Visualizzazione post con etichetta Abigail Breslin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Abigail Breslin. Mostra tutti i post

lunedì 29 giugno 2015

Maggie - Contagious: epidemia mortale

Regia: Henry Hobson
Origine: USA, Svizzera, UK
Anno: 2015
Durata: 95'





La trama (con parole mie): siamo nella provincia rurale americana non lontani da Kansas City, in un presente straziato da un'epidemia che giorno dopo giorno rende i contagiati simili a veri e propri zombies. Il governo, attraverso la polizia e gli ospedali, si preoccupa di prelevare chi, al termine dell'incubazione, è sul punto di trasformarsi definitivamente per condurlo ai centri di quarantena, dove i soggetti vengono, di fatto, condotti alla fine.
Quando la teenager Maggie viene morsa e contrae l'infezione suo padre Wade ottiene come favore dal capo della polizia locale di portare la ragazza a casa e tenerla sotto osservazione fino a quando dovrà essere necessariamente portata in quarantena, organizzandosi in modo da trasferire a scopo precauzionale gli altri due figli, avuti da un secondo matrimonio, a casa di una zia.
Maggie e Wade, dunque, finiscono per passare insieme le ultime settimane di coscienza della ragazza.








Non troppo tempo fa, grazie al sempre mitico Bradipo, venni a sapere dell'uscita oltreoceano di un film che, sulla carta, aveva tutte le carte in regola per essere amato qui al Saloon: minutaggio più che onesto, Schwarzenegger, zombies ed Abigail Breslin, indimenticata e fin troppo cresciuta Olive di Little Miss Sunshine. Come se non bastasse, il suddetto Bradipo finiva per promuovere la pellicola, lasciando dunque che l'hype del sottoscritto in merito aumentasse a dismisura.
Visione alle spalle, ed uscita italiana clamorosamente avvenuta - con un titolo che è un vero e proprio affronto all'intelligenza umana -, non posso che trovarmi a confermare pienamente quelle che erano le migliori aspettative della vigilia: Maggie è un film di zombies atipico - chi si aspetta Schwarzy pronto a fare fuori morti viventi a frotte tra colpi d'arma da fuoco, cazzotti ed esplosioni ha sbagliato decisamente indirizzo -, la storia toccante di un lungo addio in grado di raccontare, prima ancora dell'epopea horror dei protagonisti e della cornice in cui vivono, il rapporto tra un padre ed una figlia, il superamento del dolore, la presa di coscienza rispetto alla malattia e alla morte.
Tematiche, dunque, decisamente reali e quotidiane sfruttate per dare una nuova interpretazione ad un genere che, di norma, riserva esclusivamente grandi massacri gore, ritmi forsennati e fiato sul collo: ovvero tutto quello che non troverete nel lavoro di Henry Hobson, pronto a stupire - in positivo - con tempi dilatati che trovano nella sfida rappresentata dal granitico Arnold pronto a piangere sulla scena il momento di maggior thrilling della pellicola, incentrata al contrario sui sentimenti che guidano i protagonisti verso l'inevitabile - e certo non conciliante - conclusione.
Una storia di genitori e figli - ottima l'evoluzione del rapporto tra Maggie e la sua madre acquisita, seconda compagna di Wade, e con il fratello e la sorella minori -, di teenagers - basta la manciata di minuti della gita con gli amici per descrivere le angosce ed i timori di un'età tra le più difficili della vita -, di dolore e soprattutto gestione dello stesso, dalle angosce e dalla maturazione della giovane protagonista alla presenza - non si potrebbe definire altrimenti - del padre, culminata nella sequenza - forse la più horror dell'intera pellicola, per certi versi - dell'ultimo saluto prima della scelta che conduce all'epilogo.
Per certi versi, volendo attribuire a questo film una profondità d'essai, si potrebbe quasi pensare che l'autore ed il regista abbiano scelto di sfruttare l'argomento zombie per affrontare un tema decisamente attuale e scottante  come quello dell'eutanasia, a braccetto con la morte ed i rapporti che legano indissolubilmente insieme al sangue: l'accenno alla situazione del vicino di Wade, pronto a non denunciare la malattia di moglie e figlia per tenerle accanto nonostante la loro trasformazione è emblematico, in questo senso.
La stessa Maggie, in bilico tra quello che è stato, il ricordo della madre, il rapporto con il padre, quello che avrebbe potuto essere, la coscienza di tutte le possibilità che i suoi coetanei non contagiati potranno avere pur in un mondo segnato da una pestilenza come quella che l'ha colpita, è un charachter che non si dimentica facilmente: forte e fragile, piccola piccola quanto adulta.
In un certo senso, è così che siamo tutti, di fronte alla fine.
Testardi e vulnerabili, i bambini che eravamo e gli adulti che, in una certa misura, siamo costretti a diventare.
In un anno in cui è stato incensato decisamente troppo un presunto - e finto - cult come It follows, Maggie - nonostante il giudizio e l'accoglienza tiepidi, ed alcune ingenuità nella realizzazione e nello script - rappresenta decisamente meglio del suo più illustre - almeno sulla carta - compagno di genere un'alternativa unica e potente, un nuovo modo di vedere l'horror senza dimenticare, per questo, la sua tradizione.
Perchè l'horror non è che lo specchio deformato e deformante della nostra quotidianità.
E non sempre quello che la stessa riserva fa meno paura.




