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venerdì 9 febbraio 2018

Timecop - Indagine dal futuro (Peter Hyams, Canada/USA/Giappone, 1994, 99')





Credo che tutti gli avventori del Saloon sappiano quanto Jean Claude Van Damme sia amato, da queste parti: di poco sotto - almeno per il sottoscritto - agli inarrivabili Schwarzy e Stallone, infatti, l'attore ed artista marziale belga è stato protagonista delle prime visioni tamarre della mia infanzia e prima adolescenza, in quei pomeriggi passati con mio fratello a rivedere fino allo sfinimento le pellicole con protagonisti questi inossidabili e mitici action heroes.
Curiosamente - o forse perchè uscito in sala quando ero già entrato nell'adolescenza, tunnel che mi portò ad abbandonare tutto quello che era tamarro e sopra le righe per diversi anni, rinunciando perfino ai miei suddetti eroi dell'infanzia - il film che portò il più grande successo al botteghino per JCVD, nonchè uno dei meglio considerati dalla critica, Timecop, non era mai passato da queste parti.
La recente visione della geniale Jean Claude Van Johnson, però, i paragoni con Looper ed il culto che pare gravitare da parte dei fan attorno a questo titolo hanno solleticato la mia curiosità, colmando finalmente una lacuna che non poteva esistere, nella carriera di un appassionato come il sottoscritto.
Senza dubbio posso affermare che, se Timecop avesse avuto alle spalle una produzione meno cheap ed un regista più talentuoso, grazie ad una sceneggiatura con ottimi spunti e alla notorietà di Van Damme, avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare un cult a tutti gli effetti, considerato quanto i viaggi nel Tempo affascinino da sempre il pubblico, anche quando non si parla necessariamente di appassionati: d'altra parte, forse per età, forse per l'invecchiamento di una pellicola che trabocca anni novanta da ogni fotogramma, ma soprattutto per un coinvolgimento atletico decisamente basso per il protagonista - è uno dei suoi film meno "da calci rotanti" - non penso che Timecop sarà mai uno dei miei favoriti della sua filmografia, che restano inesorabilmente Senza esclusione di colpi e Kickboxer.
Nonostante questo, ovviamente, la visione è stata un vero spasso, in bilico tra una trama comunque ben costruita - che ricorda i paradossi della trilogia di Ritorno al futuro e si lega idealmente a pellicole più recenti come, per l'appunto, Looper - e la visione "futuribile" di un duemilaquattro che per i tempi aveva il sapore del Nuovo Millennio in stile Terminator o Demolition Man, con un gruppo di cattivi senza possibilità di redenzione e l'eroe positivo e tormentato nella migliore tradizione del Nostro, che concede un paio di chicche ai suoi fan hardcore come la sequenza con il borseggiatore sui rollerblades e la spaccata sul piano della cucina per fuggire alla scarica elettrica.
Certo, non penso consiglierei mai un titolo di questo tipo - non tanto per il genere, quanto per il fatto che risulta decisamente datato - a qualcuno che non sia legato affettivamente a Van Damme ed al suo contributo spettacolare al Cinema di botte, ma doveste rientrare nel novero ed essere nella situazione in cui ero anch'io fino a poco tempo fa, Timecop è senza dubbio una visione obbligatoria, non fosse altro perchè rappresenta l'apice della carriera - in termini di successi - di JCVD prima del rilancio avuto negli ultimi anni a seguito della riscoperta di queste vecchie glorie ed uno dei migliori tentativi di portare le sue tipiche interpretazioni e pellicole ad un livello qualitativamente più alto - ci riuscì anche, e con esiti senza dubbio migliori, John Woo, prima dell'apice rappresentato da JCVD, il film e non il protagonista, e la già citata Jean Claude Van Johnson nel Nuovo Millennio -.



MrFord




 

lunedì 11 agosto 2014

Merantau

Regia: Gareth Evans
Origine: UK, Indonesia
Anno: 2009
Durata: 134'





La trama (con parole mie): Yuda, giovane indonesiano cresciuto in campagna e divenuto con gli anni un maestro di Silat, arte marziale locale, intraprende lasciando la famiglia e trasferendosi senza nulla a Jakarta il percorso del Merantau, che dovrebbe traghettarlo dalla giovinezza all'età adulta.
Spinto dal sogno di aprire una scuola proprio di Silat, Yuda vaga i primi giorni per le strade della città imbattendosi in Astri e nel suo fratellino Adit, che vivono di espedienti come meglio possono.
Quando alcuni misteriosi trafficanti di esseri umani europei stringono un accordo con il padrone del club dove Astri si esibisce che prevede il traffico di alcune ragazze - Astri compresa - Yuda si mette in gioco per difendere i suoi unici amici, quasi una famiglia per le strade di quel luogo violento e sconosciuto.
La lotta contro i trafficanti ed i loro uomini sancirà la crescita che Yuda cercava e la consacrazione del suo Merantau: ma a quale prezzo?







