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venerdì 10 novembre 2017

Marvel's The Defenders - Stagione 1 (Netflix, USA, 2017)





Negli ultimi anni, parallelamente al progetto da grande schermo del Cinematic Universe, Netflix - realtà ormai sempre più consolidata - ha finito per sviluppare una sorta di versione urbana ed alternativa dello stesso sfruttando gli eroi da strada made in Marvel, dall'investigatrice ed ex supereroina delusa Jessica Jones a Daredevil, passando per il molto soul Cage ed Iron Fist - senza dimenticare il Punisher, che attendo al varco come punta di diamante del progetto -: l'idea, alle spalle le prime - e nel caso del Diavolo rosso, anche la seconda - stagioni in solitaria, di proporli in questa miniserie insieme per fronteggiare un nemico comune appariva coraggiosa, potenzialmente pericolosa quanto interessante.
Purtroppo, anche a causa di un primo episodio decisamente poco riuscito, le critiche piovute su questa proposta sono state molte, ed assolutamente spietate: non hanno ovviamente aiutato le stagioni precedenti dedicate a Cage e Iron Fist, indubbiamente characters più deboli di Jessica Jones e Daredevil, eppure, lo ammetto, superato il primo scoglio questo esperimento, almeno dal punto di vista dell'intrattenimento puro e semplice senza grosse pretese, funziona.
Certo, non tutto è perfetto, che si parli di messa in scena - parliamo di qualcosa realizzato quasi completamente in studio, che dimostra gli stessi limiti di produzioni mainstream da piccolo schermo come Arrow o Gotham - o impatto, eppure, una volta superate le divergenze, quando i quattro eroi cominciano a lavorare spalla a spalla l'esaltazione fa capolino in più di un'occasione, e perfino il personaggio di Elektra, debole nella seconda stagione di Devil, assume contorni e spessore maggiori, fornendo la benzina necessaria a questa miniserie per divertire il pubblico e condurre per mano i protagonisti a quelli che saranno i loro destini futuri una volta "sciolto" il gruppo, a partire dalla Jones e da Daredevil, i prossimi in ordine di tempo ad approdare nei salotti di tutto il mondo con le nuove seasons.
Il tutto senza contare che, soprattutto grazie alle sequenze di botte presenti in modo massiccio, e gli stili ed i modi diversi dei protagonisti, il divertimento non manca almeno per gli appassionati di un certo tipo di Cinema come il sottoscritto, che senza aspettarsi cose in grado di cambiare il panorama delle serie televisive possono godere di un prodotto di questo genere senza colpo ferire, scegliendo il proprio preferito e gustandosi le tipiche schermaglie da alleanza inizialmente forzata pronta a divenire amicizia tipica dei fumetti di supereroi.
Ad aggiungersi a questa leggerezza di fondo, il plot che, episodio dopo episodio, finisce per ricordare chicche dei tempi che furono come Green Hornet o le serie che incrociavano lo spirito colorato del mondo delle nuvole parlanti con gli action o le arti marziali, e nel corso degli anni ottanta esaltavano, a volte, grazie ai cartoni animati, i bambini della mia generazione facendoli sognare di diventare un giorno maestri in qualche forma di combattimento sconosciuta al mondo.
Considerate le peste e corna che aveva raccolto in rete a seguito del primo episodio, direi che questi Difensori si sono difesi più che bene, considerate le carte che avevano in mano.



MrFord




 

domenica 7 maggio 2017

Marvel's Iron Fist - Stagione 1 (Netflix, USA, 2017)




