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mercoledì 27 agosto 2014

Hercules - Il guerriero

 
La trama (con parole mie): nato da Zeus e da una semplice mortale, Hercules è stato circondato da un alone leggendario fin dalla sua nascita, quando ancora nella culla stritolò due serpenti inviati da
Era, madre degli dei, per ucciderlo. A quell'impresa seguirono le dodici fatiche, che resero il suo personaggio ancora più importante e venerato in tutta la Grecia: scacciato da Atene dopo essere
stato accusato ingiustamente dell'omicidio di sua moglie e delle sue due figlie, Hercules viaggia attraverso l'Ellade insieme ad un gruppo di inseparabili amici e guerrieri, accanto ai quali combatte come un mercenario.
Quando il gruppo si dirige in Tracia per aiutare il re a sedare una rivolta, finiscono per essere messe alla prova la fede stessa dell'eroe e la capacità di assumere il ruolo che suo padre - chiunque fosse, Zeus o no - avrebbe voluto per lui.








Qui al Saloon, è cosa nota, ogni tamarrata che si rispetti è decisamente ben accolta dal sottoscritto, specialmente se porta in dono, oltre ad un bagaglio di botte e fracassonate, anche qualche interprete d'eccezione dell'action come il sempre più gonfio e gigantesco The Rock, eroe del wrestling fine anni novanta/inizio anni zero - con qualche comparsata in tempi più recenti - al quale un appassionato di sport entertaiment come il sottoscritto non può non voler bene.
Benchè mi aspettassi di incrociare il cammino di una vera e propria schifezzona record, da mesi attendevo l'uscita dell'Hercules targato Dwayne Johnson - vero nome del già citato The Rock -, sopportando il pur non così brutto come avrei pensato alla vigilia della visione Hercules - La leggenda ha inizio con Kellan Lutz di qualche mese fa e preparandomi agli sfracelli che l'ex wrestler avrebbe compiuto nei panni del leggendario semidio greco.
Per quanto la stanchezza l'abbia fatta da padrona e, di fatto, abbia comunque accettato bonariamente tutti i limiti del lavoro di Brett Ratner, devo ammettere che questo Hercules - Il guerriero finisce per
essere davvero, davvero trash, e seppur non in grado di raggiungere i bassissimi livelli del recente Transformers 4 - quantomeno nella durata - pronto a diventare uno dei bersagli preferiti di tutti i non
avvezzi al genere della stagione, tanto da finire per avvincere perfino il sottoscritto così poco da costringere gli occupanti di casa Ford a terminare la visione in due serate, e sempre con la palpebra
parecchio pesante.
Una cosa imperdonabile, questa, per un giocattolone action che ricorda i peplum dei tempi andati e dal minutaggio limitato, che finisce quasi per essere peggiore del parruccone sbattuto sulla testa pelata di The Rock neanche fosse un Nicholas Cage qualunque pronto a girare un nuovo Ghost Rider: trama esilissima, sceneggiatura e dialoghi al limite del ridicolo, personaggi cambiati da una scena all'altra - clamoroso il caso del re interpretato da John Hurt, passato dall'essere un vecchio inoffensivo difeso da Hercules ed i suoi ad un tiranno senza cuore pronto a fare secco perfino il suo stesso nipote ancora bambino -, combattimenti ed approccio senza una vera direzione: perfino l'unica idea interessante della pellicola, ovvero far passare Hercules per un guerriero di impareggiabile abilità che sfrutta con l'inganno la sua fama di semidio grazie ai racconti dei suoi compagni e a trucchi del mestiere viene accantonata e persa per strada liberando il più classico finale da supereroe spaccaculi senza ritegno alcuno che finisce per non tenere conto di quanto di buono poteva essere stato seminato nella prima parte del film.
Un peccato, perchè una sorta di "grande inganno" avrebbe regalato spessore al protagonista così come al suo gruppo, e forse avrebbe permesso al pubblico di dimenticare anche cose terribili come l'agghiacciante interpretazione di Joseph Fiennes, che si conferma la pecora nera della sua famiglia in termini di qualità artistiche - e non che ce ne fosse bisogno -.
In tutto questo, e tra un blackout da sonno da divano e l'altro, tutto sommato non sono comunque riuscito a volere male a questa roba, che almeno non mostra la spocchia che in altre occasioni - come fu per il terribile Scontro tra titani, per rimanere in tema Antica Grecia - avevano cercato di sfoderare blockbuster estivi più che dimenticabili di questa risma: in fondo, la durata non è un ostacolo - un'ora e mezza scarsa -, le scene di battaglia rendono la pillola meno amara - soprattutto quella che vede Hercules ed i suoi opposti agli uomini dal look zombie più o meno a metà pellicola - e il buon Dwayne resta sempre il buon Dwayne, nonostante il telo mare peloso che hanno deciso di lasciargli in testa - e non parlo della pelle di leone, sia chiaro -.
Se non siete della parrocchia action, comunque, risparmiatevi la visione senza troppi timori: rischiereste di assistere ad uno spettacolo che segnerebbe inevitabilmente la condanna del genere per i
non avvezzi.
In fondo, per quanto solo una, e non dodici, questo Hercules - Il guerriero, è stato una vera fatica perfino per un vero tamarro come me.