MrFord




"When your lost
I am found
when you slip
I hold my ground
when I fall
please take a bow
and when you're up
just remember I am down."
The Black Crowes - "By your side" - 





giovedì 25 giugno 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): l'estate è ormai esplosa anche sul calendario, si comincia a pensare alle vacanze e si cerca ristoro anche mentale nelle visioni. La settima arte, però, conferma il trend negativo del duemilaquindici e, che si tratti di proposte d'autore o blockbusteroni giocattolo, non sembra protagonista di una delle sue stagioni migliori: dunque, di fatto, si finisce per doversi accontentare di sequel poco convincenti e del ritorno sul grande schermo di uno dei paladini del Saloon.
Ovviamente non parlo del mio sgradito compare Cannibal Kid, ma di Arnold Schwarzenegger.
Riuscirà il buon vecchio Conan a cambiare i destini di un weekend un pò spento?


"Cannibal, ho deciso di terminarti."
Ted 2

"Un'altra lettera d'amore per te da parte di Cannibal Kid. Proprio non si vuole arrendere."
Cannibal dice: Ted 1 si è rivelata per me una delle commedie più esilaranti degli ultimi tempi. Riguardo a Ted 2 però ho una brutta sensazione. Seth MacFarlane finora non mi ha mai deluso particolarmente, ma questo sequel mi sa tanto di minestra riscaldata.
E poi non c'è più Mila Kunis, rimpiazzata da new-entries come l'insipida Amanda Seyfried e l'insopportabile Liam Neeson... Ma si può?
È come sostituire Cannibal Kid con James Ford e Giacomo Festi, uahahah!
Ford dice: il primo Ted, per quanto simpatico, non era nulla più di una commediola da neuroni spenti. MacFarlane, poi, ha prodotto uno dei film più brutti degli ultimi anni, Un milione di modi per morire nel West.
Le aspettative rispetto a questo secondo Ted, dunque, sono bassine, ma in questo periodo ci potrebbe anche stare.




Contagious - Epidemia mortale

"E tanto per essere sicuro, ti termino una seconda volta."
Cannibal dice: Il nuovo film con Arnold Schwarzenegger. No, non l'atteso (ma da chi?) nuovo Terminator, bensì questa pellicola zombie di cui vi parlerò presto, molto presto...
Ford dice: a prescindere dal ridicolo titolo italiano, Maggie è stata una vera e propria rivelazione. Si parla di zombies e di Schwarzy, ma non aspettatevi il consueto action tutto esplosioni e morti ammazzati.
Sarà un bene o un male? A brevissimo la risposta di White Russian.




Ruth & Alex - L'amore cerca casa

"Coltivo i pomodori per Ford: con tutti quelli che mangia, non bastano mai!"
Cannibal dice: Morgan Freeman + Diane Keaton in uno di quei film per la terza età di cui l'anti-teen Ford andrà pazzo. Io invece torno alle mie pellicole adolescenziali, probabilmente più sceme, ma sicuramente anche più divertenti.
Ford dice: tipica commedia da terza età come ne sono uscite parecchie negli ultimi anni. Non essendo una tamarrata action, però, non mi attira per nulla.