Nell'ambito dell'operazione Defenders e realtà urbane Marvel orchestrata da Netflix neanche ci trovassimo di fronte ad una risposta da outsiders più povera e zozza del Cinematic Universe figlio del grande schermo e degli eroi cosmici - come già scritto ieri -, Danny Rand è forse quello che partiva più svantaggiato.
Iron Fist, del resto, non è un eroe di particolare richiamo, e se negli anni il suo compagno - di albi - Luke Cage ha avuto una maggior fortuna ed un rilancio, l'esperto di arti marziali miliardario addestrato in un luogo mistico ha finito per non conquistare mai davvero il pubblico di appassionati ed ancor meno quello occasionale.
Allo stesso modo, tra le serie "con superpoteri" targate per l'appunto Netflix Iron Fist ha finito per essere la più massacrata, neanche ci si trovasse di fronte ad uno scempio totale: il lavoro operato su questo charachter dal sapore anni settanta, in fondo, è stato onesto e diretto, forse non sviluppato nel migliore dei modi - la stagione parte decisamente meglio di quanto non si evolva o chiuda - o supportato da una dose di talento degna di nota, eppure il tutto, almeno per quanto mi riguarda, ha funzionato bene in ottica di intrattenimento puro e semplice, tanto da farmi preferire le gesta di Danny Rand rispetto a quelle più cerebrali - almeno in parte - di Jessica Jones o assurde e scombinate del Mr. Robot dei supereroi, Legion - del quale parlerò tra non molto -.
Certo, la sensazione di deja vou è ben presente, soprattutto per chi ricorda cose come Batman Begins, così come il pensiero che, se non inserito all'interno di un contesto di gruppo in divenire - i Defenders, per l'appunto, che mi pare di capire dovranno fare i conti con la Mano - avrebbe guadagnato poca fiducia anche rispetto ai produttori, eppure Iron Fist rappresenta uno di quei titoli d'avventura/azione solidi ed artigianali che accompagnano bene i momenti di stanca o quelli conviviali - nell'ambito delle proposte da cena di casa Ford è andato più che bene, con il Fordino che ha potuto associare l'utilizzo del "chi" di Danny a quello del suo idolo Po in Kung Fu Panda 3 -, che non avranno mai la pretesa di cambiare la storia del piccolo schermo ma che mantengono le promesse senza strafare o scavare troppo in basso.
Interessanti i protagonisti, dal Danny Rand esule di Game of thrones al Ward così diverso dal Bunker di Banshee, passando per l'ex Faramir de Il signore degli anelli, Rosario Dawson ormai immancabile ed i volti nuovi e promettenti come quello di Colleen Wing, che aspetto di vedere - ricordando gli albi - in coppia con la Misty Knight di Luke Cage a capo di un'agenzia di investigazioni, e chissà, magari protagonista di uno spin off tutto suo.
Per il resto, sinceramente penso che chi si aspetta qualcosa di rivoluzionario o manifesti apertamente gusti troppo radical si troverà a demolire Iron Fist, troppo semplice, veloce e di grana grossa: ma poco importa.
Anche perchè, nonostante la base "spirituale", questa serie ed il suo protagonista sono profondamente e senza alcun dubbio istintivi e fordiani.
E a me va benissimo così.




MrFord



 

sabato 6 maggio 2017

Marvel's Luke Cage - Stagione 1 (Netflix, USA, 2016)




L'idea di Netflix di portare sul piccolo schermo una versione di strada e "sporca e cattiva" del Cinematic Universe di Avengers e soci mi ha intrigato fin dall'inizio, in gran parte perchè ai miei tempi da lettore di fumetti i supereroi "urbani" erano di gran lunga in cima alla mia lista rispetto a quelli "cosmici" ma anche, senza dubbio, per la vetrina offerta a charachters poco noti, o per nulla nonostante una lunga ed onorata carriera cartacea: e seppur non incontrando, se non nel caso delle due ottime stagioni di Daredevil, produzioni di livello particolarmente alto, ammetto che il risultato funziona, incuriosisce ed intrattiene quanto basta.
Dunque, dopo Jessica Jones ed in attesa del mitico Punisher - che non vedo l'ora di vedere -, di Iron Fist e dei Defenders, in casa Ford abbiamo cavalcato l'onda del Black History Month - scrivo queste righe a febbraio - per recuperare Luke Cage, personaggio spigoloso che era già comparso proprio nel corso della prima stagione della già citata Jessica Jones: il risultato, associabile a quello di quest'ultima - anche se, a conti fatti, ho apprezzato molto più l'atmosfera da gangsta di Cage che non le battaglie "mentali" della forzuta investigatrice e della sua nemesi Killgrave -, riscopre l'atmosfera anni settanta del personaggio originale ed una cornice che piacerebbe molto a Spike Lee, davvero black nello spirito oltre che nel casting.
Il confronto tra Cage, inizialmente riluttante ad accettare il suo ruolo di "eroe", e la cricca di Diamondback e Cottonmouth, nonchè della spietata cugina di quest'ultimo, porta in scena molti dei tipici tratti degli eroi Marvel dell'epoca dei "superproblemi": Cage è un emarginato, un outsider, un uomo tormentato dai fantasmi del suo passato che spesso, pur risolvendo i problemi e battendosi per le giuste cause, finisce inevitabilmente per costare grossi sacrifici a chi ama ed è vicino a lui.
Inevitabilmente, come fu per i fumetti, questo tipo di fallibilità permette allo spettatore di empatizzare molto con il protagonista di turno - a ben vedere, tutti i futuri Defenders, da Devil alla Jones, passando per Cage ed Iron Fist non sono proprio l'equivalente degli Iron Man, dei Thor o dei Captain America -, anche quando, come nel caso dell'invulnerabile - o quasi - Luke, ci ritroviamo ad essere lontani, geograficamente e culturalmente, da alcune dinamiche sociali che qui in Italia in particolare non si sono mai vissute allo stesso modo della questione razziale negli States.
Certo, alla serie manca ancora la scintilla che faccia davvero smuovere l'audience, Mike Colter, per quanto fisicamente perfetto per intepretare Cage, manca del carisma che un charachter del genere meriterebbe, le vicende della Harlem criminale rischiano alla lunga di stancare ed il vecchio Pop, mentore di Luke, si perde troppo presto, eppure devo ammettere di essermi discretamente goduto questa prima stagione dedicata alle gesta dell'eroe afroamericano, e resto fiducioso sia per la seconda - che dovrebbe vedere la luce a duemiladiciotto inoltrato - che per il resto degli sviluppi di questa versione "dei poveri" del sempre iperpotente - in tutti i sensi - Cinematic Universe.
In fondo, avessi anch'io dei superpoteri, probabilmente mi ritroverei in compagnia migliore con outsiders di questo genere che non con gli Avengers da copertina: il pane e salame è anche questo.
E Cage è molto pane e molto salame.




