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lunedì 3 febbraio 2020

White Russian's Bulletin



Prosegue, nonostante la marcia di avvicinamento agli Oscar, uno dei periodi di entusiasmo più bassi di questo vecchio cowboy per il grande e piccolo schermo, fatta eccezione per le revisioni - la consueta maratona dei Rocky è stata una bomba - ed i sabati sera Cinema con i Fordini, complice l'assenza effettiva di titoli in grado di solleticare quello che, fino a qualche anno fa, era dato per scontato. 
Nell'attesa che questo momento di transizione mi riveli cosa sarà del mio futuro, il Bulletin continua la sua strada, pur con pochi titoli tra le cartucce.


MrFord



LE RAGAZZE DI WALL STREET (Lorene Scafaria, USA, 2019, 110')

La ragazze di Wall Street Poster


Tratto da una storia vera, Hustlers - decisamente meglio del terribile titolo italiano - rappresenta, per certi versi, la visione di un certo mondo apparentemente dorato da un punto di vista femminile e femminista in barba alle convinzioni - errate - che lo stesso sia in mano agli uomini, una sorta di rivelazione sulla realtà effettiva che gli stessi uomini rifiutano di ammettere per ego o limitazioni di testa.
Giunto sugli schermi del Saloon spinto da ottime recensioni e tiepidino almeno per una buona metà, trova nella seconda parte la sua reale dimensione, ed uno spessore che non ha davvero nulla da invidiare a produzioni come Molly's Game o Tonya che nel passato recente hanno mostrato più palle di tante altre ad esclusivo focus maschile.
Una buona sorpresa, dunque, ed un prodotto che, seppur non clamoroso per inventiva o evoluzione, porta a casa il risultato solido e diretto come solo una donna cazzuta può essere.




LEGEND (Ridley Scott, USA, 1985, 94')

Legend Poster


Scelto dal Fordino per la più recente serata Cinema, Legend torna sugli schermi del Saloon per la prima volta dopo almeno dieci anni, confermandosi uno dei cult anni ottanta meno amati dal sottoscritto: nonostante lo splendido trucco di Tim Curry - che dimostra e dimostrava di essere un vero fuoriclasse del travestimento -, la presenza di Tom Cruise e l'ambientazione fantasy, il lavoro di Scott risulta posticcio e noioso, chiaro risultato di problemi in fase di produzione e troppo serioso.
Un'ora e mezza che ha il sapore delle tre, incapace di avvincere grandi e piccini se non per il contributo del Signore delle Tenebre già citato, e che ha rappresentato il primo revival tra quelli che ho vissuto con i piccoli di casa Ford in grado di mettermi in difficoltà da divano.
Almeno, l'abbiamo archiviato. Con buona pace del Tommasone, che avrà modo di riscattarsi nei prossimi anni anche agli occhi dei più piccoli del Saloon.


lunedì 25 marzo 2019

White Russian's Bulletin



Impegni crescenti, stanchezza, visioni che diminuiscono, eppure il Bulletin, così come questo sempre più vecchio cowboy, continua a resistere e a presentarsi puntuale - al contrario della rubrica delle uscite in sala - sperando di mantenere vivo il Saloon come fosse uno degli ultimi baluardi della spentissima blogosfera: anche questa settimana la selezione è ridotta, ma i propositi sono buoni, e conto di poter tenere fede agli stessi in queste prime serate di bella stagione.
In attesa di tempi migliori, dunque, eccovi servito il giro della settimana.


MrFord



ESCAPE ROOM (Adam Robitel, USA/Canada, 2019, 99')

Escape Room Poster


Partendo dal presupposto che qualche esperienza in materia escape rooms ce l'ho - fantastica quella, qualche anno fa, con Julez, mio fratello e sua moglie -, la mia sfiducia verso questo tipo di horror è totale: la logica spesso e volentieri va a farsi un bel weekend di vacanza, le scelte risultano risibili e tutti i precedenti - Saw il più noto - mi hanno storicamente fatto cagare.
In una serata di malumore lavorativo e stanchezza, non ho potuto che confermare il trend.
Escape Room è l'ennesima porcatina senza senso di esistere buttata in sala sperando di portare a casa incassi buoni da giustificare un sequel o una serie: e infatti il box office ha dato ragione al prodotto, nonostante, a conti fatti, si tratti davvero di una cosa inutile e già vista, che non regala alcuna emozione e ha il sapore del deja-vù stantio forte.
Peccato, perchè se sfruttata e gestita diversamente, avrebbe potuto davvero essere un'idea in grado di fare la differenza.




MAYANS M. C.  - STAGIONE 1 (FX, USA, 2018)

Mayans M.C. Poster

Penso che Sons of Anarchy sia stata una delle serie televisive che, pur non arrivando a vette di perfezione in stile Breaking Bad, ho amato di più e più visceralmente negli anni.
Venire a sapere che il creatore dei SamCro, Kurt Sutter, avrebbe lavorato ad una sorta di spin off successivo al destino di Jax Teller significava mettere sul piatto una scommessa piuttosto rischiosa: e ammetto di aver impiegato non poco non solo a recuperare questa prima stagione, ma anche a farmela piacere, in parte perchè l'eredità era pesante, in parte perchè, fatta eccezione per Angel e Coco, attori e charachters non hanno ancora il carisma e la presenza scenica che SOA poteva garantire anche sui comprimari.
Eppure, passo dopo passo, doppio gioco dopo doppio gioco, mi sono convinto che Mayans potrebbe raccogliere un testimone importante non tanto per sperare di eguagliare il predecessore, quanto per ritagliarsi uno spazio che gli compete: una serie che promette grande fordianità e che, potenzialmente, può crescere e non poco.




CAPTAIN MARVEL (Anna Boden&Ryan Fleck, USA/Australia, 2019, 123')

Captain Marvel Poster

Ho sempre avuto un debole, per le donne cazzute. Più stimolanti e interessanti di quelle che si aspettano il principe azzurro o nascondono il potenziale - incredibilmente maggiore del nostro - che l'altra metà del cielo porta in dote.
Captain Marvel, atipico capitolo del Cinematic Universe - di fatto si tratta di un prequel - ambientato negli anni novanta agli albori della carriera - sul grande schermo, non nei fumetti - di Nick Fury, porta sullo schermo il ritratto perfetto della donna cazzuta made in Marvel: dai superpoteri all'ironia, Carol Danvers spacca. E nonostante non sia un suo grande fan, la scelta di Brie Larson ripaga.
A prescindere, comunque, dal main charachter, attuale e bellissima è la gestione della guerra tra Kree e Skrull, razze aliene iconiche per qualsiasi Marvel fan che si rispetti presentate in questa pellicola come una sorta di cartina tornasole delle purtroppo attuali problematiche razziali presenti in quasi tutto il mondo.
Attualità, dunque, mescolata al gusto da popcorn movie e ad una dose di ironia che non guasta mai. Per quanto mi riguarda, gran bene così.


venerdì 7 settembre 2018

Orange is the new black - Stagione 6 (Netflix, USA, 2018)





- Non è facile, per i serial di successo, riuscire a mantenere uno standard qualitativo medio/alto senza avere cali fisiologici di qualità, soprattutto nel corso di cavalcate che superano le quattro stagioni. Ed è ancora meno semplice riprendersi dopo uno di questi cali. Orange is the new black, produzione Netflix dedicata alla popolazione carceraria femminile di un carcere di minima sicurezza del Jersey pareva essere giunta proprio al punto del non ritorno: perchè se la quarta era stata una stagione notevole, la quinta aveva presentato il conto.

- Nonostante le premesse certo non buone che lasciavano presagire il lento spegnimento di uno dei titoli più amati negli ultimi anni dal popolo del piccolo schermo, Piper e compagne sono tornate in piedi e molto bene, regalando tredici episodi che cambiano molte carte in tavola rispetto alla geografia carceraria di Litchfield, presentano nuovi e riuscitissimi charachters - da Baddison alle sue sorelle folli - e ne ridefiniscono di vecchi - Daja, per citarne una -.

