Visualizzazione post con etichetta motori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta motori. Mostra tutti i post

lunedì 23 maggio 2016

Veloce come il vento

Regia: Matteo Rovere
Origine: Italia
Anno:
2016
Durata:
118'






La trama (con parole mie): Giulia De Martino è una giovanissima e promettente pilota del circuito del GT, da sempre guidata in pista e fuori dal padre, che ha cresciuto lei e suo fratello minore Nico nonostante gli abbandoni della madre.
Quando il genitore muore a causa di un attacco cardiaco proprio durante un gran premio, Giulia si ritrova sola ad affrontare il ritorno di Loris, suo fratello maggiore da dieci anni ormai lontano da casa, ex pilota divenuto tossico in rotta con la famiglia: costretta ad accettare la sua presenza per evitare l'affidamento suo e di Nico, entrambi minorenni, Giulia scoprirà che l'esperienza in pista di Loris potrebbe risultarle utile per vincere il campionato ed evitare di perdere la casa, promessa dal padre ad uno dei grossi nomi del circuito in cambio della certezza di condurre proprio Giulia alla vittoria.
Grazie agli allenamenti ed ai suggerimenti di Loris, la giovane pilota pare finalmente rivelare tutto il suo talento, ma il Destino è in agguato, pronto a rendere la vita ancora più difficile ai fratelli De Martino.












Ai tempi dell'uscita in sala di Veloce come il vento, storsi e non poco il naso a fronte di quello che appariva come l'ennesimo tentativo finto autoriale di riportare il Cinema italiano a livelli quantomeno decenti, complici l'ambientazione legata al circuito del GT e Stefano Accorsi, che non ho mai particolarmente digerito neppure nelle sue interpretazioni migliori: a seguito della lettura di alcune recensioni che dipingevano il lavoro di Matteo Rovere come una delle cose migliori degli ultimi tempi, però, la curiosità anche al Saloon è aumentata, ed alla fine è avvenuto il recupero della pellicola.
Fresco di visione, mi sento libero di ammettere che effettivamente Rovere ha compiuto un ottimo lavoro, portando in scena una storia - ispirata alle reali vicende del pilota Carlo Capone - con passione, tecnica e vigore, affidandosi al lato emotivo dell'audience e superando, in questo modo - ed in velocità - la questione sportiva e di motori che avrebbe limitato l'apprezzamento del pubblico poco avvezzo a quel mondo.
Veloce come il vento, infatti, si rivela un titolo più legato ai concetti di famiglia e fratellanza - entrambi molto cari al sottoscritto -, che non al mondo delle corse in pista, ottimo nell'alternare passaggi divertenti ad altri molto drammatici, riuscendo almeno in parte ad uscire dalla connotazione del "troppo italiano" finendo per apparire quasi come un'opera in "stile Sundance", per quanto radicata nelle radici romagnole dei suoi protagonisti: un plauso, dunque, al giovane regista romano, va tributato, anche se occorre che si frenino gli eccessivi entusiasmi in modo da non inficiare in negativo la visione da parte di chi, spinto da recensioni troppo entusiastiche, finisce per aspettarsi da questo titolo una sorta di miracolo.
In fondo, non siamo dalle parti di Rush o da quelle del Cinema americano delle grandi produzioni, i limiti - soprattutto in termini di recitazione, nonostante l'indubbio fascino della giovane protagonista Matilda De Angelis, già da molti ribattezzata, in quanto a fattezze, "Jennifer Lawrence italiana", non si può certo parlare di interpretazioni memorabili - sono evidenti, la sceneggiatura è a tratti troppo tagliata con l'accetta, eppure nel complesso Veloce come il vento fila dritto come le vetture da corsa, e seppur non nel migliore dei modi, giunge al traguardo compiendo l'impresa più importante, almeno per quanto mi riguarda: conquistare cuore e simpatia.
Non importa, infatti, che possa ricordare una qualche produzione oltreoceano, o prendere le distanze da una realtà stanca e spesso trash come la nostra(na), sul grande schermo e non: Veloce come il vento porta sullo schermo la necessità di raccontare una bella e coinvolgente vicenda familiare, di quelle che sbandano e paiono destinate a finire contro il più duro dei muri ed invece, all'ultimo istante, riescono a riprendere la strada e dirigersi dritte dove è giusto che vadano.
Tutto questo senza contare che, in casa Ford, gli outsiders cazzuti ed allergici alle regole troveranno sempre un posto speciale, così come le storie di rivincita e rinascita: la forza dell'Uomo ed il bello della vita stanno nella capacità di imparare a rialzarsi, e mostrare anche quando non ce lo si aspetta o si aspetterebbe qualcosa di incredibile e sorprendente.
E a volte non servono corse all'ultimo respiro, piedi premuti su freno o acceleratore come se non ci fosse un domani: bastano due stronzate, un giro in piscina, un tuffo e qualche innocua bugia.
Semplicità, dio bono, e voglia di vivere.
Sempre e comunque.