MrFord




giovedì 27 aprile 2017

Thursday's child



Settimana di uscite che, a meno di clamorose sorprese e delusioni, potrebbe confermarsi parecchio fordiana: in alto i calici, dunque, per il Cinema e l'approccio pane e salame del sottoscritto ed escluso dalla festa il mio ormai putroppo sempre più ex avversario Cannibal Kid, che forse, sotto sotto, sta cominciando ad essere contento anche lui in questi casi.


"Ancora Cannibal Kid!? Ma io lo denuncio, quello è uno stalker!"


Guardiani della Galassia Vol. 2

"Ford e Cannibal vogliono unirsi al gruppo? Ma se quelli non sanno neanche fare i guardiani di loro stessi!?"

Cannibal dice: Il primo Guardiani della Galassia a sorpresa mi aveva divertito e gasato parecchio (o diciamo abbastanza), cosa assai rara per un film Marvel, capitata poi solo con l'ancor più spettacolare Deadpool. Di un secondo episodio a così breve distanza non è però che avessi tutta questa necessità, quindi mi sa che rimanderò la visione in attesa che l'esaltazione fanciullesca di Ford si esaurisca.
Ford dice: il primo Guardiani della Galassia, nonostante non portasse sullo schermo supereroi tra i più famosi della Marvel - o forse proprio per questo - era risultato davvero una discreta ficata.
Nonostante questo secondo giunga forse un po' troppo presto in sala, sono davvero molto curioso e molto gasato. Speriamo che non deluda le aspettative.

 

The Circle

"Cannibal mi stalkerizza, Ford non vuole saperne di guidare: questo è un disastro!"

Cannibal dice: Un film con Emma Watson lo si vede e basta, anche se non è certo sempre sinonimo di qualità, ma solo di fregnaggine. Questo film sembra inoltre un thrillerino sui pericoli di Internet di quelli che, pur nella loro banalità, sanno come conquistare l'attenzione, quindi io The Circle lo cerco e lo cerchio. Mentre Ford prevedibilmente ci tirerà una riga sopra.
Ford dice: Emma Watson non è mai stata tra le mie preferite, così come i thrillerini con risvolti pseudo sociali. Dunque direi che il cerchio, questa settimana, lo farò su altri titoli più interessanti.

 

L'amore criminale

"Ti ho detto che è molto meglio Pensieri Cannibali!" "Te lo puoi scordare, troietta: White Russian è il numero uno!"

Cannibal dice: La fordiana Rosario Dawson contro la cannibalesca Katherine Heigl. Si tratta per caso della rilettura al femminile di una Blog War tra Ford e me?
Ford dice: secondo thrillerino della settimana, che potrebbe risultare più interessante del precedente per due ragioni: la prima è che sia Rosario Dawson che Katherine Heigl sono molto più interessanti di Emma Watson, e la seconda è che potrebbe avere qualche risvolto vagamente erotico. Almeno spero.

 

La tenerezza

"Bere un white russian a quest'ora del mattino? Non siamo mica Ford!"

Cannibal dice: Non sono un grande conoscitore del cinema di Gianni Amelio. A dirla tutta, veramente, non credo di aver mai visto un film di questo regista che mi sa di molto fordiano. Il suo nuovo teneroso lavoro riuscirà per la prima volta a sverginare il mio cuoricino, complice anche un buon cast capitanato da Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno e Micaela Ramazzotti?
Ford dice: Gianni Amelio è un signor regista, che soprattutto negli anni novanta produsse titoli davvero pazzeschi - Lamerica o Come eravamo, giusto per citarne due - e che negli ultimi anni ha più che altro vivacchiato.
Questo nuovo film dal cast decisamente interessante, però, potrebbe rilanciarlo: anche in questo caso, speriamo bene.

 

La ragazza dei miei sogni

"Vorrei tatuarmi, ma ho paura di incontrare Ford: a quanto dice Cannibal, è un vero rissaiolo!"

Cannibal dice: Ci mancava solo il ritorno di Nicolas Vaporidis...
Ford dice: Ci mancava solo il ritorno di Nicolas Vaporidis..


La guerra dei cafoni

"Ragazzi, dovete metterci più canotta, se volete essere cafoni come Ford!"

