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lunedì 7 agosto 2017

Okja (Joon-Ho Bong, Corea del Sud/USA, 2017, 120')




E' sempre molto difficile, scrivere di film come Okja.
Occorrerebbe riuscire a scindere la ragione, il sentimento, l'etica e la coscienza dalla nostra natura animale, per poterlo fare come si conviene.
Senza dubbio, si tratta di un lavoro di ottima fattura, costruito molto bene da Bong, che si conferma uno dei registi più "contro il sistema" che la grande distribuzione possa vantare di avere dalla sua parte.
Senza dubbio avvince, fa discutere ed è efficace, e a più livelli.
Senza dubbio parliamo dell'ennesima proposta intelligente ed azzeccata di Netflix, che ancora una volta si conferma come una delle realtà più importanti al mondo quando si parla di piccolo e ormai anche grande schermo.
Eppure, ci sono un sacco di eppure.
Nel corso delle ultime settimane, ho letto numerosi pareri - più o meno entusiastici, ma sempre di livello medio/alto - incentrati principalmente sul dilemma morale legato al consumo della carne e sfruttamento degli animali, e riscontrato che la prima domanda che veniva posta una volta terminata la visione di questo film era legata proprio al futuro dello spettatore come consumatore.
Personalmente, credo sia una vera stronzata.
Bong, che probabilmente è molto furbo, infatti, denuncia raccontando la lotta per la salvezza di un'amica - o una sorella, in qualche modo - da parte di una ragazzina cresciuta con lei, sfruttando l'onda emotiva del singolo caso per avere l'esempio giusto rispetto alla "massa", in barba al fatto che al termine del film nessuno si preoccupi di quale fine facciano tutti i super maiali lasciati alle spalle dei protagonisti o che - ma questa è un'osservazione provocatoria tutta mia - nessuno si sia mai preso la briga, animazione a parte, di costruire una pellicola di "sensibilizzazione" di questo genere su un pesce, un uccello o un insetto, tanto per citare forme di vita profondamente diverse dai mammiferi che fatichiamo decisamente di più a comprendere.
Quella stessa furbizia, che porta alla sequenza più efficace della pellicola - quella legata all'acquisto di Okja -, perfetta nel mostrare la spietata logica del mercato - quella sì, da denunciare e studiare da vicino - e l'interesse che ognuno di noi, lo si ammetta o no, ha di salvare chi ama, riesce a forzare la mano quasi sottovoce, e conquistare credo la maggior parte dell'audience in barba al fatto che la parte "positiva" della vicenda - rappresentata da Paul Dano ed i suoi - finisca per uscire nettamente sconfitta neanche fosse un Jake Gyllenhaal troppo sopra le righe bastonato da chi le righe le ha tracciate.
Perchè, parlando onestamente, è chiaro che ognuno di noi continuerà a cercare di salvare il proprio animale domestico e non la massa di destinati al macello che non abbiamo mai visto, che penserà prima alla sopravvivenza sua e di chi ama e solo dopo, forse, a quella del resto del mondo, e scandalizzarsi e correre a mangiare quinoa per il resto della vita dopo aver visto film come questo è ipocrita almeno quanto criticare a priori il più classico dei Disney dal finale buonista.
Certo, anch'io vorrei una Okja, e non farei mai del male ai miei gatti, e trovo che il sistema andrebbe cambiato, ma in fondo, parlando di sopravvivenza, so bene che, allo stesso modo, dovessi mettere sotto i denti qualcosa sarei il primo, da uomo delle caverne, a cacciare il mio pezzo di carne.
E di nuovo si torna alla ragione, il sentimento, l'etica e la coscienza a confronto con la nostra natura animale.
Razionalmente, trovo che questo film pecchi sotto molti punti di vista - come Julez faceva notare, per quale motivo non sadico mostrare Okja costretta ad accoppiarsi con un altro supermaiale "dopato", per poi, una ventina di minuti dopo, destinarla al macello? -, e finisca per risultare troppo qualunquista.
Emotivamente è senza dubbio un esperimento riuscito, a metà tra Miyazaki e La storia infinita, e scommetto che in molti si saranno commossi di fronte a quell'ultimo dialogo all'orecchio.
L'etica è complessa, ma quantomeno Bong, per quanto sicuramente di parte, non rinuncia a mostrare - o a cercare di farlo "super partes" - tutti i lati di questa caotica medaglia.
E la coscienza? Beh, se grazie al legame tra le due protagoniste si riesce a dimenticare l'ululato disperato dei super maiali destinati al macello, allora tranquilli.
Potrete continuare a mangiare carne come un predatore del mio stampo e, al prossimo dilemma, ricordare che il Grillo Parlante l'avete già fatto alla griglia da parecchio.
In fondo, sono tutte proteine.




MrFord



 

martedì 6 dicembre 2016

Swiss Army Man (Dan Kwan&Daniel Scheinert, USA, 2016, 97')