Big Game - Caccia al presidente

"Hey, Peppa, ricordami di non accettare più l'invito di Ford per un weekend in montagna."
Cannibal dice: Film che si annuncia una big cazzatona, e pure una big fordianata action. Considerando però che il clima estivo invoglia a vedere porcatone disimpegnate come questa, non escludo del tutto la possibilità di una visione. E non escludo nemmeno la possibilità di dare la caccia al presidente di WhiteRussian.
Ford dice: sarà pure un action, ma ormai Samuel Jackson è garanzia di cagata neppure si trattasse di Johnny Depp. Passo più che volentieri.




Bota Cafè

L'eremo in cui si rifugia Cannibal Kid. Sul tetto, l'auto di Ford dopo un parcheggio improvvisato.
Cannibal dice: Pellicola albanese che dal trailer sembra più interessante di un prodotto italiano medio. Non credo di aver mai visto un film albanese in vita mia, al massimo ne ho visto qualcuno di Antonio Albanese, questa potrebbe essere – fooorse – l'occasione per rimediare. Di certo Bota Cafè è sempre meglio che andare a prendere un caffè con Mr. Ford. Anche perché io non bevo caffè.
Ford dice: essendo estate ed avendo, di fatto, solo voglia di sole, sbronze, mare e film disimpegnati, passo.
Resto più che altro stupito che la mia nemesi per eccellenza, come me, non beva caffè.




Violette

"Dici che siamo più chic di Katniss Kid?" "Vestite così non credo, sembriamo più le nonne di Ford!"
Cannibal dice: Violette non è il film su Violetta, l'idolo delle teenagers e di Mr. Ford, bensì una pellicola franco-belga sul femminismo che sembra più noiosetta che radical-chic. Però mai sottovalutare il cinema franco-belga.
Ford dice: dopo Alabama Monroe, qualsiasi cosa venga dal Belgio finisce per ispirarmi, eppure in questo caso sento puzza di radicalchiccata che in questo periodo dell'anno sta al Saloon quasi peggio del Cannibale.




Crushed Lives - Il sesso dopo i figli

"Smettetela di guardarci, voi due blogger! Siamo già abbastanza incasinati con i figli!"
Cannibal dice: Per il sesso dopo i figli non c'è bisogno di vedere questo film che non promette niente di buono. Basta chiedere a Ford.
E la vera risposta che dovrà darvi sarà: niente sesso dopo i figli, ah ah aaah!
Ford dice: il sesso dopo i figli è un argomento particolare, perchè di fatto finisce per riportare ai tempi in cui si faceva di nascosto dai genitori.
Preferisco, comunque, vivermi il sesso dopo i figli, che vedere film che non mi attraggono neanche per sbaglio.




Noi siamo Francesco

"Ammazza! I piedi mi puzzano più della tana del Fordosaurus Rex!"
Cannibal dice: E io no. E soprattutto, grazie a Iddio, non sono nemmeno Fordesco.
Ford dice: neanche io. E grazie a tutti gli dei, non sono Cannibalesco.



martedì 4 febbraio 2014

I segreti di Osage County

Regia: John Wells
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 121'




La trama (con parole mie): alla scomparsa del patriarca Beverly, sposato da una vita con l'arcigna Violet, le tre figlie della coppia e l'intera famiglia Weston si stringono attorno alla donna, cui è stato da poco diagnosticato il cancro.
La scoperta del destino di Beverly ed i giorni che seguiranno porteranno i membri del disfunzionale focolare domestico a confrontarsi gli uni con gli altri rivelando segreti celati da pochi mesi o da decenni: gli scontri che ne conseguiranno permetteranno alle verità taciute di venire a galla e di permettere a Barbara, Ivy e Karen di trovare la forza necessaria ad iniziare il resto delle loro vite.