Cannibal dice: Commedia italiana ambientata negli anni '70, si rivelerà cafona abbastanza da piacermi e da inorridire lo snob e anti-italico Ford?
Ford dice: operazione nostalgia che non mi ispira granchè, e che pare più un'hipsterata di quelle che piacciono a Cannibal. Per il momento, rimando. Poi si vedrà.

 

Altin in città

"Dai retta al vecchio Ford, ragazzo, e stai lontano da Casale: non ci sono segni di civiltà, da quelle parti."

Cannibal dice: La storia di un ragazzo albanese sbarcato in Italia. Troverà l'America, o finirà a Lodi insieme a Ford?
Ford dice: la storia di un ragazzo albanese sbarcato in Italia. Realizzerà i suoi sogni, o finirà a Casale insieme a Cannibal?

 

Le verità

"Un white russian? E chi ti credi di essere, il Fordino?"

Cannibal dice: Altro film italiano della settimana. Volete la mia verità? Mi sembra meno intrigante di un nuovo post di White Russian.
Ford dice: di recente ho recuperato ed in alcuni casi parlato anche bene di alcune produzioni italiane. Ora, però, non vorrei esagerare.

 

Tanna

"E pensare che, rispetto a Ford, noi viviamo all'avanguardia!"

Cannibal dice: Pellicola australiana nominata agli ultimi Oscar ambientata tra le tribù degli indigeni. Potrebbe essere un sorprendente gioiellino, così come una noiosa fordianata pseudo autoriale. Chissà?
Ford dice: potenziale sorpresa fordiana della settimana, tra Australia e wilderness. Sarà come promette, o si rivelerà una pippa d'autore in pieno stile cannibalesco?


Le donne e il desiderio

"Ragazze, ma secondo voi così conciate siamo più radical di Cannibal?"

Cannibal dice: Un mattonazzo polacco firmato da Tomasz Wasilewski che persino Ford nel suo periodo più radical-chic avrebbe evitato come la peste.
Ford dice: questo film una quindicina d'anni fa avrebbe rappresentato il titolo radical da recuperare della settimana. Fortunatamente, ora mi sono scrollato di dosso certe usanze e con la primavera che esplode non ho davvero voglia di imbarcarmi in visioni troppo pesanti.

 

A casa nostra

"Abbiamo aspettato tanto, e finalmente oggi possiamo farci fare l'autografo da Ford."

Cannibal dice: Una produzione franco-belga che potrebbe suonare come una cosa cannibale e invece no, pare essere una lagna neorealista bella (ma magari nemmeno bella) e buona. Cos'è questa, la settimana dell'orgoglio fordiano?
Ford dice: seconda potenziale sorpresa della settimana, malgrado la provenienza transalpina solitamente più cannibalesca. Posso solo sperare in un ritorno non solo delle fordianate al cento per cento, ma anche della rivalità dei bei tempi con Cannibal.

 

sabato 29 agosto 2015

Guida per riconoscere i tuoi santi

Regia: Dito Montiel
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 100'






La trama (con parole mie): Dito, cresciuto nel cuore del Queens negli anni ottanta alimentando i sogni di una fuga lontano dalla realtà di degrado e violenza di tutti i giorni, schiacciato dalle ingombranti figure del padre Monty e dell'inseparabile e decisamente instabile amico Antonio, innamorato della coetanea Laurie e pronto a fare almeno un tentativo per migliorare la propria vita, è segnato da una serie di tragedie che lo inducono ad abbandonare famiglia ed amici per ricominciare in California.
Vent'anni dopo, divenuto uno scrittore di successo, Dito è contattato dai vecchi compagni del quartiere e convinto a tornare dove è cresciuto per stare vicino al padre, ormai morente.
Riuscirà Dito a far fronte ai ricordi, dolorosi e non, ed affrontare faccia a faccia le persone dalle quali è fuggito tanto tempo prima?