MrFord





"I am idiot drug hive, the virgin, the tattered and the torn
life is for the cold made warm and they are just lizards
self-disgust is self-obsession honey and I do as I please
a morality obedient, only to the cleansed repented."
Manic Street Preachers - "Faster" - 





lunedì 13 aprile 2015

Fast and furious 7

Regia: James Wan
Origine: USA
Anno: 2015
Durata:
137'





La trama (con parole mie): Deckhard Shaw, fratello di Owen, ridotto in fin di vita in seguito allo scontro con Dom Toretto e soci, giura vendetta alla crew di fuorilegge dall'alto senso dell'onore e della famiglia, bypassando la resistenza delle forze dell'ordine e di Hobbs e colpendo al cuore il gruppo.
Minacciati e braccati, i nostri dovranno fare appello a tutte le loro forze e risorse per guardarsi le spalle l'un l'altro, mettere i bastoni tra le ruote a Shaw ed al contempo vendicarsi a loro volta per le perdite subite.
Ma a quali livelli arriverà lo scontro tra le due forze, pronte a sconvolgere lo status quo di qualunque luogo sul globo ospiti il loro faccia a faccia?
Cosa saranno disposti a perdere i contendenti di questa faida, ora che è diventata materia di vendetta e dunque assolutamente personale da entrambi i lati della barricata?