Come ogni anno, nel periodo che intercorre tra Globes e Oscar cerco sempre di recuperare il maggior numero di pellicole candidate per le categorie principali possibile, in modo da poter avere un quadro più generale di quello che potrei sperare e che, puntualmente, finisce per tradursi in un'attesa disillusa.
I segreti di Osage County - scontato adattamento dell'originale August: Osage County - è giunto al Saloon spinto principalmente delle ottime recensioni riferite al cast, dall'atmosfera da provincia USA profonda - di recente riscoperta grazie all'ottimo Nebraska - e dalla sceneggiatura firmata da Tracy Letts, già autore dello script di uno dei supercult fordiani di queste ultime stagioni, Killer Joe.
Non che nutrissi particolari aspettative in merito, o che pensassi di trovarmi di fronte al film dell'anno - a questo pare avere già pensato Scorsese con lo strepitoso The wolf of Wall Street -, eppure devo ammettere di essere rimasto piuttosto freddo rispetto a questa visione: certo, l'ensemble di attori è strepitosa - nonostante la tanto celebrata Meryl Streep mi sia parsa più gigioneggiante che altro -, da una sorprendente Julia Roberts agli ottimi Chris Cooper e Benedict Cumberbatch, la cornice affascinante per chi, come il sottoscritto, subisce il fascino della Frontiera, sia essa geografica o di concetto, i temi trattati sono profondi - la famiglia come nucleo ribollente del nostro universo di emozioni, siano esse positive oppure no -, la regia pulita, ma qualcosa, in fondo, non mi ha convinto del tutto.
Per prima cosa, l'alone di seriosità che aleggia - e pesa - sulla sceneggiatura, e che pare concentrarsi sul solo dramma lasciando uno spazio fin troppo esiguo alla leggerezza - ed in questo senso, perde molti punti rispetto al già citato Nebraska -, dunque un ritmo certamente non serrato - neppure nei momenti migliori dei botta e risposta tra i protagonisti - pronto a rendere le due ore piene di visione una cavalcata da non affrontare certo a cuor leggero: il risultato è un film "wannabe" dal potenziale inespresso, discreto nel suo insieme - tecnica ed emozione -, in grado di regalare un paio di passaggi decisamente interessanti - il confronto a tavola tra la Streep e la Roberts, Chris Cooper pronto a difendere il figlio in un moto d'orgoglio rispetto alla decisamente più energica consorte - ma per nulla in grado di regalare al pubblico i brividi di pellicole simili come il bellissimo La fortuna di Cookie firmato dal Maestro Altman.
Certo, i titoli che toccano il tema della Famiglia eserciteranno sempre un discreto fascino, sul sottoscritto, specialmente quando al loro servizio sarà possibile trovare attori ed autori in grado di fare la differenza, ma nonostante le premesse mi verrebbe quasi da pensare che I segreti di Osage County sia simile ad una squadra con grandi individualità incapace di esprimere una realtà d'insieme, allo stesso modo del nucleo familiare che porta in scena: e se, a volte, questa particolarità finisce per fare la fortuna di un'opera, in questo caso rende il lavoro di John Wells soltanto un buon prodotto artigianale destinato a non fare breccia e lasciare un segno davvero profondo nell'audience una volta uscita dalla sala.
Resta comunque un film più che godibile narrato con piglio decisamente teatrale - la predilezione di Letts per questo tipo di struttura è evidente, ed anche in questo caso è ben coadiuvato dal regista - interpretato alla grande da tutti i suoi protagonisti - continuo comunque a pensare che la Streep sia stata fin troppo sopravvalutata, e spero ardentemente con non si porti a casa la statuetta come migliore attrice - ed in grado di affrontare problematiche che qualunque tipo di spettatore, appassionato o no di Cinema, saprà riconoscere.
Rispetto a quella che è la realtà della settima arte italiana, poi, direi che è già un lusso anche solo questa amara provincia USA.



MrFord



"Lay down, Sally, and rest you in my arms.
Don't you think you want someone to talk to?
Lay down, Sally, no need to leave so soon.
I've been trying all night long just to talk to you."