A prescindere da quello che è il valore artistico di un film, la sua importanza per la Storia della settima arte, le critiche e le riflessioni che lo stesso suscita, a volte si incontrano titoli che segnano inevitabilmente la vita personale, finendo per rappresentare ricordi, emozioni, eventi che sono stati spartiacque nel nostro viaggio.
Guida per riconoscere i tuoi santi uscì in sala nella primavera del duemilasette, nel pieno di uno dei miei periodi più selvaggi e selvatici, quando tra un'uscita ed una sbronza, una sbronza ed un'uscita non riuscivo a capire se avrei preferito fuggire dai letti la mattina dopo per sempre o innamorarmi e ricominciare a costruire, invece che a distruggere: uscivo con una ragazza conosciuta anni prima con la quale non andò affatto bene, anche lei grande appassionata di Cinema, scrivevo per Hideout e il Saloon era ancora meno di un'idea.
Ma soprattutto, la sera che vidi il primo - ed unico significativo, purtroppo - lavoro dietro la macchina da presa di Dito Montiel, si operava a cuore aperto il mio migliore amico, che fin da bambino ha dovuto convivere con una valvola artificiale sostituita più volte nel corso degli anni: ci siamo conosciuti ai tempi del liceo, quando entrambi eravamo molto più timidi di adesso, e nonostante io fossi un vero stronzo ricordo che mi colpì subito per la sua genuinità, ed un approccio da outsider simile al mio mosso da passioni vicinissime tra loro - le ragazze soprattutto, ma anche le velleità artistiche, lui con la musica ed io con la scrittura -.
Nel corso degli anni, soprattutto dopo la fine della scuola, ci siamo persi e ritrovati così tante volte da non crederci, eppure, che fosse a distanza di un giorno o di mesi e mesi, rivedersi innescava immediatamente quello stesso senso di familiarità che è impossibile descrivere, e che trova il suo senso soltanto quando ci confrontiamo con le persone che più siamo destinati ad amare nella vita.
Poi, certo, lui è stato più lungimirante ad inseguire il suo sogno di cantautore, sacrificando tante cose - compreso il tempo con suo figlio - alle quali io, per pigrizia o ingordigia - ho sempre preferito avere un pò di tutto che tutto di una cosa sola - non ho mai saputo rinunciare: ma la sua voglia di vivere e la sua passione sono sempre state esattamente come le mie, e forse la reciproca voracità rispetto all'esistenza non solo ci ha legati sempre più a fondo, ma lo ha portato ad ignorare la precarietà della sua condizione fisica, in barba ai consigli dei medici - ricordo ancora il trasloco nella prima casa che ho condiviso con Julez, ed il pensiero che potesse restarci secco dopo aver portato con me un materasso per quattro rampe di scale - e non solo.
Ad ogni modo, il giorno in cui vidi Guida per riconoscere i tuoi santi, Max stava su un tavolo operatorio per un intervento da dodici ore dal quale non avevamo certezza che sarebbe uscito vivo: a differenza di Dito Montiel, io non ho - nonostante i numerosi viaggi - mai abbandonato il "vecchio quartiere", o avuto un'adolescenza particolarmente problematica, un amico o un padre ingombranti come Antonio e Monty, e non sono diventato uno scrittore famoso.
Eppure il suo modo di raccontare i dolori della crescita, il bisogno di sognare, di trovare la propria identità e libertà, l'egoismo dell'adolescenza, il disequilibrio tra chi parte ed è destinato a cambiare le cose e chi resta, e tiene i cavalli: guardando Guida per riconoscere i tuoi santi, anche ora, a quasi dieci anni di distanza, penso a me e Max, a quanto fossi simile al Dito adolescente e quanto, probabilmente, ora sono più vicino all'Antonio adulto.
Due persone legate in modo indissolubile che si trovano di fronte ad un tavolo, e nonostante l'incertezza, il tempo trascorso, le diversità, le ferite, semplicemente iniziano a parlare.
E tornano a scoprire la magia di quei legami che, a prescindere dalle strade prese nel corso della vita, sono destinati a durare per sempre.
I nostri santi.
Quelli che, anche quando vai via, restano.
Quelli che pensi di aver perduto, e invece sono sempre con te.
Max è uscito da quella sala operatoria più o meno rimesso a nuovo.
L'ho visto l'ultima volta alla fine di ottobre del duemilatredici, per il mio compleanno, grazie ad una sorpresa organizzata da Julez, ed ho avuto finalmente modo di conoscere di persona suo figlio.
Ed è stato come sempre tra me e lui.
Uno sguardo, due parole e siamo tornati tra i banchi di scuola, alle chiacchiere sulle prime volte, alla vita che ci porta da una parte o dall'altra, ma che alla fine, ci vede sempre presenti, ogni volta che ne abbiamo o avremo bisogno.
E sono sicuro che la prossima volta che ci vedremo, sarà ancora così.
Come è sempre stato.
Ed è bello scoprire di avere qualche santo qui sulla Terra, invece che in Paradiso. 




MrFord




"Many years since I was here 
on the street I was passing my time away 
to the left and to the right 
bulidings towering to the sky 
it's out of sight 
in the dead of night."
Kiss - "New York Groove" - 





domenica 5 luglio 2015

Raze

Regia: Josh C. Waller
Origine: USA 
Anno: 2013
Durata:
87'






La trama (con parole mie): Sabrina, Jamie, Cody e Teresa sono solo quattro delle oltre cinquanta donne catturate e segregate da una coppia che, in una tenuta all'interno della quale è ospitata una platea di più che benestanti ospiti, obbliga le prigioniere a battersi in un'arena a mani nude fino alla morte minacciandole di uccidere, nel caso di rifiuto di scendere in campo, le persone a loro più care.
Sabrina, legata alla figlia che ha dato in adozione tredici anni prima ed alle compagne di sventura Cody e Teresa, dovrà lottare con tutte le forze senza seppellire la speranza, più che di una vittoria nella competizione, di una fuga disperata.