- Nonostante una partenza surreale con tanto di intro di Suzanne - che fatico sempre a reggere per lunghi periodi - il racconto corale funziona, e pur perdendosi di tanto in tanto le sfumature riesce a fotografare benissimo le ansie, i disagi, le lotte, le speranze e tutto quello che possiamo buttarci nel mezzo da umani attraverso i volti e le vicende di queste donne, diventando potenziale simbolo di un periodo in cui un passo dopo l'altro anche l'altra metà del cielo pare conquistare lo spazio che avrebbe sempre meritato nella società e non solo.

- Taystee, simbolo della "parte pulita" della rivolta della stagione precedente e ricordo vivente dell'indimenticabile Pussey, regala i momenti più toccanti e alti della stagione insieme al tesissimo season finale ed all'ennesima conferma della validità del personaggio di Joe Caputo, una sorta di Sam Sylvia di Glow in versione Goonie.

- Sempre nell'ottica della scrittura dei personaggi, interessanti, oltre all'evoluzione di Daja, quelle di Nichols e Pennsatucky: non è semplice riuscire a gestire, in spazi anche ridotti - del resto è giusto che tutte abbiano la loro vetrina - cambiamenti più o meno importanti, e rendere vivi charachters anche marginali. In questo senso, gli sceneggiatori hanno lavorato molto bene dal punto di vista empatico ed umano.

- Orange is the new black, che ha ridefinito il concetto di Cinema carcerario non solo riportandolo al piccolo schermo, ma consegnandolo anche alle mani dell'universo femminile, si conferma dunque uno dei più solidi attualmente prodotti da Netflix, in grado di emozionare, coinvolgere, fare incazzare e via discorrendo, ma soprattutto riprendersi da un piccolo passo falso per tornare a sorprendere fino all'ultimo episodio. Resta solo da sperare che la nuova libertà non dia troppo alla testa.



MrFord



 

lunedì 23 aprile 2018

Molly's game (Aaron Sorkin, Cina/USA/Canada, 2017, 140')




Esistono persone che, nel corso della propria esistenza, rifuggono con tutte le forze conflitti e tensioni, e trovano la loro dimensione migliore nella tranquillità, lontane dall'occhio del ciclone: altre, al contrario, riescono a dare il meglio soltanto quando la pressione sulle loro spalle cresce, la tensione sale, le chiappe si stringono.
Molly Bloom, probabilmente, in parte per formazione e retaggio - le figure del padre e dei fratelli devono aver influito molto - ed in parte per carattere, fa parte della seconda categoria.
Sciatrice professionista costretta al ritiro dopo un clamoroso incidente divenuta una leggendaria organizzatrice di partite di poker ad alto livello tra celebrità dello spettacolo, dello sport, della finanza e chi più ne ha, più ne metta tra Los Angeles e New York nel primo decennio di questi Anni Zero, questa donna più che cazzuta ha finito per ritrovarsi nel fuoco incrociato di crimine ed FBI, rischiando la vita prima e anni di carcere poi, lottando con le unghie e con i denti - ed un avvocato con le palle - per riguadagnare il proprio posto e divenire un'autrice sfruttando l'avventura più intensa possibile: la sua vita.
Aaron Sorkin, uno degli sceneggiatori più fenomenali degli ultimi anni - autore di script pazzeschi come The Social Network o Moneyball - debutta alla regia con quella che pare la versione "di classe" di Tonya, il ritratto di una donna gettata in pasto ad un mondo dominato dagli uomini e pronta a mostrare tutto il carattere e la volontà necessari per sopravvivere e ritagliarsi un posto sudato e conquistato, poggiandosi sull'interpretazione e la bellezza di Jessica Chastain, una delle favorite assolute del Saloon - se la gioca con Jennifer Lawrence, mica bruscolini - e sulla propria abilità alla macchina da scrivere, e finisce per centrare l'obiettivo al primo colpo, regalando al pubblico una pellicola solida e ben strutturata, avvincente e tesa, forse non esplosiva ma di grandissimo mestiere, segno che per questo autore il percorso potrebbe essere appena iniziato.
Alle spalle, inoltre, un anno importante a livello sociale come è stato il duemiladiciassette, storie come quella di Molly Bloom possono essere un esempio positivo - e non di sfruttamento mediatico, come purtroppo comincia ad accadere troppo spesso - di quanta forza si celi dietro l'universo femminile e di come dovremmo liberarci di tutte le zavorre venute da secoli di storia maschiocentrica per saltare in un futuro in cui si giochi a carte scoperte ed alla pari, che ci piaccia la tranquillità o la tensione, il relax da divano o il batticuore da sport estremo.
In realtà, comunque, Molly's game non è uno spot ruffiano spuntato nell'anno degli scandali molestie ed in cerca di facili approvazioni, quanto il racconto di una persona abituata a vivere sotto pressione e che per la ricerca continua di quella stessa pressione, delle conferme e della sensazione di poter essere all'altezza - bellissimo, in questo senso, l'incipit legato alla questione del "quarto alle Olimpiadi" - aumenta la posta in gioco, fenomeno che da ingordo di vita conosco bene, quantomeno rispetto alle cose che mi piacciono.
Sorkin dipinge sulla Chastain, dunque, un charachter complesso che racchiude le fragilità della ragazza cresciuta da un padre ingombrante - ottimo Kevin Costner, tra l'altro - e la forza di una donna in grado per anni di restare un'eminenza grigia rispettata e al di sopra delle parti in un mondo - quello della ricchezza - popolato fondamentalmente da soli uomini in uno dei campi - il gioco d'azzardo - più maschilisti che si possano immaginare.
E quando, alla fine della corsa su questo ottovolante di parole e sensazioni, si torna a pensare al punto in cui tutto era iniziato, sorge spontanea una domanda: voi cosa preferireste essere?
Quello che arriva quarto alle Olimpiadi, o quello che si rompe tutto in un salto prima di essere il primo, e deve ricominciare tutto da capo?
Volete il divano o il culo stretto?
Io una risposta per me ce l'ho.
E anche Molly.



MrFord



 

lunedì 3 luglio 2017

Wonder Woman (Patty Jenkins, USA/Cina/Hong Kong/UK/Italia/Canada/ Nuova Zelanda, 2017, 141')