Quando ci si cimenta in un campo artistico, o nella critica dello stesso, occorrono sempre una buona dose di follia e di coraggio, ed è fondamentale non avere timore di rischiare, o di esprimere le proprie opinioni in assoluta libertà, condividendole con il mondo come un barbarico YAWP.
Proprio per questo, pane e salame a parte, ho sempre pensato che, quando si finisce per rifugiarsi nelle proprie idee, schemi e pregiudizi senza alcuno sforzo riposto nel gettare il cuore oltre l'ostacolo, quello stesso coraggio viene inevitabilmente meno, insieme all'ispirazione e a tutto quello che ne consegue di positivo.
E so bene che molti di quelli che leggeranno questo post, soprattutto dopo aver dato una sbirciata al voto, storceranno il naso come fossero depositari di chissà quale scienza infusa che la settima arte ha donato solamente a loro, eletti di chissà quale circolo ove possono fregiarsi del titolo di "re del cazzo e della merda".
Ma tant'è: non ho mai avuto paura di dire la mia, e tantomeno di scriverla.
Dunque, fiato alle trombe: Fast and furious 7 non solo è il film migliore della serie, ma anche l'action più tamarro, potente, sguaiato - e toccante, non dimentichiamolo - dai tempi di Expendables 2, nonchè uno dei vertici del genere da almeno vent'anni a questa parte.
E sì, istintivamente, artigianalmente, visivamente, caratterialmente mi è piaciuto da morire.
L'esaltazione di sequenze assolutamente lontane dalla realtà, auto che volano tra i grattacieli di Dubai o contro elicotteri in piena manovra, The Rock che con la forza del bicipite spezza il gesso dopo non si sa neppure quanti giorni di degenza in ospedale, Statham e Vin Diesel che si battagliano a suon di sprangate alternando ai colpi della domenica mosse di wrestling non ha prezzo per chi, come me, è cresciuto a pane ed action, e che ancora oggi, alle spalle anni passati a riscoprire i grandi Classici ed il Cinema d'autore, riconosce l'importanza di questi prodotti come figli della sospensione dell'incredulità che fu propria di quegli anni ottanta tanto bistrattati eppure assolutamente fondamentali per quella che è stata la formazione di ben più di una generazione di spettatori.
A questi brividi sopra le righe si aggiungano poi le sensazioni provate guardando l'ormai ribattezzato "lungo addio" a Paul Walker, il divertimento di godermi la pellicola in parte insieme al Fordino - che tra un gioco e l'altro, è stato distratto dai "bimbi grandi con le macchinine" - l'impressione di assistere ad uno spettacolo come quelli che mi facevano spalancare gli occhi più di vent'anni fa, fino alla commozione di fronte ad una parte conclusiva toccante e sentita, addirittura in grado di riportare alla mente le lacrime versate per il finale di Spartacus: onestamente non so se sia perchè anche io ho perso di recente un amico che era e sarà sempre in qualche modo parte della mia famiglia, ma soltanto i dieci minuti finali varrebbero un applauso a scena aperta per la sincerità con la quale Wan e tutta la crew protagonista di questa tamarrata si spoglia della realtà cinematografica per rendere - e bene - l'idea che una perdita di questo genere finisce per lasciare a chi resta.
E nonostante "non ci siano addii, ma arrivederci", riesce difficile davvero credere che quelle due vetture che si separano possano essere il preludio, prima o poi, di un nuovo incontro.
Così come riesce difficile pensare che chi pensa che il Cinema sia altro possa trovare intenso ed importante quello che è stato fatto qui, pur applaudendo ad un tempo il revisionismo storico - splendido, sia chiaro - di un altrettanto eccessivo Tarantino o gridando al miracolo di fronte a supposte invenzioni dai significati oscuri se non per i loro autori.
Eppure quello cui ho assistito con Fast 7 è un vero e proprio miracolo, nonchè uno sdoganamento di quella che è sempre stata considerata settima arte bassa, una cocktail in grado di mescolare (auto)ironia e machismo, botte da orbi e sparatorie improbabili con massimi sistemi cui di norma preferiamo non fare cenno per evitare di essere considerati troppo normali ma che, al contrario, fanno parte della vita di tutti noi, dal primo all'ultimo.
Perchè tutti noi siamo figli, padri, fratelli, amici, in qualche misura ed almeno una volta nella vita.
E questo film, per quanto i suoi difetti e le sue assurdità possano essere macroscopiche, mostra proprio questo, con una schiettezza che le pellicole cosiddette d'autore tendenzialmente non hanno quasi mai.
Non voglio fare una colpa a questi ultimi, ma un merito a Fast 7.
Personalmente, non mi intendo di macchine e detesto guidare, eppure quando mi trovo di fronte a gioiellini di questo calibro, non toglierei il piede dall'acceleratore neppure per un secondo.
Per me, la mia Famiglia, un amico fraterno.
E per il Cinema.
Che ha bisogno di respirare ossigeno vero, gridare all'orizzonte e sentirsi davvero libero.
Come solo quando diamo sfogo ai nostri istinti "bassi" sentiamo essere possibile.
Come mi sono sentito sui titoli di coda di questo grande film.



MrFord




"And oh, my my, it would break your heart,
if you knew how I loved you, if I showed you my scars,
if I played you my favorite song lying here in the dark.
oh my my, it would break your heart."
The Gaslight Anthem - "Break your heart" - 



Così come James Wan e soci hanno dedicato questo film a Paul, io dedico il post, una volta ancora, a Emiliano. Anche se per me esistono gli addii, e non gli arrivederci.



sabato 6 dicembre 2014

White Russian e My Stories


La trama (con parole mie): il primo dicembre appena trascorso si è tenuta a Milano la premiazione del concorso My Stories, patrocinato da Lancia e legato ad una collaborazione che ha visto Cinema e motori trovare l'ennesimo punto d'incontro.
Grazie agli organizzatori, Ford ha potuto assistere all'evento e scoprire un'altra piccola parte del mosaico che potrebbe aver visto passare dalle sue parti i registi di domani.