Era il settembre del duemilasei, nel pieno del periodo più wild della mia vita, e mi trovavo in Irlanda con il mio amico Emiliano: decidemmo, giusto per non stare sempre appiccicati alle due fanciulle che rimorchiammo a Galway, di farci una bella gita per ammirare il Connemara, spendendo praticamente tutto quello che avevamo a disposizione per quella giornata per mangiare - un favoloso brasato, devo ammettere - e per il pullman.
Con ancora negli occhi la bellezza strepitosa delle scogliere di Moher, l'autista fece tappa in una miniera che tutti gli altri partecipanti al viaggio organizzato ebbero l'occasione di visitare, mentre noi poveracci in canna optammo, nell'attesa, per un giro tra i negozi di souvenir ed un the nella caffetteria appena fuori dalla miniera stessa: proprio tra le cartoline, credo complice il brasato citato poco fa, cominciai a dare sfogo all'aria irlandese che si muoveva nelle mie parti basse, suscitando la furia di Emiliano che abbandonò il negozio per evitare di morire soffocato, andando a sedersi direttamente nella caffetteria, dove lo raggiunsi una volta conclusa la tempesta.
Lo scenario, a quel punto, era questo: tavoli tutti vuoti tranne uno, composto da una molto composta famiglia - padre, madre, figlia adolescente -, non troppo lontano dal nostro, e su ogni tavolo una zuccheriera, una piccola caraffa con il latte e tovaglioli.
Emiliano ordina un caffè americano, io the e muffin al cioccolato: si chiacchiera e si ride ancora per quello che è accaduto nel negozio qualche minuto prima, si alza un pò la voce tanto da notare l'irritazione negli occhi di mammina e papino e, forse, un velo di terrore in quelli della ragazzina, neanche fossimo i rednecks di Un tranquillo weekend di paura.
A un certo punto, una risata un pò troppo fragorosa lascia partire un altro missile degno di quelli sganciati tra i souvenir, innescando la protesta accesa di Emiliano per la puzza pestilenziale, mentre il sottoscritto cercava di contenere le risa, ormai fuori controllo: all'apice di questa nuova, clamorosa sequenza, doppio colpo mortale risata sguaiata/peto roboante, proprio mentre un asteroide che faceva un tempo parte del muffin al cioccolato esce dalla mia bocca entrando in orbita prima di ricadere, canestro perfetto, nella piccola caraffa del latte sul nostro tavolo.
Io mi contorco, Emiliano non resiste, e fuggendo dalla caffetteria ribalta la sedia dove stava sotto gli occhi sconcertati della famiglia Bradford versione irish.
Ho impiegato circa venti minuti per riprendermi e raggiungerlo all'esterno.
Questo ricordo, come tutti quelli di quel viaggio fantastico, ora è soltanto mio.
E' soltanto mio dalla notte tra il tredici ed il quattordici febbraio duemilaquindici, quando Emiliano ha deciso di togliersi la vita.
Questo aneddoto è una delle cose che mi sono passate per la mente guardando Swiss Army Man.
Mi sono anche passati per la mente l'amore, l'amicizia, il valore e l'importanza della libertà di essere come siamo, soprattutto con chi amiamo, perchè proprio con loro possiamo godere dell'essere noi stessi fino alla fine, scoreggione comprese, una colonna sonora stupenda, trovate che farebbero invidia al miglior Gondry, quanto cazzo sono stati bravi Radcliffe e (soprattutto) Dano, con quell'espressione tra la timidezza e l'orgoglio di fronte al complimento ricevuto dal suo nuovo, inseparabile amico.
Mi è passato per la mente "porca puttana, che film grandioso".
Mi è passato per la mente che se non fossi stato sul tappeto a giocare con i bimbi in stereo con Julez già in lacrime sul divano, mi sarei fatto uno di quei pianti liberatori che sono come il vento in faccia, una scopata, il segno che sì, stai vivendo, e lo stai facendo il più profondamente possibile.
Mi è passato per la mente che Swiss Army Man fosse una delle storie di amicizia più commoventi, poetiche e stramaledettamente vere che il Cinema abbia mai regalato al suo pubblico.
E non parlo di questa stagione, o degli ultimi anni. Di sempre.
Da quel cellulare rimbalzato tra i ricordi di uno e dell'altro, alle geniali trovate dell'autobus e del "cannone", dalla lotta con l'orso pronta a mangiarsi in un boccone tutto il realismo di qualsiasi  Revenant con la forza della pancia - in tutti i sensi -, dall'isola deserta alla città piena di gente.
Mi è passato per la mente Emiliano, che è morto nella vasca da bagno, e chissà che non abbia deciso di salutare chi ha pensato di giudicarlo per la scelta che aveva fatto con una scoreggiona come quelle che ho mollato io, quel giorno, in quella caffetteria, nel cuore dell'Irlanda che è stato proprio grazie a quel viaggio uno degli amori della sua vita.
Mi è passato per la mente che durante quel viaggio abbiamo riso, bevuto, letto, ascoltato musica, scritto, pensato a cosa avremmo fatto al nostro ritorno, scopato, siamo passati dal quasi calcio in faccia che mi presi la seconda sera a Dublino al penultimo giorno, quando Tommy, irlandese sposato ad un'italiana in gita di piacere nella sua terra cercò di trattenerci al tavolo con lui e due obese vestite come puttane da Far West offrendoci un drink dopo l'altro grazie alle vincite al gioco - almeno così ha dichiarato -.
Tutti quei ricordi, oggi, sono solo miei.
Ed ora, con Swiss Army Man negli occhi e nel cuore, e la coscienza di aver avuto la fortuna di trovarmi di fronte ad un cazzo di fantastico Capolavoro, e le lacrime che scendono, davanti allo schermo del computer sul quale scivolano via queste parole, mi passa per la mente un'altra cosa.
E' stato bellissimo.
Vorrei che ci foste stati anche voi.
Vorrei che ci foste stati anche voi.




MrFord




 

lunedì 10 agosto 2015

Youth - La giovinezza

Regia: Paolo Sorrentino
Origine: Italia, Francia, Svizzera, UK
Anno:
2015
Durata:
118'





La trama (con parole mie): Fred Ballinger e Mick Boyle, il primo ex direttore d'orchestra in pensione, il secondo regista pronto ad affrontare il suo film testamento, vecchi amici con ricordi ed esperienze condivise e due figli sposati tra loro, si ritrovano come di consueto tra le Alpi svizzere per una vacanza in un prestigioso albergo che ospita celebrità di tutti i campi.
Proprio entro i confini della località di villeggiatura si incrociano storie che riguardano il presente ed il passato di ognuno dei protagonisti e delle persone che vi si avvicinano nel corso del soggiorno, siano esse artistiche, professionali, emotive, riguardanti il tempo che fu o quello a venire: da Lena, figlia di Fred, lasciata di colpo da Julian, figlio di Mick, pronta a ricominciare a sentire la libertà, passando per il giovane attore Jimmy, fino ai bambini e a Diego Armando Maradona, si osservano le cadute e le ascese di individui che, pur protagonisti, finiscono per essere comparse della grande commedia umana, proprio come Fred e Mick.
Come si approcceranno, i due vecchi compari, all'idea della fine che si avvicina sempre di più?








