecero la Storia negli anni cinquanta, da I dieci comandamenti a Ben Hur, una specie di strano mix tra il già citato Il grande Lebowski e Vizio di forma, con qualche spruzzata di metacinema e la consueta riflessione legata alla Fede tipica dei Coen già presente nel sottovalutato e bellissimo A serious man.
Non un film per tutti, dunque, ed ancor meno per i detrattori dei due registi e sceneggiatori, che in Ave, Cesare! ritroveranno tutti i tratti distintivi che fanno andare in visibilio i loro fan hardcore tanto quanto irritano chi non si specchia nel loro modo di approcciare la settima arte: a prescindere, comunque, da questo, e dal cast davvero all star, la realizzazione tecnica risulta impeccabile nella ricostruzione della cornice d'epoca così come nella messa in scena.
Dal canto mio, a parte i molteplici riferimenti ad un'era che adoro del Cinema americano, ho trovato in questo film tutto l'amore che i Coen nutrono per la settima arte in tutte le sue incarnazioni, ed una riflessione davvero profonda nata sfruttando la figura da Mr. Wolf di Eddie Mannix, una sorta di divinità scesa in terra per aggiustare tutti i guai originati dalle star scombinate, caotiche e spesso e volentieri neppure in grado di comprendere la vita oltre il set ed espiarli e confessarli come se fossero propri, neanche fosse il Gesù del kolossal che si incarica di salvare riportando sulla retta via il perduto - in tutti i sensi - Baird Whitlock.
O forse quella stessa riflessione è in realtà una grande presa in giro della seriosità ed importanza che alcuni dogmi - che si parli di Fede o di Cinema poco importa - finiscono per avere anche quando si vivrebbe meglio con leggerezza e strafottenza, con la capacità di dimenticarsi della Fede stessa come Baird o con la semplicità del cowboy ritrovatosi attore Hobie Doyle, incapace di recitare quando occorre rapportarsi agli umani - strepitoso il siparietto con Ralph Fiennes - così come di togliersi la dentiera nel pieno di un appuntamento per raccontare di quando un incidente di rodeo gli è costato tutti i denti neanche parlasse delle scarpe che si è messo quella stessa mattina per uscire.
Ma in fondo, che si tratti di una cosa o dell'altra, non è dato conoscere la risposta, ma se senza dubbio caldeggiato provare a trovarne una, fosse anche sbagliata: il bello del Cinema - e di Ave, Cesare! - è proprio questo.
Un intrigo passionale.
Una storia d'amore.
Un atto di fede.
Un tentativo di rivolta.
Ad ognuno il suo.
L'importante è avere il set giusto per brillare.





MrFord





"Who are these christians?
What is this strange religion?
I' ve heard it said they turn the other cheek
ha ha ha ha
throw them to the lions
throw them to the lions
throw them to the lions
thumbs down
10 pieces of gold for every man
hail caesar hail caesar."
Iggy Pop - "Caesar" - 





lunedì 8 febbraio 2016

The hateful eight

Regia: Quentin Tarantino
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
187'






La trama (con parole mie): siamo nel cuore dell'inverno in Wyoming, quando John Ruth, cacciatore di taglie soprannominato "il Boia", sta conducendo nella cittadina di Red Rock la ricercata Daisy Domergue, in modo da consegnarla viva e riscattarne la taglia.
Quando, sulla via, incontra l'ex Maggiore dell'esercito nordista Marquis Warren, anch'egli cacciatore di taglie con prede da consegnare - morte -, quello che doveva essere un viaggio tranquillo diviene una vera e propria lotta per la sopravvivenza: caricato il Maggiore sulla diligenza con quello che dovrebbe divenire lo sceriffo di Red Rock, Chris Mannix, figlio di un ufficiale sudista ribelle, Ruth è costretto a causa della tormenta incombente a ripiegare sulla stazione di cambio gestita da Minnie, in modo da lasciare che il clima divenga più favorevole.
Peccato che Minnie stessa abbia lasciato la gestione del locale ad un messicano mai incontrato, e che gli ospiti non ispirino tutta questa fiducia: avrà inizio, dunque, una sorta di partita a scacchi tra Ruth, Warren e Mannix ed il resto dei loro forzati compagni di sosta.