Eric Clapton - "Lay down Sally" -





mercoledì 13 novembre 2013

Ender's game

Regia: Gavin Hood
Origine: USA, Sudafrica
Anno:
2013
Durata:
114'





La trama (con parole mie): sopravvissuti a stento ad un'invasione dei temibilissimi alieni insettoidi ribattezzati Formics, gli umani hanno iniziato ad impostare la loro intera società sulla selezione di una nuova classe di combattenti forgiati attraverso videosimulazioni ed un addestramento atto ad affinarne mente e corpo, tutti appena adolescenti.
Quando Ender Wiggin, terzo figlio di una coppia che ha vissuto con il sogno di diventare rappresentante dell'umanità nella lotta ai Formics, rivela il suo incredibile talento alla Scuola Militare, per la Terra si comincia a concretizzare la speranza di giungere presto alla vittoria finale: a seguito, infatti, di numerose prove non sempre piacevoli, il giovane Wiggin avrà la possibilità di divenire il comandante della flotta destinata all'assalto del pianeta madre degli invasori, unica via per mettere la parola fine al conflitto.





Dovevo sapere, in cuor mio, che Gavin Hood fosse garanzia di schifezza assicurata.
Eppure, di fronte all'occasione di mettere le mani - se così si può dire - su Ender's game non ho voluto tirarmi indietro, forse sperando che le aspettative inferiori allo zero potessero produrre un effetto opposto sulla visione: ammetto di non aver letto la saga di fantascienza cui il film si ispira, e che dunque potrei essere fin troppo riduttivo nei suoi stessi confronti, eppure ho trovato questo lavoro uno dei più tristi, scandalosamente guerrafondai e scandalosamente buonisti - nelle peggiori accezioni dei termini - che il Cinema "per ragazzi" abbia sfornato negli ultimi dieci anni.
La vicenda di Ender Wiggin e del suo essere "predestinato" fin dal primo minuto di pellicola - rendendolo di fatto odioso almeno quanto i protagonisti dei cartoni animati anni settanta e ottanta che tanto odiavo, e che probabilmente sono stati la base sulla quale si è poggiato il mio attuale amore per i "bad guys" dal cuore tenero, in quelle occasioni sempre e comunque secondi o outsiders, da Phoenix e Sirio il dragone fino a Mark Landers -, oltre che irritante, poco ironica e decisamente avvilente per l'intelligenza di uno spettatore senziente, finisce per risultare una sorta di giocattolone per nerd incattiviti che non vedono l'ora di lanciare il sasso nascondendo la mano, all'interno della quale finiscono per sprofondare l'ormai bollito Harrison Ford e l'altrettanto cotto Ben Kingsley, l'ex Little Miss Sunshine Abigail Breslin, Viola Davis, Asa Butterfield e soprattutto l'ex grande promessa Hailee Steinfeld, che dopo l'exploit del coeniano Il grinta è progressivamente sparita fino a tornare grazie a questa discutibile "ribalta".
Un pastrocchio mal sceneggiato e troppo compresso completamente privo della satira sociale di Starship troopers così come del fascino della saga di Harry Potter, che fortunatamente pare già assumere le dimensioni del colossale flop anche al botteghino - meno di un terzo dei centodieci milioni di dollari spesi fino ad ora incassati - e che cerca inutilmente di unire l'appeal dei videogiochi di ultima generazione - rigorosamente bellici - come Halo, Call of duty, Battlefield o Killzone con le tipiche atmosfere da giovane prescelto alle prese con un destino apparentemente più grande di lui che fecero la fortuna di molte pietre miliari degli anni ottanta: peccato che ad una gran parte decisamente priva di qualsiasi "scrupolo morale" segua una conclusione come di consueto buonista e disneyana di quelle che hanno reso invisa Mamma Disney a molti appassionati cinefili, cui neppure gli effetti speciali, le simulazioni, i turbamenti sentimentali e "da caserma" del giovane, irritante protagonista sono in grado di porre rimedio.
Forse, qualitativamente, non saremo di fronte al peggior film dell'anno, eppure da genitore - nonostante il Fordino sia ancora troppo piccolo per esprimere preferenze e desideri di natura cinematografica - ho trovato Ender's game profondamente vuoto e diseducativo, per nulla accattivante, noioso ed inutilmente violento - e lo affermo pur essendo, di fatto, cresciuto a pane e calci rotanti, da Bruce Lee a Van Damme, e cazzotti a profusione da Sly a Schwarzy, passando per Willis -, privo di originalità e soprattutto dello spirito che rese grandi pellicole come War Games.
Curioso come, ai tempi, un giovane e talentuoso hacker riuscisse ad impedire la guerra atomica tra USA e URSS grazie alle sue doti mentre l'indisponente Ender finisce per annichilire una razza intera come fosse un gioco da ricreazione scolastica salvo poi fare gli occhi da cerbiatto all'indirizzo dell'audience affermando "il mondo è cattivo e brutto, non è stata colpa mia".
Ho già sentito di gente che "eseguiva solo gli ordini".
E non mi ha mai convinto.
Cari Ender e Gavin, ho dunque una sola parola per voi e la vostra pseudo dottrina militaresca, così come per il vostro film: vaffanculo.
Sono proprio troppo vecchio per queste stronzate.
E per la felicità del Cannibale, lo sarei stato anche se fossi stato giovane.