In condizioni normali, da gestore del Saloon e portatore sanissimo di un certo tipo di approccio alla vita ed al Cinema, dovrei detestare profondamente un regista come Paolo Sorrentino.
Colto, vagamente snob ma ugualmente autoironico, membro di un'elite della settima arte invisa al grande pubblico così come ai critici più radical - gli stessi che, probabilmente, ai tempi de Le conseguenze dell'amore si facevano le seghe sui suoi movimenti di macchina salvo poi voltare le spalle all'autore non appena il successo e l'Academy giunsero a benedire il regista partenopeo -, capace, erede di una tradizione nata prendendo a piene mani dall'immaginario di un signore chiamato Federico Fellini, probabilmente il più grande cineasta che l'Italia abbia mai conosciuto.
Dovrei proprio detestarlo, questo talentuoso figlioccio non autorizzato del Maestro riminese.
Eppure, fatta eccezione per il mezzo scivolone di This must be the place, non ce la faccio proprio.
Ed ogni volta che approccio un suo lavoro, finisco come ipnotizzato e stimolato alla riflessione benchè parta con tutte le riserve ed i dubbi del caso: era accaduto anche con La grande bellezza, e si è ripetuto, inesorabilmente, con questo Youth, che probabilmente in molti speravano di vedere premiato all'ultimo Festival di Cannes.
Le vicende parallele di Fred e Mick, il primo ex direttore d'orchestra burbero ed apatico - almeno a suo dire - ed il secondo regista ancora smanioso di dimostrare il suo valore al mondo, incrociate a quelle degli ospiti di un albergo d'elite nel cuore delle Alpi svizzere, pur concedendo tutto il possibile al Cinema d'essai che spesso e volentieri tanto detesto sono riuscite a colpirmi al cuore per la loro disarmante semplicità, unita alla voglia di raccontarle ed un desiderio di confronto con l'ignoto rappresentato dal passato e dal futuro - bellissima la scena del cannocchiale tra Mick e Lena - cui nessuno di noi - almeno tra quelli che davvero vogliono vivere a fondo - riesce a resistere.
Senza dubbio, prima di apprezzare tutti questi aspetti mi sono trovato a dover superare anche passaggi nati ad uso e consumo di un certo tipo di pubblico intellettualoide e poco sopportabile - la "direzione d'orchestra" della Natura di Fred, su tutti - ed una confezione impeccabile e patinatissima che pare distante anni luce dagli standard che trovano i posti migliori qui al Saloon, eppure dal bellissimo confronto padre/figlia di Fred e Lena a proposito del perchè Julian abbia deciso di lasciarla ad uno straordinario Paul Dano - che non solo non sfigura davanti a due mostri sacri come Caine e Keitel, ma finisce quasi per superarli -, passando per i punti focali di vecchiaia e giovinezza - tematiche in grado di toccare qualsiasi pubblico, in quanto fasi della vita che siamo tutti destinati a sentire sulla pelle, scandite da "un'ultima illuminazione" come potrebbe essere Miss Universo ed il numero di pisciate giornaliere - ed una sequenza che non solo finisce per essere grande, grande Cinema, ma anche per dare un senso all'intero lavoro di Sorrentino, legato a doppio filo agli interrogativi sospesi tra passione e talento: Maradona, el pibe de oro, forse il più grande giocatore di calcio di tutti i tempi, sformato da una quasi obesità e provato dal fiato corto, che palleggia in modo praticamente fantascientifico con una pallina da tennis.
Basterebbe quel momento, per vedere tutta la grandezza di Youth e del suo regista.
Un passaggio in grado di far passare quella che pare una marchetta da tifoso nostalgico del suo idolo di gioventù una metafora di quello che è il passaggio dalla giovinezza in cui tutto è vicino, conquistabile, divorabile, alla vecchiaia che trova anche nell'impresa più facile difficoltà enormi: eppure, dietro tutto questo, ci sono voglia, desiderio - e di nuovo torna a galla l'inserimento di Dano -, libertà, genio.
Quello che ci aspetta nel mondo, è sempre la giovinezza.
Basta saperla accettare, cogliere, vedere dalla giusta prospettiva.
La stessa che porta Fred e Mick, in due modi diversi, con due percorsi quasi opposti, a mettersi in gioco ancora una volta.
Non si finisce mai di imparare, del resto.
E non si finisce mai di crescere.
E' questo il bello della vita.
E della giovinezza.




MrFord




"May you grow up to be righteous
may you grow up to be true
may you always know the truth
and see the lights surrounding you
may you always be courageous
stand upright and be strong
may you stay forever young
forever young, forever young
may you stay forever young."
Bob Dylan - "Forever young" - 




lunedì 24 febbraio 2014

12 anni schiavo

Regia: Steve McQueen
Origine: USA, UK
Anno: 2013
Durata: 134'




La trama (con parole mie): Solomon Northup, violinista, padre di famiglia e uomo libero vive come elemento di spicco della comunità di Saratoga, New York, nel 1841. Nel corso di un viaggio della moglie con i due figli è avvicinato da due uomini che gli offrono un ingaggio ben pagato attirandolo in una trappola: Solomon viene infatti rapito e venduto come schiavo, iniziando una vera e propria odissea costruita su sofferenza, tentativi di fuga, passaggi di proprietà da un padrone all'altro, sopportando vessazioni ed umiliazioni per poter sopravvivere.
Divenuto uno degli schiavi del tirannico Epps, Northup, ribattezzato Platt, dovrà attendere ben dodici anni prima di poter intravedere una speranza di tornare tra le braccia dei suoi cari.