L'approdo in sala di Tarantino è sempre, in un modo o nell'altro, un evento.
Il ragazzaccio del Tennessee, fin dai tempi de Le iene e Pulp fiction, ha catalizzato l'attenzione non solo della critica, ma anche del pubblico mainstream, finendo per diventare, di fatto, uno degli autori più di culto che la settima arte statunitense abbia prodotto negli ultimi cinquant'anni.
Al suo ottavo film, il vecchio Quentin ha lanciato un'altra sfida: sfruttare il Western, già materia del precedente Django Unchained, per raccontare, di fatto, un thriller da camera decisamente teatrale che non sfigurerebbe nella filmografia di un Polanski, pur filtrato attraverso la mitologia pulp che, di fatto, ha lui stesso consacrato.
E ci sarebbero scene a profusione, da citare in termini critici, dai dialoghi fitti e serrati della prima parte alle immagini del finale, dalla rappresentazione della cultura americana come e più di quanto non fu fatto con il già citato Django al retaggio dei Dead man e de Gli spietati, tra giustizialismo a stelle e strisce a menzogne vendute come sogni.
Di fatto, per quanto mi riguarda e di pancia - scrivo questo pezzo un mese prima che esca in Italia, fresco di visione -, The hateful eight è il film più maturo di Tarantino come regista, il primo a sfidare davvero sia il suo "pubblico occasionale", più alternativo e giovane - principalmente, gli amanti di Kill Bill - sia quello di vecchia data, che si aspetta ad ogni nuova uscita un'innovazione anche quando, di fatto, la stessa innovazione risulti ormai un marchio di fabbrica - come la decostruzione temporale che rese così noto il vecchio Quentin ai tempi della Palma d'oro a Pulp fiction -: troppo lento ed ostico per i primi, troppo classico per i secondi, anche quando, di fatto, The hateful eight non è l'una o l'altra cosa.
Da amante del West e della Frontiera, ho adorato il modo in cui, di fatto, Tarantino ha snobbato entrambe le cose, finendo per raccontare una storia di violenza, vendetta, menzogna, voglia di dimostrare chi si è e chi non si è pur di arrivare a quello che si vorrebbe, adattabile a qualsiasi epoca ma soprattutto specchio di quello che è da sempre la cultura degli USA, dal senso del dovere esasperato - John Ruth - al giustizialismo - quei "bastardi che vengono impiccati dai più bastardi che sono quelli che impiccano" -, dai problemi razziali al concetto del "self made" in grado di sconfinare oltre ogni limite.
Ed è curioso come e quanto i charachters tutti d'un pezzo che tanto hanno fatto la fortuna della settima arte del passato siano spazzati via in favore di quelli che, al contrario, vivono di sfumature, profondamente umani nel loro essere in bilico tra senso comune ed istinti primordiali: e nel film meno "musicato" - nonostante il lavoro splendido di Morricone - di Tarantino a fare la parte del leone sono soprattutto i personaggi, pensati e sentiti profondamente dal Quentin sceneggiatore, prima che regista, coccolati nel bene e nel male dal primo all'ultimo minuto, ed a prescindere dal tempo concesso agli stessi davanti alla macchina da presa.
The hateful eight diviene, dunque, una versione della maturità de Le iene, un dramma da interno che potrebbe essere inserito in qualsiasi contesto ed epoca, vissuto più come una lettura dell'animo umano - ed in particolare statunitense - che non come un omaggio al Cinema di genere che tanto Tarantino ha dichiarato di amare: e senza dubbio, è uno dei suoi lavori più puri, in termini di settima arte.
Ma, ancora una volta, non voglio confinare un'opera di questa portata ad un post ed una recensione "di testa": The hateful eight è un film di interiora, carne e sangue, per quanto figlio di un cervello che quasi scoppia dalla voluminosità del materiale che contiene, un'opera di immagini di potenza rara - le "ali" di Daisy formate dalle racchette da neve su tutte - e volgarità sopra le righe, che non ha mezze misure e non le chiede, sfrutta il retaggio del percorso del suo autore ma ha un'identità così forte da scomodare paragoni per il sottoscritto di norma impossibili da mettere in gioco.
Qui non si entra in un Saloon con bevute, pacche sulle spalle e magari, di tanto in tanto, qualche pugno: qui ci si muove in un covo di vipere, con gli istinti primordiali che tutti noi umani, chi più predatorio e chi meno, portiamo in dono al mondo.
Ruth o Domergue, poco cambia.
Quelli sono gli estremi.
Ed intanto i Mannix così come i Warren dovranno continuare a vivere giocandosi tutto su faccia tosta o menzogne, pompini alle convenzioni razziali e lettere d'amore a qualcuno che possiamo soltanto sognare di conoscere.
In un certo senso, si potrebbe pensare che il West sia stato la preistoria del social marketing.
O che, ancora più semplicemente, l'Uomo non possa vivere senza un confronto all'ultimo colpo con chi sta di fronte a lui: caccia o complicità che sia.