Una delle cose più interessanti di questi anni passati nella blogosfera è stata senza dubbio veder crescere quello che fu il parto di una sera gonfiata a Jagermeister che non pensavo avrebbe avuto gran futuro fino a diventare praticamente un secondo lavoro con riscontri pronti ad arricchire a livello culturale - la scoperta di nuovi titoli -, personale - aver conosciuto, per esempio, il mio fratellino Dembo e perfino la mia nemesi Cannibal Kid - ed in qualche modo professionale.
Proprio a seguito di uno di questi ultimi ho avuto la possibilità di assistere alla premiazione del concorso My Stories qui a Milano, rassegna legata a doppio filo al marchio Lancia, che prevedeva il confronto tra dieci cortometraggi girati in dieci città europee da altrettanti giovani registi valutati da una Giuria presieduta dal direttore della fotografia Luca Bigazzi e da Silvio Soldini.
In una location davvero molto affascinante nel pieno del rinato quartiere Isola, dopo aver assistito alla proiezione dei due corti premiati e prima di affrontare il buffet, si è trovato il tempo per un interessante dibattito legato al rapporto tra motori e settima arte, con Bigazzi e Soldini pronti a citare classici come Nel corso del tempo di Wenders e nuovi cult come Locke, passando per Il braccio violento della legge e Drive.
Senza dubbio uno spunto da rassegna vera e propria, quello del legame tra vetture e pellicola, dalle tamarrate come Fast&Furious o Transporter fino a pietre miliari come Bullit o Punto Zero, senza dimenticare momenti cult regalati da prodotti come Ronin o Death Proof.
Un viaggio tra passato e presente - condito dai ricordi dei due veterani della Giuria - pronto a condurre al futuro passando, chissà, dalle parole di un giovane regista spagnolo dall'inglese un pò stentato.
Il tutto con la speranza che l'esperienza possa ripetersi anche alla prossima edizione di My Stories, coltivando il desiderio che questo post funga da pulce nell'orecchio agli organizzatori in modo da sponsorizzare un ruolo da giurato anche per questo vecchio cowboy.
In fondo, non ci sono limiti se il piede è ben piantato sull'acceleratore.
O almeno così mi piace pensare.



MrFord





giovedì 4 luglio 2013

A prova di morte

Regia: Quentin Tarantino
Origine: USA
Anno: 2007
Durata: 113'




La trama (con parole mie): Stuntman Mike, un tipo strano con una macchina da urlo costruita per resistere anche ai più mortali degli incidenti che vaga tra Texas e Tennessee alla ricerca di gruppi di ragazze pronte a diventare le sue prede. 
Perchè Stuntman Mike è un cacciatore di prima categoria, e quando la DJ Jungle Julia, accompagnata da un gruppo di amiche, ha la sfortuna di incontrarlo in un locale per lei si materializza passo dopo passo un incubo su strada che finirà in un massacro.
Scampato alle forze dell'ordine, Stuntman Mike tornerà sulla strada, ed il suo cammino incrocerà quello di Kim, Pam, Zoe ed Abernathy, ragazze abituate a lavorare nel Cinema e pronte a dare al folle guidatore un assaggio piuttosto consistente della loro forza: quel mattacchione di Stuntman Mike, praticamente senza saperlo, finirà per passare dal ruolo del cacciatore a quello della volpe protagonista della caccia grossa.