MrFord



"Don't drop that bomb on me
save that little tree
don't drop that bomb on me
save our seven seas
don't drop it, don't drop it
don't drop that bomb on me."
Bryan Adams - "Don't drop that bomb on me" - 



sabato 24 agosto 2013

The call

Regia: Brad Anderson
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Jordan Turner, operatrice esperta del 911, una sera riceve la chiamata di un'adolescente rimasta sola in casa. La ragazza denuncia un'effrazione, e seguendo i consigli della stessa Jordan, riesce in un primo momento a sfuggire alla vista dell'intruso: quando, a causa di un eccesso di preoccupazione, le azioni di Jordan portano la giovane ad essere scoperta, rapita ed uccisa dall'individuo misterioso, la donna subisce un duro contraccolpo e per sei mesi decide di dedicarsi all'istruzione delle nuove leve senza più rispondere alle chiamate.
Quando Casey, praticamente coetanea della teenager uccisa, viene rapita in un centro commerciale e riesce a contattare il 911, Jordan si trova costretta a tornare in azione solo per scoprire che la persona che sta commettendo questo nuovo reato è la stessa colpevole del precedente omicidio.




A volte capita di concedersi una visione totalmente estiva e senza alcuna pretesa e di ritrovarsi piacevolmente sorpresi in positivo, colpiti da un lavoro sicuramente artigianale e certo non destinato a fare la Storia della settima arte eppure più che onesto nel portarsi a casa una pagnotta totalmente guadagnata sul campo: è il caso di The call, thriller veloce ed indolore dal ritmo decisamente serrato prodotto, tra gli altri, addirittura dei WWE Studios - costola della più grande federazione di wrestling del pianeta, praticamente una specie di seconda casa per il sottoscritto -, che di tanto in tanto finiscono anche per azzeccare una proposta interessante - considerata la qualità infima dei film normalmente distribuiti dagli stessi - relegando il consueto wrestler ad un ruolo marginale che gli impedisce, di fatto, di lasciare un segno troppo negativo sul risultato - in questo caso parliamo di David Otunga, midcarder senza pretese all'interno della federazione e charachter assolutamente ininfluente per lo sviluppo della vicenda narrata dalla pellicola -.
Il merito della discreta riuscita dell'impresa è da imputare senza dubbio anche alla scelta di un regista di qualità certamente superiore a quella dei mestieranti di serie b normalmente chiamati in queste situazioni dietro la macchina da presa: Brad Anderson, infatti, è un nome conosciuto anche da appassionati di Cinema di caratura più importante, e pur non essendo un riferimento assoluto negli ultimi anni ha saputo consegnare al grande schermo pellicole interessanti come L'uomo senza sonno o Session 9.
Se, all'uomo dietro la macchina da presa, si aggiunge uno script forse non esemplare ma comunque ben strutturato e soprattutto in grado di mantenere alta la tensione praticamente dall'inizio alla fine - mi ha ricordato, in questo senso, il tamarrissimo Speed, uno dei film simbolo dell'action anni novanta - ed una coppia di protagoniste in buona forma - Halle Berry, che pur non rientrando certo nel novero delle attrici di riferimento di Hollywood ed essendosi macchiata dello scempio che fu Catwoman si difende e soprattutto Abigail Breslin, la fu Olive Hoover di Little Miss Sunshine idolo fordiano imperituro qui alle prese con un ruolo che vorrebbe sdoganarla da ragazzina acqua e sapone per portarla verso una dimensione più in stile Jennifer Lawrence, per quanto, obiettivamente, tra le due corra parecchia differenza a partire dalla dimensione "artistica" data dall'effetto del vederle per volere di produzione in reggiseno o canotta - il risultato finisce per essere senza dubbio efficace, senza troppe pretese "alte" ed in grado di intrattenere e coinvolgere il pubblico assolutamente meglio di molti titoli sulla carta più blasonati usciti nel corso dell'estate.
L'idea del confronto a distanza e del triangolo tra il rapitore, la vittima e l'operatrice del 911, passato per gran parte del tempo attraverso un cellulare usa e getta ed il bagagliaio di una macchina è interessante, così come i tentativi messi in atto dalla cazzuta e battagliera teenager - su indicazioni della sua potenziale salvatrice all'altro capo del telefono - in modo da mettere in difficoltà il disturbatissimo omicida: unica vera pecca un finale decisamente troppo tagliato con l'accetta, in grado di minare perfino la buona idea dietro al concetto di Giustizia privata applicata dalle protagoniste una volta ribaltato il gioco di potere con il maniaco finendo, di fatto, per avere il coltello dalla parte del manico.
Probabilmente, con qualche minuto in più a disposizione ed una maggiore attenzione allo scioglimento della trama, The call, oltre che un piacevole intrattenimento, sarebbe potuto divenire perfino una delle sorprese più gradite di questi mesi estivi che, soprattutto in materia di thriller, hanno concesso davvero poco a noi poveri spettatori bisognosi di un pò di sana e vecchia tensione in grado di incollare alla poltrona.
Ma non lamentiamoci troppo: una sorpresa solo discreta è sempre meglio di una clamorosa delusione.