Chi bazzica il Saloon da un pò di tempo, sa bene del debole che il sottoscritto nutre per i film di botte in generale, complice una formazione infantile a suon di Stallone, Schwarzy, Van Damme e chi più ne ha, più ne metta - mi piacerebbe che qualcuno tra voi ricordasse anche Don "The Dragon" Wilson, in quest'ambito -: tolto l'esperimento più che riuscito degli Expendables, però, gli Anni Zero non hanno fornito particolari emozioni - purtroppo - in quest'ambito, se non grazie ad autentici lampi come il secondo e il terzo capitolo di Undisputed e The Raid - Redemption, probabilmente l'action movie definitivo parlando di sequenze al limite dell'impossibile e concentrazione di tematiche note a tutti i fan di questo tipo di Cinema dai tempi di Bruce Lee in poi.
Prima che potesse lasciare a bocca aperta il pubblico in tutto il mondo, però, Gareth Evans era "solo" un ragazzone gallese trapiantato in Oriente dalla grandissima tecnica ma ancora grezzo, di quelli che devono farsi le ossa prima del definitivo salto di qualità e della consacrazione - sacrosanta -: Merantau è l'espressione proprio di questo.
Iko Uwais, che sarà protagonista anche dei lavori successivi del regista, asso del Silat - arte marziale indonesiana - e viso che ricorda quello degli sfigati e degli outsiders della mitologia dei film di botte anni ottanta, presta benissimo fisicità a Yuda, candido eroe positivo che, nei meandri di una Jakarta fotografata alla grandissima - tanto da ricordare il successivo Solo dio perdona -, finisce per trasformare l'esperienza del suo passaggio all'età adulta in uno scontro all'ultimo sangue con una banda di trafficanti di donne pronta a concentrare le sue attenzioni sulla sorella di un bambino che vive di espedienti fin dal primo incontro e, di fatto, spalla dello stesso protagonista.
Senza dubbio siamo di fronte ad un prodotto nettamente inferiore a quello che diverrà lo standard di Evans, decisamente troppo lungo, doppiato malissimo nella versione italiana - agghiacciante soprattutto la resa di Astri, per non parlare dell'adattamento - e scritto neanche fosse una sorta di soap televisiva condita di botte da orbi: eppure la classe dell'uomo dietro la macchina da presa ed il suo talento, così come l'occhio per le coreografie pressochè perfette degli scontri - bellissimo quello sul cavalcavia - sono evidenti, e insieme alla già citata fotografia da urlo e al destino di Yuda - per una volta almeno in parte differente da quello dei classici eroi positivi - contribuiscono a rendere comunque e a suo modo interessante la visione, almeno per chi, con il tempo, ha imparato ad adorare il lavoro del buon Gareth, che sfoggia un piglio assolutamente da "Far East" neanche fosse più orientale degli orientali stessi.
I radical chic di ogni taglio e colore, comunque - tradotto in termini di uso comune, Cannibal Kid e soci -, farebbero meglio ad astenersi almeno quanto i non avvezzi al genere, che potrebbero trovare quella che, di fatto, è stata la palestra di Evans un vero e proprio polpettone di dubbio gusto all'interno del quale si alternano legnate da record ed atmosfere al limite della fiction televisiva sentimental-drammatica: Merantau è stato il Merantau del regista, e proprio per questo è un prodotto destinato principalmente ai suoi fan, magari in modo da sfruttarlo come antipasto per il recente e clamoroso The Raid 2, o come un contenuto extra da bluray o dvd.
E se anche doveste annoiarvi un pò, tra un pestaggio e l'altro, fatevi forza: bastano un paio di colpi ben assestati per far tornare pericolosamente alto il livello dell'attenzione.
E dell'esaltazione che il genere garantisce.



MrFord




"I told 'em all where to stick it
I left town with a dime to my name
I said, I'm done with all of my fake friends
self-righteous pawns in a losing game."
Paramore - "Grow up" - 



sabato 18 agosto 2012

Lionheart - Scommessa vincente

Regia: Sheldon Lettich
Origine: Usa
Anno: 1990
Durata: 105'




La trama (con parole mie): Leon Gaultier, che presta servizio nella Legione Straniera a seguito di problemi con la Giustizia, viene a sapere troppo tardi che il fratello è stato ucciso da una gang di trafficanti di droga a Los Angeles. Fuggito dal forte in cui presta servizio ed imbarcatosi come clandestino su una nave, l'uomo giunge a New York, e per raggiungere la Costa Ovest scopre di poter guadagnare grazie ad un giro di combattimenti illegali organizzati da un gruppo di facoltosi facente capo alla provocante Cynthia.
Raggiunta L. A. spinto dalle sue vittorie, Leon - soprannominato Lionheart dal manager ed amico Joshua - si prende a carico la situazione economica della moglie e della figlia del fratello senza sapere di avere alle calcagna due membri della Legione pronti a riportarlo indietro e che la stessa Cynthia, rifiutata dal lottatore, trama alle sue spalle affinchè possa giungere per lui la sconfitta decisiva per mano del terribile Atilla.