MrFord





"I am tired of this devil
I am tired of this stuff
I am tired of this business
so when the going gets rough
I ain't scared of your brother
I ain't scared of no sheets
I ain't scare of nobody
girl, when the goin' gets mean."

Michael Jackson - "Black or white" - 









lunedì 5 ottobre 2015

Magic Mike XXL

Regia: Gregory Jacobs
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 115'





La trama (con parole mie): sono passati tre anni da quando Mike, all'apice della sua carriera da spogliarellista, ha abbandonato il palco per dedicarsi ai progetti personali. Aperta una propria azienda legata alla creazione e restauro di mobili ed impegnato a cercare di costruire il proprio futuro, viene contattato dai suoi vecchi compagni, i Re di Tampa, orfani del loro ex leader Dallas, decisi a mollare a loro volta non prima di aver partecipato ad una delle più importanti convention del loro "settore".
Abbandonato da quella che sarebbe dovuta diventare sua moglie e bisognoso di uno stacco, Mike deciderà di unirsi ai vecchi amici per un viaggio on the road ed un weekend che dovrebbe riportare la "magia" nella sua vita: come andrà quando gli amici e strippers dovranno rimettersi in gioco e rimodernare il loro repertorio?










Una delle cose più interessanti di questi ultimi anni di Cinema, almeno per quanto mi riguarda, dall'action alle commedie più o meno impegnate, è stata la progressiva scoperta dell'autoironia da parte dei bistecconi e dei quarti di bue che, nel corso dei miei adorati anni ottanta, parevano prendersi sul serio come fossero invincibili e non ci sarebbe mai stata fine per i loro addominali scolpiti, ed i bicipiti strappa magliette.
Eppure, inesorabilmente, tutto, perfino i corpi scolpiti, finisce per conoscere l'inevitabile declino, ed una quasi mitica caducità - termine forse un pò troppo aulico, considerato l'argomento di cui sto scrivendo - ad un tempo tragica e divertente: lo spirito che ho intravisto dietro questo secondo film dedicato alle gesta dello stripper Mike è proprio questo, come un confine sottilissimo tracciato a cavallo tra malinconia ed entusiasmo, crisi e voglia di ricominciare.
Onestamente, dopo essere stato tra i pochi a difendere il discreto primo capitolo, considerate le dipartite di Soderbergh e McConaughey, non nutrivo grandi aspettative rispetto al lavoro di Gregory Jacobs: la prima parte di questo XXL, invece, finisce per essere quasi sorprendente.
Mike, con la sua impresa ed il suo sogno americano in versione domestica, non nasconde quanto culo si debba fare soltanto per rimanere a galla, confessa di essere stato piantato proprio a seguito della richiesta di matrimonio all'allora fidanzata, mostra il fianco alla vita e la voglia di dimenticarsi le delusioni passando un weekend con i vecchi compagni di palco, pronti a regalare a loro volta chicche da antologia - lo strip di Manganiello nel market della stazione di servizio sulle note dei Backstreet Boys è una delle scene cult dell'anno - prima di appendere i costumi di scena al chiodo e ritirarsi in modo da prendere ognuno la propria strada.
Una sorta di saluto, dunque, ad una parte del viaggio da queste parti e ad un lavoro che, come tutti quelli molto legati alla fisicità, è destinato prima o poi a dover essere lasciato ai ricordi, che porta lo spettatore a considerare il tutto quasi una versione strafatta del classico prodotto Sundance di formazione: ma non è tutto oro quello che luccica, e ad una prima metà decisamente efficace segue una seconda un pò troppo oltre - minutaggio, numeri sul palco, riproposizione della formula abusata del gruppo che pare destinato alla sconfitta ed al disfacimento e poi arriva all'appuntamento decisivo e spacca il culo a tutti - che rischia di far naufragare l'intero film.
Fortunatamente la piacevole parentesi a casa della madre di una ragazza sedotta da uno dei membri dei Re di Tampa, la presenza sempre molto piacevole di Amber Heard ed un finale praticamente sospeso, che di fatto tiene fede a quello che è lo spirito della pellicola, ovvero l'idea di raccontare una storia assolutamente normale che non porta ad alcun evento incredibile, ma semplicemente conduce i suoi protagonisti al resto della loro vita, finiscono per tenere a galla un'operazione rischiosa ma, a conti fatti, in grado di reggere la ribalta fino alla fine.
Considerato che mi sarei aspettato una ridicola esibizione, direi che, al contrario, questo Mike ha ancora un pò di magia da regalare.