Non ho mai fatto mistero di non amare particolarmente il periodo solo autoreferenziale che visse Tarantino una volta consolidata la sua fama di regista supercult e supercool con Le iene, Pulp Fiction e Jackie Brown, e che portò alla realizzazione dei due Kill Bill - che continuo a considerare due splendidi giocattoloni con poca sostanza, per quanto indubbiamente affascinanti - e di questo A prova di morte, parte dell'ambizioso progetto grindhouse che il vecchio Quentin portò a termine con l'amicone Robert Rodriguez, che per l'occasione superò quello che, di fatto, è il suo maestro grazie all'ottimo Planet Terror.
Devo però ammettere che, nel corso di questa nuova visione, mi sono trovato a rivalutare, almeno in parte, il lavoro del regista di Knoxville, che non passava sugli schermi di casa Ford dai tempi della sua uscita, risalente al non più vicinissimo 2007 - ricordo che fu uno dei primi film che io e Julez vedemmo in sala dopo aver iniziato la nostra avventura insieme -: intendiamoci, continuo a considerarlo come il lavoro più fiacco e meno incisivo della sua filmografia, ma di fatto quelle che allora erano state bottigliate impietose si sono trasformate in una sorta di bonaria pacca sulla spalla legata alla comprensione di quella che doveva essere, ai tempi, la necessità dell'autore di divertirsi senza ritegno e come se non ci fosse un domani, senza preoccuparsi troppo di consegnare alla settima arte qualcosa che potesse davvero fare Storia.
Sicuramente questa mia riflessione è una conseguenza dei due titoli clamorosi che "la iena" ha regalato al pubblico negli ultimi anni, e che hanno riportato l'asticella della qualità del suo lavoro spropositatamente in alto - parlo delle meraviglie che sono state Bastardi senza gloria e Django unchained, ovviamente -, ma pur se influenzato dai suddetti titoli credo di aver intravisto, in A prova di morte, una sorta di versione personale ed allucinata del regista di quelli che potrebbero essere, per il sottoscritto, gli action anni ottanta che con clamorosa facilità riescono a svuotarmi il cervello quando ho bisogno di uno stacco consistente.
Dunque Tarantino si lascia andare ad una sequela di piedi, culi, fanciulle, alcool, citazioni e sbrodolate di parole come piace a lui, probabilmente divertendosi da impazzire nel farlo: il risultato è senza dubbio squilibrato, a tratti ridondante, efficace nella prima parte quanto lezioso nella seconda, che si ribaltano senza troppi problemi quando a farla da padrona è l'azione sfrenata e sopra le righe - in questo caso, indubbiamente il primato va assegnato alla metà del film dedicata a Zoe e alle sue compari -.
A prova di morte rappresenta il bicchiere della staffa di un autore ai tempi ancora in piena sbronza da successo e privo della saggezza necessaria per gestire talento e notorietà all'unisono, un giocattolo vintage all'interno del quale sfilano affascinanti donzelle oscurate dalla prima all'ultima da Stuntman Mike, unico e vero grande successo della proposta, dagli splendidi gadgets all'espressione gommosa e guascona di Kurt Russell, perfetto per il ruolo del predatore passato dalla padella alla brace e divenuto preda: lo scontro tra Mike e la banda di Zoe Bell - stunt di Uma Thurman in Kill Bill - è un vero spasso, dalle continue citazioni del supercult assoluto Punto zero - una meraviglia che tutti dovrebbero vedere e rivedere - alle evoluzioni sopra e sotto il cofano dei protagonisti della battaglia.
L'atmosfera, a metà tra un Hazzard d'alta scuola ed il kitsch sfrenato, può contare sull'apporto delle come di consueto perfette colonna sonora e fotografia, nonostante il risultato si fermi, per l'appunto, alla confezione: in un certo senso A prova di morte è come un appuntamento con una donna assolutamente attraente che già dal primo minuto sappiamo bene scaricheremo la mattina dopo, avendo ottenuto quello che volevamo e sicuri di non desiderare assolutamente nient'altro.
Ed è proprio così che, a suo modo, A prova di morte funziona: possiamo goderci ogni suo fotogramma, il simbolo sul cofano della vettura di Stuntman Mike, lo schianto di Jungle Julia e compagne, la vendetta di Zoe e della sua banda, l'auto simbolo del già citato Punto zero, la lap dance di Vanessa Ferlito, il formato volutamente imperfetto e chi più ne ha più ne metta.
Certo, non si potrà mai pensare che possa rimanere qualcosa di più di un ricordo stuzzicante, o di un mal di testa da hangover - e potete immaginare quanto possa aver apprezzato la presenza del Wild Turkey, uno dei bourbon più buoni che esistano, almeno tra quelli a larga diffusione -, ma in fondo a volte va bene così.
Solo non aspettatevi il Tarantino delle Palme d'oro, delle rivoluzioni e delle pietre miliari: considerate al contrario di passare una serata con un vecchio e pazzo amico pronto a raccontarvi una storia ancora più pazzesca, ingozzarvi di cibo piccante e saporito - messicano, per esempio - per poi darvi alla pazza gioia per le strade della città come se non ci fosse un domani.
In questo senso, A prova di morte è come vi sentirete.
In caso contrario, tutto apparirà soltanto come una sveltina neppure degna di un ricordo fugace.