Tra le pietre miliari della filmografia di Jean Claude Van Damme - nonchè del Cinema di botte in toto - mancava ancora all'appello qui al saloon uno dei titoli consumati dal videoregistratore dell'allora casa Ford all'inizio degli anni novanta: ricordo, nello specifico, che le imprese di Leon Gaultier erano il must assoluto di mio fratello, mentre io continuavo a preferire a questa pur memorabile perla due cult assoluti come Senza esclusione di colpi o Kickboxer.
Le scelte di uno o dell'altro, però, non andarono ad intaccare il numero elevatissimo di visioni che queste pellicole toccarono in quel periodo per essere poi clamorosamente dimenticate quando la passione per il Cinema indusse il sottoscritto ad uno sciagurato periodo totalmente radical chic e ad almeno cinque o sei anni concentrato sui soli prodotti d'autore: così, con la riscoperta di questo tipo di titoli giunta a salvarmi con il tempo, anche Lionheart ha avuto modo di tornare alla ribalta nella casa Ford attuale, a distanza di almeno - ma dico almeno - quindici roboanti primavere dall'ultima volta.
Con il senno di poi, posso dunque dire di avere finalmente compreso per quale motivo mio fratello prediligesse le gesta di Gaultier a quelle di Frank Dux o Kurt Sloane, e di essermi goduto appieno un vero e proprio tripudio del settore arti marziali divertendomi come non mi capitava da tempo: certo, rispetto ai miei due già citati capisaldi delle interpretazioni made in JCVDlandia a Lionheart manca quella quasi involontaria ironia in grado di dare spessore e carattere ad ogni perla trash che si rispetti, e le coreografie dei combattimenti non risultano efficaci come quelle che resero l'attore belga un punto di riferimento in quest'ambito, eppure c'è qualcosa, nella pellicola di Sheldon Lettich - scritta, in parte, dallo stesso Van Damme - in grado di renderla quasi più simile ad un raffazzonato omaggio al melò d'azione made in Hong Kong che negli anni ottanta regalò al grande pubblico Capolavori come The killer.
L'amicizia tra Leon e Joshua ed il crescendo legato alla condizione di fuggitivo del protagonista rimanda alla corrente orientale delle amicizie virili forgiate dalle difficoltà, e nel suo quasi patetismo di fondo funziona alla grande anche se ci troviamo in territori ben lontani da quelli dell'autorialità: da questo punto di vista, rivedere Lionheart oggi mi ha illuminato rispetto a quanto questa pellicola apparentemente di poco conto abbia influenzato non soltanto il suo genere, ma anche prodotti decisamente migliori come il decisamente buono Red belt di David Mamet o peggiori - il mediocre Fighting firmato da Dito Montiel - usciti in sale e festival dal duemila in avanti.
A rendere ancora più interessante questo recupero, la presenza di Michel Qissi nel ruolo di uno dei due legionari a caccia di Gaultier negli States: l'uomo, grande amico di Van Damme, è stato per lui allenatore, socio d'affari - in Belgio, neanche ventenni, aprirono una palestra insieme, ed insieme partirono in cerca di fortuna per gli Usa - e partner sulla scena.
I più esperti ed Expendables tra voi lo ricorderanno, infatti, nel ruolo del temibile Tong Po nel già citato Kickboxer: suo fratello, che si ritroverà accanto al buon Jean Claude anche nel successivo La prova ricoprendo il ruolo del letale combattente mongolo, qui interpreta l'avversario finale Atilla, protagonista di una sequenza tra le più esaltanti della carriera di JCVD che non ho davvero resistito dal proporre qui sotto in sostituzione del trailer.
Ma le curiosità sono per gli appassionati persi, così come le troppe parole per i radical chic: con un film come questo, non c'è altra soluzione che sprofondare in poltrona con il ventilatore puntato, un bel cocktail robusto gelato in una mano e uno snack a scelta nell'altra.
E appena finito, via di corsa al sacco a sfogare l'adrenalina accumulata con le gesta di Lionheart.
Perchè ci sono cose che non hanno prezzo, ma per tutto il resto c'è Jean Claude Van Damme.