MrFord


"Call me (call me) on the line.
Call me, call me any anytime.
Call me (call me)I'll arrive.
When you're ready we can share the wine.
Call me."
Blondie - "Call me" -


martedì 7 agosto 2012

Little Miss Sunshine

Regia: Jonathan Dayton, Valerie Faris
Origine: Usa
Anno: 2006
Durata: 101'




La trama (con parole mie): Olive Hoover è una bambina appassionatasi ai concorsi di bellezza dopo un soggiorno dalle cugine, piccola protagonista di una famiglia a dir poco curiosa. Richard, suo padre, lavora ad un programma motivazionale in nove passi in cerca del successo, vessando la sua famiglia più di quanto sarà mai possibile con un pubblico. Sheryl, sua madre, sacrifica ogni giorno se stessa per tenere sulle spalle il peso delle responsabilità e di tutti loro. Il nonno, scopertosi eroinomane a settant'anni suonati, è il suo mentore per quanto riguarda la danza. Il fratellastro Dwayne, in silenzio da mesi a seguito di un voto pronunciato in nome di Nietszche e della carriera che vorrebbe come pilota d'aeronautica, odia il mondo. Lo zio Frank, invece, ha appena tentato il suicidio perchè privato del titolo di migliore studioso statunitense di Proust dal rivale letterario che gli ha portato via l'uomo della sua vita.
Insieme partono alla volta della California per il concorso di Little Miss Sunshine.
Sarà il viaggio più incredibile delle loro vite.





