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sabato 16 agosto 2014

CM Punk - Best in the world

Regia: Kevin Dunn
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 109'




La trama (con parole mie): all'apice della sua carriera in WWE, l'allora campione assoluto CM Punk - il più longevo con la cintura alla vita degli ultimi venticinque anni con quattrocentotrentaquattro giorni di regno titolato - è omaggiato dalla Federazione con un documentario che ripercorre le tappe fondamentali del suo percorso, dagli esordi con una promotion "fatta in casa" sul retro di un cortile a Chicago ai palcoscenici più prestigiosi delle indies come la Ring of honor, fino ad arrivare alla corte più importante del wrestling professionistico, quella di Vince McMahon, patendo e sudando fino a conquistare perfino una sfida apparentemente impossibile.
Punk rock e filosofia straight edge, un atteggiamento arrogante ed una dedizione totale, grande tecnica ed un'abilità al microfono degna dei migliori di tutti i tempi: questo è il "best in the world".
Questo è CM Punk.






E' ormai nota a tutti gli avventori abituali del Saloon - ed anche a quelli non abituali - la mia grandissima passione per il wrestling, spettacolare circo dell'intrattenimento made in USA che seguo fin da quando ero bambino.
Negli anni questa curiosa disciplina che la maggior parte continua a considerare "finta" - e vi assicuro, avendolo provato sulla pelle, che finta è soltanto nella predeterminazione dei risultati - è sempre riuscita a conquistarmi, eppure i lottatori in grado di emozionarmi davvero, di lasciare che tutto fosse alle spalle e tornasse come quando, da bambino, vivevo questi scontri come fossero battaglie di eroi dei fumetti, si contano sulle dita di una mano: Ultimate Warrior, Ric Flair, Shawn Michaels. E CM Punk.
Phil Brooks - questo il suo nome di battesimo -, nato a Chicago nel settantotto - solo un anno avanti al sottoscritto - alla fine di ottobre - scorpione fatto e finito come il sottoscritto -, mi colpì fin dal suo esordio televisivo sotto l'egida a volte scomoda di Vince McMahon: l'approccio, i tatuaggi, qualcosa nel modo di fare riuscirono a rendermelo più vicino di quanto non fossero molti altri, e nonostante il suo essere straight edge lo renda, di fatto, quanto di più lontano possibile esista da questo vecchio cowboy - dedito ad alcool, istinto e carne come se non ci fosse un domani -, l'abilità di questo ragazzo ed il suo essere costantemente l'underdog della situazione - anche nei periodi trascorsi come campione - lo resero immediatamente un mio beniamino.
Questo documentario - parte di un'uscita in dvd e bluray a dischi multipli corredata dagli incontri più importanti combattuti dagli anni delle indies fino alla WWE -, risulta senza dubbio essere interessante dal punto di vista di ogni appassionato di sport entertainment e fan di CM Punk, dalla sua adolescenza a Chicago ai palcoscenici internazionali del wrestling, passando attraverso gli incontri, le rivalità ed i momenti più importanti nella vita dell'allora campione della federazione più importante del mondo di questa disciplina: peccato che, almeno in una certa misura, il tutto funzioni fin troppo nel classico WWE Style che punta allo sfruttamento assoluto e sotto ogni aspetto dei suoi campioni più amati e riconosciuti, cerchia ristrettissima alla quale Punk riuscì a legarsi grazie ad uno dei momenti più importanti della Storia dello sport entertainment, il fantastico promo che realizzò in chiusura della puntata di Raw del ventisette giugno duemilaundici, quando lo stesso Punk pensava di essere ormai in piena rottura con Vince e soci ed in odore di rilascio alla scadenza del contratto.
Al contrario, quello stesso momento cambiò di fatto e per sempre la carriera dell'outsider di Chicago, passato di colpo dall'essere il ragazzo problematico e talento sprecato del backstage all'uomo di punta, complice un feud ed un incontro spettacolare che lo vide opposto a John Cena nel luglio di quello stesso anno, tra i migliori che la WWE abbia proposto in tutta la sua lunga storia.
Eppure l'idea che il tutto suoni come un pò troppo pilotato resta, e da fan accanito di questo scomodo personaggio - perchè, senza dubbio, scomodo è - non posso che rimanere almeno parzialmente deluso da quello che appare come un viaggio con il freno a mano tirato, per evitare che altre "pipebombs" potessero esplodere in faccia a Vince e famiglia.
Il rammarico più grande, però, cresciuto con la visione di questo documentario, è quello di aver visto, all'inizio di quest'anno, CM Punk abbandonare la WWE sbattendo la porta, compromettendo, di fatto, la propria professionalità, a seguito dell'ennesima delusione maturata rispetto alle alte sfere della stessa: ad inizio visione, infatti, è lo stesso Punk a dichiarare "è difficile poter cambiare davvero le cose seduto sul mio divano, a Chicago".
E invece, è proprio quello che questa volta pare che il buon Brooks abbia deciso di fare.
Io, ovviamente, continuo a sperare in un suo ritorno.
E in un'altra disarmante, rivoluzionaria pipebomb.