MrFord




"Tell me why
ain't nothin' but a heartache
tell me why
ain't nothin' but a mistake
tell me why
I never wanna hear you say
I want it that way."
Backstreet Boys - "I want it that way"  -






giovedì 24 settembre 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): l'autunno è ormai cominciato, e la grande corsa verso le classifiche ed i bilanci di fine anno con lui. Per ora, le certezze restano la consueta follia in termini cinematografici del mio antagonista nonchè co-conduttore della rubrica Cannibal Kid e la crisi della blogosfera, che attraversa un periodo di stanca come pochi altri se n'erano visti finora.
Speriamo, quantomeno, che le visioni ci riservino sorprese interessanti.


"Per quale festa siamo stati ingaggiati?" "Il compleanno di un certo Peppa Kid."
The Green Inferno

"Quello è Cannibal Kid: tienitene sempre alla larga."
Cannibal dice: Eli Roth è un grande! Non sempre fa film eccezionali, però è un grande. Questa volta si è cimentato con un remake non ufficiale di Cannibal Holocaust, pellicola che a sorpresa nonostante il titolo non ho mai visto. Si preannuncia un film estremo, splatteroso e violentissimo, di quelli che quel moralista bigotto repubblicano di Mr. James Donald Trump Ford è già pronto a bacchettare. Sempre che non passi tutto il tempo della visione a coprirsi gli occhi con le manine dalla fifa.
Ford dice: Eli Roth, che per gli occupanti di casa Ford resterà per sempre l'Orso ebreo di Bastardi senza gloria, mi è sempre stato simpatico nonostante un gusto un po' troppo sopra le righe, e sono molto curioso di scoprire come apparirà questo sulla carta splatterissimo e scandaloso The Green Inferno.
Personalmente, spero faccia cacare sotto quel pusillanime di Peppa e mi diverta forte.



Magic Mike XXL

"Katniss Kid, con questo anello io ti sposo."
Cannibal dice: Gli stripper muscolosi sono tornati e questa volta in versione XXL. Ford, vedi di tenere a bada gli ormoni!
Per quanto il primo film mi fosse piaciuto, non sentivo un enorme bisogno di un suo sequel, soprattutto senza la regia di Steven Soderbergh e la presenza di un attorone come Matthew McConaughey. Senza di loro, quello che ne resta mi sa solo di uno spettacolo buono per fan allupati dei muscoli come Mr. Ford.
Ford dice: il primo Magic Mike è stato una sorpresa decisamente interessante, uno spaccato sulla crisi che andava oltre muscoli ed olio. Questo sequel nasce sotto una stella decisamente meno luminosa, considerate le assenze illustri di Soderbergh e McConaughey. Una visione, comunque, non fosse altro che per solidarietà tra palestromani, la concederò.



Everest

"Ragazzi, non so se era il caso di accettare la proposta di Ford di fare una scampagnata in montagna!"
Cannibal dice: L'Everest sarà anche la montagna più alta del mondo, ma le mia aspettative nei confronti di questo film sono piuttosto bassine. Mi interessa più che altro per Jake Gyllenhaal, che qui comunque pare non sia il protagonista principale, per il resto mi sembra una pellicola avventurosa di quelle che lascio scalare a Ford. Da solo.
Ford dice: nonostante la tiepida accoglienza a Venezia, l'idea di godermi questa sorta di action alpino firmato dal discreto Kormakur mi esalta non poco, e sono sicuro che risulterà essere uno dei guilty pleasures maggiori della parte finale dell'anno fordiano, alla facciazza del mio rivale Cannibal, che di fronte a tutto quello che comporta un qualche sforzo fisico e rischio scappa come una mammoletta.