Non ho mai amato particolarmente il lavoro di Steve McQueen.
Talento estetico indiscutibile, infatti, il regista anglosassone mi è sempre parso come un illustre appartenente alla categoria dei "belli senz'anima", capace di regalare qualche zampata ma non di coinvolgere fino in fondo: dunque, i precedenti Hunger e Shame, seppur validi, finirono presto nel dimenticatoio fordiano delle visioni dalle quali ci si poteva aspettare decisamente di più.
12 anni schiavo, pellicola che avrebbe potuto significare svolta o clamorose bottigliate per il suddetto McQueen, rappresentava anche una prova non semplice: lavorare su un film che racconti - peraltro molto bene - una storia vera legata ad una delle ferite più profonde della Storia americana, quella dello schiavismo, senza rischiare di scadere nella retorica di grana grossa non si prospettava certo come una cosa da nulla, pur considerando che - fortunatamente - tematiche come queste difficilmente incontrano critiche aspre ed agguerrite - un pò come la persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti -, e come recitava Kate Winslet in Extras, di norma finiscono per essere premiate ai grandi Festival.
Senza dubbio, il corpulento Steve ha raggiunto il suo obiettivo: 12 anni schiavo è indubbiamente un grande film sia dal punto di vista tecnico che emotivo, in grado di smuovere sentimenti e toccare temi importanti come il diritto alla Libertà che dovrebbero essere sempre e comunque alla base della società umana, interpretato da un gruppo di attori in grande spolvero, fotografato con una cura maniacale ed in grado di passare dalla violenza estrema - fisica e psicologica - a momenti di delicatezza quasi straziante, senza risparmiare, in questo, neppure una fetta dell'audience.
Eppure, tolti il fattore tecnico e la lotta per la sopravvivenza affrontata da Solomon Northup, così come lo splendido finale - da brividi quel "perdonatemi" che ancora mi scuote dentro -, sono rimasto fino all'ultimo indeciso sul voto da assegnare a questo film, trovandomi a ripensare al percorso intrapreso dal regista, al coinvolgimento giustamente "obbligatorio" del pubblico, al fatto, per dirla come Julez, che ci si aspetti di piangere, alla fine, inesorabilmente.
Il passaggio decisivo che ha permesso a 12 anni schiavo di muovere un passo oltre è finito per essere il confronto che Solomon ha con il carpentiere Bass interpretato da Brad Pitt, charachter abolizionista e cresciuto in una realtà ben diversa - quella canadese - rispetto agli Stati del Sud, e nel faccia a faccia di quest'ultimo con il tirannico Epps cui presta lo sguardo spiritato un ottimo Fassbender: riflettendo sulle condizioni agghiaccianti dei lavoratori, la differenza di vedute tra Nord e Sud che sfocerà nella Guerra di Secessione si traduce nella questione posta da Bass al proprietario della piantagione che ha visto prigioniero Solomon per anni, ovvero il fatto che, a prescindere dalla razza, il concetto di schiavitù non dovrebbe esistere nella società.
Nello sguardo deciso di Brad Pitt rivolto a Chiwetel Ejiofor, e in quel "non l'aiuterò perchè è un piacere, l'aiuterò perchè è un dovere" si riassume tutto quello che ho vissuto affrontando questa visione.
12 anni schiavo non è un film indimenticabile, una bomba della settima arte come The wolf of Wall Street.
Non è neppure piacevole da vedere, perchè mette a nudo uno dei concetti più importanti che riguardano l'Uomo come animale sociale, e personalmente mi ha messo di fronte al fatto che, probabilmente, se fossi ridotto in schiavitù non riuscirei a sopravvivere, perchè finirei per seppellire di legnate il Paul Dano della situazione finendo impiccato a qualche albero sperduto.
Ma non è per piacere, che un'opera come questa va guardata, vissuta, ammirata.
12 anni schiavo va indiscutibilmente promosso perchè è un dovere di noi tutti non dimenticare quante persone hanno dovuto sputare sangue affinchè certe cose non si ripetessero, come si dice accada quando si parla di Storia.
Un dovere che Steve McQueen sceglie di raccontare nel modo più elegante possibile.
Ma indiscutibilmente un dovere.



MrFord



"Oh, when them cotton bolls get rotten
you can't pick very much cotton,
in them old cotton fields back home."

Creedence Clearwater Revival - "Cotton fields" -




lunedì 11 novembre 2013

Prisoners

Regia: Denis Villeneuve
Origine: USA, Canada
Anno: 2013
Durata: 153'




La trama (con parole mie): i Dover e i Birch sono due classiche famiglie americane da sobborgo cittadino, valori solidi e cena del Ringraziamento con i vicini. Quando le due figlie più piccole di entrambi i focolari, impegnate a giocare insieme, spariscono misteriosamente, la polizia si mette sulle tracce di un camper segnalato proprio dai genitori delle bambine: il detective Loki, incaricato delle indagini, arresta così il giovane Alex Jones, mentalmente ritardato, trovato alla guida dello stesso mezzo.
Quando, non avendo trovato prove a suo carico, i tutori dell'ordine decidono di rilasciarlo, Keller Dover decide di indagare parallelamente alla polizia per ritrovare la figlia, coinvolgendo anche Franklin Birch nel rapimento di Jones: l'uomo, infatti, pensa che torturando il sospettato potrà avere le informazioni necessarie per ritrovare le due bimbe scomparse.
Nel frattempo il detective Loki, lottando anche con i suoi superiori, deciderà di non mollare il caso, cercando di mettere insieme i pezzi di un puzzle che si rivelerà decisamente più agghiacciante di quanto non si potesse pensare.





Si potrebbero scrivere davvero molte cose, di Prisoners, partendo proprio dal suo regista: Denis Villeneuve, infatti, potrà d'ora in poi vantarsi di essere entrato a far parte di quella ristrettissima cerchia di Autori che, una volta messi alla prova dallo spesso impietoso banco della grande produzione, non si ritrovano completamente fagocitati - o ridimensionati - dalla stessa.
Penso a Von Donnersmarck, Inarritu, Wong Kar Wai, Park Chan Wook.
Grossi calibri schiacciati dalle majors e costretti a fare marcia indietro, mettendo una seria ipoteca sulle certezze dei fan ipnotizzati dal loro (apparente) talento.
Molti non si sono decisamente più ripresi - i registi, non gli spettatori -.
Villeneuve, al contrario, dopo due cose enormi come Polytechnique e La donna che canta, è riuscito non soltanto a domare la bestia, ma a cavalcarla con la sicurezza del veterano, sfoderando un cosiddetto "modern classic" profondamente americano eppure dal sapore europeo che, da canadese, dev'essere parte del suo retaggio, quasi un ponte che porta l'audience da Zodiac a Mystic river, senza dimenticarsi di una sosta a Memories of murder, evitando le trappole del caso, su tutte quella di un inutile finale consolatorio.
Si potrebbe poi parlare di una sceneggiatura pressochè perfetta, ad orologeria, firmata dall'autore di Contraband Aaron Guzikowski, forse la migliore degli ultimi anni di Cinema a stelle e strisce insieme a quelle di The social network e Moneyball.
Oppure, sottolineare l'ottimo lavoro di tutto il cast, da un discreto Hugh Jackman ai bravissimi Jake Gyllenhaal - straordinario il lavoro sulla mimica degli occhi - e Paul Dano, o del comparto tecnico.
O rimanere sconvolti da due ore e mezza piene che scorrono ad un ritmo a tratti insostenibile, pur non trattandosi, di fatto, di un thriller "di movimento", quanto fondamentalmente giocato sull'attesa.
Eppure, quello che attraversa la schiena dell'audience di Prisoners dall'inizio alla fine, è una sensazione di sconvolgente ineluttabilità, il moto di rabbia incendiato dal trovarsi catapultati all'interno di un ingranaggio del quale non si conoscerà mai il completo utilizzo, il tumulto che separa la Legge dalla Morale, l'umanità dal dolore.
I personaggi di questo nerissimo thriller corale sono tutti vittime, pur se a livelli ed in modi assolutamente diversi, nessuno escluso: dall'innocenza strappata alla Natura della prima sequenza a quella delle bambine rapite dalle proprie famiglie a causa di un dramma troppo grande per qualunque genitore, dalla cena del Ringraziamento passata soli, in un ristorante cinese, a quella delle notti insonni placate soltanto dalle lacrime e dai tranquillanti.
O dall'alcool.
Da quella delle vittime, a quella dei lupi e dei vampiri. E si torna al Mystic.
Da quella dei persecutori, a quella degli agnelli difesi soltanto da un fischietto che possa rompere il silenzio. Come quello degli innocenti.
Prisoners racconta la storia di un'umanità tenuta in gabbia dal dolore e dall'impietosa regola che nella giungla è Legge: il più forte mangia il più debole, e non esistono religioni - molto coraggiosa la parte dedicata al prete inserito nelle liste degli schedati per crimini sessuali -, focolari domestici o sogni che possano salvarci nel momento in cui il predatore mostra i denti in attesa di tenere fede al suo istinto. E non esiste predatore più terribile ed ansioso di seguirlo dell'Uomo.
Prisoners è un film di genitori e figli, di sacrifici e peccati, di amore e di morte.
Guardarlo potrebbe fare male, soprattutto quando ci si ritrova a pensare che si potrà sempre proteggere chi si è messo al mondo: "ed è il mondo stesso ad essere malvagio, ma io ci sto provando, Ringo. Ci sto provando, con grande fatica, a diventare il pastore".
Per essere pastori occorre essere un pò lupi.
E a volte si finisce troppo tardi per capire di non esserlo abbastanza.
E non si sa se ringraziare che sia così, e di essere passati dalla parte di quegli innocenti che tentano disperatamente di rompere un silenzio al suono di un fischietto.