MrFord



"Look in my eyes, what do you see?
The cult of personality
I know your anger, I know your dreams
I've been everything you want to be."
Living colour - "Cult of personality" - 




sabato 24 agosto 2013

The call

Regia: Brad Anderson
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Jordan Turner, operatrice esperta del 911, una sera riceve la chiamata di un'adolescente rimasta sola in casa. La ragazza denuncia un'effrazione, e seguendo i consigli della stessa Jordan, riesce in un primo momento a sfuggire alla vista dell'intruso: quando, a causa di un eccesso di preoccupazione, le azioni di Jordan portano la giovane ad essere scoperta, rapita ed uccisa dall'individuo misterioso, la donna subisce un duro contraccolpo e per sei mesi decide di dedicarsi all'istruzione delle nuove leve senza più rispondere alle chiamate.
Quando Casey, praticamente coetanea della teenager uccisa, viene rapita in un centro commerciale e riesce a contattare il 911, Jordan si trova costretta a tornare in azione solo per scoprire che la persona che sta commettendo questo nuovo reato è la stessa colpevole del precedente omicidio.




A volte capita di concedersi una visione totalmente estiva e senza alcuna pretesa e di ritrovarsi piacevolmente sorpresi in positivo, colpiti da un lavoro sicuramente artigianale e certo non destinato a fare la Storia della settima arte eppure più che onesto nel portarsi a casa una pagnotta totalmente guadagnata sul campo: è il caso di The call, thriller veloce ed indolore dal ritmo decisamente serrato prodotto, tra gli altri, addirittura dei WWE Studios - costola della più grande federazione di wrestling del pianeta, praticamente una specie di seconda casa per il sottoscritto -, che di tanto in tanto finiscono anche per azzeccare una proposta interessante - considerata la qualità infima dei film normalmente distribuiti dagli stessi - relegando il consueto wrestler ad un ruolo marginale che gli impedisce, di fatto, di lasciare un segno troppo negativo sul risultato - in questo caso parliamo di David Otunga, midcarder senza pretese all'interno della federazione e charachter assolutamente ininfluente per lo sviluppo della vicenda narrata dalla pellicola -.
Il merito della discreta riuscita dell'impresa è da imputare senza dubbio anche alla scelta di un regista di qualità certamente superiore a quella dei mestieranti di serie b normalmente chiamati in queste situazioni dietro la macchina da presa: Brad Anderson, infatti, è un nome conosciuto anche da appassionati di Cinema di caratura più importante, e pur non essendo un riferimento assoluto negli ultimi anni ha saputo consegnare al grande schermo pellicole interessanti come L'uomo senza sonno o Session 9.
Se, all'uomo dietro la macchina da presa, si aggiunge uno script forse non esemplare ma comunque ben strutturato e soprattutto in grado di mantenere alta la tensione praticamente dall'inizio alla fine - mi ha ricordato, in questo senso, il tamarrissimo Speed, uno dei film simbolo dell'action anni novanta - ed una coppia di protagoniste in buona forma - Halle Berry, che pur non rientrando certo nel novero delle attrici di riferimento di Hollywood ed essendosi macchiata dello scempio che fu Catwoman si difende e soprattutto Abigail Breslin, la fu Olive Hoover di Little Miss Sunshine idolo fordiano imperituro qui alle prese con un ruolo che vorrebbe sdoganarla da ragazzina acqua e sapone per portarla verso una dimensione più in stile Jennifer Lawrence, per quanto, obiettivamente, tra le due corra parecchia differenza a partire dalla dimensione "artistica" data dall'effetto del vederle per volere di produzione in reggiseno o canotta - il risultato finisce per essere senza dubbio efficace, senza troppe pretese "alte" ed in grado di intrattenere e coinvolgere il pubblico assolutamente meglio di molti titoli sulla carta più blasonati usciti nel corso dell'estate.
L'idea del confronto a distanza e del triangolo tra il rapitore, la vittima e l'operatrice del 911, passato per gran parte del tempo attraverso un cellulare usa e getta ed il bagagliaio di una macchina è interessante, così come i tentativi messi in atto dalla cazzuta e battagliera teenager - su indicazioni della sua potenziale salvatrice all'altro capo del telefono - in modo da mettere in difficoltà il disturbatissimo omicida: unica vera pecca un finale decisamente troppo tagliato con l'accetta, in grado di minare perfino la buona idea dietro al concetto di Giustizia privata applicata dalle protagoniste una volta ribaltato il gioco di potere con il maniaco finendo, di fatto, per avere il coltello dalla parte del manico.
Probabilmente, con qualche minuto in più a disposizione ed una maggiore attenzione allo scioglimento della trama, The call, oltre che un piacevole intrattenimento, sarebbe potuto divenire perfino una delle sorprese più gradite di questi mesi estivi che, soprattutto in materia di thriller, hanno concesso davvero poco a noi poveri spettatori bisognosi di un pò di sana e vecchia tensione in grado di incollare alla poltrona.
Ma non lamentiamoci troppo: una sorpresa solo discreta è sempre meglio di una clamorosa delusione.


MrFord


"Call me (call me) on the line.
Call me, call me any anytime.
Call me (call me)I'll arrive.
When you're ready we can share the wine.
Call me."
Blondie - "Call me" -


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