Sicario

"Cannibal, se metti anche solo un piede sulla mia proprietà, ti vaporizzo!"
Cannibal dice: Questo potrebbe essere il film della settimana. Denis Villeneuve dopo Polytechnique, La donna che canta, Prisoners ed Enemy è pronto a regalarci un'altra pellicola coraggiosa e affascinante. La curiosità c'è, le buone premesse pure, speriamo solo non si riveli una deludente fordianata.
Ford dice: nonostante la parziale delusione di Enemy - interessante solo per la grande performance del solito Gyllenhaal - Villeneuve resta uno dei registi più interessanti del panorama nordamericano attuale, e considerate le premesse decisamente interessanti, questo Sicario potrebbe trasformarsi nell'uscita della settimana e riuscire nell'impresa di mettere d'accordo perfino il sottoscritto e quel disgraziato di Peppa Kid.



Wim Wenders - Ritorno alla vita

"Caro Cannibal, te ne prego, chiudi il blog e ritirati a vita privata."
Cannibal dice: Wim Wenders sarà anche un regista di richiamo, ma non capisco perché abbiano dovuto mettere il suo nome nel titolo italiano della pellicola...
Certo che i titolisti nostrani sono più fuori di brocca di Ford!
Wenders comunque non è un regista che ho mai seguito più di tanto, troppo fordiano per i miei gusti, però in questo caso il cast è super: James Franco + Charlotte Gainsbourg + la sempre + splendida Rachel McAdams, quindi mi toccherà vederlo. Anche perché si preannuncia una radical-chiccata coi fiocchi!
Ford dice: Wenders mi è sempre stato simpatico, nonostante sia, di fatto, uno dei registi più radical che la grande distribuzione conosca ed apprezzi, ed in passato più di una volta ho trovato davvero ammirevoli i suoi lavori.
In questo caso sono piuttosto scettico, considerato che sento puzza di cannibalata ad un miglio di distanza, ma penso che, all'occorrenza, un'occasione potrò comunque darla, se non altro scaldando le bottigliate delle grandi occasioni.



The Transporter Legacy

"La prossima volta che qualcuno mi convince ad andare in macchina con Ford, lo massacro."
Cannibal dice: Troooppo una merdat... volevo dire una fordianata, la saga di The Transporter. E a questo giro non c'è manco Jason Statham. Non mi faccio quindi trasportare al cinema manco per sbaglio.
Ford dice: Transporter senza Statham è come il White Russian senza panna, o questa rubrica senza Ford. Una vera schifezza.



Arianna

"Ho appena visto l'ultimo film esaltato da Cannibal: non mi resta che togliermi la vita."
Cannibal dice: Film italiano sulla confusione sessuale. Ma tanto questa settimana a mettere in discussione i gusti sessuali miei, e soprattutto quelli di Ford, ci pensa già Magic Mike XXL ahahahah.
Ford dice: il Cinema italiano non naviga mai in buone acque, da queste parti. Non credo che Arianna potrà far ritrovare allo stesso il filo.



L'esigenza di unirmi ogni volta con te

"Quelli sono Ford e Cannibal." "Stiamo alla larga, è gente poco raccomandabile."
Cannibal dice: Drammone sentimentale con Claudia Gerini e... Marco Bocci?!?
Non ci siamo proprio.
Quanto a te, Ford, quando leggo un tuo commento, sento l'esigenza di non unirmi ogni volta con te e con questa rubrica.
Ford dice: ho l'esigenza di ignorare l'esistenza di questo film. Quasi più di quella di Cannibal Kid.



La prima luce

"Are you talkin' to me!?"
Cannibal dice: Al contrario di molti, non ho niente contro Riccardo Scamarcio. Allo stesso tempo, non sento nemmeno la fortissima necessità di vedere un film che lo vede come protagonista. La prima luce non rappresenta perciò di certo la mia prima scelta della settimana. Così come WhiteRussian non rappresenta la mia prima scelta tra i siti da visitare. E manco la seconda.
Ford dice: non credo vedrò la luce buttandomi nella visione di questo film, così come non la vedrò leggendo le astruse recensioni del mio rivale.
Passo, dunque, senza ritegno, già sapendo che il Cannibale sarà pronto a sviolinare qualcuna delle sue sparate.