MrFord


"Minor drug offenders fill your prisons
you don't even flinch
all our taxes paying for your wars
against the new non-rich,
minor drug offenders fill your prisons
you don't even flinch
all our taxes paying for your wars
against the new non-rich."
System of a down - "Prison song" - 


martedì 5 febbraio 2013

Looper

Regia: Rian Johnson
Origine: USA, Cina
Anno: 2012
Durata: 119'




La trama (con parole mie): nel 2074 i viaggi nel tempo verranno considerati fuorilegge, e le organizzazioni criminali non avranno più modo di sfruttarli per i loro traffici. Unica loro possibilità sarà quella di eliminare chi deve essere eliminato tramite un contatto tornato indietro al 2044 a capo di un gruppo di sicari chiamati Loopers, che si occupano di fare fuori i malcapitati che la mala del futuro spedisce loro per direttissima già incappucciati ed immobilizzati, nonchè carichi dell'argento che funge da pagamento per la commissione.
A volte può capitare che un Looper chiuda il suo stesso cerchio uccidendo il suo io del futuro, ed in quel caso ha diritto ad una sostanziosa liquidazione che gli permetta di vivere i suoi ultimi trent'anni nell'agio più estremo.
Quando Joe viene messo ko dalla sua versione anziana giunta nel presente per vendicare la moglie uccisa dagli uomini di un nuovo, potentissimo boss che pare pronto a chiudere i cerchi di tutti i Loopers, si ritrova alle costole l'organizzazione che ormai lo ha bollato come traditore e scopre di dover fermare la sua versione matura che pare intenzionata ad uccidere quello stesso boss ancora bambino.




I viaggi nel tempo sono senza dubbio una delle realtà cinematografiche che mi ha affascinato di più fin dai tempi dell'infanzia, quando strabuzzavo gli occhi di fronte alle meraviglie di gioiellini come Ritorno al futuro o Terminator, costruiti interamente sul concetto non soltanto dello spostamento temporale, ma anche e soprattutto sull'idea di cambiare il passato per poter di conseguenza modificare il futuro.
Con riferimenti di questo tipo di fronte, non dev'essere stato affatto facile per un regista cimentarsi in un genere decisamente ostico, che rischia di confondere il pubblico e diventare un castello di carte destinato, in un modo o nell'altro, a crollare inesorabilmente: Rian Johnson, giovane cineasta e sceneggiatore fino a questo momento praticamente sconosciuto - la cosa più importante che porta la sua firma è l'interessante episodio della terza stagione di Breaking bad tutto incentrato su una mosca - raccoglie la sfida e la gestisce decisamente bene, tanto da confezionare un lavoro che non sarà memorabile ma che rappresenta un più che discreto nuovo elemento per un ambito della sci-fi che la storia recente della settima arte pareva avere colpevolmente abbandonato.
Fatta eccezione di un paio di sbavature nello script, qualche minuto di troppo rispetto alla durata e per il trucco pessimo di Gordon-Levitt che non ho capito se applicato per indurirne i lineamenti o se per renderlo più credibile come versione giovane di Bruce Willis, il resto funziona e si lascia guardare in scioltezza, alternando momenti in cui è l'azione a farla da padrona - la sparatoria in pieno stile Die hard che vede il vecchio Joe contrapposto ad Abe ed i suoi pistoleri - ad altri decisamente più votati all'introspezione - tutta la parte ambientata nella fattoria e legata al rapporto tra il giovane Joe, la combattiva Sara ed il piccolo Cid -, a mio parere i migliori della pellicola.
Il doppio cammino narrativo, inoltre, permette ai protagonisti - ovvero le due versioni del Looper in fuga - di mantenere su differenti piani anche l'evolversi della vicenda, lasciando al vecchio Joe la parte più "terrena" della vicenda e a quello giovane i sentimenti ed i riferimenti all'eredità di un altro cult degli anni ottanta, quell'Akira nato dalle pagine del Capolavoro a fumetti di Otomo e divenuto poi film d'animazione ed oggetto di culto per i fan della generazione di Rian Johnson - e della mia, a dirla tutta -.
Il crescendo finale, tutto incentrato sui poteri del piccolo Cid, porta alla mente proprio l'appena citata opera nipponica, e sfodera il meglio sia per quanto riguarda gli effetti ed il tocco - splendida la carrellata laterale sulla fattoria sventrata dall'esplosione di rabbia telecinetica del bambino - che rispetto ai contenuti, tornando ad affrontare il cardine ed il senso dei viaggi nel tempo: cosa comporta la possibilità di tornare indietro per poter cambiare la Storia? E dove porta?
E' davvero possibile pensare che esista un futuro migliore, e che la via per trovarlo sia proprio quella percorsa? E' l'azione a giustificare i mezzi, o il contrario?
Ha più senso il desiderio di vendetta del vecchio Joe, che ha visto portarsi via la donna che l'aveva salvato, l'amore della sua vita, il significato del suo Tempo, oppure il futuro di un bambino dai poteri quasi divini, in grado di poter essere puro Bene o altrettanto terrificante Male?
L'amore cui rinuncia una persona ormai giunta all'ultima parte della sua vita o quello di una madre, che potrebbe cambiare il corso di un'esistenza ancora al principio?
Con queste carte si ritrova a dover fare i conti Joe, quello del presente, che non avrà più la vita che avrebbe avuto, e potrebbe pensare di costruirne una nuova da zero: una scelta che è tra il passato che è il suo futuro, ed il futuro che segnerebbe la fine di tutto quello che poteva essere, che è stato e non ha ancora vissuto.
Pare quasi di assistere al dilemma di una generazione posta di fronte a se stessa e alla successiva.
Quasi come se il giovane Joe fosse il padre del suo io futuro: sia esso un bambino, o un uomo che potrebbe essere suo padre, ma che altri non è se non lui stesso.
Voi cosa fareste, al suo posto? Quale grilletto dovrà essere premuto? E da quale Joe?
I viaggi nel tempo sono roba tosta.
E con tutti i limiti del caso, Rian Johnson pare averlo capito davvero bene.