MrFord


"Andavo a cento all'ora
per trovar la bimba mia
ye ye ye ye
ye ye ye ye!
Andavo a cento all'ora
per cantar la serenata
blen blen blen blen
blen blen blen blen!"
Gianni Morandi - "Andavo a 100 all'ora" -



giovedì 18 aprile 2013

Sons of anarchy - Stagione 4

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2011
Episodi: 14




La trama (con parole mie): i SamCro, dopo le vicende che li hanno visti fronteggiare i loro rivali all'interno dell'IRA in Irlanda e gli agenti che volevano portarli alla rovina negli States, tornano finalmente in libertà riunendosi dopo oltre un anno come club.
Jax Teller, inquieto vice presidente animato dalla speranza di mollare tutto per dedicarsi alla sua donna Tara e ai due bambini che sta crescendo, stipula dunque un accordo con il patrigno Clay Morrow, presidente nonchè vera anima nera dei Sons, in modo da sostenerlo nella decisione di buttarsi nel traffico di droga in cambio del permesso di poter abbandonare ruolo e club non appena ufficializzato e reso funzionale l'accordo con uno dei più importanti cartelli messicani.
Ma le cose non sono mai semplici come sembrano, e mentre lo stesso traffico porta dissapori interni ai SOA, sanguinose vendette e morti a profusione, un astuto procuratore e vecchie eredità lasciate dal padre di Jax minano dall'interno la stabilità del gruppo.
Come ne usciranno i SamCro?