Stalking Eva

"Ho appena finito quell'incontro di wrestling con Cannibal. L'ho massacrato."
Cannibal dice: Gli stalker-thrillerini di solito sono un mio guilty pleasure. Questa poco promettente produzione italiana mi sa però di roba che non voglio stalkerare manco per sbaglio. Come Ford quando si fa la doccia.
Ford dice: le possibilità che stalkerizzi un film del genere sono le stesse che di colpo comincino a piacermi i dischi e le pellicole che fanno impazzire Peppa. Molte, molte meno di zero.



Un mondo fragile

"Questa sì, che è vita! Un vero momento di relax fordiano. Manca solo l'alcool."
Cannibal dice: La storia di un vecchio contadino la lascio volentieri al vecchio Ford. Io vado a vedermi un film teen, e di corsa!
Ford dice: non sarebbe male riportare alla terra le braccine di Cannibal, e farlo sfacchinare un po' con del vecchio, sano lavoro fisico.

Lavoro forzato, nello specifico.


sabato 29 agosto 2015

Guida per riconoscere i tuoi santi

Regia: Dito Montiel
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 100'






La trama (con parole mie): Dito, cresciuto nel cuore del Queens negli anni ottanta alimentando i sogni di una fuga lontano dalla realtà di degrado e violenza di tutti i giorni, schiacciato dalle ingombranti figure del padre Monty e dell'inseparabile e decisamente instabile amico Antonio, innamorato della coetanea Laurie e pronto a fare almeno un tentativo per migliorare la propria vita, è segnato da una serie di tragedie che lo inducono ad abbandonare famiglia ed amici per ricominciare in California.
Vent'anni dopo, divenuto uno scrittore di successo, Dito è contattato dai vecchi compagni del quartiere e convinto a tornare dove è cresciuto per stare vicino al padre, ormai morente.
Riuscirà Dito a far fronte ai ricordi, dolorosi e non, ed affrontare faccia a faccia le persone dalle quali è fuggito tanto tempo prima?