MrFord


"So take the photographs, and still frames in your mind 
hang it on a shelf in good health and good time
tattoos of memories and dead skin on trial
for what it's worth it was worth all the while.
It's something unpredictable, but in the end is right.
I hope you had the time of your life."
Greenday - "Good riddance (Time of your life)" -



venerdì 7 dicembre 2012

Ruby Sparks

Regia: Jonathan Dayton, Valerie Faris
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 104'




La trama (con parole mie): Calvin Weir-Fields è un giovane scrittore che neppure ventenne sconvolse il mercato letterario statunitense assurgendo a vero e proprio caso, acclamato come genio ed idolatrato da specialisti del settore e groupies appassionate agli autori.
Ma Calvin è anche un più o meno trentenne complessato, che come il suo cane fatica ad avere frequentazioni ed amici a parte il fratello Harry, è in cura da uno strizzacervelli ed in perenne conflitto con la nuova vita della madre - ora accanto al fabbricante di "mobili naturali" Mort - e l'ex fidanzata Lisa, che lo lasciò poco tempo dopo la morte di suo padre.
Così, senza ancora aver dato alla luce un secondo romanzo, Calvin si barcamena in giornate di semi-solitudine tutte uguali, fino a quando un sogno accende la scintilla dell'ispirazione: nasce così Ruby Sparks, protagonista del suo nuovo lavoro letterario.
Calvin è felice, il suo agente è felice, il suo editore è felice.
Fino a quando la ragazza non fa effettivamente la comparsa nella sua vita.
Lei. Vera. In carne ed ossa. 
E ad ogni frase sulla macchina da scrivere Calvin può cambiarla così come gli aggrada.





Avete presente quando, ancora con gli occhi chiusi, avvolti dalle lenzuola, potete già sentire il profumo della sua pelle, o i piedi che si sfiorano, il contatto?
O quei primi periodi in cui non esiste altro che il sesso, così frequente e così travolgente da farvi pensare se davvero si tratta di realtà, o di un sogno che avete inseguito tutta la vita?
E gli sguardi che dicono tutto, senza che ci sia bisogno di spiegare proprio nulla? Come un passaggio a memoria su un campo da gioco, di quelli telecomandati.
Certo, poi, non ci sono rose senza spine: e dunque quelle discussioni che vorreste evitare, e finiscono per accumularsi scoppiando sempre nei momenti meno opportuni, i momenti in cui si vorrebbe quasi tirare fuori la testa dall'acqua, quasi si vivesse in apnea, o quelli in cui si comincia a dubitare di poter essere sempre dove si dovrebbe essere.
L'amore è un gioco duro, signori miei.
La cosa più bella e più terribile del mondo.
Drammi, commedie, romanzi, canzoni, film sono stati scritti, ascoltati, visti, letti, amati ed odiati fin dall'alba dei tempi, in merito, alcuni riusciti, altri meno.
Tra quelli che ricordo con maggior stupore - almeno negli ultimi anni - c'è senza ombra di dubbio Eternal sunshine of the spotless mind - tradotto qui nella Terra dei cachi in maniera imbarazzante come Se mi lasci ti cancello -, una delle più sorprendenti pellicole "romantiche" che mi sia mai capitato di trovare sul grande schermo: Jonathan Dayton e Valerie Faris, autori del magnifico Little Miss Sunshine - uno dei miei film del cuore di tutti i tempi -, con la loro opera seconda, Ruby Sparks, raccolgono idealmente il testimone di Gondry e mescolandolo sapientemente ad un certo qual tono raffinato nello stile di Restless confezionano uno dei film più leggeri, intensi e piacevoli dell'anno, una vera chicca scritta ed interpretata da Zoe Kazan - nipote dell'indimenticato Elia - e dal suo compagno nella vita reale Paul Dano, tra i protagonisti della già citata opera prima dei registi.
E se fronteggiare una storia d'amore non è semplice, realizzare un film che parli del sentimento più incasinato della Storia lo è ancora di più, specialmente in coppia: la premiata ditta Dayton/Faris esce comunque alla grandissima dal confronto, e lo fa confermando la verve che aveva reso il suo esordio così strabiliante, toccando corde profonde e commoventi quasi impercettibilmente, mantenendosi in equilibrio sul sottilissimo filo dell'(auto)ironia - splendidi i riferimenti alla pressione su un autore acclamato rispetto all'opera seconda, come è stato anche per loro, e alla realizzazione di un eventuale film sul primo libro firmato dal protagonista di Ruby Sparks per mano di due registi in grado "di farti sentire in famiglia" - e consegnando al pubblico una galleria di personaggi che paiono uscire dallo schermo per sedersi sul divano accanto a noi.
Ci sono i due fratelli, Harry e Calvin, il primo tamarro e pane e salame quasi più del sottoscritto, tutto palestra e grandi tette, il secondo magrolino e solitario, allampanato e geniale, innamorato del mondo ma così intimorito da nascondersene.
C'è il dottor Rosenthal, alla ricerca della chiave che possa aprire le porte bloccate di Calvin.
Langdon Tharp, tipico autore che sa molto di "californicazione" da piscina riscaldata.
Gertrude e Mort - impagabili Annette Bening e Antonio Banderas nella loro magione modello hippie nel cuore di quella meraviglia che è Big Sur, paradiso dei surfisti -, con le risate, gli spinelli, la casa sull'albero e i mobili ricavati da antichi esemplari di pino.
E poi c'è Ruby.
Ruby che parla francese, che pensa che chiamare Scotty in onore di Fitzgerald il proprio cane sia irrispettoso verso un autore che neppure conosce, che chiede a Calvin se è piaciuta a suo fratello - un piccolo momento da brividi -, che ride, piange, adora fare i pompini e poi d'un tratto è stanca, e ha bisogno di libertà, di frequentare un corso d'arte, e poi, in men che non si dica, non c'è più.
Ruby che c'è ancora, triste, arrabbiata, attaccata, persa senza Calvin.
Ruby semplicemente se stessa.
Perchè questo è un film d'amore, e l'amore si prende tutto, anche il caffè, come dice una canzone: un amore che passa dai tasti di una macchina da scrivere, o di un computer, e che nella presentazione del nuovo libro firmato dal giovane genio Weir-Fields mi ha scoperchiato come un vaso di Pandora.
Citando Salinger, Calvin parla della scrittura come di una storia che ci ha sconvolto la vita, di qualcosa che, in alcuni, particolari momenti, ti esce da dentro, e finisce che le tue mani sono solo uno strumento di qualcosa che deve uscire, perchè non può fare altro.
Uscire, vivere, essere vissuta.
E poi, chissà, forse neppure tornare più.
Perchè Ruby è così.
Tutto e niente. Risate e lacrime. Sesso e abbracciati insieme sotto la coperta sul divano.
E soprattutto, Ruby ha bisogno di una cosa, per essere davvero tutto quello che può.
Ruby deve essere libera.
Libera di amare, di essere presente o di andarsene.
Libera di sconvolgerci la vita, e lasciarci solo la forza per scriverne.
So che capite cosa intendo anche senza avere ancora visto il film.
Perchè un o una Ruby l'abbiamo incontrata tutti, nella vita.
C'è chi è stato bravo, o fortunato, e si gode ogni giorno la sua presenza accanto, e chi, invece, può solo andare avanti e vivere ancora, magari scrivendoci su.
E chissà che un giorno non si giunga ad una nuova pagina.
Ruby Sparks è come una storia d'amore.
Sarebbe un delitto non viverla a fondo.