Con ogni probabilità - e so già che si scateneranno le illazioni del Cannibale - se non fossero esistiti i film di botte non mi sarei mai davvero appassionato alla settima arte: ricordo ancora discretamente bene il passaggio tra i cartoni animati Disney e le sarabande di legnate targate Bud Spencer e Terence Hill, che furono la vera e propria anticamera per gli anni d'oro di Stallone, Schwarzy, Van Damme e soci, a loro volta veicolo per la scoperta del Cinema anche nella sua versione più adulta ed autoriale.
Certo, con l'autorialità questo tipo di proposte assolutamente ludiche c'entra poco o nulla, eppure ancora oggi la goduria maggiore giunge proprio da generi sottovalutati come questo, che permettono di staccare la spina del cervello ed alleggerirsi rispetto alla quotidianità: Raze, in particolare, esplora un territorio quasi esclusivamente maschile da un punto di vista in rosa forse per la prima volta - onestamente, non ricordo un'altra pellicola stile eighties con tanto di torneo con combattenti donne -, portando alla ribalta volti forse ai più poco noti - come Zoe Bell, controfigura di Uma Thurman in Kill Bill ed una delle protette di Tarantino -, altri che i fan del piccolo schermo riconosceranno come Tracie Thoms e Rachel Nichols ed altri ancora decisamente famosi come quello di Rosario Dawson, che si ritaglia una piccolissima parte probabilmente in ricordo dei tempi di Death Proof -.
Il prodotto finale, giunto in casa Ford grazie al mio fratellino Dembo, sempre prodigo di proposte tamarre perfette per il sottoscritto, non è male e non cerca facili soluzioni - si veda il finale -, deve molto allo stesso Tarantino, a prodotti come The woman ed al fascino che, negli ultimi anni, ha esercitato sugli sportivi il circuito delle MMA - che, personalmente, io non amo, troppo simili ad una rissa senza regole ed assolutamente poco disciplinate rispetto alle arti marziali ed alla boxe -, eppure avrebbe potuto puntare ad uno status perfino più alto se non ci si fosse concentrati troppo su un certo compiacimento nella violenza dei combattimenti - era davvero necessario concludere gli scontri con la morte di una delle due contendenti? - ed alcuni passaggi più vicini al gore che non al grottesco che probabilmente erano parte degli intenti dell'autore.
Fatto lo stomaco rispetto ai passaggi più inutilmente violenti, resta un impianto in pieno stile Senza esclusione di colpi supportato da una riflessione di fondo sul ruolo della donna e la sua lotta per emergere in un mondo dominato non solo dall'uomo, ma da donne che hanno accettato un ruolo subordinato e di facciata rispetto allo stesso - senza dubbio i fan di vecchia data del piccolo schermo riconosceranno la Audrey di Twin Peaks -: un prodotto, dunque, d'intrattenimento ma non solo, che pecca soltanto nella rappresentazione quasi morbosa degli scontri ma non in uno spirito che non dispiacerebbe al bad guy e già stracitato Quentin.
Josh C. Waller, regista al suo esordio sul lungometraggio, potrebbe comunque rimanere sulla buona strada dell'action dura e pura, smussare almeno in parte gli angoli e sperare di ritagliarsi uno spazio anche marginale nell'ambito grindhouse.
In fondo, titoli come questo ci sguazzano.
O meglio, si guadagnano il loro spazio un colpo dopo l'altro.




MrFord




"I'm a fist of rage
one foot in the grave
I'm a fist of rage
far from saved
I'm a fist of rage
in a broken state."
Kid Rock - "Fist of rage" - 




mercoledì 8 ottobre 2014

Sin City - Una donna per cui uccidere

Regia: Robert Rodriguez, Frank Miller
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
102'




La trama (con parole mie): a Sin City le cose non vanno mai per il verso giusto, e anche quando ci vanno, state pur certi che qualcosa finirà per andare storto. E mentre Marv, tra uno scontro e l'altro, osserva Nancy dimenarsi sulla pista, Johnny, giocatore d'azzardo dal talento sopraffino progetta di mettere all'angolo Roark, conscio che la posta in gioco sia ben più alta di qualche pigna di fiches.
E intanto Dwight, pronto a lottare contro i suoi demoni così come contro le ingiustizie, finisce per cadere nella trappola della donna che ha sconvolto la sua vita ed il cuore, Ava, pronta a manovrarlo come un burattino per poi sbarazzarsi di lui.
Ma la vendetta è un piatto che va gustato freddo, e sanguinolento: e così come Dwight stesso risorgerà dalle sue ceneri per togliere di mezzo l'amore della sua vita, Nancy si ispirerà ai ricordi di Hartigan per chiudere i conti con il passato ed il Potere.
Con l'aiuto sempre ben accetto di Marv.