Batman a parte - e Lobo, a dirla tutta - non sono mai stato un grande fan dei personaggi targati DC Comics, quantomeno rispetto agli albi a grande diffusione - la divisione Vertigo, che ha regalato perle come Preacher, Hellblazer e soci è dunque esclusa -: Superman, Flash, la qui presente Wonder Woman non hanno mai fatto breccia nel cuore del sottoscritto, troppo spesso troppo "supereroi" e poco avvezzi alle sfighe ed ai problemi che opprimevano tutti i miei favoriti Marvel, dagli X-Men a Spider Man, passando per Devil e Punisher.
Al Cinema, nel corso di questi ultimi anni legati alla rinascita del genere "eroi in costume", fatta eccezione per i Batman di Christopher Nolan, è accaduta praticamente la stessa cosa: certo, Watchmen non era malvagio, ma i recenti Batman VS Superman e le pellicole legate alla figura dell'Uomo d'acciaio hanno contribuito a scatenare tempeste di bottigliate davvero niente male, complici un'eccessiva seriosità ed un piglio che perdeva nettamente il confronto con quello fresco e coinvolgente di prodotti come Strange o Guardiani della Galassia Vol. 2.
L'arrivo, dunque, di Wonder Woman sul grande schermo nell'ambito del progetto Justice League non partiva dai migliori auspici possibili: l'amazzone, già vista brevemente nel già citato e mortalmente noioso Batman VS Superman, inoltre, non è mai stata tra i miei charachters favoriti, Gal Gadot non mi ha mai conquistato e l'idea di due ore e passa dedicate alle sue gesta mi pareva l'equivalente di una dieta forzata senza alcolici per almeno un mesetto.
Fortunatamente, e come raramente accade con film di questo genere, il lavoro di Patty Jenkins mi ha sorpreso in positivo, sfruttando un lungo flashback in pieno stile Captain America per raccontare come Diana giunse tra gli uomini dopo essere cresciuta protetta nella terra delle amazzoni, e come decise di prendere posizione e divenire l'eroina che vedremo in azione - e protagonista, mi viene da sperare - proprio nel lungometraggio dedicato alla Justice League: mescolando le atmosfere da film di guerra in stile Fury o Salvate il soldato Ryan con alcuni passaggi decisamente scanzonati da film d'avventura modello Indiana Jones, la regista riesce nell'intento di presentare un'eroina dalle capacità "divine" ma profondamente umana, spalleggiata da un variegato e divertente gruppo di comprimari maschili - spicca uno spassoso Chris Pine in versione guascona stile Kirk - ed in grado di fare fronte anche ad un antagonista non propriamente funzionale, un Ares che ha un sapore eccessivo di videogioco nel finale ed un'aura un pò troppo machiavellica - nonchè un look da topo da biblioteca che poco si adatta alla rappresentazione del dio della guerra, per quanto io voglia bene a David Thewlis - in precedenza.
Una produzione non particolarmente originale, forse, a conti fatti, ma piacevole, funzionale e scorrevole, la migliore proposta DC degli ultimi anni ed un'iniezione di energia ad un progetto che, finora, sulla carta mi aveva ispirato davvero ben poco: l'ironia ed il dramma finiscono per mescolarsi quanto l'umanità e la divinità al confronto, e la riflessione a proposito dei disequilibri umani e della guerra finisce per mostrare anche una profondità che fino ad ora risultava non pervenuta nei film dedicati al "collega" più illustre di Wonder Woman, Superman.
La speranza, ora, è che la presenza di Diana illumini anche il resto di questa versione del Cinematic Universe targata DC, e che il lavoro di Patty Jenkins non sia l'ultima sorpresa che lo stesso possa riservare.
C'era davvero bisogno di una donna, come spesso accade, per mettere una pezza a tutti i limiti maschili.




MrFord




sabato 1 novembre 2014

C'era una volta a New York

Regia: James Gray
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 120'




La trama (con parole mie): siamo nel 1921 a Ellis Island, ultimo bastione del controllo dell’immigrazione dei tempi sulla costa Est statunitense. Eva e sua sorella, venute dalla Polonia, sono separate in quanto la seconda risulta essere malata, mentre la prima, abbandonata dagli zii che si erano ripromessi di venire a prendere le giovani per offrire loro un alloggio ed un lavoro, viene approcciata dal losco Bruno, che si offre di aiutarla celando i suoi secondi fini, che prevedono lo sfruttamento della ragazza come prostituta.
Il rapporto tra i due pare una continua lotta, e quando l’illusionista Orlando, cugino di Bruno, entra nell’equazione, la situazione si complica prima di precipitare: Bruno ed Eva saranno costretti a fare fronte comune e scoprire il significato di riscatto e perdono nella speranza di poter sopravvivere ad un tempo ed una città pronti ad inghiottirli.








James Gray, fin dai tempi dell’ottimo esordio Little Odessa, rappresenta non solo uno dei favoriti del Saloon, ma anche uno dei cantori più importanti dell’area di New York, allo stesso modo – con le dovute proporzioni – in cui lo furono prima di lui autori come Scorsese, soprattutto agli esordi – indimenticabili, a parte il celeberrimo cult Taxi driver, Mean streets ed il successivo Fuori orario -: con il dittico The Yards e I padroni della notte, poi, Gray dipinse un affresco durissimo e drammatico della provincia che ribolle oltre i confini della Grande Mela, prendendosi il tempo di scrivere una delle storie d’amore più devastanti del Cinema recente con Two lovers.
C’era una volta a New York – adattamento pessimo dell’originale The immigrant – muove un passo indietro nel tempo per soffermarsi su una delle epoche più affascinanti che caratterizzarono la città che non dorme mai, la stessa di Capolavori come C’era una volta in America – che temo abbia giustificato la scelta dei titolisti nostrani – e dei grandi gangster movies ambientati ai tempi del proibizionismo: in bilico, però, tra crime story e romance, James Gray pare perdersi in quello che, nonostante l’indiscutibile perizia tecnica e resa a livello di immagine – la fotografia è senza dubbio splendida, così come la scelta delle inquadrature e la cura dei costumi -, rappresenta forse il suo primo, vero passo falso, un’incompiuta decisamente troppo lunga e verbosa nella prima parte e frettolosa nella seconda, paradossalmente la più riuscita.
Considerando, infatti, un eventuale pressione dei distributori rispetto ad una versione iniziale decisamente più lunga, anche a distanza di qualche giorno dalla visione non riesco a capire e condividere la scelta del regista di proporre un introduzione inutilmente dettagliata e dilatata lasciando soltanto le briciole – ed un montaggio tagliato con l’accetta – alla conclusione, pronta a sfoderare gli acuti migliori – e gli unici – della pellicola – il tema del perdono e quello del riscatto, rappresentati dai due protagonisti, sono gestiti davvero alla grande, e lasciano senza dubbio il segno -, liberando al contempo le ottime prove di Joaquin Phoenix e Marion Cotillard, che seppur lontana dai fasti di Un sapore di ruggine ed ossa conferma il suo talento anche privata delle doti più “evidenti”.
Meno in parte e convincente Jeremy Renner, che continuo a pensare dovrà ringraziare Kathryn Bigelow vita natural durante per averlo proposto in The hurt locker aprendogli le porte della ribalta internazionale nonostante doti decisamente nella media – se non inferiori – rispetto a suoi colleghi condannati ad un’attesa perenne di riconoscimenti prestigiosi – ne sa qualcosa Leonardo Di Caprio -.
Un dramma a tinte fosche ed una storia di strada che incrociano la mitologia di Sergio Leone con quella del già citato Scorsese, senza per questo rinunciare a dettagli legati alla letteratura classica – assistiamo, di fatto, ad una versione adulta di una sorta di Oliver Twist al femminile – e alla poetica del regista – l’importanza della famiglia, le radici legate alla Fede, il peccato che lastrica la strada per la salvezza – senza però liberare il talento di Gray come altri suoi lavori, finendo per pesare sul pubblico e non avvincere nella misura in cui, probabilmente, lo stesso Gray avrebbe voluto.
Un’occasione mancata, dunque, seppur con grande stile, ed un mezzo passo falso commesso da un regista dal quale, ormai, qui al Saloon ci si aspetta non solo molto, ma anche la definitiva ed assoluta consacrazione: e non bastano un paio di sequenze da urlo – l’inseguimento nei tunnel, la confessione di Eva ed il suo confronto finale con Bruno, il faccia a faccia decisivo tra quest’ultimo e Orlando – per definire un film epocale.
C’era una volta in America è irripetibile.
Anche per un newyorkese appassionato come Gray.




MrFord



"These vagabond shoes
are longing to stray
right through the very heart of it
New York, New York."
Frank Sinatra - "New York, New York" - 





 

sabato 24 agosto 2013

The call

Regia: Brad Anderson
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Jordan Turner, operatrice esperta del 911, una sera riceve la chiamata di un'adolescente rimasta sola in casa. La ragazza denuncia un'effrazione, e seguendo i consigli della stessa Jordan, riesce in un primo momento a sfuggire alla vista dell'intruso: quando, a causa di un eccesso di preoccupazione, le azioni di Jordan portano la giovane ad essere scoperta, rapita ed uccisa dall'individuo misterioso, la donna subisce un duro contraccolpo e per sei mesi decide di dedicarsi all'istruzione delle nuove leve senza più rispondere alle chiamate.
Quando Casey, praticamente coetanea della teenager uccisa, viene rapita in un centro commerciale e riesce a contattare il 911, Jordan si trova costretta a tornare in azione solo per scoprire che la persona che sta commettendo questo nuovo reato è la stessa colpevole del precedente omicidio.