Ci sono film che ho da sempre considerato oggettivamente Capolavori.
Ed altri che, a prescindere dal loro valore artistico ed effettivo, sono andati oltre lo schermo e divenuti parte integrante della mia vita: Gli spietati, Il grande Lebowski, Barry Lyndon, Hong Kong Express e, ovviamente, Little Miss Sunshine.
Potrei, in effetti, mettendomi la maschera del blogger recensore, parlare di un film Sundance style privo della spocchia dell'autorialità e costruito sulla sincerità di ogni suo personaggio, diretto con tocco leggero ed interpretato alla grande da un cast a dir poco perfetto - a cominciare dalla fenomenale mini-protagonista Abigail Breslin -, scritto magnificamente in modo da raggiungere ogni possibile fetta di pubblico - e non in senso negativo o buonista -.
Ma sinceramente, non mi frega nulla.
Mi piace invece ricordare il periodo in cui uscì in sala, nel pieno del mio anno più selvaggio e di perdizione, quando lo vidi per la prima volta sul finire dell'inverno, con un desiderio di primavera che quasi mi sfondava il cuore, rimanendo folgorato da quella piccola, paffuta bambina all'inseguimento di un sogno: onestamente, ho sempre pensato e sognato di essere padre, un giorno o l'altro, e questa pellicola è stata la prima - paradossalmente in un momento della mia vita in cui andavo in una direzione a dir poco opposta - a farmi capire che un giorno ce l'avrei fatta.
In quel periodo - forse il migliore degli ultimi anni, lavorativamente parlando - conobbi Julez, e da grandi amici quali diventammo da subito, le propinai ovviamente Little Miss Sunshine, divenuto un cult istantaneo in casa Ford, e giungemmo alla conclusione che, se nessuno ci si fosse presi, un giorno o l'altro ci saremmo regalati l'un l'altra una piccola Olive da crescere.
Guardando le cose con il senno di poi, ho dunque qualche motivo in più per amare un film meraviglioso come questo.
Ogni volta che me lo concedo, mi pare quasi di osservare una parte di specchio in ognuno dei personaggi: di vedere la determinazione di Richard - pur se male espressa -, la forza di Sheryl - magnifico il suo confronto con il marito da una parte all'altra dell'abitacolo del mitico furgone Volkswagen giallo -, la voglia di insegnare di Frank - come giustamente affermano i registi, il vero ponte tra il pubblico ed i protagonisti -, la volontà e la rabbia di Dwayne - che sarebbe un perfetto bottigliatore -, me stesso da vecchio - con l'alcool a sostituire l'eroina - nel nonno, un fordiano fatto e finito.
E poi, Olive.
Olive che sogna in un mondo di bambine rese mostruose dalla filosofia dei concorsi di bellezza fatti di trucchi, abbronzature e denti finti, di stupire con un ballo elaborato dal geniale grandpa la giuria di una gara che non potrebbe essere più distante da lei, dalla sua bellezza e dalla sua genuina semplicità.
Olive che non vede l'ora di mangiare le sue cialde "a la mode", che tiene le cuffie nel corso del viaggio per imparare il numero al meglio, che chiede al nonno se è una perdente perchè suo padre odia i perdenti, in una delle sequenze più potenti che il Cinema indipendente americano abbia regalato al pubblico negli ultimi dieci anni.
Olive che, con passo incerto, scende una collinetta per "andare a parlare" al fratello "muto" così da consolarlo dal trauma di una scoperta che lo porterà lontano dal suo sogno.
Olive che non dice nulla, e lo abbraccia soltanto.
E non c'è bisogno di più.
Perchè chiunque fosse stato seduto al posto di Dwayne non avrebbe avuto possibilità di rispondere altro se non "va bene".
Olive che balla. E non sarà mai sola.
Non dico nulla, perchè non ce n'è bisogno.
Basta lasciarsi travolgere da ogni singolo momento di questa piccola meraviglia.
E rimanere a bocca aperta, e sognare, con tutte le imperfezioni possibili, che un giorno la propria famiglia possa stare su un palco allo stesso modo degli Hoover.
E se mi immagino arrabbiato, spesso e volentieri ubriaco, guardingo e selvaggio come allora, seduto sul ciglio di una strada, so che non avrei armi sentendo avvicinarsi Olive, con il suo braccio attorno alla mia spalla e la testa appena appoggiata.
E so anche cosa le direi.
"Va bene, Olive. Sono pronto a diventare padre."


Tutto questo, oltre che per parlare di un film, anche per raccontare della vita che si mescola alle immagini e alle parole.
Tutto questo per dirvi, con tutta la felicità possibile, che tra qualche mese ci sarà un altro - o un'altra - Ford in giro in questo strano, grande mondo.


MrFord


"That girl is pretty wild now 
the girl's a super freak 
the kind of girl you read about 
in new-wave magazine 
that girl is pretty kinky 
the girl's a super freak
I really love to taste her 
every time we meet 
she's all right, she's all right 
that girl's all right with me, yeah 
she's a super freak, super freak."
Rick James - "Superfreak" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...