MrFord



"'Cos I'm strong enough
to live without you
strong enough and I quit crying
long enough now I'm strong enough
to know you gotta go."
Cher - "Strong enough" -



sabato 16 agosto 2014

CM Punk - Best in the world

Regia: Kevin Dunn
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 109'




La trama (con parole mie): all'apice della sua carriera in WWE, l'allora campione assoluto CM Punk - il più longevo con la cintura alla vita degli ultimi venticinque anni con quattrocentotrentaquattro giorni di regno titolato - è omaggiato dalla Federazione con un documentario che ripercorre le tappe fondamentali del suo percorso, dagli esordi con una promotion "fatta in casa" sul retro di un cortile a Chicago ai palcoscenici più prestigiosi delle indies come la Ring of honor, fino ad arrivare alla corte più importante del wrestling professionistico, quella di Vince McMahon, patendo e sudando fino a conquistare perfino una sfida apparentemente impossibile.
Punk rock e filosofia straight edge, un atteggiamento arrogante ed una dedizione totale, grande tecnica ed un'abilità al microfono degna dei migliori di tutti i tempi: questo è il "best in the world".
Questo è CM Punk.






E' ormai nota a tutti gli avventori abituali del Saloon - ed anche a quelli non abituali - la mia grandissima passione per il wrestling, spettacolare circo dell'intrattenimento made in USA che seguo fin da quando ero bambino.
Negli anni questa curiosa disciplina che la maggior parte continua a considerare "finta" - e vi assicuro, avendolo provato sulla pelle, che finta è soltanto nella predeterminazione dei risultati - è sempre riuscita a conquistarmi, eppure i lottatori in grado di emozionarmi davvero, di lasciare che tutto fosse alle spalle e tornasse come quando, da bambino, vivevo questi scontri come fossero battaglie di eroi dei fumetti, si contano sulle dita di una mano: Ultimate Warrior, Ric Flair, Shawn Michaels. E CM Punk.
Phil Brooks - questo il suo nome di battesimo -, nato a Chicago nel settantotto - solo un anno avanti al sottoscritto - alla fine di ottobre - scorpione fatto e finito come il sottoscritto -, mi colpì fin dal suo esordio televisivo sotto l'egida a volte scomoda di Vince McMahon: l'approccio, i tatuaggi, qualcosa nel modo di fare riuscirono a rendermelo più vicino di quanto non fossero molti altri, e nonostante il suo essere straight edge lo renda, di fatto, quanto di più lontano possibile esista da questo vecchio cowboy - dedito ad alcool, istinto e carne come se non ci fosse un domani -, l'abilità di questo ragazzo ed il suo essere costantemente l'underdog della situazione - anche nei periodi trascorsi come campione - lo resero immediatamente un mio beniamino.
Questo documentario - parte di un'uscita in dvd e bluray a dischi multipli corredata dagli incontri più importanti combattuti dagli anni delle indies fino alla WWE -, risulta senza dubbio essere interessante dal punto di vista di ogni appassionato di sport entertainment e fan di CM Punk, dalla sua adolescenza a Chicago ai palcoscenici internazionali del wrestling, passando attraverso gli incontri, le rivalità ed i momenti più importanti nella vita dell'allora campione della federazione più importante del mondo di questa