A volte capita di concedersi una visione totalmente estiva e senza alcuna pretesa e di ritrovarsi piacevolmente sorpresi in positivo, colpiti da un lavoro sicuramente artigianale e certo non destinato a fare la Storia della settima arte eppure più che onesto nel portarsi a casa una pagnotta totalmente guadagnata sul campo: è il caso di The call, thriller veloce ed indolore dal ritmo decisamente serrato prodotto, tra gli altri, addirittura dei WWE Studios - costola della più grande federazione di wrestling del pianeta, praticamente una specie di seconda casa per il sottoscritto -, che di tanto in tanto finiscono anche per azzeccare una proposta interessante - considerata la qualità infima dei film normalmente distribuiti dagli stessi - relegando il consueto wrestler ad un ruolo marginale che gli impedisce, di fatto, di lasciare un segno troppo negativo sul risultato - in questo caso parliamo di David Otunga, midcarder senza pretese all'interno della federazione e charachter assolutamente ininfluente per lo sviluppo della vicenda narrata dalla pellicola -.
Il merito della discreta riuscita dell'impresa è da imputare senza dubbio anche alla scelta di un regista di qualità certamente superiore a quella dei mestieranti di serie b normalmente chiamati in queste situazioni dietro la macchina da presa: Brad Anderson, infatti, è un nome conosciuto anche da appassionati di Cinema di caratura più importante, e pur non essendo un riferimento assoluto negli ultimi anni ha saputo consegnare al grande schermo pellicole interessanti come L'uomo senza sonno o Session 9.
Se, all'uomo dietro la macchina da presa, si aggiunge uno script forse non esemplare ma comunque ben strutturato e soprattutto in grado di mantenere alta la tensione praticamente dall'inizio alla fine - mi ha ricordato, in questo senso, il tamarrissimo Speed, uno dei film simbolo dell'action anni novanta - ed una coppia di protagoniste in buona forma - Halle Berry, che pur non rientrando certo nel novero delle attrici di riferimento di Hollywood ed essendosi macchiata dello scempio che fu Catwoman si difende e soprattutto Abigail Breslin, la fu Olive Hoover di Little Miss Sunshine idolo fordiano imperituro qui alle prese con un ruolo che vorrebbe sdoganarla da ragazzina acqua e sapone per portarla verso una dimensione più in stile Jennifer Lawrence, per quanto, obiettivamente, tra le due corra parecchia differenza a partire dalla dimensione "artistica" data dall'effetto del vederle per volere di produzione in reggiseno o canotta - il risultato finisce per essere senza dubbio efficace, senza troppe pretese "alte" ed in grado di intrattenere e coinvolgere il pubblico assolutamente meglio di molti titoli sulla carta più blasonati usciti nel corso dell'estate.
L'idea del confronto a distanza e del triangolo tra il rapitore, la vittima e l'operatrice del 911, passato per gran parte del tempo attraverso un cellulare usa e getta ed il bagagliaio di una macchina è interessante, così come i tentativi messi in atto dalla cazzuta e battagliera teenager - su indicazioni della sua potenziale salvatrice all'altro capo del telefono - in modo da mettere in difficoltà il disturbatissimo omicida: unica vera pecca un finale decisamente troppo tagliato con l'accetta, in grado di minare perfino la buona idea dietro al concetto di Giustizia privata applicata dalle protagoniste una volta ribaltato il gioco di potere con il maniaco finendo, di fatto, per avere il coltello dalla parte del manico.
Probabilmente, con qualche minuto in più a disposizione ed una maggiore attenzione allo scioglimento della trama, The call, oltre che un piacevole intrattenimento, sarebbe potuto divenire perfino una delle sorprese più gradite di questi mesi estivi che, soprattutto in materia di thriller, hanno concesso davvero poco a noi poveri spettatori bisognosi di un pò di sana e vecchia tensione in grado di incollare alla poltrona.
Ma non lamentiamoci troppo: una sorpresa solo discreta è sempre meglio di una clamorosa delusione.


MrFord


"Call me (call me) on the line.
Call me, call me any anytime.
Call me (call me)I'll arrive.
When you're ready we can share the wine.
Call me."
Blondie - "Call me" -


giovedì 4 luglio 2013

A prova di morte

Regia: Quentin Tarantino
Origine: USA
Anno: 2007
Durata: 113'




La trama (con parole mie): Stuntman Mike, un tipo strano con una macchina da urlo costruita per resistere anche ai più mortali degli incidenti che vaga tra Texas e Tennessee alla ricerca di gruppi di ragazze pronte a diventare le sue prede. 
Perchè Stuntman Mike è un cacciatore di prima categoria, e quando la DJ Jungle Julia, accompagnata da un gruppo di amiche, ha la sfortuna di incontrarlo in un locale per lei si materializza passo dopo passo un incubo su strada che finirà in un massacro.
Scampato alle forze dell'ordine, Stuntman Mike tornerà sulla strada, ed il suo cammino incrocerà quello di Kim, Pam, Zoe ed Abernathy, ragazze abituate a lavorare nel Cinema e pronte a dare al folle guidatore un assaggio piuttosto consistente della loro forza: quel mattacchione di Stuntman Mike, praticamente senza saperlo, finirà per passare dal ruolo del cacciatore a quello della volpe protagonista della caccia grossa.