Dai tempi della conclusione di The Shield - uno dei serial più amati dal sottoscritto degli ultimi anni -, in casa Ford si è andato cercando un erede per la tradizione portata avanti con palle d'acciaio ed emozioni continue da Vic Mackie e la sua Squadra d'assalto: la risposta è giunta, fin dai primi giorni dell'esistenza di questo blog, per mezzo delle vicende di Jax Teller e dei SamCro, club di motociclisti di Charming - fittizia cittadina del Nord della California - nato come simbolo di una ribellione al sistema e divenuto nel tempo un ricettacolo di reati e crimini degni della migliore "Famiglia".
Ed è proprio il concetto di famiglia, a fare da metronomo alle stagioni sempre più avvincenti del prodotto creato da Kurt Sutter - che si è ritagliato anche una parte nel ruolo di Big Eight, membro dei Sons condannato alla pena capitale - ed evolutosi splendidamente dai tempi dell'esordio insieme al suo protagonista, un giovane in continuo dibattimento tra gli insegnamenti lasciatigli sotto forma di scritti dal padre - morto in un misterioso incidente per nulla casuale -, l'amore per la compagna Tara e i suoi due figli e l'influenza che la madre Gemma ed il patrigno Clay Morrow - presidente del club, ex migliore amico dello stesso padre del giovane Teller nonchè mente dietro il suddetto incidente - continuano ad avere su di lui, stuzzicando un'indole che porta alla violenza e al crimine almeno quanto al desiderio di lasciarsi gli stessi alle spalle.
Se, però, al termine dell'ottima terza stagione a prendere il sopravvento era stata la volontà di mantenere unito e saldo il club proprio come una sorta di famiglia allargata, a questo quarto giro di giostra pare che tutti i nodi vengano al pettine per i SamCro, portando il tema centrale dell'annata dall'unità alla disgregazione: il ruolo di Clay, praticamente mai messo in discussione se non da Jax, vive il suo momento peggiore, in bilico tra l'artrite che impedisce al presidente di cavalcare la sua moto con la stessa sicurezza di prima ed un accordo con il cartello messicano per lo spaccio di droga malvisto perfino dai suoi più stretti confidenti, Jax, spinto dalla volontà di partire e lasciarsi Charming e i SamCro alle spalle, alza muri anche nei confronti del migliore amico Opie, che di conseguenza si allontanerà dal club al quale ha dato cinque anni di silenzio in galera e la vita della sua prima moglie, Juice dovrà misurarsi con un segreto del suo passato che potrebbe costargli la vita o un tradimento anche peggiore, Tig finirà per essere messo da parte nei giochi di potere dei Sons, mentre Chibs ed il vecchio Piney si ritroveranno a dover fare il possibile per tenere insieme i pezzi di quello che è rimasto delle loro vite e di questa famiglia su ruote nel pieno di una sbandata rischiosa e terribile.
Senza dubbio il crescendo notevole di questi quattordici episodi serratissimi - impreziositi da guest star del calibro di Danny Trejo, altra assoluta leggenda fordiana - segnano un punto di svolta e rinnovamento per la serie, che in un certo senso chiude una storyline partita sul finire della stagione d'esordio con quei due anelli poggiati sulla tomba di John Teller e che si chiude proprio nel recupero degli stessi da parte di Jax, destinato ad un posto al tavolo della sede del club che potrebbe costargli tutto quello che aveva sognato per il futuro di Tara e dei bambini ma, ad un tempo, anche concedere la possibilità di realizzare il sogno del suo defunto padre, ovvero lavorare per tirare fuori i SamCro dalla merda e dal crimine e rendere pulito il nome dei SOA.
Resta da vedere cosa accadrà ora che la Legge - e non intesa in senso positivo - pare essersi ritagliata lo spazio che in passato fu di Clay nella vita di Jax, e cosa comporteranno nuove menzogne ed omissioni nella costruzione di quello che dovrebbe essere un gruppo di fratelli privi di ogni segreto.
Senza ombra di dubbio, comunque, siamo di fronte ad uno dei titoli più interessanti del panorama del piccolo schermo, che non solo è stato in grado di colmare l'enorme vuoto lasciato dal già citato The Shield, ma anche di sviluppare, con il tempo, un suo proprio carattere.
E, lasciatemelo dire, si tratta di un carattere di tutto rispetto.


MrFord


"Just like the Pied Piper
led rats through the streets
we dance like marionettes
swaying to the symphony ...
Of destruction."
Megadeth - "Symphony of destruction" -


domenica 27 maggio 2012

Punto zero

Regia: Richard C. Sarafian
Origine: Usa
Anno: 1971
Durata: 99'



La trama (con parole mie):  Kowalski è un veterano del Vietnam, ex poliziotto e professionista della velocità cacciato dai circuiti per la sua inclinazione all'alcool che consegna macchine truccate per conto di un'agenzia di Denver.
Quando, alla guida di una Dodge Challenger bianca, decide di arrivare in California in meno di due giorni, comincia di fatto una sfida contro il sistema tutta giocata sulla velocità ed i limiti che la vettura - e lui stesso - possono essere in grado di superare.
Attraverso il Colorado, il Nevada ed il deserto della terribile Death Valley, l'uomo si troverà in bilico tra i ricordi del suo passato, le sirene della polizia al suo inseguimento e la voce di un dj profondamente "soul" che diviene passo passo una sorta di guida spirituale: la sua corsa diverrà, di fatto, una sfida allo status quo made in Usa.