Ricordo, anche se vagamente, il periodo in cui uscì il primo Sin City.
Probabilmente, ai tempi, la speranza dei distributori - e di Frank Miller, che tra graphic novels e diritti cinematografici dev'essersi fatto dei bei soldi - era quella di cavalcare l'onda del successo di Kill Bill e della moda tarantiniana mai davvero passata per dare origine ad un nuovo fenomeno di massa, sfruttando anche soluzioni visive ai tempi per certi versi innovative.
Ricordo anche - e molto meno vagamente del resto - che la visione mi lasciò parecchio indifferente, e che, oltre a non rendere giustizia alle pagine del fumetto, mi parve priva del carattere necessario per assurgere al ruolo di cult: le idee c'erano, il cast anche, eppure l'intera operazione pareva decisamente posticcia, senza dubbio lontana anni luce da cose enormi come Pulp fiction, tanto per rimanere in tema di sesso, violenza e turpiloquio.
Da allora sono passati quasi dieci anni, e onestamente, di un sequel di Sin City non sentiva l'esigenza praticamente nessuno: certo, il cast è stato rinnovato alla grande - soprattutto dal punto di vista femminile, dalla vecchia conoscenza Jessica Alba alla mia favorita Rosario Dawson, che nonostante un pò di vistoso inquartamento fa ancora una figura decisamente notevole, passando per una Eva Green che, non doma del recente sequel altrettanto inutile di 300 mostra generosamente le generose tette per gran parte del suo minutaggio on screen -, l'utilizzo di personaggi in piena rampa di lancio come Gordon-Levitt o vecchie glorie mai dome come Powers Boothe funziona, il fascino dell'hard boiled e delle scelte visive resta, eppure il tutto risulta ancora più inutile e posticcio di quanto non risultasse nei primi Anni Zero.
Nonostante, però, un ritmo decisamente lento e la sensazione che la visione non dia e non tolga assolutamente nulla, quasi come se non esistesse, rispetto al percorso di uno spettatore, non me la sento di volere male a questo film quanto ad altre schifezze che mi è capitato di dover sopportare di recente: certo, è una bieca operazione commerciale - peraltro naufragata, a quanto pare dai primi risultati al botteghino -, non ha alcuna carta in regola per essere in qualche modo ricordato in futuro, è piuttosto sonnolento e slegato nella narrazione - capisco le storie ad incastro, ma decidere di optare per due tronconi quasi distinti funziona proprio male, dal punto di vista della sceneggiatura e dei tempi -, ma a suo modo è quasi innocuo, un giocattolone di serie b finto autoriale buono giusto come fosse una lettura estiva, di quelle che si fanno senza preoccuparsi troppo di chi potrebbe vederci dedicare loro del tempo sotto l'ombrellone, o una bellezza mozzafiato pronta a catturare l'attenzione di qualsiasi maschio presente mantenendo la coscienza di non ricordare nessuno di loro almeno quanto loro non ricorderanno il viso di lei.
Del resto, penso che nessuno tra gli ometti che hanno approcciato quest'ultimo lavoro della premiata - ma neppure troppo - ditta Rodriguez/Miller si sia concentrato troppo sul viso ormai almeno in parte segnato dall'età di Eva Green, distratti non tanto dagli occhi resi smeraldo sul bianco e nero quanto da una delle coppie di tette forse più importanti del panorama cinematografico attuale - anche se Rosario Dawson, in questo caso, avrebbe da dire la sua, senza citare Jennifer Lawrence -.
Sin City - questo secondo capitolo anche più del primo - è un pò così, come quei porno che si guardano quando si ha voglia di sfogarsi un pò e poi finiscono nel dimenticatoio senza neppure passare dal via.
Del resto, se città del peccato deve essere, una sveltina - anche se cinematografica - non scandalizzerà certo nessuno.



MrFord



"Every damn time I walk through that door,
it's the same damn thing
That bitch bends over, 
and I forget my name - ow!"
Kiss - "Domino" - 




mercoledì 19 febbraio 2014

La 25ma ora

Regia: Spike Lee
Origine: USA
Anno: 2002
Durata: 135'



La trama (con parole mie): Monty Brogan è uno spacciatore di droga che lavora fianco a fianco con un importante boss della mala russa di stanza a New York, un ragazzo irlandese dal temperamento inquieto rimasto in giovane età orfano di madre e profondamente legato al vecchio padre - ex pompiere e gestore di un bar - e ai due amici d'infanzia Jacob - professore di letteratura composto ed introverso - e Frank - arrembante agente di borsa -.
Quando la DEA, sfruttando una soffiata, lo incastra ed ottiene per lui una condanna a sette anni, Monty si ritrova a dover tirare le fila della sua vita nelle ultime ventiquattro ore precedenti alla data dell'incarcerazione.





Questo post partecipa alla commemorazione di Philip Seymour Hoffman.