Non ho mai fatto mistero di non amare particolarmente il periodo solo autoreferenziale che visse Tarantino una volta consolidata la sua fama di regista supercult e supercool con Le iene, Pulp Fiction e Jackie Brown, e che portò alla realizzazione dei due Kill Bill - che continuo a considerare due splendidi giocattoloni con poca sostanza, per quanto indubbiamente affascinanti - e di questo A prova di morte, parte dell'ambizioso progetto grindhouse che il vecchio Quentin portò a termine con l'amicone Robert Rodriguez, che per l'occasione superò quello che, di fatto, è il suo maestro grazie all'ottimo Planet Terror.
Devo però ammettere che, nel corso di questa nuova visione, mi sono trovato a rivalutare, almeno in parte, il lavoro del regista di Knoxville, che non passava sugli schermi di casa Ford dai tempi della sua uscita, risalente al non più vicinissimo 2007 - ricordo che fu uno dei primi film che io e Julez vedemmo in sala dopo aver iniziato la nostra avventura insieme -: intendiamoci, continuo a considerarlo come il lavoro più fiacco e meno incisivo della sua filmografia, ma di fatto quelle che allora erano state bottigliate impietose si sono trasformate in una sorta di bonaria pacca sulla spalla legata alla comprensione di quella che doveva essere, ai tempi, la necessità dell'autore di divertirsi senza ritegno e come se non ci fosse un domani, senza preoccuparsi troppo di consegnare alla settima arte qualcosa che potesse davvero fare Storia.
Sicuramente questa mia riflessione è una conseguenza dei due titoli clamorosi che "la iena" ha regalato al pubblico negli ultimi anni, e che hanno riportato l'asticella della qualità del suo lavoro spropositatamente in alto - parlo delle meraviglie che sono state Bastardi senza gloria e Django unchained, ovviamente -, ma pur se influenzato dai suddetti titoli credo di aver intravisto, in A prova di morte, una sorta di versione personale ed allucinata del regista di quelli che potrebbero essere, per il sottoscritto, gli action anni ottanta che con clamorosa facilità riescono a svuotarmi il cervello quando ho bisogno di uno stacco consistente.
Dunque Tarantino si lascia andare ad una sequela di piedi, culi, fanciulle, alcool, citazioni e sbrodolate di parole come piace a lui, probabilmente divertendosi da impazzire nel farlo: il risultato è senza dubbio squilibrato, a tratti ridondante, efficace nella prima parte quanto lezioso nella seconda, che si ribaltano senza troppi problemi quando a farla da padrona è l'azione sfrenata e sopra le righe - in questo caso, indubbiamente il primato va assegnato alla metà del film dedicata a Zoe e alle sue compari -.
A prova di morte rappresenta il bicchiere della staffa di un autore ai tempi ancora in piena sbronza da successo e privo della saggezza necessaria per gestire talento e notorietà all'unisono, un giocattolo vintage all'interno del quale sfilano affascinanti donzelle oscurate dalla prima all'ultima da Stuntman Mike, unico e vero grande successo della proposta, dagli splendidi gadgets all'espressione gommosa e guascona di Kurt Russell, perfetto per il ruolo del predatore passato dalla padella alla brace e divenuto preda: lo scontro tra Mike e la banda di Zoe Bell - stunt di Uma Thurman in Kill Bill - è un vero spasso, dalle continue citazioni del supercult assoluto Punto zero - una meraviglia che tutti dovrebbero vedere e rivedere - alle evoluzioni sopra e sotto il cofano dei protagonisti della battaglia.
L'atmosfera, a metà tra un Hazzard d'alta scuola ed il kitsch sfrenato, può contare sull'apporto delle come di consueto perfette colonna sonora e fotografia, nonostante il risultato si fermi, per l'appunto, alla confezione: in un certo senso A prova di morte è come un appuntamento con una donna assolutamente attraente che già dal primo minuto sappiamo bene scaricheremo la mattina dopo, avendo ottenuto quello che volevamo e sicuri di non desiderare assolutamente nient'altro.
Ed è proprio così che, a suo modo, A prova di morte funziona: possiamo goderci ogni suo fotogramma, il simbolo sul cofano della vettura di Stuntman Mike, lo schianto di Jungle Julia e compagne, la vendetta di Zoe e della sua banda, l'auto simbolo del già citato Punto zero, la lap dance di Vanessa Ferlito, il formato volutamente imperfetto e chi più ne ha più ne metta.
Certo, non si potrà mai pensare che possa rimanere qualcosa di più di un ricordo stuzzicante, o di un mal di testa da hangover - e potete immaginare quanto possa aver apprezzato la presenza del Wild Turkey, uno dei bourbon più buoni che esistano, almeno tra quelli a larga diffusione -, ma in fondo a volte va bene così.
Solo non aspettatevi il Tarantino delle Palme d'oro, delle rivoluzioni e delle pietre miliari: considerate al contrario di passare una serata con un vecchio e pazzo amico pronto a raccontarvi una storia ancora più pazzesca, ingozzarvi di cibo piccante e saporito - messicano, per esempio - per poi darvi alla pazza gioia per le strade della città come se non ci fosse un domani.
In questo senso, A prova di morte è come vi sentirete.
In caso contrario, tutto apparirà soltanto come una sveltina neppure degna di un ricordo fugace.


MrFord


"Andavo a cento all'ora
per trovar la bimba mia
ye ye ye ye
ye ye ye ye!
Andavo a cento all'ora
per cantar la serenata
blen blen blen blen
blen blen blen blen!"
Gianni Morandi - "Andavo a 100 all'ora" -



venerdì 14 dicembre 2012

A simple life

Regia: Ann Hui
Origine: Hong Kong
Anno: 2011
Durata: 118'




La trama (con parole mie): Ah Tao è una governante. Fin da quando era poco più di una bambina e per oltre sessant'anni ha servito con abnegazione e costanza una famiglia divenendo, di fatto, parte di essa: quando la maggior parte dei suoi membri si trasferiscono negli States Ah Tao rimane ad Hong Kong con Roger, l'unico figlio single, noto produttore televisivo e cinematografico, nella casa in cui è cresciuto.
Colpita da un ictus e non più in grado di adempiere alle sue funzioni come vorrebbe, l'anziana donna decide di ritirarsi in una casa di riposo, accudita da Roger che, oltre al pagamento della retta, provvede a farle spesso visita senza risparmiarsi denaro e regali.
Gli ultimi anni di Ah Tao saranno un'occasione per l'uomo di ricambiare con la sua presenza la donna che lo ha, di fatto, cresciuto.





Mia nonna materna è morta quando avevo undici anni.
Facevo la prima media, e ricordo quel giorno ancora come se fosse ieri.
Avevano chiamato dall'ospedale la mattina, mentre facevamo colazione, e mia madre si era precipitata fuori con il cuore in gola - ho ancora in mente le parole che disse a mio padre prima di uscire, figurarsi -, ed io avevo passato l'intera giornata scolastica pensando a cosa mi sarei dovuto aspettare una volta tornato a casa.
Quando suonò la campanella e mi affacciai alla finestra vidi mio padre, che mi salutò dai piedi della scalinata dell'ingresso, e pensai che doveva essere successo qualcosa di grave, se c'era lui, che con il lavoro non avrebbe mai potuto passare a quell'ora.
Tornando a casa a piedi mi spiegò che mia nonna era mancata, ed io rimasi in silenzio ad ascoltare la sua voce ferma e tranquilla fino alla porta di casa: poi aprì mia madre - che allora non aveva neanche quarant'anni, non troppi più di me adesso - con gli occhi gonfi, e non resistetti un secondo.
E' stata sfortunata, mia nonna, è morta giovane, e mi dispiace non poter avere avuto occasione di conoscerla di più. 
Però ricordo ancora le sue mani. Erano sempre profumate, e morbide. Avevano qualcosa di rassicurante e materno.
Forse la mia fissa per le mani delle donne nacque proprio da questo, chissà.
Ma cosa c'entra il mio racconto con il film di Ann Hui?
C'entra eccome, perchè osservando la minuta Ah Tao dal primo all'ultimo minuto di questa delicata, struggente pellicola ho avuto l'impressione di ritrovarmi di fronte alla Nonna come concetto, ed osservare Roger, uno dei bambini che lei stessa allevò - e che continua a riconoscerla quanto e più della sua stessa madre - ripagarle tutte le attenzioni e le cure di una vita è stato malinconico quanto straordinariamente appagante, quasi possa sempre e comunque trovare un senso questo nostro lottare e batterci per chi ci sta accanto, la nostra famiglia, i nostri cari.
Il tocco leggero e la presenza quasi invisibile della macchina da presa lasciano A simple life in equilibrio tra la dirompente carica di Departures e la sensibilità di Poetry, senza dimenticare - anche se siamo in tutt'altro genere - il magnifico Mother firmato da Joon-Ho Bong: Ann Hui ci racconta un mondo di piccole cose, ricordi e saggezza popolare, generosità e valori, ma anche profonda malinconia per il tempo che scorre, e tristezza nel vedere vite piano piano sbriciolate dall'età, dai traumi e dalle malattie.
L'incedere della pellicola non è, però, pesante o eccessivo, e perfino nelle più disturbanti tra le sequenze ambientate all'interno della casa di riposo si respira la volontà di celebrazione che si cela dietro questo titolo rispetto alla sua protagonista: una vita semplice come quella di Ah Tao, donna sola e decisa a rifiutare ogni corteggiatore perchè "puzza di pesce" - bellissimo il botta e risposta con Roger al parco -, perennemente critica sulla cucina altrui ed assolutamente generosa e comprensiva resta un ideale che pochi, probabilmente, riescono ancora a concepire e ritenere "alto" quanto quello che muove le esistenze di grandi sognatori, artisti o scienziati.
Ah Tao è una donna, una governante, una cuoca, una madre, una nonna.
E lo è per tutte le persone che incrociano il suo cammino.
Dai vecchi compagni di scuola di Roger ancora memori dei suoi piatti succulenti all'iperattivo ospite della casa di riposo continuamente a caccia di soldi per una sveltina con l'accompagnatrice del vicolo accanto - una delle parentesi cha pare più grottesca, e chiude divenendo uno dei punti più lirici dell'opera con il finale -, non c'è nessuno che abbia dimenticato questa donna così piccola ed apparentemente ingenua eppure indipendente, viva, determinata.
Una donna che ha imparato il valore della semplicità, che non si sente "al servizio" nel senso dispregiativo del termine, quanto al lavoro per garantire tutto il meglio alle persone di una famiglia divenuta la sua famiglia. 
Così come Roger, la cosa più simile ad un figlio che possa avere.
In fondo, tutti prima o poi diventeremo come Ah Tao.
Piccoli, fragili, spinti soltanto dalla forza dei ricordi e dalla consapevolezza di non poter più dare al mondo attorno quello che vorremmo.
Prima o poi anche noi saremo Nonni.
E non sarà cosa da poco arrivarci con la dignità e il coraggio di questa strepitosa eroina - perchè non mi viene da chiamarla in nessun altro modo -, e per quanto mi riguarda ce la metterò proprio tutta.
Perchè se da un lato è Walt Kowalski che chiama, con il suo ringhiare e la sua montagna di lattine di birra vuote sotto il portico, dall'altro c'è Ah Tao, che con la semplice presenza e due spalle molto più larghe di tanti presunti uomini, ha portato avanti cinque generazioni di una famiglia.
Anzi, del concetto stesso di Famiglia.