MrFord


"Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta."
Fabrizio De Andrè - "Verranno a chiederti del nostro amore" -


martedì 7 agosto 2012

Little Miss Sunshine

Regia: Jonathan Dayton, Valerie Faris
Origine: Usa
Anno: 2006
Durata: 101'




La trama (con parole mie): Olive Hoover è una bambina appassionatasi ai concorsi di bellezza dopo un soggiorno dalle cugine, piccola protagonista di una famiglia a dir poco curiosa. Richard, suo padre, lavora ad un programma motivazionale in nove passi in cerca del successo, vessando la sua famiglia più di quanto sarà mai possibile con un pubblico. Sheryl, sua madre, sacrifica ogni giorno se stessa per tenere sulle spalle il peso delle responsabilità e di tutti loro. Il nonno, scopertosi eroinomane a settant'anni suonati, è il suo mentore per quanto riguarda la danza. Il fratellastro Dwayne, in silenzio da mesi a seguito di un voto pronunciato in nome di Nietszche e della carriera che vorrebbe come pilota d'aeronautica, odia il mondo. Lo zio Frank, invece, ha appena tentato il suicidio perchè privato del titolo di migliore studioso statunitense di Proust dal rivale letterario che gli ha portato via l'uomo della sua vita.
Insieme partono alla volta della California per il concorso di Little Miss Sunshine.
Sarà il viaggio più incredibile delle loro vite.





Ci sono film che ho da sempre considerato oggettivamente Capolavori.
Ed altri che, a prescindere dal loro valore artistico ed effettivo, sono andati oltre lo schermo e divenuti parte integrante della mia vita: Gli spietati, Il grande Lebowski, Barry Lyndon, Hong Kong Express e, ovviamente, Little Miss Sunshine.
Potrei, in effetti, mettendomi la maschera del blogger recensore, parlare di un film Sundance style privo della spocchia dell'autorialità e costruito sulla sincerità di ogni suo personaggio, diretto con tocco leggero ed interpretato alla grande da un cast a dir poco perfetto - a cominciare dalla fenomenale mini-protagonista Abigail Breslin -, scritto magnificamente in modo da raggiungere ogni possibile fetta di pubblico - e non in senso negativo o buonista -.
Ma sinceramente, non mi frega nulla.
Mi piace invece ricordare il periodo in cui uscì in sala, nel pieno del mio anno più selvaggio e di perdizione, quando lo vidi per la prima volta sul finire dell'inverno, con un desiderio di primavera che quasi mi sfondava il cuore, rimanendo folgorato da quella piccola, paffuta bambina all'inseguimento di un sogno: onestamente, ho sempre pensato e sognato di essere padre, un giorno o l'altro, e questa pellicola è stata la prima - paradossalmente in un momento della mia vita in cui andavo in una direzione a dir poco opposta - a farmi capire che un giorno ce l'avrei fatta.
In quel periodo - forse il migliore degli ultimi anni, lavorativamente parlando - conobbi Julez, e da grandi amici quali diventammo da subito, le propinai ovviamente Little Miss Sunshine, divenuto un cult istantaneo in casa Ford, e giungemmo alla conclusione che, se nessuno ci si fosse presi, un giorno o l'altro ci saremmo regalati l'un l'altra una piccola Olive da crescere.
Guardando le cose con il senno di poi, ho dunque qualche motivo in più per amare un film meraviglioso come questo.
Ogni volta che me lo concedo, mi pare quasi di osservare una parte di specchio in ognuno dei personaggi: di vedere la determinazione di Richard - pur se male espressa -, la forza di Sheryl - magnifico il suo confronto con il marito da una parte all'altra dell'abitacolo del mitico furgone Volkswagen giallo -, la voglia di insegnare di Frank - come giustamente affermano i registi, il vero ponte tra il pubblico ed i protagonisti -, la volontà e la rabbia di Dwayne - che sarebbe un perfetto bottigliatore -, me stesso da vecchio - con l'alcool a sostituire l'eroina - nel nonno, un fordiano fatto e finito.
E poi, Olive.
Olive che sogna in un mondo di bambine rese mostruose dalla filosofia dei concorsi di bellezza fatti di trucchi, abbronzature e denti finti, di stupire con un ballo elaborato dal geniale grandpa la giuria di una gara che non potrebbe essere più distante da lei, dalla sua bellezza e dalla sua genuina semplicità.
Olive che non vede l'ora di mangiare le sue cialde "a la mode", che tiene le cuffie nel corso del viaggio per imparare il numero al meglio, che chiede al nonno se è una perdente perchè suo padre odia i perdenti, in una delle sequenze più potenti che il Cinema indipendente americano abbia regalato al pubblico negli ultimi dieci anni.
Olive che, con passo incerto, scende una collinetta per "andare a parlare" al fratello "muto" così da consolarlo dal trauma di una scoperta che lo porterà lontano dal suo sogno.
Olive che non dice nulla, e lo abbraccia soltanto.
E non c'è bisogno di più.
Perchè chiunque fosse stato seduto al posto di Dwayne non avrebbe avuto possibilità di rispondere altro se non "va bene".
Olive che balla. E non sarà mai sola.
Non dico nulla, perchè non ce n'è bisogno.
Basta lasciarsi travolgere da ogni singolo momento di questa piccola meraviglia.
E rimanere a bocca aperta, e sognare, con tutte le imperfezioni possibili, che un giorno la propria famiglia possa stare su un palco allo stesso modo degli Hoover.
E se mi immagino arrabbiato, spesso e volentieri ubriaco, guardingo e selvaggio come allora, seduto sul ciglio di una strada, so che non avrei armi sentendo avvicinarsi Olive, con il suo braccio attorno alla mia spalla e la testa appena appoggiata.
E so anche cosa le direi.
"Va bene, Olive. Sono pronto a diventare padre."