disciplina: peccato che, almeno in una certa misura, il tutto funzioni fin troppo nel classico WWE Style che punta allo sfruttamento assoluto e sotto ogni aspetto dei suoi campioni più amati e riconosciuti, cerchia ristrettissima alla quale Punk riuscì a legarsi grazie ad uno dei momenti più importanti della Storia dello sport entertainment, il fantastico promo che realizzò in chiusura della puntata di Raw del ventisette giugno duemilaundici, quando lo stesso Punk pensava di essere ormai in piena rottura con Vince e soci ed in odore di rilascio alla scadenza del contratto.
Al contrario, quello stesso momento cambiò di fatto e per sempre la carriera dell'outsider di Chicago, passato di colpo dall'essere il ragazzo problematico e talento sprecato del backstage all'uomo di punta, complice un feud ed un incontro spettacolare che lo vide opposto a John Cena nel luglio di quello stesso anno, tra i migliori che la WWE abbia proposto in tutta la sua lunga storia.
Eppure l'idea che il tutto suoni come un pò troppo pilotato resta, e da fan accanito di questo scomodo personaggio - perchè, senza dubbio, scomodo è - non posso che rimanere almeno parzialmente deluso da quello che appare come un viaggio con il freno a mano tirato, per evitare che altre "pipebombs" potessero esplodere in faccia a Vince e famiglia.
Il rammarico più grande, però, cresciuto con la visione di questo documentario, è quello di aver visto, all'inizio di quest'anno, CM Punk abbandonare la WWE sbattendo la porta, compromettendo, di fatto, la propria professionalità, a seguito dell'ennesima delusione maturata rispetto alle alte sfere della stessa: ad inizio visione, infatti, è lo stesso Punk a dichiarare "è difficile poter cambiare davvero le cose seduto sul mio divano, a Chicago".
E invece, è proprio quello che questa volta pare che il buon Brooks abbia deciso di fare.
Io, ovviamente, continuo a sperare in un suo ritorno.
E in un'altra disarmante, rivoluzionaria pipebomb.



MrFord



"Look in my eyes, what do you see?
The cult of personality
I know your anger, I know your dreams
I've been everything you want to be."
Living colour - "Cult of personality" - 




sabato 18 agosto 2012

Lionheart - Scommessa vincente

Regia: Sheldon Lettich
Origine: Usa
Anno: 1990
Durata: 105'




La trama (con parole mie): Leon Gaultier, che presta servizio nella Legione Straniera a seguito di problemi con la Giustizia, viene a sapere troppo tardi che il fratello è stato ucciso da una gang di trafficanti di droga a Los Angeles. Fuggito dal forte in cui presta servizio ed imbarcatosi come clandestino su una nave, l'uomo giunge a New York, e per raggiungere la Costa Ovest scopre di poter guadagnare grazie ad un giro di combattimenti illegali organizzati da un gruppo di facoltosi facente capo alla provocante Cynthia.
Raggiunta L. A. spinto dalle sue vittorie, Leon - soprannominato Lionheart dal manager ed amico Joshua - si prende a carico la situazione economica della moglie e della figlia del fratello senza sapere di avere alle calcagna due membri della Legione pronti a riportarlo indietro e che la stessa Cynthia, rifiutata dal lottatore, trama alle sue spalle affinchè possa giungere per lui la sconfitta decisiva per mano del terribile Atilla.