MrFord



"Too late, my time has come
sends shivers down my spine, body's aching all the time
goodbye everybody, I've got to go
gotta leave you all behind and face the truth
mama ooo (anyway the wind blows) I don't want to die
I sometimes wish I'd never been born at all."
Queen - "Bohemian rhapsody" -



giovedì 13 dicembre 2012

Arma letale 3

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 118'




La trama (con parole mie): Roger Murtaugh, dopo anni di onorato servizio, è finalmente ad una settimana dalla pensione quando il suo inseparabile e folle collega Martin Riggs combina un casino tale da far retrocedere entrambi al ruolo di semplici agenti di pattuglia a piedi.
I due, comunque, riusciranno ad inserirsi in un'indagine ad alto rischio che coinvolge un ex poliziotto divenuto un trafficante d'armi pronto a mettere in mano alle gang di quartiere di Los Angeles fucili automatici e proiettili "ammazza-sbirri" dal potenziale devastante.
Al cocktail già esplosivo Murtaugh/Riggs - con il loro sempre bistrattato socio Leo Getz - si aggiungerà l'agente della disciplinare Lorna Cole, donna cazzutissima pronta a dare filo da torcere a Riggs a suon di battute, colpi di arti marziali e numero di cicatrici: ovviamente, per i "cattivi", saranno cazzi amari.





E così continua il revival della saga di Arma letale, tornata di gran moda di recente in casa Ford e riscoperta come rimedio per gli stress da rientro al lavoro e per il sangue amaro da quotidianità troppo arrembante: il terzo capitolo - che io, nella memoria ormai confusa da alcool e antidolorifici da tonsillectomia, pensavo fosse il secondo - riprende di fatto la formula che ha reso questo franchise vincente, nonchè un cult consolidato per almeno una generazione di spettatori, ovvero l'amicizia virile tra i due protagonisti Murtaugh e Riggs attorno alla quale ruotano tutte le vicende - d'azione e non - dello script.
Certo, rispetto al primo film si è persa ormai completamente la componente noir e violenta, sostituita da un impianto decisamente più fracassone e votato all'intrattenimento puro di cui è emblema il personaggio interpretato da Mel Gibson, completamente folle e votato alla cazzata per contratto - si veda, in questo senso, la sequenza con il cane da guardia, una delle più irresistibili ed imbarazzanti della carriera dell'attore e regista australiano -: nonostante questa "commercializzazione", comunque, il prodotto funziona e diverte sempre parecchio, grazie sicuramente anche al ruolo di parte seria della coppia di Murtaugh, alla macchietta che, di fatto, è Leo Getz/Joe Pesci e all'inserimento vincente di Rene Russo, protagonista con il già citato Gibson di una delle scene di "sesso" più note della storia recente della settima arte, nonchè già più volte citata e parodiata - chi non ha mai visto, Arma letale o no, quella sequenza del conteggio delle cicatrici che finisce con una scopata royale, in fondo!?!? -.
La scelta di affiancare una presenza femminile anche al caotico Riggs risulta azzeccata anche nell'ottica generale della saga, che ha una forte componente radicata nei concetti di famiglia e cura dei propri cari - i Murtaugh, di fatto, adottano sia Riggs che Getz -, e pone le basi per quella che sarà una delle sorprese più importanti - per quanto riguarda i personaggi - nel successivo quarto capitolo: c'è spazio inoltre per una riflessione legata alla depressione da pensionamento e alla sensazione che, una volta appeso al chiodo il lavoro - specie se si è così fortunati da averne uno che appassiona -, si possa avere una paura fottuta di non essere utili a niente e nessuno, e ad una sulla violenza nelle strade che, nelle grandi metropoli come Los Angeles, conduce ragazzi giovanissimi alla morte soltanto perchè mossi da un qualche ideale di gloria malriposto.
Ma non pensate che questo Arma letale 3 sia un film da introspezione o contraccolpi particolarmente profondi: il lavoro di Donner è quello di regalare al pubblico la sensazione di essere completamente a suo agio sul divano con snack, salsa piccante ed un bel bicchiere di robusto bourbon pronti a godersi ogni singola follia che i protagonisti riusciranno ad inventarsi per fare il culo al criminale di turno, specie se il malvivente in questione dovesse avere l'insana idea di spostare il "conflitto" su un piano personale.
Dunque troverete già pronte ed impacchettate una prima parte più votata all'ironia e al lato guascone del poliziesco ed una seconda all'interno della quale sarà l'azione a farla da padrona, con un finale ambientato in un cantiere di case in costruzione che permetterà al buon Riggs di sfoderare un altro dei suoi numeri, ed un epilogo che andrà ad omaggiare l'esordio del charachter di Murtaugh, con tanto di torta, candeline, famiglia al completo e vasca da bagno.
Senza dubbio, questi due sbirri apparentemente male assortiti, rappresentano una delle coppie cinematografiche migliori che il genere abbia mai regalato al suo pubblico, ed ora che mi ritrovo ad averli riscoperti difficilmente li abbandonerò, specie in quelle serate in cui sentirò il bisogno di sciogliere i muscoli e rilassarmi senza dover necessariamente rifare i connotati al sacco o a qualcuno a me sgradito.


MrFord


"If the night turned cold
and the stars looked down
and you hug yourself
on the cold cold ground
you wake the morning
in a stranger's coat
no-one would you see
you ask yourself, 'Who'd watch for me?'
My only friend, who could it be?
It's hard to say it
I hate to say it
but it's probably me."
Sting - "It's probably me" -


 

sabato 1 dicembre 2012

Sotto accusa

Regia: Jonathan Kaplan
Origine: USA
Anno: 1988
Durata: 111'




La trama (con parole mie):  Sarah Tobias, una giovane emancipata e wild quanto basta,  vede trasformarsi una serata fuori in un incubo. Dopo aver bevuto e fumato flirta con un ragazzo che non intende accettare un rifiuto, e finisce stuprata da tre avventori del locale dove si trova a loro volta incitati dagli altri presenti.
Scattata la denuncia, del suo caso finisce per occuparsi Kathryn Murphy, promettente avvocato assistente del Procuratore Distrettuale: intimorita dal fatto che Sarah possa essere bollata in aula come "donna facile", la Murphy stringe un accordo con i colpevoli per una pena secondaria ed una detenzione breve, ma quando la ragazza sfoga la sua frustrazione rispetto al giudizio che di lei possono avere dall'esterno, la donna decide di organizzare un secondo processo in modo da incriminare i responsabili dell'incitamento allo stupro, stabilendo, di fatto, la responsabilità dei colpevoli materiali del reato.