MrFord


"At the end of the day my momma told me don't let no one break me let no one break me
at end of the day, day, nobody, nobody, ever could stop me ever could stop me
at the end of the day, day you can't regret it if you were trying if you were trying
at the end of the day I'm walking with a heart of a lion yeah."
Kid Cudi - "Heart of a lion" -


domenica 23 ottobre 2011

Assassination games

Regia: Ernie Barbarash
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 101'



La trama (con parole mie): Vincent Brazil e Roland Flint sono due tra i migliori assassini prezzolati del mondo. Il primo, professionista della vecchia scuola, continua a rifugiarsi in un vecchio quartiere di Bucarest e farsi pagare in diamanti in attesa di ritirarsi, mentre il secondo, già scomparso dai radar dei suoi vecchi datori di lavoro, accudisce a tempo pieno la moglie in stato vegetativo a seguito dell'attacco del criminale Polo.
Quando i vertici dell'Interpol si ritrovano al centro di uno scandalo di corruzione, emerge la necessità di eliminare tutti i "collaboratori esterni" di cui gli stessi si sono avvalsi nel corso degli anni: a questo punto il ruolo di Polo diviene importantissimo per stanare Flint ed eliminarlo.
Peccato che, dopo una prima serie di schermaglie, quest'ultimo e Brazil uniranno le forze per fare piazza pulita di tutti quelli che pensano di potersi liberare di loro neanche fossero l'immondizia del giorno prima.
E a quel punto, sarà chiaro a tutti come andranno a finire le cose.



Quando, quasi per caso, ho scoperto l'esistenza di questo film, ho avuto una sorta di tuffo al cuore.
Scott "Boyka" Adkins, ammirato in Undisputed 2 e 3, e l'intramontabile Van Damme fianco a fianco nella stessa pellicola significava, in qualche modo, rivivere i fasti degli Expendables o immaginare un incontro tra Snake Plissken e Rambo.
L'emozione, dunque, era quella delle grandi occasioni e del bambino che è in noi tornato a farsi prepotentemente sentire neanche avesse addocchiato un giocattolo cui proprio sente di non poter fare a meno.
Peccato che, nonostante le premesse di botte da orbi ed una confezione che strizza l'occhio alla quasi autorialità - chiara imitazione dell'ottimo JCVD -, Assassination games somigli più al soporifero Professione assassino che non alle pellicole che, ormai vent'anni fa, lanciavano il vecchio Jean Claude nell'Olimpo degli eroi action più amati di tutti i tempi, finendo per rendere questo film un ibrido senza troppi spunti che, nel corso della visione, rischia addirittura di annoiare in più di un'occasione, tanto pare evidente lo sforzo di portare a casa un risultato nettamente al di sopra delle effettive possibilità di regista, attori e staff tecnico, risultando addirittura, a tratti, involontariamente ridicolo - o quasi, come nella sequenza iniziale, che pare uscita da un siparietto caricaturale di Kusturica e viene salvata solo grazie ad uno dei momenti di maggior fisicità dell'intera pellicola, firmato dall'inossidabile Van Damme -.
Colpevole principale dell'insuccesso dell'operazione, almeno per quanto mi riguarda, è il regista, che evita non si sa per quale oscura ragione di avvalersi delle straordinarie doti fisiche soprattutto di Adkins e si concentra su uno script che avrebbe potuto portare in scena anche il più bolso dei Ray Liotta con una pistola in pugno: quando hai per le mani un atleta come l'anglosassone succitato, è quasi un delitto pensare di sprecarlo nel ruolo del marito malinconico e triste - ingiustificata, oltretutto, la scena dell'aggressione subita dalla moglie di Flint, che da buono spaccaculi inarrestabile difficilmente starebbe legato come un salame da un pò di nastro isolante ad una sedia mentre violentano e lasciano in fin di vita la sua compagna - impegnato quasi esclusivamente dalla lunga distanza e che neppure di fronte al suo nemico giurato - il già citato Polo - sfodera una scazzottata come ci si aspetterebbe in questi casi.
Lo stesso Van Damme, che cerca in tutti i modi di salvare il salvabile - la storia con la prostituta che sogna il riscatto e le carezze alla tartaruga sono degne delle sue migliori perle trash figlie dei gloriosi eighties -, appare poco convinto della validità dell'intera operazione, e nonostante per primo abbia investito denaro nel progetto, pare certo che i fasti del già citato JCVD non possano essere raggiunti neppure per scherzo.
Un vero peccato, perchè un approccio più tamarro e casinaro avrebbe sicuramente reso questo film un piccolo cult di genere, in grado di far saltare di gioia i fan della vecchia scuola come il sottoscritto sempre soggetti al fascino di qualche caro, vecchio, sonoro calcio rotante.

MrFord

"Yeah, yeah!
Tear it up,
rip it up
kick it up!"
Peaches feat. Iggy Pop - "Kick it" -


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