Tra le pietre miliari della filmografia di Jean Claude Van Damme - nonchè del Cinema di botte in toto - mancava ancora all'appello qui al saloon uno dei titoli consumati dal videoregistratore dell'allora casa Ford all'inizio degli anni novanta: ricordo, nello specifico, che le imprese di Leon Gaultier erano il must assoluto di mio fratello, mentre io continuavo a preferire a questa pur memorabile perla due cult assoluti come Senza esclusione di colpi o Kickboxer.
Le scelte di uno o dell'altro, però, non andarono ad intaccare il numero elevatissimo di visioni che queste pellicole toccarono in quel periodo per essere poi clamorosamente dimenticate quando la passione per il Cinema indusse il sottoscritto ad uno sciagurato periodo totalmente radical chic e ad almeno cinque o sei anni concentrato sui soli prodotti d'autore: così, con la riscoperta di questo tipo di titoli giunta a salvarmi con il tempo, anche Lionheart ha avuto modo di tornare alla ribalta nella casa Ford attuale, a distanza di almeno - ma dico almeno - quindici roboanti primavere dall'ultima volta.
Con il senno di poi, posso dunque dire di avere finalmente compreso per quale motivo mio fratello prediligesse le gesta di Gaultier a quelle di Frank Dux o Kurt Sloane, e di essermi goduto appieno un vero e proprio tripudio del settore arti marziali divertendomi come non mi capitava da tempo: certo, rispetto ai miei due già citati capisaldi delle interpretazioni made in JCVDlandia a Lionheart manca quella quasi involontaria ironia in grado di dare spessore e carattere ad ogni perla trash che si rispetti, e le coreografie dei combattimenti non risultano efficaci come quelle che resero l'attore belga un punto di riferimento in quest'ambito, eppure c'è qualcosa, nella pellicola di Sheldon Lettich - scritta, in parte, dallo stesso Van Damme - in grado di renderla quasi più simile ad un raffazzonato omaggio al melò d'azione made in Hong Kong che negli anni ottanta regalò al grande pubblico Capolavori come The killer.
L'amicizia tra Leon e Joshua ed il crescendo legato alla condizione di fuggitivo del protagonista rimanda alla corrente orientale delle amicizie virili forgiate dalle difficoltà, e nel suo quasi patetismo di fondo funziona alla grande anche se ci troviamo in territori ben lontani da quelli dell'autorialità: da questo punto di vista, rivedere Lionheart oggi mi ha illuminato rispetto a quanto questa pellicola apparentemente di poco conto abbia influenzato non soltanto il suo genere, ma anche prodotti decisamente migliori come il decisamente buono Red belt di David Mamet o peggiori - il mediocre Fighting firmato da Dito Montiel - usciti in sale e festival dal duemila in avanti.
A rendere ancora più interessante questo recupero, la presenza di Michel Qissi nel ruolo di uno dei due legionari a caccia di Gaultier negli States: l'uomo, grande amico di Van Damme, è stato per lui allenatore, socio d'affari - in Belgio, neanche ventenni, aprirono una palestra insieme, ed insieme partirono in cerca di fortuna per gli Usa - e partner sulla scena.
I più esperti ed Expendables tra voi lo ricorderanno, infatti, nel ruolo del temibile Tong Po nel già citato Kickboxer: suo fratello, che si ritroverà accanto al buon Jean Claude anche nel successivo La prova ricoprendo il ruolo del letale combattente mongolo, qui interpreta l'avversario finale Atilla, protagonista di una sequenza tra le più esaltanti della carriera di JCVD che non ho davvero resistito dal proporre qui sotto in sostituzione del trailer.
Ma le curiosità sono per gli appassionati persi, così come le troppe parole per i radical chic: con un film come questo, non c'è altra soluzione che sprofondare in poltrona con il ventilatore puntato, un bel cocktail robusto gelato in una mano e uno snack a scelta nell'altra.
E appena finito, via di corsa al sacco a sfogare l'adrenalina accumulata con le gesta di Lionheart.
Perchè ci sono cose che non hanno prezzo, ma per tutto il resto c'è Jean Claude Van Damme.



MrFord


"At the end of the day my momma told me don't let no one break me let no one break me
at end of the day, day, nobody, nobody, ever could stop me ever could stop me
at the end of the day, day you can't regret it if you were trying if you were trying
at the end of the day I'm walking with a heart of a lion yeah."
Kid Cudi - "Heart of a lion" -


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