A prescindere da quello che è il valore artistico di un film, la sua importanza per la Storia della settima arte, le critiche e le riflessioni che lo stesso suscita, a volte si incontrano titoli che segnano inevitabilmente la vita personale, finendo per rappresentare ricordi, emozioni, eventi che sono stati spartiacque nel nostro viaggio.
Guida per riconoscere i tuoi santi uscì in sala nella primavera del duemilasette, nel pieno di uno dei miei periodi più selvaggi e selvatici, quando tra un'uscita ed una sbronza, una sbronza ed un'uscita non riuscivo a capire se avrei preferito fuggire dai letti la mattina dopo per sempre o innamorarmi e ricominciare a costruire, invece che a distruggere: uscivo con una ragazza conosciuta anni prima con la quale non andò affatto bene, anche lei grande appassionata di Cinema, scrivevo per Hideout e il Saloon era ancora meno di un'idea.
Ma soprattutto, la sera che vidi il primo - ed unico significativo, purtroppo - lavoro dietro la macchina da presa di Dito Montiel, si operava a cuore aperto il mio migliore amico, che fin da bambino ha dovuto convivere con una valvola artificiale sostituita più volte nel corso degli anni: ci siamo conosciuti ai tempi del liceo, quando entrambi eravamo molto più timidi di adesso, e nonostante io fossi un vero stronzo ricordo che mi colpì subito per la sua genuinità, ed un approccio da outsider simile al mio mosso da passioni vicinissime tra loro - le ragazze soprattutto, ma anche le velleità artistiche, lui con la musica ed io con la scrittura -.
Nel corso degli anni, soprattutto dopo la fine della scuola, ci siamo persi e ritrovati così tante volte da non crederci, eppure, che fosse a distanza di un giorno o di mesi e mesi, rivedersi innescava immediatamente quello stesso senso di familiarità che è impossibile descrivere, e che trova il suo senso soltanto quando ci confrontiamo con le persone che più siamo destinati ad amare nella vita.
Poi, certo, lui è stato più lungimirante ad inseguire il suo sogno di cantautore, sacrificando tante cose - compreso il tempo con suo figlio - alle quali io, per pigrizia o ingordigia - ho sempre preferito avere un pò di tutto che tutto di una cosa sola - non ho mai saputo rinunciare: ma la sua voglia di vivere e la sua passione sono sempre state esattamente come le mie, e forse la reciproca voracità rispetto all'esistenza non solo ci ha legati sempre più a fondo, ma lo ha portato ad ignorare la precarietà della sua condizione fisica, in barba ai consigli dei medici - ricordo ancora il trasloco nella prima casa che ho condiviso con Julez, ed il pensiero che potesse restarci secco dopo aver portato con me un materasso per quattro rampe di scale - e non solo.
Ad ogni modo, il giorno in cui vidi Guida per riconoscere i tuoi santi, Max stava su un tavolo operatorio per un intervento da dodici ore dal quale non avevamo certezza che sarebbe uscito vivo: a differenza di Dito Montiel, io non ho - nonostante i numerosi viaggi - mai abbandonato il "vecchio quartiere", o avuto un'adolescenza particolarmente problematica, un amico o un padre ingombranti come Antonio e Monty, e non sono diventato uno scrittore famoso.
Eppure il suo modo di raccontare i dolori della crescita, il bisogno di sognare, di trovare la propria identità e libertà, l'egoismo dell'adolescenza, il disequilibrio tra chi parte ed è destinato a cambiare le cose e chi resta, e tiene i cavalli: guardando Guida per riconoscere i tuoi santi, anche ora, a quasi dieci anni di distanza, penso a me e Max, a quanto fossi simile al Dito adolescente e quanto, probabilmente, ora sono più vicino all'Antonio adulto.
Due persone legate in modo indissolubile che si trovano di fronte ad un tavolo, e nonostante l'incertezza, il tempo trascorso, le diversità, le ferite, semplicemente iniziano a parlare.
E tornano a scoprire la magia di quei legami che, a prescindere dalle strade prese nel corso della vita, sono destinati a durare per sempre.
I nostri santi.
Quelli che, anche quando vai via, restano.
Quelli che pensi di aver perduto, e invece sono sempre con te.
Max è uscito da quella sala operatoria più o meno rimesso a nuovo.
L'ho visto l'ultima volta alla fine di ottobre del duemilatredici, per il mio compleanno, grazie ad una sorpresa organizzata da Julez, ed ho avuto finalmente modo di conoscere di persona suo figlio.
Ed è stato come sempre tra me e lui.
Uno sguardo, due parole e siamo tornati tra i banchi di scuola, alle chiacchiere sulle prime volte, alla vita che ci porta da una parte o dall'altra, ma che alla fine, ci vede sempre presenti, ogni volta che ne abbiamo o avremo bisogno.
E sono sicuro che la prossima volta che ci vedremo, sarà ancora così.
Come è sempre stato.
Ed è bello scoprire di avere qualche santo qui sulla Terra, invece che in Paradiso. 




MrFord




"Many years since I was here 
on the street I was passing my time away 
to the left and to the right 
bulidings towering to the sky 
it's out of sight 
in the dead of night."
Kiss - "New York Groove" - 





lunedì 16 marzo 2015

Foxcatcher - Una storia americana

Regia: Bennett Miller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 129'






La trama (con parole mie): Marc e David Schultz sono due fratelli, entrambi medaglia d'oro nella lotta alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, profondamente legati dagli allenamenti ai suggerimenti sul quadrato. Il primo, solitario e scostante, vive come in bilico, mentre il secondo, legato a moglie e figli, appare solido e sicuro, sempre.
Quando il miliardario John Du Pont, abituato a comprarsi con il denaro tutto ciò che può o non può avere ed appassionato di wrestling decide di fare da mecenate al primo affinchè si prepari al meglio per i Mondiali ed i successivi Giochi Olimpici di Seoul, l'equilibrio tra i due fratelli cambia.
Marc, desideroso di emanciparsi dalla figura di David, cercherà in tutti i modi di compiacere Du Pont fino a quando le incompatibilità caratteriali tra i due porteranno anche lo stesso David alla sua corte.
A questo punto le premesse per le nuove Olimpiadi diventano tutt'altro che buone, ed il destino dei tre diverrà drammatico archiviate le stesse.