Pochi film hanno rappresentato l'inizio del Nuovo Millennio per gli States sconvolti e feriti dall'undici settembre come La 25ma ora.
E pochi registi ne sono stati interpreti così accorati come il newyorkese doc Spike Lee, al suo meglio come spesso accade quando i suoi prodotti non finiscono per essere "troppo black" - ho sempre considerato il qui presente titolo, insieme al precedente Summer of Sam ed al successivo Inside man come i tre vertici della carriera del buon Spike -.
Ma La 25ma ora è molto più di quanto non possa rendere una fredda analisi critica, dalla regia asciutta alla sceneggiatura da manuale - firmata da David Benioff, che gli appassionati del piccolo schermo ricorderanno come uno degli autori di Game of thrones - passando alla splendida fotografia, alla vibrante colonna sonora e ad un cast perfetto ed in grande forma - su tutti le due spalle del protagonista, Barry Pepper e Philip Seymour Hoffman, che oggi celebriamo, nei ruoli rispettivamente di Frank e Jacob, amici di una vita del main charachter Monty.
La 25ma ora è la storia di un lungo addio, un dramma carcerario che si consuma ancora prima che il condannato varchi le mura del penitenziario per trascorrervi sette lunghi anni - che in luoghi come Otisville, non devono essere proprio una passeggiata -, la cronaca di un sospeso "senza perdono", o quasi, per dirla come il Maestro Clint, che "c'è mancato poco perchè non accadesse mai".
Monty, con il suo speech del "fuck you" all'indirizzo della città che è la sua casa e le sue radici quasi e quanto l'Irlanda, è lo specchio degli States feriti, della voracità che giustifica i rischi fino quando non è troppo tardi, e non resta altro se non ammettere amaramente che "sono cazzi".
Monty che non sa di chi fidarsi, e che è costretto a chiedere al suo amico fraterno di fargli del male per potersi proteggere, per poter sopravvivere, come fece anni prima di lui ed in luoghi sicuramente peggiori il boss che non lo vorrebbe veder partire, o fuori dai suoi giochi di potere.
Monty che era una promessa del basket, uno di quelli "che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa", e che invece ha finito per essere soltanto qualcuno inghiottito dal lato oscuro di una città e dei sentimenti, incapace di distinguere tra chi gli è fedele perchè lo ama e chi gli è fedele fino a quando non converrà esserlo.
La 25ma ora è un romanzo di formazione amaro, la caduta - piuttosto rovinosa - prima della lenta, difficoltosa risalita: non è possibile venirne fuori senza cicatrici o segni, senza dover sacrificare qualcosa - o qualcuno -, andando oltre, cambiando direzione e, chissà, forse la nostra stessa esistenza. Prima che il tempo scada. Prima che sia tutto finito.
Prima che si concretizzi quel "c'è mancato poco che non accadesse mai".
Eppure, dritto in faccia come un pugno, è accaduto. 
Accaduto eccome.
Lo si legge sui volti di Jacob e Frank alla finestra dell'appartamento di quest'ultimo che si affaccia su Ground Zero, nell'istinto di Brogan Senior a rubare un sorso dalla bottiglia di birra lasciata dal figlio, nello sconforto di Naturelle, nello smarrimento spocchioso da adolescente alla scoperta di tutto ciò che è più grande di lei di Mary, nello spirito di patate di Kostia, nel ringhiare di Doyle.
Tutto è alle spalle. 
E molto di più in attesa - o in agguato - davanti agli occhi. 
E non basterà guardare oltre, sognare un futuro, scrivere il proprio nome coltivando la speranza che un bambino possa vivere senza dover sopportare certe ferite.
Perchè sono il sale della vita. E senza di esse passeremmo il tempo sdraiati a terra con le ossa rotte.
O scappando. Perduti tra il nulla e l'addio. 
Tirando un sospiro di sollievo perchè "c'è mancato poco che non accadesse mai".
Invece è accaduto. Accade tutti i giorni.
Cadiamo, veniamo feriti, rimane una cicatrice.
Come un tatuaggio, a ricordarci da dove proveniamo. O che sopravviveremo.
E che finchè avremo forza, e sentiremo quei segni sulla pelle, potremo appoggiarci alle ginocchia ed alzarci, ancora una volta.
Da un Ground Zero fino a toccare quasi il cielo.
E guadagnare quell'ora in più che cambierà il nostro giorno.



MrFord


Partecipano alla veglia i compagni di blogosfera:


Il Bollalmanacco

In Central Perk

Viaggiando Meno

Non c'è Paragone

Cinquecento Film Insieme

Pensieri Cannibali

Montecristo

Director's Cult

50/50

Scrivenny 2.0

Combinazione Casuale


"Now I forget how to think
so crack my skull
rearrange me
lover put me in your beautiful bed
and cover me
lover put me in your beautiful bed."
The National - "It never happened" -



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