Tutto questo, oltre che per parlare di un film, anche per raccontare della vita che si mescola alle immagini e alle parole.
Tutto questo per dirvi, con tutta la felicità possibile, che tra qualche mese ci sarà un altro - o un'altra - Ford in giro in questo strano, grande mondo.


MrFord


"That girl is pretty wild now 
the girl's a super freak 
the kind of girl you read about 
in new-wave magazine 
that girl is pretty kinky 
the girl's a super freak
I really love to taste her 
every time we meet 
she's all right, she's all right 
that girl's all right with me, yeah 
she's a super freak, super freak."
Rick James - "Superfreak" -


lunedì 26 settembre 2011

Cowboys&aliens

Regia: Jon Favreau
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 118'


La trama (con parole mie): Jake Lonergan, bandito quasi redento, si risveglia privo della memoria in pieno deserto con uno strano bracciale metallico fissato al polso. 
Neanche il tempo di sgominare una banda di cacciatori di taglie e tornare ad Absolution - che dovrebbe essere la sua città -, e il nostro si mette immediatamente nei guai malmenando Percy, figlio del proprietario terriero dominatore del circondario Dolarhyde, pronto, ovviamente, a vendicare il torto subito dal rampollo sbruffone.
Detta così, sembrerebbe la più classica trama da spaghetti western.
Ma neppure il tempo di crederlo, e gli abitanti di Absolution si troveranno nel bel mezzo di un'invasione aliena con tutti i crismi, e dovranno mettere da parte le rivalità per fronteggiare uniti il nemico venuto dallo spazio: grazie a pallottole, sudore, sangue e quello strano bracciale che Lonergan porta al braccio, che si rivela un'arma tostissima contro le creature figlie dello spazio.



Occorre ammettere, senza ombra di dubbio, che quando gli ammmeregani si mettono al lavoro su qualcosa arrotolandosi le proverbiali maniche, difficilmente si assiste ad una loro debacle: il mestiere che i suddetti riescono a far confluire in progetti che in qualunque altro luogo del globo - e dello spazio, perchè no - si rivelerebbero dei buchi nell'acqua clamorosi rendendoli così patinati e funzionali da sembrare quasi roba figa è indiscutibile. 
Un pò come quello che Spielberg, Favreau e il team di sceneggiatori che fu uno dei segreti del successo della serie di culto Alias mettono al servizio di una pellicola ispirata ad un fumetto e divenuta già una sorta di cult nel corso della sua campagna promozionale, complice un cast a dir poco stellare: Daniel Craig, Keith Carradine, Paul Dano, Sam Rockwell e soprattutto Harrison Ford hanno garantito da soli un incasso che si prospetta già tra i più alti dell'autunno, complice un ritorno in auge del genere sci-fi, rivisto per l'occasione in una salsa western che parte dal nostro Sergio Leone per arrivare a tutti i più consueti stereotipi del Cinema a stelle e strisce di grana grossa.
D'altro canto, infatti, è altrettanto legittimo sottolineare, oltre ad un mestiere ed una messa in scena certamente indiscutibili, un'altra grande verità rispetto a Cowboys&aliens: trattasi di un film irrimediabilmente, clamorosamente, qualsiasicosamente vi venga in mente noioso, già visto, già sentito, già - una volta ancora - tutto quello che potrebbe venirvi in mente in proposito.
Nonostante regista e cast ce la mettano davvero tutta, infatti, le emozioni suscitate sono pari a quelle di una bella siesta pomeridiana sotto il più classico dei pergolati western, e a ben poco servono le numerose citazioni di cult più o meno interessanti e più o meno cult - andiamo da It a Men in black, passando per John Ford e il già nominato Sergio Leone - così come una messa in scena certamente d'impatto, dalle torri di osservazione aliene al variegato gruppo di protagonisti alla ricerca dei cari rapiti dagli invasori - che fa molto Il texano dagli occhi di ghiaccio -, eppure l'insieme stenta a decollare, e l'impressione di assistere ad una minestra riscaldata - presentata bene, ma pur sempre riscaldata - è pericolosamente vicina a divenire certezza, specie se a questa pellicola vengono associati gioiellini di genere usciti di recente come Super 8 o Attack the block.
Un blockbusterone a tutti gli effetti buono giusto giusto per una non troppo nociva visione da sala la domenica pomeriggio, un gradino - e più, questo va ammesso - sopra a molte schifezze dello stesso genere ma ugualmente ben lontano dal soddisfare le sue ben visibili ambizioni da pseudo cult.
Probabilmente una buona fetta delle mancanze della pellicola è imputabile all'effettiva inconsistenza della controparte aliena, fisicamente minacciosa neanche ci trovassimo nel più roboante degli sparatutto ma priva del carisma manifestato da molti degli ultimi invasori del nostro pianeta passati sul grande schermo: onestamente, era dai tempi dell'orrore spielberghiano de La guerra dei mondi che non mi capitava di posare gli occhi su un gruppo di alieni più insignificante di questo.
Peccato, perchè con la giusta verve ed un pizzico di talento in più, questa ottima confezione avrebbe potuto rivelare anche qualche sorpresa, invece di lasciare con l'amaro in bocca il pubblico come un bambino cui Babbo Nachele ha lasciato soltanto una curatissima scatola vuota.

MrFord

"They're coming in from the sea
they've come the enemy
beneath the blazing sun
the battle has to be won.
Invaders ... Pillaging
Invaders ... Looting."
Iron maiden - "Invaders" -

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