Ai tempi della divulgazione delle nominations agli ultimi Oscar, rimasi stranito rispetto alla scelta di assegnarne ben cinque allo sconosciuto - almeno ai tempi qui in Italia - Foxcatcher, legato ad una vicenda realmente accaduta negli States e profondamente legato alla cultura a stelle e strisce ed al wrestling olimpionico: questo fino a scoprire che l'uomo dietro la macchina da presa era Bennett Miller, che qualche anno fa colpì al cuore questo vecchio cowboy con lo splendido Moneyball, vicenda sportiva spunto per riflessioni decisamente più profonde in ambito umano.
E, posso dirlo con grande soddisfazione, devo ammettere che Miller, ancora una volta, centra il bersaglio in pieno: Foxcatcher, infatti, è un solido e classico prodotto made in USA, che sfrutta la cornice sportiva di nicchia del wrestling - come fece anche l'ottimo Win Win - per raccontare, di fatto, la solitudine dai due lati della barricata, e da entrambi ugualmente drammatica.
Lo fa sfruttando il Marc Schultz di Channing Tatum - in quella che penso possa essere considerata la sua migliore interpretazione in carriera -, lottatore nel corpo più che nello spirito, cresciuto nel disagio ed all'ombra del fratello maggiore David così come visceralmente legato a quest'ultimo, ed il John Du Pont di un quasi irriconoscibile Steve Carell - forse un gradino più in basso del giovane protagonista, ma comunque ottimo nello sfruttare principalmente lo sguardo per rendere l'abisso dell'animo del suo personaggio -, miliardario abituato ad avere proprio grazie alla sua fortuna tutto quello che vuole come fosse un bambino cresciuto in un negozio di giocattoli delle dimensioni del mondo.
Bennett Miller, però, non deve amare troppo i sensazionalismi, dunque bandita assolutamente la retorica e sfruttato un ritmo dilatato da film più che indie assolutamente autoriale si occupa dei suoi protagonisti con passione mitigata da un approccio apparentemente glaciale che, paradossalmente, non toglie nulla ad uno dei film più interessanti che il panorama americano abbia offerto in questa prima parte dell'anno, una cronaca nerissima legata allo scontro di due disperazioni pronte a far pagare il dazio più pesante all'unica figura, al contrario, equilibrata ed al centro di un'esistenza piena e basata sull'amore.
In una cornice bucolica che pare uscita da un film in costume - la tenuta di Du Pont, avvolta dalla Natura ed a suo modo simbolo dell'isolamento del suo "sovrano" - in cui tutto pare passare da un dittatore infantile dominato da un rapporto più che distorto con la madre si consuma dunque uno dei drammi sportivi e di cronaca nera più assurdo che gli States abbiano conosciuto nella loro Storia recente, neanche si trattasse di una versione asciugata e priva di ogni eccesso ed orpello del grottesco ed altrettanto nero Pain&Gain: il sogno americano di Du Pont, autoproclamatosi "Golden Eagle", e quello degli Schultz, ragazzi cresciuti quasi esclusivamente solo con le loro forze che sul quadrato finiscono per riversare la loro voglia di distruggere - Marc - e di costruire - David -, trova un compimento più che amaro attraverso una vicenda che pare triste e grottesca, a volte così assurda da non apparire neppure un fatto documentato di cronaca.
Addirittura, e scomodando paragoni importanti, osservando Du Pont di fronte al televisore che mostra il documentario autocelebrativo da lui stesso commissionato, mi è parso di tornare all'incubo casalingo di Capturing the Friedmans, osservando un uomo scomparire all'interno della propria ricchezza imponendo a chiunque gli stia attorno non solo di riconoscere una grandezza soprattutto emotiva che probabilmente non ha mai posseduto, ma anche di ringraziarlo per questo.
Un incubo ad occhi aperti che fin dal principio troverà nei fratelli Schultz i capri espiatori perfetti, fragili esponenti di una realtà che impone di lottare, sempre e comunque, per poter raggiungere i propri obiettivi, invece che dare libero sfogo a desideri che sono compensazioni di squilibri affettivi attraverso il portafoglio ed il potere.
E a ben guardare, amaramente, è quello che accade ogni giorno, ovunque, da sempre.
Pochi eletti con quasi ogni mezzo a disposizione, ed un'enormità di individui disposti a lottare per le briciole intorno.
Fortunatamente, ci sono cose che nessuna fortuna potrà mai comprare.
Come la morte. E soprattutto la vita.



MrFord




"Money can't buy back
your youth when you're old
or a friend when you're lonely
or a love that's grown cold
the wealthiest person
is a pauper at times
compared to the man
with a satisfied mind."
Johnny Cash - "A satisfied mind" - 



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