Ai tempi del mio ricovero per l'intervento alle tonsille, preso dalla noia della degenza, l'ultima sera prima delle dimissioni attivai la possibilità della tv - a dire il vero, nella speranza di guardare X-Factor, uno dei guilty pleaures di casa Ford - e, non trovando ovviamente disponibili tutti i canali del digitale terrestre, dirottai la mia attenzione su una pellicola figlia dei gloriosi eighties che fino a quel momento era mancata alle visioni del sottoscritto: Sotto accusa, sponsorizzato con discreta sicurezza da Julez, è in realtà un legal thriller dall'impianto e dalla regia piuttosto accademici, privo di quel piglio in grado di rendere davvero grande una pellicola di questo genere.
Eppure, minuto dopo minuto, ogni suo aspetto tutto sommato ordinario si è reso più solido fino a contribuire alla riuscita di un film più che discreto, importantissimo all'epoca della sua uscita in sala principalmente per il messaggio, che sensibilizzava il pubblico femminile - e non solo - a proposito dei casi di violenza sessuale, soltanto in minima parte denunciati negli USA - ma, immagino, non solo - spesso per timore o vergogna: volendo osare, si potrebbe addirittura pensare che le imprese dell'assistente Procuratore Kathryn Murphy - una Kelly McGillis in parte - e della sua assistita Sarah Tobias - l'ancora giovanissima Jodie Foster - abbiano posto le fondamenta del manifesto della ribellione in rosa che sarebbe stato qualche stagione tardi Thelma e Louise.
Fin dal principio è chiaro che, come spesso accade per queste pellicole, la ragione arriderà ai protagonisti, eppure la struttura contribuisce a rendere questo tipo di prevedibilità meno pesante da digerire a partire dalla prima scena, che catapulta immediatamente lo spettatore nel vortice di caos e sconvolgimento di Sarah negli istanti appena successivi allo stupro: il resto avviene passo dopo passo, come una ricostruzione che ha il suo vertice - anche artistico, pensando all'intera pellicola - nel racconto del testimone chiave Ken Joyce, che permette al regista di mostrare cosa sia realmente accaduto tra le mura del The Mill.
Da questo punto di vista, è interessante l'analisi che già nel corso dello svolgimento dell'opera viene effettuata rispetto al ruolo di Sarah, vittima in tutto e per tutto eppure giudicata a causa del suo comportamento provocatorio precedente allo stupro, quasi lo stesso possa in qualche modo essere ammesso come attenuante per i colpevoli: similmente risulta particolarmente originale lo sviluppo che vede un primo accordo proprio con i colpevoli da parte dell'ufficio del Procuratore - per salvaguardare Sarah e soprattutto Kathryn da eventuali sciacallaggi da aula - e la costruzione della parte principale della sceneggiatura sul processo ai presenti nel locale che, la notte dei fatti, incitarono e sostennero i tre autori materiali del crimine.
Non una cosa da poco, considerato che la pellicola ormai è alle soglie del traguardo del quarto di secolo - ne è testimone l'orripilante moda dei tempi, sfoggiata dalla prima all'ultima scena senza vergogna alcuna - e che ancora oggi, forse, si farebbe fatica ad accettare una condanna per istigazione a delinquere - giustissima, peraltro - di questo tipo.
Un raro caso, dunque, di Cinema impegnato in forma di blockbuster all'interno del quale la potenza del messaggio sopperisce, di fatto, alla mancanza del tocco di classe - o di talento - in grado di trasformare un film in un'esperienza di culto: con tante schifezze che vengono propinate settimanalmente oggi, per una volta non sono stato così dispiaciuto di aver ricorso al mezzo televisivo.
In questo senso, si dovrebbe davvero tornare agli anni ottanta, quando anche in prima serata - e su quasi tutti i canali - passavano film che avevano palle e carattere.
Ora è già tanto riuscire a scovarne qualcuno in sala.


MrFord


"Gli uomini non cambiano 
prima parlano d'amore e poi ti lasciano
gli uomini ti cambiano
e tu piangi mille notti di perché
invece, gli uomini ti uccidono
e con gli amici vanno a ridere di te."
Mia Martini - "Gli uomini non cambiano" -


domenica 8 luglio 2012

Sinfonia di piombo

Autore: Victor Gischler
Origine: Usa
Anno: 2006
Editore: BD



La trama (con parole mie): 1965, Harlem. Dan e Mike Foley sono due fratelli al soldo della mala che si occupano di sistemare gli affari dei boss con il piombo. Durante una sparatoria con alcuni spacciatori il secondo uccide per sbaglio una ragazzina, sprofondando nel senso di colpa abbandonando quella vita e ritirandosi nel cuore dell'Oklahoma a coltivare uva per farne una nuova etichetta di vino.
Quarant'anni dopo il figlio del defunto Dan, Andrew, con due amici si ritrova a fare per conto di alcuni boss di origine italiana un lavoretto facile facile: quando con la sua gang, però, si ritrova a vedere quello che non dovrebbe, sulle sue tracce viene scatenata la killer più spietata del mondo, la letale Nikki Enders.
Il giovane, terrorizzato, è però memore di quel fratello che suo padre gli disse di contattare soltanto in caso di vita o di morte: così Andrew molla tutto e corre dritto dritto in Oklahoma.
Ma i guai, per lui, sono appena cominciati.



Giunto quasi di soppiatto in casa Ford lo scorso anno, pubblicizzato da uno dei miti del saloon per eccellenza, Joe Lansdale, Victor Gischler si è progressivamente guadagnato la stima del sottoscritto a suon di romanzi tosti e diretti come una sbronza secca o un pugno nello stomaco.
Romanzi come Anche i poeti uccidono, che non dovrebbero mancare nella libreria di ogni appassionato di noir e pulp, hanno segnato le mie letture degli ultimi mesi ed aperto la strada a questo recente e clamorosamente interessante recupero: sull'onda della sua prosa veloce e tagliente, influenzato evidentemente dalla mitologia creata nel Cinema da Quentin Tarantino, Gischler regala al pubblico quello che, per certi versi, è il suo lavoro più violento e travolgente, una sorta di divertissement d'alta scuola grindhouse che incolla alla pagina dall'inizio alla fine senza risparmiare sequenze clamorose, morti ammazzati, battute sagaci, una buona dose di malinconia ed una sarabanda di colpi di scena e ribaltamenti di fronte degni, per l'appunto, del miglior Lansdale.
Dal giovane protagonista Andrew - un protagonista tutto fuorchè d'un pezzo, simile in questo a molti degli altri "eroi" descritti dall'autore della Louisiana - al solido zio Mike, dalla letale Nikki Enders - che mi ha ricordato prepotentemente la squadra serpentifera di Kill Bill o la Vanilla ride di Sotto un cielo cremisi - alle sue terribili sorelle, dall'uomo con la voce a Linda e Mars, senza contare l'incredibile coppia di killers composta da Jack Acciuga e dalla sua titanica compagna, tutto in questo romanzo ha il sapore del cult, e sequenze come l'assalto in elicottero alla piantagione o il clamoroso doppio confronto tra Mike e Nikki e Mars ed Andrew sono da antologia del genere, nonchè clamorosamente cinematografiche.
Non mi stupirei, in questo senso, se il già citato Tarantino o il suo compagno di merende Rodriguez si cimentassero, prima o poi, con un adattamento di quello che pare un libro scritto, fondamentalmente, a loro uso e consumo: Gischler dipinge una storia di violenza e materia bassa, senza dimenticare comunque di inserire nello shaker sanguinolento pronto a servire questo cocktail esplosivo una spruzzata di malinconia e solitudine - incarnate dallo zio Mike, ma anche dalla nemesi Nikki -, la voglia di riscatto ed i legami inscindibili che caratterizzano la Famiglia, in grado di superare quarant'anni di silenzio e sensi di colpa e cercare di costruire qualcosa che non si ha mai davvero avuto.
Ma quel vecchio bastardone di Victor conosce bene le regole del gioco, e come chiunque inizi a percorrere una certa strada, anche i personaggi di Sinfonia di piombo sono già condannati da regole decisamente più grandi di loro: killer prezzolati, soldati con passato oscuro, criminali di strada, duri da uccidere, tutti hanno una spada in bilico sulla testa, pronta a cadere nel momento in cui il delicato equilibrio si spezza.
Come in quella lontana notte ad Harlem, nel 1965.
O nei campi dell'Oklahoma, e nella corsa spezzata del giovane Keone.
O in una casa da manuale, un marito da manuale, una vita da manuale.
O in quello che non c'è mai stato, perchè in fondo si è voltato le spalle a qualcosa per diventare troppo duri per essere raggiunti da tutto.
Ma non si è mai abbastanza tosti, per quella spada pronta a calare sulle nostre teste.
La Giustizia del 25:17.
E torna a galla l'eredità della riflessione di Jules Winnfield.
Andrew potrebbe essere un discreto debole circondato dalla tirannia degli uomini malvagi.
Malvagio come era suo padre. Come è suo zio Mike.
Come sono tutti gli assassini mandati a fargli la pelle.
Ma la Giustizia ha gli occhi bene aperti, e sa quali sono le teste destinate a cadere.
Senza troppe parole, o troppi fronzoli. Bang. Ed è finita.
Tutto sommato, quando il fumo si sarà diradato, per noi peccatori, ci sarà ancora la speranza che possa nascere un pastore.
E chissà che non sia la bizzarra unione di Andrew e Lizzy a regalarlo al mondo.