Da tempo ormai quasi immemore sostava al saloon in attesa di una degna visione Punto Zero, procuratomi dal mio fratellino Dembo e fortemente sponsorizzato da Ottimista, due dei frequentatori più importanti di questo crocevia fordiano: finalmente, dunque, sono riuscito ad aggiungere uno dei maggiori cult della generazione di Easy rider e Duel alla lista delle visioni messe in bacheca, e devo ammettere che questo forse meno celebrato lavoro di Sarafian ha tutte le carte in regola per essere omaggiato quanto i suoi due illustri compagni di leggenda.
Partito quasi in sordina nonostante gli strepitosi inseguimenti tra la Dodge Challenger del protagonista e le vetture e le motociclette delle forze dell'ordine ed apparso quasi datato a causa di un montaggio frammentario come nelle più allucinate pellicole ribelli del periodo, il lavoro con protagonista Barry Newman è riuscito ad acquisire sempre più spessore chilometro dopo chilometro e minuto dopo minuto, quasi la visione fosse figlia di un'accelerazione estrema ed inarrestabile, un grido di libertà contro il sistema, il destino e le avversità dalla vitalità e dalla potenza incontenibili, in bilico tra il mito di Jimmy Dean e La locomotiva gucciniana, giocato sulla narrazione di una voce off che mi ha ricordato un altro supercult dei gloriosi seventies, I guerrieri della notte di Walter Hill ed intriso di quella volontà incrollabile che solo i miti paiono riuscire ad avere, impreziosito da un'ellissi che regala nel finale il senso all'insieme dello script.
E proprio di mito si tratta, rispetto al protagonista Kowalski - nome che ormai è una garanzia in casa Ford, considerati Gran Torino e Un tram che si chiama desiderio -: un uomo dalle pochissime parole e dallo sguardo spiritato, lanciato in una corsa solo apparentemente immotivata attraverso gli States, rapito dai ricordi e da incontri surreali e grotteschi che ricordano lo splendido Una storia vera di Lynch.
Punto Zero è un road movie spinto dalla volontà non tanto di fuggire, ma di battersi rompendo regole, schemi e restrizioni - in fondo, le polizie dei singoli Stati si fermano sempre alla frontiera lasciando che i tutori dell'ordine dell'altra parte del confine raccolgano la patata bollente rappresentata da questo pilota tanto folle -, votato in qualche modo neppure troppo sotterraneo all'autodistruzione - la scommessa con lo spacciatore di Denver - e ad un tempo straordinariamente pulsante, desideroso di trovare un se stesso sempre al massimo, stanco dei compromessi che celano troppe bassezze - i ricordi del passato da poliziotto - e pronto a volare letteralmente avanti a tutti quelli che cercheranno di intralciare il suo incredibile viaggio - l'automobilista spocchioso al volante di un'automobile da corsa -.
Da questo punto di vista è impossibile non rimanere a bocca aperta di fronte alle splendide riprese dei duelli tra le vetture, in grado di ricordarmi le meraviglie di Blues Brothers e Ronin, punti di riferimento del genere ancora oggi oltre ai già citati Easy rider e Duel: la Dodge di Kowalski, come i cavalli selvaggi degli eroi del western, vibra sulle note lanciate da Super Soul, un personaggio fondamentale nell'ottica di protesta sociale che, nella musica come nei film alternativi come questo fu a dir poco necessaria per porre le basi di un progresso sociale per cui ancora oggi si continua a lottare - e si dovrebbe fare in misura anche maggiore -.
Così come le motociclette portate da Dennis Hopper e Peter Fonda, la Challenger con Barry Newman al posto di guida diviene un simbolo in grado di andare oltre lo spazio e il tempo, così come alla pellicola di cui è di fatto co-protagonista per diventare un anelito di libertà da manuale per gli anni ruggenti.
Perchè non ci sono convenzioni, ricordi, impieghi o leggi dalle quali, almeno una volta nella vita, non vorremo trascendere, fuggendo per andare il più lontano possibile e poi, quando le stesse meno se lo aspettano, tornare con bel drift quasi disegnato sui nostri passi, schiacciare il pedale a tavoletta e correre loro incontro, pronti ad abbattere ogni muro e superare ogni confine.
In quei momenti, ed ogni volta che troviamo il coraggio di accelerare, Kowalski è con noi.
E scopriamo di aver trovato il Punto Zero delle nostre lotte.


MrFord


"Living easy
loving free
season ticket for a one way ride
asking nothing
leave me be
takin' everything in my stride
don't need reason
don't need rhyme
ain't nothin' I would rather do
going down
party time
my friends are gonna be there too."
Ac/Dc - "Highway to hell" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...