MrFord


"Bang bang, he shot me down
bang bang, I hit the ground
bang bang, that awful sound
bang bang, my baby shot me down."
Nancy Sinatra - "Bang bang" -


martedì 7 febbraio 2012

Millennium - Uomini che odiano le donne

Regia: David Fincher
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 158'



La trama (con parole mie): Mikael Blomqvist è un giornalista investigativo d'assalto che con la sua rivista, Millennium, punta a portare a galla il marcio dei pezzi grossi. 
L'uomo e la sua creatura cartacea vivono un momento di crisi a causa dell'accusa di diffamazione mossa grazie ad un astuto trabocchetto dall'industriale Wennerstrom, quando il patriarca di una famiglia tra le più ricche di Svezia, Henrik Vanger, si offre di fornire un paracadute economico e morale allo stesso Blomqvist in cambio di un'indagine volta a scoprire la causa della scomparsa e della morte della giovane nipote, un fatto che sconvolse la famiglia nei lontani anni sessanta e che continua ancora a tormentarlo.
A dare un supporto al giornalista è chiamata la giovane Lisbeth Salander, sopravvissuta ad un passato e ad un presente di lotta per la sua stessa vita, intelligentissima ed acuta hacker dalla memoria fotografica, che proprio a seguito del caso Wennerstrom aveva indagato sulla vita di Mikael Blomqvist.
I due scopriranno che gli armadi della potente famiglia Vanger nascondono più scheletri di quanti non se ne potessero pensare di trovare.





Ci sono sempre diversi modi di vedere le cose.
Prendiamo, ad esempio, quest'ultimo lavoro di Fincher.
Palesemente realizzato su commissione, ispirato ad una trilogia letteraria - che, in realtà, non fosse stato per la morte del suo autore, sarebbe divenuta una serie di dieci - di recente trasposta al Cinema da una produzione svedese, algido e freddo come il clima che in questi giorni allieta i nostri spostamenti, confezionato impeccabilmente, questa versione made in Usa di Uomini che odiano le donne correva il rischio di risultare vuota, sterile, inutile.
Eppure, c'è qualcosa: come la traccia lasciata da un assassino, l'idea fulminante che coglie l'investigatore, il grido di rabbia di una ragazza costretta per tutta la vita a diventare una sorta di istrice elettrica isolata dal mondo, l'esperienza di un uomo che conosce la vita e le sue protagoniste e tutta la violenza - fisica e mentale - di altri, che per quelle stesse donne non provano che un profondo disprezzo.
C'è qualcosa, sotto tutta questa neve.
Un cuore caldo e pulsante, catrame e metallo liquido roventi che piovono sui nostri volti a partire dai roboanti titoli di testa ritmati dai Led Zeppelin e dalla mano di Trent Reznor e Atticus Ross.
Una rivolta di forza, che aguzza l'ingegno e stringe i pugni come la giovane Lisbeth, che segna il suo corpo perchè disposta a tracciare solchi su quelli di chi se lo merita, che ringhia e si contorce senza chiedere il permesso, e poi spiazza con una frase da bambina: "Posso ucciderlo?"
Un'esperienza costruita inseguendo qualcosa che non c'è, danza macabra nella vita di un uomo solitario per scelta e non per indole come Blomqvist, perso tra le sue conquiste.
Un odio scellerato che si rifugia dietro facciate ben costruite di esemplari borghesi, e si consuma nel sangue di vittime sacrificali da furore religioso, o stupri legalizzati che passano attraverso il commercio di un silenzio che è una condanna ancora peggiore.
La scomparsa di Anita, la doccia purificatrice di Lisbeth.
Intorno, tanti uomini.
Troppi.
Ma anche un film che è una meraviglia per gli occhi, scritto e diretto con una precisione chirurgica, interpretato alla grande - Craig è un Blomqvist finalmente credibile rispetto al personaggio dei romanzi, Plummer giganteggia nel ruolo del vecchio patriarca, e poi lei, la mia personale vincitrice dell'Oscar come migliore attrice, Rooney Mara, la nuova star rock-fordiana del prossimo futuro - e decisamente tridimensionale rispetto al suo corrispettivo europeo - non si può parlare di remake, quanto di visioni parallele della stessa opera -.
Eppure tutto appare superfluo, di fronte non tanto ad un'indagine complessa e scabrosa, una sorta di versione sanguinaria di quelle che furono le indagini interiori tra le mura domestiche del Maestro Bergman, quanto alla visione della sua indiscussa protagonista: una ragazza così sola da essersi costruita una corazza impenetrabile attorno, letale quanto fragile, arrabbiata quanto bisognosa di un amore che bruciò con il padre, alimentantosi con gli scacchi e l'idea di un altro genitore, quel Blomqvist sul quale non c'è ricerca in grado di trovare nulla di quello che normalmente gli altri uomini celerebbero e che potrebbe essere un amante attento e protettivo, quell'uomo così perfetto per lei eppure tremendamente distante, come fosse già rassegnato all'idea di non poter costruire niente se non un incontro casuale, un'intesa quasi perfetta.
Lisbeth è una donna da tanto tempo, eppure cos'ha, quella bionda al suo fianco, che lei non può avere?
Il tempo? Quello è tutto dalla sua.
La bellezza? Lei è sicura di poter scopare decisamente meglio.
La presenza? Sarebbe crudele, proprio ora che lei ha deciso di aprirsi.
La verità è che non c'è una risposta, per Lisbeth.
Perchè Lisbeth è fuori tempo massimo.
Nonostante sia intelligente, giovane, sveglia, letale, e corra con la moto come un'eroina d'altri tempi, un fantasma fatto di pece rovente e vendetta.
La Lady Vendetta del Vecchio Continente.
La Sposa europea alla ricerca dei tanti Bill da togliere di mezzo.
Lisbeth è fuori tempo massimo, e potrà solo lottare per sopravvivere.
Perchè è una preda divenuta cacciatrice, e non potrà mai pensare di prendersi un minuto per respirare.
Fortunatamente, David Fincher questo lo sa.
Altrimenti non avrebbe potuto costruire, su commissione, un film così straordinariamente potente.


MrFord


"Piansi anch’io la prima volta
stretta a un angolo e sconfitta
lui faceva e non capiva
perché stavo ferma e zitta
ma ho scoperto con il tempo
e diventando un po’ più dura
che se l’uomo in gruppo è più cattivo
quando è solo ha più paura."
Mia Martini - "Gli uomini non cambiano" - 
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